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La tecno-casta

Mercoledì, 31 Ottobre 2012

La casta. Intesa come ‘gruppo chiuso’ di persone che pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti, ma anche di esercitare determinati poteri sulla base di una presunzione di potere superiore o diverso (senza regole, se non le proprie) rispetto agli altri poteri. C’è la casta degli intoccabili, dei potenti aggrappati alla poltrona, la casta dell’immoralità pubblica e privata e della corruzione, del potere fine a se stesso che viola quotidianamente le regole più elementari della democrazia e dello stato di diritto. Casta, oppure élite auto-referenziale. Oppure oligarchia. Parentopoli e tangentopoli.Ma esiste anche un’altra casta, definibile come ‘tecno-casta’: è quella del governo Monti, dei professori, dei tecnici, della troika Fmi/Ue/Bce, la casta degli esperti, di coloro che si credono esperti o che vengono definiti come esperti, con i cittadini costretti a delegare loro il ‘potere’ non più in nome della democrazia liberale e rappresentativa ma dello ‘stato di necessità’ neoliberista (la crisi, l’Europa, Angela Merkel e le sue ossessioni) o meglio ancora (e il richiamo è ovviamente a Giorgio Agamben) dello ‘stato di eccezione’ (eccezione rispetto alle regole della democrazia, allo stato di diritto, alla sovranità popolare, alla cittadinanza, alle libertà sociali e politiche). ‘Stato di eccezione’ ormai divenuto la pericolosissima regola, la normalità, la quasi-banalità del male neoliberista, la perversa ‘norma-base’ di una nuova Costituzione materiale che ha sostituito la Costituzione sostanziale, ovvero quella delle libertà e dei diritti (e questa volta in nome di un’economia di mercato ormai unica ‘dimensione di senso’, unica ‘grande narrazione’ o totalitaria ‘biopolitica’ della postmodernità). E se è vero che l’antipolitica tende a portare alla dittatura o al populismo (forma mascherata di dittatura), è altrettanto vero che uno ‘stato d’eccezione’ diventato norma(lità) porta all’assolutismo dello stesso ‘stato d’eccezione’ e alla ‘democrazia sempre sospesa’. Tecno-casta, allora: ‘gruppo chiuso’ di uomini che pretendono di avere/essere il sapere e la conoscenza e quindi di dover avere/essere il potere, esercitando, in nome di questa presunzione una azione politico-tecnica sull’intero paese. Tecno-casta: Monti, Fornero, Profumo, Passera, un militare come ministro della Difesa – e il presidente Napolitiano che la sostiene, essendone di fatto il ‘padre’ politico e l’ispiratore. Tecno-casta che riforma pensioni e lavoro, ma non il mondo della finanza. Tecno-casta che conferma la spesa (in crescita per di più) per i caccia F35 – spesa assolutamente inutile, incostituzionale e immorale. Tecno-casta che invoca norme anticorruzione senza avere il coraggio di ripristinare il reato di falso in bilancio. Che invoca austerità per tutti e taglia salari e stipendi, ma che permette (e non trova scandaloso che) al figlio del ministro Cancellieri – Piergiorgio Peluso – venga data una liquidazione di 3,6 milioni di euro per appena quattordici mesi di lavoro come direttore generale di Fondiaria Sai (scatenando le giuste rimostranze di Massimo Gramellini, su La Stampa). Una tecno-casta – e di più e peggio – che difende Gianni De Gennaro (non avendogli imposto le dimissioni dal governo), pur se condannato in Cassazione per i fatti di Genova 2001.Anche il ‘potere’ dei tecnici, degli esperti, dei professori è dunque casta, è oligarchia auto-referenziale, è élite auto-nominatasi tale, è potere allo stato puro. Tecno-casta che è casta non solo in sé ma per sé, auto-riproducendosi, auto-validandosi, auto-legittimandosi (ancora lo ‘stato d’eccezione’, grazie al quale accresce il suo potere e la sua legittimazione). E’ potere quindi a-democratico – come ogni potere tecnico – che però si pone come obiettivo (Mario Monti) di cambiare il modo di vivere degli italiani. Introducendo