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E’ tempo di occuparci meno dell’Uomo e più degli uomini (Leozappa)

Domenica, 15 Dicembre 2013

“L’unica emergenza è l’Euro?”. Dopo l’ultima tragedia di Lampedusa, la vignetta di Giannelli inchioda l’”Europa Unita” alle sue responsabilità: affondato nel mare si erge un corpo in croce, con al posto della scritta INRI un biglietto da cento euro.  La vignetta è stata pubblicata sul Corriere della Sera sabato 5 ottobre. Lo stesso giorno, su Il Foglio, Camillo Langone contesta, provocatoriamente (forse), gli “immigrazionisti malvagi” lamentando che “non ve ne frega assolutamente niente, per le vecchie signore con 495 euri di pensione minima che se hanno bisogno del dentista, degli occhiali nuovi o di riparare la caldaia non trovano nemmeno qualcuno che le compianga”. Quella di Lampedusa è una tragedia che ha avuto un grande impatto emotivo anche perché si è consumata sotto gli occhi delle telecamere. Quella delle vecchie signore è silente ma non per questo meno dolorosa. Sempre più spesso in strada si assiste al triste spettacolo di persone, non più solo emarginati, che rovistano nei cassonetti delle immondizie alla ricerca di scarti che valgono la sopravvivenza. Il J’accuse di Langone richiama l’attenzione su una emergenza tanto grande quanto quella dei disperati che sfidano il mare alla ricerca di un futuro. E’ evidente che la scelta non è tra migranti e vecchie signore. Ma è altrettanto evidente che i vincoli di bilancio condizionano pesantemente l’azione di governo. L’Euro non è l’unica emergenza; ma l’Euro determina emergenze.  Quello che più sorprende è l’incapacità del Sistema (con la maiuscola) di ridefinire l’agenda delle priorità. Migranti e vecchie signore, così come tutti i bisognosi di qualunque nazione e condizione, devono essere al centro delle politiche sociali. E queste ultime devono essere efficaci e risolutive. Dinanzi alla difficoltà di reperire risorse adeguate, mi chiedo che senso abbia continuare a investire mezzi ed energie in attività, indubbiamente preziose ma pur sempre secondarie, come la protezione di animali (non passa giorno senza eclatanti interventi per restituire al mare o al cielo bestiole che, senza l’intervento umano, sarebbero condannate dalla natura), come le ricerche avveniristiche (in questi giorni una decina di scienziati sono in una grotta per testare le capacità umane di sopravvivenza), come gli interventi di abbellimento degli edifici pubblici (vedi il bando per una opera d’arte destinata all’esterno dell’aeroporto di Alghero con compenso di euro 150.000). La lista è infinita perché tante, tantissime sono le attività nelle quali, meritoriamente, si impegnano gli uomini e le istituzioni che si dedicano alla salvaguardia del passato, alla valorizzazione del presente e alla costruzione del futuro. Dinanzi alla rilevanza della crisi che stiamo vivendo è, però, arrivato il tempo delle scelte. E la priorità non può che essere l’uomo: non quello dei filosofi, ma quello fatto di carne e sangue, che vive e muore oggi! Che senso ha attivare i pompieri per salvare un gatto sull’albero quando poi manca il denaro per le autobotti? Possiamo continuare ad investire per restaurare i paesini abbandonati quando non si è più in grado di mantenere i presidi ospedalieri nelle piccole città? Negli ultimi decenni si è affermato un concetto di cultura che ha portato a valorizzare costumi e testimonianze della vita quotidiana. Sono così sorti musei sulle carrozze e sui vasi; si aprono cantieri per recuperare strade romane di campagna; si finanziano ricerche statistiche sui cani randagi. Non ho nulla contro queste attività, anzi: dimostrano il livello di raffinatezza cui è pervenuta la nostra civiltà. Ma dinanzi ad una emergenza sociale come quella che stiamo vivendo l’agenda politica e sociale va ridefinita. Voglio essere chiaro. Non sto sostenendo che occorra tagliare i fondi sulla ricerca per le malattie umane o che non si debba restaurare Pompei. Ma, visto che mancano le risorse per assicurare una pensione rispettosa della dignità umana o per tenere aperti gli ospedali, è difficile accettare le agevolazioni alle imprese organizzatrici di spettacoli di musica dal vivo (vedi decreto Cultura) o per le sagre della polenta.  Primum vivere, deinde philosophari, insegnano i filosofi. Ed è, purtroppo, arrivato il momento di occuparci meno dell’Uomo e più degli uomini.  a.m.leozappa formiche

Ragazzi, mettetevi in gioco (Leozappa)

