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Putin e il Papa (by Buttafuoco)

Lunedì, 9 Dicembre 2013

La scena di Vladimir Putin che consegna l’icona santissima al vescovo di Roma racconta al meglio cosa è diventata la religione nelle mani degli occidentali, pure quelli venuti dalla fine del mondo. Il leader russo – un vero patriota, un fervente credente, formatosi nello stalinismo – consegna il Beato Volto della Vergine al pontefice. Ne mira dunque la perfezione, ne scruta i riflessi, ne avverte tutta la potente vibrazione celeste e perciò non si capacita di come quell’uomo accanto a sé – il capo della chiesa di Roma – passi quasi in cavalleria cotanta consegna e così, come in un istinto di salvaguardia dell’icona, prima di staccarsene, Putin – che, quasi incredulo domanda: “Ma l’è piaciuta?” – s’inabissa in un solenne inchino segnandosi col triplice segno ortodosso e il momento diventa così concitato (per dirla diplomaticamente) che il Papa torna indietro di un passo e ripete inchino e segno di croce. Quell’icona, infine, è la copia di quella che Giuseppe Stalin, al tempo del conflitto con la Germania, fece trasportare in volo sulla città di Mosca per poi restituirla all’altare affinché col suo manto di grazia e misericordia la Madonna potesse confortare i soldati, la popolazione radunata in baracche dai grossi catenacci e la Santa Madre Russia nel momento terribile della guerra patriottica. In quell’icona, accarezzata da raffiche di mitragliatrice, si specchiano i sacrifici, i fuochi, le tragedie e la Resurrezione di una schiatta resa forte dalla millenaria fedeltà al proprio speciale spirito, quello dell’eroica misericordia forgiata nella pietas. Certo, ci vuole un’aquila bicipite sulla bandiera per attraversare l’inferno del materialismo e svegliare così il bianco delle nevi alla vita rinnovata nella luce. Ci vuole lo spirito russo. E ci vuole un comunista – non uno di sinistra ma un co-mu-ni-sta! – per insegnare al Papa che cosa deve fare un Papa.

Pietrangelo Buttafuoco ilfoglio

Se questo è un Papa

Lunedì, 22 Aprile 2013

Si potrebbe partire dai gesti irriverenti: l’autografo sul gesso di una ragazzina, la papalina scambiata con un fedele, le già tante maglie di calcio sventolate. Oppure soppesarne i gusti: Hölderlin e qualche dimenticato scrittore francese, Guardini e Kasper, Chagall e il cinema neorealista italiano, Anna Magnani e Astor Piazzolla. Oppure frugare nell’armadio: magari salta fuori uno scheletro o anche solo un ossicino, uno scivolone, una frase infelice, una mossa falsa. Ma è già stato fatto tutto molto bene e piuttosto inutilmente. L’aneddotica sul Jorge Mario Bergoglio alias Papa Francesco è già lievitata a dismisura e siamo vicini alla saturazione, anche perché la luna di miele con i mass media ancora regge. Meglio seguire un’altra pista, provare a riflettere su cosa sta capitando a un’istituzione fondamentale della chiesa come il papato nel passaggio di testimone tra Benedetto XVI e Francesco, nella maniera unica e sorprendente che sappiamo.

Lo chiedo al monaco tedesco Elmar Salmann, uno dei pochi talenti in circolazione ancora in grado di mescolare con perizia teologia, filosofia, letteratura, storia, arte, psicoanalisi. Dal suo punto di osservazione, la cella dell’abbazia di Gerleve in Westfalia, alla vigilia del Conclave mi aveva detto di non aspettarsi “niente di particolare”, con quel tono di affabile distacco che lo contraddistingue. Adesso, a giochi fatti, mi accompagna via telefono in una ricognizione che parte da qualche considerazione storica. “Ormai sta per chiudersi una fase della chiesa iniziata con l’epoca postnapoleonica. Dopo il trauma feudale, nell’Ottocento il cattolicesimo si costruisce come organizzazione moderna anche se sostenuto da un’ideologia antimoderna. Un’organizzazione centralizzata, efficiente, in cui nascono nuove congregazioni, istituti religiosi e associazioni di laici, si riorganizzano diocesi e seminari; e dove, soprattutto, il papato assume all’interno della chiesa un ruolo centrale, fino all’apoteosi con il dogma dell’infallibilità (nella costituzione “Pastor aeternus” del Concilio Vaticano I, 1870, ndr). Tutto ciò avviene in controtendenza con il nazionalismo del tempo. Ma ora questa fase sta per esaurirsi sia per la fine della centralità europea sia per la molteplicità delle culture che non si lasciano facilmente ricondurre a unità. In tutto ciò è evidente l’incapacità della curia romana di reggere a queste nuove dimensioni mondiali mentre assistiamo al lento trasformarsi del papato, a ben vedere già con Giovanni XXIII: da istanza giuridica, di governo e sacrale, a figura simbolica, carismatica, mediatica. Il ritiro di Papa Benedetto e il dolce stil novo di Papa Francesco sono le condensazioni più visibili di questa trasformazione”.

Un secondo elemento più spirituale della transizione in atto riguarda gli ordini religiosi che vengono tirati in ballo dai due pontefici: benedettini, francescani e gesuiti. “Questo la dice lunga sulla incisività della trasformazione in atto sul piano umano, spirituale e mistico – osserva il benedettino Salmann – Sono tre forme di vita diverse. Che prima sia un Papa dalla filosofia platonica a scegliere il nome di Benedetto e poi un gesuita a scegliere quello di Francesco denota il sorgere di una nuova costellazione di senso e una contaminazione degli ideali religiosi, che sono legati alle diverse forme di quella povertà tanto proclamata da Papa Francesco. Bisogna dire anzitutto che la vita benedettina, agli esordi, non gode di grandi splendori spirituali, è piuttosto il modo per dare rilievo a uno stato di emergenza mentre l’impero romano è in via di disfacimento. In effetti, san Benedetto intende fondare una scuola per principianti della vita spirituale, pensa a una officina dove usare gli strumenti per un buon artigianato; vuole dare un assetto, un ordine agli spazi e ai tempi nell’epoca di migrazioni globali, in vista di una vita comunitaria coram Deo, davanti a Dio. In san Benedetto, poi, abbiamo una forma sobria, tardoromana, dell’ideale monastico importato dal vicino oriente. Grande è anche l’arte di san Benedetto nel riprendere diversi filoni di spiritualità e di ordini religiosi, copiando ciò che serviva al suo scopo – anche questo è un atto di umiltà. Sempre con la sua discrezione, Benedetto fa balenare davanti ai nostri occhi l’ideale del vero monaco salvo poi confezionarlo in vista della sua vivibilità”.
Il secondo archetipo è Francesco d’Assisi. “La spiritualità francescana vuole seguire il Cristo nudo – dice Salmann – soprattutto per come si mostra nel presepe e nel passaggio della morte: qui è la presenza qualificante di Dio. Adeguandosi a questi stati di passaggio, tutta la vita e la natura appaiono come simboli di tale presenza. La creazione parla della presenza del Dio umile”. A questo proposito, Salmann ricorda il celebre episodio affrescato da Giotto nella basilica superiore di Assisi: “Papa Innocenzo ebbe un incubo in cui vedeva la chiesa in sfacelo e una figura profetica che poteva salvarla. Certo, non avrebbe mai immaginato che gli comparisse davanti un uomo vestito con il saio dei poveri, eppure andò esattamente così. Perché è il nudo, il profeta, che ricostruisce una chiesa all’apparenza potente ma interiormente in crisi”.