una forma nuova ed esplicita di ‘biopolitica’ (intesa come ‘governo della vita’ di una popolazione), ma soprattutto di ‘disciplina’ (intesa come imposizione di determinati comportamenti funzionali) – nei sensi dati da Foucault a questi due concetti; e di cambiarlo – il modo di vivere – ovviamente secondo il ‘volere’ pedagogico della stessa casta: ancora neoliberismo, ancora riduzione dei diritti civili e sociali, competizione di tutti contro tutti, flessibilità da accrescere in nome della competitività e avendo di fatto come benchmarck i lavoratori della Foxconn cinese, tutto in nome degli obiettivi di una ‘nuova divisione internazionale del lavoro e della rendita’, ovvero: riduzione dei salari e del costo del lavoro, impoverimento collettivo, ampliamento delle disuguaglianze sociali e reddituali, de-qualificazione della scuola, della cultura e della ricerca e incentivi invece ai lavori a bassa professionalità (per cui: meno iscritti ai licei, meglio le scuole professionali), de-motivazione sociale e produzione di rassegnazione morale, ‘uccisione’ della speranza e della partecipazione, svuotamento della democrazia e della sovranità popolare (l’agenda Monti come le Tavole della Legge, la casta degli esperti che ha sempre ragione mentre gli altri hanno sempre torto, le riforme fatte che “non devono essere toccate” – come dicono all’unisono Napolitano e Monti, indifferenti al fatto che siano state riforme palesemente sbagliate, e comincia ad accorgersene perfino il Fondo monetario, quindi da correggere in fretta). Dunque, il potere tecnico e dei tecnici come ulteriore casta di potere. Perché appunto non esiste solo la casta dei corrotti e del malaffare, degli inamovibili e dei troppi conflitti di interesse; ma esiste la casta degli esperti e dei tecnici che credono di conoscere e di sapere la verità (come teologi della religione neoliberista), facendoci credere che la loro conoscenza sia ‘la’ conoscenza e ‘la sola’ conoscenza possibile e vera. Tecno-casta, allora, sottoprodotto persino della tecno-crazia. Perché la scienza – e qui si ripropone la vecchia distinzione tra scienza e tecnica – vive nel principio di falsificabilità, mentre la tecnica (la tecnica come apparato, come potere degli esperti, come sapere auto-referenziale), vive della propria verità, della propria razionalità, tale anche se contraddetta dalla realtà. Sosteneva il filosofo Karl Popper che se nessun numero di ‘prove’, ancorché elevatissimo, può confermare e giustificare la validità di una affermazione o di una proposizione scientifica, un solo esempio contrario basta a dimostrane invece la falsità; e se quindi le asserzioni di base della teoria sono contraddette dall’esperienza, la teoria deve essere abbandonata. Questa ‘logica della scoperta scientifica’, che procede per ‘congetture e confutazioni’, viene invece contraddetta – come qui si sostiene – dalla tecnica e dagli esperti, per i quali la realtà deve assumere sempre una ‘forma tecnica’ e se una teoria (come il neoliberismo) contraddice la realtà e l’esperienza dei fatti dimostra che quella teoria (sempre il neoliberismo) è falsa, non è la teoria ad essere sbagliata ma è la realtà a non voler corrispondere alla teoria (o all’ideologia: il meccanismo di relazione tra verità e falsità è analogo). Il neoliberismo non supera – non ha superato e non supererà mai – il test della falsificabilità (così come, per Popper non lo superavano il marxismo e la psicanalisi che pure, per molti aspetti si consideravano ‘scientifiche’): eppure continua ad essere replicato in tutti i modi, è la ‘coazione a ripetere’ dei tecnici, che pensano di risolvere i problemi creati dalla tecnica o da una ricetta economica con ‘più tecnica’ e non con una tecnica o una ricetta ‘diversa’. E anche il potere della tecno-casta può dunque essere ‘osceno’. Nel senso che non ha pudore, è amorale se non immorale (spese militari sì, sostegno dei redditi no; riforma delle pensioni