Sabato, 7 Settembre 2013

“C’era chi non voleva lavorare nei weekend, chi non voleva sacrificare il ferragosto, chi l’uscita del sabato sera con la fidanzata”. Così ben quaranta dei cinquanta giovani selezionati da Miragica per lavorare sino a settembre hanno rinunciato all’offerta di impiego. La denuncia di Stefano Cigarini, amministratore di due dei più grandi parchi divertimenti in Italia, avrebbe meritato la prima pagina ma è stata confinata nelle cronache dal Corriere della Sera del 12 luglio (pagina 12, taglio basso), forse perché ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Eppure, viste le reazioni che ha suscitato sul web, c’erano i presupposti per aprire un dibattito anche sulla stampa nazionale. Il sito della Gazzetta è andato in tilt. Leggo che l’intervista è stata commentata in modo contrastante sui social network. C’è chi si è detto vergognato (“in Italia non c’è lavoro e c’è chi lo rifiuta”), ma c’è anche chi ha lamentato che “ti propongono il contratto a voucher, che non ti dà diritto a un bel niente! Perché noi giovani dobbiamo sempre accontentarci?”. Emblematico il titolo del pezzo di Fabrizio Caccia: “Quei no dei ragazzi a impieghi da 800 euro al mese”. La notizia non mi sorprende. Mi è stato raccontato dal direttore di un albergo di Portofino che un giovane aveva rinunciato ad un impegno da bagnino perché, stante la paga, non si sarebbe potuto permettere, nei giorni di riposo, di ritornare a Bari dalla fidanzata. Di recente, ho dovuto prendere atto che un mio conoscente, ormai trentenne, ha rifiutato il rinnovo di un contratto triennale con una società RAI perché, considerata la (indubbiamente) modesta retribuzione, preferiva cercare un lavoro più confacente alle sue attitudini e (invero, confuse) ambizioni. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, aveva parlato di una gioventù choosy, subendo un linciaggio mediatico. E’ trascorso un anno e sono sempre più convinto che il giudizio sia stato ingeneroso. Ingeneroso perché parziale. E’ sotto gli occhi di tutti che esistono diversi settori del mercato del lavoro, con salari pari agli 800 euro mensili di Miragica, che risultano ormai riserva, pressoché esclusiva, degli stranieri. Penso all’edilizia dove ormai sono pochi gli addetti che parlano in italiano. Così è alta la domanda di artigiani, le cui prestazioni sono ben remunerate. Epperò i giovani sembrano preferire la disoccupazione a questi mestieri. Sono incontentabili? Sì, certamente perché i loro desideri si scontrano con il principio di realtà. Ed oggi la realtà è data da una crisi economica, che continua, però, ad essere affrontata senza mettere in discussione il contesto ideologico nel quale è maturata. E’ questo secondo me il problema. Si crede di poter continuare a ragionare secondo il paradigma socio-culturale degli ultimi decenni che antepone i diritti ai doveri.  E’ ingiusto attribuire ai giovani la responsabilità di essere stati allevati secondo il mainstream del diritto di avere diritti. La loro incontentabilità è la conseguenza di un sistema che ha fatto loro credere che è nell’ordine delle cose avere un lavoro a tempo indeterminato, poter soddisfare nella vita le proprie ambizioni, confidare su un futuro migliore. Le lotterie, il Grande fratello e la cieca fede degli italiani nello Stellone hanno, poi, fatto il resto. Ecco perché ritengo che il giudizio di Fornero sia ingeneroso. Non si può recriminare che i giovani siano incontentabili quando a destra come a sinistra, seppur con le differenti parole d’ordine delle rispettive tradizioni culturali, è stato per anni propagandato e garantito il diritto alla felicità.  Nella sua intervista, Cigarini ammette che il lavoro offerto da Miragica è “duro, faticoso, intermittente e non può essere il contratto della vita” ma, poi, osserva che “un giovane con un progetto di futuro davanti a sé non dovrebbe pensare all’indennità di disoccupazione, piuttosto a 22 anni dovrebbe pensare a comprarsela la mia azienda. Questa però mi sembra la generazione del tutto e subito: si è persa la cultura della fatica, del lavoro e della gavetta”. Come dargli torto? La considerazione finale è sempre di Cigarini: “anch’io pagherei di più i ragazzi, ma ci sono le regole di mercato. Nella vita, però, bisogna mettersi in gioco”. La sottoscrivo perché solo iniziando a giocare si può aspirare alla felicità.  a.m.leozappa, formiche

Forse Dio è morto, ma i miti gli sopravvivono: primo fra tutti il mercato (by Leozappa)

