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Socialismo antiprogressista (by de Benoist)

Domenica, 2 Settembre 2012

Questo testo tutto da meditare, pubblicato da Diorama Letterario del 9-7-2012 e ampiamente circolato in Rete, viene riproposto riassunto in questa sede per la sua eccezionale rilevanza e per la sua pertinenza con l’articolo di Cossu che appare immediatamente sotto (N.d.d.)

Come osserva Serge Salimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l’occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l’ordine economico, a proteggere l’argenteria della gente del castello» .
La domanda che si pone è: perché? Quali sono le cause di questa deriva? La si può spiegare unicamente con l’opportunismo dei singoli, ex rivoluzionari divenuti notabili? Bisogna vedervi una lontana conseguenza dell’avvento del sistema fordista? Un effetto della congiuntura storica, cioè del crollo del blocco sovietico che ha annientato l’idea di una credibile alternativa al sistema di mercato?
Ne Le complexe d’Orphée, il suo ultimo libro pubblicato, Jean-Claude Michéa dà una risposta più originale e anche più profonda: la sinistra si è separata dal popolo perché ha aderito molto presto all’ideologia del progresso, che contraddice nettamente tutti i valori popolari .
Fondamentalmente orientata verso l’avvenire, la filosofia dei Lumi, come si sa, demonizza le nozioni di «tradizione», «consuetudine», «radicamento», vedendovi solo superstizioni superate e ostacoli alla trionfale marcia in avanti del progresso. Tendendo all’unificazione del genere umano e contemporaneamente all’avvento di un universo «liquido» (Zygmunt Bauman), la teoria del progresso implica il ripudio di ogni forma di appartenenza «arcaica», ossia anteriore, e la distruzione sistematica della base organica e simbolica delle solidarietà tradizionali (come fece in Inghilterra il celebre movimento delle enclosures, che costrinse all’esodo migliaia di contadini privati dei loro diritti consuetudinari, per convertirli in manodopera proletaria sradicata e dunque sfruttabile a volontà nelle manifatture e nelle fabbriche ). In un’ottica «progressista», ogni giudizio positivo sul mondo così com’era una volta rientra dunque necessariamente nell’ambito di un passatismo «nostalgico»: «Tutti coloro i quali – ontologicamente incapaci di ammettere che i tempi cambiano – manifesteranno, in qualunque campo, un qualsiasi attaccamento (o una qualsiasi nostalgia) per ciò che esisteva ancora ieri tradiranno così un inquietante “conservatorismo” o addirittura, per i più empi tra loro, una natura irrimediabilmente “reazionaria”» . Il mondo nuovo deve essere necessariamente edificato sulle rovine del mondo di prima. Poiché la liquidazione delle radici forma la base del programma, se ne deduce che «solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica» (Christopher Lasch).
Questa è la rappresentazione del mondo che, nel XVIII secolo, ha accompagnato l’ascesa sociale della borghesia e, con essa, la diffusione dei valori mercantili. Atteggiamento moderno corrispondente a un universalismo astratto nel quale Friedrich Engels vedeva, a giusta ragione, il «regno idealizzato della borghesia». (Anche Sorel, a suo tempo, aveva sottolineato il carattere profondamente borghese dell’ideologia del progresso). Ma anche antico comportamento monoteista che scaglia l’anatema contro le realtà particolari in nome dell’iconoclastia del concetto, vecchio atteggiamento platonico che discredita il mondo sensibile in nome delle idee pure .
La teoria del progresso è direttamente associata all’ideologia liberale. Il progetto liberale nasce, nel XVII secolo, dal desiderio di farla finita con le guerre civili e di religione, rifiutando al contempo l’assolutismo, ritenuto incompatibile con la libertà individuale. Dopo le guerre di religione, i liberali hanno creduto che si potesse evitare la guerra civile solo smettendo di appellarsi a valori morali condivisi. Erano favorevoli a uno Stato che, per quanto riguardava la «vita buona», fosse neutro.
Poiché la società non poteva più essere fondata sulla virtù, il buon senso o il bene comune, la morale doveva restare un affare privato (principio di neutralità assiologia). L’idea generale era che si poteva fondare la società civile solo sull’esclusione di principio di ogni riferimento a valori comuni – il che equivaleva, in compenso, a legittimare qualunque desiderio o capriccio che fosse oggetto di una scelta «privata».
Il progetto liberale, spiega Jean-Claude Michéa, ha prodotto due cose: «Da un lato, lo Stato di diritto, ufficialmente neutro sul piano dei valori morali e “ideologici”, e la cui unica funzione è di badare che la libertà degli uni non nuoccia a quella degli altri (una Costituzione liberale ha la stessa struttura metafisica del codice della strada). Dall’altro, il mercato auto-regolatore, che si presume permetta a ciascuno di accordarsi pacificamente con i suoi simili sull’unica base dell’interesse ben compreso delle parti interessate» .
Durante tutta la prima parte del XIX secolo, sono appunto i liberali a formare il cuore della «sinistra» parlamentare dell’epoca (il che spiega il senso che ha conservato oggi negli Stati Uniti la parola liberal). I liberali riprendono quell’idea fondamentalmente moderna consistente nel vedere nello «sradicamento dalla natura e dalla tradizione il gesto emancipatore per eccellenza e l’unica via d’accesso a una società “universale” e “cosmopolita» . Benjamin Constant, per citare solo lui, è il primo a celebrare quella disposizione della «natura umana» che induce a «immolare il presente all’avvenire».
Mentre la III Repubblica vede la borghesia assumere a poco a poco l’eredità della rivoluzione del 1789, il movimento socialista si struttura in associazioni e partiti. Ricordiamo che la parola «socialismo» appare solo verso il 1830, in particolare in Pierre Leroux e Robert Owen, nel momento in cui il capitalismo si afferma come forza dominante. Il diritto di sciopero è riconosciuto nel 1864, lo stesso anno della fondazione della I Internazionale. Orbene, i primi socialisti, la cui base sociale si torva soprattutto tra gli operai di mestiere, non si presentano affatto come uomini «di sinistra». Michéa ricorda, d’altronde, che «il socialismo non era, in origine, né di sinistra né di destra»  e che non sarebbe mai venuto in mente a Sorel o a Proudhon, a Marx o a Bakunin di definirsi come uomini «di sinistra». A parte i «radicali», la «sinistra», all’epoca, non designa niente.
