Articolo taggato ‘formiche’

Pilato e l’abolizione del valore legale del titolo di studi (by Leozappa)

Domenica, 1 Aprile 2012
E´ stata lanciata la consultazione web sulla abolizione del valore legale del titolo di studio. Ne “Il ‘Crufige!´ e la democrazia”, Gustavo Zagebrelsky denuncia la decisione di Pilato di rimettere alla piazza la liberazione di Barabba o Gesù. Sappiamo come è andata a finire. Ha vinto chi era meglio organizzato e gridava di più. Non ha trionfato la giustizia, ma la forza. Ora, a che titolo i risultati della consultazione web possono essere fonte di legittimazione per il Governo? Il web è un fantastico terreno di coltura per gli zeloti del XXI secolo: è il regno dei contatori: è, tipicamente, preordinato a registrare la vittoria di chi grida e non di chi ha ragione, della quantità e non della qualità. Può un governo tecnico vincolarsi all´opinione pubblica? Delle due, l´una: o la questione della abolizione del valore legale del titolo di studi è politica e allora, almeno in via di principio, non dovrebbe essere affrontata dal governo tecnico; o è tecnica e, allora, non dovrebbe essere soggetta ad una verifica di consenso (per di più, mediatico). Se è vero che la società post-moderna rinnega il reale a favore del consenso, è altresì vero che il consenso può essere fonte di legittimazione solo se “misurabile” sulla base di regole preventivamente definite. La storia insegna che il metodo Pilato ha avuto un grande successo nei regimi non propriamente democratici. E´ per questo che, anche quando sussistono le migliori intenzioni, non può essere avallato. Io non voterò perché qui – ancora prima del già rilevante oggetto della consultazione (l´abolizione del valore legale del titolo di studio) che meriterebbe, secondo i principi della democrazia partecipativa, un dibattito informato prima della consultazione pubblica – ad essere messe in discussione sono le stesse regole del gioco democratico. A prescindere dai risultati, una massiccia partecipazione alla consultazione web segnerebbe il trionfo del metodo Pilato. Ed è un rischio, questo, che non possiamo permetterci di correre. A.m.leozappa formiche.net

Consumatore, le parole che disincantano il mondo – 1 (by Leozappa)

Mercoledì, 15 Febbraio 2012
E´ entrato nel lessico comune il termine “consumatore”. In origine si parlava dei diritti dei consumatori; oggi spesso capita di sentire persone che si qualificano pubblicamente come consumatori e nel dibattito politico sempre più spesso ci si riferisce ai “cittadini-consumatori” (e non già ai “cittadini”). Consumatore,
è un termine che abbiamo importato dalla burocrazia europea. E´ una parola concettualmente sgradevole, perché definisce una persona per la sua capacità di erodere. Come le termiti! Eppure nessuno sembra accorgersene (salvo Natalino Irti, a cui si devono brillantissime considerazioni sul tema). Devo, però, riconoscere che è un termine onesto. Senza infingimenti, rende evidente la ragione per la quale un soggetto viene preso in considerazione dal sistema: la sua capacità di consumare, erodere beni e servizi: una capacità preziosa e indispensabile per ricreare la domanda che è alla base del processo produttivo. Come è ovvio nei processi economici, si tratta di una parola censuale. Di qui, il grave rischio di porre il cittadino-consumatore al centro dell´azione politica. Non tutti possono essere cittadini-consumatori, perché sono tali solo coloro che hanno capacità di spesa. Pertanto non è indifferente parlare di cittadino o di cittadino consumatore. I diritti dei consumatori attengono alla dimensione economica, quelli del cittadino a quella politica. La prima è naturalmente selettiva, la seconda inclusiva e omnicomprensiva. Omia munda mundis. Ma in un tempo nel quale l´economia governa la politica è, forse, il caso di ricordare come una delle grandi conquiste della modernità è stato il superamento del censo come fonte di legittimazione politica. a.m.leozappa formiche.net

