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Filippetti, ecco cosa significare fare il ministro della cultura (in Francia)

Venerdì, 23 Novembre 2012

Signora Filippetti, suo nonno Tommaso lasciò l’Italia tra le due guerre mondiali per lavorare nelle miniere del Lussemburgo e poi della Lorena, lei torna a Gualdo Tadino da ministra della Cultura della Repubblica francese. È orgogliosa del salto sociale?
«È una soddisfazione doppia, sia per le mie origini sociali sia perché vengo dall’immigrazione. Mio nonno era un minatore italiano ed è morto nei campi di concentramento perché era entrato nella Resistenza ai nazisti, si è battuto per la libertà in Europa. A Gualdo Tadino riceverò una medaglia in suo onore. E il fatto stesso che io sia riuscita a diventare ministro lo sento come un riconoscimento per lui».

Incontriamo la ministra Aurélie Filippetti, 39 anni, tra gli stucchi del suo ufficio in rue de Valois, alla vigilia della sua visita in Italia.

Lei è la prova che l’ascensore sociale in Francia funziona ancora?
«Anche qui ci lamentiamo molto della società bloccata, ma la scuola repubblicana ha grandi meriti. È per questo che Hollande e il governo di cui faccio parte hanno deciso di rilanciarla con 60 mila assunzioni in cinque anni. Solo la scuola pubblica può permettere l’integrazione e dare speranza a tutti».

I tagli hanno colpito anche il suo ministero. La politica culturale è un lusso in tempi di crisi economica?
«Al contrario, penso che se c’è una risorsa preziosa in Europa è la cultura e sarebbe una follia non cercare di svilupparla e sostenerla».

Anche per questo ha intrapreso la battaglia con Google?
«Non è un conflitto, però se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell’anno, a gennaio la Francia varerà la legge per obbligare la società di Mountain View a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione. Vale per le reti tv, gli operatori telefonici, i provider Internet, i siti, le piattaforme digitali».

Il modello è quello del cinema?
«In Francia i film da decenni sono finanziati dal Cosip (Conto di sostegno all’industria dei programmi audiovisivi) che ridistribuisce parte degli incassi dei film di maggiore successo e anche i soldi messi a disposizione dagli operatori che poi diffondono i film, per esempio le tv».

In Italia, quando si parla di sovvenzioni di Stato al cinema e alla cultura in generale, vengono in mente sprechi e film che poi nessuno va a vedere.
«Ma noi non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d’autore, molti film di budget medio (sui 3 o 4 milioni di euro) ma anche film di cassetta come Asterix o successi mondiali come The Artist o Intouchables . E sono questi ultimi a sostenere gli altri. I Paesi che hanno fatto la scelta dell’austerità nella cultura, per esempio la Spagna, si trovano oggi in una pessima situazione. All’ultimo Festival di Cannes invece i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia, siamo lo Stato al mondo con il maggior numero di co-produzioni: oggi siamo a quota 52 Paesi. E la gente non è mai andata tanto al cinema, a vedere ogni tipo di opera: dai kolossal americani ai nostri film».

È la riedizione dell’eccezione culturale francese, della politica di intervento dello Stato nella cultura promossa da André Malraux in poi?
«L’eccezione culturale è ancora di attualità e sono convinta che lo Stato debba intervenire per sostenere la creazione. Non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura. Non è una questione morale, semplicemente a mio avviso solo così il sistema può funzionare, anche dal punto di vista economico».

Ma il vostro modello è esportabile? O semplicemente i francesi amano di più il cinema, leggono più libri e frequentano di più i musei?
«Non penso affatto che i francesi siano diversi dagli altri. È una politica volontaristica che fa sì che non ci sia città francese senza un cinema, che le piccole librerie resistano e siano il polmone di ogni quartiere, che migliaia di persone vadano alle mostre, come quella di Edward Hopper in questi giorni al Grand Palais».

Quando ci sono le file alle mostre da noi c’è sempre qualcuno che storce la bocca perché sarebbero fenomeni di massa o turismo, non cultura.
«I grandi numeri non sono tutto, d’accordo, ma è una lamentela che non capisco. Bisogna aiutare le persone che ne hanno voglia ad avvicinarsi all’arte. Per questo ho incoraggiato i musei a usare le nuove tecnologie per spiegare le opere, per accompagnare il visitatore che vuole saperne di più».

