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Fini, sosia di Berlusconi (by Temis)

Mercoledì, 16 Febbraio 2011

L’irritazione di Fini per le proteste delle colombe del FLI è quella di Berlusconi dinanzi alle rivendicazioni dell’ex leader di AN. Quanto sta accadendo è la prova di quanto aveva sostenuto Temis. Quando Fini era a capo di AN, la sua leadership, per assolutismo, non si differenziava da quella di Berlusconi tanto è vero che i c.d. colonnelli tentarono più di un golpe per scalzarlo. La conversione democratica di Fini era motivata solo dall’esigenza di contare nel PDL. Ora, tornato capo è tornato ad essere Fini(to). temis

Le 3 critiche di Campi alla destra di Fini

Giovedì, 10 Febbraio 2011

Cosa non convince delle recen­ti posizioni di Gianfranco Fi­ni? L’eccesso di tatticismo, la personalizzazione del suo scontro con Silvio Berlusconi e la sua apparen­te rinuncia al progetto, sul quale s’era impegnato negli ultimi tre an­ni, teso a costruire un centrodestra alternativo a quello leghista-berlusconiano. Proviamo a ragionare su queste diverse questioni, che in re­altà sono tra di loro strettamente intrecciate. La cosa peggiore che possa capitare ad un leader politi­co è dare l’impressione di non ave­re un’idea direttiva, una stella pola­re che orienta il suo cammino, in­somma una visione strategica e di lungo periodo. Fini è stato a lungo accusato di essere un politico a suo agio soprattutto con le meccaniche del Palazzo. È stato accusato di muoversi in funzione delle contingenze e delle convenienze. E questo è sempre stato considerato il suo più grande limite. Da quando ha assunto la funzione di Presidente della Camera ha però inaugurato un nuovo corso – politico e per­sonale. S’è buttato con corag­gio e determinazione in una battaglia politico-intellettuale d’innovazione. Entro un qua­dro asfittico e tutto orientato al giorno per giorno, dominato dalle risse e dalle polemiche, ha scelto di ragionare sui gran­di temi che oggi decidono la vi­ta di una nazione: l’immigra­zione, la bioetica, le regole del­la democrazia, l’etica pubbli­ca, la legalità, la coesione socia­le, lo sviluppo economico, il fu­turo dei giovani, l’innovazione tecnologica. Su queste basi s’è costruito un’immagine pubblica, se non da statista, da politico che guarda al futuro, che non si li­mita a scrutare l’orizzonte, ma cerca di battere nuove strade. Pur venendo da una militanza politica storicamente nel se­gno della marginalità e dell’irri­levanza, ha dimostrato di sa­per interloquire con ogni setto­re della società, di essere un in­terlocutore politico credibile e affidabile anche per chi non condivideva le sue pregresse posizioni. Ha suscitato interes­se e attenzioni crescenti in mol­ti ambienti. Ha suscitato non poche attese e speranze. Ciò che è accaduto negli ulti­mi tempi è stato però una sorta di ritorno alle origini. Le sue scelte ultime sono parse detta­te da un sovrappiù di politici­smo vecchia maniera. Il suo orizzonte è tornato ad essere quello politico tradizionale. Perché ciò è accaduto? Molto ha contato la piega presa dal suo confronto con Berlusconi. Nei confronti di quest’ultimo, per mesi ha con­dotto una polemica senza sconti, che ha contribuito a mettere a nudo le contraddizio­ni del modello politico berlusconiano. Del Cavaliere ha cri­ticato la concezione cesaristica e carismatica della democra­zia, la mancanza di un autenti­co senso dello Stato, l’enfasi propagandistica, la propensio­ne populistica, le inadempien­ze sul piano dell’azione di go­verno, la confusione tra interes­si privati e b ene pubblico, la subordinazione alle parole d’or­dine della Lega, la conduzione padronale del Pdl, gli attacchi reiterati alla magistratura, la lo­gica da scontro frontale con gli avversari politici. Berlusconi, colpito nel vivo da queste critiche, lo ha ripaga­to con l’espulsione di fatto dal Pdl e con una sequela di violen­ti attacchi personali, diretti e per interposta persona, culmi­nati nella campagna di stampa sulla vicenda della casa di Montecarlo e nella richiesta di dimissioni dalla carica di Presi­dente della Camera. Ne è segui­ta, da parte di Fini, la decisione di dare vita ad un nuovo parti­to e di proporsi agli occhi degli italiani, in coerenza con le posi­zioni maturate negli ultimi due-tre anni, come l’alfiere di una destra nuova, diversa per stile e contenuti da quella berlusconiana. Ma da politica e culturale la contesa, ad un certo punto, ha assunto una valenza personali­stica Agli insulti e alle accuse del mondo berlusconiano, su tutte quella di “tradimento”, quello finiano ha preso a rispondere con lo stesso stile e spesso con le stesse argomen­tazioni, facendo venire meno la differenza tra le rispettive proposte politiche. Fini stesso ha dato l’impressione in più oc­casioni di voler chiudere con il Cavaliere una partita privata, a qualunque prezzo e con ogni mezzo. Alcuni dei suoi uomini hanno preso ad assecondare gli stereotipi dell’ antiberlusconismo più becero. S’è così pro­dotta una drammatizzazione che politicamente non ha pro­dotto nulla e che, soprattutto, ha fatto perdere strada facen­do le ragioni autentiche che avevano portato alla separazio­ne tra i due leader. Ragioni riassumibili, come detto, nel progetto finiano teso alla nascita – nella prospettiva comunque ineluttabile del dopo-Berlusconi – di un nuovo e diverso centrodestra, più con­sentaneo con l’esperienza de­gli altri Paesi europei. Era que­sta la sua scelta strategica: una scommessa certamente impe­gnativa, ma proprio per questo da coltivare guardando al lun­go periodo e non all’immedia­to. Una scelta necessaria per salvaguardare l’impianto bipo­lare della democrazia italiana e, al tempo stesso, per evitare la frantumazione e la dispersio­ne del blocco sociale ed eletto­rale che in questi anni si è ag­gregato intorno alla leadership eccentrica e irripetibile di Ber­lusconi. Ma quest’idea strategica -l’unica peraltro credibile consi­derata la storia personale di Fi­ni e il suo storico elettorato di riferimento – ha finito per esse­re sacrificata, almeno all’appa­renza, alla battaglia personale contro il Cavaliere e alla deriva tatticista che l’ha accompagna­ta. Da qui gli ondeggiamenti degli ultimi tempi: dapprima la scelta (in larga parte necessi­tata) di dare vita ad un Terzo Polo, subito dopo la disponibi­lità a dare vita ad una “grande alleanza” con la sinistra in fun­zione antiberluscomana. Ondeggiamenti che hanno confu­so i seguaci della prima ora, in­dispettito in molti casi l’eletto­rato, creato sconcerto tra gli stessi osservatori e determinato la mancanza di tensione e la confusione programmatica che sembrano caratterizzare l’appuntamento del prossimo fine settimana, quando a Milano vedrà ufficialmente la luce Futuro e Libertà. Appuntamento che a questo punto diventa decisivo per il futuro politico di Fini e della sua creatura politica. In quella sede dovrà infatti chiarire, una volta per tutte, se hanno ragione i      suoi critici, quando lo definiscono un tattico pronto a cambiare idea ad ogni occasione; se la sua sferzante critica al berlusconismo nasconde solo uno spirito di vendetta personale o è animata da più serie ragioni politiche; se, infine, vuole accreditarsi come il leader potenziale del futuro centrodestra italiano o se ha deciso, cosa peraltro legittima se questa è la sua decisione, di dare vita all’ennesimo ircocervo politico. a. campi il mattino