Venerdì, 28 Giugno 2013

Forse Dio è morto, ma i miti certamente gli sopravvivono. Primo fra questi, l’ordine naturale della libera economia. L’approvazione del decreto per il pagamento dei debiti dello Stato ha fatto gridare allo scandalo Piero Ostellino che, nella sua rubrica sul Corriere della Sera, denuncia come “senza manco che ce ne accorgiamo, stiamo passando dall’economia libera a una ‘economia amministrata’, come quelle dei totalitarismi novecenteschi”. Gli strali sono diretti contro il decreto dell’Unione europea che ha imposto all’Italia il pagamento dei debiti e il conseguente provvedimento attuativo. Scrive Ostellino: “l’economia libera si fonda su due presupposti: 1) la divisione del lavoro; ciò che non so fare da solo lo fa per me qualunque altro dietro corrispettivo concordato; 2) è inteso che il ‘contratto’, formale o tacito, che regola prestazione e compenso sia rispettato. Con la trafila dei decreti, si tende ad eliminare entrambi i presupposti e fondare l’economia del futuro sulla (doppia) decretazione amministrativa”. Per l’opinionista: “che coloro i quali abbiano goduto di un servizio debbano retribuire chi lo ha prestato dovrebbe essere nell’ordine delle cose”. L’ordine delle cose: questo è il punto. I neoliberali disconoscono l’esistenza di un “ordine delle cose”. Per la legge di Hume le proposizioni descrittive vanno separate da quelle prescrittive, con la conseguenza che dai fatti non possono essere dedotti i valori. Che un soggetto abbia goduto dei servizi di un altro non comporta, di per sé, l’obbligo di retribuire la prestazione. Se si disconosce la legge naturale, un tale obbligo sussiste solo ove previsto da una norma di diritto positivo. Ma, così ragionando, la stessa norma può escludere o sospendere o condizionare l’assolvimento dell’obbligo di corrispondere il dovuto per la prestazione di cui si è beneficiato. E’ l’aporia dell’ideologia della sovranità del mercato. Da un canto si pretende il rispetto del libero mercato quale ordine naturale dell’economia e, dall’altro, si nega l’esistenza della legge naturale. Anche il contratto che, come rileva Ostellino, costituisce uno dei presupposti dell’economia libera è un atto giuridico. Non esiste in natura il contratto di scambio e gli studi di Marcel Mauss hanno dimostrato che nelle comunità primitive l’economia era regolata non già sul baratto ma sul dono. D’altro canto, nella sua stessa etimologia l’eco-nomia implica un ordine, una legge che la trascende. Illibero mercato non è altro che un sistema di scambi regolato da leggi che riconoscono il principio dell’autonomia negoziale. Né in natura né nella storia esiste un mercato radicalmente libero. Ostellino può denunciare il rischio del passaggio ad una economia amministrata solo sulla finzione che quella attuale sia una economia libera. Ma basta seguire la sua rubrica per rendersi conto di quante volte abbia contestato i lacci e lacciuoli che la avviluppano. Confessareil mito dell’ordine naturale del mercato è il primo passo per affrontare risolutivamente l’odierna crisi, economica e sociale, del sistema capitalistico. Non si tratta di negare la validità del mercato come modello di regolazione delle pratiche commerciali. L’indubbia prosperità che, negli ultimi decenni, ha prodotto dimostra tutto il suo valore. Piuttosto si richiede un atto di onestà intellettuale: riconoscere l’intrinseca politicità del modello (e, quindi, la sua disponibilità/regolabilità da parte del pubblico decisore). Solo così – senza pregiudiziali prese di posizione – sarà possibile procedere a riconsiderane il ruolo in funzione del ben-essere sociale. “Viviamo in un’epoca in cui quasi ogni cosa può essere comprata e venduta”, osserva nel suo ultimo saggio Michael Sandell, “negli ultimi tre decenni i mercati – e i valori di mercato – sono arrivati a governare le nostre vite come non era mai accaduto prima”. Ad esserne travolte sono l’equità, l’eguaglianza e la stessa coesione sociale. Occorre emanciparsi dal mito della naturalità del mercato per ripensare un modello di sviluppo nel quale la libertà non vada a scapito della equità. Il mercato è un eccezionale strumento per la crescita economica, ma quest’ultima è solo una delle componenti del ben-essere della comunità.   a.m.leozappa formiche 5/2013

Le fragili fondamenta della sovranità del mercato (by Leozappa)