Ritorno all’ordoprofessionalismo (by Leozappa

Mercoledì, 11 Gennaio 2012
La decisione del governo Monti di prevedere l´abrogazione degli ordinamenti professionali ove non si riesca a riformarli entro il 12 agosto 2012 è emblematica della gravità della rottura che si è consumata tra la società civile e i professionisti. La prima non crede più ai secondi. Non riconosce più la validità di un modello rigorizzante dell´attività economica che appartiene ad una tradizione millenaria e ha segnato la stessa identità italiana (E. Galli della Loggia). È evidente che la minaccia della cancellazione serve a ridurre il rischio che, anche questa volta, i veti incrociati delle lobby (professionali, sindacali e imprenditoriali) blocchino una riforma che l´Unione europea e la Bce considerano fondamentale per il rilancio dell´economia.Ma è altrettanto evidente che, così facendo, si sancisce la fungibilità degli ordinamenti professionali, utili forse, ma certo non più indispensabili all´architettura istituzionale della nuova Italia. È un verdetto storico, ancora prima che politico, che nemmeno il varo della riforma potrà mai cancellare. Tanto più significativo in quanto emesso da un governo tecnico, come tale, espressione della società civile. Società civile che, infatti, ha poco, se non nulla, solidarizzato con la protesta dei professionisti. La disamina delle cause e responsabilità della crisi del modello professionale meriterebbe ben altro spazio di quello riservato a questa rubrica. È indubbio, però, che le professioni sono in-attuali nella odierna società di mercato.Sociologi come E. Freidson ed economisti come W. Ropke hanno, da tempo, evidenziato come le professioni non siano tollerate dalla ideologia della sovranità del mercato. Stefano Zamagni e Luigino Bruni hanno denunciato i processi di isoformismo organizzativo che, con la complicità del vigente sistema socio-economico, condannano alla perdizione forme ed esperienze diverse da quelle dell´impresa capitalistica. Nella delegittimazione del modello professionale un ruolo determinante è stato svolto dalle politiche pro-concorrenziali della Commissione europea e dell´Antitrust, che non hanno esitato ad ignorare la diversa posizione della Corte di giustizia europea che, anche di recente, ha confermato la validità e utilità sociale dell´attività orientata “in un´ottica professionale”. Non rispondendo a logiche di profitto, quest´ultima è in grado di meglio tutelare, rispetto all´impresa, l´interesse della collettività (vedi la giurisprudenza sulle farmacie). Ma è proprio confrontando il ruolo e la funzione riconosciuta dalla Corte europea con quanto risulta nella cronaca quotidiana che appare la ragione ultima della crisi del modello professionale e della rottura con la società civile. Da tempo, i professionisti hanno abdicato alla loro missione (quia sacerdotes appellat, recitava il Digesto), progressivamente arrendendosi alle logiche di quel mercato rispetto al quale continuano a dichiararsi estranei, con il risultato di apparire corporativi e perdere ogni residua credibilità. Già Milton Friedman, sarcasticamente, si chiedeva come mai le misure che i professionisti rivendicano in nome della collettività trovino raramente il sostegno delle associazioni di cittadini e consumatori.Ora, i maestri insegnano che, nei momenti di crisi, occorre tornare alla Costituzione per recuperare valori e principi di riferimento. L´art. 33, comma 5, prevede l´esame di Stato per le professioni che incidono su interessi generali e che, come tali, richiedono di essere esercitate da coloro che hanno dimostrato di possedere le necessarie abilità. Si deve evitare l´errore che la severità del giudizio sulle professioni, che la storia ci ha trasmesso, travolga con sé il modello giuridico. Come ribadito dalla Corte di giustizia, quest´ultimo è (ancora e sempre) utile alla collettività perché dedito ad un valore che trascende il guadagno, quello della conoscenza specifica da applicare in modo socialmente utile. Se si è disponibili a mettere da parte pregiudizi ideologici e pretese corporative, l´art. 33 è, quindi, un prezioso riferimento per creare le condizioni necessarie al proficuo esercizio della delega entro l´agosto del 2012 rinnovando e restaurando i principi dell´ordoprofessionalismo. a.m.leozappa formiche 1/2012

 

La deriva liberista (by Leozappa)