La crisi di Fini (by Caldarola)

Venerdì, 4 Febbraio 2011

Forse Gianfranco Fini ha distribuito in giro troppe chiavi di casa. Parliamo di quelle che custodiscono il fortino di Futuro e Libertà, ovviamente. Mentre il leader è impegnato in quello che il “Secolo d’Italia” definisce il tour “Per l’Italia” che lo sta vedendo correre da Messina a Bologna e, infine, a Roma , i suoi nuovi colonnelli si sbracciano sulla scena politica cercando di tirarlo per la giacchetta e, assai spesso, lanciandosi in avventure personali da far girar la testa agli esperti di cose politiche a ai futuri elettori di Fli. Non c’è solo il caso Barbareschi. L’attore ha rinviato di qualche giorno la decisione su quel che farà anche se si è detto molto soddisfatto dell’incontro di Arcore al punto da cambiar immediatamente registro alle sue polemiche associandosi ai difensori del premier contro l’inchiesta dei magistrati milanesi.Barbareschi è un po’ lo Sgarbi di Fini (non se ne abbiano a male entrambi), e il suo abbandono, dopo aver dato la voce alla scissione, deprimerebbe le truppe del presidente della camera. Ieri, infatti, un altro incontro ha seminato il panico fra i finiani con l’annuncio della visita a palazzo Grazioli, in compagnia di Roberto Calderoli e, chissà perché, di Niccolò Ghedini, di Mario Baldassarri, l’economista di An che si è subito dopo dichiarato pronto a votare il federalismo fiscale se alcuni suoi emendamenti saranno approvati. E due. Anche l’avvocato Consolo, che professa amicizia verso Fini e lo difende dall’accusa di Storace sulla casa di Montecarlo davanti al tribunale di Roma sostituendo Giulia Buongiorno, in maternità, lo ha momentaneamente lasciato dichiarandosi favorevole al trasferimento del procedimento contro il premier da Milano al Tribunale dei ministri. E tre. La conta, tuttavia, non è finita. Non meno caotica appare la situazione dal punto di vista della strategia politica. Se il leader era stato costretto da una indisposizione, o, dicono i più malevoli, dall’irritazione del Quirinale per i suoi continui interventi nella politica attiva, a disertare l’incontro del Terzo Polo della scorsa settimana, i suoi collaboratori si sono divisi fra quelli, come Carmine Briguglio e Italo Bocchino, favorevoli alla grande alleanza anti-Berlusconi proposta da D’Alema, e quelli come Adolfo Urso e soprattutto l’ex ministro Ronchi decisamente contrari. Siamo di fronte alla più clamorosa confutazione della citazione confuciana e poi maoista secondo cui se è «grande la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». La situazione, invece, è assai complicata. Dopo la sconfitta del 14 dicembre nuvole nerissime si sono addensate sulla testa di Gianfranco Fini a dimostrazione che nella politica italiana ci vuol poco a passare dalla prospettiva del trionfo al cono d’ombra più opprimente. Futuro e Libertà, perdendo il braccio di ferro con il premier, si era trovata d’improvviso senza una strategia essendo scomparso dall’orizzonte il tema del nuovo centrodestra. Fini, le cui depressioni post-sconfitta hanno alimentato una vasta letteratura nel mondo dei cronisti politici, dopo un lungo silenzio aveva cercato un imbarazzante dietro-front proponendo un governo di solidarietà nazionale guidato da Berlusconi. La ciambella di salvataggio gli era stata fornita dall’amico ritrovato, quel Pier Ferdinando Casini che all’indomani del voto di sfiducia fallito aveva radunato tutti i terzisti del parlamento per dar vita al Polo della Nazione. La proposta di governo è morta rapidamente mentre la scelta “terzista” di Fini ha sollevato più di un imbarazzo fra i suoi sostenitori. Alcuni intellettuali significativi, come Sofia Ventura, che aveva aperto la stagione dello scontro con Berlusconi con l’invettiva sulle vallette-deputate, accusava il leader di aver smarrito la sua cultura di destra. Molti seguaci apprezzavano poco la scelta neo-democristiana e persino l’apparentamento con Rutelli (e Barbareschi a questi si è collegato per spiegare il suo andirivieni), altri come Granata e Briguglio si ponevano su una linea di confine che guardava a quelle aree dell’opposizione antiberlusconiana più vicine al mondo giustizialista, alcuni, maliziosamente, intravvedevano manovre di avvicinamento a Casini da parte di Italo Bocchino, orfano di leader. Nel frattempo un’intera area riprendeva a dialogare con i vecchi compagni di partito. Anche la maternità di Giulia Bongiorno si rivelava un problema per il presidente della Camera costretto a subire, come già detto, l’influenza in materia di giustizia della colomba Consolo, mentre il capogruppo al Senato, Pasquale Viezzoli, procedeva a ricostruire quei ponti con il Pdl che la mozione di sfiducia del 14 dicembre aveva fatto saltare. In poco più di un mese Gianfranco Fini, sottoposto al martellamento mediatico della stampa vicina al premier e pressato dall’ostilità dei parlamentari del suo ex partito che ne continuavano a chiedere a gran voce le dimissioni, ha visto sfarinarsi la sua creatura politica con il rischio di una specie di personale 8 settembre. Oggi deve fare i conti con quelli come Baldassarri che vanno a palazzo Grazioli e quelli come Bocchino che paragonano Berlusconi allo zio d’Egitto. Non era un esito scontato e soprattutto non è ancora scontato l’esito. Il gioco di parole serve a dire che ci sono stati errori e che altri Fini ne sta commettendo. Lo strappo da Berlusconi, avvenuto in seguito alla cacciata dal partito, ha mescolato fedeltà personale e opzioni politiche. Molti hanno seguito Fini per antica consuetudine ma nel momento cruciale non hanno condiviso quello che stava apparecchiando il loro leader. La perdita di Silvano Moffa si è rivelata strategica perché ha reso evidente che se c’era una parte dei finiani che celebrava con gioia la separazione dal premier, un’altra la temeva atterrita dal futuro. È quel che sta accadendo anche in questi giorni. Inoltre la rottura con Berlusconi non aveva un “piano B”. Persa la battaglia parlamentare il leader è dovuto passare rapidamente dall’ipotesi del partito della destra moderna ed europea al Terzo Polo, dal nuovo centrodestra allo scenario del dialogo con il centrosinistra. Sempre improvvisando. Infine ha dovuto ridimensionare le proprie ambizioni a favore di Casini. Tutto è avvenuto in un batter d’occhio e con una strumentazione politico-culturale che se era pronta allo scontro prolungato, dall’interno, con Berlusconi, si è rivelata inadatta a reggerlo in campo aperto. Fini aveva uomini e cultura per una corrente e non per un partito. Soprattutto non aveva tempo dato l’incalzare degli eventi. Ora dovrà rimediare in fretta per evitare quel “sciogliete le righe” che può dare in extremis a Berlusconi una vittoria non prevista. p. caldarola riformista