E poi c’è il terzo archetipo della transizione in atto, Ignazio di Loyola e la sua formidabile invenzione: la Compagnia di Gesù. “In un tempo di passaggio altrettanto difficile – continua il monaco tedesco –, tra Rinascimento e Riforma, i gesuiti nascono dall’intuizione di un cavaliere in pensione, zoppicante, che con pochi compagni va a Parigi per studiare teologia. E poi dà il via a un grande esperimento, gli Esercizi spirituali, un laboratorio per trovare la volontà di Dio nelle mosse dell’anima e confrontandole con gli stati della vita di Gesù. Nasce così un ordine senza clausura, senza coro, senza abito, con uomini disposti a lasciarsi mandare dove non avrebbero mai nemmeno immaginato. Mi viene in mente il gesuita all’inizio del ‘Soulier du satin’ di Claudel che si trova sul relitto di una nave, legato all’albero maestro, e prima di affondare invoca il suo Dio. Ora un altro gesuita latino-americano prende il mare per approdare nella vecchia Europa e riprendere la strada della povertà, della nudità e dell’essere inermi dentro una chiesa ancora potente ma ormai priva di splendore. Come se, sulla scia di Francesco e Ignazio, dovessimo tornare a Gerusalemme e bussare di nuovo alla porta del Nuovo Testamento per trovarvi la nostra misura e la speranza dell’inedito. Come se, adesso, dovessimo vivere la storia di quella povertà non più come un ideale spirituale ma come un punto di partenza concreto, come la realtà in cui ci troviamo a vivere”.

“Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!”, ha esclamato Papa Francesco davanti ai giornalisti di tutto il mondo tre giorni dopo l’elezione. E poi ha insistito più volte sulle “periferie”, sul servizio agli ultimi; il Giovedì Santo ha lavato i piedi ai ragazzi del carcere minorile di Roma. Non perde occasione per parlare di “misericordia” e “tenerezza”.

Secondo Salmann, questa può essere la risposta a “una chiesa che ha perso il potere, che è divenuta inerme, vulnerabile, confutata, ed è in cerca di un altro stile per rappresentare il Cristo in una società democratica, pluriprospettica e globale. I gesti profetici del ritiro nella solitudine di Papa Benedetto e dell’inaugurazione del mandato di Papa Francesco mi sembrano voler indicare e qualificare questa situazione della chiesa, trasformandola in un kàiros promettente. Se da questa gestualità nascerà una strategia politica e trasformatrice è presto per dirlo, ma la porta verso un tale futuro è aperta, quantomeno socchiusa”.

Intanto a funzionare è la gestualità sciolta e rilassata di Bergoglio (ammicca, sorride, abbraccia, sgrana gli occhi, sostiene lo sguardo) nonché il suo eloquio breve e incisivo, di taglio giornalistico. E’ visibilmente a suo agio e disinvolto tanto quanto il suo predecessore era impacciato e spaurito; il feeling con l’opinione pubblica è stato immediato. Non a caso. I gesuiti sanno stare al mondo. A suo tempo hanno reinventato il teatro, oggi sono tra i non molti nel cattolicesimo a conoscere davvero i media, e a frequentarli con understatement. Maestri della dissimulazione onesta, puntano dritti all’obiettivo: “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Certo, è un paradosso che proprio adesso che la modernità è finita la chiesa si affidi a uno di loro: i gesuiti sono stati i grandi precettori dell’epoca moderna. “In realtà nessuno dei tre ordini, benedettini, francescani e gesuiti, gode oggi di buona salute – nota Salmann –, eppure proprio nel momento del loro tramonto sanno spremere un succo saporito. Per quanto riguarda Papa Francesco, il suo stile verrà messo alla prova del tempo. Non bisogna scordare la trappola dell’umanizzazione del rito: dopo la decima volta che dici buonasera non significa più nulla e la semplicità dei gesti si riduce a banalità. Ratzinger correva il rischio opposto, la sua era una gestualità iperstilizzata. Ancora prima, Wojtyla aveva puntato tutto sul suo carisma di attore, di grande istrione”.

Un altro tema caro a questo Papa è la “custodia del creato” alla quale ha dedicato riflessioni molto interessanti nella messa di inaugurazione del ministero petrino. “E’ un tema tipicamente francescano – ricorda Salmann –: tutto il mondo parla di Dio, animali piante uomini, tutto fa parte del giardino di Dio, è un nascere alla gioia”. Anche “Madonna Povertà” è un’icona dello spirito francescano. “Sì, però il discorso sulla povertà non è soltanto un tema particolare di teologia o spiritualità, ma un vero e proprio locus theologicus: uno stile, una prospettiva integrale e una base comunitaria di vivere e pensare il mistero cristiano e la sua presenza feconda nel mondo. Come la teologia monastica, simbolica e sapienziale, era legata alla forma di vita nel chiostro e la teologia mistica a forme specifiche della esperienza della presenza divina così, dopo secoli di dominio insano della teologia universitaria, riemergono altri tipi di prassi e di riflessione teologica, come li conosciamo da Benedetto, Bernardo, Ildegarda – non casualmente nominata Dottore della chiesa da Benedetto XVI poco tempo fa –, Francesco di Sales, Giovanni della Croce; forme oggi più legate a un’esperienza di gruppo, come in fondo già la teologia francescana e quella del primo Ignazio”.

Il passaggio del papato da una forma prevalentemente giuridica a una forma decisamente carismatica ha delle conseguenze, non tutte gradevoli. Salmann avverte che “forse ci si comincia a interessare troppo della personalità e della biografia del singolo Papa o vescovo. E’ un biografismo insalubre che porta al culto della personalità ma anche a una sua rapida denigrazione; soprattutto in un’epoca che conosce la proscrizione facile ma non più il diritto di prescrizione, cioè l’indulgenza del dimenticare, del flusso dei tempi, del rivalutare positivamente l’evolversi di una persona. Invece oggi tutto viene scoperto e messo a nudo, anche quando i tempi, le circostanze e la persona stessa si sono trasformate. Un che di pudore, magnanimità, equo giudizio sarebbero auspicabili nel nostro giudicare le persone pubbliche”.

In effetti tutti si sono lanciati a radiografarne il passato, ma per capire Bergoglio Papa quanto conta la sua biografia e quanto invece la sua azione odierna assistita dalla cosiddetta grazia di stato, se si può ancora dire così? “Una volta si parlava di grazia di stato o di santità di ruolo. Ma oggi il rispetto dell’officium, di cui parlavano Cicerone e Ambrogio, non c’è più, nel bene e nel male. E’ il contraccolpo dell’enfasi carismatica e biografica che si riverbera su qualunque figura pubblica. E’ venuto a mancare quel sovrappiù di decoro e dignità dell’ufficio rispetto alla biografia del singolo. Ho ben presente il caso del ministro dell’Istruzione tedesco, Annette Schavan, che poco tempo fa s’è dovuta dimettere per avere copiato ben trent’anni fa una tesi di dottorato. E’ un’esagerazione ma con Internet sta dilagando una frenesia di persecuzione degli eretici, si spulcia ovunque in cerca di plagi e non si mette mai termine alla caccia. E così i personaggi pubblici perdono la loro immunità, non sono più immuni da alcunché”. In effetti il munus, su cui ha scritto pagine illuminanti Roberto Esposito, è il nocciolo e il nodo di qualunque istituzione. “E’ vero – mi dice Salmann – il munus è un problema che tocca tutte le istituzioni che chiedono rispetto per se stesse, in quanto tali. Ed è il sintomo fondamentale del nostro mondo. Certo le zone d’ombra ci sono, a volte si fa abuso dell’immunità ma l’immunità aveva un senso, garantiva una certa incolumità ai rappresentanti pubblici. L’enfasi psicoanalitica, invece, ci ha portato a un biografismo che non perdona nulla, a una colpevolizzazione infinita”. L’oblio è merce rara, oggigiorno. “D’altronde siamo nella società del politically correct e la comunicazione è l’unico feticcio religioso rimasto. Che però sta mangiando i suoi figli, come ogni rivoluzione…”, aggiunge Salmann.