Venerdì, 2 Dicembre 2011
È, questa, l´assoluta e impietosa onestà che, oggi, si chiede a chi ha responsabilità di governo: prendere atto che il modello sul quale, negli ultimi anni, è stata costruita l´unità europea è imploso.
Si possono richiedere ai cittadini sacrifici per il “bene comune” e, al contempo, professare un modello di società basato sulla libertà individuale e sulla concorrenza? In un consesso civile che assume a riferimento l´individuo (e non già l´essere umano naturalmente sociale di Aristotele, uomo tra uomini) e che regola i rapporti tra individui su principi competitivi (e non già cooperativi e solidaristici) per quale ragione i cittadini dovrebbero accettare di con-dividere il proprio se non si riconosce nell´altro il prossimo con cui con-vivere ma, piuttosto, il com-petitore che limita e costringe la realizzazione del proprio particolare? Nel momento in cui la libertà individuale costituisce non più lo strumento (da considerare alla luce del fine perseguito), ma l´obiettivo ultimo delle politiche sociali, come è pensabile pretendere la rinuncia ai diritti individuali (proprietà) in nome dei doveri sociali (patrimoniale, prelievo forzoso, contributo di solidarietà)?La crisi che stiamo vivendo mostra le intrinseche contraddizioni del modello di società che si è imposto negli ultimi decenni del XX secolo. Un modello basato sulla autonomia del mercato e sulla pretesa di eleggere il metodo competitivo a principio organizzativo dell´intera società. “La libertà economica è essa stessa una componente essenziale della libertà in generale. Il capitalismo competitivo, in quanto è il sistema più favorevole alla libertà economica, è per questo un fine in sé”. Dinanzi alla crisi che imperversa, le parole di Milton Friedman suonano ancor più sinistre. I ripetuti interventi dei governi americani ed europei a sostegno delle banche e dei loro debitori ha dimostrato la fallacia dell´ideologia della sovranità del mercato. Non è possibile abbandonare le banche al loro destino, secondo la legge del mercato. Il crollo delle banche travolgerebbe il sistema socio- economico. Come evidenziato dalla scuola di Friburgo, il mercato è un ordine tra gli ordini della società, è strettamente legato alle altre sfere del vivere comune, è una importante componente, ma pur sempre una componente del tessuto sociale.Per fronteggiare la crisi, ora, i governi sono costretti a tassare i cittadini. Si chiede alla società civile di salvare il mercato per essere salvata dal mercato. Ma già Max Weber aveva osservato che “dove il mercato è lasciato alla sua autonomia, conosce solo una considerazione delle cose, non delle persone, non doveri di fratellanza e devozione, non una delle relazioni umane originarie arrecate dalle comunità personali”. Si svela così all´aporia del sistema. Il metodo competitivo ? che da tecnica di mercato è divenuto ordine della società ? si basa sul primato dell´individuo. Nella società di mercato, l´individuo è indifferente al prossimo, che incontra solo nello scambio al fine di soddisfare le rispettive utilità. Adesso, però, la crisi impone all´individuo sacrifici in nome di quei doveri di fratellanza e devozione che proprio le leggi del mercato hanno contribuito a cancellare dalla coscienza civile. Occorre, allora, trarne le conseguenze. Quella che stiamo vivendo non è una crisi economica, ma una crisi del sistema: la crisi della cosiddetta società di mercato, impostasi a fine XX secolo.È, questa, l´assoluta e impietosa onestà che, oggi, si chiede a chi ha responsabilità di governo: prendere atto che il modello sul quale, negli ultimi anni, è stata costruita l´unità europea è imploso, in quanto i suoi presupposti ideologici non sono stati in grado di garantirne la tenuta e ? tenendo conto delle misure che si sono rese necessarie per fronteggiare la crisi ? procedere, senza pregiudizi o suggestioni ideologiche, a rifondarlo. Non necessitano rivoluzioni, ma restaurazioni. Occorre tornare al paradigma “comunitario” (il Noi-tutti di Benedetto XVI) e ai principi dell´economia sociale di mercato, che a suo tempo hanno ispirato il Trattato comunitario, abbandonando quella deriva liberistica che ne ha connotato l´attuazione e restituendo al mercato la sua funzione di regolazione dell´economia, quale strumento di realizzazione del bene comune. a,.m.leozappa formiche

Lavorare per realizzarsi non per far soldi (by Leozappa)

