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Lo Stronzetto di Sinistra (by De Michele)

Lunedì, 4 Aprile 2011

Lo Stronzetto di Sinistra (da adesso in poi inteso SdS), quando è il momento solleva sempre un angolo della bocca – uno solo, però, e neanche tutto, ché la situazione è drammatica, la democrazia pericolante, su certe cose non si ride, mica siamo sul divano della Dandini: a simulare prima sorriso (di compatimento), e subito dopo mutarsi in smorfia (d’indignazione). Lo SdS ha l’indignazione facile, scatarrosa, lavica. Per qualche minuto la tiene, la trattiene con sovrumana fatica – un contrarre di mascelle, un irrigidimento del busto, un sospetto serrare di chiappe a motivo di più risoluta stabilità sulla sedia. Ha spesso – in quell’interregno (spaventosi gli interregni: bisognerebbe essere gramsciani, per saperlo, ma lo SdS ignora Gramsci e preferisce “Annozero”) tra il serrare lo sdegno e il prorompere dello stesso – una faccia, diciamo così, topigna, a muso appuntito: da fiutatore di nemici, però, non di parmigiano,  a perfetta conformazione per scrutare in uno spioncino. La radicata e diffusa persistenza, nell’italica sventura, dello Stronzone di Destra (da adesso in poi inteso SdD) carduccianamente né lo consola né lo rallegra: nella landa desolata in cui crede di essere stato schiantato dalla Sorte Oscura e dalla Ragione Dissolta dei connazionali, egli s’assume il compito della Vigilanza Interna. E’ sul vicino che l’occhio sorcigno si punta, è sulle parole degli altri che le orecchie rese sensibili da tante denunce e da tanto denunciare vibrano. Ora che il Noto Utilizzatore Finale (da adesso in poi inteso NUF) pare in sella rinsaldato, con maggior vigore hanno ripreso le loro scorribande queste Milizie della Virtù de’ noantri – che col miele della Verità vorrebbero cospargerti. Per poi legarti, e lasciarti in balia di qualche migliaio di mosche.E’ diventato piuttosto facile incontrare lo SdS: a tavola, al bar, in compagnia di amici. Troppo facile, per i miei gusti. Serata a casa di amici. L’uomo oltre il tavolo mi fissa. Alza l’angolo destro della bocca. Forse c’è un accenno di risucchio – come faceva l’immortale barone Fefè, quello interpretato da Mastroianni nel film di Pietro Germi. Ci conosciamo da pochi minuti. “Così tu fai il giornalista?” – ma so che sa, dal sogghigno lo so, e dice “giornalista” col tono di chi indica il palo in una banda di rapinatori. “Sì”. “E’ vero che lavori al F., con quel ciccione servo di B.?”. Non nego il ciccione, provo a obiettare sul servo. Non mi fa neanche aprire bocca: “Lascia stare. Come vi sentirete, tu e quell’altro, quando avrete davanti otto baionette della gente pronta a fare giustizia?” – e il ghigno si muta in risolino soddisfatto, come a dire agli altri intorno: gliel’ho detto, avete visto? Lo SdS sorseggia spesso vino, ha il sorrisetto odioso di commiserazione, sono i gruppi scelti, i più puri tra i puri, la Pura Razza Antiberlusconiana d’incrollabile fede. “Perché non vai a fare in culo?”, domando. “Ti pagano bene, eh?”. Gelo intorno. Gli amici provano a far finta di niente. “Sai, non farci caso, è fatto così”. Ah, sì, è fatto così? Conosco uno da un quarto d’ora e quello vorrebbe vedermi fucilato, e non dovrei farci caso? E perché non si cura? Chi gli ha messo in testa che può vomitare cose del genere, continuare a bere vino e a disquisire delle sorti nazionali, della merda governativa e della merda collaborazionista (inteso il sottoscritto)? E perché io mi ritrovo a cena con un simile SdS? Ma non è facile sfuggire. C’è sempre un indice pronto e puntato – Indice supremo, da Verità e Via, non indice qualsiasi – c’è sempre un raccattatore di verbali di questura e di pessima letteratura di complotti e svelamenti delinquenziali, tutta una trama, tutta una spiata, tutta una verbalizzazione – gente che sogna celle, e spioncini da cui spiare. E non perché i farabutti in cella non debbano andare, e possibilmente lì restare. Macché, lo SdS chiede altro: partecipazione diretta al suo sbavamento, nessun dubbio, nessuna moderazione ammessa – che subito te la ritrovi come capo d’imputazione: diserzione. E’ una sudorazione continua, quella dello SdS: come per i replicanti di “Blade Runner”, va a caccia dei Non-Abbastanza-Antiberlusconiani, essendo Berlusconi la sua ossessione e il suo concentrato vitaminico quotidiano. Non ci fosse, si sentirebbe come san Girolamo quando Roma cadde in mano ai barbari, dopo che per anni e anni il sant’uomo ne aveva denunciato vizi e corruzione: “La fonte delle nostre lacrime si è disseccata…”. Dovrebbe allora andare al cinema, magari, solo per vedere un film, e non per vedere comunque un film contro il Cavaliere: una faticosissima rieducazione.“Ma che cazzo dici? Come fai a non essere indignato? Ma lo vedi che fa, quel porco?”. La diserzione è anche semplicemente la noia mostrata dell’ascoltare sempre le stesse lagne. Uno vorrebbe parlare dei gatti, di un libro non scritto da Travaglio, persino dei mandarini – che siamo a fine marzo e si trovano ancora. “Senti, non me ne frega un cazzo!”. Oh, oh… Occhiata di compatimento: “E già, quello ti passa lo stipendio e tu devi fare pippa!”. C’è sempre un presidio, una casamatta dello SdS in ogni casa meglio frequentata – all’improvviso l’occhio si ravviva, la lingua si fa sciolta, il mantra ricomincia. Anzi, prende un ritmo accelerato, frenetico. “De sinistra? Famme er piacere! Casomai sarai della sinistra genere D’Alema, con tutte le porcate che avete fatto nella bicamerale! Eh, eh, di questo non parli, eh? Rispondi, forza”. Come per Oscar Wilde l’unico pregio del rugby era quello di “tenere trenta energumeni lontani dal centro della città”, così, anche a voler riconoscere un solo pregio a D’Alema, c’è di essere il perfetto Anticristo per lo SdS – più satanico persino del Satana berlusconiano in persona – l’aglio per i suoi canini, la pietra di paragone da dove s’innalza e si stordisce di chiacchiere. “Perché, D’Alema sarebbe uno de sinistra?”: capisci che, solo per come li fa incazzare, qualche qualità il compagno Massimo deve averla. Poi, ecco: la bicamerale. Per lo SdS è peggio che una bestemmia, l’antro del male assoluto, luogo di perdizione – caverna di loschi accordi, pratiche da tagliagole, inciuci banditeschi. Contro la buona Italia, la meglio Italia, tutta la delinquenza politica là s’adunava – a fottere i magistrati, a fottere la democrazia, a fottere, a sentire l’ardore del ragionamento, personalmente lo stesso SdS che hai davanti. “Eh, te le sei scordate le porcate che avete provato a fare… Certo, se la pensi come D’Alema si capisce perché difendi Berlusconi!”. Proprio così: “Tu difendi Berlusconi”. Che neanche ti passa per l’anticamera del cervello, tenuto conto che: a) non ti pare difendibile; b) si difende benissimo (o malissimo: dipende dai punti di vista) da solo.La sinistra che di solito ha in mente il prototipo dello SdS è del genere cavernicolo –  loro urlo ideale potrebbe essere quello di Fred Flinstone: “Wilma, dammi la clava!” – da ogni contaminazione preservata, il sospetto di qualche ogm berlusconiano sempre presente. Perché il più delle volte quello che colpisce non è una polemica aperta, magari durissima – hai scritto delle stronzate, non sono d’accordo con quello che dici, un bellissimo, salutare: a Ste’, vaffanculo! – ma il giudizio che avverti sulla tua stessa persona. Una cosa di sguardi  e di sorrisetti di condiscendenza, prima che di parole. La senti sulla pelle, fa immediatamente girare le palle. Nessuno, tra gli amici che ti conoscono, pensa che tu sia un venduto, che ricevi la mattina gli ordini di Berlusconi – che di me saggiamente se ne frega – recàti dal truce Denis Verdini, che F. ti metta a cuccia insieme ai bassotti se non mostri abbastanza considerazione per le posizioni del senatore Quagliariello. Ma sei lì, con gli occhi dello SdS addosso che sparge il piccolo veleno delle sue paranoie. “Vabbé, fatti pagare bene, ma non ci coglionare: tu fai quello che ti dicono di fare”. E’ l’immoralità di fondo di tutti i purissimi – i Nostri Migliori, non fosse, il paragone, offensivo con il Migliore che fu. Non me ne frega neanche più niente del loro oltranzismo da operetta, del perenne “fare ammuina” che si tirano dietro, del sordido ravanare non solo tra le faccende  di Berlusconi (che se sordide sono, lodato sia chi vuole portarle alla luce), ma anche nella personale vita e coscienza della persona che hanno davanti. “Aho, ognuno fa le sue scelte, c’è chi si vende e chi no. Io la penso così”. Una volta reagivo con un sorrisino, adesso non ho più voglia di farne passare mezza. Ma chi cazzo sei? Oltre al pattugliamento delle vite altrui, di che cazzo ti occupi, nella tua vita? Fino ai paradossi assoluti. Una sera, cena – bisognerà cominciare a limitare le cene, di questo passo – in un quartiere periferico. A tavola, a sorpresa, una ex terrorista (niente da dire sugli ex terroristi, ma per me è chiaro che, se niente di meglio ho combinato, di niente di paragonabile al male da loro fatto sono responsabile). Si chiacchiera del più e del meno. A un certo punto: “Certo, tu dici di essere di sinistra… Ma non capisco che senso dai alla tua vita, lavorando per il giornale di F. Ma come fai?”. Quella volta risuonarono urla quasi da intervento della forza pubblica, lì al ristorante. Io non ho mai nemmeno attaccato un manifesto fuori posto – e una persona con quel passato si permetteva di giudicare il senso della mia vita. O ti tieni dentro l’umiliazione o sbotti. E’ il caso di sbottare, di non concedere altro. “Non ti permettere più” – è una frase un po’ comica, ma prende le distanze e le mantiene. Tutta salute. Perché a volte lo SdS è seriamente convinto di essere – moralmente e politicamente – superiore, e allora lo vedi (per un momento: di solito hanno la struttura mentale di quei pupazzi con il culo tondo che appena li tiri giù, con uno scatto sono di nuovo in piedi) barcollare, quasi incredulo che una merda in sospetto di collaborazionismo con il Satanasso di Arcore possa avere l’ardire di replicare a una così ovvia considerazione.C’è un fatto personale. Anzi, ce ne sono due. Il primo: voto Pd, sono stato per una vita nel Pci – e neanche pentito. E mai, in un partito pur ideologico, a volte duro, il più delle volte sensato, ho incrociato gente (dev’essere la società civile, che ha preso il posto della politica e innalza ogni rutto a declamata pratica democratica) capace di giudizi così offensivi e personali. Solo una volta, all’Unità, un coltissimo collega mi accusò di immoralità perché avevo scritto su una rivista diretta da Pietrangelo Buttafuoco. “Sei immorale, hai scritto per i fascisti!”. A momenti si convocava una pubblica adunata di tutta la redazione. Lo mandai a fare in culo: oggi sta decisamente più a destra di me. Il secondo: questo giornale. Quando vuole mostrarsi comprensivo, lo SdS dice: “Sarai magari bravo, ma non ti fa schifo stare lì?”. Artisti d’ignoto valore (“Io non voglio avere niente a che fare con il mercato” – quando palesemente è il mercato che non vuole avere niente a che fare con lui), colleghi di fervida vocazione, persone conosciute per caso: niente da raccontare su di loro, ma subito alla baionetta per un democratico assalto. Non solo Berlusconi – bisognerà detestarlo di più, non fosse che per la qualità di certo antiberlusconismo che nel suo nome si satolla e si alimenta – ma pure F.* Dopo il ritorno in televisione, l’esondazione si è fatta crescente. “L’hai sentito cosa ha detto? Ma tu non ti vergogni? Non dici niente? C’hai paura, eh…”. La signora – genere democratica metropolitana: “Lo sai io quanto ci metto per guadagnare tremila euro?”. Non lo so, ma neanche me ne frega. Strepiti. “Certo, tu sei pagato per difenderlo”. Roba da matti, sempre di soldi parlano – immediatamente dopo una plateale riverenza alla Costituzione, però, così che sia chiaro chi la democrazia tutela e chi la democrazia fotte.E poi quell’altra cosa – becera, insopportabile, surreale. Almeno cinque o sei volte me lo sono sentito ripetere: “Ma hai capito, lo capisci che F. ha preso il posto di Biagi?”. Qui ci vuole molta pazienza – essendo piazzato nel mezzo di ogni obiezione quella solenne stronzata dell’editto bulgaro di Berlusconi. Ci si prova con l’ironia: “Casomai ha preso il posto di ‘Max e Tux’, che sono arrivati dopo”. Niente. “Che cazzo c’hai da ridere? Ti fa ridere ’sta cosa? Già c’è Minzolini…” – e uno si ritrova pure gravato del peso del tigìuno, che francamente, questo proprio no… Ci si riprova, con disponibilità: “Pure il giovedì sera, allora, Santoro ha preso il posto del ‘Rischiatutto’ di Mike Bongiorno …”. Vanno in bestia – un illogico  scoppio d’ira. “Allora F. fa il servo di Berlusconi, e tu il servo di F.!”. La cosa buffa è che non è quasi mai un argomentare sulle cose dette in trasmissione – giuste o sbagliate, da genio o da stronzo, belle o brutte. Niente, è il luogo, la postazione, l’orario. A me Biagi piaceva – da ragazzo lo leggevo, e un vecchio compagno falegname di nome Giovanni accanitamente insisteva: lascia perdere Biagi, sei comunista, leggi Fortebraccio, è finita che li ho letti tutti e due – a F. non molto. Ma adesso, che purtroppo non c’è più, cosa dovrebbero mettere, in quell’orario? Un tricolore? Una cappella votiva? L’inno di Mameli? Cos’è, un’usurpazione? Uno cambia canale, spegne la televisione, va a fare sesso (che è meglio qualunque cosa vada in onda): ma perché ’sta fissazione di chi sta al posto di chi? Se Berlusconi si deve rassegnare agli antiberlusconiani, a sinistra bisognerà almeno per un po’ rassegnarsi, se non alla prevalenza (quella era del cretino, anche se, come diceva Mark Twain, odio ripetermi), certo alla persistenza dello SdS. Allora, calibrare meglio le cene, avere sempre un vaffanculo di riserva, e mai pronunciare la frase che suona quasi come giustificazione: “Sono di sinistra anch’io” – ti prego, cerca di capirmi. Tanto, la stessa sinistra non siamo – e alla fine, inevitabilmente, per questi buonisti feroci e fanatici, uno (nel caso, io) resterà (delicato pensiero scovato sul web) comunque “un sacco di merda berlusconiano”. Beh, scusate se è poco.*Lo SdS ne avrà ora attesa riconferma: “Ve l’ho detto, sta a libro paga. Questo SdM è solo lo Stronzetto di Mediaset…”. FOGLIO QUOTIDIANO di Stefano Di Michele