Fini, tragicomica familiare

Venerdì, 28 Gennaio 2011

È finita. La prova c’è. I conti tornano. I tanti indizi raccolti in sei mesi completano il puzzle. L’inchiesta del Giornale può dirsi conclusa. È la seconda decade di luglio quando in redazione, a Milano, arriva la mail di una nostra firma storica, Livio Caputo, che riferisce delle confidenze di un amico a Montecarlo su un appartamento donato da una contessa ad An e finito, chissà come, nella disponibilità di «Tulliani». Di buon’ora Feltri e Sallusti chiamano il sottoscritto, neo papà, in vacanza. Lapidari: «Apri il pc, c’è posta per te. Leggi e richiama». La mail con allegata l’informazione di Caputo sostiene una tesi all’apparenza folle: un immobile del valore stimato di due milioni di euro è stato svenduto nel 2009 alla società inglese Timara Ltd. Dentro ci vivrebbe Elisabetta, la compagna di Gianfranco Fini, perché sul telefono c’è scritto Tulliani. Leggo e rileggo la mail prima di venire interrotto dal trillo del cellulare. Di nuovo Sallusti. «Lo so quello che pensi, anche a noi sembra pazzesco, non possono aver combinato questo pasticcio in modo così plateale. Non si sa mai, andiamo a vedere». Andiamo. Vado. L’indomani a Milano il primo incontro: un cittadino italiano residente nel Principato (citato nella mail di Caputo) conferma: «C’è questo appartamento della contessa Colleoni che da anni provo ad acquistare, ho fatto anche offerte al partito, mi hanno detto che non era in vendita e poi, all’improvviso, scopro che l’hanno venduto, che stanno facendo i lavori, che c’è un ragazzo che dirige la ristrutturazione. Mi metto l’anima in pace, e lascio perdere. Quando però leggo “Tulliani” sul citofono capisco tante cose, m’incazzo e mi appunto il nome Timara scritto sul cartello dei lavori…». È il primo, seppur timido, riscontro. Il resto proviamo a recuperarlo a Montecarlo, patria della riservatezza e del segreto bancario. Un veloce sopralluogo nel palazzo al 14 di Boulevard Princesse Charlotte conferma l’esistenza della scritta Tulliani su citofono e sul campanello di casa. A fatica rintracciamo chi ha fatto i lavori nell’appartamento, chi li ha coordinati, chi ha pagato e a chi (una società estera). Disturbiamo con gli inquilini che ci confermano d’aver visto Fini e una «bella signora bionda», spiegando però che al piano terra abita un ragazzo che fa il figo in Ferrari. Parliamo con l’amministratore del condominio, battiamo le agenzie immobiliari del circondario, rintracciamo operai un tantino omertosi (che qualcosina però si lasciano sfuggire) e alla fine prendiamo visione del testamento olografo della discendente del condottiero Colleoni che si fidava di Fini tanto da lasciargli un ingente patrimonio. Il puzzle inizia a prendere forma anche perché registriamo più proposte d’acquisto respinte al mittente dai tesorieri del partito. Il prossimo passo? Suonare a casa Tulliani. Detto, fatto. Driiin. «Chi è?». «Buongiorno, sono Chiocci del Giornale. Mi può aprire? Le vorrei chiedere una cosa…». Silenzio. Il campanello squilla di nuovo, ancora silenzio. Togliamo le tende diretti all’hotel. All’appuntamento con un funzionario locale, amico di amici italiani, che giura di sapere molto della casa abitata da «Tulliani», troviamo invece la polizia, chiamata dall’inquilino reticente. Gli agenti circondano l’albergo Novotel, dal bar mi trascinano fuori per interrogarmi altrove. Domande su domande sul perché ci interessa tanto monsieur Tulliani. Il faccia a faccia con gli ispettori della Sûreté Publique viene bissato nel pomeriggio, stavolta in commissariato, con passaggio nei sotterranei per la foto ricordo: «Si metta davanti all’obiettivo». Clic. «Adesso di profilo». Clic. Vengo invitato a lasciare il Principato. L’indomani, 27 luglio, lo scoop è in edicola: «Fini, la compagna, il cognato e una strana casa a Montecarlo». A cascata le prime carte sulla compravendita vedono la luce. Si legge della cessione a prezzi stracciati (appena 300mila euro) della casa a una off-shore del paradiso fiscale di Saint Lucia, che l’ha rivenduta a un’altra off-shore gemella, creata, come la prima, solo a pochi giorni dell’affare immobiliare. Nomi, date, finanziarie estere, contratti, teste di legno. Vien fuori di tutto, un quadro inquietante che autorizza a pensar male. All’ufficio del registro monegasco, intanto, i colleghi Stefano Filippi e Massimo Malpica scartabellano nei fascicoli e ricostruiscono il gioco dell’oca societario. Ogni giorno è un giorno nefasto per Fini e per i suoi fedelissimi, che negano l’evidenza e si smentiscono a vicenda. Il presidente della Camera non parla mai, e quando parla (senza contraddittorio) si dà la zappa sui piedi rivelando cose che non dovrebbe/potrebbe sapere. La procura è costretta ad aprire un’inchiesta solo perché glielo impone un esposto della Destra. Fini si appella continuamente ai pm, minaccia querele ogni due per tre. Sente il terreno franare sotto i piedi quando il notaio che stipulò l’atto confida al nostro Lorenzetto i dubbi di una compravendita a dir poco sospetta. Trema nel momento in cui due impiegati del mobilificio romano Castellucci ammettono di aver visto Fini e signora interessarsi all’acquisto di mobili e cucina da portare all’estero. A Montecarlo? Macché, quella cucina di cui pubblichiamo i moduli su carta e finanche la cedola d’acquisto «è a Roma, perché a Montecarlo nemmeno c’entra» ironizza Lui per bocca dei seguaci del Fli. È così? Certo che no. A fine settembre il Giornale gli farà fare una figuraccia pubblicando prima la mappa della casa (dove la cucina c’entra al centimetro) eppoi le foto della stessa Scavolini installata nel Principato. Il Nostro non apre bocca, per pietà, quando pubblichiamo la bolletta del cognato domiciliata a casa di mr Walfenzao, il dominus caraibico dell’intrigo immobiliare. Non fiata quando vede sul Giornale il contratto d’affitto con le stesse identiche firme dalla parte del locatario e del locatore che secondo una consulenza da noi commissionata a due periti calligrafici appartengono a Giancarlo Tulliani. Mastica amaro leggendo dell’ambasciatore che si è messo a disposizione totale del cognato eccellente. Perde definitivamente la parola, e la pazienza, con l’uscita delle prime indiscrezioni dai Caraibi. Balbetta coi fedelissimi allorché in edicola si accorge delle mail che Elisabetta, la sua fidanzata, spedisce all’imprenditore Garzelli per modificare il progetto della casetta monegasca. A dimostrazione che pure lei sapeva. E siccome dell’affaire a Montecarlo, sapeva, e quanto sapeva, il fratellino con la Ferrari, su Montecarlo resta una cosa sola da capire: ma Gianfranco Fini c’è o ci fa?  Gian Marco Chiocci per il Giornale