In origine, il movimento socialista si pone, in effetti, come forza indipendente, sia nei confronti della borghesia conservatrice e dei «reazionari» che dei «repubblicani» e di altre forze di «sinistra». Ovviamente, si oppone ai privilegi di caste legate alle gerarchie dell’Ancien Régime – privilegi conservati in altra forma dalla borghesia liberale – ma si oppone ugualmente all’individualismo dei Lumi, ereditato dall’economia politica inglese, con la sua apologia dei valori mercantili, già così ben criticati da Rousseau. Esso, dunque, non abbraccia le idee della sinistra «progressista» e comprende bene che i valori di «progresso» esaltati dalla sinistra sono anche quelli cui si richiama la borghesia liberale che sfrutta i lavoratori. In realtà, lotta, al contempo, contro la destra monarchica e clericale, contro il capitalismo borghese, sfruttatore del lavoro vivo, e contro la «sinistra» progressista erede dei Lumi. Si è così in un gioco a tre, molto differente dallo spartiacque destra-sinistra che si imporrà all’indomani della Prima Guerra mondiale.
È, d’altronde, contro il riformismo e il parlamentarismo della «sinistra» che il socialismo proudhoniano o il sindacalismo rivoluzionario soreliano oppongono allora l’ideale del mutualismo o dell’autonomia dei sindacati e la volontà rivoluzionaria all’opera nell’«azione diretta» – ideale che si cristallizzerà nel 1906 nella celebre Carta di Amiens della CGT.
I primi socialisti non erano nemmeno avversari del passato. Più esattamente, distinguevano molto bene ciò che, nell’Ancien Régime, rientrava nell’ambito del principio di dominazione gerarchica, da essi rifiutato, e ciò che dipendeva dal principio «comunitario» (la Gemeinwesen di Marx) e dai valori tradizionali, morali e culturali che lo sottendevano. «Per i primi socialisti, era chiaro che una società nella quale gli individui non avessero avuto più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati non poteva costituire una comunità degna di questo nome» . Proprio per questo, Pierre Leroux, uno dei primissimi teorici socialisti, affermava non soltanto che «la società non è il risultato di un contratto», ma che, «lungi dall’essere indipendente da ogni società e da ogni tradizione, l’uomo trae la sua vita dalla tradizione e dalla società».
In Francia, l’alleanza storica tra il socialismo (influenzato prima dalla socialdemocrazia tedesca e poi dal marxismo) e la «sinistra» progressista si instaura all’epoca dell’affare Dreyfus (1894). Svolta profondamente negativa. Nato dalla preoccupazione di una «difesa repubblicana» contro la destra monarchica, clericale o nazionalista, si delinea un compromesso che partorirà in primo luogo i cosiddetti «repubblicani progressisti». Si crea allora una confusione tra ciò che è emancipatore e ciò che è moderno, i due termini essendo a torto ritenuti sinonimi.
È in questo momento, scrive Michéa, che il movimento socialista è stato «progressivamente indotto a sostituire alla lotta iniziale dei lavoratori contro il dominio borghese e capitalista quella che avrebbe presto opposto – in nome del “progresso” e della “modernità – un “popolo di sinistra” e un “popolo di destra” (e, in questa nuova ottica, era evidentemente scontato che un operaio di “sinistra” sarebbe stato sempre infinitamente più vicino a un banchiere di sinistra o a un dirigente di sinistra del FMI che a un operaio, a un contadino o a un impiegato che dava i suoi voti alla destra)» . Allora – e soltanto allora – la causa del popolo ha cominciato a divenire sinonimo di quella di progresso, all’insegna di una «sinistra» che voleva essere anzitutto il «partito dell’avvenire» (contro il passato) e l’annunciatrice dei «domani che cantano», ossia della modernità in marcia. Soltanto allora si è reso necessario, quando ci si voleva situare «a sinistra», ostentare un «disprezzo di principio per tutto ciò che aveva ancora il marchio infamante di “ieri” (il mondo tenebroso del paese d’origine, delle tradizioni, dei “pregiudizi”, del “ripiegamento su se stessi” o degli attaccamenti “irrazionali” a esseri e luoghi)» . Il movimento socialista, e poi comunista, riprenderà dunque per proprio conto l’ideale «progressista» del produttivismo ad oltranza, di quel progetto industriale e iperurbano che ha completato lo sradicamento delle classi popolari, rendendole ancora più vulnerabili all’influenza della Forma-Capitale. (Il che spiega anche che quell’ideale abbia ricevuto una migliore accoglienza tra gli operai già sradicati che tra i contadini).
D’ora innanzi, per difendere il socialismo, bisognava credere alla promessa di una marcia in avanti dell’umanità verso un universo radicalmente nuovo, governato soltanto dalle leggi universali della ragione. Per essere «di sinistra», bisognava classificarsi tra coloro che, per principio, rifiutano di guardare indietro, così come fu intimato a Orfeo. Separato dalle sue radici, il movimento operaio è stato nello stesso tempo privato delle condizioni e dei mezzi della sua autonomia. Come aveva ben visto George Orwell, la religione del progresso priva infatti l’uomo della sua autonomia nel momento stesso in cui pretende di garantirla emancipandolo dal passato. Orbene, sottolinea Michéa, «dal momento in cui un individuo (o una collettività) è stato spossessato dei mezzi della sua autonomia, non può più perseverare nel suo essere se non ricorrendo a protesi artificiali. Ed è appunto questa vita artificiale (o “alienata”) che il consumo, la moda e lo spettacolo hanno il compito di offrire a titolo di compensazione illusoria a tutti coloro la cui esistenza è stata così mutilata» .
Poiché la sinistra si considera innovatrice, il capitalismo sarà nello stesso tempo denunciato come «conservatore». Altra deriva fatale, perché la Forma-Capitale è tutto tranne che conservatrice! Marx aveva già mostrato bene il carattere intrinsecamente «progressista» del capitalismo, cui riconosceva il merito di aver soppresso il feudalesimo e annegato tutti gli antichi valori nelle «gelide acque del calcolo egoistico». A questo tratto fondante se ne aggiunge un altro, tipico delle forme moderne di questo stesso capitalismo. «Una economia di mercato integrale», spiega Michéa, «può funzionare durevolmente solo se la maggior parte degli individui ha interiorizzato una cultura della moda, del consumo e della crescita illimitata, cultura necessariamente fondata sulla perpetua celebrazione della giovinezza, del capriccio individuale e del godimento immediato.  Dunque, è proprio il liberalismo culturale (e non il rigorismo morale o l’austerità religiosa) a costituire il complemento psicologico e morale più efficace di un capitalismo di consumo» . Ora, diventando «di sinistra», il socialismo ha fatto suoi anche i principi del liberalismo culturale. La sinistra «permissiva» è così divenuta il naturale humus di espansione della Forma-Capitale. È il capitalismo che permette meglio di «godere senza ostacoli»!