L’asse Roma – Mosca – Ankara

Venerdì, 25 Marzo 2011

Un caccia francese ha distrutto un jet della famiglia Gheddafi che tentava di violare la “no fly zone” in vigore sui cieli della Libia. Il raid è avvenuto ieri su Misurata ed è stato confermato da fonti americane. Non è l’unico attacco portato a termine dalla coalizione: gli aerei europei hanno sorvolato Tripoli e si sono spinti sino a Sabha, che si trova a 750 chilometri dalla costa. La maggior parte degli obiettivi militari risulta distrutta dopo una settimana di bombardamenti. La flotta aerea di Gheddafi non esiste più, le strade intorno a Bengasi sono pulite e le strutture difensive del regime hanno ormai ceduto. Ma gli scontri tra l’esercito e i ribelli proseguono da Ajdabiya a Misurata, e i caccia alleati non possono fare molto per fermarli. Questo punto è ben chiaro agli ambasciatori che si muovono da giorni nei corridoi della Nato così come al governo francese, che rimane l’unico, vero sostenitore della guerra contro Gheddafi. Il ministro degli Esteri di Parigi, Alain Juppé, ha domandato pazienza ai partner europei e ha aggiunto che la campagna potrebbe durare “giorni o settimane”. Il numero dei paesi entusiasti cala giorno dopo giorno.Cresce, al contrario, quello dei governi che si preparano a mediare con Gheddafi – o che hanno già cominciato a farlo. Gli impegni assunti con la Nato non impediscono a Roma di cercare una soluzione diplomatica alla crisi: il capo della Farnesina, Franco Frattini, ha avuto ieri un colloquio con il leader dei ribelli e ha rinnovato il sostegno al cessate il fuoco in Libia.Sulla stessa linea è la Turchia, che fa parte della Nato e ha un ruolo di leadership nel medio oriente. Pochi giorni fa, il premier Recep Tayyip Erdogan diceva che non avrebbe mai appoggiato un intervento militare, ma l’attivismo di Nicolas Sarkozy lo ha convinto a cambiare opinione. Erdogan ha compreso che l’unico modo per ridurre il peso dei francesi è trasferire il comando delle operazioni al Patto atlantico.Il governo di Ankara ha garantito quattro navi e un sommergibile alla causa, e il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha annunciato che la guida delle operazioni passerà alla Nato “nel giro di due giorni” – si studia l’ipotesi di un comando formato dai paesi che contribuiscono alla missione, sul modello Isaf. La Turchia ha ancora diplomatici a Tripoli: i quattro giornalisti del New York Times liberati in settimana dall’esercito sono stati consegnati proprio all’ambasciatore turco, segno che i contatti fra i due governi sono costanti.Con Italia e Turchia si muove la Russia, uno dei paesi del Consiglio di sicurezza che si sono astenuti al momento di votare la “no fly zone”. Il presidente, Dmitri Medvedev, ha accolto tutte le decisioni della comunità internazionale, ma ha un canale aperto per la mediazione. Mosca ha appena nominato un nuovo inviato nell’Africa del nord, Mikhail Margelov, lo stesso uomo che ha gestito il dossier Sudan. “Non sappiamo se le trattative porteranno risultati – dice oggi Margelov – Quello di cui siamo certi è che la Russia ci può provare”. l. de biase ilfoglio