Lei parla di librerie di quartiere, in Italia quasi del tutto scomparse da tempo. In Francia librai ed editori anche grandi, come Gallimard, parlano di Amazon come del nemico. È d’accordo?
«Sono molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente».

Che cosa rimprovera alla Commissione europea?
«Ha una visione un po’ troppo unilaterale della libera concorrenza. La Commissione preferisce fare le pulci agli editori che si organizzano per sopravvivere alla minaccia di Amazon, e non si allarma invece per il fatto che un colosso basato in Lussemburgo fa vendita a distanza con strategie fiscali inaccettabili e facendo dumping sulle spese di distribuzione. Amazon può permettersi di vendere a basso prezzo per mettere fuori mercato i suoi concorrenti, ma naturalmente rialzerà i prezzi appena avrà conquistato il monopolio o quasi. Di questo dovrebbero preoccuparsi a Bruxelles. La Francia vigilerà affinché Amazon pratichi una concorrenza leale».

La Francia è stata all’avanguardia nella lotta contro lo scaricamento illegale di musica, film e poi libri, con la legge Hadopi voluta dalla presidenza Sarkozy. Lei prende le distanze da Hadopi. Come mai?
«È un approccio diverso, io vorrei sviluppare l’offerta legale. Se uno vuole scaricare un film non troppo recente, magari degli anni Cinquanta, nelle piattaforme legali non lo trova, mentre illegalmente sì. Non considero i consumatori come dei teppisti che vogliono rapinare gli artisti, ma persone che hanno voglia di ascoltare, vedere, leggere. Credo che la colpa sia anche dell’industria, che è in ritardo. Bisogna offrire un catalogo ampio e a prezzi ragionevoli. Qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la musica».

Allude ai siti di streaming Deezer e Spotify?
«Sì, anche se la parte versata agli artisti è ancora troppo bassa. Bisogna riconsiderare la percentuale versata agli autori, e lo stesso vale anche per il libro digitale, che in genere affianca quello di carta e ha costi di produzione molto inferiori».

Lei, ministra Filippetti, che cosa legge?
«Tra gli italiani Erri De Luca e Niccolò Ammaniti, tra i francesi Jean Echenoz e Jérôme Ferrari che ha appena vinto un Goncourt molto meritato».

In «Gli ultimi giorni della classe operaia» ha raccontato la storia della sua famiglia, in «Un homme dans la poche» una storia d’amore. Tornerà a scrivere?
«Non finché sono ministra». corriere della sera Stefano Montefiori

 

Conti truccati contro l’Italia (by Pelanda)