Sabato, 29 Ottobre 2011
L´Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo recita solennemente l´art. 1 della Costituzione, invocato da quanti, vittime della peggiore propaganda sindacale, continuano a credere che sussista un “diritto” all´occupazione. Nella Carta costituzionale il lavoro è un paradigma di valutazione, che elegge il merito (lavorativo) rispetto agli altri indici sui quali, storicamente, è ordinata la comunità civile, come il censo, il sesso, la forza, la religione. L´ideologia della sovranità del mercato ha, poi, ulteriormente confuso il valore del paradigma, identificando, e con ciò riducendo, il lavoro all´attività utilitaristica con fine il guadagno. Si è persa, così, quella nozione del lavoro come actus personae, come strumento di auto-realizzazione dell´uomo.È evidente che il lavoro serva, ai più, per procurarsi i mezzi per vivere; ma solo la peggiore demagogia liberista può portare a ritenere che serva solo a ciò. Nel 2009 ha riscosso un emblematico successo il saggio L´uomo artigiano di R. Sennet. Il sociologo americano scrive: «Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso. Svolgono un’attività pratica, ma il loro lavoro non è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine di un altro ordine. Se lavorasse più in fretta, il falegname potrebbe vendere più mobili; la tecnica del laboratorio potrebbe cavarsela demandando il problema al suo capo; il direttore d’orchestra sarebbe forse invitato più spesso dalle orchestre stabili se tenesse d’occhio l’orologio. Nella vita ce la si può cavare benissimo senza dedizione. L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno».Oggi, che la crisi ha raggiunto il suo apice si dà per scontato che il criterio per decidere gli investimenti a favore del lavoro debba essere, secondo il mainstream liberista, quello economico dell´efficienza e dell´efficacia: da incentivare sarebbero le sole attività economicamente più redditizie. Ma, così, si condannano alla perdizione quei lavori che si connotano per la capacità di produrre ricchezza ma, soprattutto, di realizzare valori sia per chi le esercita sia per la collettività. Il filosofo A. MacIntyre li designa come pratica: «qualsiasi forma coerente e complessa di attività umana cooperativa socialmente stabilita, mediante la quale valori insiti in tale forma di attività vengono realizzati nel corso del tentativo di raggiungere quei modelli che pertengono ad essa e parzialmente la definiscono». Per intenderci, il lavoro del muratore non è una pratica; l´architettura sì. Si tratta di quel genere di attività umane che costituisce “l´arena in cui le virtù si manifestano” (in senso aristotelico) in quanto conformando i comportamenti personali ai modelli di eccellenza si ottengono i valori insiti nel modello medesimo.Questi valori sono di due tipi: estrinseci ed intrinseci. I primi ? che appartengono solo a chi li ottiene ? sono connessi in modo contingente (“per circostanze sociali fortuite”): si tratta della posizione sociale, del prestigio e del denaro che una determinata pratica può far acquisire. I secondi, invece, sono i valori strutturali, che si ottengono esercitando l´attività, “sono il risultato di una competizione al fine di eccellere, ma sono caratterizzati dal fatto che il loro conseguimento è un valore posseduto dall´intera comunità che partecipa alla pratica”. Avverte, però, il filosofo che le pratiche abbisognano delle istituzioni ? come gli ospedali, i laboratori, le università ? perché sono questi che si occupano necessariamente dei valori esterni. “Nessuna pratica può sopravvivere a lungo se non è sostenuta da istituzioni”, chiarisce MacIntyre, per il quale il rapporto fra pratiche e istituzioni “è così intimo che esse formano in modo caratteristico un unico ordine causale”. Scendendo dai rilievi teorici al terreno pratico, c´è il rischio che politiche di sviluppo che trascurino interventi su artigianato, lavoro autonomo e professioni possano anche sostenere l´economia ma senza arrecare ben-essere della collettività. a.m. leozappa formiche

 

Dalle pene ai premi? (by Leozappa)

Martedì, 5 Luglio 2011
“Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita una per premiare le virtù”. Così Giacinto Dragonetti nel libello Delle virtù e dei premi che diede alle stampe, a Napoli, nel 1766 poco dopo la pubblicazione Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Nel riconoscere che “un altro mezzo di prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtù”, Beccaria osservava che: “Se i premi proposti dalle accademie ai scopritori delle utili verità hanno moltiplicato e le cognizioni e i buoni libri; perché i premi distribuiti dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbero altresì le azioni virtuose? La moneta dell´onore è sempre inesausta e fruttifera nelle mani del saggio distributore”. Per Luigino Bruni, Dragonetti, però, intendeva andare oltre Beccaria “immaginando cioè una vera e propria legislazione dei premi alle virtù, in particolare alle virtù politiche”.Per lo studioso napoletano il sistema penale è fondamentale per prevenire i delitti, ma non è sufficiente a creare le condizioni necessarie per lo sviluppo civile. La riflessione di Dragonetti si colloca nella tradizione del repubblicanesimo romano. Nel Digesto si legge: “Bonos non solum metu poenarum, verum etiam praemiorum quoque exhortatione efficere capientes”, anche se scrive sempre Dragonetti “i Legislatori romani conobbero la necessità delle ricompense, le accennarono, ma non ebbero il coraggio di formarne il codice”. Un codice dei premi, quindi, che affianchi quello delle pene. L´intuizione di Dragonetti (e di Rudolph Von Jhering) è, oggi, approfondita da Bruni nel saggio L´ethos del mercato (da cui sono, anche, tratte le citazioni) che la ritiene “solo in parte” in linea con la teoria economica dell´incentivo e con l´attuale diritto premiale, incentrati sull´interesse privato che produce, solo in via indiretta, benefici comuni. Per Dragonetti, il codice premiale è piuttosto uno strumento per funzionalizzare l´azione individuale al bene comune. Bruni si prova a sviluppare l´intuizione di Dragonetti e prospetta diverse soluzioni per immaginare “il premio alla virtù come via allo sviluppo economico e civile”. Tra queste: “Si premiano le virtù ricompensando correttamente le virtù civili, creando o riformando istituzioni che favoriscano comportamenti cooperativi, e scoraggino quelli non cooperativi e opportunistici”, sia nell´ambito politico che nella società civile. Si istituiscono premi “all´azione civilmente virtuosa… che aumentano il benessere o la felicità di chi li riceve, e che hanno il principale scopo di far aumentare queste azioni rispetto a quelle incivili”. La riforma della giustizia e delle regole dei mercati sono due grandi temi del dibattito, culturale e politico, del nostro Paese. La riforma dei mercati è entrata anche nella agenda dei vertici internazionali. Le intuizioni della tradizione tutta italiana della economia civile, alla quale Bruni riconduce la riflessione di Dragonetti, sono, però, ignorate dalle proposte su cui si è incanalato il confronto tra tecnici e politici. Si tratta di proposte che non vanno oltre i presupposti ideologici dell´individualismo metodologico e dell´homo oeconomicus. Nessuno vuole disconoscere i meriti dell´ideologia della sovranità del mercato. Ma Ernst-Wolfgang ha mostrato come le radici della crisi siano nella stessa logica del sistema. “Il capitalismo soffre del suo punto di partenza, della sua idea-guida in quanto razionalità strumentale e della forza costruttiva del sistema. Pertanto la malattia non si può debellare con rimedi palliativi, ma solo attraverso il rovesciamento del suo punto di partenza. Al posto di un invadente individualismo proprietario (…) devono subentrare un ordinamento normativo e una strategia d´azione che prenda le mosse dall´idea che i beni della terra (…) non spettano ai primi che se ne impossessano e li sfruttano, ma sono riservati a tutti gli uomini, per soddisfare i loro bisogni vitali e ottenere il benessere. Questa è una idea-guida fondamentalmente diversa; ha quale punto di riferimento la solidarietà degli uomini nel loro vivere insieme (e anche in concorrenza)”. Perché allora non provare a ripartire con un codice dei premi? a.m. leozappa formiche