Per decenni, sotto l’etichetta di «sinistra», si troveranno dunque associate, in una permanente ambiguità, due cose totalmente differenti: da una parte, la giusta protesta morale della classe operaia contro la borghesia capitalista, e, dall’altra, la credenza liberale borghese in una teoria del progresso la quale afferma, in linea di massima, che «prima» non ha potuto che essere peggiore e che «domani» sarà necessariamente migliore. In effetti, il movimento socialista è veramente degenerato dal momento in cui è divenuto «progressista», ossia a partire dal momento in cui ha aderito alla teoria (o alla religione) del progresso – cioè alla metafisica dell’illimitato – che costituisce il cuore della filosofia dei Lumi, e dunque della filosofia liberale. Essendo la teoria del progresso intrinsecamente legata al liberalismo, la «sinistra», diventando «progressista», si condannava a confluire un giorno o l’altro nel campo liberale. Il verme era nel frutto. Il liberalismo culturale annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico. L’ultimo bastione a cedere è stato il partito comunista, che ha progressivamente smesso di svolgere il ruolo che in passato ne aveva decretato il successo: fornire «alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi» .
Ciò che Michéa dice della sinistra potrebbe, beninteso, essere detto della destra, con una dimostrazione inversa: la sinistra ha aderito al liberalismo economico perché era già acquisita all’idea di progresso e al liberalismo «societale», mentre la destra ha aderito al liberalismo dei costumi perché ha prima adottato il liberalismo economico. Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un’economia di mercato che non smette di distruggerli: «Il liberalismo economico integrale (ufficialmente difeso dalla destra) reca in sé la rivoluzione permanente dei costumi (ufficialmente difesa dalla sinistra), proprio come quest’ultima esige, a sua volta, la liberazione totale del mercato» . Ciò spiega che destra e sinistra confluiscano oggi nell’ideologia dei diritti dell’uomo, il culto della crescita infinita, la venerazione dello scambio mercantile e il desiderio sfrenato di profitti. Il che ha almeno il merito di chiarire le cose.
La sinistra si è molto presto convinta che la globalizzazione del capitale rappresentava una evoluzione ineluttabile e un avvenire insuperabile, con la politica che, nello stesso tempo, si adattava alla globalizzazione economica e finanziaria. Il grande divorzio tra il popolo e la sinistra ne è stata la conseguenza più clamorosa.
Ormai, la sinistra celebra la crescita, ossia la produzione di merci all’infinito, negli stessi termini dei liberali, il nemico non è più il capitalismo che sfrutta il lavoro vivo degli uomini, ma il «reazionario» che ha il torto di rimpiangere il passato.
I «valori» della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori «progressisti»: immigrazionismo, apertura o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale, depenalizzazione di certe droghe, ecc., tutte opzioni con le quali la classe operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmente.
Poiché l’obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria, regolarmente descritte come il risorgere di una mentalità reazionaria e arretrata, «ciò spiega», constata Jean_Claude Michéa, «che il “migrante” sia progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l’arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria o, a più forte ragione, il contadino, che il suo legame costitutivo con la terra destinava a diventare la figura più disprezzata – e più derisa – della cultura capitalistica» ..
Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l’anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l’individualismo radical chic e l’internazionalismo con il cosmopolitismo o l’«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali.
Non è sorprendente nemmeno che il popolo, così deluso, si volga frequentemente verso movimenti descritti con disprezzo come «populisti» (uso peggiorativo che manifesta un evidente odio di classe). Georges Sorel diceva che «il sublime è morto nella borghesia, che è dunque condannata a non avere più una morale». Anche Michéa parla di morale. Ma qui non si tratta del «sublime», bensì della decenza comune (common decency) tanto spesso celebrata da Orwell.
«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l’uomo a tenere conto dell’altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Michéa, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da una esperienza morale» . Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è infatti uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell’onore, la solidarietà ed è all’opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire» che per Marcel Mauss era il fondamento del dono e del controdono. A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l’ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l’immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti. Ma è altresì essa che, oggi, protesta con tutta la sua forza contro quella sinistra «moderna» di cui un Dominique Strass-Kahn è il simbolo e nella quale non si riconosce più. «Da questo punto di vista», scrive Michéa, «il progetto socialista (o, se si preferisce l’altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi» .
Come si è capito, Michéa non critica la sinistra da un punto di vista di destra – e ce ne rallegriamo – bensì in nome dei valori fondanti del socialismo delle origini e del movimento operaio. Tutta la sua opera si presenta, d’altronde, come uno sforzo per ritrovare lo spirito di questo socialismo delle origini e porre le basi del suo rinnovamento nel mondo di oggi. Assumendo la difesa della «gente normale», egli rifiuta anzitutto che si screditino valori di radicamento e strutture organiche che, in passato, sono stati spesso l’unica protezione di cui disponevano i più poveri e i più sfruttati.
Non è un punto di vista isolato. Il percorso di Jean-Claude Michéa si inscrive piuttosto in una vasta galassia, dove troviamo, in primo luogo, ovviamente, il grande George Orwell, al quale Michéa ha dedicato un libro notevole (Orwell, anarchiste tory), come pure Christopher Lasch, teorico di un «populismo» socialista e comunitario, grande avversario dell’ideologia del progresso , di cui ha contribuito più di chiunque altro a far conoscere il pensiero in Francia. Vi troviamo anche, per citare solo pochi nomi, il giovane Marx critico dei «diritti dell’uomo», i primi socialisti francesi, William Morris, Charles Péguy e Chesterton, l’Antonio Gramsci che sottolinea l’importanza delle culture popolari, il Pasolini degli Scritti corsari (colui che diceva: «Ciò che ci spinge a tornare indietro è umano e necessario tanto quanto ciò che ci spinge ad andare avanti»), Clouscard e la sua critica dei liberali-libertari, Jean Baudrillard e la sua denuncia della «sinistra divina», i films di Ken Loach e di Guédiguian, la canzoni di Brassens, senza dimenticare Walter Benjamin, Cornelius Castoriadis, Jaime Semprun, Anselm Jappe, Serge Latouche[...]  a. de benoist giornale del ribelle (via arianna editore)