Perchè Fini deve dimettersi

Venerdì, 28 Gennaio 2011

Deve dimettersi, ma non per le nuove rilevazioni (o conferme) sulla casa di Montecarlo, ma per la decisione di essere leader di un movimento politico. La tesi secondo la quale Fini è degno di rimanere presidente sino a quando mostri di essere imparziale nell’esercizio delle sue funzioni è singolare perchè rinnega 60 anni di costituzione materiale che voleva le prime tre cariche dello stato al di sopra delle parti e vieppiù se si considera che ripropone le ragioni di berlusconi: fuori da palazzo chigi posso fare quello che voglio. temis

Dietro Berlusconi? la massoneria (contro Fini)

Martedì, 25 Gennaio 2011

Tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, con chi sta la massoneria? Bruno Rozera, 92 anni, il massone più anziano d’Italia, ha la risposta pronta: “La massoneria è schierata con Berlusconi”. Per questo giornali storicamente amici del Grande Oriente come “l’Avanti”, ora di Aldo Chiarle e Valter Lavitola, ci avrebbero dato dentro con l’inchiesta sul presidente della Camera e la famosa casa a Monte Carlo di suo cognato, Giancarlo Tulliani. Ma anche sui misteri che hanno accompagnato la prima e questa morente seconda Repubblica, non è ancora detta l’ultima parola. A cominciare dai capi occulti della P2: secondo Rozera, la storia non finisce con le indagini della commissione parlamentare di Tina Anselmi. Prefetto in pensione e fratello di 33 grado in sonno per ragioni di età, Bruno Rozera può parlarne in prima persona. La sua testimonianza è un’enciclopedia. Vissuta in diretta. Dalle trincee in Libia come ufficiale di artiglieria alle cronache sul bunga-bunga nelle notti calde di Arcore, non si è perso nulla. Ha partecipato alla difesa di Roma dopo l’8 settembre. Ha combattuto con gli inglesi a Montecassino. È sopravvissuto allo sbarco ad Anzio. Ha operato come agente dell’Office of strategic services nella guerra di Liberazione. È diventato ispettore generale nel ministero dell’Interno dell’Italia repubblicana e sovrano ispettore del Grande Oriente d’Italia. Amico di Licio Gelli e degli italo-americani che per decenni hanno giocato al colpo di Stato sulla pelle degli italiani. Antifascista dichiarato, ha avuto il tempo di prenderne le distanze. Privilegio di chi, nato il 15 luglio 1918, mantiene la lucidità di un ragazzino. Prefetto Rozera, alla fine chi ha beneficiato di trame e complotti? “Servivano a stabilizzare la Dc. Il colpo di Stato credo che sia stato fatto in epoche successive. Con l’appoggio di certe persone. Anche con forze che vorrei dire mafiose, ma non certo statali”. Veniamo allora all’attualità. I massoni italiani stanno sostenendo Berlusconi?
“Posso rispondere che c’è massone e massone. Come c’è uomo e uomo”. E tra Berlusconi e Fini, la massoneria con chi si è schierata? “La massoneria è con Berlusconi”.
 Per questo “l’Avanti” avrebbe indagato sul presidente della Camera?  “Non conosco personalmente Valter Lavitola. Ma Chiarle è un caro amico. Ha amicizie nella massoneria”. Perché sostenere Berlusconi? “Perché Berlusconi qualche aiuto lo dà. Io non vedrei misteri dove non stanno”. Rozera e Berlusconi hanno almeno una cosa in comune: l’elenco della P2. “Zero porta a zero. Con me niente”. Il suo nome c’è, numero 76. “Certo, l’elenco lo conosco. Ho chiesto a Giuseppe Telaro di togliere il mio nome immediatamente”.Chi? “Telaro. Si occupava della segreteria dell’ordine massonico. Curava i fascicoli e così tanta gente si è trovata iscritta alla P2. Il professor Telaro era un dipendente del ministero della Pubblica istruzione. Aveva rapporti con la Sicilia. Grazie ai suoi contatti incontrai un giorno il boss Frank Tre dita Coppola, al confino in provincia di Roma. Costruiva palazzi. A quel pranzo c’era un sindaco di allora della capitale. Telaro aveva amicizie ben qualificate. Anche con Franco Restivo, ministro dell’Interno nel 1970″. Torniamo a Gelli. “Gelli mi ha stimato. E gli devo chiedere scusa perché un giorno, interrogato da un magistrato, risposi che era un arteriosclerotico. Gelli voleva affidarmi la Lega italiana. E forse ho fatto male a non prenderla, con le mie modeste capacità sarebbe diventato un partito”.La Lega italiana, il 1991, i misteri tra la prima e la seconda Repubblica e anche un’indagine, poi archiviata, della Procura di Palermo. Chi ne era l’ispiratore? “L’ispiratore è stato Gelli”. Qual era lo scopo della Lega italiana? “Quello che avrei scelto io. Antitesi alla Lega Nord, un partito patriottico. Con gente che capisse di economia politica. Con gente per bene. Gelli mi disse: arriveranno pure i finanziamenti. Me ne sono andato perché mi sono scocciato. L’ambiente era un po’ ridicolo. E poi c’era un senatore socialista che era stato condannato. Stare con lui non mi piaceva. Gelli era rimasto dispiaciuto”. Nata Forza Italia, della Lega italiana non se ne fece più nulla. Che rapporti aveva con Gelli? “Per la verità non l’ho mai frequentato assiduamente. Gelli è finito quando l’ambasciata americana l’ha mollato. Punto e basta. Un giorno eravamo io e lui e un esponente dell’Ordine dei giornalisti in via Veneto. E Gelli, indicando l’ambasciata, dice: “M’hanno mollato”. Era a Roma per fare la tessera da pubblicista”.  Non è mai stato informato di essere iscritto alla P2. Dicono tutti così, no?
“Della mia iscrizione sono venuto a saperlo dai documenti delle indagini”. Dunque Telaro avrebbe passato gli elenchi anagrafici della massoneria a Gelli. “È logico. A quell’epoca c’era molta gente della massoneria che, per avere un incarico, passava da Gelli”. Perché la massoneria comincia a frequentare i servizi segreti?