Domenica, 22 Luglio 2012

Da un paio di mesi sto cercando di capire perché il costo di rifinanziamento del debito italiano sia il doppio di quello che sarebbe giusto in base ai dati economici fondamentali ed alle azioni recenti del governo. Il Centro studi di Confindustria stima che il differenziale realistico – appunto, basato sull’analisi dei fondamentali –  tra titoli di debito italiani e tedeschi (spread) dovrebbe essere di 164 punti e non di quasi 500. E avverte che se i tassi teorici e reali convergessero, l’Italia, nel medio termine, tornerebbe in crescita invertendo la tendenza recessiva e, soprattutto, la crisi del credito, e bancaria, che dipende direttamente dall’eccesso di sfiducia sul nostro debito. Se non convergeranno, invece, la recessione sarà devastante, in avvitamento. Per evitare tale scenario catastrofico - Confindustria ritiene necessario uno scudo anti-spread più efficace di quello ora in discussione nelle sedi europee. Sensato. Ma l’efficacia dello scudo anti-spread risentirà comunque dell’opinione del mercato in relazione all’Italia. Con questo in mente ho chiesto spiegazioni ai principali attori del mercato finanziario. La risposta concorde è stata: leggiti cosa scrive il Fondo monetario sull’Italia, che è la fonte dati principali a cui si ispirano tutti quelli che devono valutare i rischi sovrani, e, visto che sei del mestiere, capirai perché pretendiamo un premio di rischio del 6% e oltre per comprare titoli decennali di debito italiano, e perché siamo incerti se acquistarli o meno. Ma è immotivato l’eccesso di negatività del Fmi sull’Italia, ho risposto. Prova che sbaglia, hanno ribattuto scettici. Per questo sono andato a confessare parecchi analisti e funzionari del Fondo, raccogliendo le confidenze che qui sintetizzo.L’estate rovente – Nella tarda primavera del 2011, quando la crisi si estese all’Italia, una parte dello staff del Fmi, in particolare quello di nazionalità italiana, voleva che il Fondo rendesse pubbliche le analisi sulla sostenibilità del debito e sui fondamentali dell’economia italiana che non giustificavano l’inasprirsi della pressione dei mercati e il conseguente innalzamento dello spread. Questa posizione uscì sconfitta per due motivi. Primo, si formò un asse occulto tra il direttore generale Lagarde e il rappresentante tedesco presso il Fmi, con la benedizione di quello francese, volto a mantenere altissima la pressione sul’Italia. Non solo il Fmi non dischiuse le  valutazioni favorevoli sull’Italia ma chiese, con il sostegno tacito della Germania, un monitoraggio rafforzato sull’Italia,  strumento che dal 2004 a oggi è stato utilizzato solo per Nigeria e  Giamaica. Tale mossa, nelle intenzioni dell’alta direzione del Fmi e della Germania, doveva essere il precursore per costringere l’Italia ad accettare un «programma» di circa 90 miliardi: non tanto per rifinanziare il debito pubblico italiano, ma finalizzato a mettere sotto controllo totale (un prestito serve ad imporre condizioni) le decisioni economiche e di bilancio del governo italiano. Infatti nel vertice G20 di Cannes, nel novembre 2011, Lagarde annunciò una nuova forma di prestito (Precautionary and Liquidity Line; PLL) che molti analisti e giornalisti – si vedano le agenzie Bloomberg e Reuters  di quel periodo – valutarono concepita specificamente per mettere in gabbia l’Italia. Secondo motivo. Il governo italiano non intervenne a sostegno degli analisti che volevano ripristinare la verità tecnica sull’Italia e questi, non sentendosi sostenuti dal governo interessato, smisero di insistere. Ed è ancora così, misteriosamente.Tesi tedesca – Da allora le pubblicazioni ufficiali del Fmi tendono fedelmente a riflettere la posizione tedesca sull’Italia: consolidamento fiscale e riforme strutturali in tempi ed intensità insostenibili. Non trovano spazio in tali pubblicazioni le analisi interne del Fondo che mostrano come nella crisi