Ferrara, se questo è un genio

Giovedì, 24 Marzo 2011

giuliano ferraraE’ ufficiale: ogni volta che appare in televisione, un milione di italiani afferrano il telecomando e cambiano subito canale, per tornare su Raiuno appena lui se n’è andato. Nonostante questo, qui di seguito “l’Espresso’ sfida le severe leggi dell’audience proponendo un altro Giuliano Ferrara show: una breve ma succosa antologia del suo alto pensiero politico – tutti dicono che è intelligentissimo – attraverso una selezione di sue dichiarazioni. L’eroico Ratzi «Avanzare i diritti di Dio nella vita pubblica è un messaggio di gigantesco coraggio da parte di Benedetto XVI». Due carati così «Insomma, se non posso uccidere per ragioni di principio io, illuminista a quaranta carati, dovrò pure interrogarmi con qualche coerenza etica e logica sull’aborto e sull’indifferenza verso le forme di vita embrionale che caratterizzano la cultura della liberta procreativa, e magari anche sull’eutanasia. O no?» Scusi, ha da accendere?
«Noi stiamo facendo di tutto per consumare come un cerino il senso stesso della famiglia».Forse non lo sai ma pure questo è amore «In realtà l’amore civile è un modello culturale prescrittivo, che vuole rubare la famiglia e l’antropologia cristiana e laica del matrimonio antico e moderno sotto il falso mantello dei diritti». Crocifisso da guardia «Noi siamo il paese delle libertà e della laicità cristiana. E’ anche il crocifisso che fa la guardia a queste libertà». Abrogazione gay «Ma il matrimonio omosessuale, nelle sue diverse forme e nei suoi diversi stadi, realizza anche di più: abroga un’idea di società e di giustizia che per alcuni valeva la pena o vale la pena di una difesa». No, per favore, no! «Penso che pubblicherò anche la fotografia dei miei testicoli». Imposta nazionale sugli embrioni
«Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario».E anche modesto
«Mi ritengo un uomo leale, intelligente, spiritoso, malizioso e piuttosto belloccio». L’outlet delle mestruazioni
«L’abrogazione mediante pillola del ciclo mestruale ?‹ parte di un pacchetto della contemporaneit?€? offerto in saldo commerciale alle donne in nome del primato universale del corpo desacralizzato». Mamma mia come sono intelligente «Il relativismo è una forma di dogmatismo laico, perché affermare che non esiste una verità assoluta equivale ad affermare una verità assoluta. Seconda Repubblica o quarto Reich? «Sta risorgendo l’eugenetica, una visione del mondo che ebbe la sua fortuna anche nel mondo libero, ma sulla quale il nazismo avrebbe dovuto aver detta l’ultima parola». Hic sunt leones «Se diventasse ovvio, scontato, di buon senso, scegliere un figlio e fabbricarlo come lo si desidera, in prima battuta sano e poi vediamo quali caratteristiche debba o non debba avere, sarebbe abrogato il confine che ci separa da una sofisticata rupe Tarpea». Vedo, prevedo, stravedo «Noi vediamo nel seno delle gestanti quel che non vedevamo prima, che non esistono feti ma bambini». Per non parlare del bacio con la lingua «Il preservativo è il viatico dell’aborto». Sono l’ispettore Ferrara, della omicidi
«Le interruzioni di gravidanza sono un omicidio perfetto. Punto». Giulià il Chimico «Siamo tornati a immettere il veleno nel corpo delle donne per abortire: cos’altro è la Ru 486 se non il prezzemolo moderno?». Ad amarlo, invece, si guadagnano 3000 euro a puntata «A odiare Berlusconi che cosa ci si guadagna, a parte il fremito e il parossismo che ogni odio gratuito comporta? Niente». a. capriccioli espresso

Tra lesbo-chic e “Drive in”

Mercoledì, 23 Marzo 2011

angelina_sensualeDopo l’Unità, anche il Fatto insinua ma non rileva granché, quando pubblica una manciata di foto scattate ad Arcore o in qualche discoteca, e ritenute utili quanto basta alla trasformazione mediatica di una festa in un’orgetta softcore. Polemizzare una volta in più contro gli spacciatori di documenti giudiziari e gossipari suonerebbe vano, come gettare acqua vergine in un pozzo sperando di ripulirlo dalla melma.Più interessante è forse indagare con spirito non serioso ma un po’ semiologico il significato degli scatti in questione e il loro uso puritanamente censorio. Tolta un’istantanea goliardica di Lele Mora, restano due bacini saffici, un paio di gambe nude con piedi dalle unghie smaltate, una fanciulla (Barbara Guerra, scrivono) abbigliata come la migliore poliziotta statunitense di un immaginario da anni Ottanta (manette in mano e scollatura felice).Ebbene? Gli antipatizzanti che eccepiscono in fatto di morale ora ripiegano sulla scarsa eleganza dei dopocena berlusconiani. Ma lo fanno come se il lesbo-chic l’avesse inventato il Cav. e non l’ideologia sessualmente corretta e libertaria che incorona tutti i giorni i baci saffici di Madonna e delle sue conturbanti imitatrici (ultime Belen e Canalis a Sanremo); come se la moda e la fantasia pubblicitaria di Oliviero Toscani non avessero dilatato ben oltre il confine della legittimazione erotica. E come se la cinematografia o alcuni spettacoli in prima serata (anche sulla tivù di Stato) non avessero reso dolcemente obsoleto, e in così poco tempo, lo stile del “Drive In” di cui la sexy poliziotta non è che il pallido lascito per una serata vintage, né peccaminosa né innocente. Privata. ilfoglio.it

Il piano segreto del governo per l’economia

Venerdì, 18 Marzo 2011

Si può rafforzare la crescita anche senza stimoli finanziari. Ovvero: una frustata composta di semplificazioni e snellimenti burocratici può favorire l’attività di impresa riducenco costi e intralci. In attesa della riforma fiscale in cantiere al ministero dell’Economia, il governo è al lavoro da un lato al Pnr (Programma nazionale di riforma) da presentare entro il 15 aprile alla Commissione europea e dall’altro a un dl Sviluppo per maggio-giugno. Da un carteggio riservato fra uffici tecnici ministeriali e associazioni imprenditoriali, emergono le semplificazioni allo studio nei dicasteri retti da Paolo Romani (Sviluppo economico), Renato Brunetta (Innovazione nella pubblica amministrazione), Roberto Calderoli (Semplificazione normativa) e Altero Matteoli (Infrastrutture) che spaziano dal piano casa agli appalti pubblici, dall’urbanistica allo snellimento per le attività produttive. Uno degli obiettivi generali è “la qualità della produzione normativa”, si legge nei documenti non pubblici: il fine è quello di prevedere “un divieto di introdurre nuovi oneri burocratici senza ridurne altri per un importo corrispondente”.Il capitolo “urbanistica ed edilizia” è corposo: l’esecutivo conta di “incentivare interventi di demolizioni e ricostruzioni”, anche “attraverso il riconoscimento di maggiore volumetria” e “la possibilità di delocalizzazione in zone diverse in caso di demolizioni”. I dicasteri coinvolti stanno studiando anche in materia edilizia “una riduzione del termine da 60 a 30 giorni per i controlli della Pubblica amministrazione” e “la conferma della vigenza della cosiddetta super Dia edilizia (denuncia di inizio attività), statale e regionale, che può essere presentata in alternativa al permesso di costruire”.
Le misure, secondo gli appunti governativi al vaglio delle maggiori confederazioni degli imprenditori, puntano “alla riqualificazione urbana, all’attribuzione di premi di cubatura, alla possibilità di modificare le sagome degli edifici e di delocalizzare le cubature di immobili demoliti”.Non meno importante è il capitolo sugli appalti pubblici: Palazzo Chigi cerca di conciliare l’accelerazione delle procedure, i risparmi nella spesa pubblica, la partecipazione dei privati e, soprattutto, “una sistematica riduzione dei termini di svolgimento di alcune importanti fasi procedurali delle grandi opere”. Le misure in cantiere vanno “dal riconoscimento di maggiori diritti per i privati in materia di finanza di progetto”, “all’abbreviazione dei termini delle procedure per la realizzazione di infrastrutture e insediamenti produttivi privati strategici”, passando per “l’innalzamento delle soglie per l’aggiudicazione dei lavori mediante procedura negoziata senza la pubblicazione del bando”.Inoltre “il decreto legge in gestazione – si legge in un appunto dei tecnici ministeriali – potrebbe prevedere misure di semplificazione delle procedure per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, fortemente sostenute da Confindustria, nonché norme volte a semplificare i procedimenti e ad accelerare i tempi per la concessione di finanziamenti per la ricerca e l’innovazione”.La confederazione presieduta da Emma Marcegaglia, infatti, giudica “sicuramente condivisibili” gran parte degli interventi allo studio, tra cui quello di “una riduzione di tempi e costi di gestione delle pratiche e la riduzione di alcuni adempimenti amministrativi imposti alle imprese dalla normativa in materia di privacy”. Gli industriali, invece, hanno espresso dubbi sull’ipotizzata abolizione di nuovi arbitrati e interrogativi sulla riforma degli incentivi: “Si potrebbe stimare – si legge in un documento confindustriale a circolazione interna – una perdita complessiva di circa 2,2 miliardi di incentivi erogati”. m. arnese ilfoglio