La polarità tra carisma e munus è decisiva anche per l’istituzione papale. “Bergoglio è sostenuto dal gesto carismatico che però deve trasformarsi in habitus e strategia. Finora la sua è tattica nel senso di tatto, di sensibilità per la situazione, ma poi ci vuole la strategia che è lungimiranza e processo politico”. In effetti la mossa di Bergoglio è tanto affascinante quanto rischiosa: un Papa che si chiama Francesco, ovvero l’istituzione che prende il nome del carisma. Scintilla o cortocircuito? Quest’uomo preso “quasi dalla fine del mondo”, per usare le sue parole, è uno strano ibrido che incarna i passi e i passaggi che il cristianesimo si trova a vivere. “Forse lo ha segnato l’esperienza di ambivalenza che ha vissuto ai tempi della dittatura in Argentina. Tergiversare, trattare, resistere al potere è logorante. E’ quasi più facile essere martire o collaboratore che restare in questa terra di mezzo, nella zona grigia. E ho l’impressione che il suo francescanesimo – e cioè un approccio semplice, senza sovrastrutture – nasca proprio per integrare il suo essere gesuita in una condizione storica del genere. Ha visto quella fotografia che lo riprende sul metrò? Mostra una naturalezza più francescana che gesuitica”, suggerisce il mio benedettino. Bergoglio guarda in macchina, come si dice in gergo, con un’aria indefinibile. Forse però non guarda esattamente l’obiettivo che lo immortala ma qualcosa poco più in alto, e oltre. Forse quello che lo aspetta. Quello che ci aspetta.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Burini

Sono ladri di parole (by Langone)

Lunedì, 7 Gennaio 2013

Sono dei ladri. Dei ladri di parole e quindi, essendo le parole cose, sono ladri e basta. Nella clinica universitaria di Padova hanno rubato la parola “padre”. Al suo posto, nei braccialetti consegnati ai genitori in visita nel reparto di ostetricia, hanno messo un surrogato: la parola “partner”. “Abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno”, dice il direttore della clinica che invece ha offeso la sensibilità di tutti gli uomini. Io sono un uomo e se faccio un figlio esigo di essere chiamato padre. Non voglio essere definito, io che sono italiano, con una parola inglese. E nemmeno con la sua traduzione: non sono socio di nessuna donna, “socio” è parola del mondo dell’economia e io distinguo l’amore, che è dono, dall’economia, che è scambio di un bene o servizio in cambio di moneta. Io, tanto per cominciare, non compro i figli nelle banche del seme e non noleggio corpi di donne povere come fanno gli omosessuali bramosi di riprodursi contronatura. Io non sono né partner né socio, e loro sono dei ladri. Hanno rubato ai padri e hanno rubato ai bambini. Che Dio non li perdoni. E nemmeno i bambini, quando saranno grandi. c. langone foglio 4.1.2013

 

I pizzini di Geronzi (by Palombelli)

Mercoledì, 5 Dicembre 2012
Il libro-intervista di Massimo Mucchetti a Cesare Geronzi (“Confiteor”, Feltrinelli) è una miniera di racconti, allusioni, retroscena. Si discute di simboli massonici su una scrivania in Vaticano, di intrighi e intrecci che vengono riepilogati senza svelarli mai del tutto. Ci vorranno molti sforzi e molta fatica per mettere in fila personaggi e interpreti. Cosa ha unito per decenni fra loro i grandi uomini della finanza nazionale?Che legame aveva stretto un massone di rito inglese come il ministro tecnico di Mussolini, il siciliano ebreo Guido Jung, con i suoi collaboratori? E come si conciliavano le sante messe mattutine del cattolico Enrico Cuccia, aiutato da Jung e genero del socialista massone Alberto Beneduce, con il mito della finanza laica? Gli esegeti si stanno interrogando – in particolare – su una frase sibillina che allude alla divisione fra le varie tribù bancarie italiane.
Il messaggio è in codice: “Non sono mai andato alle commemorazioni di Raffaele Mattioli a Chiaravalle” . E come mai Geronzi, cattolico praticante di rito andreottiano, vuole prendere le distanze dal mitico banchiere della Comit e dai suoi eredi? La storia dell’Abbazia di Chiaravalle – e qui ci vorrebbe un Dan Brown, non un’umile cronista – inizia nel 1100. E’ lì che, alla fine del 1200, riparerà la regina Guglielmina di Boemia – figura molto studiata dalle femministe, in quanto eretica poi santificata e infine rinnegata – le cui ossa furono poi bruciate vent’anni dopo la sua morte. Nella sua vita, Guglielmina aveva mandato messaggi di pace, di unificazione fra ebrei, musulmani e cristiani, delegittimando il potere temporale dei pontefici del suo tempo. Torniamo alle banche e al gioiello del Novecento, la Comit, banca commerciale italiana, e al suo leader Raffaele Mattioli.Alla fine di una lunga vita in cui riuscì a costruire l’architrave bancario del regime fascista, fondare il Partito d’Azione, essere il primo banchiere a sostenere l’Agip di Enrico Mattei, diventare consigliere di Togliatti e maestro-padrino di personaggi come Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi, Mattioli – secondo la leggenda – volle fare una donazione straordinaria a Chiaravalle ed essere seppellito proprio là. Qualcuno dice che comprò il sepolcro della santa eretica (vuotato dall’Inquisizione, che aveva messo al rogo lo scheletro di Guglielmina) come sua ultima dimora.

Dunque, Geronzi non andava alle messe in suffragio dell’anima di Don Raffaele. Non faceva parte del gruppo nutrito di allievi ed eredi, piuttosto in odore di massoneria. In altre parti del suo libro li accusa di molte complicità oscure nelle gestioni delle ex Bin, le banche pubbliche che diedero vita a Mediobanca, e delle Generali. Ma Chiaravalle diventa simbolo anche di un messaggio contemporaneo.Furono i gesuiti a benedire la salma di Mattioli, nello spirito della chiesa di frontiera che si occupa della salvezza dell’anima, fondamento della loro pratica religiosa. Perfino gli storici contemporanei allievi di Gabriele de Rosa rivendicano le molteplicità delle appartenenze come una peculiarità delle classi dirigenti negli anni del fascismo. Lo stesso Mussolini si circondò di socialisti massoni per organizzare lo stato, e fu davvero la sua carta vincente.Le due tribù, con la doppia tessera, una volta caduto il regime, lavorarono assieme e in accordo per la ricostruzione. L’Iri, creatura fascio-massonica, fu nutrita e occupata dalla Dc. E così le partecipazioni statali, l’Eni, l’Enel, la società autostrade, la Banca d’Italia… Poi, probabilmente con il caso Sindona, con la rottura del gold standard americano, la crisi energetica e le conseguenze monetarie, l’intesa è saltata.