sì, riforma della finanza no), perché contrari al senso del pudore politico e morale non sono solo il bunga-bunga, Formigoni e Batman, ma anche l’abolizione dell’articolo 18. E mentre si discute nuovamente e giustamente di ‘questione morale’ sotto il peso dell’ennesima tangentopoli, è anche questo governo che pone, con i suoi comportamenti immorali e socialmente ingiusti (qualcuno ricorda ancora cosa significhi ‘giustizia sociale’?) una nuova ‘questione morale’. Ridefinita da un ‘sapere tecnico ed economico’ presunto ma presuntuoso (voler cambiare il modo di vivere delle persone, con le buone o con le cattive), un sapere fatto in realtà di poca conoscenza e di molta ideologia. Per correggere l’errore neoliberista (che troppi ancora non vedono, comportandosi come Hoover nel 1929 dopo il Grande Crollo), per uscire dalla ‘coazione a ripetere’ degli esperti, per ritrovare una capacità di progetto politico (e ancora poca cosa sono le crescenti riserve dei partiti a Monti, spesso giocate in una solo diversa ‘logica di casta’), serve allora passare dagli ‘esperti a pensiero unico’, al ‘potere dell’immaginazione’ (e diceva Einstein: “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso e facendo nascere l’evoluzione”), anche a costo di recuperare il vecchio slogan del Sessantotto, il più difficile, ma certamente il più affascinante – e oggi il più necessario. Quell’immaginazione che ci è stata ‘rubata’ dal post-sessantotto, dalla rete, da Berlusconi e dal suo ‘modello veline’, dalla globalizzazione e ora dalla tecno-casta di Monti (e/o di Barroso, della troika e della Goldman Sachs). lelio demichelis micromega (28 ottobre 2012)

Conti truccati contro l’Italia (by Pelanda)

Domenica, 22 Luglio 2012

Da un paio di mesi sto cercando di capire perché il costo di rifinanziamento del debito italiano sia il doppio di quello che sarebbe giusto in base ai dati economici fondamentali ed alle azioni recenti del governo. Il Centro studi di Confindustria stima che il differenziale realistico – appunto, basato sull’analisi dei fondamentali –  tra titoli di debito italiani e tedeschi (spread) dovrebbe essere di 164 punti e non di quasi 500. E avverte che se i tassi teorici e reali convergessero, l’Italia, nel medio termine, tornerebbe in crescita invertendo la tendenza recessiva e, soprattutto, la crisi del credito, e bancaria, che dipende direttamente dall’eccesso di sfiducia sul nostro debito. Se non convergeranno, invece, la recessione sarà devastante, in avvitamento. Per evitare tale scenario catastrofico - Confindustria ritiene necessario uno scudo anti-spread più efficace di quello ora in discussione nelle sedi europee. Sensato. Ma l’efficacia dello scudo anti-spread risentirà comunque dell’opinione del mercato in relazione all’Italia. Con questo in mente ho chiesto spiegazioni ai principali attori del mercato finanziario. La risposta concorde è stata: leggiti cosa scrive il Fondo monetario sull’Italia, che è la fonte dati principali a cui si ispirano tutti quelli che devono valutare i rischi sovrani, e, visto che sei del mestiere, capirai perché pretendiamo un premio di rischio del 6% e oltre per comprare titoli decennali di debito italiano, e perché siamo incerti se acquistarli o meno. Ma è immotivato l’eccesso di negatività del Fmi sull’Italia, ho risposto. Prova che sbaglia, hanno ribattuto scettici. Per questo sono andato a confessare parecchi analisti e funzionari del Fondo, raccogliendo le confidenze che qui sintetizzo.L’estate rovente – Nella tarda primavera del 2011, quando la crisi si estese all’Italia, una parte dello staff del Fmi, in particolare quello di nazionalità italiana, voleva che il Fondo rendesse pubbliche le analisi sulla sostenibilità del debito e sui fondamentali dell’economia italiana che non giustificavano l’inasprirsi della pressione dei mercati e il conseguente innalzamento dello spread. Questa posizione uscì sconfitta per due motivi. Primo, si formò