dell’euro l’effetto contagio sia dirompente; come i tassi italiani si muovano in risposta ad analoghi movimenti di quelli spagnoli. Se si fosse dato spazio a queste analisi, la conclusione sarebbe stata che l’Italia era vittima di contagio e che avrebbe dovuto beneficiare del supporto sistemico della Bce, cosa che la Germania assolutamente non voleva. Nelle analisi pubblicate, inoltre, non vi è traccia delle preoccupazioni dello staff per gli alti tassi di interesse italiani che, lungi dal facilitare le riforme, ne ostacolano la loro realizzazione proprio per mancanza di accesso ai mercati a costi sostenibili. Ugualmente, non vi è alcuna critica pubblica o semipubblica alla Bce, che, invece, dallo staff Fmi viene percepita come elemento del problema, non della soluzione. Anzi, in ossequio alla volontà tedesca, la Bce viene inserita nella troika che impone e controlla la condizionalità dei Paesi membri dell’euro, un fatto assolutamente inedito nella storia del Fmi e che trova la ferma opposizione degli Stati Uniti. In tutte le pubblicazioni, con l’eccezione – per altro insufficiente – dell’ultimo numero del Fiscal Monitor,  non vi è alcun tentativo di analizzare in forma separata e specifica l’Italia che, invece, viene sempre appaiata alla Spagna o ad altri Paesi periferici. Quest’approccio metodologicamente infondato e politicamente distorto, in quanto i problemi dell’Italia sono diversi dagli altri, nonché molto minori,  continua in questi giorni in cui l’Italia continua a essere associata alla Spagna senza che si faccia chiarezza sul percorso di riforme intrapreso da Roma in una condizione strutturalmente molto più solida rispetto a quella di Madrid.Colpe e assedi – L’Italia è certamente colpevole di disordine economico, per esempio la lentezza delle riforme e l’inconsistenza di gran parte dei politici, partiti e sindacati. Inoltre non possiamo nasconderci che nel 2011 ha perso credibilità in modo totale. Ma i suoi fondamentali sono decenti, ha fatto riaggiustamenti economici, pagati con il sangue del popolo produttivo, come nessuna altra nazione. E, pur se da poco, comincia a tagliare spesa pubblica invece che alzare le tasse ed a valutare, pur ancora timidamente, operazioni patrimonio contro debito. Francamente non si merita uno spread così alto e devastante né tantomeno che le valutazioni del Fmi non riconoscano gli aspetti positivi e specifici della nazione. Si tratta di guerra economica condotta dalla Germania contro l’Italia, per  indebolirla e meglio condizionarla, o  solo di una diversità o di errori analitici, per la loro tipica ansia che distorce le visioni, dei tedeschi? Alcuni indizi fanno propendere per la prima ipotesi, dal momento che sono in atto tentativi di conquista di posizioni di controllo nei settori industriali, dell’energia (Ansaldo) e bancario e forti compressioni della presenza italiana nei mercati esteri.Linea prudente – Il governo Monti non vuole rispondere, e un suo esponente mi ha suggerito di non portare questo tema sulla stampa dopo un primo articolo pubblicato su Il Foglio, perché  sta tentando una strategia non conflittuale di convincimento della Germania, nella paura che Berlino possa «catastrofarci» se la denunciamo e sfidiamo. O preferisce tenere nascosti i difetti di gestione dell’immagine italiana presso il Fmi e altrove? Per questo chiedo alle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa, se possibile in sessione congiunta in quanto il problema è di sicurezza nazionale, di chiamare in audizione chi può dettagliare ed espandere gli indizi qui riferiti per decidere se siamo oggetto di un attacco o meno e se, in caso, il governo sia attrezzato per la giusta difesa. Secondo me la nazione è sotto attacco e dovrebbe reagire con massima durezza e determinazione. Ma è meglio che siano le istituzioni ad accertarlo in modi approfonditi, vigileremo che lo facciano. www.carlopelanda.com libero