Le liste dei clienti eccellenti costano la vita a Giorgio Ambrosoli, la guerra armata fra le due finanze inizia a contare i cadaveri, le vittime, i suicidi veri o presunti. Si scoprono gli elenchi – parziali – della P2, muore Roberto Calvi. Vaticano e massoneria continuano a incontrarsi, ma alcuni esponenti piuttosto spregiudicati usano anche la criminalità comune (la banda della Magliana) per gli affari correnti e la politica.Nei siti che si occupano di controinformazione ci si muove sempre fra verità e fantasia e si favoleggia di un superpotere oscuro che tirerebbe le fila del denaro mondiale. Quando è diventato premier Mario Monti (si sposò a Chiaravalle con la sua Elsa) nasce la leggenda che egli sia nipote di Mattioli, e si narra la dynasty bancaria un po’ come la saga del “Signore degli anelli”. Il nipote vero del banchiere di Vasto, il mio amico Luca – identico al nonno – smentisce ogni legame famigliare con l’attuale capo del governo. E allora? Chi voleva davvero colpire Cesare Geronzi, citando l’abbazia cistercense? b. palombelli ilfoglio

Amici e complici: Allan Bloom e Saul Bellow

Mercoledì, 5 Dicembre 2012

La loro era un’amicizia vera, nel senso nobile che Platone e Aristotele davano al termine, per distinguere una comunità di uomini in cerca della verità dall’accidentale intimità tra individui mossi solo dall’utile o dal piacere. S’erano conosciuti a Chicago nel 1979, dove entrambi erano finiti a insegnare all’Università. Saul Bellow aveva all’epoca 64 anni. Allan Bloom, 49. Ma la differenza d’età funzionava al contrario: il vero mentore era il più giovane, mentre il più vecchio se ne considerava il discepolo. Avevano preso a frequentarsi intensamente sin da subito, legati dalla comune origine ebraica – figlio di ebrei russi fuggiti da San Pietroburgo Bellow, ebreo americano di Daytona, nell’ Ohio, Bloom – e accomunati dalla spiritosaggine: due battutisti crudeli, con il gusto della conversazione e un vorace appetito per la vita. Bellow aveva già scritto i romanzi che lo resero famoso (Le Avventure di Augie March, Herzog, Il Dono di Humboldt) e aveva già vinto il Premio Nobel per la letteratura. Bloom aveva tradotto l’Emile di Rousseau, la Repubblica di Platone, aveva studiato la politica nei drammi di Shakespeare, aveva già insegnato a Yale, Cornell e Toronto, ma nel mondo accademico era considerato un paria, un eccentrico, uno snob, addirittura un conservatore. Era odiato da liberal e radicali, perché cresciuto alla scuola di Leo Strauss, l’ultimo filosofo classico dei tempi moderni che in nome del diritto naturale combatteva il relativismo, lo storicismo e il nihilismo contemporanei.

Bellow e Bloom abitavano a pochi isolati l’uno dall’altro, nel quartiere di Hyde Park, l’enclave sulle rive del lago Michigan che separava l’Università dal ghetto nero, i Nobel dell’economia dai sassofonisti jazz del Cheker’s Board. Passavano interi pomeriggi a chiacchierare, dopo pranzo, nei salottini del Quadrangle Club, edificio neogotico e tovagliette a quadri bianchi e rossi. Per chi veniva dall’Europa costituivano un’attrattiva irresistibile nella desolazione del Midwest, fra inverni gelati a 40 gradi sottozero ed estati torride. Un centro d’irradiazione di idee profonde e alta cultura, un seminario spontaneo e permanente sulla grandezza e le miserie dell’umanità; la psiche dell’americano medio messa a nudo, le bizzarre distorsioni del culto dell’eguaglianza e della libertà, e l’Eros, che per Socrate era il centro dell’anima, il daimon offerto dagli dei per compensare la perduta pienezza dell’umanità, come insegnava Platone nel Simposio. François Furet che da Parigi traversava ogni anno l’Atlantico per ritrovarsi a Hyde Park come uno studente ricco, alternando le lunghe soste alla Regenstein Library ai seminari dell’Olin Center, teneva corsi su Stendhal e il mito di Julien Sorel che venivano seguiti da Saul Bellow e seguiva a sua volta quelli di Allan Bloom che gli diceva scherzando: “Il mio Alcibiade sei tu”.

La sera si ritrovavano insieme per un aperitivo ai Cloisters, in Dorchester Avenue, dove Bloom viveva in un appartemento al 12° piano, inondato di luce e musica di Verdi e di Rossini, con le foto di Kissinger, Reagan e la Thatcher che aureolavano la porta d’ingresso, il gigantesco frigo della cucina sullo sfondo, il dispensatore di ghiaccio tritato, il divano in pelle nera con accanto la postazione telefonica degna di un dirigente del Pentagono, da cui tesseva le infinite sue trame di informazioni, pettegolezzi, notizie più o meno riservate, con gli ex allievi e buoni amici sparsi per il mondo a trattare la grande politica: da Francis Fukuyama ad Alain Besançon, da Pierre Manent a Harvey Mansfield, da Thomas Pangle a Pierre Hassner. Sullo sfondo, la dottrina hegeliana della fine della storia, la teoria repubblicana di Machiavelli nei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio e la virtù secondo Montesquieu, scopritore della libertà inglese. Verso le sette raggiungevano a piedi il Flamingo, sul Lake Shore Drive, piccanti salsine francesi, poderose carni di manzo cotte rigorosamente al sangue e Château Laffitte del ’72. Bellow passava in rassegna vizi e virtù, sogni e illusioni, drammi e pochezze della sua ultima moglie. E raccontava gli eccessi del “politically correct” di cui era preda l’Università: porta aperta quando si riceveva una studentessa, necessità di passare dal notaio prima di portarsi a cena una ragazza, feroci sanzioni morali agli europei in visita che volevano andare a sentire la messa cantata dei neri, come se il gospel fosse uno zoo. Bloom stava a sentire e cantava la curiosità di quella studentessa di Heidelberg che stava traducendo l’Emile, ma che era visibilmente ancora ignara di come Sophie nel V libro fosse riuscita, con femminile arte pudica, a farsi impalmare dal giovane allievo di tanto illustre precettore, dandogli l’illusione di essere libero e di seguire la propria natura.