 

Da “Fare Futuro” ad “Agenda” – la parabola di Fini

Venerdì, 13 Luglio 2012

La parabola di Fini. La prima fondazione si chiamava ambiziosamente: Fare Futuro. Quella varata ieri: Agenda. Dallo strategia alla tattica. temis

La Casta a casa!

Martedì, 10 Gennaio 2012

Claudio Scajola e Filippo Patroni Griffi hanno la vista Colosseo. Niccolò Pollari la piscina. Giulio Tremonti è a due minuti a piedi dall’ingresso della Camera. Ogni metro quadrato ha il suo valore aggiunto. E un requisito indispensabile per l’anima immobiliare del potere: il prezzostracciato.C’è chi si è affidato a Propaganda Fide: missionari dediti all’evangelizzazione dei popoli o fortunati inquilini del centro di Roma? Il loro padre spirituale è l’ex ministro Pietro Lunardi. Lui dalla Curia romana ha comprato un palazzo intero: quattro piani in via dei Prefetti, con un mutuo da 2,8 milioni di euro, molto inferiore al valore commerciale. Se ne sono accorti gli inquirenti alle prese con l’inchiesta sugli appalti del G8. Ogni due verbali penalmente rilevanti, un contratto d’affitto moralmente disdicevole.Quello di Augusto Minzolini, in via dei Coronari, a un tiro di schioppo da piazza Navona. Quello di Bruno Vespa, un tre-livelli alle spalle della scalinata di Trinità dei Monti. Il “mezzanino” più celebre d’Italia, però, è quello dell’ex ministro Claudio Scajola. Se non altro perché si è comprato da solo, “a sua insaputa”.Lui non ha visto i 900mila euro in assegni circolari partiti dal conto dell’architetto Zampolini, uomo della “cricca” di Diego Anemone. L’imprenditore romano che si occupa di tutto, anche delle suppellettili: dai lavori di ristrutturazione della casa di Martina Bertolaso (figlia di Guido) ai materassi e cuscini per i sogni d’oro della famiglia Lunardi, dalle sedie per l’ex dirigente della Presidenza del consiglio Angelo Balducci al trasformatore da 96 euro per casa Scajola.Qui di mezzo ci sono favori, rapporti, amicizie. Come quella della famiglia Montino con monsignor Angelo Mottola. È stato grazie a “uno dei pochi amici che avevamo in Vaticano” che Esterino Montino, capogruppo del Pd in Regione Lazio e sua moglie, Monica Cirinnà, consigliere comunale a Roma, hanno potuto pagare solo 360 euro al mese per un terzo piano in via dell’Orso, tra piazza Navona e il Tevere.Nessuno lo voleva – spiegano – era completamente da ristrutturare, l’abbiamo fatto a nostre spese. E sia lodato il monsignore. Così come l’ex ministro della Giustizia Angelino Alfano deve ringraziare Roberto Saija, imprenditore nel campo delle energie rinnovabili, che gli ha concesso in affitto 60 metri in via del Paradiso, a Campo de’ Fiori, a 485 euro al mese, con la sola clausola di lasciarli subito liberi in caso di necessità.Giulio Tremonti, invece, forse non ha più voglia di ringraziare il suo ex braccio destro, Marco Milanese e il Pio Sodalizio dei Piceni. Si era rifugiato lì perché in caserma si sentiva “spiato e pedinato”. Ma per i duecento metri quadri affrescati in via Campo Marzio sconti non ne ha avuti: 8500 euro al mese, la metà cash, e la faccia sporcata dagli affari della EdilArs di Proietti e dai conti dei lavori di ristrutturazione che non tornano. Sono tornati alla perfezione invece i conti di chi ha comprato casa con lo sconto dell’Ente.Filippo Patroni Griffi dall’Inps, Renato Brunetta dall’Inpdai, Renata Polverini dall’Inpdap e dallo Ior, Niccolò Pollari dal San Raffaele. A volte si fanno affari, altre volte con il mattone si costruiscono campagne elettorali. Quella per il sindaco di Milano, nell’aprile scorso, di case ne ha parlato parecchio.Prima per l’appartamento del Pio Albergo Trivulzio dove la compagna di Giuliano Pisapia, Cinzia Sasso, ha vissuto vent’anni a canone agevolato. Poi fu la sfidante Letizia Moratti a cadere sull’open space del figlio Gabriele, la bat-casa. Per trasformare a immagine e somiglianza del super-eroe i capannoni di via Ajraghi non chiese nemmeno il cambio di destinazione d’uso.E di regolamento dei conti interno al Pdl, invece, si trattò con la casa di Montecarlo. Appena Gianfranco Fini volta le spalle a Silvio Berlusconi, Il Giornale di famiglia gli scatena contro i segugi. Che lo costringono a dichiarazioni del genere: “Chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Restano i dubbi? Certamente, anche a me”.Infine ci sono le case in regalo, quelle di una “casta” che vive di riflesso. L’illuminato per eccellenza è stato Silvio Berlusconi. Campo de’ Fiori per Virginia Sanjust, la Balduina per Sonia Grey, via Cortina d’Ampezzo per Francesca De Pascale e poi la squadra di via Olgettina a Milano gestita dal ragionier Spinelli. Della residenza ai Parioli della famiglia Tarantini, invece, se ne occupava Walter Lavitola. Ma davanti ai giudici la moglie di Gianpi si è lamentata: “In quella casa sono depressa”.Paola Zanca per il “Fatto quotidiano

Natale non è più Natale perchè è Natale tutto l’anno (by Fini)

Domenica, 18 Dicembre 2011

Un tempo era bello credere a Gesù bambino che portava i regali. Era divertente giocare con la fantasia.Ora non serve. Consumiamo tutto l’anno e genitori e figli sono senza desideri.Nonostante manchi quasi un mese al 25 dicembre sono già cominciate le feste di Natale. Le città sono tutte piene di luminarie e i negozi pavesati a festa, in qualche paese è già stato allestito il presepe dove i pastori o i Magi hanno le sembianze di Battisti, di Clinton e di altri personaggi dell’attualità. Diciamo la verità: anche il Natale è diventato una festa insopportabile. Un tempo era la più bella e la più attesa, anche perché era l’unica. Noi bambini l’aspettavamo spasmodicamente tutto l’anno. E quando finalmente arrivava, e si consumava rapidamente in quella magica notte del 24, eravamo come colti di sorpresa. Ma anche gli adulti lo vivevano con la stessa intensità e commozione. Lo so, per riflesso, dai volti dei miei genitori. Lo so, di persona, perché anch’io vissi così i miei primi Natali da adulto e, in seguito, da padre. Il Natale era ancora, negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, una festa che aveva qualcosa a che fare con lo spirito e con l’anima. Non era necessario essere cristiani per pensare che in quella notte si compiva un evento straordinario, che per i credenti era la nascita di Gesù, e per gli altri (per me, per esempio, che sono di madrepatria russa, dove si festeggia non Cristo ma «papà Gelo» ) era qualcosa di magico e di fatato, di irrazionale, di incomprensibile. Pensavamo sul serio che il giorno di Natale gli uomini fossero tutti un poco più buoni. Ricordo ancora la mia sorpresa quando, già ventunenne, un vigile mi appioppò una multa per sosta vietata proprio la notte del 24 dicembre. «Ma è Natale», gli dissi. Secondo quel me ragazzo i vigili non avrebbero dovuto dare multe in una notte come quella. Perche anche i vigili, a Natale, doveva- no,essere più buoni, più tolleranti, più comprensivi. E inutile dire che ho creduto a Babbo Natale fino ai limiti dell’impossibile. E guardavo con disdegno e con un certo orrore il compagnuccio di scuola, già scafato e saputello, che voleva convincermi che Babbo Natale non esisteva e che era tutto un imbroglio. La notte di Natale, dopo che i miei mi avevano messo a letto, cantavo a squarciagola nel tentativo di non addormentarmi e di beccarlo quando arrivava. Ma regolarmente mi assopivo prima della fatidica mezzanotte consentendo così a mio padre, a mia madre e a mia sorella, più grande di me di nove anni, di preparare l’albero. Perchè a casa mia anche l’albero veniva portato da Babbo Natale insieme con le ghirlande, i fili d’angelo, le candeline, le palle e gli altri oggettini di vetro gonfiato che lo addobbavano. Ed era sempre un pino alto fino al soffitto, enorme, perché così voleva mia madre in ricordo della sua terra russa. Credo che nulla potrà mai restituirmi la magia di quel momento in cui i miei mi permettevano di entrare nella sala abbuiata dalle tapparelle abbassate e vedevo l’albero illuminato dalle candele e sotto, nella penombra, i pacchetti con i regali. Perche, certo, c’erano anche i regali, chiesti con regolare lettera, correttamente francobollata e indirizzata con precisione «a Babbo Natale, in Cielo»: i soldatini, il teatro delle marionette, un gioco di società, un libro di figure, kit del piccolo prestigiatore e per i bambini ricchi, ma davvero ricchi, il trenino elettrico. Povere cose, semplici cose, rispetto a quello che ricevono i bambini e i ragazzi d’oggi, abituati a ben altro e a girare col denaro in tasca, ma che per noi coniugavano la parola proibita, «felicità», perché, assieme a quelli del compleanno, erano i soli giochi che ricevevamo nell’arco di dodici mesi durante i quali avremmo dovuto fare con quelli o con quegli altri creati dalla nostra inesausta fantasia. Oggi il Natale è una festa come un’altra. Anzi un «evento» come un altro. Vale la Pasqua, il carnevale, la Festa della mamma, del papà, dei fidanzati, un concerto dei Take That, l’arrivo di Madonna o di Robbie Williams, il Festival di Sanremo, la gara di Formula Uno, Wimbledon, i Campionati del mondo, i Campionati d’Europa, la Champions League, la Coppa Uefa, la Coppa delle coppe, il Festival di Venezia, quello di Cannes, le sfilate di moda di Milano, di Roma, di Parigi, di New York e gli altri mille «eventi» che ogni giorno le Tv ci rimandano da tutto il mondo.Le città accendono le loro luminarie e i negozi infiocchettano e abbelliscono le loro vetrine. Ma cosa possono mostrare di più e di diverso dalla cornucopia di beni di cui fanno offerta tutto l’anno? E che cosa può desiderare un ragazzo che ha già tutto? Per il quale il computer simula perfettamente quei giochi che noi ci dovevamo inventare con i tollini, con i tappi di sughero, con le latte, con le piste disegnate col gesso? Cosa può ancora vedere, cosa lo può incuriosire, dopo che la tivù gli ha fatto vedere tutto? Noi avevamo gli animali di terracotta e qualche volta -ed era un avvenimento -ci portavano allo zoo, questi hanno le trasmissioni di Piero Angela dove anche i misteriosi è mostruosi accoppiamenti negli abissi marini vengono svelati fin nel dettaglio. Il Natale è una festa commerciale, come tutta la nostra vita. Per questo si comincia a battere la grancassa un mese prima. E’ una sovraeccitazione drogata, pilotata, penosa, fastidiosa e inutile perché c’è poco da eccitare in una società estenuata, sfibrata, che vive in perenne stato di overdose. La felicità è un attimo che non può essere dilatato. E Natale non è più Natale perché adesso è Natale tutto l’anno. m. fini arianna.it