Il bunga bunga dei Massoni francesi (by Introvigne)

Venerdì, 28 Gennaio 2011

Paese che vai, scandalo che trovi. Un documentario di un’ora dell’emittente televisiva Canal+ e un dossier di diciotto pagine del settimanale Le Point, che annuncia in copertina le sue scoperte su «I massoni: la mano invisibile», fanno tremare la politica francese. Anzitutto, una parola di cautela. « Le Point è molto letto ma non è certo un settimanale cattolico, e in passato ha cercato scandali – con qualche esagerazione – anche in ambienti piuttosto lontani dalla massoneria. In secondo luogo la massoneria francese – sia del Grande Oriente, sia della Gran Loggia, le due principali «obbedienze» transalpine – è considerata «irregolare» dalla casa madre britannica fin dal secolo XIX perché ammette gli atei e permette le discussioni di politica pratica ed elettorale nelle logge, cose entrambe vietate dagli statuti originali inglesi. La Gran Loggia da anni e il Grande Oriente, che è maggioritario, dal 2010 hanno poi deciso di ammettere a pieno titolo nella massoneria le donne, che rimangono invece escluse dalle logge «regolari» riconosciute da Londra. La massoneria francese ha dunque le sue specificità. Ma una di queste è l’essere riuscita a conservare un’egemonia politica e parlamentare che altrove, Italia compresa, c’era certamente cento anni fa ma oggi non esiste più o traballa. Le Point riferisce che i deputati neo-eletti in Parlamento si vedono chiedere dai veterani della vita parlamentare «E tu dove sei?», e qualche volta ci mettono un po’ a capire che il «dove» si riferisce all’obbedienza massonica dove ogni uomo politico – e donna – che si rispetti si suppone frequenti la sua loggia. Un altro episodio riguarda l’unico dirigente non massone di una grande multinazionale francese che alla fine si è deciso a confessare ai suoi capi di non essere iniziato in nessuna massoneria. «Sono stati molto comprensivi - racconta - ma mi hanno consigliato di affiliarmi rapidamente per instaurare un vero clima di fiducia con i grandi clienti e anche con i colleghi». Il documentario e il dossier fanno l’elenco dei massoni noti – ma c’è certamente anche chi riesce a nascondersi – nell’attuale governo francese: il ministro dell’Interno, dell’Economia, delle Finanze, degli Affari Sociali, della Cooperazione con il Parlamento, della Cooperazione internazionale… E il vero punto di riferimento della massoneria francese, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente Alain Bauer, occupa il posto delicatissimo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nicolas Sarkozy, oltre a presiedere un numero impressionante di enti e comitati. Per non parlare della magistratura, dove i massoni sono così onnipresenti che gli specialisti ricostruiscono anche le polemiche interne ai giudici come scontri fra Grande Oriente e Gran Loggia. E anche qualche «bunga bunga» che ha coinvolto magistrati massoni, sempre a credere ai maligni, sarebbe stato insabbiato grazie alla rete di protezione delle logge. Molto spazio è giustamente dedicato al Ministero dell’Educazione, feudo massonico  fin dall’Ottocento, cogestito da sempre con i grandi sindacati degli insegnanti che si considerano depositari della sacra fiaccola del laicismo e del dovere di strappare i giovani fin dalla più tenera età al «potere clericale». Un ministro non massone, capitato lì quasi per caso, ha dovuto rapidamente togliere il disturbo. Il dossier ricostruisce in modo quasi esatto la posizione della Chiesa Cattolica, che con la «Dichiarazione sulla massoneria» del 1983, firmata dall’allora cardinale Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e controfirmata dal venerabile Giovanni Paolo II (1920-2005), tuttora vigente, ha confermato il divieto assoluto per i cattolici di aderire a qualunque massoneria, senza possibilità di deroghe da parte di sacerdoti, vescovi o conferenze episcopali, affermando che i massoni sono sempre da considerarsi «in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Naturalmente, non manca neppure il consueto frate francese che contesta il Magistero e si mostra tollerante con chi non obbedisce, ma almeno quello che il Papa insegna in tema di massoneria è presentato per una volta correttamente. I massoni, inoltre, non vincono sempre. Neppure in Francia. La madre di tutte le battaglie politiche per la massoneria francese, a credere a queste fonti, sarebbe stato il tentativo di far cadere il primo ministro non massone François Fillon sostituendolo con il massonissimo Jean-Louis Borloo, un anticlericale fanatico, in vista tra l’altro del dibattito parlamentare sull’eutanasia. Battaglia persa. Sarkozy ha sostenuto Fillon, che si è prontamente schierato contro l’eutanasia. m. introvigne bussola quotodiana

Perchè i filippini non mendicano?

Mercoledì, 6 Ottobre 2010

sono tornati i mendicanti per strada a roma. ennesimo fallimento della amministrazione di alemanno, troppo preso a crearsi un futuro nazionale per occuparsi del quotidiano della capitale. i mendicanti, a roma, sono rom e dell’europa dell’est. non ci sono filippini e cinesi. eppure si tratta di due delle più grandi comunità straniere di roma. come mai? siamo così sicuri che dietro ad alcuni comportamenti non ci sia una cultura etnica? perchè le comunità reagiscono differentemente alla povertà? e perchè alcune comunità riescono a trovare lavoro? (a proposito della decisione della francia di espellere i rom criticata dalla ue) temis

Al Qaeda non esiste più (by Servizi segreti francesi)