Perchè nessuno crede ad Obama? (by Leozappa)

Giovedì, 2 Giugno 2011
Osama Bin Laden è morto. Lo ha solennemente annunciato a tutto il mondo Barack Obama. Il presidente degli Stati Uniti, non Carneade. Eppure in tanti non ci credono. Come San Tommaso vorrebbero toccare il corpo del capo di Al-Qaeda, che però giace in fondo al mare alimentando altri sospetti. Perché c´è chi non crede alla parola del presidente degli Stati Uniti? La guerra al terrore è stata voluta da George W. Bush. Obama è un democratico, è stato insignito del Nobel per la Pace e, sin dal suo insediamento, ha promosso il ritiro delle truppe. Dovrebbe bastare per contare su un minimo (sic!) di credito. No, a quanto pare, non basta. Non solo ai complottisti della rete, ma a fior di intellettuali (ironia della sorte, soprattutto della sinistra democratica). Ma perché in tanti non credono alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti? Certamente si può scomodare Machiavelli, che insegnando l´arte del governo ai principi ne ha svelato l´intrinseca amoralità. Dal Cinquecento è conclamato: il principe è un centauro, ossia metà uomo e metà animale, perché la politica deve rispondere a logiche diverse dalla morale e azioni eticamente riprovevoli possono essere politicamente utili ed efficaci. La vera ragione, però, è che è venuta meno la fiducia nell´altro perché, nella società liberale, non si ha il dovere di essere onesti, ma di rispettare le leggi. Lo aveva teorizzato già Fichte: “Ciascuno può pretendere soltanto la legalità dell´altro, non la sua moralità (…) la volontà buona verrebbe resa non necessaria per la realizzazione esterna del diritto, in quanto la volontà malvagia, e avida delle cose altrui, verrebbe condotta a perseguire lo stesso fine di quella buona dal suo proprio desiderio illegittimo”. Così, da tempo, siamo avvezzi non solo a non chiamare a responsabilità i politici per essere venuti meno alle promesse fatte nelle campagne elettorali, ma ad accettare condotte e stili di vita dai quali continuiamo a mettere in guardia i figli adolescenti perché “ognuno è libero di fare quello che vuole a casa sua” (soprattutto se ha successo mediatico o è ricco). Sembra che l´onestà e le virtù non interessino più a nessuno. L´Antitrust arriva a censurare il valore dell´onore, come principio guida della deontologia dei professionisti. Eppure già Tocqueville aveva ammonito che l´onore, “molla” del regime aristocratico, dovesse essere salvaguardato anche nelle democrazie perché espressione del pubblico riconoscimento, da parte della comunità, del possesso da parte del singolo delle virtù nelle quali quest´ultima si riconosce. In una scuola è stato istituito un premio in denaro per gli studenti con una certa media. Si è lungamente discettato se fosse opportuno dare contanti o se non fosse preferibile riconoscere dei buoni in modo da indirizzare lo studente a mostre, eventi culturali, ecc. A nessuno è venuto in mente che, forse, anche i ragazzi di oggi possono essere stimolati a studiare dal conferimento di medaglie o attestati, come accadeva un tempo. Li considerano, tout court, insensibili a quelle forme di pubblico riconoscimento che hanno accompagnato gli studi di altre generazioni. Eppure nello sport basta una coppa per sostenere tanti sacrifici.Sono i giovani del XXI secolo ad essersi inariditi tanto da credere solo nella vile pecunia o siamo noi a proiettare su di loro la nostra sfiducia nel prossimo? Certo è che, se la virtù non costituisce più un merito e la società non le tributa il giusto onore è chiaro che altre ambizioni ed egoismi prendono il suo posto, determinando quel clima di generale scetticismo che caratterizza la convivenza quotidiana. Poco serve promuovere il merito, se poi questo non viene considerato un valore a cui dare pubblico riconoscimento (l´onore), così stimolando l´emulazione. Per gli antichi l´educazione è mimesi e René Girad ha dimostrato come anche la società contemporanea sia governata dal desiderio mimetico. Si tratta di una lezione che non va dimenticata. Ogni giorno si discute della riforma della giustizia, ma quanti processi potrebbero essere evitati se lo stare pactis fosse ancora considerato un dovere sociale, prima che giuridico, la cui violazione espone alla pubblica recriminazione? a.m.leozappa formiche