un asse occulto tra il direttore generale Lagarde e il rappresentante tedesco presso il Fmi, con la benedizione di quello francese, volto a mantenere altissima la pressione sul’Italia. Non solo il Fmi non dischiuse le  valutazioni favorevoli sull’Italia ma chiese, con il sostegno tacito della Germania, un monitoraggio rafforzato sull’Italia,  strumento che dal 2004 a oggi è stato utilizzato solo per Nigeria e  Giamaica. Tale mossa, nelle intenzioni dell’alta direzione del Fmi e della Germania, doveva essere il precursore per costringere l’Italia ad accettare un «programma» di circa 90 miliardi: non tanto per rifinanziare il debito pubblico italiano, ma finalizzato a mettere sotto controllo totale (un prestito serve ad imporre condizioni) le decisioni economiche e di bilancio del governo italiano. Infatti nel vertice G20 di Cannes, nel novembre 2011, Lagarde annunciò una nuova forma di prestito (Precautionary and Liquidity Line; PLL) che molti analisti e giornalisti – si vedano le agenzie Bloomberg e Reuters  di quel periodo – valutarono concepita specificamente per mettere in gabbia l’Italia. Secondo motivo. Il governo italiano non intervenne a sostegno degli analisti che volevano ripristinare la verità tecnica sull’Italia e questi, non sentendosi sostenuti dal governo interessato, smisero di insistere. Ed è ancora così, misteriosamente.Tesi tedesca – Da allora le pubblicazioni ufficiali del Fmi tendono fedelmente a riflettere la posizione tedesca sull’Italia: consolidamento fiscale e riforme strutturali in tempi ed intensità insostenibili. Non trovano spazio in tali pubblicazioni le analisi interne del Fondo che mostrano come nella crisi dell’euro l’effetto contagio sia dirompente; come i tassi italiani si muovano in risposta ad analoghi movimenti di quelli spagnoli. Se si fosse dato spazio a queste analisi, la conclusione sarebbe stata che l’Italia era vittima di contagio e che avrebbe dovuto beneficiare del supporto sistemico della Bce, cosa che la Germania assolutamente non voleva. Nelle analisi pubblicate, inoltre, non vi è traccia delle preoccupazioni dello staff per gli alti tassi di interesse italiani che, lungi dal facilitare le riforme, ne ostacolano la loro realizzazione proprio per mancanza di accesso ai mercati a costi sostenibili. Ugualmente, non vi è alcuna critica pubblica o semipubblica alla Bce, che, invece, dallo staff Fmi viene percepita come elemento del problema, non della soluzione. Anzi, in ossequio alla volontà tedesca, la Bce viene inserita nella troika che impone e controlla la condizionalità dei Paesi membri dell’euro, un fatto assolutamente inedito nella storia del Fmi e che trova la ferma opposizione degli Stati Uniti. In tutte le pubblicazioni, con l’eccezione – per altro insufficiente – dell’ultimo numero del Fiscal Monitor,  non vi è alcun tentativo di analizzare in forma separata e specifica l’Italia che, invece, viene sempre appaiata alla Spagna o ad altri Paesi periferici. Quest’approccio metodologicamente infondato e politicamente distorto, in quanto i problemi dell’Italia sono diversi dagli altri, nonché molto minori,  continua in questi giorni in cui l’Italia continua a essere associata alla Spagna senza che si faccia chiarezza sul percorso di riforme intrapreso da Roma in una condizione strutturalmente molto più solida rispetto a quella di Madrid.Colpe e assedi – L’Italia è certamente colpevole di disordine economico, per esempio la lentezza delle riforme e l’inconsistenza di gran parte dei politici, partiti e sindacati. Inoltre non possiamo nasconderci che nel 2011 ha perso credibilità in modo totale. Ma i suoi fondamentali sono decenti, ha fatto riaggiustamenti economici, pagati con il sangue del popolo produttivo, come nessuna altra nazione. E, pur se da poco, comincia a tagliare spesa pubblica invece che alzare le tasse ed a valutare, pur ancora timidamente, operazioni patrimonio contro debito. Francamente non si