Correva voce che fosse una gerontofila convinta, ma infelice per via dello stesso “Doktorvater”, sciupafemmine accanito. Il suo caso umano però restava indecifrabile, sebbene offrisse più d’uno spunto per riflettere sul tortuoso cammino dell’Eros, la fine delle grandi passioni e il tormento che patisce l’animo umano quando l’emancipazione democratica trionfa e detta l’eguaglianza tra i sessi. Forse era stato proprio in una sera come quella, al lume di candela del Flamingo, che Bellow diede a Bloom l’idea che l’avrebbe fatto diventare ricco e famoso. “Perché non scrivi un libro per denunciare le carenze di un’educazione progressista che oggi ai giovani dà solo l’illusione di conoscere le cosiddette scienze umane, senza minimamente prepararli alla vita?” Bloom alzò il capo, segnato da calvizie geologica, fissò Bellow dal fondo dei suoi occhi scuri, infossati sotto i sopraccigli ad arco, portò la sigaretta alla bocca, la succhiò com’era sua abitudine, stringendo le labbra intrise di saliva, inalò con soddisfazione tutto il veleno possibile racchiuso in una Marlboro, liberò il fumo dalle narici pelose, poi con mano tremante, perché carica di energia, spense la sigaretta a metà nel portacenere e disse: “It’s a great idea”. Il libro lo scrisse in pochi mesi e fu un best seller. “The Closing of the American Mind” ovvero “Il tramondo dello spirito americano” uscì nell’aprile dell’87 e vendette un milione di copie. Tradotto in tutto il mondo, anche in Italia (da Frassinelli), era un pamphlet denso e divertito, implacabile e dolente contro l’imperversare del “nihilismo debole”, versione americana della filosofia di Friederich Nietzsche e Martin Heidegger, una messa in guardia contro il culto di Michael Jackson fra le giovani generazioni e una certa tristezza degli animi seguita alla liberazione dei corpi. Bellow aveva scritto una prefazione nel suo solito stile sottotono, sobrio ma partecipe: “Professor Bloom is a front-line fighter in the mental wars of our times”, insomma lo lodava come combattente di prima fila delle guerre intellettuali del tempo. Bloom lo ringraziò durante uno dei suoi viaggi a Parigi con una cena luculliana al Lucas Carton in Place de la Madeleine in onore suo e della sua ex allieva Janis Freedman, divenuta nel frattempo la quinta moglie dello scrittore e ora anche la madre della sua ultima figlia.

Oltre che complici ideologici, Bellow e Bloom erano veri amici. Parlavano di tutto, si scambiavano tutto. Non era stato Bloom a far capire a Bellow l’assurdità del suo precedente matrimonio, con quella famosa signora sempre impegnata in convegni, congressi, conferenze e così assorta nei suoi pensieri da non aver mai tempo per mettere a posto la spesa? Non era stato lui a sbattergli davanti la verità delle due solitudini sotto lo stesso tetto durante un fine settimana fra i boschi del Vermont? Gli citò il Fedro di Platone e il famoso detto di Socrate secondo il quale un albero per quanto bello a vedersi, non riusciva a dire una parola, perché la conversazione era possibile solo in città, fra esseri umani. E Bellow si convinse che era vero, Bloom aveva proprio ragione. E divorziò. Passarono insieme, parlando, ridendo, scherzando gli ultimi anni della vita di Bloom, che finalmente ricco e famoso, poteva vivere all’altezza dei suoi mezzi e abbandonarsi al piacere del lusso e delle spese inutili e sontuose. Era afflitto da uno strano disturbo neurovegetativo, ma continuava a irradiare intorno a sé intelligenza e allegria e s’era addirittura messo a dettare il suo testamento spirituale, un libro sull’amore e l’amicizia (Love and Friendship, Simon and Shuster, 1993) mai tradotto in italiano, sebbene offrisse una summa ragionata dell’amore romantico attraverso le opere di Jean-Jacques Rousseau e i grandi romanzieri dell’800, Stendhal, Jane Austen, Flaubert e Tolstoj. “Ti servirà a emanciparti da me”.

Prima di morire nel ’92, Bloom chiese a Bellow di scrivere la sua biografia: “Più che una richiesta è un obbligo. Ti servirà a emanciparti da me”. Bellow però fece passare qualche anno, lui stesso aspettò la propria morte, la vide arrivare alla sprovvista dentro un pesce velenoso dei Caraibi, la evitò per un pelo grazie alla medicina e all’amore della giovane moglie, e solo allora decise di mettersi a scrivere la vita dell’amico, facendone un romanzo. Ravelstein, la storia di un amico vero, ebreo, filosofo della politica, intriso di Tucidide e Platone, di Mosé e Maimonide, autore di bestseller, malato di Aids e ancora innamorato della vita e fino allo stremo delle forze incline all’Eros e alle sue leggi imperiose. Il critico Giovanni Raboni e gli scrittori Giorgio Montefoschi e Mario Fortunato, forse convinti che si trattasse di pura fiction, hanno tralasciato l’aspetto documentario del romanzo. Questa però è la storia di un’amicizia che ebbe vita effettiva e dettagliata, ma anche romanzesca, al punto che Martin Amis la sta già raccontando in un libro che si chiamerà “Experience”. Saul Bellow si è pentito dell’outing sull’omosessualità e l’Aids di Bloom, incertezze esistenziali in un romanzo che è l’ultimo vero tributo a un complice straordinario che non si vuole lasciare andare via. © – FOGLIO QUOTIDIANO di Marina Valensise

L’esercito tecnocratico dell’UE sta divorando la cultura europea (by Israel)

Mercoledì, 2 Maggio 2012

Europa, forza gentile” è il titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata. Oggi, la formula della “forza gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante: bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso. Dunque, la “forza gentile”, la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più scatenato sinistrismo “liberal”. Certo, nell’anno in cui uscì il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono, simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese” intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante, poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco – ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione politica era impensabile. Non si trattava in fondo di inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il “programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche imparando alcune delle lingue principali del continente. Il mio amico francese enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua (l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza. È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee “portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia, Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue “fondamentali”. Ma il realismo non è stato, e sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti – l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe legate dalle regole comunitarie. Basta guardarli quei biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes, di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”. L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”… Sono ben noti gli effetti grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano. Prendiamo il caso del programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno, di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada. Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf? Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a Barcellona o a Berlino». Inutile dire che i giovani europei non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro, e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto “competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006. Lo abbiamo detto: la via maestra per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità. Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche: infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva, scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la «cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa. Ricordiamone rapidamente l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4) competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione culturale. Chiunque può leggere i documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla: parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza – l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale, nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale, scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante dell’identità europea. Nulla di nulla. Come accade sempre, il vuoto concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il “saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti. Si è così prodotto un fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e architettoniche. Questa è la “forza gentile” che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea. (Tratto da Il Foglio) via loccidentale

Bisignani, solo un lobbysta o un nuovo Gelli?