Non tutto per profitto (by Leozappa)

Venerdì, 1 Aprile 2011
“Disturbi mentali prevenire conviene (anche al Pil)”. È il titolo di un giornale di qualche settimana fa. Nelle cronache quotidiane sulla rivolta egiziana, i media hanno dato conto dei miliardi persi per il blocco del turismo. Ma cosa c´entrano i quattrini con la cura delle malattie e la libertà? Qualche tempo fa, in questa rubrica abbiamo parlato della ricerca della Banca d´Italia che aveva appurato che studiare rende più dei Bot.Ma l´istruzione può essere valutata alla stregua di un investimento economico? Salute, libertà politiche e istruzione sono immanenti alla convivenza umana, sono un diritto della persona e un valore collettivo. Stanno al di fuori dell´economia, eppure nel nostro tempo non si esita a giudicarle secondo i parametri propri dell´economia. Sembra che non ci si renda conto che non si tratta di una decisione indifferente. Accettando che salute, libertà e istruzione possono essere valutate secondo un criterio di convenienza economica, assumiamo che quest´ultima sia la legge fondamentale alla quale sono subordinate. Già accade che i ricercatori rinuncino a studiare malattie la cui rarità rende le cure poco redditizie per le case farmaceutiche. Per fortuna, la ricerca della Banca d´Italia ha dato risultati più che positivi. Ma se si valuta economicamente l´istruzione si accetta il rischio che lo studio possa non essere più considerato un diritto e che se ne debba dimostrare l´utilità. Molto probabilmente, anzi (quasi) sicuramente un tale rischio è ancora lontano. Qui mi preme, però, segnalare la forma mentis che sta pervadendo la cultura del nostro tempo. A ben vedere, il politeismo dei valori più che al relativismo ha aperto alla dittatura dell´utilità economica, che costituisce l´unico parametro di giudizio sopravvissuto, al quale in un modo o nell´altro tutti sentono la necessità di fare riferimento, forse nella convinzione del suo fondamento tecnico.Che senso ha, dinanzi al popolo egiziano che protesta in piazza contro il tiranno, denunciare i miliardi persi con la fuga dei turisti? Nessuno (non posso, certo, credere che i giornalisti volessero indebolire la protesta!). Epperò, è stato detto e scritto, forse per rendere la cronaca più completa. Ma, al contempo, sarebbe un grave errore sottovalutare il significato di questo riferimento quando viene a commentare uno dei più grandi eventi del nuovo secolo.Parlare di Pil a proposito della cura delle malattie, di ritorno economico dell´investimento nell´istruzione, di miliardi svaniti durante le rivolte per la libertà mostra, e dimostra, come quello dell´utilità economica sia diventato un imperativo categorico, che oggi orienta la parola, ma domani rischia di determinare le decisioni politiche. La stampa ha attribuito al ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, il giudizio tranchant: “Con la cultura non si mangia”. Poco importa se sia vero o meno. Viene alla mente l´altra, e di segno opposto, espressione, quella di “giacimenti culturali” che viene attribuita all´allora ministro del Lavoro Gianni De Michelis a proposito delle potenzialità di sviluppo che reca in sé il patrimonio storico e culturale del nostro Paese. Non è un caso che il ministero deputato a valorizzarlo si chiami “ministero dei Beni e delle attività culturali”.
Il nesso, a seconda dei casi, negativo o positivo tra cultura ed economia è tracciato. Si badi: è un bene che la cultura possa essere volano economico, ma è un male se la cultura possa e debba essere giudicata per la sua utilità economica. Nel suo recente libro sull´importanza del sapere classico, Non per profitto, Martha Nussbaum scrive: “C´è un pregiudizio politico sulla conoscenza inutile. Non bisogna leggere grandi libri, ma ci si deve abituare al pensiero critico”. E ricorda come la storia abbia dimostrato la fragilità del dogma di un certo pensiero liberal-liberista secondo il quale la crescita economica porta con sé la democrazia. La Cina è un regime e la Repubblica Sudafricana è stata, per anni, un sistema di apartheid. a.m.leozappa formiche