merita uno spread così alto e devastante né tantomeno che le valutazioni del Fmi non riconoscano gli aspetti positivi e specifici della nazione. Si tratta di guerra economica condotta dalla Germania contro l’Italia, per  indebolirla e meglio condizionarla, o  solo di una diversità o di errori analitici, per la loro tipica ansia che distorce le visioni, dei tedeschi? Alcuni indizi fanno propendere per la prima ipotesi, dal momento che sono in atto tentativi di conquista di posizioni di controllo nei settori industriali, dell’energia (Ansaldo) e bancario e forti compressioni della presenza italiana nei mercati esteri.Linea prudente – Il governo Monti non vuole rispondere, e un suo esponente mi ha suggerito di non portare questo tema sulla stampa dopo un primo articolo pubblicato su Il Foglio, perché  sta tentando una strategia non conflittuale di convincimento della Germania, nella paura che Berlino possa «catastrofarci» se la denunciamo e sfidiamo. O preferisce tenere nascosti i difetti di gestione dell’immagine italiana presso il Fmi e altrove? Per questo chiedo alle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa, se possibile in sessione congiunta in quanto il problema è di sicurezza nazionale, di chiamare in audizione chi può dettagliare ed espandere gli indizi qui riferiti per decidere se siamo oggetto di un attacco o meno e se, in caso, il governo sia attrezzato per la giusta difesa. Secondo me la nazione è sotto attacco e dovrebbe reagire con massima durezza e determinazione. Ma è meglio che siano le istituzioni ad accertarlo in modi approfonditi, vigileremo che lo facciano. www.carlopelanda.com libero

Lagarde vuole soldi nella borsa Vuitton

Domenica, 29 Gennaio 2012

“Ho bisogno di fondi” ha detto, ieri, a Davos il direttore del FMI, Christine Lagarde, sollevando la sua borsa. La foto pubblicata sul Corierre a pag. 16 ha la seguente didascalia: “Christine Lagarde mentre ieri mostrana la sua Louis Vuitton Lock-it in haute maroquinerie, cioè pellami pregiati, realizzata su ordinazione e dal prezzo ‘riservato’”. Dopo la tragedia, la farsa. Temis

Ma l’Islanda ha vinto!

Martedì, 24 Gennaio 2012

Luogo dell’anima, sogno di molte infanzie, una sorta di terra sacra. Esploratori, monaci, viaggiatori solitari, artisti e poeti, in tantissimi hanno sognato prima o poi di mettere piede su questa landa piena di fiordi e steppe, elfi e pietre runiche, dove risuonano antiche saghe e una millenaria geometria naturale ogni cosa stratifica. Guardando l’Islanda dall’alto, un’isola sola nell’Atlantico, sfigurata da fessure da cui sono eruttate immense colate laviche, viene da chiedersi com’è possibile che la crisi economica mondiale sia partita da qui, da questa frazione di territorio grande un terzo dell’Italia, abitata da sole 320mila anime, un luogo che sembrerebbe lontano da ogni presenza umana, innocente, incontaminato, quasi inaccessibile a parole come spread, crack, rating.Eppure, il rischio-default che in questi mesi spaventa l’Europa intera ha avuto inizio proprio qui, con l’indebitamento delle banche islandesi verso i paesi esteri, Inghilterra e Olanda, soprattutto. Tre anni fa la situazione era estremamente delicata ed è stata necessaria una “rivoluzione silenziosa” per evitare un disastro sociale. Opponendosi all’ipotesi di un salvataggio da parte della Bce e dell’Fmi, o a cessioni della propria sovranità a nazioni straniere, gli islandesi sono riusciti a convincere le istituzioni che il debito non è un’entità sovrana in nome della quale è legittimo sacrificare un’intera nazione e che i cittadini non dovevano pagare per gli errori di un manipolo di finanzieri. Questo ha portato alle dimissioni del governo e alla nazionalizzazione della maggioranza degli istituti bancari, oltre all’arresto dei banchieri che avevano spinto il paese alla bancarotta.Atterrati al piccolo aeroporto Keflavik, a pochi chilometri dalla capitale Reykjavik, noleggiamo un fuoristrada