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Ecco chi finanzia Letta

Venerdì, 26 Aprile 2013

Chi finanzia VeDrò, il think-tank bipartisan che ha fatto di Enrico Letta l’uomo giusto per un governo di larghe intese?

Sponsor privati, ovviamente. Dall’Enel al gruppo dell’industria alimentare Cremonini, fino all’Eni e ad Autostrade per l’Italia. Il motivo? Ritorno di visibilità, loghi su brochure e siti internet. E la politica? La politica non c’entra, dicono: «Noi non negoziamo la nostra posizione intellettuale», dice subito il tesoriere Riccarco Capecchi.

Vedrò, anzi vedremo: «Dobbiamo lavorare molto sul tema delle privatizzazioni», è la posizione nota di Enrico Letta: «Il patrimonio pubblico è ancora enorme: bisogna cominciare a mettere nel mirino nuove privatizzazioni pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica». E poi: «Sarà uno dei temi del nostro governo, quando gli elettori ci faranno governare», conclude il prossimo Presidente del Consiglio.

Sul tema dei finanziamenti privati ai think-tank, Mattia Diletti, docente e ricercatore di scienza politica all’Università La Sapienza di Roma, ha fatto un lavoro molto articolato: «Questo tipo di fondazioni politiche hanno bilanci molto simili e possono contare su budget medi di 800 mila euro».

E Vedrò? «E’ poco sopra la media», dice Diletti. «Quello che colpisce però del sistema di finanziamento riguarda soprattutto i finanziatori piuttosto che i finanziati», spiega: «Sono prevalentemente ex monopoli pubblici, che hanno un rapporto ancora stretto con la politica e che finanziano un po’ tutti, con cifre ridotte, a pioggia, sia la destra che la sinistra.

Funziona un po’ «all’americana», dice Diletti. E come si riempie, in America, un bilancio da 800 mila euro? Lo si capisce prendendo in mano una qualunque brochure delle attività di Vedrò. Enel, Eni, Edison, Telecom Italia, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l’Italia, Nestlé, Farmindustria, il gruppo Cremonini (la carne Montana): sono tante le aziende che concorrono al fabbisogno del pensatoio.

Quello che non sappiamo è quanto sia il contributo specifico di questi sponsor, quali sono economici e quali invece in servizi. Quello che sappiamo è che gli sponsor hanno spesso un ruolo attivo, all’interno del dibattito, contribuendo al contenitore ma anche al contenuto.

Enel, ad esempio, promuove così l’appuntamento estivo di Vedrò, sul proprio sito: «Un think-net aperto e dedicato anche alla mobilità elettrica e alle smart cities», dove «Enel, sponsor della manifestazione, è protagonista del working group ‘Vedrò Energie’».

Vedrò vive tutto l’anno, organizza convegni, aperitivi e presentazioni. L’evento centrale è però la tre giorni che si svolge a fine agosto a Dro’, paese trentino di 4.500 abitanti, una quindicina di chilometri a nord del lago di Garda, in un’ex centrale idroelettrica.

Nonostante la chilometrica lista di sponsor, l’evento non è gratuito. Anzi. Gli hotel della zona costano cari, e tutti gli ospiti – o quasi – pagano di tasca propria. In più, ovviamente, c’è una quota di iscrizione: 150 euro per gli under trenta, 300 euro o più per tutti gli altri.

Avarizia degli organizzatori? Piuttosto, ricerca dell’esclusività. Già così – per la prossima edizione – sono previste oltre mille persone: ben più di quelle arrivate l’anno scorso, che erano 800. «Le loro quote», ci spiega il tesoriere Riccardo Capecchi, «servono a coprire i costi vivi della manifestazione, l’allestimento della centrale, le navette con gli alberghi, il catering per i tre giorni».

Ma non bastano. A Vedrò lavora una decina di persone («ma io come altri sono volontario», dice sempre Capecchi) e sono le sponsorizzazioni a tenere in piedi il tutto. Con quanto? Quanto basta per coprire tutti i costi, ma di più non si può sapere: «Noi – dice Capecchi – per ovvie ragioni di privacy non diffondiamo l’entità delle contribuzioni». Ma bisogna stare tranquilli, assicura, perché ««gli accordi che prevalentemente sono sulla visibilità, rispettano i parametri standard».