La vita, tra libertà e ordine (by Leozappa)

Mercoledì, 9 Febbraio 2011
Se a cavallo del millennio la libertà è finalmente riuscita a diventare il valore nel quale si riconosce la stragrande maggioranza degli italiani, è altresì vero che essa si traduce in una esaltazione dell´individualismo che sconfina nell´anarchia.
 
“In un conflitto tra libertà e ordine, il predominio incondizionato spetta al punto di vista dell´ordine”. Le parole di Franz Bohm mi sono venute in mente dinanzi al costume ormai invalso nel Belpaese di esprimere opinioni su tutto e tutti. Non si contano le trasmissioni che Rai e Mediaset hanno dedicato alla scomparsa di Yara, all´omicidio di Sarah e Meredith. Sedicenti esperti e opinionisti si sono lanciati in ricostruzioni e giudizi su fatti i cui elementi sono ancora ignoti agli stessi inquirenti. E sulla loro scia, anche in strada nessuno più esita a dire la sua su questo o quell´evento purché, ovviamente, ci sia un microfono pronto a registrare. Così abbiamo sentito gli italiani commentare l´utilità delle cellule staminali, che ancora divide i ricercatori; il ritorno all´energia nucleare, dibattuto dai tecnici di tutto il mondo; le fughe di notizie di Wikileaks, ancora inspiegabili ai governi dell´una e dell´altra parte dell´Oceano. Qualcuno premette un “secondo me”: un incipit che rappresenta, forse, l´ultima traccia del pudore con cui le precedenti generazioni si accostavano ai grandi temi ma che, nel relativizzare il giudizio, legittima la prospettiva con la quale il giudizio è reso: quella del soggetto che si propone come autorità a sé. Ecco perché vengono alla mente le parole di Bohm. Se a cavallo del millennio la libertà è finalmente riuscita a diventare il valore nel quale si riconosce la stragrande maggioranza degli italiani, è altresì vero che, nella interpretazione che se ne dà nella vita quotidiana, essa si traduce in una esaltazione dell´individualismo che sconfina nell´anarchia. Tutti credono di poter avere una opinione su tutto e la misura è data dalla propria personalità. Basta vedere qualche minuto del Grande Fratello per rendersi conto di come la cifra dei rapporti tra gli abitanti della “casa” sia data dalla continua rivendicazione del diritto di potersi esprimere liberamente.Già Allan Bloom, ne La Chiusura della mente americana, aveva denunciato come il principio costituzionale della libertà di pensiero fosse diventato, nella vulgata, diritto alla libertà di espressione. Che vive e si alimenta più di sentimento che di ragione, per cui quando pretende di giustificare azioni e omissioni si scontra con l´altrui pretesa, scatenando una conflittualità insanabile perché il sentimento non conosce la mediazione del logos. Torna allora attuale la riflessione di Robert A. Nisbet che, ne La Comunità e lo Stato, ha dimostrato come il processo di soggettivizzazione condanni l´uomo moderno alla solitudine e allo smarrimento perché dinanzi agli eventi emerge la sua debolezza costitutiva. Per Nisbet la risposta è nella rivalorizzazione delle comunità. Come quella familiare, scolastica, religiosa, professionale. La comunità è portatrice di una visione della vita e costituisce “una parte determinante nel nostro sistema istituzionale di aiuto reciproco, benessere, educazione, ricreazione, produzione economica e distribuzione”. La comunità è ordine e l´ordine ha una funzione antropologica. Non si tratta di tornare ad un passato nel quale l´uomo era schiavo della condizione ereditata da chi lo aveva generato. Si tratta piuttosto di andare oltre il presente, di superare l´anarchia, recuperando la dimensione relazionale della libertà intorno al triplice limite che scandisce la vita biologica: nascita, sesso e morte. Scrive Alain Supiot: «Conferire un senso alla nascita, alla nostra nascita

e a quella dei nostri figli, significa comprendere che ci inscriviamo all´interno di una catena generazionale, che siamo debitori della vita, e attraverso ciò comprendere l´idea di causalità. Riconoscere la nostra natura sessuata significa comprendere che incarniamo soltanto una metà del genere umano, che abbiamo bisogno dell´altro, e attraverso ciò comprendere l´idea di differenziazione, imparando a rapportare la parte al tutto. Introiettare l´idea della morte significa riconoscere che il mondo continuerà a esistere dopo di noi, che la nostra vita è sottoposta a un´istanza che va al di là di noi, e attraverso ciò comprendere l´idea di norma (Homo juridicus)». A.M.Leozappa Formiche