per muoverci sulle strade sterrate dell’isola. Il paesaggio è lunare: pietre laviche ovunque e fumi di gas che salgono da terra; non c’è un solo albero, solo linee essenziali con geometrie senza angoli che salgono e scendono dolcemente. Il metro di misura è l’infinito. Siamo sulla Ring Road, la strada principale dell’Islanda, l’unica interamente asfaltata, che percorre ad anello l’intera isola e sembra attraversare un paesaggio preistorico.Lungo la strada, tuttavia, in mezzo ad ammassi di rocce scure, appaiono grandi tubi metallici che viaggiano paralleli a noi sputando vapore acqueo. Sono le condutture di una delle tante centrali geotermiche islandesi, precisamente quella di Svartsengi, una delle più importanti, vicino al complesso termale Blue Lagoon: una piscina naturale all’aperto, contornata da nere rocce laviche, frequentata ogni anno da migliaia di visitatori convinti di uscire ringiovaniti da quelle acque minerali dense di silice scivoloso. Incontreremo spesso queste centrali, con quei tubi lucidissimi che sembrano eliminatori di scorie radioattive, ma che in realtà producono solo energia naturale.Colpisce il contrasto tra la dimensione primordiale della natura e l’avanzatissima tecnologia di cui dispone l’Islanda, che da decenni è riuscita a sfruttare al meglio le risorse della propria terra, senza per questo compromettere l’equilibrio ambientale. L’energia geotermica è una risorsa fondamentale, grazie alla quale quest’isola minuscola, che confina con il circolo polare artico, è diventata uno dei Paesi più ricchi al mondo: dopo lo spaventoso default finanziario, l’indipendenza energetica ha contribuito ad avviare quella rapida ripresa economica che sta diventando un modello per tutto l’Occidente.Un altro aspetto che colpisce è il legame sottile e profondo che unisce la natura di questo luogo con lo spirito di chi lo abita. Thomas Mann scriveva che la patria ideale del sentimento era “nordica”, ritrosa interiorità sensibile capace di raccogliersi nel minimo e nel vicino, nell’intimità della casa sperduta in un paesaggio solitario. E l’Islanda è proprio questo: una terra che insegna a svuotare la vita di ogni superfluo, a toglierle ogni oncia di grasso sentimentale.Un luogo, in particolare, sembra riassumere questo spirito, uno dei più misteriosi dell’Islanda: il lago glaciale dello Jökulsárlón, dove gli iceberg si staccano ripetutamente dal fronte del Vatnajökull, il più grande ghiacciaio d’Europa. Ci arriviamo percorrendo la Ring Road, a sud dell’isola, poco distante dalla cittadina di Höfn. Massi di ghiaccio si schiantano in acqua spostandosi inesorabilmente verso il mare. La vista lascia senza fiato: una specie di laguna fredda, scura, senza vegetazione. È come se un pezzo di Polo Nord si fosse staccato e avesse deciso di stabilirsi qui. Architetture poliformi abitano questo luogo, il ghiaccio si colora di azzurro quando la luce lo attraversa con una certa angolazione e si annerisce quando la lava entra negli interstizi. Gli iceberg, sospinti dal vento fortissimo, si muovono in continuazione. Si ammassano insieme, collidendo e assestandosi, oppure si sparpagliano all’interno dello Jökulsárlón. È uno spettacolo che rivela tutta la forza misteriosa della natura: un’immensità che sembra  volerci risucchiare dentro le sue fauci. Non a caso Leopardi, nel suo famoso “Dialogo”, fa incontrare la Natura al suo islandese, raffigurandola come una figura femminile di enormi proporzioni “di volto mezzo tra bello e terribile”, indifferente all’inerme viaggiatore.Ai piedi del Vatnajökull la temperatura è polare. Saliamo su una specie di anfibio, ovvero un grosso camion che, a contatto con l’acqua, non usa più le ruote ma pinne retrattili. L’aria è tersa, i colori incredibili. L’acqua vira al turchese, dà un’impressione di assoluta trasparenza. Il camion diventato barca sfiora gli iceberg, alcuni raccolti l’uno accanto all’altro come per proteggersi. Questi massi di