Il moralismo (insopportabile) banco-sinistrorso (by Fini)

Sabato, 26 Novembre 2011

Fra le “impressionanti” misure che il governo dei banchieri si accinge a prendere viene ventilata quella di togliere di mezzo il biglietto da 500 euro o, il che fa lo stesso, di mettere una tassa, operata dalle banche per conto dello Stato, sul deposito o sul prelievo di monete di questo taglio. In un pacchetto di sigarette ci stanno 20 mila euro, in una ventiquattr’ore 6 milioni. Si vuole quindi far la lotta agli evasori, ai corruttori, ai riciclatori che si servono di questi tagli. Gli obiettivi sono nobilissimi, le vere ragioni di questo provvedimento un po’ meno.Negli ultimi mesi molti piccoli risparmiatori, temendo un crollo delle banche, hanno prelevato tutto il possibile dai conti correnti, lasciandovi il minimo indispensabile, per metterlo al sicuro in casa propria. E altri li stanno seguendo. Naturalmente questi prelievi sono avvenuti con banconote da 500, per poterli nascondere agli occhi dei ladri.Adesso, con questa misura, il governo dei banchieri vuole impedire ai risparmiatori che temono un crac degli Istituti di credito di ritirarvi il loro denaro e imporre a quelli che lo hanno già fatto di rimettercelo. Devono rimanere ostaggio delle banche. Nella stessa direzione va la misura, molto apprezzata dalla sinistra, che vuole rendere “tracciabile” ogni pagamento al di sopra dei 300 euro o addirittura, come pretendono alcuni khomeinisti, a cui ha dato voce Milena Gabanelli, qualsiasi pagamento in contanti.I pagamenti avverrebbero quindi, in gran parte con assegni, carte di credito, bancomat, bonifici, tutte operazioni sulle quali le banche hanno le loro commissioni. Se poi ogni pagamento in contanti, di qualsiasi entità, dovesse essere tassato le banconote sparirebbero dalla circolazione, perché nessuno, nemmeno il giornalaio o il fruttivendolo, le accetterebbe (la “fresca” rimarrebbe, forse, solo al tavolo del poker, l’unico luogo pulito di questo Paese marcio fino al midollo).Saremmo obbligati a tenere tutto il nostro denaro in banca. Ma le banche sono delle società private e lo Stato non può obbligarmi a tenervi il mio denaro. Io il mio denaro ho diritto di metterlo dove mi garba, di ficcarmelo anche nel culo se così mi piace. Lo Stato nasce, oltre che per amministrare giustizia, per battere moneta. Se non ha fiducia nella propria moneta non è più uno Stato.Se uno Stato non è capace di contrastare l’evasione, la corruzione, il riciclaggio senza far pagare un pesante pedaggio ai cittadini che non sono né evasori, né corruttori, né riciclatori di denaro sporco, non è più uno Stato. Rovesciamolo assieme alle sue classi dirigenti, politiche ed economiche, che ci hanno portato a questo punto e ricominciamo da capo.Infine non è possibile che lo Stato (che non per niente Nietzsche chiama “il più freddo di tutti i mostri”) si intrufoli attraverso la cosiddetta “tracciabilità” nella mia vita privata fino a conoscere, nel dettaglio, i miei acquisti, le mie predilezioni, i miei gusti, i miei vizi. Milena Gabanelli sostiene che “la gente comune non ha necessità di più di una cinquantina di euro alla settimana”.Ma dove vive, in un monastero? Una buona bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette fan già 15 euro al giorno. Il moralismo della sinistra è insopportabile. E ora capisco perché tanti, senza per questo essere dei lestofanti, votavano Berlusconi.Perché Berlusconi difendendo la sua libertà criminaloide difendeva anche, per estensione, la libertà di tutti dallo strapotere dello Stato. Aridatece subito il Cainano. m. fini il fatto

UE, chi ha sbagliato adessi paghi

Giovedì, 24 Novembre 2011

Chi ha fatto male l’Europa, deve subirne le conseguenze. La chiamata a responsabilità vale per tutti. La crisi sta dimostrando che il vero problema è la struttura dell’Eurozona e il ruolo della BCE. I padri nobili dell’UE si stanno rivelando dei patrigni incapaciti.  Da Prodi, Amato, Ciampi, Fini a Monti. Nessuno di loro fa il mea culpa. Nessuno li chiama a responsabilità…. temis

Fini ha fatto la storia, ma non farà il futuro (by Caldarola)