Martedì, 5 Ottobre 2010

Al Qaeda non esiste più dal 2002. Lo sostiene il capo dei servizi segreti francesi al Senato della repubblica francese, il 29 gennaio scorso. Dice Allain Chouet, già capo della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure, il controspionaggio francese):  Il 29 gennaio 2010 la Commissione Affari Esteri convoca Allain Chouet, già capo della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure, il controspionaggio francese, ndr) per dare una sua valutazione sul ‘Medio Oriente nell’ora del nucleare’. Ecco come esordisce monsieur Chouet: ‘Come molti miei colleghi professionisti nel mondo, ritengo, sulla base di informazioni serie e verificate, che Al Qaeda sia morta sul piano operativo nelle tane di Tora Bora nel 2002… Sui circa 400 membri attivi dell’organizzazione che esisteva nel 2001, meno di una cinquantina di seconde scelte (a parte Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri che non hanno alcuna attiduine sul piano operativo) sono  riusciti a scampare e a scomparire in zone remote, vivendo in condizioni precarie, e disponendo di mezzi di comunicazione rustici o incerti’”. “Non è con tale dispositivo che si può animare una rete coordinata di violenza politica su scala planetaria. Del reso appare chiaramente che nessuno dei terroristi autori degli attentati post-11 settembre (Londra, Madrid, Sharm el-Sheikm, Bali, Casablanca, Bombay, eccetera) ha avuto contatti con l’organizzazione. … Tuttavia, si deve constatare che tutti, a forza d’invocarla ad ogni occasione e spesso fuori proposito, appena un atto di violenza è commesso da un musulmano, o quando un musulmano si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato, o anche quando non ci sono musulmani affatto (come negli attentati all’antrace in USA), a forza d’invocarla di continuo, certi media o presunti ‘esperti’ di qua e di là dell’Atlantico, hanno finito non già di resuscitarla, ma di trasformarla come quell’Amedeo del commediografo Eugene Ionesco, quel morto il cui cadavere continua a crescere e a occultare la realtà, e di cui non si sa come sbarazzarsi”. (tratto da s. manfredi la funzione della televisione effedieffe.com)