“Erano i servizi segreti a frequentare la massoneria. Chiamavano al telefono il dottor Firenze, il gran maestro Lino Salvini. Cercavano informazioni per fare carriera, avere raccomandazioni e compagnia bella. I militari si iscrivevano alla P2 per fare carriera”.Gelli negli anni dello scandalo parlò di una loggia P2 composta da 2.400 persone. L’elenco scoperto però si ferma a meno di mille. Esiste un elenco segreto della massoneria? “No”. Ma c’è qualcuno, iscritto alla P2, più potente di Gelli? “Ovvio che al di sopra di Gelli ci fossero altri livelli. I livelli si trovavano sia nel partito politico, la Dc, sia nei servizi segreti. Tanti personaggi che ora stanno per andarsene al Creatore queste cose le sanno. L’opera monumentale della commissione Anselmi serve come prefazione. Ma bisogna studiare i personaggi uno per uno”. Quindi esiste un livello superiore?
“C’è sempre stato un livello superiore a Gelli”. Lei indica un grand commis degli affari, ex democristiano ed ex piduista, intervenuto anche nell’inchiesta su Guido Bertolaso e i grandi appalti, promettendo protezione ad Angelo Balducci, il presidente del Consiglio dei lavori pubblici prima del suo arresto. Fa parte del Grande Oriente d’Italia? “Nella maniera più categorica, no”. Senza documenti di prova non ne pubblicheremo il nome. “Basta chiedere in giro. Si può sapere chi è più potente di questi? Gelli certo no. Anzi Gelli lo temeva”.  Lei è stato viceprefetto a Frosinone, il collegio elettorale di Giulio Andreotti… “Per i ciociari Andreotti era tutto. Facevo una bella figura pure io quando arrivava lui. Era una cosa… altro che Mussolini”. C’è un altro nome che in quegli anni si è mosso tra massoneria e trame italiane: Elvio Sciubba, l’ha conosciuto? “È morto purtroppo. Sono stato molto amico di Sciubba. Fino a che non c’è stata una rottura, per il suo punto di vista ideologico. Sciubba era amico del generale dei carabinieri Giuseppe Pièche che credo l’abbia istigato. Pièche andava dal ministro Scelba ogni mattina a rompergli i medesimi: parlava sempre di colpi di Stato, degli jugoslavi che avrebbero occupato l’Italia. E Scelba l’ha chiamato come direttore generale dell’antincendi dove lavoravo io. Arrivato Pièche sono dovuto uscire. Mi mandarono a dirigere il fondo per il culto. Distribuivo il dovuto a vescovi e prelati”. Niente male per un massone. E Sciubba? “Aveva i suoi amici fascisti. Gli americani più deleteri, non quelli che hanno combattuto la guerra. Li ha portati Sciubba a Roma. Qualche generale gli fece credere al colpo di Stato. Gli fece anche credere che in caso di vittoria sarebbe stato nominato ministro del Tesoro. Penso che Andreotti conoscesse tutto. Ma questa cosa qui non l’ha fatta passare. L’amico Sciubba, che era un funzionario del ministero del Tesoro, venne trasferito a Parigi. Ma su Sciubba c’è un fatto molto più importante”. Quale? “Ha portato Frank Gigliotti in Italia”. Un altro massone, italo-americano, reverendo metodista, membro di una rete di italo-americani fascisti e anticomunisti, artefice delle reti clandestine che porteranno alla struttura di Gladio… “Proprio lui. Credo sia venuto a Roma a spese del generale Pièche, o di Sciubba o della massoneria stessa. E Gigliotti ha preso contatto con Malfatti, Francesco Malfatti, consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat”. I massoni non badano mai alla reputazione dei confratelli? “Qua le porcherie più grosse sono state fatte contro il comunismo. Questa è stata una specie di scudo per fare le più grandi porcherie in Italia”. Da quando è nella massoneria? “5 dicembre 1944, loggia Cola di Rienzo, Roma. Avevo 26 anni. Sono stato anche nella Colosseum. Mio padre, avvocato e antifascista, era massone”. La pagina più bella nella guerra di Liberazione? “Lo sbarco ad Anzio. Veramente mi ha fatto tremare i polsi. Combattevo tra il fiume Garigliano e Montecassino con gli inglesi della 56ma divisione. Una notte ci hanno caricati su un autocarro, non sapevamo dove andavamo. Verso le undici di sera siamo arrivati a Pozzuoli. Ci hanno imbarcato e il giorno dopo, poco dopo l’alba, siamo sbarcati ad Anzio. Ci siamo incamminati. Da lì è cominciata una gragnuola di colpi. Questo obice sparava continuamente e siamo rimasti inchiodati in piccole fosse per un mese, un mese e mezzo. I tedeschi stavano in alto e sparavano a noi che stavamo in basso”.  Come ha raggiunto gli inglesi, dopo l’8 settembre? “L’8 ottobre del 1943 ho ascoltato l’inno reale su radio Bari e mi sono sentito un verme. Il giorno dopo ho salutato mia sorella a Roma, ho attraversato le linee tedesche. Le ho passate a Garigliano. C’era una piccola zattera, una signora la mattina mi ha fatto passare. Ci ha portato un fiasco di vino a me e a un soldato tedesco in servizio. Quella sera con questo soldato mi sono ubriacato. Abbiamo cantato l’Internazionale”. Questi sono anni di revisionismo storico. Che effetto le fa? “Voglio cominciare dalla nomina di Ignazio La Russa a ministro della Difesa: con la sua storia personale, secondo me è la più grave offesa che si potesse fare ai caduti della guerra di Liberazione e soprattutto al personale in servizio nell’esercito. L’Italia l’abbiamo liberata noi, non so se è chiaro? Il più grande amico mio, uno dei più grandi italiani, Giuliano Vassalli, diceva che non ci può essere un parallelismo fra quelli di Salò e quelli che non stavano a Salò”. Il sindaco della sua città, Gianni Alemanno, la sera della sua elezione è stato accolto da saluti fascisti. Che cosa ha provato? “Schifo”. S. gatti l’espresso