Venerdì, 24 Giugno 2011

Due giorni fa quando si è scontrato in aula con Fabrizio Cicchitto sembrava ritornato il Fini battagliero dell’ultimo anno ma quando il ringhioso capogruppo del Pdl, a fine seduta, gli ha stretto la mano si è capito che perfino l’abito del più risoluto avversario del Cavaliere ormai gli sta largo. Vale per lui la frase lapidaria che Thomas Fowler, l’anziano protagonista del romanzo di Graham Green, Un americano tranquillo, rivolge al suo ambiguo amico, l’idealista incendiario Alden Pyle: “Non ho mai conosciuto un uomo che aveva motivi migliori per tutti i guai che ha causato”.Gianfranco Fini alla destra e al berlusconismo di guai ne ha causati tanti. Questo “italiano tranquillo” nasconde dentro di sé un furore iconoclasta che forse deriva dalle antiche contraddizioni familiari con quel nonno comunista a fianco del padre fervente repubblichino. Arrivato come Veltroni alla politica dal cinema, a lui avevano impedito a Bologna di vedere Berretti verdi con John Wayne mentre all’ex leader dei democrats avevano propinato dosi massicce di Kubrick, Gianfranco Fini si era fin da ragazzo instradato in una carriera sicura. Due vecchi lo avevano preso in custodia, ispirandolo e forse costringendolo ai passi decisivi. Giorgio Almirante che lo aveva imposto ai vertici del Msi come prova vivente dell’esistenza del prototipo del “camerata in doppio petto” lontano dalle nostalgie autobiografiche degli sconfitti di una volta, e Pinuccio Tatarella, il fantasioso ministro con le macchie di sugo sulla giacca, che lo aveva spinto a sciogliere l’Msi per fondare Alleanza nazionale. Ma né Almirante né Tatarella avevano compiuto il miracolo di far diventare candido l’anatroccolo nero. La trasformazione cromatica e mediatica l’ha compiuta Silvio Berlusconi scegliendolo come partner privilegiato di governo e affiancandolo a Pierferdinando Casini nella gara infinita per la propria successione.Alla sua destra l’allievo di Almirante in rapida ascesa fa ingoiare molti bocconi amari come quando a Yad Vashem, nell’atmosfera raccolta del museo della Shoa, si fa ritrarre con la kippa in testa e pronuncia frasi definitive sul fascismo. L’opinione pubblica lo scopre e lo premia con sondaggi che clamorosamente lo mettono in testa a tutte le classifiche. Nel suo partito si dilaniano i colonnelli rampanti, entrano e escono a giorni alterni la Mussolini e la Santanchè, perfino il tosto Tremonti deve fare i conti con la sua durezza nel regolare i conti nella Casa della Libertà. Fini sembra incontenibile. Quando Berlusconi sale sul predellino imponendo lo scioglimento e l’annessione dei partiti alleati lui dapprima lo sfotte poi, a differenza di Casini che va per la sua strada, lo affianca liquidando la sua creatura che tutti danno ormai ai minimi storici elettorali. È l’ultimo miglio che lo separa dall’incoronazione. Fini ci crede e gli dà dentro cominciando a martellare l’antico alleato. Vede la vetta ma non si accorge del dirupo.Si arriva così all’ultimo anno con la sfida aperta fra i due capi del centro-destra, quel “che fai, mi cacci?” che sembra l’inizio di una nuova storia e soprattutto l’accelerazione di una carriera. La rottura con Berlusconi lancia Fini nell’Olimpo della politica. È lui l’uomo nuovo, quello che può spingere al ritiro il vecchio tycoon e dimostrare l’irresolutezza delle vecchie opposizioni di sinistra. Attorno a lui si fa il vuoto dei colonnelli, in gran parte rimasti con Berlusconi, ma la guardia regia dei suoi sostenitori è piena di giovanotti rampanti, da Bocchino a Urso e a Ronchi, mentre sulla sua onda acquistano la ribalta giovani intellettuali di destra che piacciono alla sinistra, da Alessandro Campi a Filippo Rossi a Sofia Ventura la cui intemerata contro le veline di governo sembra aver provocato la reazione di Veronica Lario contro il dissoluto consorte.Tuttavia Berlusconi non si fa mettere nell’angolo e reagisce con la clava delle rivelazioni giornalistiche sulla casa di Montecarlo e il rapace cognato del presidente della Camera. La conta parlamentare premia il Cavaliere, emerge nella società una nuova sinistra movimentista, il popolo di destra si divide e spesso si allontana dalla politica. Un anno dopo è tutto finito. Berlusconi ha pagato cara la scissione dei seguaci del presidente della Camera e iscriverà questo inizio d’estate del 2011 fra le date infauste della sua vita ma Fini, l’uomo che ha scosso l’albero, sembra infilato definitivamente nel cono d’ombra. Il suo partitino viaggia intorno al 3%, Urso e Ronchi se ne vogliono andare, gli intellettuali lo hanno lasciato, Bocchino continua a imperversare mentre il presidente della Camera guarda con nostalgia preventiva quell’aula che presiede consapevole che se non lo riporterà in Parlamento il Terzo Polo alle prossime elezioni, se dovrà contare sulle proprie forze, gli toccherà star fuori da tutto.L’elenco dei suoi errori riempie i notiziari dei cronisti politici. Molti tornano a scoprire in lui quel mix di irresolutezza e di improvvisi furori che lo hanno trasformato in una scheggia impazzita della politica italiana. Senza più padrini ha fatto tutto da solo e si è fatto male. Il merito di aver infranto l’unanimismo dell’universo berlusconiano si accompagna alla colpa di aver diviso la sua gente. I “motivi migliori per tutti i guai che ha combinato” lo consegnano alla storia politica ma lo hanno cancellato dal futuro del paese. Forse quando nascerà una destra non berlusconiana si ricorderanno di lui. Chissa allora dove sarà. p.caldarola linkiesta