Tariffe professionali a go go (by Leozappa)

Domenica, 6 Marzo 2011

Il Foglio ha dato conto del rapporto dell’Antitrust sui vantaggi economici connessi alla abolizione delle tariffe professionali. L’Autorità ha invocato per anni l’abolizione delle tariffe minime sino a quando la ha ottenuta, nel 2006, con il decreto Bersani (le c.d. Lenzuolate). E’ stato sostenuto che le tariffe minime sarebbero un ostacolo alla concorrenza e un danno per i clienti, per cui la loro abolizione sarebbe una soluzione tecnica e un vincolo derivante dalla adesione al Trattato Ue.  Nel sopprimere le tariffe minime e fisse, la legge n. 248/2006 ha stabilito che “Sono fatte salve (…) le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti”. In definitiva, quindi, le tariffe “minime” sarebbero illegittime in quanto danneggiano i clienti/consumatori, le “massime”, invece, legittime in quanto li proteggono dalle pretese dei professionisti.
Vero è, però, che la Corte di giustizia europea, chiamata a pronunciarsi proprio sul regime degli avvocati italiani, ha riconosciuto la compatibilità – almeno in via di principio – delle tariffe minime con l’ordinamento comunitario (sentenza 5 dicembre 2006, cause riunite c 94/04 e c 202/04); mentre la Commissione europea, nel marzo 2007, ha aperto una procedura di infrazione contro la Repubblica Italiana per il mantenimento delle tariffe massime obbligatorie (cfr. l’articolo “Avvocati, la UE avvia la procedura di infrazione sulle tariffe massime pubblicato” ne Il Sole 24 ore del 23 marzo 2007).  Indubbiamente quello delle tariffe è un tema complesso e articolato e sarebbe quantomeno semplicistico risolverlo esaltando il contrasto tra la visione pro-concorrenziale della Corte di giustizia europea e quella dell’Antitrust e della Commissione europea (che, a seguito del decreto Bersani, ha archiviato la procedura di infrazione a carico dello Stato Italiano per le tariffe minime inderogabili di architetti e ingegneri n. 2005/4216). Il contrasto, però, svela il dogmatismo della visione dell’Antitrust e dimostra come la sua posizione sulle tariffe non possa essere considerata una soluzione strettamente “tecnica”. D’altro canto, l’articolo 53 della direttiva 2004/18/CE sugli appalti pubblici consente espressamente agli Stati membri di regolare la remunerazione di specifici servizi e la reintroduzione delle tariffe è stata pubblicamente invocata dal Presidente della Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi  forniture (cfr. l’intervento di L. Gianpaolino, “Oltre le tariffe – come rendere meritocratica e aperta a tutti la partecipazione alle gare delle stazioni appaltanti pubbliche” al Convegno “Oltre le tariffe” del 9 dicembre 2009, consultabile sul sito www.oice.it). Le tariffe minime continuano ad essere una rivendicazione degli Ordini professionali. A loro dire – ma anche di L. Giampaolino – le tariffe minime garantirebbero la qualità della prestazione. Il fatto che le associazioni dei consumatori non si uniscano alla rivendicazione degli Ordini porta, però, alla mente quanto scriveva Milton Friedman in Capitalismo e Libertà: “Nelle argomentazioni di solito addotte per promuovere, da parte degli organi competenti, la regolamentazione legislativa delle diverse professioni, la giustificazione fondamentale è sempre quella della necessità di salvaguardare l’interesse pubblico. Tuttavia, la pressione su tali organi affinché promuovano codeste regolamentazioni è raramente esercitata da cittadini che siano stati truffati o in qualche modo danneggiati dai membri delle diverse professioni. Al contrario, la pressione è sempre esercitata proprio dai membri delle categorie professionali interessate”. Sempre più maliziosamente, Friedman così concludeva: “Naturalmente, essi sanno meglio degli altri in che misura sfruttano il cliente e perciò forse possono avanzare diritti di competenza specialistica”. Sono, però, i risultati di uno studio predisposto da due economisti delle Università di Bologna e del Salento ad avvertire che la questione va considerata anche sotto il profilo sociale (C. Benassi – A. Chirco, “Minimi tariffari e concorrenza nel settore delle libere professioni. Un’indagine preliminare”, consultabile sul sito: www.cnpi.it). Lo studio rivela che l’abolizione delle tariffe minime dà vita ad una radicale trasformazione della pratica professionale, che è destinata a segnare e alterare il genere di cooperazione e di affidamento che è implicito nel suo esercizio. Per fronteggiare la dinamica concorrenziale, il passaggio obbligato dalla dimensione individuale a quella aggregata comporta, infatti, il trasferimento delle risorse umane dai piccoli ai grandi studi con due effetti di sicura rilevanza sociale. Il primo è tutto interno alle professioni: l’espulsione dei piccoli studi dal mercato. Si dirà: nulla di cui sorprendersi in una logica di mercato. Vero. Ma l’esigenza di procedere ad economie di scala è destinata a depauperare l’offerta sul territorio perché i professionisti tenderanno ad aggregarsi presso i capoluoghi e le grandi città, quando oggi anche il più piccolo insediamento urbano conta sulla presenza di professionisti, pre-condizione – questa – perché la clientela possa instaurare e mantenere un rapporto diretto con il professionista. Rapporto che, molto probabilmente, non potrà più sussistere – e, con ciò, vengo al secondo effetto: la spersonalizzazione della pratica professionale – in quanto la prevalenza della formula organizzativa dello studio di grandi dimensioni comporta una standardizzazione delle prestazioni che non consentirà di tener conto dei bisogni singolari, come è invece nella tradizione italiana della pratica professionale. Lo studio affronta anche le ricadute più strettamente economiche della abolizione delle tariffe. E’ stato osservato come in un mercato con forti asimmetrie informative, come quello professionale, l’assenza di prezzi minimi favorisca una gara al ribasso, che se da un canto sembra avvantaggiare i consumatori, dall’altro favorisce l’uscita dal mercato dei professionisti più qualificati, i quali ritengono non più remunerativa l’offerta di determinati servizi. Con l’inevitabile conseguenza dello scadimento della qualità dell’”offerente”. Se è vero che la selezione dell’accesso assicura il possesso dei requisiti minimi di professionalità per il singolo, è però altrettanto vero che il mercato professionale è fortemente dinamico e richiede un continuo investimento, di tempo e denaro, nella formazione. Il che comporta significative differenziazioni tra prestatore e prestatore e la presenza di corrispettivi minimi adeguati sembra garantire la permanenza sul mercato dei professionisti più qualificati e, quindi, l’effettiva possibilità di scelta del cliente. Dinanzi a queste considerazioni, la presa di posizione sulle tariffe dell’Antitrust – che la dissonanza rispetto a quella della Corte di Giustizia europea ha già scoperto fragile nel suo fondamento tecnico – rischia di apparire oltremodo dogmatica, se non arbitraria, posto che l’abrogazione delle tariffe non solo non ha avuto, anche sotto il profilo economico, i professati effetti propulsivi ma – e a sostenerlo è il presidente dell’Autorità di settore – ha inciso in senso negativo almeno in un mercato di primaria importanza quale è quello della progettazione. Soprattutto in momento di crisi come quello che stiamo vivendo, un tema così impegnativo merita, quindi, di essere affrontato senza pregiudizi ideologici e in attesa della frustata liberalizzatrice che il Governo sta studiando per rilanciare l’economia, non rimane che ricordare il monito di Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”. a.m.leozappa ilfoglio 2+2 oikonomia

Ora, il burka burka (by Buttafuoco)