«Quello che posso dire», continua Capecchi, «è che la contribuzione media è di circa 30 mila euro. Anche se poi, ovviamente c’è chi dà meno e chi dà molto di più». Luca Sappino per “Espresso.Repubblica.it”

Monti, requisisca i soldi pubblici dei partiti morti

Domenica, 12 Febbraio 2012

A vedere maneggi e ammanchi dei rimborsi elettorali ai partiti così come  stanno venendo a galla in questi giorni (prima la Margherita, ora An, e siamo solo all’inizio), vien tristezza a pensare a come si è ridotta in questi anni la politica.Da architrave del sistema democratico, almeno nell’idea che ci era stata tramandata dai padri fondatori della Repubblica, a luogo di mercimonio, di grandi e piccole ruberie perpetuate dai suoi voracissimi apparati.DAI PARTITI AI FACCENDIERI. Solo che mentre prima la gran parte dei soldi finivano a ingrassare le casse dei partiti, adesso finiscono nelle tasche di tesorieri intraprendenti e dei loro accoliti che ne alimentano il pingue sottobosco. E che questi tesoretti accumulati (si parla di decine di milioni di euro) grottescamente amministrano anche dopo il venir meno della formazione politica che in origine li aveva generati.La vicenda fa venire in mente le anime morte di Gogol, che non sono più solo i finti tesserati ai quali ci avevano abituati le segreterie per ingrossare i pacchetti di voti da far pesare nei congressi, ma una ridda di strani personaggi spesso scomparsi nel nulla attraverso i quali far transitare bonifici e finte consulenze. Nonché una pletora di fondazioni dalla natura più che opaca.SOLDI AVANZATI O SPESI MALE.  Il tutto condito da un vorticoso giro di denaro usato a scopi impropri rispetto al finanziamento pubblico che lo aveva generato.In questo i partiti sono doppiamente colpevoli: hanno preso soldi dalle tasche dei contribuenti facendone un uso illecito, non li hanno spesi per le finalità cui li avevano chiesti.Tant’è che enormi somme sono rimaste nelle disponibilità anche dopo il loro venir meno. A che cosa siano serviti lo si sta vedendo.MONTI DOVREBBE INTERVENIRE. Ma allora il governo (e uno fatto di tecnici in questo avrebbe le mani più libere) dovrebbe subito intervenire per decreto legge, gridando all’inganno e al raggiro.Siamo in presenza di uno Stato che ha finanziato i partiti perché facessero attività politica. Se li è ritrovati invece spregiudicati speculatori, proprietari di case, società offshore, e titolari di investimenti ad alto rischio in Norvegia o in Tanzania.Tutte attività in cui il tornaconto personale ha preso il sopravvento, anche se è difficile pensare – come nel caso Lusi – che ciò sia avvenuto senza la connivenza di alcuno.NESSUNO È SENZA PECCATO. Ora, complice la crisi economica, non solo la partitocrazia è stata messa ai margini, ma sta venendo meno il velo di omertà che ne copriva le malefatte.
Ne emerge un quadro desolante, che nella sua trasversalità non risparmia nessuno.Se ne deduce che la rifondazione della politica che tutti auspicano non passa soltanto per il rinnovamento dei suoi protagonisti, ma soprattutto per quello dei meccanismi affaristici e collusivi che l’hanno sin qui sostenuta. E non basterà certo il tempo di un governo tecnico perché questo possa avvenire. p. madron lettere43

Verdone di interesse culturale? allora sì ai tagli allo spettacolo

Mercoledì, 7 Luglio 2010

Io Loro e Lara. Pessimo titolo per un filmetto di Verdone senza infamia e senza lode. Qualche risata la regala, la faccia di Verdone è la solita. Prima dei titoli di coda, la sorpresa. Il film è di rilevante interesse culturale. Ossia è stato finanziato dallo Stato. Ma va? allora è proprio vero quello che dice Bondi: i criteri per i finanziamenti allo spettacolo vanno rivisti. Una commediola come quella di Verdone, ottima per le arene estive, non può essere un film di rilevante interesse culturale, ma se lo è, e lo è, c’è qualcosa che non va…

Soldi a IDV: il giudice smentisce Di Pietro

Mercoledì, 28 Gennaio 2009

La differenza c’è, e si vede. Ieri a piazzale Clodio, nel Tribunale di Roma, si è celebrata una nuova udienza del processo che vede da un lato il «Cantiere», movimento politico di Achille Occhetto, Elio Veltri e Giulietto Chiesa, e dall’altro l’Idv. Oggetto del contendere, come noto, i rimborsi elettorali per le europee del 2004 a cui Occhetto&Co parteciparono insieme a Di Pietro, senza però ricevere la loro parte di finanziamento. In questo procedimento civile, il 15 luglio dell’anno scorso, il giudice Francesco Oddi aveva stabilito che l’associazione «di famiglia» Italia dei Valori, quella formata da Di Pietro, Susanna Mazzoleni e Silvana Mura, era cosa diversa dal partito Idv. Il partito, quello che dovrebbe aver titolo a incassare i rimborsi elettorali, in aula non c’è mai andato, sentenzia Oddi. Che infatti ne afferma la contumacia con un’ordinanza, in quell’udienza estiva.