Venerdì, 29 Marzo 2013

“Caduti gli dei, non sono però cadute le ipostasi” – ammonisce Roberto Calasso – “allora il mondo finisce per darsi a quel goffo, sinistro corteo che Stirner aveva descritto: alla Ragione, alla Libertà, all’Umanità, alla Causa”. Aggiunge la Rubrica: al Mercato. “Ma il risveglio da quelle ipostasi è amaro, più che da qualsiasi altra superstizione”. Non sappiamo se Calasso conosce Roger Gifford, banchiere e Lord Mayor della corporation che amministra la City di Londra. Ma l’intervista che quest’ultimo ha rilasciato al Corriere della sera, lo scorso 10 febbraio, ha suonato un brusco risveglio per coloro – in Italia, tanti, tantissimi – che pretendono di programmare la politica nazionale secondo il giudizio del Mercato. Nell’intervista – che trae spunto dall’annunciato referendum di David Cameron sulla adesione della Gran Bretagna alla Unione europea –  l’uomo che governa “il Miglio Quadrato, dove si concentra la più grande ricchezza finanziaria al mondo” ha dichiarato che il sogno della City è “un grande mercato senza politica comune”. Il de profundis dell’unione politica europea. Non si dica che il Mercato è una ipostasi; in tanti si ergono ad interpreti del Mercato e il giudizio del Mercato è stato invocato anche dalle più alte cariche dello Stato. Adesso, il Mercato fa sentire la sua voce: è quella del rappresentante della City, una delle maggiori piazze finanziarie del mondo, certamente la più grande in Europa. Ed è una voce che ha clamorosamente smentito coloro che, in questi mesi, in suo nome hanno accelerato l’integrazione europea comprimendo le sovranità nazionali. L’intervista smaschera anche il refrain dell’incertezza politica come causa di quella dei mercati. Dinanzi all’osservazione per la quale “l’uscita di Londra dall’Unione significa creare l’incertezza nei mercati”, Gifford è lapidario: “I mercati non ragionano così. Ai mercati l’incertezza e la volatilità piacciono quanto si accompagnano a dibattiti seri e approfonditi. Che paura si può avere se si discute di Europa sì o Europa no? Guardi il referendum sull’indipendenza scozzese. Per il Regno Unito è una pagina di storia. E i mercati stanno soffrendo? No, perché si ragiona. Il dibattito è positivo e fa bene ai mercati. Noi, servizi finanziari, siamo ben contenti perché in definitiva di che cosa si parla? Si parla di ottimizzare il mercato”.  Come si vede, il Lord Mayor non ha pudore a rivendicare che l’unico interesse del Mercato è il mercato stesso. La considerazione (che tante volte abbiamo sentito in questi anni) per la quale “Se l’Europa collassa, sulla City rischia di abbattersi uno tsunami” è liquidata, con sufficienza, da Gifford: “Primo: l’Europa non collassa. Ci saranno litigi ma non divorzi. Secondo: se anche dovesse accadere, sa che cosa dico? Che è molto difficile distruggere il denaro. Il denaro può scappare ma non può essere distrutto. Londra e la City sono l’hub dell’Europa e lo resteranno. E in ogni caso è qui che arrivano i capitali cinesi, asiatici, arabi, americani. La City è solidissima”. E’ un vero peccato che il Corriere abbia relegato l’intervista a pagina 12, taglio basso. E’ una vera lezione di politica economica: il Mercato ha come fine il Mercato. Essenzialmente: guarda alla politica come strumento per la sua espansione e consolidamento e ne giudica le scelte solo in questa prospettiva. L’Unione europea non è un obiettivo del Mercato, ma può esserlo qualora utile al suo potenziamento. “La City è pronta a scommettere sulla crescita dell’Europa?” chiede il Corriere. “Noi siamo pronti”, replica il capo della City, ma quella a cui il Mercato è, dichiaratamente, interessato è solo “l’Europa che discute senza paura su come oliare il suo mercato, su come accendere il motore e su come abbattere le barriere burocratiche”. Sono caduti gli dei e il loro posto è stato preso dal “sinistro corteo” delle ipostasi stirneriane. Ma, come avvertito da Calasso, il risveglio è amaro, amarissimo dopo l’intervista di Roger Gifford che ha svelato le fragili fondamenta dell’ideologia della sovranità del mercato che, in questi anni, ha plasmato le politiche di governo in Italia e in Europa.  a.m. leozappa formiche

Paolo VI invocò la morte affinché un altro Papa salvasse la Chiesa

Sabato, 9 Marzo 2013

http://www.formiche.net/2013/03/09/quando-paolo-vi-invoco-la-morte-affinche-la-provvidenza-tragga-la-chiesa-a-sorti-migliori/

Gingerino, tra libertà e tutela (by Leozappa)