Domenica, 13 Febbraio 2011

hijab-nude1Nella mutazione extralinguistica del K, da Kossiga al K Krepi, con il secondo qui non usato per far prima ma per mandare meglio a quel paese, non c’è una variabile del linguaggio ma la solita cara eversione. Con detonazione erotica. E’ una fior di laureata che sta digitando sul proprio display “Spero k krepi kon le tue troie”, non una pollastra svampita. E’ una consapevole manipolatrice di parola e di conseguente volontà che sta fabbricando l’invettiva. E’ Sara Tommasi, lei, e l’uomo, il destinatario, il predatore alfa, insomma, il combattente destinato alla sconfitta, non sa – ahilui – di dover affrontare il suo trasloco nel Walhalla con la vestizione propria degli eroi. Ricoperto di smagliante sugna tragicomica. Ecco, ancora non sa. Ma lei sì. Perché lei, al netto dello stile basso di cui sembra essere una cultrice, è pur sempre una femmina.  La detonazione erotica, laddove il “corpo della donna” è una carica di tritolo, è un estatico invito a crepare, tra copula e crapula (kopula e krapula direbbe la bocconiana Tommasi) tra il crepitìo della mitragliatrice e un’ultima erezione. Non possiamo non ricordare la santissima anima di Manfred von Killinger, pluridecorato ufficiale della Wehrmacht, ambasciatore in Romania, che (possano gli dèi averlo caro) accoglie i soldati dell’Armata rossa non senza imbandire sulla propria scrivania vassoi colmi di caviale e coppe di champagne. E non solo. Accuccia tra le proprie membra – irrorate d’adrenalina – la sua segretaria, imbraccia il mitra e spara e mangia e palpa e beve. E sospira. E dunque spara ancora. Su tutti. Eccetto che sulla segretaria. Intenta, la Valkiria, col suo respiro, ad accompagnare l’invitto alla meta finale. Krepare kon le scrofe è – ed è ben pacifico riconoscerlo, al netto dello stile basso di cui tanti sono cultori – un orizzonte di destinazione in zona Sade. E’ lo zenit del libertinaggio. Un privilegio della mistica eroica, questo è, solo che ci vuole una cosa per portare a termine una simile missione: ci vuole il lingam. E non è poi vero che con i soldi tutto si può. Neppure il potere più determinato può disporre di carne se poi non gli funziona il lingam. Bill Clinton – e facciamo un esempio che aggrada ai palati schizzinosi – dovette ricorrere al sigaro per sopperire. Ma non riuscì. Gli risultò solo un tubo in surrogato. E manco l’artifizio chirurgico oggi tanto in uso, può. E’ un tubo. Né il miracolo in pillole. Sempre un tubo resta. Nulla, dunque, può. E soprassediamo anche sull’effettiva efficacia del bunga bunga, perché oltre ai Sanbitter, alle visioni di “Baarìa”, alle incursioni galanti di Silvio Berlusconi in area di passatempo è il lingam caldo – il lingam innervato di sangue e giammai ceroso – quello che le femmine cercano. E non per farci il miao miao delle gatte in calore. Ma per innalzare il sacrificio al cosmo, disporre i fuochi, storcerlo infine quel lingam e suggerne linfa a detrimento di qualsiasi Kali Yuga. Ci vuole il lingam e nessun idolo ideologico può svaporarne la malia del kreparci perfino, per quegli eccessi dell’entusiasmo, come capitò a Mario Alicata, un notabile bolscevico, trasferito cadavere, nottetempo, dall’appartamento di una prostituta all’ufficio di Botteghe oscure, la sede del Pci. Ecco, ancora un invitto alla meta finale. E sempre per sottrarre l’immanifesto al Kali Yuga. Sia chiaro che adesso non stiamo parlando difficile solo per nobilitare la nostra natura di maiali. Sia chiaro che lingua e linguaggio procedono nel rispetto della materia, così sacra, da non avere altro vocabolario che quello dei nostri progenitori indoeuropei, gli iperborei, i cui altari erano e sono ancora fatti secondo proporzione di femmina perfetta – “Con fianchi larghi, le spalle un po’ meno e stretta alla vita”, e stiamo recitando i Veda. Erano e sono ombre bellissime e circonfuse d’emozioni quelle vicende di amore e vigore e se la nostra era è oscura, furono, sono e saranno leggi di pura luce a vampeggiare alla chiusura del ciclo: e i desideri troveranno la via per compiersi. Sempre che resti chiaro che il piacere, se pure è stato camuffato di vizio, compresso e sfigurato dal tristo democraticismo, è liturgia. E’ un fervore che procede dalla mente allo spirito, “sino alla punta delle unghie” (e stiamo recitando sempre i sacrissimi Veda). Una felicità così feconda è propria di una stagione pagana. Anche la modernità degli occidentali ha avuto le sue stagioni di furori, ma sempre e solo nell’innesto dell’arte militare e della politica. Il Sessantotto, luogo assai comune presso gli schizzinosi della laicità borghese, è solo un’avventura per educande rispetto alla fantasmagorica epica di Fiume coi suoi legionari in perenne esagitazione creativa. Così come ogni riposo del soldato, in terra d’Africa, fu sempre affollato. E magari con l’enorme lingam di Mafarka il futurista, il re negrone che scavava tra le cosce delle femmine, ne bruciava le carni, o con le ragazze prese a grappoli per godere e figliare, e così fecondare la patria universale, come faceva Indro Montanelli, milite del glorioso Battaglione Eritreo. Una tristezza da dopo orgia pervade questo inverno che non vuole saperne di morire dolcemente. Sono giornate della buoncostume. E giusto per rimestare nel nostro sciapo brodo che non è certo il folto brolo dell’Ade, tutti i movimentismi che si facevano spontanei in armonia con le polluzioni, quelle dei famosi porci alati, e tutta quella rottura extraparlamentare di giovinezze belle e libertarie, si sono capovolti. A farcela raccontare da Giampiero Mughini (per come l’ha dipinta così bene), quella gioventù della fantasia al potere è risultata tutta ribaltata nel sentire comune di oggi. Allora si faceva politica per rimorchiare, oggi, gli stessi, i rimorchiatori invecchiati, si sono fatti malmostosi e di ogni tetta – se non ora, quando? – fanno rogo. Ci voleva un Berlusconi, già personaggio dell’orizzonte di Piero Chiara, a far resuscitare il femminismo. E’ in una versione, questo neofemminismo, aggiornata al bisogno non più di castrarlo il Silvio ma di kreparlo tra le troie, sorelle, quest’ultime, misconosciute dalle ottimate che fanno vanto e manto d’indignazione e impegno. E ci volevano queste donne, sempre nel solco di Lisistrata, a far sciopero della loro stessa natura di femmina, a rinverdire una sinistra fatta solenne dall’ora grave: vedere krepare tra le troie perché, alla fine, non vogliono più che dal letame nascano i fiori. Hanno, infatti, lastricato via del Campo, cantata da Fabrizio De André, di piastrelle pudiche e hanno affrescato i muri delle lucciole di minacciosa e opaca noia. Sono giornate del comune senso del pudore, queste. Le trasmissioni più in voga si aprono con gli appelli delle suore indignate e chi l’avrebbe mai immaginato di vedere la sovversione del collettivo tramutarsi – e solo perché si va in odio al Peccatore – in un eterno manifesto di pudore e castità? Sono discorsi perfino orecchiati, quello dello scambio simbolico tra suore e femministe, bisogna riconoscerlo. Enrico Berlinguer, coscienza della ruvida morale militante del Pci, ci fece un monito sull’esempio di Maria Goretti, la santa, simbolo di una purezza votata al martirio, e magari si scoprirà che la sinistra è sempre stata di destra se ancora oggi, nella sua vetrina più sgargiante, il pensiero dominante, quello della minoranza moralmente emancipata, quella che declama – se non ora, quando? – non fa che saccheggiare dall’argenteria del pensiero reazionario. Gli ambientalisti sono tali solo perché nutrono il loro entusiasmo di panico per la natura e la vita animale dal sangue e suolo, ovvero dai primordi del Terzo Reich; e pure i degustatori dello slow food, fanno blut und boden. Mangiano le cose buone di una volta, il genuino rapportarsi a strapaese, la nostalgia dell’età felice. Per non dire dei signori procuratori. E tutto quel rigare dritto, poi, è un habitus proprio dei reazionari. E ci voleva Berlusconi per resuscitare la sovversione degli sporcaccioni se poi, il mettere i carabinieri tra le lenzuola, non è proprio voler aderire alla “sperimentazione dei corpi” o alla “extraterritorialità dell’emozione”. Sono giornate del cupio dissolvi delle categorie di destra e sinistra e ci vuole un grado di degenerazione molto avanzato di eccitamento perché la femmina possa specchiarsi in un maschio degno di legnarla a dovere, come si addice nella collocazione dei fuochi cosmici, ben inteso. Un modello maschile adeguato all’evoluzione femminile non c’è, alle Winks, le bambole d’intelligenza e seduzione, fanno corrispondere i metrosexual, ovvero, una sorta di froci neppure venuti bene. E anche a voler dimenticare il piccolo cortile italiano, tutto il congiurare di finitezza sull’infinito, nelle nostre città del mondo, ci sta rosicchiando la febbre che fa lavorare il pensiero. Molto più che la natura non voglia, fabbricando ovunque nevrastenia e pazzia, propria di gente profondamente egoista, assetata di oro e non di femmina. E così, forse, anche per le femmine. Assetate di oro e non di lingam. Il leggere e scrivere, in questo periodo, non forgia un minimo di idea. A forza di non voler studiare Massimo Fagioli, il vero rivoluzionario qui in Italia, tutti questi benpensanti della sinistra si sono ritrovati nelle greppie mentali di un signor Antonio qualsiasi. Sullo schermo si svolgevano le scene de “Le tentazioni del signor Antonio”, il film di Federico Fellini con un piccolo Peppino De Filippo travolto dall’esuberanza mammaria di Anita Ekberg. All’epoca non c’era la possibilità di un esorcismo fatto di burka burka, ci si limitava a foderare di panno le lunghe gambe delle sorelle Kessler, chissà adesso, gli idioti di destra, che sgallettate nude metterebbero al posto di quelle, così divine e chissà che anatemi, gli idioti di sinistra, getterebbero su di loro: le vedrebbero già consiglieri regionali, europarlamentari, deputate e maggiorate. Io sono reazionario, e proprio il burka, oltretutto molto usato dai maschi, proprio no, non mi convince. Il velo, invece, lo voglio, s’addice ad un SL Mercedes in corsa. Non si capisce perché la sinistra dei libertari, delle donne liberate, emancipate nel corpo e nei desideri, perché muova guerra ad Anna Karenina. Ma in verità è tutto chiaro. Sono pomeriggi passati in cauta attesa di nuovi sms, di fotografie, di filmini e di lingam svuotati. Non so se avete presente la puttana, quella ottimista e di sinistra, ecco, quella. E’ portata al rogo e con lei tutte le ragazze raccontate in queste giornate di così atroce caricatura. Tutte fanciulle, sode, la cui aria, in ciascuna, è di quella che si nota al primo colpo d’occhio, celebrate quali donne pubbliche aduse al peccato.  Sono donne la cui vita, si ritrova, d’un sol colpo, abolita. Ragazze, infine, e tali sono, precipitate tra le braccia del Peccatore, non certo costrette, ma ristrette nel cieco cerchio di un’esistenza micragnosa e perciò abbagliate dal soldo facile, dalla possibilità di fare, o lasciar fare, birbonate d’ogni genere. Gentuzza dalla sottana facile mossa dalla spinta delle grandi occasioni. Non sono il “corpo della donna”, non sono le “ragazze tangenti”, e non – come si strilla tra la gente perbene – puttane che, puttane per come sono, di così esagerata favola non se ne trovano in nessun bordello. Forse sono anche ragazze che con un colpo di sedere, magari in tutti i sensi, hanno beneficiato di un lasciapassare politico, sono solo femmine che nessun burka potrà costringere alla rispettabilità democratica e repubblicana. Quello delle nostre cronache è, dunque, un libertinismo senza libertà. E forse, vista l’età dei protagonisti, anche un libertinismo senza uso di lingam. E se da un lato s’ode: “Sono donna e dico basta”, dall’altro, visti i prezzi, è facile che rispondano: “Sono donna e dico ancora”. In questa età volgare, nel tempo della democrazia compiuta, quell’antro delle delizie (o, giardino dei supplizi, secondo i punti di vista) e qualsiasi cosa in definitiva sia Arcore è solo una struttura professionale. E tale è, con tanto di ragionieri, bollette da evadere e utilizzatore finale aggrappato al K, solo che non può, in forza dell’indignazione, trasformarsi da pornografia teatrabile in un contrappasso. Non si può farne, in virtù dell’etica, la nemesi della buona condotta borghese, tipo: dal bunga bunga al burka burka. Un’intera stagione politica che se ne scivola via a causa della femmina è qualcosa che ricorda Troia e il ratto di Elena, una monomania sessuale che brama solo il pedaggio di una ripugnanza istintiva, ovvero, la chiamata alle armi dell’opinione pubblica per eliminare se non uccidere altri che non siano le donne giovani e belle. Eliminare lui in questo caso, il Peccatore. Ed è la solita cara eversione con detonazione erotica la cui miccia è sempre femmina, solo che nessun lenzuolo di burka, la cui pochezza culturale di questo montante neofemminismo fa il paio coi difensori dell’indifendibile, può coprire il vuoto di potere che sfascia nell’imbarazzo la tragicommedia italiana. In ogni mutazione extralinguistica si annida un dettaglio remoto, lo strascico di un legaccio arcaico e perciò fondante: il potere che è proprio della potenza. E dunque, ancora una volta, il lingam. Solo e sempre il lingam che, nel suo vigore verticale, separa potenza e impotenza. Ecco, a questo punto occorre rinfrescarsi la mente con una scena presa dal “Novecento” di Bernardo Bertolucci, un film fatto in un’epoca in cui la sinistra sembrava proprio essere una sinistra. C’è Burt Lancaster nei panni di un vecchio proprietario terriero, archetipo del dominus. Entra in una stalla con una ragazzina. Si fa toccare. Con i piedi saldi nello sterco. Non c’è reazione. Palpa anche le mammelle di una mucca. Non c’è reazione. Manda via la ragazzina. Getta una corda sul soffitto. Ne ricava un nodo scorsoio. Ci mette dentro il collo. Mormora: “Il vero dramma di un uomo è quando non gli tira più l’uccello”. Si lascia cadere. E finisce. Finisce l’archetipo. Senza neppure krepare tra le troie, al contrario: congedando l’innocenza. Che è sempre femmina. p. buttafuoco il foglio