Per Berlusconi, l’operazione Craxi (by Sechi)

Lunedì, 24 Gennaio 2011

Qualche anno fa Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, pronunciò una frase che a qualcuno sembrò iperbolica: «Stanno preparando la nostra piazzale Loreto». Quella del Fidel era una voce dal sen fuggita, un timore che veniva dal profondo, un dettato del sesto senso di un uomo colto, forgiato dalla praticaccia della vita.  Molto tempo dopo, siamo al redde rationem, alla battaglia finale tra Silvio Berlusconi e la magistratura e la «piazzale Loreto psichedelica» di cui parlava Confalonieri si sta materializzando in un processo mediatico-giudiziario che prevede un solo finale: l’impiccagione del Cavaliere. Ci sono dei segnali che vanno colti per comprendere il clima che si sta creando e il tragitto che prenderà questa storia. Uno l’ho ricordato ieri: un gruppo di sostenitori del «popolo viola» che si riunisce di fronte al carcere di Rebibbia, a Roma, per festeggiare con i cannoli siciliani l’ingresso in carcere dell’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Un altro episodio significativo è la gazzarra con lancio di monetine scatenata a Lissone da alcuni manifestanti che protestavano contro l’intitolazione di una piazza a Bettino Craxi. Sono due schegge incandescenti del magma anti-berlusconiano, un intruglio di qualunquismo e giustizialismo senza cultura. Le monetine. Craxi. Proprio nei giorni in cui si commemora la morte dell’ex segretario del Psi, dobbiamo tornare a quel 30 aprile 1993. Bettino esce dall’Hotel Raphael, vicino a Piazza Navona. I manifestanti lo sommergono di fischi e lanci di lirette sonanti. È la metafora della fine della Prima Repubblica che, paradossalmente, apre le porte all’era Berlusconi. «L’operazione Craxi» è in corso, i pezzi sulla scacchiera sono in rapido movimento. A Repubblica, unico soggetto davvero intelligente e con una reale forza nel mondo della sinistra, l’hanno capito e cercano – giustamente, dal loro punto di vista – di liquidare il grigio e inetto Pierluigi Bersani per tornare, via benedizione di Eugenio Scalfari, a una leadership spendibile, quella di Walter Veltroni. Riusciranno nell’impresa di far fare a Silvio la fine che fu di Bettino? Certo è il fatto che la sfilata di maschere che oggi chiede al Cavaliere di andarsene con ignominia è la stessa che chiedeva al «Cinghialone» di dimettersi, di andare dai magistrati e finire i suoi giorni ai ceppi. Il flash back è una carrellata impressionante, molto istruttiva, su ciò che accadde ieri e quel che sarà il nostro domani. Gianfranco Fini  Il presidente della Camera ha deliziato la sua destra immaginaria con questa frase: «Il buon nome dell’Italia da qualche tempo a questa parte viene sottoposto a dure critiche per comportamenti di chi l’Italia la rappresenta». Sbaglia Fabrizio Cicchitto a commentare così la sortita del capo di Fli: «Credevamo che fosse una dichiarazione di Di Pietro, invece è una dichiarazione di Ganfranco Fini». In realtà non vi è nessuna stranezza, Fini il 22 gennaio del 2011 è tornato a vestire i panni di quel che era il 30 aprile del 1993: un forcaiolo. Mentre Craxi usciva dal Raphael, Fini allora erede di Almirante e segretario del Movimento Sociale Italiano, in quelle ore teneva una conferenza stampa per dire che non si poteva tenere più in vita quel Parlamento. Stava esattamente dove si ritrova oggi: con Di Pietro. Il retroterra culturale – parola grossa – di Fini è questo, non a caso oggi si ritrova in squadra un Granata qualunque e non prova alcun imbarazzo. Come ricorda Edoardo Crisafulli nello splendido volume “Le ceneri di Craxi” (Rubettino Editore) «c’è una perfetta congenialità tra giustizialismo e post-fascismo». Antonio Di Pietro  Tonino è il motore di tutto. Di ieri, oggi e anche di domani. Non è al volante, ma la cinghia di trasmissione, l’iniezione e i pistoni sono roba made in Montenero di Bisaccia. Fu la sua azione quando era sostituto procuratore a Milano ad avviare la stagione di Mani Pulite. Fu lui a dare più credibilità politica a un pool di Mani Pulite (non scioperò mentre gli altri magistrati stavano a casa) con la trazione integrale a sinistra. Fu lui a liquidare Craxi. Fu lui a dimettersi dalla magistratura per continuare la guerra giudiziaria con altri mezzi, cioè quelli della politica. Di Pietro è un personaggio complesso, non lo si può dipingere in modo manicheo, è piuttosto lo snodo di molti eventi, un uomo per niente banale, può litigare con la sintassi ma è capace di mettere insieme pezzi di un puzzle molto complesso. Ha demolito il sistema e su quelle ceneri ha costruito non un semplice soggetto politico, ma un mondo parallelo che sta tritando quel che resta dei partiti. Walter Veltroni  Ai tempi di Mani Pulite era il direttore dell’Unità. Muoveva già i fili e studiava da affabulatore e leader del centrosinistra. Il suo giornale martellava Bettino e lavorava per spandere in lungo e in largo il verbo delle procure della Repubblica. Su Veltroni ha ragione Scalfari: «Possiede un “in più” che nessuno degli altri ha: è capace di evocare un sogno». In questo Walter è il più berlusconiano di tutti, ma anche (ops!) l’unico capace di affermare che «si poteva stare nel Pci senza essere comunisti. Era possibile, è stato così». Uno che può stare in un partito che crede nel socialismo reale, vota per quello ma pensa ad altro. Dirigeva il giornale che voleva la fine di Bettino ma poi affermò: «Craxi interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando». Commovente. Farà il narratore pubblico di Utopia ma sarà costretto a lanciare un altro nome per Palazzo Chigi. Eugenio Scalfari  Un fuoriclasse. Ieri su Repubblica ha dato il la al prossimo concertone della sinistra. Ha affondato Bersani e baciato in fronte Veltroni. Solitamene queste operazioni con il suo placet finiscono male, ma non ci sono dubbi che Eugenio resti il padre nobile delle manovre più affascinanti. È sopravvissuto a tutto, ha visto morire Bettino, naufragare Andreotti, finire nel dimenticatoio De Mita, evaporare uno ad uno tutti i suoi miti (fascisti, radicali, liberali, repubblicani, socialisti, democristiani, democratici). Lui resta, sempre. La caduta di Berlusconi sarà il compimento dell’opera omnia. Massimo D’Alema Era capogruppo del Pds ai tempi delle monetine contro Craxi. Partecipò alla demolizione del leader del Psi poi, magnanimo, qualche anno dopo disse che visto che era in fin di vita, che lui «non aveva nulla in contrario a un ricovero in Italia». Come tante delle cose dalemiane, le sue parole furono un rintocco a morto. Vuole il presidente del Consiglio al Copasir per parlare del lettone di Putin. Anche nel caso di Berlusconi, dirà qualcosa di riformista quando non servirà più a nessuno. Nemmeno a lui. Giorgio Napolitano  Era presidente della Camera ai tempi di Mani Pulite. Sotto il suo sguardo fu demolito l’articolo 68 della Costituzione, quello che i padri della Carta fondamentale avevano previsto per evitare il dispotismo della magistratura nei confronti della politica. Terza carica dello Stato allora, oggi è la prima. Dalla presidenza della Repubblica fa quello che faceva ieri: osserva quel che accade. Ce la farà Berlusconi a superare tutto questo? Quel che oggi è chiaro è lo scenario: il 14 dicembre scorso Fini scatenò la fanteria per far cadere il Cavaliere. Ha dovuto battere in ritirata. Fallito l’assalto dei fanti, è partito quello della cavalleria corazzata. Bisogna solo vedere se la potenza di fuoco contro il premier è tutta qui o nella Santa Barbara c’è davvero un’arma mediatica capace di portare al successo «l’operazione Craxi». m. sechi il tempo