Giovedì, 1 Novembre 2012
Quello della tassazione delle bevande gassate e zuccherate è stato uno dei temi più caldi dell´estate appena trascorsa. Il ministro della Salute, Balduzzi, aveva proposto un aggravio di imposta per scoraggiarne il consumo e promuovere uno stile di vita più sano. Le reazioni sono state durissime, tra chi lo accusava di attentare alla libertà individuale (come Porro) o di voler realizzare lo Stato etico (Ostellino) e chi rivendicava il diritto a preferire la felicità alla salute (Ferrara). La proposta non è passata. Nel blog avevo preso posizione a favore della misura; viste le critiche, è opportuno tornare a parlarne più diffusamente.
 Qui non interessa la vera ragione della proposta Balduzzi. È probabile che fosse dettata da esigenze di bilancio, ma è indubbio che è stata posta una questione che sarebbe un grave errore considerare solo balneare. La letteratura scientifica ha dimostrato i potenziali effetti benefici di una tassazione dei cibi gassati e zuccherati (Il Messaggero, 28.8.2012); l´opposizione alla misura ha carattere ideologico: seppur con argomentazioni diverse, tutte le critiche muovono da un assunto di principio: la promozione di stili di vita corretti non rientra nei compiti dello Stato perché attiene alla libertà individuale. Va, anzitutto, sgombrato il campo da un equivoco. La proposta non vietava le bevande gassate e zuccherate, ma aumentando la tassazione ne disincentivava il consumo. Il “diritto alla panza” (copyright di Porro) non risulta conculcato ma è solo divenuto più oneroso (il che, a sua volta, apre altri problemi, non potendo dipendere l´efficacia della misura dal reddito del consumatore). L´amministrazione Obama si ispira, dichiaratamente, alla dottrina del Paternalismo libertario, che rivendica il diritto di definire l´architettura della scelta quando migliori la qualità della decisione. Ne è espressione la legislazione che prevede la donazione degli organi salvo diversa, espressa volontà del testatore. Nel nostro ordinamento, ci sono numerosissime disposizioni che orientano lo stile di vita o tutelano la salute, individuale e collettiva. Per fare sport è richiesto il certificato medico; per guidare si devono mettere le cinture o il casco. La proposta del ministro non era rivoluzionaria (anche se ci sarebbero ben altre priorità).
l’articolo su: http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=32217&id_sezione=68

Germania ricca, tedeschi poveri (by Leozappa )

Venerdì, 10 Agosto 2012

La Germania, con l´euro, è certamente diventata più ricca e potente. Ma, a quanto pare, non lo sono diventati i tedeschi, anzi. Il paradosso è spiegato da Alessandro Penati in “Germania nell´euro non è obbligatorio”, pubblicato lo scorso 7 luglio su la Repubblica: “Nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all´1,35%” ma “il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media)”, “con i salari netti cresciuti mediamente dell´1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell´1,6%”.
Secondo Penati, “per le imprese tedesche, l´euro è stata manna dal cielo; ma per Herr Muller è stato un pessimo affare”. Ciò in quanto “tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti. I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell´intero gettito fiscale”.
 
La crescente ricchezza della Germania, quindi, non corrisponde a quella dei tedeschi perché si è, sostanzialmente, tradotta in profitti per le imprese. Ho parlato di paradosso, ma i dati illustrati da Penati confermano quanto sostengono, da tempo, autorevoli economisti e filosofi, come Amartya Sen e Martha Nussbaum, secondo i quali il denaro prodotto da una nazione non ha necessariamente effetti positivi sulla felicità e il benessere delle persone che vi abitano, dipendendo questi ultimi dalle possibilità di sviluppare le proprie capacità e dalle occasioni di poterle applicare nella società in cui si vive.
 
Non è questa la sede per prendere posizione sui diversi modelli di sviluppo. Ma certo dinanzi a dati come quelli forniti da Penati non si può fare a meno di chiedersi quale sia la attuale giustificazione dei paradigmi economici che orientano le azioni dei governi e in nome dei quali vengono richiesti continui sacrifici ai cittadini dell´area euro.
Tutti convengono che quella in corso è una crisi di sistema. Proprio per questo non può che sorprendere l´incapacità o, forse dovremmo dire, la indisponibilità di chi ha responsabilità di governo, a livello nazionale e comunitario, ad aprire una riflessione sui fondamentali del modello di sviluppo socio-economico sin qui adottato.
 
Se la crescente ricchezza della Germania (l´unica economia che esce, veramente, rafforzata dall´avventura dell´euro) si traduce in profitti per le imprese senza vantaggi per i redditi dei tedeschi, delle due, l´una. O è viziato il modello economico di riferimento e, allora, sarebbe quantomeno opportuno procedere ad una pubblica riflessione su cause e prospettive. Ovvero, in mancanza di iniziative in tal senso, non può che ritenersi che siano cambiati gli obiettivi dell´azione di governo, con il profitto delle imprese che prende il posto del benessere dei cittadini.
Le perplessità aumentano se si considera che, nella letteratura economica, è messa ormai in discussione la identificazione tra benessere e reddito. Il paradosso della felicità denuncia che, oltre un certo livello, il reddito non porta ben-essere. Ma allora perché l´azione di governo, a livello sia nazionale sia comunitario, è tutta concentrata sul Pil, tanto da riproporre la riduzione delle festività? Per aumentare il Pil, si sostiene, occorre lavorare di più e, pertanto, è necessario sopprimere qualche giorno di festa. La ricchezza cessa di essere come, invece, insegna Aristotele mezzo per la felicità e diventa essa stessa fine, per di più, a danno della felicità. Questo sì che è un paradosso.
 