La Camera costa 1,5 miliardi l’anno

Mercoledì, 4 Maggio 2011

Cara democrazia. Lo scorso 2 maggio è stato pubblicato il bilancio e il conto consuntivo della Camera dei deputati. Quanto è costato nel 2010 mantenere Palazzo Montecitorio, le spese di amministrazione, gli stipendi dei deputati e i parlamentari in pensione? Più di un miliardo e mezzo di euro, per la precisione 1 miliardo e 525 milioni. Una cifra enorme che corrisponde a un esborso di 30 euro e 34 centesimi per ogni elettore.Ma la “casta” non aveva promesso di tagliare le sue spese? I tre deputati questori – Francesco Colucci, Antonio Mazzocchi e Gabriele Albonetti – scrivono nella relazione che accompagna il conto consuntivo 2010 che «la categoria I (deputati), su una previsione di 167 milioni di euro, registra impegni e pagamenti per 164,2 milioni di euro con conseguente formazione di economie per 2,8 milioni di euro, quasi integralmente riconducibili al capitolo 1 (indennità parlamentare)». In pratica i deputati questori dicono che le spese per i parlamentari sono calate di quasi 3 milioni. Positivo lo sforzo per tagliare le spese. Purtroppo è una solo una goccia in un oceano: in media i nostri parlamentari – tra indennità e rimborsi spese – continuano a guadagnare all’anno circa 260mila euro a testa. E gli italiani sono chiamati anche a mantenere i parlamentari in pensione. Tra assegni vitalizi diretti, assegni vitalizi di reversibilità, rimborsi spese e rimborsi di viaggio ai «deputati cessati dal mandato» ogni anno arrivano 134 milioni di euro.Le spese per stipendi, pensioni e rimborsi dei deputati è solo un piccolo onere in confronto agli altri capitoli di spesa. Ci sono le spese per la locazione di immobili (34,4 milioni di euro). Quelle per manutenzioni ordinarie – fabbricati, ascensori, impianti antincendio, condizionamento, arredi, mezzi elettronici, software, eccetera – che costano 12,6 milioni all’anno. I servizi di pulizia, di smaltimento rifiuti e di lavanderia costano annualmente più di sette milioni. Mentre le spese telefoniche (cellulari e telefoni fissi) superano il milione di euro. Poi c’è il capitolo di spesa per l’acquisto di beni e materiali di consumo (circa 3 milioni di euro): categoria che tra le varie voci include anche gli alimenti (630mila euro), il vestiario (600mila), prodotti igienici (50mila) e i prodotti farmaceutici (80mila). Invece, le spese di trasporto – noleggio auto, treni, aerei, pedaggi autostradali – ammontano a 10,5 milioni di euro. Non mancano le spese per le opere d’arte: 60mila euro. Il patrimonio artistico della Camera è enorme. Palazzo Montecitorio ospita 1.084 dipinti (578 di proprietà della Camera, 506 di terzi), 85 busti, 106 sculture, 98 arazzi, 96 reperti archeologici e 2.989 disegni, stampe, incisioni, litografie, acqueforti e acquarelli.
Tutte spese necessarie per la nostra democrazia e che sono destinate a crescere nel prossimo triennio. Nel 2011 si prevede di spendere 167 milioni di euro per l’indennità e i rimborsi dei deputati, cifra che nel 2013 crescerà di altri 5 milioni. Nel periodo 2011-2013 si spenderanno anche 6 milioni di euro per «opere di sicurezza antincendio». Ma anche sei milioni e mezzo per il rifacimento degli impianti di condizionamento e 605mila euro per il rinnovamento ascensori. All’«area applicativa della pubblicità dei lavori parlamentari, delle pubblicazioni, della comunicazione con il pubblico, dei siti web, delle applicazioni speciali» arriveranno sette milioni e mezzo, stessa somma che sarà spesa per l’«area postazioni informatiche», mentre per l’«area impianti di voto» saranno stanziati 1,8 milioni di euro. Povera “casta”. g.pica riformista

Perchè l’opposizione è così disperata (by Armeni)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Se un marziano appassionato di politica (magari esistono anche tra di loro) arrivasse in Italia e volesse capire i rapporti di forza fra gli schieramenti, gli umori e le prospettive, credo rimarrebbe molto colpito dallo scetticismo, dalla disillusione, in alcuni casi dalla disperazione presente nella opposizione.Sguardi tristi, autocompatimento, dolorosa indignazione, pessimismo sul futuro. Il marziano scoprirebbe subito, dopo qualche ora di permanenza fra Roma e Milano, che la causa della preoccupazione e della sfiducia di cui è preda l’opposizione, e la sinistra in particolare, è la figura di Silvio Berlusconi.Informandosi – perché è molto curioso delle iniziative del presidente del Consiglio e dei suoi ministri – potrebbe convenire anche lui sul fatto che la situazione in Italia non è facile. Il Cavaliere appare aggressivo, baldanzoso, sorridente, pieno di iniziative, ricco di promesse. Deve essere proprio dura – penserebbe il nostro marziano che in onore di Flaiano chiamiamo Kunt – opporsi a tanta forza, ottimismo, convinzione di vincere se si hanno poche forze, se i consensi sono caduti, se l’opinione pubblica guarda favorevolmente verso il capo del governo.Allora Kunt si informa e fa le seguenti scoperte. Scopre che la maggioranza dell’elettorato è schierata con l’opposizione. Certo il parlamento non esprime questi rapporti di forza, ma gli spiegano (e lui che pure è intelligente fa una certa fatica a comprendere) che dipende dalla legge elettorale e dal fatto che alcuni deputati sono passati dall’altra parte. Berlusconi li ha comprati, gli dice qualcuno senza mezzi termini e con lo sguardo disperato. Ma Kunt è un realista e pensa che, se proprio si deve scegliere, meglio avere la maggioranza dell’elettorato che la maggioranza del parlamento. In fondo si può sempre pensare di cambiare la legge elettorale. Il nostro marziano ha l’ardire di esprimere questo pensiero in un bar di piazza Navona a due uomini che bevono un aperitivo e che hanno una mazzetta di giornali. «Certo – gli rispondono con l’aria compunta di chi la sa lunga – ma lei non tiene conto che viviamo nel mondo dell’informazione e che il nostro premier oltre a possedere tre reti televisive ha il controllo sulla Rai e sui giornali». Kunt non ci aveva pensato e da quel momento guarda avidamente la Tv e controlla i giornali. Non c’è dubbio, Mediaset è in mano al premier. Il Tg 5 e il Tg1 sono chiaramente orientati. Dopo il Tg1 c’è un giornalista molto appassionato che difende comunque il premier. Mai poi guarda i Talk Show: Santoro, Fazio, Gabanelli, Floris, Annunziata non gli sembrano così controllati dal premier, gli altri telegiornali gli appaiono abbastanza orientati all’opposizione. Scopre che c’è un’altra rete televisiva, La 7, i cui conduttori appaiono tutti di sinistra.E i giornali? A parte Libero e Il Giornale che sono dichiaratamente berlusconiani, gli altri, anche quelli moderati, non nascondono la loro antipatia per il governo.Kunt legge attentamente i quotidiani e proprio da loro viene a sapere che gli imprenditori italiani – proprio loro – vorrebbero mandare a casa il premier perché pensano che non sia stato capace di intervenire a favore delle imprese nella crisi. E sono gli stessi quotidiani, anche quelli filoberlusconiani, che lo informano delle critiche che anche importanti uomini della Chiesa esprimono sui comportamenti del premier. Al nostro marziano qualcuno ha spiegato che la Chiesa in Italia conta molto, anche in politica.Neanche a Kunt il presidente del Consiglio piace. Ha compreso, per quel po’ che ha visto in altri paesi del pianeta, che è arrogante, non conosce alcun limite né istituzionale, né comportamentale. Che odia tutti coloro che non sono d’accordo con lui, e che li taccia subito di comunismo. In questo periodo – nota il nostro marziano – ce l’ha in particolar modo con i giudici di Milano e con Gianfranco Fini. Ma constata che contro di lui sono davvero in molti. Incuriosito dai continui attacchi che il premier fa alla scuola, all’università, alla editoria, al cinema, insomma alla cultura, perché sono di sinistra, fa anche lui delle indagini. In qualche mese ha costruito una buona rete di informatori. È vero la cultura in Italia è prevalentemente di sinistra. Lui chiede sempre quando si parla di un regista o di un scrittore come è schierato. Ha l’impressione che di amici di Berlusconi ce ne siano ben pochi. Per non parlare delle case editrici. Persino quella della figlia del premier, la Mondadori, pubblica uno strabiliante numero di autori dell’opposizione. Il nostro Kunt è molto sconcertato. Non è che non veda – sia chiaro – che nel bel paese che sta imparando a conoscere i guai sono tanti. Anche lui ha imparato a leggere le statistiche sullo sviluppo, l’occupazione, il lavoro. Anche lui rimane esterrefatto quando la mattina il barista servendogli cappuccino tiepido e cornetto caldo (il nostro marziano per capire meglio si è trasferito a Roma) gli racconta di una certa Ruby e di una certa Nicole e di certe notti che il presidente del consiglio trascorre ad Arcore. Ma il vero mistero per lui è la disperazione, la triste indignazione, il senso di impotenza dei tanti a cui questo capo del governo non piace. Lui è abbastanza ingenuo, è vero, ma prima di arrivare in Italia è stato in altri paesi del pianeta, ha visto molti problemi e molti guai simili a quelli italiani. Ha visto schieramenti politici che si scontravano, partiti di governo che perdevano e opposizioni che vincevano e viceversa. Ma non ha mai visto un’opposizione con tante possibilità e con tanta disperazione. Lui non la capisce. Qualcuno può spiegargliela? r.armeni riformista