Mica un dettaglio di poco conto. Sancire che Associazione Idv e Movimento Idv sono soggetti separati è qualcosa che smentisce quanto affermato a più riprese da Antonio Di Pietro. Che anche nella sua prima lettera a Libero aveva ricordato che Associazione ristretta e movimento-partito «sono la stessa cosa». Tanto che ieri i legali dell’associazione di Di Pietro, Mazzoleni e Mura hanno insistito perché il giudice ritirasse quell’ordinanza. Hanno battagliato in aula. Invano. Oddi alla fine l’ha confermata integralmente, riaffermando definitivamente che il movimento Idv è contumace. E dunque è assodato che il partito è una cosa diversa, separata dall’associazione Idv. D’altra parte, se non fosse stato così, se non ci fossero state zone d’ombra nella gestione personalistica delle finanze del partito, in quei soldi pubblici incassati dall’associazione familiare e non dal movimento, perché mai Di Pietro avrebbe annunciato con tanto clamore dalle colonne di Libero che aveva cambiato statuto, all’inizio di quest’anno? Di certo, ieri al tribunale civile di Roma queste annunciate novità non sono emerse. Lo sbandierato nuovo statuto, frutto dell’atto notarile con cui Di Pietro dice di averlo fatto suggellare a Bergamo, è rimasto fuori dal processo.

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Incassati 300 milioni di rimborsi elettorali quinquennali anche se la legislatura è durata 2 anni!

Mercoledì, 6 Febbraio 2008

Incassati i 300 milioni di «rimborsi elettorali» quinquennali anche se la legislatura è durata due, i 41 partiti attualmente in vita (alle ore 17.00 di ieri) si preparano alla campagna elettorale tra gli ingorghi e le transumanze di chi va, chi viene e chi resta in mezzo alla strada perché non sa dove andare. Mastella pare non lo voglia nessuno, anche per via della famiglia numerosa, per giunta inseguita dai carabinieri.

I Liberaldemocratici, cioè Dini e D’Amico, sono prossimi alla scissione dell’atomo: Dini a destra, D’Amico a sinistra. Il Cainano, avendo promesso posti a tutti (persino un «ministero dell’Oceania» al sen. Randazzo), ha più gente sotto casa che capelli in testa. I sismografi rilevano smottamenti dalle parti dell’Udc, a causa della fuoriuscita di gas tossici, fra i quali Carlo Giovanardi. Il popolare Fernandel aveva già anticipato la sua mossa agli eventuali elettori con una lettera al Giornale, subito dopo la nascita del Partito del Popolo delle Libertà sul predellino della Mercedes dell’amato Silvio.

Poi però Silvio aveva smentito di aver mai fondato un partito al posto di Forza Italia, così Fernandel aveva smentito di aver mai scritto al Giornale e aveva avvertito l’Udc di non esser mai uscito, al che dall’Udc gli avevan detto di fare un po’ come gli pare, chè tanto – resti o vada – nessuno si accorge di nulla.

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Così il microcredito sbarca in Italia

Sabato, 24 Novembre 2007

La nostra sfida è quella di non dimenticare l’aspetto sociale ma farlo diventare una realtà commerciale». Andrea Limone, 29 anni, è l’amministratore delegato di Permicro. La sfida della quale parla non è semplice. La neonata società che guida si occupa infatti di microcredito, un modello di successo negli angoli più arretrati della terra ma difficile importazione nel centro di una città occidentale – in questo caso Torino – dove Permicro ha sede in attesa di aprire in altre città italiane. La ricetta è tutto sommato semplice: microprestiti rimborsabili in microrate per promuovere microprogetti imprenditoriali.