Un paradosso che svela le intrinseche contraddizioni dell´attuale modello di sviluppo ove l´economia non è più un ordine tra gli ordini al servizio dell´uomo ma, in ragione della pretesa naturalità delle sue leggi, si è sostituita alla politica, definendone l´orizzonte. Ma se la ricchezza della nazione non si traduce (di per sé) in quella dei suoi abitanti e se la ricchezza degli abitanti non comporta (necessariamente) la loro felicità/benessere, l´azione di governo potrà avere successo solo ristabilendo le priorità, ossia rimettendo al centro delle sue politiche le persone. Altrimenti si potrà anche uscire dalla crisi economica ma senza che a beneficiarne siano i cittadini. A.m.leozappa formiche

Solidarietà e comunità nell’Italia in crisi (by Leozappa)

Mercoledì, 11 Luglio 2012
La politica, totalmente concentrata sull´economia, sembra incapace di cogliere quanto sia radicato il senso di comunità nel nostro Paese.
Il terremoto e la recessione hanno portato alla luce una Italia che ha ben poco in comune con la società post-moderna raccontata sui media. Gli sfollati si rifiutano di abbandonare le loro case, piangono per le chiese crollate, invocano un futuro per e nel proprio territorio. Salvo sporadici episodi di sciacallaggio, le cronache testimoniano di aiuti e solidarietà, di altruismo e volontariato da e per tutta la nazione.
 
Per essere chiari: la Padania non ha mai marcato il confine della solidarietà. Dinanzi ai monumenti storici abbattuti dalle scosse, ovunque ci è sentiti abitanti del Belpaese, figli dei figli dei costruttori dei campanili, dei palazzi, delle città ferite, di coloro che hanno fatto grande l´Italia. A nessuno è venuto in mente che quei monumenti erano espressione di una penisola divisa in Stati e staterelli. Non solo gli anziani, anche i giovani, spesso con gli occhi umidi, hanno parlato dell´importanza della comunità. La comunità che aiuta, ma anche la comunità alla quale si appartiene. Credo che sia riduttivo considerarla una nuova consapevolezza. Il terremoto ha dato la forza di dire quello che si sentiva già, in cui si è sempre creduto, accettando il rischio di apparire fuori moda. Le televisioni hanno filmato messe all´aperto e sotto le tende. Nessuno ha osato opporsi alla ricostruzione delle chiese crollate, anche se le risorse economiche scarseggiano.
 
Dopo tanto tempo, non si sono rivendicati diritti: si sono professati doveri e vincoli di solidarietà. Il terremoto è una esperienza traumatica. Suscita grandi emozioni, ma l´istinto di sopravvivenza non ha prevalso.
Nello stato di necessità, non è la forza ma la fratellanza ad essersi imposta. C´è, pertanto, da chiedersi cosa rimanga, dopo il terremoto, di quelle biblioteche che, in questi ultimi decenni, hanno teorizzato la dissoluzione dei legami sociali promuovendo la società degli individui mossi dall´interesse egoistico. Nel terremoto non si è visto l´homo homini lupus professato dall´ideologia liberistica. Non è diverso lo spirito con cui, dalle grandi città ai più sperduti paesini, si sta cercando di fronteggiare la crisi economica.
 
Nessuna denuncia di operazioni speculative a danno di coloro che non riescono più a far fronte alle esigenze quotidiane, che non riescono a pagare il mutuo. Si moltiplicano, invece, le iniziative per venire incontro a chi è rimasto indietro, socialmente ed economicamente. Homo homini sacer. Una eresia per la ideologia liberistica, i cui assiomi l´individualismo, il self-interest, la concorrenza continuano ad orientare le scelte di politica economica e sociale. Non è paradossale, ma emblematico che qualche giorno prima del terremoto, un decreto legge avesse disposto che, in caso di calamità, lo Stato non si sarebbe più fatto carico degli oneri della ricostruzione. La gravità della situazione dei conti italiani è nota. Oggi, non è facile governare; ma quando si pensa di far quadrare il bilancio tagliando una voce di costo come quella delle calamità è chiaro che c´è qualcosa che non va. Non è solo colpa del governo dei tecnici (che è vincolato negli obiettivi, ma non nelle opzioni circa gli strumenti per conseguirli).
 