 

Fratérnité e Big society (by Leozappa)

Venerdì, 14 Gennaio 2011

I principi della Rivoluzione francese hanno avuto alterne vicende nella storia italiana. Nel xx secolo è soprattutto l´eguaglianza ad avere ispirato i cuori e le menti sia in politica che nel sociale. Oggi, il suo posto è stato preso dalla libertà. È nei simboli di tutti i partiti che ambiscono a rappresentare il nuovo. Da Fini a Vendola. La fratellanza non ha mai avuto altrettanta fortuna. Salvo che nei riti massoni, nella modernità si preferisce parlare di solidarietà, relegata dall´ideologia della sovranità del mercato al “terzo settore” e solo per la Chiesa rimasta principio dell’azione politica. Eppure è nella patria del liberismo, la Gran Bretagna, che oggi è stato riscoperto il valore politico della fratellanza. La svolta si è avuta con il programma della Big society. “Si tratta di un grande cambiamento culturale, in cui le persone, nella vita di tutti i giorni, nelle loro case, nei loro quartieri, nei loro posti di lavoro, cessano di rivolgersi a funzionari, autorità locali, o governi centrali per trovare le risposte ai problemi che incontrano, e sono invece abbastanza forti da aiutare loro stessi e le loro comunità. Big society vuol dire comunità capaci di costruire nuovi edifici scolastici, vuol dire servizi capaci di formare al lavoro, vuol dire fondazioni che aiutano i criminali a riabilitarsi. Vuol dire liberazione, la più grande drammatica redistribuzio-ne del potere, dalle élites di Whiteall all´uomo e alla donna della strada”. Tre sono gli elementi costitutivi della Big society. Primo: azione sociale. Protagonista è l´uomo comune “perciò il governo non può restare neutrale: deve promuovere e sostenere una nuova cultura del volontarismo, della filantropia, dell´azione sociale”. Secondo: la riforma dell´amministrazione. “Al suo posto dobbiamo dare molta più libertà ai professionisti, aprire il servizio pubblico a nuovi operatori come fondazioni, imprese sociali, aziende private, e così offrire più innovazione, diversità e responsabilità nei confronti delle domande pubbliche”. Terzo: maggiori poteri alle comunità. “C´è bisogno di comunità che abbiano grinta, quartieri che si facciano carico del loro destino, che sentano che stanno collaborando assieme e lasciandosi coinvolgere possono modellare il mondo intorno a sé”. Le affinità tra il manifesto di Cameron e la tradizione italiana dell´”economia civile” sono state ben colte da Paolo Messa: “La Big society in Italia esiste… ed ha la forma delle tante organizzazioni di volontariato e del terzo settore che proprio da noi svolgono un ruolo primo nel sistema del welfare” (allegato al n. 52 di Formiche). Il tentativo di promuovere la Big society in Italia si è scontrato con lo scetticismo di chi non ritrova nel Belpaese le condizioni che consentono oltre Manica di limitare l´intervento dello Stato nel sociale: 1) una cultura politica e un capitale sociale di elevato “civismo”; 2) organizzazioni intermedie orientate alla risolu-zione dei problemi collettivi e non solo interessate a vantaggi corporativi; 3) uno Stato “capacitatore” (M. Ferrera e P. Ostellino – Corsera 3 e 7 settembre u.s.). Il dibattito si è, così, subito spento. Eppure già negli anni ‘60 R. A. Nisbet aveva dimostrato come il processo di deresponsabilizzazione della società civile aveva origine nel primato dello Stato e del mercato professati dall´ideolo¬gia liberale, che ha scardinato il tessuto di relazioni la fratellanza costituito dalle comunità intermedie (famiglia, scuola, associazionismo professionale). Di qui quelle “alienazioni sociali” che, oggi, portano liberali come Ostellino a escludere, a priori, una Big society all´italiana. Ma così facendo si alimentano e non rimuovono le cause della malattia. La Big society può essere un modello di sviluppo vincente anche per l´Italia perché appartiene alla nostra tradizione. Esso richiede una forte società civile e questa dipende dalla vitalità delle comunità intermedie. Allora è tempo di tornare a puntare su famiglia, scuola, associazioni e movimenti in grado di coltivare civismo e solidarietà senza avere timore di profanare, il dogma liberale che vede nel mercato l´unico strumento di promozione sociale. a.m.leozappa formiche