Considerato che il suo inventore, Muhammed Yunus, ha vinto il Nobel per la pace ed è stato incoronato da Business Week come uno dei più grandi imprenditori della storia accanto a gente come Henry Ford, Bill Gates e John D. Rockfeller, il modello evidentemente funziona. Almeno, funziona (e bene) nei villaggi del Bangladesh o nelle comunità rurali dell’America Latina. Funzionerà anche in Italia? «Noi crediamo di sì. La nostra idea è di occupare uno spazio di mercato che adesso è libero», spiega Limone. «Chi sceglie di rivolgersi a noi lo fa perché non trova credito in banca e ha come unica alternativa gli strozzini». Solo che nel modello di Yunus il prestito viene fatto ad un gruppo di persone, dove ognuno diventa garante dell’altro e tutti insieme garantiscono che il prestito verrà ripagato. La versione torinese si basa invece sul concetto di «rete». Chi vuole un prestito da Permicro, deve farsi garantire da una rete di interessi che non rischia il proprio patrimonio ma la propria credibilità: parrocchie, organismi religiosi o associativi, comunità nazionali di cittadini extracomunitari. Lo schema è semplice, il cliente ideale non ha garanzie reali da presentare e ha fretta di ottenere i soldi.

Permicro garantisce infatti la rapidità dell’erogazione, attraverso una serie di accordi con intermediari finanziari che hanno strutturato dei prodotti appositamente per loro. «Garantiamo una erogazione in 48 ore. Al cliente chiediamo una idea d’impresa, una serie di referenze personali e una rete di interessi che garantisca per lui». Ovviamente, si fanno prestiti «micro». «Da 2000 a 15 mila euro, rimborsabili in rate che possono variare diciamo da 50 a 300 euro e un interesse di circa il 12%». Però certo, con 2000 euro fai molto poco. Anche con 15 mila, a dire il vero. Almeno a Torino, Milano o Roma. «Noi non ci rivolgiamo certo a chi ha bisogno di 100 mila euro per aprire un ristorante. Per tornare al nostro cliente ideale, con quella somma può finanziare una piccola attività commerciale ambulante, l’acquisto di due computer nuovi per un centro di telefonia e internet, un furgone per mettere su un servizio di consegne, ma anche piccole attività artigianali».

Accanto a Limone e al gruppo di ragazzi (tutti con meno di 35 anni), come presidente c’è un signore con qualche anno in più e una lunga esperienza di banche e finanza, Corrado Ferretti. Dietro di loro, azionisti di peso come il fondo Oltre Venture, dedicato ad iniziative sociali, promosso e guidato da un nome ben noto nella finanzia milanese come Luciano Balbo. In attesa di vedere se il modello funziona, il business principale di Permicro sono però i prestiti personali rivolti agli operatori del terzo settore, dai soci di cooperativi sociali ai dipendenti di organizzazioni non governative.

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La spesa per il global warming migliorerebbe di 200 volte la vita per Aids, Africa, salute

Domenica, 4 Novembre 2007

Fa parte della commissione ONU – l’Ippc – che insieme ad Al Gore ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Al prof. John R. Christy quel riconoscimento non è proprio piaciuto perchè ritiene che così come impostata dagli epigoni di Al Gore la lotta all’inquinamento è priv di senso. Tanto che il professore ha deciso di rfiutare pubblicamente la quota parte del Nobel a lui spettante. Christy contesta la tesi della catastrofe ambientale imminente e ritiene superficiale qualunque previsione sull’evoluzione climatica dei prossimi 100 anni. "mi risulta difficile fare previsioni climatiche accurate per i prossimi 5 giorni" dichiara nel Foglio di ieri, "Il fatto è che madre natura opera a un livello di complessità che, al punto in cui siamo oggi, va oltre i poteri dei comuni mortali (come gli scienziati) e degli strumenti a loro disposizione". Il professore indica tutta una serie di dati che dimostrano la ciclità dei fenomeni che si stanno registrando in questi anni. Uno per tutti: l’Antartico ha raggiunto il massimo storico di congelamento dei mari. Per Christy "se anche riducessimo della metà le emissioni degli Stati Uniti entro il 2020 le temperature scenderebbero in misura infinitesimale. Quel che spendiamo per ridurre così marginalmente il global warming porterebbe benefici da 50 a 200 volte superiori se ci concentrassimo sulla sanità, la prevenzione dell’Aids e la depurazione delle acque del continente africano".

Musei gratis? Sarkozy lo fa e perchè noi no?