“Io, principessa delle mignotte” (by Marina Lante della Rovere)

Giovedì, 10 Febbraio 2011

wallpaper-di-lucrezia-lante-della-rovere-67535Io, Marina Punturieri, ex Lante della Rovere, oggi Marina Ripa di Meana, domenica sarò stretta alle mie sorelle, oggi escort, ai miei tempi mignotte. Io sono con loro da sempre, da quando abitavo a via Borgognona 12, sopra il ristorante Nino. Una bella casa romana dove hanno vissuto, o venivano in visita, Umberto Melnati, Cesare Garboli, Daniele Varè, Natalia Ginzburg, Marco Vicario, Nicoletta Fiorucci, Susanna Agnelli e tanti altri. Nel vano dell’ascensore campeggiava sull’intonaco, in pennarello indelebile, la scritta: «Marì!, principessa delle mignotte». Mentre io, nelle mie esplicite sgomitate vitali, mi sentivo pura, «Like a virgin». Trovavo appropriato e quasi beneaugurante quell’entusiastico urrah!, perché anch’io ero stata una ragazza di una famiglia piccolo-borghese che aveva cercato di emergere, e non avevo esitato a prendere i passaggi in avanti, quando mi si erano presentati. A tutte le donne che domenica andranno in piazza, e in particolare a mia figlia Lucrezia Lante della Rovere, la mia sola figlia, attrice bellissima e acclamata, come ho visto domenica a Rieti nel magico teatro Flavio Vespasiano di fine Ottocento, che ha scelto di essere testimonial nella «giornata politica anti-Berlusconi e contro la mignottocrazia imperante», chiedo perché avete deciso di puntare il dito contro le escort, le prostitute, le presunte mignotte, che vengono avanti nella vita, dalla notte dei tempi, con le occasioni che si presentano, secondo il disegno della sorte, «in progress», come direbbe Furio Colombo. Ricordo, e di recente è stato rievocato in una fiction televisiva, che quando Sophia Scicolone di Pozzuoli trovò il potente, ricchissimo produttore Carlo Ponti, non aveva ancora chiaro il suo futuro ma arrivò, studiando e con il talento, all’Oscar. E tanto per non andare troppo indietro, rammento la fanciullina tredicenne Ambra Angiolini, portata in tv, radio, cinema e canto con successo pieno, dal suo geniale maestro Gianni Boncompagni. Non a tutte è possibile passare per le aule universitarie, «win a master», come aridirebbe Furio Colombo. Non tutte hanno nei dintorni famiglie con grandi mezzi. E dunque gli esordi sono sempre incerti, e qualche volta spregiudicati. Vi ricordate, mie care amiche, riflessive signore, quando a Perugia si seppe, due anni fa, che brillantissime laureande accettavano incontri bendati su internet, poi conclusi nelle case degli interlocutori la sera, pur di non chiedere nuovi aiuti in famiglia? E io ricordo Dacia Maraini che a trent’anni ha avuto la fortuna di essere introdotta alla scrittura da Alberto Moravia, e vinse tout de suite il premio letterario internazionale Formentor nel 1963 con il suo libriccino d’esordio. Così come mi pare nel mio ricordo ancora ieri quando, sempre Dacia, nel 1974 a Venezia alla Biennale, al campo di San Polo e agli ex cantieri navali della Giudecca, presentò «La donna perfetta» con il gruppo della Maddalena. Tanto che il 2 novembre di quell’anno il Patriarca cardinale Albino Luciani, poi Papa Giovanni Paolo I, pronunciò in Basilica un’omelia «Contro le tesi abortiste e l’arte moralmente brutta dei collettivi di donne invitati dalla Biennale». La stessa Dacia, che nel 1992 pubblicò «Veronica, meretrice e scrittora». Perché prendersela tanto oggi con le minorenni, escort, veline, meteorine, e vibrare di sdegno, dunque, anche contro la ninfetta di Balthus, che domina la sala da pranzo romana dove riceveva gli amici l’avvocato Agnelli, e non parlare più delle tante tele delle ninfette di Balthus che popolano le case dei collezionisti romani, quando nel 1964 l’artista era direttore di Villa Medici? Perché tacere, o di fatto indignarsi con le lolite del grande inventore, poeta e cacciatore di farfalle Vladimir Nabokov, con il suo mondo di madri, zie, parenti di Lolita, tanto amata un tempo e padrona del suo tutore Humbert Humbert, e «dell’ambiguous background», come arinoterebbe Furio Colombo? Quando tu, Lucrezia, per il tuo talento, potresti da un giorno all’altro, dopo la versione cinematografica di «Lolita» firmata da Stanley Kubrick, ricevere una proposta teatrale sul testo di Nabokov, per interpretare, magari, la madre di Lolita. L’altra sera da Santoro hai stigmatizzato la pornocrazia, invitando le donne in bianco, che sfileranno dietro le bandiere della pace, a marciare contro questa deviazione che corrisponde, non so se lo ricordi, al titolo della tela più famosa del pittore del simbolismo belga dell’Ottocento, Félicien Rops, «Pornocrate trionfante». Non sei stata tu, mia cara figlia, tre anni fa a leggere al pubblico che gremiva l’Argentina «I monologhi della vagina» di Eve Ensler, un testo ispirato da Tina Turner, superiore al pene in quanto in essa fa parte il clitoride, dedicato esclusivamente al piacere sensuale? Solo più tardi quel testo fu trasformato, dalla ispirazione panerotica, in testo strumentale di denuncia della violenza sulle donne. E per finire, cara Lucrezia, non credi che la caccia all’erotismo che ancora perseguita dal 1972 Bernardo Bertolucci per l’«Ultimo tango a Parigi», quando furono bruciate le copie del film, condannato l’autore, e proibito nel cuore dell’Europa, dove ancora le copie superstiti del film si contano sulle dita di due mani; la forte perorazione nel 1980, prima di morire, di Henry Miller, perché la vera arte non è mai oscena; quando la Turchia, candidata ad entrare nell’Unione europea, bandisce nel 2009 dalle sue librerie il libro di Guillaume Apollinaire «Le vittoriose imprese di un giovane dongiovanni» perché troppo osé, «pura pornografia, osceno e privo di valore letterario»; e l’opera recente di Alain Robbe-Grillet «Un roman sentimental», uscito a Parigi e attaccato dai bacchettoni di sinistra; non credi che siano questi i temi veri, i pericoli concreti, soprattutto attraverso le esclusioni delle donne, le mutilazioni della loro sessualità, della loro libertà creativa e fisica, in particolare da parte dell’islam, che incombono su questo nostro continente? Non credi che siano queste, e non altre per noi in Italia, le motivazioni prioritarie, le nostre urgenze da esprimersi e organizzare su questi temi, le nostre uscite pubbliche, e non invece riecheggiare, da parte vostra, le intemerate dei partiti contro le escort, le mignotte, le prostitute, le donne che, da che mondo è mondo, sono sempre esistite, hanno sempre cercato di emergere da una condizione solo primaria, fisica, per salire alla poesia, alle grandi opere letterarie, alla pittura, eccetera? E non spendervi, come vi preparate a fare, con le vostre insofferenze implacabili, per sloggiare dal governo Berlusconi perché, negli ultimi mesi, ha replicato da noi l’eterna allegoria di Susanna e i vecchioni, come è scritto nella Bibbia, con la corrispondente tradizione della pittura sacra lungo i secoli, a ricordarlo le tele di Guido Reni, del Tintoretto, del Lotto, di Rembrandt, Rubens e Hayez. È un copione già visto mille volte in questi anni quello di Susanna assediata. Nel Cremlino di Breznev, nello Studio ovale di Bill Clinton e, fino all’ultimo sospiro della sua presidenza, all’Eliseo di François Mitterrand. In Italia, come a Washington, a Mosca e a Parigi, è risorto in modo compulsivo l’instabile libido maschile e adulta alle prese con il travolgente risucchio delle giovani donne, in corsa per riuscire nella vita. Care amiche, pensateci su prima di sciupare una bella domenica con falsi obiettivi. Voi, espressione della «reflective society», come ariridirebbe Furio Colombo, resettate il vostro radar femminista. marina lante della rovere ilfoglio