Venerdì, 17 Giugno 2011

Faccendiere è lo spregiativo per lobbista, che già di per sé non suona onorevole in un clima di ipocrisia perbenista. Sta di fatto che il potere italiano, per funzionare, sta da sempre con un piede nelle regole e con un piede fuori. E la società italiana, sempre per poter funzionare, fa lo stesso. Luigi Bisignani è da molti anni un lobbista di rango. Ha una robusta rete di relazioni in ogni ambiente sociale e politico e imprenditoriale.Combina rapporti d’affari, maneggia le informazioni economiche e politiche riservate, è un esperto conoscitore delle burocrazie e del management pubblico, briga per le nomine dei potenti di stato, garantisce tutti con la sua riservatezza (o almeno garantiva un tempo i suoi interlocutori con quell’azione sottotraccia che è la specifica competenza di chi fa il suo mestieraccio).Sono legioni quelli come lui, Prodi ha i suoi informatori riservati, i suoi amici di banchieri e di manager pubblici, i suoi ometti per la politica estera, e per mille relazioni speciali sottopelle, e così li hanno i D’Alema e i Casini e i Fini e i Bersani e tutti gli altri politici di peso, per non parlare degli imprenditori.Qualcosina di simile succede anche in Europa, nelle democrazie nordiche, in America. Qualche volta quel tipo di lobbista molto avventuroso e trasversale che è Bisignani ha lavorato per facilitare i contatti e la conoscenza di causa (riservata) di alcuni di loro, i puri di cuore.L’accusa di associazione per delinquere elevata contro di lui da un Henry John Woodcock, la solita P seguita da un numero progressivo, è caduta alla prima verifica di un giudice terzo, è rimasto il “favoreggiamento personale” che lo ha portato, evidente esagerazione, ai domiciliari. Bisignani ha asserito di aver informato alcuni suoi amici politici, tra i quali Gianni Letta, di intrighi giudiziari a carico loro e di loro colleghi, tra questi il nostro Denis Verdini.Siccome ho cercato di capire come stanno le cose nel caso di Letta e Verdini, quello relativo agli appalti post terremoto, posso dire che, se sia stato compiuto, il reato consiste nell’avvisare una persona corretta come Letta che magistrati disinvolti stanno cercando di incastrarlo nel quadro del solito attacco mediatico-giudiziario a un politico influente del giro di Berlusconi, oltre che a un vecchio protagonista del potere romano dalla Prima Repubblica ad oggi, ciò che in effetti è avvenuto.Mi pare un comportamento benemerito, nell’Italia di oggi, così com’è. E se lo condannassero per favoreggiamento personale (ma il processo è il fango sui giornali, quello giudiziario finisce quasi sempre in burla), a Bisignani porterò le arance. Il lobbista arrestato era nelle liste della P2 prima di avere compiuto trent’anni, il che non è segno di abominio sebbene denoti una certa disinvoltura, che a quel bel tipo spiccio, intelligente, veloce, non è d’altra parte mai mancata.Fu un mio eroe quando in televisione negò spavaldamente davanti a un furbo procuratore in crociata, Antonio Di Pietro, di aver fatto quello che poi fu condannato in giudizio per aver fatto, la messa in sicurezza nelle casse del Vaticano di una parte della tangente Enimont destinata ai partiti politici di governo.Ai miei occhi il sostituto procuratore e futuro capo partito che lo interrogava stava scassando con mezzi abnormi una vecchia democrazia marcita che doveva essere rinnovata nella e dalla politica, non da una campagna forcaiola, tendenziosa, a senso unico; e il suo imputato era uno dei tanti brasseur d’affaires o power broker che nel sottobosco delle istituzioni e dell’economia italiana (da Agnelli a Gardini) si erano resi utili al funzionamento materiale di un paese semilegale, e ora con la sua impudenza difendeva una certa dignità del suo lavoro (dicono gli americani: è un lavoro sporco, a dirty job, ma qualcuno dovrà pur farlo).Avevo conosciuto Bisignani una decina d’anni prima di quello spettacolo processuale fantastico, che fu poi replicato con la stessa spavalderia da un altro mio vecchio amico, Primo Greganti, il compagno G. Lavorava all’Ansa e Lino Jannuzzi mi diede il suo numero di telefono per avere informazioni politiche riservate, da raccontare ai lettori di un giornale radical-socialista di breve vita che si chiamava Reporter, dove feci come notista politico una parte del mio praticantato giornalistico, e allora le informazioni riservate non erano reato. Fu abbastanza utile, e qualche tempo dopo presentai volentieri un suo libro al teatro Eliseo con Giulio Andreotti.Era un libro di spionaggio, un romanzo, gradevole ma niente di speciale. Non definii Bisignani “il Ken Follet italiano”, come ha scritto Alberto Statera ieri su Repubblica, quella dizione era la fascetta editoriale del libro, non una mia banalità. Dice Statera che Bisignani mi avrebbe introdotto in Vaticano, come una tangente qualsiasi, per darmi arie da ateo devoto, ma anche questo è falso: ho più entrature nei bordelli di Macao che nella Santa Sede, e le mie guerre culturali me le sono sempre fatte in proprio e con pochi amici.Comunque le amicizie o le frequentazioni amichevoli, per natura disinteressate, non si rinnegano nella grazia e nella disgrazia. Il lobbista che lavora sui gruppi di interesse non è un modello etico, ma censurarlo con argomenti virtuisti su un giornale edito da un rispettabile raider con la residenza in Svizzera mi sembra il colmo.Quel che impressiona i moralisti veri, che guardano le cose con malinconico attaccamento alla loro infinitamente triste verità, è che i giullari del perbenismo, gli uomini che si dicono liberi e inconcussi, integerrimi datori di lezioni, non hanno alcun interesse a correggere questo andazzo.Diffidano delle libertà politiche e di mercato che sono la cura, insieme con un vero stato di diritto, dei mali che denunciano. Osannano il carisma rigeneratore di una casta giudiziaria che li tutela finché può e prende parte alla lotta politica negando la giustizia. Si fingono un mondo ideale inesistente e così impediscono al mondo reale di esprimere la sua vera eticità, che è sempre ambivalente, precaria, reversibile, storta, ma ha la sua radice nel demone personale di ciascuno e nelle scelte pubbliche e politiche di tutti, non nella morale delle lobby pro tempore vincenti. g. ferrara foglio 