Giovedì, 25 Ottobre 2007

Il ministro della Cultura in Francia è arrivato alle conclusioni dalle quali io ero partito nel breve periodo in cui fui sottosegretario ai Beni culturali in Italia. Con particolare turbamento di funzionari e direttori di museo avevo proposto la gratuità d’accesso ai musei. Le mie motivazioni erano in un certo senso filosofiche, e puntavano a dare maggior fondamento all’educazione dei cittadini che prevede una pubblica utilità per le biblioteche mentre vede i musei come luoghi di piacere, facoltativi rispetto alla formazione. Come dire che nessuno pagherebbe per visionare e consultare un libro antico e tanto meno per leggere un classico come Dante o Machiavelli. Non si capisce, quindi, perché si dovrebbe pagare per vedere Botticelli.
Forse che il piacere estetico visivo ha un carattere più edonistico dei libri che nutrono l’intelligenza? Forse che ciò che è bello è meno necessario di ciò che è buono? Sulla base di questa sottovalutazione del gusto estetico noi ci siamo abituati ad immaginare i musei come fonti di profitto, e facoltativa l’educazione al gusto. Musei e mostre sono spettacoli che garantiscono un piacere che deve essere pagato.
Un diverso concetto deve aver guidato il governo inglese se musei non meno importanti di quelli italiani come la National Gallery e il British Museum di Londra sono a ingresso gratuito anche grazie a una battaglia condotta vittoriosamente da un illustre storico dell’arte come Denis Mahon. Da noi non è avvenuto se non episodicamente e, per esempio, in tempi recenti, a Bologna, dove la percentuale di affluenza ai musei era così bassa che era più costoso pagare l’impiegato della biglietteria. Così, razionalmente, accade che alcune amministrazioni, e Bologna l’ha fatto, scelgano, senza altri modelli, la gratuità dell’accesso ai musei.
Oggi la Francia, con una sperimentazione più radicale, dal 1° gennaio 2008 al 30 giugno 2008, ha stabilito la gratuità totale per le collezioni permanenti di 14 musei, fra i quali alcuni particolarmente importanti come il Museo Magnin a Digione, il Museo Nazionale di Limoges e alcuni prestigiosi musei parigini con aperture alternativamente gratuite e a pagamento. Tutti i giorni il museo Guimet, il museo di Arti e mestieri e il museo di Cluny. Il mercoledì il museo Nazionale d’Arte moderna, il venerdì il Louvre. Quest’ultima decisione è particolarmente significativa per l’altissimo numero di presenze del primo museo di Francia e forse d’Europa. Si stima che la decisione comporti una perdita di circa 2 milioni e 200mila euro, cui lo Stato francese risponde con un’adeguata compensazione. In Italia sarebbe certamente possibile. In parte l’ho stabilito per i musei di Milano, con l’eccezione delle collezioni del Castello che hanno un attivo di circa 600mila euro. È chiaro che l’esercizio di un pubblico servizio deve comportare questa e ben altra spesa, ma il pregiudizio sul patrimonio artistico come nostro «petrolio» ha devastato molte menti un tempo pensanti, facendo dimenticare la finalità e l’obiettivo dello studio della storia dell’arte. Per questo l’iniziativa del ministero francese ha tutto il mio plauso, anche se per la quantità dei musei italiani e per il loro medio e grande interesse, è difficile immaginare che l’integrazione per i biglietti mancanti possa corrispondere alla piccola cifra di 2 milioni e 200mila euro. Ben più ampio il profitto derivante dal patrimonio artistico italiano e dal commercio che vi si muove intorno. Ma non è una buona ragione per perdere l’opportunità di contribuire alla formazione del gusto estetico dei cittadini avviandoli nei musei gratuitamente e in orari serali. Chi in Italia l’ha sperimentato non ha potuto che compiacersene vedendo crescere il pubblico dei musei che potrebbe diventare anche stanziale se vi fossero servizi di ristoro, aree di soggiorno e di lettura che li rendessero ameni e gradevoli. In parte, a Milano, questo è stato realizzato alla Triennale dove non vi sono collezioni stabili, ma soltanto mostre temporanee. Cosicché i palazzi delle esposizioni potrebbero fornire lo spettacolo dell’arte con allestimenti temporanei, mentre i musei potrebbero svolgere una funzione complementare alle biblioteche. Quando la retorica del nostro «petrolio» sarà finita si potrà iniziare a ragionare in questi termini.
(Vittorio Sgarbi Il Giornale 25 ottobre 2007)

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La casta dei produttori: lo Stato finanzia film che fanno flop al botteghino

Mercoledì, 10 Ottobre 2007

Hanno dei nomi diversi, a volte suggestivi: Achab, Artimagiche, Poetiche Cinematografiche; a volte incomprensibili (Wunderkammer, Pequod). Alcune si rifanno a grandi film del passato (Solaris Cinematografica), altre, più prosaicamente, sembrano farmaci senza ricetta (Axelotil). C’è persino una Sistina Cinematografica che ha prodotto un film su Giovanni Paolo II mentre fa la cyclette in scarpe da ginnastica. Nomi diversi, un’unica certezza: un sacco di soldi. Tutti dallo Stato e dunque dalle tasche dei contribuenti.