Presidente Fini, tutto qui? (by Caldarola)

Giovedì, 13 Gennaio 2011

Fini, come Casini due giorni fa, ha proposto a Berlusconi un patto di pacificazione immediatamente respinto dal premier. L’intervista del presidente della Camera, letta nella chiave del Terzo Polo, conferma l’idea che l’area moderata di destra cerca spasmodicamente di aprirsi un varco fra i due schieramenti maggiori ponendosi come forza di intermediazione. Nessuno li ha chiamati, ma i due “caschetti” blu si sono presentati al cheek point rischiando di fare la fine del vigile di Alberto Sordi alle prese con un compito superiore alle sue forze. malgrado gli interventi di Casini e di Fini siano ispirati alla volontà di evitare il voto anticipato e di sbloccare il governo dalla palude in cui nuota, il dato politico prevalente delle due interviste è il posizionamento che si cerca di dare alla nuova aggregazione politica in vista di un voto anticipato. Se Berlusconi cerca parlamentari “ragionevoli” nel suk del Transatlantico per continuare a governare, i suoi due ex alleati vogliono fornire all’elettorato la possibilità di orientarsi verso un polo politico “ragionevole” che si dichiara estraneo al conflitto. Per Casini questo approdo è più naturale. Il leader dell’Udc ha smussato i toni della sua polemica con la maggioranza di centrodestra e da mesi propone una soluzione di compromesso per la crisi politica. Fini, invece, è stato il protagonista della più dura contrapposizione al berlusconismo degli ultimi mesi, in una battaglia finita con la sconfitta parlamentare per colpa della defezione di alcuni deputati dipietristi e di tre finiani pentiti. Il presidente della Camera, nell’intervista alla Repubblica che segue quella al Corriere della sera del suo amico ritrovato, ammette la sconfitta e conclude dicendo che «non ci si può dividere nel dire che gli ultimi sei mesi non hanno rappresentato un successo per nessuno» e avverte che «sarebbe molto pericoloso continuare a pensare che i prossimi sei mesi saranno come i precedenti». Tuttavia fra i sei mesi trascorsi e i prossimi c’è di mezzo una differenza di analisi che il presidente della Camera mostra di voler oscurare. Il conflitto con Berlusconi nacque, infatti, sulla base di tre idee propagandate proprio da Fini alla vigilia del voto nell’intervista tv a Lucia Annunziata: il carattere antidemocratico del Pdl, il fallimento della strategia riformista del governo, la crisi finale del berlusconismo rappresentato a tinte persino più fosche di quanto abbia mai fatto l’opposizione di sinistra. Nella nuova strategia finiana, delineata ieri, tutti questi elementi scompaiono e il problema messo al centro del dibattito sembra essere la necessità di trovare punti di accordo per impedire l’implosione politica del paese.
È del tutto evidente che il presidente della Camera non ha solo cambiato tattica non chiedendo più le dimissioni del governo, ma ha mutato anche strategia ancora una volta ritenendo possibile fare con questa maggioranza, sussidiata da lui e da Casini, quelle cose di cui la riteneva strutturalmente incapace. Fini, come Casini, accompagna questa proposta di pacificazione, che rappresenta una drastica correzione di rotta per il suo nascente partito, dall’assenza di indicazioni programmatiche su cui convergere. Fini fa riferimento alla cultura della Grosse Koalition ma, come il suo partner, si guarda bene dall’indicare i contenuti su cui chiamare i berlusconiani alla prova della condivisione. Fini, in verità, corregge l’aperturismo di Casini sul tema del federalismo ma, a pochi giorni di distanza dal voto sul federalismo fiscale, tace sulle intenzioni della sua parte politica. Il paradosso della proposta di pacificazione sta proprio in questo impianto generico che invece di chiarificare il quadro politico lo rende ancora più confuso e pasticciato. Dopo il lungo periodo di silenzio seguito alla sconfitta del 14 dicembre era normale aspettarsi qualcosa di più dal protagonista principale del fallito assalto al governo. L’aspetto singolare di tutta questa storia è che mentre le scosse di assestamento che hanno squassato il Pdl dopo il terremoto provocato dal presidente della Camera continuano a travolgere la cittadella berlusconiana, Gianfranco Fini ha frettolosamente chiuso quel dossier. La destra maggioritaria ha indubbiamente vinto in Parlamento ma la sua situazione è tragica perché deve fare i conti a) con l’accresciuta conflittualità nel Pdl, b) con il blocco dell’iniziativa del governo, c) con le nuove tensioni con la Lega, d) con il dualismo del premier con Tremonti, d) con l’incombere di una drammatica crisi sociale e il rischio di un nuovo assalto della speculazione all’Italia. Si sta delineando, cioè, uno scenario classico in cui le forze di opposizione sono costrette a cercare punti di raccordo valutando l’impossibilità del quadro di governo di reggere la prova. La risposta da dare nell’interesse del paese non è la proposta, peraltro rifiutata, di allargare la base parlamentare della maggioranza ma quella di stabilizzare la forza dell’opposizione sulla base di una convergenza programmatica. Fini e Casini mostrano di temere l’abbraccio con il resto dell’opposizione e soprattutto temono la reazione del loro elettorato. Non si capisce però a quale parte del paese si rivolgono con questi continui cambiamenti di fronte che rischiano di deludere i moderati antiberlusconiani e di rafforzare la diffidenza nei loro confronti del tradizionale elettorato di destra. Tra l’altro l’alleanza fra di loro non può nascondere la diversità delle storie. Casini gioca un’altra partita rispetto a quella di Fini. Fini si dichiara ancora bipolarista. Il leader dell’Udc pensa, invece, che il bipolarismo sia fallito e propone una stagione di lunga macerazione del quadro politico che alla fine dovrebbe premiare le forze di centro. Quello che viene presentato come un patto di pacificazione assume le forme di un patto di logoramento. In questo senso Casini è molto andreottiano perché si gioca la carta della consunzione dei competitors. Berlusconi lo ha capito e per questo preferisce esplorare la strada della compravendita dei parlamentari. Ma anche nel caso in cui Berlusconi accettasse, il dialogo sarebbe solo con Casini e non con Fini. Per questo il nuovo Fini, rinfrancato dalle lunghe vacanze, rischia di sprecare un’altra occasione offrendosi ai dileggi della parte che ha abbandonato dopo un duro scontro politico. Se Casini apre a Berlusconi appare troppo furbo, se lo fa Fini appare troppo arrendevole. Tutti e due, però, rischiano di fare la fine della sora Camilla, “tutti la vonno e nissuno la pija”. p. caldarola il riformista