BSIGNANI. IL NUOVO GELLI? Che odore stantio di deja vu. Sembra di tornare indietro di quasi un terzo di secolo spizzicando le nuove gesta di Gigi Bisignani, il furetto scattante che allora reclutava per conto di Licio Gelli e oggi ha federato tutte le “P” massonico-affaristiche della seconda Repubblica. Ultima conosciuta, per ora, la P4. Ma non è detto che la tabellina sia esaurita. Nulla si crea e nulla si distrugge quando si tratta di potere e di denaro, l´incrocio magico del malaffare oggi soltanto più esplicitamente condito di sesso, ai tempi del bunga bunga.Tanto che il metodo Bisignani-Letta è in fondo null´altro che il clone del metodo Gelli-Andreotti adattato al terzo millennio. E´ come se l´Andreotti per decenni collezionista di ministeri si fosse reincarnato nel Gianni Letta cerimoniere dei riti del potere delegato dal berlusconismo e il materassaio di Arezzo Licio Gelli in Gigi Bisignani. Mazziere di carriere, nomine, promozioni, incroci di ambizioni e di affari.”Cari miei – sussurrava Andreotti con la vocina che ancora usa quando è convinto di dispensare una delle sua pillole di saggezza – i ministri passano, ma i dirigenti restano”. Restano i magistrati, restano i manager, restano i colonnelli e i generali dell´esercito, ma soprattutto della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, restano i capi della polizia, i capi delle imprese pubbliche, gli imprenditori sempre a caccia di appalti e di favori. E questa è l´acqua in cui nel quindicennio berlusconiano ha nuotato poco sotto il pelo la coppia Bisignani-Letta con una corte di beneficiati sempre pronti alla bisogna.A fornire notizie segrete, bloccare quelle sgradite, compilare dossier, aggiustare processi, programmare carriere, imbastire appalti furbastri per grassare centinaia di milioni alle casse dello Stato.Prendete Angelo Balducci, grande fiduciario della cricca degli appalti. Quando nel gennaio 2010 questo giornale pubblicò un articolo dal titolo “Protezione Civile Spa”, anticipando la sostanza dello scandalo che sarebbe esploso nei mesi successivi e il ruolo di Guido Bertolaso, fu preso dal terrore.E chi chiamò subito, come risulta dalle carte processuali, al centralino di palazzo Chigi? Il “Bisi”, che, sniffata l´aria, si fece rincorrere un po´, ma poi operò per sopire, placare, capire le dimensioni dell´inchiesta, cercare di bloccare le notizie sui giornali e i libri usciti e che stavano per uscire.Si chiama Alfonso Papa l´ex magistrato napoletano di cui è stato chiesto l´arresto, reclutato in cambio di un posto in Parlamento per spifferare le mosse della magistratura partenopea sulle gesta del coordinatore locale berlusconiano Nicola Cosentino e sulle tante altre inchieste lì incardinate. Non è naturalmente il solo della paranza, che per anni ha fatto affidamento, tra gli altri, anche sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e su suo figlio Camillo.A chi non è più giovanissimo non può non ritornare in mente Claudio Vitalone, il magistrato “di riferimento” del duo di allora Gelli-Andreotti, anche lui infine portato in Parlamento dalla diccì per i servigi resi. Del resto, il controllo dei magistrati, che non sono poi tutti “rossi” come mente Berlusconi dal momento che lui ne ha molte decine al suo servizio, fu materia di scontro all´epoca della P2, quando Gelli espulse dalla loggia Giancarlo Elia Valori che cercava di organizzare una sorta di sotto-lobby di cosiddetti pretori d´assalto, tra cui quelli che indagavano sullo scandalo dei petroli.Semplici poliziotti, finanzieri, sottufficiali dei carabinieri, come Enrico La Monica, che i magistrati napoletani vorrebbero arrestare ma è latitante in Africa: il duo Bisi-Eminenza Azzurrina, come hanno soprannominato Letta per l´affettazione dei modi, non si formalizza. Dall´appuntato al generale in comando tutto fa brodo per carpire materiale prezioso per il potere e gli affari.Sulle nomine e le promozioni, Bisi ha le mani d´oro, molto più del materassaio di Arezzo, non foss´altro che per il profilo meno pecoreccio. Magari con qualche caduta, come quella che lo ha visto portare alla direzione generale della Rai il povero Mauro Masi, al cui solo nome il suo antico predecessore Ettore Bernabei pare si cali le mani sul volto per manifestare la sua vegliarda disperazione. Ma quando addenta un osso come l´Eni per Paolo Scaroni, Bisi lo contorna con un´aiuola di omini e donnine suoi: attaché, segretarie, addetti alla sicurezza, commessi.Possono sempre tornare utili se il beneficiato reclamasse troppa autonomia. Molti non possono neanche tentare. Per esempio, quel Mazzei portato per mano alla presidenza del Poligrafico dello Stato perché deve dare commesse all´Ilte, la società tipografica di cui Bisi si dichiara manager. A proposito di carta stampata, la Rizzoli non manca mai. Quando la banda Gelli-Tassan Din ne prese di fatto il controllo con Eugenio Cefis e il Vaticano, sottraendolo ad Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, piduista di stampo sudamericano, riceveva nel suo ufficio di via Condotti a Roma, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti, i candidati alla direzione del “Mondo”, storica testata di Mario Pannunzio, da lui selezionati con Gelli, cui offriva il caffè in tazzine simil-oro.Oggi quel giornale è in vendita, insieme ad altri periodici della Rizzoli. Indovinate chi è pronto all´acquisto? Proprio quel Vittorio Farina titolare dell´Ilte, di cui Bisi è pars magna, anche se più negli affari immobiliari che in quelli editoriali, da quando ha allentato i rapporti con Daniela Santanché a favore del direttore del “Giornale” di casa con il quale la pasionaria di sera sferruzza maglie per i nipotini, secondo il quadretto fornito dallo stesso Sallusti.Se poi vogliamo parlare di immobili, entriamo proprio nel core business del Gelli-andreottismo e del Bisi-lettismo dei nipotini. Ricordate Gaetano Caltagirone, il palazzinaro che chiedeva al sottosegretario di Andreotti, Evangelisti, “´A ‘Fra, che te serve? “. Gaetano era al servizio, come tutti i palazzinari romani. Oggi ci sono gli immobiliaristi e i grattacielari milanesi che non sfuggono alle attenzioni della coppia che del “sottogoverno” ai tempi della prima Repubblica ha fatto la nuova scienza del “sottoberlusconismo”, ormai un´era geologica.Più che per la fede, gli interessi del Gentiluomo di Sua Santità Letta e del suo boss-vice (?) si saldano sull´immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (la P di P2, del resto, stava proprio per Propaganda), che il buon pastore di Napoli Crescenzio Sepe ha trattato come una casetta lascito di famiglia, per favorire gli amici e gli amici degli amici della coppia di palazzo Chigi e del suo dante causa. Piccoli cenni per descrivere il mondo e il metodo Bisi-Letta. Ma, se a qualcuno interessa, c´è materia per l´Enciclopedia Britannica.Alberto Statera per “la Repubblica

Liberi servi e la mossa

Mercoledì, 8 Giugno 2011

«Muoversi, cambiare tutto». È la parola d’ordine su cui insiste Il Foglio, promotore della libera adunata dei servi del Cav. in programma stamani in un cinema romano. E di rincalzo gli altri supporters invocano dal premier un colpo di reni, una trovata geniale, una mossa azzeccata manco fosse Ninì Tirabusciò. Peccato, però, che a gettare acqua gelata sugli entusiasmi e sulle speranze degli aficionados sia giunto, proprio alla vigilia, l’ennesimo vertice di Arcore più inconcludente che mai. Unico punto di incontro, tirare avanti il più possibile, vivacchiando alla giornata. La riforma fiscale? Boh, chissà, forse quando “ci saranno le condizioni”. Ministeri al nord? Macchè, al massimo un paio di uffici di rappresentanza, tanto pagano i contribuenti. Prospettive di governo? Se ne riparlerà in un prossimo vertice, magari per studiare se anticipare le elezioni al 2012 prima che gli effetti della manovra finanziaria incombente provochino disastri sull’elettorato. Insomma, il nulla impastato col niente. E ben si capisce il nervosismo di Bossi, alle prese con una base leghista sempre più delusa e riottosa, alla vigilia dell’appuntamento di Pontida in cui rischia di presentarsi a mani vuote. E si capisce pure, in qualche modo la frustrazione di un Berlusconi che – potendo – la scossa la darebbe davvero. Ma nonostante tutto il suo talento di showman il premier non sa da dove cominciare, a meno di non rinnegare se stesso e il suo governo. Il problema, cari servi liberi e forti del Cav., è che per i miracoli bisogna rivolgersi direttamente allo Spirito Santo. Il quale non si è ancora stabilito a Macherio. m. del bosco il riformista

Berlusconi, molla? (by Ferrara)