Tremonti, parliamoci chiaro! (by Foglio)

Giovedì, 10 Febbraio 2011

Gentile ministro Tremonti, il Foglio non teme smentita quando afferma di avere sempre rispettato e spesso sostenuto il suo lavoro al Tesoro, specialmente nella gestione del debito pubblico. Ora, però, non ci sfugge – non ci è sfuggito da subito – il suo freddo disimpegno dai contenuti del Piano per la crescita di cui si è discusso ieri nel Consiglio dei ministri; e di cui ha dato conto il premier Berlusconi in una conferenza stampa alla quale lei ha partecipato come un passante (cinque minuti di eloquio e arrivederci a tutti), riuscendo tuttavia a omaggiarci di una frase raggelante: la nostra agenda economica “è dettata, è definita dall’Europa, in Europa”. Ne deduciamo – ma lo avevamo sospettato dalla turba dei suoi impegni che avevano indotto a far slittare il Cdm – che lei, signor ministro, non crede affatto sia possibile portare la crescita italiana al 3-4 per cento in cinque anni, come ha sostenuto il Cav. sul Corriere. Lei sembra non credere nemmeno all’idea di convocare gli stati generali dell’economia, coinvolgere di slancio le anime dell’intrapresa nazionale, galvanizzarle a forza di liberalizzazioni e riduzioni fiscali rese possibili dallo snellimento di uno stato dal patrimonio ciclopico e inerte (sempre una promessa del Cav. cui s’è aggiunto ieri sul Foglio l’appoggio disincantato del professor Monti). Lei, signor ministro, crede nell’incoercibilità dell’euroburocrazia, della quale si è fatto col tempo naturale e autorevole portavoce. E deve credere anche nelle sue legittime facoltà di guida d’una maggioranza la cui leadership istituzionale, quella berlusconiana, appare infragilita per ragioni contingenti di cui tutti sappiamo.  Le stiamo ricordando, signor ministro, ciò che già sa: le linee d’indirizzo del governo sono nelle sue mani e nella sua capacità di visione già così desolidarizzante nei confronti dell’ultimo guizzo berlusconiano. Se il suo orizzonte di pensiero e di volontà è quello che abbiamo descritto, sarebbe giusto che lei lo dicesse a noi e all’Italia con la stessa chiarezza usata da Amato e da Capaldo per preannunciare la patrimoniale che verrà, se verrà, quando l’Europa ci detterà la stangata di marzo. Dopodiché ognuno – noi, gli italiani e lei, signor ministro – saprà trarre le proprie conseguenze. Il Foglio

Stop al multicuralismo (by Cameron)