Già, perché il favoloso mondo delle case di produzione in Italia è proprio questo: un mondo felice e dorato e libero, dove alcuni eletti mettono in piedi alcune piccole società (che spesso chiudono e poi riaprono con altro nome) e vivono dei soldi dello Stato che finanzia film di infimo livello senza preoccuparsi di un riscontro al botteghino. Insomma: un mondo in cui i debiti non si pagano e non si prova nemmeno a pagarli.

È sempre stato così da più di dieci anni, da quando cioè nel 1994 il governo ha approvato il Dl n. 26 con cui, introducendo il concetto di film di "interesse culturale nazionale", si prevede la possibilità per ogni film "culturale" di un finanziamento da parte dello Stato di una somma fino al 90 per cento del budget preventivato. In linea teorica si tratterebbe di un "prestito", ma di fatto mancano gli strumenti per far rientrare questo denaro, dunque nella pratica sono tutti finanziamenti a fondo perduto.

Ne hanno approfittato in tanti. Qualche esempio: Enzo Porcelli è un piccolo produttore che ha messo in piedi negli anni due piccole case: Achab e Alia film. Dal 1994 al 2005 ha prodotto (coi soldi dello Stato) 15 film, regalandoci opere come "Santo Stefano" di Angelo Pasquini, "Donna del nord" di Fulvio Wetzl, "Vuoti a perdere" di Massimo Costa, "W la scimmia" di Marco Colli, l’impagabile "Branchie" di Francesco Martinotti, "Delinquente per tendenza" di Antonio Tibaldi. Ha anche un film in lavorazione da due anni, il Porcelli, "Piede di Dio" di Luigi Sardiello; e uno appena sbarcato in concorso alla Festa del Cinema di Roma: "L’uomo privato" di Emidio Greco.

Ma avevate mai visto o sentito parlare dei film di Porcelli? No, ovviamente: perché alcuni film come "Delinquente per tendenza" (2000) non sono mai usciti e perché la maggior parte dei film ha avuto, per usare un eufemismo, poca fortuna al botteghino. Morale della favola: Porcelli ha avuto dallo Stato più di 11 milioni di euro e ne ha restituiti poco più di 700 mila. Mica male.

Ma c’è chi ha fatto peggio. La Gam Film e la Tecnovisual di Gherardo Pagliei hanno ricevuto qualcosa come 20 milioni di euro circa per 15 film finanziati in 10 anni di attività, con un finanziamento medio a film di circa 1.300.000 euro. I soldi restituiti sono meno del 2 per cento. Un listino di bufale clamorose: "Fondali notturni" di Nino Russo (6.000 euro di incasso), "Riconciliati" di Rosalia Polizzi (7.611), "Il guardiano" di Egidio Eronico (3.551 euro), "Azzurro" di Denis Ramaglia (5.658), "Hermano" di Giovanni Robbiano (3.914). Una casa di produzione coi buchi, con un paio di film mai usciti, sebbene firmati da un regista di grido (Peter Greenaway, presente in Concorso all’ultima Mostra di Venezia).

Pagliei ha anche un film che risulta in lavorazione dal 2003, che non pare proprio un capolavoro in grado di risollevare le sorti della casa: si chiama "Oliviero Rising" e il regista è il famoso Ricky Roseo. Lo scenario ha dell’incredibile: c’è un’azienda che va male, che chiede un sacco di soldi di finanziamenti pubblici, che non incassa un tubo, produce opere che nella maggior parte dei casi si rivelano un flop, non piacciono alla critica, né al pubblico, né agli esercenti che non ci pensano due volte a far sparire il film dalle sale dopo pochi giorni di programmazione.

In un regime di libero mercato, quell’azienda andrebbe fallita e i creditori si farebbero sentire. Ma non nel favoloso mondo del cinema italiano, dove tutto è concesso (ai soliti noti) e i debiti sono un optional. A rimetterci sono i critici cinematografici, costretti a vedere colossali atrocità; il pubblico, in fuga dai cinema; gli esercenti, costretti a districarsi tra pellicole che farebbero collassare qualsiasi cinema; e i contribuenti tutti, costretti a pagare di tasca propria film orribili che non vedranno mai.

Ma non è finita qui: un’altra grande "casa parassita" è il terzetto costituito da Poetiche Cinematografica, Caviar e Sharada. Il titolare unico, Andrea De Liberato, ha chiesto e ottenuto dallo Stato quasi 15 milioni di euro, restituendo spiccioli (meno di 250 mila euro). Ma i registi della scuderia De Liberato non sono proprio da Hollywood: Claudio Caligari, Nicola Molino, Antonio Baiocco, Nicola Barnaba, Gianfranco Giagni, Carmine Fornari. Perfetti sconosciuti per perfetti disastri al botteghino. Anche in questo caso, un film mai uscito: "Anni rapaci" di Claudio Caligari (2.162.960 euro "prestati" dallo Stato).