Domenica, 10 Aprile 2011

Ognuno ha i sogni che si merita. Io ho sognato Berlusconi. Aveva riunito i suoi, che litigano come facevano le lavandaie d’inizio secolo. Litigano a gran voce, in parlamento, alla televisione, nei corridoi del palazzo, concedendo interviste a raffica a giornali amici e nemici, gridando qualunque cosa venga loro in mente, basta che sia insidiosa, distruttiva, basta che metta in luce la nevrosi collettiva del Popolo della libertà e una inaudita licenziosità politica. «Cari amici – diceva Il Cav. nel mio sogno dell’altra notte – consentitemi una fraterna messa in guardia: se continua così, con la stessa rapidità con cui sono sceso in campo me ne torno in tribuna a godermi lo spettacolo. Ho buoni avvocati, e fuori dalla politica, dove sono stato un elemento di disturbo insopportabile per tanti anni, e ancora adesso, diventerei una preda meno ambita dai rapaci delle procure combattenti e delle opposizioni al loro laccio. Me la cavo, state certi. E se proprio fosse necessario, un patteggiamento per levarsi di torno la malagiustizia alla fine non si nega a nessuno, come un sigaro o un’onorificenza di cavaliere al merito. Le mie paure per le scorciatoie giudiziarie sono solo indirettamente personali, in primo piano sta la libertà politica e civile, che viene negata in radice da questa specie di Stato di polizia in cui i magistrati fanno comizi in piazza, le loro avanguardie si sono massicciamente presentate in politica fa¬cendosi eleggere in parlamento e fondando partiti dopo avere distrutto quel che c’era prima, con il suo male e con il suo bene. Un ap¬parato di giustizia che lavora su pretesti di reato, invece che su fattispecie concrete, e dispone spionaggio, pedinamento, intercettazioni allo scopo di sputtanare l’Arcinemico dando in pasto all’opinione pubblica il suo privato, per di più deformato in maniera grottesca nel circo mediatico-giudiziario, tra gli applausi ipocriti degli acrobati del neopuritanesimo, non poteva che indebolirmi, almeno un po’. Ma non vi illudete: la mia relativa debolezza, il fatto che io sia costretto a difendermi mentre avanzano crisi a ripetizione nello scenario mediterraneo, mentre premono mille cose da fare per il rilancio dell’economia e per le riforme, non è un fattore di forza per le vostre ambizioni, personali e di gruppo. Lo champagne che qualcuno di voi stapperebbe dopo il 25 luglio avrebbe un retrogusto amaro, e in breve tempo vi ritrovereste assetati e affamati, con i vostri progetti e la vostra dignità politica a disposizione della Repubblica delle procure e dei suoi speaker politici. «Non ho fondato una caserma. Mi piace perfino il caos creativo, il peso irriducibile della personalità in politica, sopporto cristianamente e allegramente le idiosincrasie, esercito l’ironia e l’autoironia per debellare il linguaggio politico pesante e protocollare che è il vero inganno ai danni dei cittadini, e nessuno mi può insegnare l’arte del comando e anche il suo risvolto, una tolleranza ai limiti dell’anarchia liberale, della stessa licenza. Siamo un non-partito, un popolo, e questo di noi piace agli italiani. Quindi capisco tutto il bailamme che caratterizza la nostra creatura politica, e anche l’energia frammentaria e vario¬pinta che connota la maggioranza parlamentare e lo stesso governo. Ma ogni limite ha la sua pazienza, come diceva Totò. «Di tanto in tanto dovreste ricordarvi il sale di questa nostra av¬ventura: iniettare dosi massicce di libertà in un paese che era bloccato, che non conosceva l’alternanza di forze diverse al governo dello Stato, un paese in cui piano piano alla dittatura morbida delle ideologie nazional-popolari in declino si andava sostituendo quella, ancora più tignosa e illiberale, delle burocrazie giudiziarie d’assalto e di poteri economici senza inventiva e senza capitali ma con molte immodeste ambi¬zioni di dominio. Un progetto nobile e pericoloso, per il quale si è chiamati a pagare dei prezzi, non solo a riscuotere gli onori della carriera politica. Tra essere liberi e farsi del male per stupidità, tra la libertà responsabile e un’indisciplina irresponsabile e autolesionista, c’è tutta la differenza tra una politica e un Pdl ricchi di autentici e sani conflitti e un sistema-partito che si disintegra a forza di chiacchiere». Così parlò il Berlusconi-Zarathustra nel mio sogno notturno. Nel quale, fluttuando amabilmente tra le insidie dell’inconscio, si era insinuato un elemento di sano realismo. Giuliano Ferrara per Il Giornale

La flotta islamica che sbarca. Un cavallo di Troia?

Mercoledì, 6 Aprile 2011

itstud13Sulla Stampa di ieri uno scrittore, poeta e pensatore dalle forti venature pessimistiche, una delle figure più riverite nel panorama culturale italiano come Guido Ceronetti ha squarciato con un colpo di sciabola, con “un’opinione-pirata”, il velo dell’ipocrisia umanitarista, che avvolge il dibattito – se dibattito si può definire, sull’ondata di profughi e clandestini dal nord Africa che sta raggiungendo l’Italia. Gettando un allarme. Ceronetti in “Dal mare il pericolo senza nome”, scrive: “Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. ‘Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro’. (…) Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare”. Invece, per Ceronetti è “strano”, “che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. (…) Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione”.Eppure, prosegue Ceronetti, “un senso di inconscio risveglio dell’istinto difensivo mi pare di leggerlo in questa perdurante spontanea esposizione del tricolore. C’è come un grido silenzioso dell’anima profonda. Queste bandiere non celebrano un passato, ma sono talpa che non vuole diventare casa loro e grida aiuto”. Ceronetti coltiva il sospetto che la “flotta da sbarco squisitamente islamica” che sta arrivando ondata dopo ondata, per spandersi in tutta la penisola, “sia stata pianificata, per l’occasione prevista della rivolta tunisina”. Che i sommovimenti politici e sociali che stanno squotendo il nord Africa e il medio oriente, quelli che la vulgata e l’opinione pubblica hanno prontamente etichettato come la “primavera araba”, siano qualcosa di più diverso e meno promettente. Ad esempio perché “hanno schiodato Israele dal suo ruolo fisso di centro di una ‘questione mediorientale’ stanca di essere diventata uno sgangherato luogo comune”. Un’invasione, “pianificata: non si sa da chi”, ma “il mio non è che un sospetto fondato”.Fondato su alcune evidenze, che lo scrittore non nasconde: “Il popolo che sbarca è di uomini validi, tra i diciotto e i quaranta, che pagano un esoso biglietto. (…) In qualità di profughi da guerre, lo scenario di guerra è da trovare. Le folle di veri profughi le conosciamo: prevalgono le donne e i bambini, ci sono immagini strazianti di vecchi che si trascinano… Qui l’anomalia è sbadigliante: di vecchi neanche l’ombra, e di aneliti a trovare lavoro non ce n’è spreco. Allora, c’è un plausibile scopo? Portare scompiglio politico e sociale in una Italia afflitta da sgoverno cronico? Saldarsi ad una comunità religiosa islamica preesistente già forte di voce, e da tempo? Azione in vista di un sogno, che potrebbe prendere corpo, di califfato europeo in cui l’europeo autoctono diventerebbe dhimmi (cristiano o ebreo tollerato, pagante tassa)?”.“Puoi pensarle tutte. La verità, nelle predicazioni unanimemente buoniste, è certamente impossibile trovarla”. Per nulla consolante, per lo scrittore, è “la soluzione del governo, dominato dai vantoni celoduristi della Lega, e promossa dal loro stesso ministro dell’Interno, è sconcertante: lo sparpagliamento lungo tutta la penisola della promettente piena umana in arrivo mediante una flotta di mezzi navali”. Infine chiude, da sublime Cassandra, evocando “un paragone classicissimo”: “La faccenda del cavallo di legno che sorprese l’eccessiva credulità dei poveri Troiani, che per metterselo in casa avevano addirittura squarciato le mura. Difficile, più che mai, capire; ma intelligere è essenziale. E una volta compreso prendere decisioni giuste è difficilissimo. Volerle giuste e umane, e insieme battere un nemico oscuro, un’armata disarmata, che ha per unica micidiale arma il numero, è una canzone di gesta”. ilfoglio.it