La principale responsabilità è di chi ha costruito una Europa senza anima, nella quale l´economia ha cessato di essere uno strumento per divenire il fine delle istituzioni. In questi mesi, si è tanto parlato di Europa, ma sempre con riferimento a conti e bilanci. Quando si è accennato al progetto politico, è stato solo per ipotizzare una soluzione per uscire dalla crisi economica. L´Europa si è identificata con l´euro e, con esso, si è contratta. È miope pensare di rilanciarne il progetto con misure economiche o con un maquillage istituzionale. Occorre avere il coraggio di mettere in discussione il mainstream liberistico e ripartire da quel sentimento di comunità che i traumi del terremoto e della recessione hanno mostrato ancora profondamente radicato nella carnalità della popolazione. Solo così si potrà vincere la dissoluzione dell´anti-politica. a.m.leozappa formiche

Market & Love (by Leozappa)

Mercoledì, 6 Giugno 2012
Libero amore e libero mercato. Sono i due slogan, o meglio le due parole d´ordine che hanno segnato le più radicali trasformazioni sociali degli ultimi cinquanta anni. Libero amore: attraverso la sessualità sono state abbattute convenzioni, si è portata avanti l´emancipazione della donna e, con essa, le rivendicazioni dei diritti civili delle minoranze. Libero mercato: attraverso l´economia sono stati sradicati vincoli comunitari, è stato ridotto il welfare state ed è stato dato un determinante impulso ai trasferimenti di sovranità a favore della Unione europea. Dal libero amore al libero mercato: la parabola descrive la società italiana, che non scende più in piazza per gestire il proprio utero perché, anche durante le festività, passeggia o lavora nei megastore. Non occorre necessariamente riconoscersi nelle idee di Jean-Claude Michéa per convenire sul nesso tra libertarismo dei costumi e l´economia liberistica, che costituisce una sorta di compimento degli assiomi ideologici del primo. Ho qualche dubbio, però, che a trionfare sia stata la libertà (almeno nella accezione, politico-culturale, di chi si riconosce nelle premesse ideologiche dell´individualismo metodologico, che non tollera limiti verticali all´interesse egoistico). Di recente, il presidente Barack Obama, riconsiderando le proprie posizioni, si è dichiarato favorevole al matrimonio degli omosessuali. Quella che lui stesso ha definito una “evoluzione” ha meritato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, destando grande emozione e una impennata dei finanziamenti della campagna per la rielezione. Eppure, l´istituzionalizzazione del matrimonio degli omosessuali segna la sconfitta del libertarismo. Non è stato abbattuto l´ordine. Come spesso accade nella storia, una regola ha sostituito (o, più precisamente, sostituirà) un´altra ma, sempre, secondo la medesima logica funzionale di quello specifico sociale che è l´ordinamento. Il regno dell´anomia è ancora di là da venire. Una maggiore onestà intellettuale porterebbe a riconoscere che, sotto la bandiera della libertà, una visione della vita, una politica ha prevalso (peraltro, del tutto legittimamente e democraticamente) su un´altra. L´istituto del matrimonio non è stato soppresso, ma potenziato (e, secondo alcuni, snaturato) in quanto esteso alle coppie omosessuali. Alla libertà si richiamano simboli e denominazioni sia delle forze di sinistra sia di quelle di destra (per non dire del partito più longevo della Repubblica, la Democrazia cristiana, di ispirazione cattolica, il cui simbolo era uno scudo crociato con la parola: libertas). Non c´è, quindi, da sorprendersi che del concetto si faccia un uso demagogico. Temo che ciò accada anche con riferimento al libero mercato. È vero che con l´abrogazione dell´una o dell´altra misura cessano restrizioni e vincoli alla concorrenzialità del mercato, ma non è vero che ciò determini la liberalizzazione del mercato e il trionfo del libero mercato. Sino a quando ci saranno regole che difendono i diritti dei lavoratori, che riservano l´attività bancaria a operatori qualificati, che determinano i requisiti dei prodotti, il mercato non sarà mai (e per fortuna) libero. Il libero mercato non esiste né in natura (Marcel Mauss ha dimostrato che il dono, e non il baratto, regolava la quotidianità delle prime popolazioni) né nella storia. Il traffico economico incide anche su altri beni della convivenza civile e la loro tutela o realizzazione richiede misure di protezione che concorrono a regolare lo spazio proprio del mercato. Anche le liberalizzazioni pertanto, ben lungi dall´instaurare il regno del possibile, si risolvono nella sostituzione di una regola con un´altra, ossia nell´affermazione di una visione politica. Nel nostro sistema, il lavoro dei minori è consentito solo in rigorosi limiti. In via eccezionale è permesso quello dei quattordicenni, con maggiore flessibilità quello dei sedicenni. La riforma del mercato del lavoro mantiene (grazie a Dio) questi limiti. Ne consegue che, del tutto impropriamente, si parla di liberalizzazione, soprattutto se si considera che, ancora ai primi del secolo scorso, i minori lavoravano e che i successivi divieti costituiscono una conquista di civiltà. a.m.leozappa formiche