Non tutti i nomi sono proprio sconosciuti: molti figli d’arte o ex attori o gli stessi registi appaiono come responsabili di alcune case di produzione. La Titania Produzioni, per esempio, ha due responsabili: Stefania Bifano e Ida Di Benedetto, ex attrice e compagna di Giuliano Urbani, titolare del dicastero per i Beni Culturali (da cui dipendono i finanziamenti al cinema) sotto il governo Berlusconi. I finanziamenti per la Di Benedetto arrivano a pioggia proprio in quel periodo. Poco più di 7 milioni di euro tra il 2001 e il 2005 per quattro film tra cui "L’educazione fisica delle fanciulle" di John Irvin e "Rosa Funzeca" di Aurelio Grimaldi. La Titania, che ha presentato come evento fuori Concorso all’ultima Mostra di Venezia il soporifero "Hotel Meina" di Carlo Lizzani ha restituito finora meno del 6 per cento allo Stato.

Sapore di fiasco. Un altro ex attore che si è messo in affari con lo Stato è Massimo Ciavarro, protagonista di alcune commedie degli anni Ottanta e ora titolare della Dharma 3. Dal 2002 a oggi ha prodotto 4 film per circa 2 milioni e mezzo di euro: uno non è neanche uscito (Beats di Alfredo Coltelli). Gli altri sono il flop "Agente matrimoniale" di Cristian Bisceglia e il film della ex moglie di Ciavarro, l’attrice Eleonora Giorgi, "Uomini & donne, amori & bugie", finanziato nel 2002 con poco più di 1 milione di euro, disprezzato dalla critica e snobbato dal pubblico (appena 47.464 euro di incasso). Attendiamo con ansia il nuovo film della Giorgi, "L’ultima estate" (400 mila euro di finanziamento), ancora in lavorazione.

Uno dei big del cinema finanziato è Rocco Cesareo, talentuoso regista dell’imprescindibile "Il popolo degli uccelli" e dell’epico "Gli angeli" di Borsellino. Cesareo si è prodotto i film da solo: ha aperto la Silva Film di cui è unico titolare e ha ottenuto dallo Stato complessivamente 3.870.294 euro per tre film restituendo meno di 120 mila euro. Il terzo film che il fiuto di Cesareo non poteva lasciarsi sfuggire è "Mathilde" di Nina Mimica Falomi, finanziato nel 2002 e mai uscito.

Anche Giuseppe Ferrara, il noto regista de "I banchieri di Dio", il film sul caso Calvi in cui il vero mandante dell’omicidio, Giovanni Paolo II, è inquadrato "per ragioni di rispetto" da dietro con le scarpe da ginnastica mentre fa la cyclette, si è autoprodotto il film con la sua Sistina Cinematografica. E ne ha prodotto un altro, "E ridendo l’uccise" di Florestano Vancini. In totale 5 milioni e mezzo di euro circa per una redditività del 7 per cento.

Anche il regista Marco Risi, figlio di Dino, ha avuto la sua casa di produzione, la Sorpasso Film in collaborazione con Maurizio Tedesco. Otto milioni di euro per 5 film finanziati tra il ‘97 e il 2004, anno della chiusura dell’attività. Incassi irrisori per tutti i film. Il migliore è stato "L’odore della notte" di Claudio Caligari (250 mila euro circa), il peggiore, "Sole negli occhi" di Andrea Porporati (poco più di 20 mila). Due i film mai usciti: "Borgo vecchio" di Beppe Cino, finanziato nel 2002 e "Balletto di guerra" di Mario Rellini (2004).

Poi ci sono i produttori che hanno almeno il pudore di chiudere i battenti. Gianfranco Piccioli è stato titolare della Hera International Film, in attività tra il 1995 e il 2000. Ha avuto quasi 9 milioni di euro di finanziamenti per film discutibili come "Cervelli fritti impanati" di Maurizio Zaccaro, "Alleluia, alleluia" di Giacomo Battiato (mai uscito), "Un delitto impossibile" di Antonello Grimaldi e "Honolulu Baby" di Maurizio Nichetti. Il Piccioli ha restituito circa il 10 per cento allo Stato prima di chiudere col cinema. Troppo grande però il suo amore per il grande schermo: nel 2004 ritroviamo Gianfranco Piccioli a capo di una nuova Casa, Settima Luna che ha già avuto quasi 1 milione di euro per "Non aver paura" di Angelo Longoni.