Attentato a Fini

Lunedì, 27 Dicembre 2010

Girano strane voci a proposito di Fini. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se mi limito a riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato e, in alcuni casi, dicendosi addirittura pronte a testimoniare di fronte alle autorità competenti. Toccherà quindi ad altri accertare i fatti. La prima storia è ambientata in Puglia, anzi, per la precisione ad Andria, un grosso comune da poco diventato capoluogo della neonata provincia di Bat, Barletta, Andria e Trani. Qui qualcuno avrebbe progettato un brutto scherzo contro il presidente della Camera. Non so se sia giusto parlare di attentato, sta di fatto che c’è chi vorrebbe colpirlo in una delle sue prossime visite e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro. Secondo la persona che mi ha fatto la soffiata, nel prezzo sarebbe compreso il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio. Per quel che ne ho capito, l’operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito. Vero, falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto. Anzi, apparentemente sembrava un tizio con tutti i venerdì a posto: buona famiglia, discreta situazione economica, sufficiente proprietà di linguaggio. In cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza e poi tornare da dov’era venuto. Perché si è rivolto a me e non è andato dai carabinieri? Gliel’ho chiesto e mi ha risposto che era in imbarazzo a giustificare come fosse venuto in possesso della notizia e temeva che la spiegazione potesse arrivare alle orecchie dei suoi familiari. Per cui ha voluto vuotare il sacco con me, facendosi assicurare che non avrei svelato il suo nome, ma mi sarei limitato a riferire le sue parole. È quel che faccio, pronto ad aggiungere qualche altro particolare, se qualcuno me lo chiederà. La seconda storia invece è ambientata a Modena. Qui lo scorso anno, un tizio uguale in tutto e per tutto a Gianfranco Fini si sarebbe presentato a una signora che esercita il mestiere più vecchio del mondo. Il suo nome, il numero di telefono al quale contattarla e le sue fotografie compaiono su un sito in cui decine di professioniste di tutta Italia offrono i loro servigi. La signora, che giura di essere nipote di un vecchio camerata, in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti. Tutto ciò lo ha raccontato a me, condendo la storia con una serie di altri particolari piccanti e acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza. Mitomane? Ricattatrice? Altro? Boh! Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi: non solo qualcuno minaccerebbe l’incolumità del presidente della Camera al fine di alimentare un clima di tensione nel Paese, ma la terza carica dello Stato dopo aver fatto il moralista con Berlusconi ora sarebbe inciampato in una vicenda a sfondo erotico peggiore di quelle rimproverate al Cavaliere. Che una escort giri le redazioni distribuendo aneddoti a luci rosse sull’ex camicia nera non è bello. Se invece è tutto falso, attentato e puttana, c’è da domandarsi perché le due storie spuntino in prossimità dello scontro finale tra Fini e il capo del governo. C’è qualcuno che ha interesse a intorbidire le acque, diffamando il presidente della Camera? Oppure si tratta di polpette avvelenate che hanno come obiettivo quello di intaccare la credibilità di Libero? La risposta non ce l’ho. Quel che sapevo ve l’ho raccontato e, se richiesto, lo riferirò al magistrato, poi chi avrà titolo giudicherà. m. belpietro libero

L’oscuro dietro-front di Napolitano

Martedì, 21 Dicembre 2010

Il presidente della repubblica ha gioco un ruolo decisivo nella mancata sfiducia al governo berlusconi. Ai primi di novembre, Napolitano aveva marcato la sua distanza dal premier, non sottraendosi a battute sulla debolezza del governo. Poi, improvvisamente, un secco intervento a favore della legge di stabilità che ha portata a posticipare di un mese il voto di sfiducia. non è vero che la crisi di governo avrebbe impedito l’approvazione della legge sui conti.  anche in piena crisi il parlamento avrebbe potuto approvare la legge, come dimostra il voto a favore dei terzisti che avevano già dichiarato la loro intenzione di sfiduciare il governo. qualcuno dei finiani ha anche tentato di dirlo, ma il messaggio non è passato. così berlusconi ha avuto un mese per organizzarsi. e il mese è stato speso bene se si pensa che la chiesa ha preso posizione a favore del governo e la clinton ha definito il berlusca “il nostro migliore amico”. cosa sarà mai accaduto? cosa ha provocato il dietro-front di napolitano? i rumors invitano a cercare la risposta nella grande amicizia tra berlusconi e putin…temis