Berlusconi prepara l’assalto a Fini

Giovedì, 7 Aprile 2011

Questione di giorni. Poi, l’inferno. Il minuto dopo l’approvazione del processo breve Silvio Berlusconi vuole l’assalto finale a Fini: «Così non si può andare avanti. Dobbiamo sottoporre la questione a Napolitano».Il premier è una furia: «Questa gestione dell’Aula non è super partes, è una vergogna». La miccia si innesca quando il dibattito mattutino sull’approvazione del processo verbale del giorno prima va per le lunghe. Passa il tempo, l’opposizione fa ostruzionismo, si attacca alle virgole. E si perdono ore preziose per il processo breve. Nonostante la maratona prevista per la notte appena trascorsa, il provvedimento stronca-Mills sarà approvato non prima della prossima settimana, martedì, forse mercoledì. Rispetto alla road map iniziale, l’ennesimo slittamento.Colpa di Fini, per mezzo Pdl. Che avrebbe organizzato il trappolone con l’opposizione, sfruttando le sue prerogative, sin nei dettagli. E pure facendosi scudo del fatto che non avrebbe presieduto l’Aula durante il gioco ostruzionistico, per non mettere la faccia sulla manovra: «È lui il burattinaio – sbotta il premier informato in tempo reale – è lui che ha fatto il giochetto per bloccare il parlamento». Per questo Fabrizio Cicchitto si materializza nello studio della presidenza Camera col suo parigrado della Lega Marco Reguzzoni. Mezzogiorno di fuoco: «Una cosa del genere – dice il capogruppo del Pdl – non si era mai vista, dico mai. Qua non è un fatto di regolamenti. Si sta impedendo al parlamento di lavorare». Gelido Fini. Allarga le braccia, lascia intendere che ciò che sta accadendo non piace neanche a lui, ma che molte vie d’uscita non ci sono: «Che posso farci? Di fronte alle procedure non posso che rimanere neutrale».Il duello prosegue alla capigruppo del primo pomeriggio, convocata per stabilire l’ordine del giorno. Fabrizio Cicchitto invoca l’articolo otto del regolamento che riguarda il ruolo di garanzia del presidente nello svolgimento dei lavori, sottolinea come la situazione sia al limite anche dal punto di vista procedurale. Il presidente della Camera, cavilli alla mano, ribatte che non ci sono anomalie. E soprattutto, dice, lo spettacolo mattutino non è piaciuto neanche a lui, ma non dipende dalla sua volontà: «Non si può non sottolineare – afferma – che molteplici richieste di intervento rischiano, se reiterate, di compromettere la funzionalità della Camera. Se l’ostruzionismo prosegue, riduco i tempi».Intervento tardivo, come se dopo il danno servisse pure la beffa, dice mezzo Pdl. Intervento, tra l’altro, arrivato dopo una dura reprimenda del capo dello Stato a Fini, secondo autorevoli berlusconiani. Il contatto è smentito dal portavoce del presidente della Camera. Ma forse non è un caso che, tra il primo e il secondo round, Cicchitto, uno che le parole le misura fino alla scrupolo, pronuncia la parola magica, Quirinale: «Oggi – dice – è stata scritta una bruttissima pagina, una cosa inaccettabile e pericolosa, che viene meno ai richiami del presidente della Repubblica e chiama in causa in modo preciso il presidente della Camera che deve assicurare il buon funzionamento dei lavori». E forse non è un caso che tra il primo e il secondo round Fini passa dal «che posso farci» al «riduco i tempi».È solo un pre-avviso di quello che accadrà. Perché lo showdown su Fini è solo rinviato di qualche giorno. Fino alla prossima settimana vanno mantenuti i nervi saldi, visto che la materia giudiziaria è incandescente, e i numeri risicati. Poi l’assalto, per farlo dimettere. Raffele Fitto, mentre riceve i complimenti per la sua performance a Ballarò, fa capire ai parlamentari l’umore del Capo: «Ormai non c’è luogo in cui Fini non si comporti da segretario di partito. Non perde occasione per parlare di politica e per attaccarci. È una cosa incredibile. Qualcosa faremo di sicuro». E la prima mossa sarà proprio sensibilizzare il Quirinale sul tema, invocare una moral suasion definitiva. Questa volta, il premier è convinto che nonostante i suoi pessimi rapporti col Colle, Napolitano sarà costretto a fare qualcosa. Per alcuni già ieri è intervenuto. I più raffinati, nell’inner circle del Cavaliere, sono certi che l’asse tra Fini e Napolitano si è incrinato: al capo dello Stato questa gestione dell’Aula non piace, non fa parte della sua cultura politica, alimenta lo scontro. E sono convinti che al capo dello Stato non piacciono nemmeno gli attacchi sferrati da una postazione istituzionale: «La scorsa settimana – dicono – Napolitano, dopo la bagarre in Aula, ha esercitato un ruolo di supplenza. In condizioni normali, se fosse super partes, i capigruppo li avrebbe dovuti convocare Fini. Quindi il capo dello Stato è il primo a capire che c’è un’anomalia».Se non dovesse funzionare la strada diplomatica, allora via libera alle maniere forti. Magari un documento firmato da tutti i parlamentari di maggioranza. Comunque una campagna incessante sulle «dimissioni». Anche perché l’attacco paga: «Se Pagnoncelli – se la ridono i berlusconiani – lo dà al 3,6 allora Fini è al 2,5….». a . de angelis riformista