La famiglia prima di tutto. Infine, le famiglie del cinema: la famiglia Verdecchi controlla quattro società: Misami Film, Orango Film, Veradia Film e Verdecchi Film. In totale hanno prodotto 9 film e riscosso dallo Stato più di 12 milioni di euro. Un film non è mai uscito ("Sfiorarsi" di Angelo Orlando), gli altri non sono proprio dei capolavori: "Maestrale" di Sandro Cecca, "Texas ¹46" di Giorgio Serafini, "Ponte Milvio" di Roberto Meddi, "Ascolta la canzone del vento" di Matteo Petrucci, "Prendimi e portami via" di Tonino Zangardi e i due kolossal di Claudio Bondì, "L’educazione di Giulio" e "De reditu". Incassi totali: 280 mila euro circa, il 2,3 per cento dei 12 milioni avuti dallo Stato.

Chiudiamo in bellezza con il parassita più vorace del nostro cinema: Massimo Vigliar per la Surf Film. Fondata nel 1982, la Surf Film è una piccola casa specializzata in flop al botteghino. Titoli come "Bibo per sempre" di Enrico Coletti (2000), "Una notte con Sabrina Love" di Alejandro Agresti (2001), il mitico, imperdibile "The Mark" di Mariano Equizzi (2003) hanno ottenuto tra gli incassi più bassi di sempre del cinema italiano. Facile attendersi risultati analoghi da "Complici del silenzio" di Daniel Costantini (1.500.000 euro di finanziamento). Difficile però ripetere l’exploit di "Oltre la giustizia" di José Juan Jusid che incassò 995 euro nei cinema di tutta Italia, con una redditività complessiva dello 0,05 per cento sui quasi 2 milioni di euro ottenuti dallo Stato. Veramente il peggiore di tutti.

Anche se la palma d’oro dello spreco di denaro potrebbe essere reclamata anche da qualcun altro. Alessandro Perella che con la sua Tecno Film per i suoi due film prodotti nel 2003, "Maria sì" di Piero Livi e "Vicino al fiume" di Carlo Marcucci ha sfiorato i 3 milioni di euro di prestito. Il Perella non ha restituito spiccioli. Ha fatto cifra tonda: zero.

(continua…)

E’ finita la pacchia dei finanziamenti pubblici ai giornali

Mercoledì, 25 Luglio 2007

(Apcom) – L’accesso ai contributi diretti per giornali di forze politiche sarà consentito soltanto a quelle testate espressione di forze politiche che abbiamo il gruppo parlamentare in una delle due Camere o almeno due rappresentanti eletti al Parlamento europeo. E’ questa una delle novità del Ddl sulla nuova disciplina dell’editoria che verrà esaminato dal prossimo consiglio dei ministri, pubblicato in anteprima sul sito di Radio radicale.

Le testate che perdono, in funzione di questa norma, la qualifica di organo di forze politiche, continuano a percepire i contributi a condizione che, entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge, si trasformino in cooperative giornalistiche. "Ai fini dell’accesso ai contributi diretti – si legge all’articolo 18, comma 3, del ddl che riordina i criteri di accesso alle misure di sostegno – per giornali organi di forze politiche, si intendono i quotidiani e periodici, anche su Internet, che, come da esplicita menzione riportata in testata, e limitatamente a una sola testata, siano riconosciuti come propria espressione da forze politiche che, nell’anno di riferimento dei contributi, abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o almeno due rappresentanti eletti nelle proprie liste al Parlamento europeo".

Il ddl, che ha per scopo "la tutela e la promozione del principio del pluralismo dell’informazione", riconosce anche il sostegno con contribuzione diretta alle "imprese editrici di quotidiani costituite in forma societaria la cui maggioranza delle azioni o quote sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali senza finalità di lucro" le quali "accedono ai contributi a condizione che alla data del 31 dicembre 2005 abbiano già maturato il diritto ai contributi previsti dalla previgente disciplina, e abbiano mantenuto la medesima forma societaria negli anni successivi".

Il disegno di legge, oltre ad accordare contributi per le testate in lingua italiana diffuse all’estero e le testate di minoranze linguistiche, prevede che le testate che perdono, in virtù delle norme contenute nel presente ddl, la qualifica di organo di forze politiche, continuano a percepire i contributi a condizione che, entro un anno, si trasformino in cooperative giornalistiche (ad esclusione dell’applicazione dei requisiti di anzianità di costituzione e di pubblicazione).