 

Se non cresce il PIL, che cresca il ben-essere (by Leozappa)

Martedì, 3 Aprile 2012
Una medaglia è il premio per chi sale sul podio alle Olimpiadi. Una medaglia è il premio dei militari e delle Forze dell´ordine che si sono distinti nel loro servizio. Quelle degli sportivi, dei militari e dei poliziotti sono attività che richiedono un impegno personale che va ben oltre l´ordinario, tanto che si parla comunemente di sacrificio. Eppure per queste attività la ricompensa non è costituita dal denaro, ma da un oggetto che ha un valore solo simbolico. La medaglia è il segno dell´onore che la società tributa a chi si è distinto. È significativo che proprio le attività che impongono sacrifici, anche fisici, abbiano un sistema premiale del tutto estraneo alla sfera economica.Quello degli onori è un meccanismo motivazionale che mette in crisi il main-stream della società di mercato basato sull´homo oeconomicus, che agisce solo razionalmente alla ricerca dell´utile/profitto. La tradizione millenaria e l´emozione corale che caratterizza le premiazioni dimostra che l´onore è radicato nella psicologia sociale dell´essere umano. L´onore riesce ad incentivare comportamenti virtuosi che, spesso, vanno anche oltre il dovere statuito legalmente. Esso si alimenta nella considerazione sociale. La medaglia è il pubblico riconoscimento che una comunità riserva a chi l´ha meritoriamente servita. La gratifica economica non va oltre la sfera intersoggettiva: è un corrispettivo attribuito a una prestazione eccezionale da parte di chi ne ha tratto vantaggio.La medaglia, invece, viene conferita in cerimonie corali perché rappresenta l´omaggio che la collettività tributa a chi ha reso un servizio nell´interesse generale. La forza incentivante che continua ad avere, anche nella disincantata società del XXI secolo, il meccanismo degli onori meriterebbe la sua generale adozione nei settori che riconoscono il valore del merito e della condotta virtuosa. Penso, in primis, al settore della formazione, di ogni ordine e grado. Poco importa che il premio per il miglior studente porti alla memoria esperienze non edificanti della storia recente del nostro Paese. I giovani hanno bisogno di incentivi e, se si vuole una scuola di eccellenza, l´eccellenza deve essere pubblicamente riconosciuta. Serve a gratificare chi ha meritato e, aristotelicamente, a stimolare negli altri l´emulazione. Così nel mondo delle professioni. L´esercizio di una professione richiede comportamenti virtuosi. I codici deontologici non bastano. Occorre andare oltre la logica punitiva. Oggi solo l´anzianità viene formalmente riconosciuta dal sistema ordinistico. Si tratta di un omaggio doveroso, ma privo di ricadute virtuose. L´istituzione di premi per i professionisti che, nella loro attività, hanno reso benefici (anche) alla collettività consentirebbe di riscoprire le finalità sociali della professione, offrendo esempi comportamentali che frenino la deriva mercantile che un demagogico richiamo ai modelli europei sta imponendo anche nel nostro Paese. Economisti, come Luigino Bruni, hanno già indagato la validità del sistema premiale (L´Ethos del mercato). Peraltro, è un sistema che appartiene alla storia italiana. Fu teorizzato da Giacinto Dragonetti che, nel Settecento, diede alle stampe il libello Delle virtù e dei premi. Filosofi, come Kwame Anthony Appiah, hanno invece esplorato il ruolo dell´onore nella società occidentale e orientale, mostrandone i limiti ma anche la forza performante: può attivare comportamenti virtuosi, altrimenti non ottenibili legalmente (Il codice d´onore). Valga per tutti l´esempio dei militari, il cui eroismo spesso non ha altra motivazione che il senso dell´onore proprio e della patria. Mi rendo conto che potrebbero essere considerazioni in-attuali. Ma anche il mondo delle imprese ha riscoperto l´importanza della credibilità sociale. “Etica & impresa”, “Impresa e cultura”, “Bilancio sociale”: sono tutti premi che promuovono il ruolo sociale delle imprese onorandole. Non hanno equivalenti nel sistema delle professioni intellettuali e in quello della formazione, scolastica e universitaria. Si potrebbe partire da qui. Perché promuovere comportamenti virtuosi forse non aumenta il Pil, ma migliora sicuramente il ben-essere delle persone. a.m. leozappa formiche