ghiaccio, visti da vicino, assumono i colori e le forme più diversi: un bianco folgorante, con profili che ricordano le montagne himalaiane, frastagliati, tozzi, appuntiti e grandiosi. Dall’acqua ogni tanto fanno capolino testoline scure di foche che riposano sulla costa vicina.Benché possa sembrare un prodotto dell’ultima glaciazione, la laguna si è formata soltanto 75 anni fa e cresce a ritmi consistenti a causa del repentino ritirarsi del ghiacciaio. La laguna è piena di turisti, segno che la ripresa economica è in atto, dopo la grande crisi. È come se gli abitanti avessero deciso di uscire dalle difficoltà economiche con il bene più prezioso di cui dispongono, la natura.Non a caso, qualche mese fa la popolazione è insorta contro un magnate immobiliare cinese che aveva offerto l’equivalente di circa 70 milioni di euro per acquistare 300 chilometri quadrati di deserto islandese: il suo obiettivo era la costruzione di un gigantesco resort fatto di ville, alberghi e campo da golf. Il progetto non è andato in porto.Ma l’Islanda sa che deve tenere sempre la guardia alta: la sua è una posizione strategica, soprattutto a causa dello scioglimento dei ghiacciai, che aprono nuove vie marittime e rendono le risorse minerarie della regione più accessibili. Molti Paesi, in particolare la Cina, vedono nell’Islanda un potenziale hub per il commercio globale delle merci, soprattutto asiatiche. Questo è un altro dei possibili rischi del disastro economico che ha investito l’Islanda: la svendita del patrimonio naturale “per fare cassa”. Ma questo è un Paese abituato alle bufere e ai terremoti e i discendenti degli esploratori vichinghi hanno temprato il loro coraggio e la loro saldezza aggrappandosi a questa terra rude, superando con tenacia colonizzazioni, carestie ed eruzioni.Di recente qualcuno ha definito l’Islanda la “nuova Atene” (paragonandola alla capitale della grande civiltà antica, non certo alla Grecia di oggi), per la straordinaria rivoluzione democratica e pacifica che ha intrapreso, un Paese in cui la nuova carta costituzionale è stata scritta con il coinvolgimento di tutti gli abitanti, usando come mezzo anche i social network: su Facebook, il lavoro della Commissione Costituzionale è stato vagliato, discusso e modificato grazie alla partecipazione attiva dei cittadini che potevano esprimere la loro opinione liberamente.“Ho capito per la prima volta cosa davvero significa la parola democrazia. Avere contribuito a scrivere la Carta, oltre a riempirmi di orgoglio, mi fa sentire molto responsabile verso il mio Paese e verso la libertà della mia gente”, dice una ragazza, dal nome impronunciabile, incontrata in uno dei tanti locali della capitale Reykjavik.Gli investitori internazionali sono tornati ad avere fiducia in questo Paese, a dimostrazione che le linee economiche dettate da Fmi e le analisi delle società di rating non sono dogmi. In fondo quest’isola, squassata da terremoti e scolpita dalle eruzioni è la terra più giovane del mondo e non ha cessato di ingrandirsi in balia della tettonica e dell’espansione dei fondi oceanici. E i suoi abitanti sono consapevoli di appartenere a un mondo imperfetto, tanto che sono loro stessi i primi a dire di essere solo al quinto giorno della creazione, geologica quanto civile, di quest’isola incompiuta. c. benigni Fonte: http://www.nazioneindiana.com/2012/01/23/la-rivoluzione-silenziosa-che-ha-salvato-lislanda/ via megachip NOTA DI MEGACHIP L’articolo descrive bene la solida dignità che ha impedito all’Islanda di precipitare nella spirale insensata da cui sono attratti e travolti altri paesi, in primis la Grecia. Tuttavia va precisato che a Reykjavík non sono riusciti ad evitare l’abbraccio del Fondo Monetario Internazionale, che invece è intervenuto con un ruolo non secondario. Potremmo dire che la “rivoluzione islandese” è attraente perchè si è dimostrata una concreta alternativa al “pensiero unico”, ma che non va mitizzata.