Martedì, 8 Febbraio 2011

Oggi voglio fare alcune riflessioni sul terrorismo, ma prima permettetemi di chiarire un punto. Secondo alcuni, rimettendo in discussione i temi della sicurezza e della difesa strategica, la Gran Bretagna sta in qualche modo rinunciando a un ruolo attivo nel mondo. Questa affermazione è esattamente l’opposto della verità: sì, stiamo facendo i conti con un buco nel nostro bilancio, ma ci stiamo anche assicurando che le nostre difese siano forti. La Gran Bretagna continuerà a rispettare il limite minimo per le spese della Difesa, fissato al 2 per cento dalla Nato. Continueremo ad avere il quarto bilancio militare al mondo per grandezza. Allo stesso tempo, stiamo facendo fruttare meglio i soldi spesi, concentrandoci sulla prevenzione dei conflitti e costruendo un esercito più flessibile. Non è una ritirata, è un atto di realismo. Ogni decisione che prendiamo deve rispettare tre obiettivi: continuare a sostenere la missione Nato in Afghanistan; rinforzare la nostra capacità militare effettiva; assicurarci che la Gran Bretagna sia protetta dalle minacce che dobbiamo fronteggiare, nuove e molteplici. La minaccia più grave è rappresentata dagli attacchi terroristici, alcuni portati a termine da nostri cittadini. E’ importante chiarire come il terrorismo non sia legato esclusivamente a una religione o a un gruppo etnico, ma dobbiamo riconoscere che in Europa questa minaccia viene principalmente da giovani che seguono un’interpretazione dell’islam distorta e perversa, che li rende pronti a farsi esplodere e a uccidere i loro concittadini. Oggi il mio messaggio sulla sicurezza è duro ed essenziale: non sconfiggeremo il terrorismo soltanto con quello che facciamo fuori dai nostri confini. L’Europa ha bisogno di svegliarsi per quanto riguarda ciò che sta succedendo nei suoi paesi. Dobbiamo andare alla radice del problema, e dobbiamo essere chiari su quale sia l’origine di questi attacchi terroristici: l’esistenza di un’ideologia, l’islamismo radicale. Bisogna essere molto chiari anche su cosa significhi questa espressione, e distinguerla dall’islam, che è una religione professata in maniera pacifica da oltre un miliardo di persone. L’islamismo radicale è un’ideologia politica portata avanti da una minoranza, ai cui estremi ci sono quelli che si servono del terrorismo per raggiungere il loro obiettivo definitivo: un regno islamico, governato secondo l’interpretazione della sharia. Se ci si muove lungo questo spettro, si trovano persone che in linea di massima sono contrarie alla violenza, ma che accettano buona parte del pensiero degli estremisti, inclusa l’ostilità verso le democrazie occidentali e i valori liberali. La distinzione tra ideologia politica e religione è fondamentale. La gente le mette sullo stesso piano, pensando che quanto più uno è osservante, tanto più sarà estremista. Ma si può benissimo essere un musulmano devoto e non essere un estremista. Dobbiamo essere chiari: l’estremismo degli islamisti e l’islam non sono la stessa cosa. L’estrema destra, da una parte, ignora la distinzione tra islam e islamisti radicali, e si limita a dire che islam e occidente sono inconciliabili, che c’è uno scontro di civiltà. Da questo ne conclude che dovremmo tagliare i rapporti con questa religione, a costo di ricorrere ai rimpatri forzati o al divieto di costruzione di nuove moschee, codi David Cameron me viene suggerito in molte parti d’Europa. Questa gente diffonde l’islamofobia, e io rigetto completamente le loro ragioni. Se volessero un esempio di come i valori occidentali e l’islam siano compatibili, dovrebbero guardare a cosa sta accadendo nelle ultime settimane nelle strade di Tunisi o del Cairo: centinaia di migliaia di persone che chiedono il diritto universale a elezioni libere e alla democrazia. Il punto è questo: l’ideologia estremista è il problema, l’islam non lo è nella maniera più assoluta. Combattere con quest’ultimo non ci sarà di aiuto per combattere il primo. Dall’altra parte, anche quelli della sinistra ignorano questa distinzione. Mettono tutti i musulmani insieme, compilando una lista di lagnanze e sostenendo che se solo i governi rispondessero alle loro rivendicazioni, gli attacchi terroristici si fermerebbero. Insistono sulle condizioni di povertà in cui molti musulmani vivono e dicono: “Fatela finita con questa ingiustizia e il terrorismo finirà”. Ma ignorano il fatto che molti di quelli che sono stati condannati per terrorismo in Gran Bretagna e nel resto del mondo sono laureati e spesso appartengono alla classe media. Accusano i leader mediorientali che governano senza essere stati eletti e dicono: “Se la smetterete di appoggiare queste persone non creerete più le condizioni su cui gli estremisti prosperano”. Ma se il problema è la mancanza di democrazia, perché molti di questi estremisti stanno in società libere e tolleranti? Ora, non sto dicendo che le questioni della povertà e del malcontento sulla politica estera non siano importanti. Certo, dobbiamo affrontarle entrambe. Quanto all’Egitto, la nostra posizione deve essere chiara: vogliamo vedere la transizione a un governo a base più ampia, che abbia in sé i presupposti essenziali di una società libera e democratica. Non posso accettare che si ponga una scelta obbligata tra due sole opzioni: o uno stato di sicurezza oppure uno stato islamista. Ma non dobbiamo illuderci. Anche se riuscissimo a risolvere tutti i problemi che ho menzionato, il terrorismo continuerebbe a esistere. Io credo che la radice del problema stia nella presenza di questa ideologia estremista. E ritengo che uno dei principali motivi per cui così tanti giovani musulmani ne sono attratti sia in sostanza una questione di identità. Nel Regno Unito, alcuni giovani hanno difficoltà a riconoscersi nell’islam tradizionale seguito dai loro genitori nei paesi d’origine. Ma questi giovani hanno altrettante difficoltà a riconoscersi nella Gran Bretagna, perché noi stessi abbiamo permesso che si verificasse un indebolimento della nostra identità collettiva. Con la dottrina del multiculturalismo abbiamo incoraggiato le diverse culture a vivere in modo separato, sia l’una rispetto all’altra sia rispetto a quella principale. Non siamo stati capaci di offrire una visione della società alla quale possano desiderare di appartenere. Così, quando una persona di razza bianca esprime opinioni inaccettabili, come ad esempio teorie razziste, noi, giustamente, la critichiamo e la condanniamo. Ma quando opinioni altrettanto inaccettabili sono espresse da una persona di razza diversa, siamo estremamente cauti, per non dire timorosi, nel condannarla. Un esempio concreto? Non aver saputo affrontare in modo concreto la crudeltà del matrimonio coatto. Questa nostra indifferente tolleranza è servita soltanto a rafforzare l’impressione che non ci siano valori realmente condivisi. E questo lascia alcuni giovani musulmani con la sensazione di essere privi di radici. E la ricerca di qualcosa in cui riconoscersi e in cui credere può spingerli ad aderire a questa ideologia estremista. Ora, senza dubbio, non si trasformano automaticamente in terroristi; ma ci troviamo comunque di fronte a un processo di radicalizzazione, come si può facilmente vedere in parecchi paesi europei. Ora, qualcuno potrebbe dire: “Finché non fanno male a nessuno, qual è il problema?”. Ve lo spiego subito. Man mano che si scopre il retroterra culturale delle persone condannate per atti terroristici, appare chiaro che molti di essi sono stati inizialmente influenzati dai cosiddetti “estremisti non violenti” e solo successivamente hanno ulteriormente estremizzato le loro idee fino ad abbracciare la violenza. E io penso che questo sia come un’accusa all’atteggiamento che abbiamo mantenuto in passato su questi problemi. Perciò, se vogliamo davvero sconfiggere la minaccia terrorista, credo che sia giunto il momento di voltare pagina e abbandonare le infruttuose politiche adottate finora. Per prima cosa, anziché ignorarla, i governi e le società devono affrontare con decisione l’ideologia estremista, in tutte le sue forme. In secondo luogo, invece di incoraggiare le diverse comunità a vivere separate l’una dall’altra, dobbiamo creare un senso di identità nazionale comune che sia aperto a tutti. Consideriamo questi due punti uno per uno. Primo, affrontare e neutralizzare l’ideologia estremista. Indipendentemente dal fatto se ricorrano a mezzi violenti oppure no, dobbiamo impedire a tutti gli estremisti di realizzare le proprie ambizioni. I governi, naturalmente, hanno a propria disposizione alcuni strumenti per farlo: devono proibire ai predicatori dell’odio di entrare nei loro paesi. Devono bandire le organizzazioni che incitano al terrorismo in patria e all’estero. E devono assumere un atteggiamento più accorto nei confronti di coloro che, sebbene non-violenti, spesso rappresentano una parte essenziale del problema. Alcune organizzazioni che cercano di presentarsi come un ponte di accesso alle comunità musulmane sono riempite di denaro pubblico anche se non fanno nulla di concreto per combattere l’estremismo. Dobbiamo valutare in modo adeguato queste organizzazioni: credono nel principio dei diritti umani universali (comprese le donne e le popolazioni di fede diversa)? Credono nell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge? Credono nella democrazia e nel diritto dei popoli di eleggere il proprio governo? Promuovono l’integrazione o incoraggiano la separazione? Sono queste le domande che dobbiamo porre. E se non otteniamo risposte positive non dobbiamo intrattenere alcun rapporto con tali organizzazioni. Dobbiamo anche impedire a queste organizzazioni di penetrare e fare adepti in istituzioni pubbliche come le università o persino, come nel caso britannico, le carceri. Ora, secondo alcuni, questo non sarebbe compatile con il principio della libertà di parola e di ricerca intellettuale. Ebbene, rispondo io a costoro: sareste della stessa opinione anche se fossero degli estremisti di destra a fare nuovi adepti nei campus? Predichereste il non-intervento anche se nelle nostre prigioni fossero i fondamentalisti cristiani a guidare gruppi di preghiera nei quali si proclami che i musulmani sono nostri nemici? Dobbiamo dire chiaramente che il terrorismo è sbagliato in qualsiasi circostanza. E dobbiamo dire con altrettanta chiarezza che le profezie su una globale guerra di religione dei musulmani contro il resto del mondo sono una totale assurdità. Ma i governi non sono in grado di fare questo da soli. L’estremismo che dobbiamo affrontare è una distorsione dell’islam; perciò la battaglia deve essere combattuta e guidata da coloro che sono all’interno dell’islam. Insomma, dobbiamo dare voce ai musulmani presenti nei nostri paesi che detestano gli estremisti e la loro visione del mondo. Dobbiamo coinvolgere le organizzazioni che condividono le nostre stesse aspirazioni. In secondo luogo, dobbiamo costruire nella nostra stessa patria una società più solida è un senso di identità più forte. Per dirlo in termini schietti, dobbiamo abbandonare la tolleranza passiva degli ultimi anni e assumere un atteggiamento di più attivo ed energico liberalismo. Una società passivamente tollerante ai propri cittadini dice: finché obbedite alla legge vi lasciamo fare ciò che volete. Mantiene una posizione neutrale di fronte a tutti i diversi valori. Io invece penso che una società realmente liberale deve fare molto di più: poiché crede in certi valori, si adopera attivamente per promuoverli. La libertà di parola, la libertà di culto, la democrazia, lo stato di diritto, la parità dei diritti indipendentemente dalla razza, il sesso o l’orientamento sessuale. Una società di questo tipo ai propri cittadini dice: questi sono i valori che ci definiscono come società; per appartenervi bisogna credere in essi. Ognuno di noi, nel proprio paese, deve mantenere un atteggiamento chiaro e deciso su questa difesa della nostra libertà. Ci sono anche alcune cose pratiche che possiamo fare. Tra queste, impegnarci affinché tutti gli immigrati parlino la lingua della loro nuova patria e che siano istruiti secondo gli elementi di una cultura comune e nei termini di un medesimo percorso di studi. In Gran Bretagna stiamo lanciando il National Citizen Service: un programma in cui giovani sedicenni provenienti da diversi retroterra culturali vivono e lavorano insieme per un periodo di due mesi. Credo che dobbiamo anche incoraggiare una partecipazione più attiva alla vita della società sottraendo parte dei poteri allo stato e riaffidandoli nelle mani della gente. Se, all’interno dei propri quartieri, la gente si riunisce e collabora si può creare un obiettivo comune. Servirà anche a rafforzare l’orgoglio per la propria identità locale, appunto perché ognuno si sentirà libero di dire: “Sì, sono un musulmano – oppure un indù o un cristiano – ma anche un londinese – o un berlinese”. E’ questo senso di identità, il sentimento di appartenenza al proprio paese, la chiave per ottenere una autentica integrazione e coesione. Perciò, voglio terminare con le seguenti parole. Ci è piovuto addosso un terrorismo indiscriminato. Non può essere ignorato o contenuto. Dobbiamo affrontarlo con fiducia e decisione. Combattere l’ideologia che lo guida e che deforma le menti di così tanti giovani; e risolvere il deficit di identità che la sostiene offrendo una più ampia e generosa visione di cosa significhi essere un cittadino dei nostri paesi. Abbiamo bisogno di forza, pazienza e capacità di sopportazione, e non ci riusciremo mai se agiremo da soli. In gioco non è soltanto la nostra vita, ma il nostro stesso modo di vivere. Proprio per questo si tratta di una minaccia che non possiamo ignorare o evitare. Dobbiamo invece combatterla e sconfiggerla. Grazie.  ”Il Foglio” di Marco Pedersini e Aldo Piccato