De Gaulle, l’antipolitica sale della democrazia

Lunedì, 3 Maggio 2010

o5CFXBbw8g1ojr892g4mxMAJo1_500A poche settimane di distanza dall’anniversario dell’appello lanciato dalla Bbc di Londra, il 18 giugno 1940, con cui Charles de Gaulle invitava la Francia a non piegarsi alla «strana disfatta» infertale dalle armate hitleriane, è doveroso fare un bilancio della fortuna che questa personalità registrò presso la classe politica e intellettuale del nostro Paese. Il capo di «France libre» fu, infatti, il creatore di una forma politica che si propose di correggere i vizi della «democrazia latina» attraverso le due importanti riforme costituzionali del 1958 e del 1962. Queste ampliavano il potere del Capo dello Stato, attribuendogli potere esecutivo e iniziativa referendaria, e ne subordinavano l’elezione non ad una votazione parlamentare ma al suffragio diretto di tutta la popolazione francese. Di questa trasformazione, fu testimone oculare Giovanni Spadolini in una serie di articoli pubblicati, tra 1958 e 1964, che mettevano in evidenza la massiccia adesione alla «ricetta de Gaulle». La presa di potere gollista non era stata, sosteneva Spadolini, né una rivoluzione solitaria né un golpe bianco, propiziato dalla destra conservatrice e reazionaria. Dopo il voto a favore del Generale nelle elezioni presidenziali del dicembre 1958, accanto a lui si collocarono cattolici di vario orientamento, socialisti riformisti, radicali della vecchia guardia, uomini della destra liberale. Contro de Gaulle si posizionò compattamente il solo Pcf, seguito dalle forze della sinistra italiana che si diffusero in apocalittiche esternazioni relative al suo avvento sulla scena politica: la «minaccia grave» all’ordine repubblicano, denunciata da Paietta su l’Unità, la sconfitta della democrazia proclamata sull’Avanti, l’allarmante parallelismo tracciato con il bonapartismo dai socialisti, le preoccupazioni espresse da Saragat per un «esito fascista» dell’avventura gollista. Tra gli anni 1961 e 1968, l’ipotesi di un «gollismo all’italiana» diveniva invece un modello di riferimento per coloro che, a destra o al centro, si opponevano all’apertura a sinistra della Dc e contemporaneamente domandavano una revisione dell’impianto costituzionale. Nel Msi, in particolare, de Gaulle fu visto come l’unico baluardo contro l’avanzata comunista e il suo modello di «governo governante» venne considerato la carta vincente per risolvere la crisi politica italiana, in una prospettiva presidenzialista che non fu mai abbandonata da questo schieramento prima del recentissimo ritorno di Gianfranco Fini ai ludi parlamentari della vecchia politica politicante. Anche altre forze, inserite nel cosiddetto «arco costituzionale», individuarono nel gollismo l’esempio da seguire per attuare una necessaria stabilizzazione del quadro politico italiano. Si apriva, in questo modo, la strada per le modifiche della Costituzione del 1948 e la Quinta Repubblica francese diveniva una semplice variante del modello democratico occidentale nell’analisi di politologi di formazione laica e liberale, come Salvatore Valitutti e Giuseppe Maranini, egualmente ostili ai mali della partitocrazia. Fu soltanto nel 2003, con la pubblicazione del volume di Gaetano Quagliariello, De Gaulle e il gollismo (Il Mulino), che si arrivò tuttavia a un’analisi della biografia politica del Generale priva di pregiudizi ideologici, concentrata sull’esame del progetto gollista di costruire una «democrazia sovrana», ma non autoritaria, rispettosa della separazione dei poteri eppure incentrata sull’iniziativa del presidente della Repubblica, da cui dipendeva la facoltà di sciogliere le Camere e di indire i referendum. La vicenda politica di de Gaulle veniva inserita da Quagliariello in un ampio quadro che sottolineava la trasformazione delle varie «famiglie politiche» del secondo Dopoguerra, le quali confluirono in una struttura politica modernizzatrice guidata e resa possibile da de Gaulle. Su questa stessa linea si è posto il volume di Donatella Campus, L’antipolitica al governo (Il Mulino, 2006), che accomuna tre outsiders della politica, de Gaulle, Reagan e Berlusconi, egualmente estranei al «palazzo» e alle sue regole, ma capaci di imporsi facendo leva sul consenso popolare. L’antipolitica, nata come linguaggio di opposizione al sistema dei partiti è riuscita a diventare, nel gollismo, nel reaganismo, nel berlusconismo, il mezzo per governare nel lungo periodo, essendo essa in grado di rappresentare vasti obiettivi strutturali e di abbattere i tradizionali steccati che dividono i governanti dai governati.
Da questa mission emerge chiaramente una visione del fare politica non più «professionale», secondo la vecchia definizione di Max Weber. Per de Gaulle, come per Berlusconi, la fonte del potere è carismatica e legale allo stesso tempo. Da una parte, il leader si caratterizza per le sue doti e le sue azioni. Dall’altra, deve però trarre la sua legittimazione dal suffragio universale, escludendo altri intermediari. Consequenziale a questa visione della legittimità e della sovranità è la scelta di procedere alla riforma costituzionale attraverso un referendum popolare. La predilezione per questo strumento della democrazia diretta si basa sulla fiducia nella saggezza della gente comune contrapposta alla malafede dei partiti e delle élite politiche, molto spesso più preoccupati di garantire le loro rendite di posizione che l’interesse comune. Non casualmente, infatti, se il presidente francese Georges Clemenceau, durante il primo conflitto mondiale, aveva sostenuto che «la guerra era cosa troppo seria per lasciarla fare ai militari», de Gaulle, nel corso della sua lunga attività di governo, aveva spesso aggiunto che «la politica era affare troppo importante per abbandonarla nelle mani dei politici».
eugeniodirienzo@tiscali.it

giornale.it

La guerra delle donne alla corte di Sarkozy

Giovedì, 5 Novembre 2009

Attriti tra prime donne alla corte dell’"imperatore" Sarkozy. La più bersagliata? La  bellissima Rama Yade, segretario di Stato allo Sport, accusata dalle colleghe di governo di correre troppo da sola. Due i duelli in corso. Il primo con il suo ministro della Salute, Roselyne Bachelot. L’altro con la collega alla Famiglia, Nadine Morano. L’indomita e giovane Rama ha sfidato la Bachelot difendendo a spada tratta alcuni vantaggi fiscali per sportivi di alto livello che la ministra invece voleva abolire. Ne è nato uno scambio duro.

Per la ministra, queste esenzioni "non hanno impedito la fuga in massa all’estero dei giocatori della Première Ligue". Mentre per Rama Yade il DIC (diritto all’immagine collettiva) alla base dei vantaggi fiscali "ha dimostrato la sua efficacia poiché ha permesso di trattenere o di far tornare in Francia alcuni giocatori professionisti". Ma nel braccio di ferro vince il più forte: la ministra, sostenuta dal collega al Bilancio, Eric Woerth, ha ottenuto ieri il taglio dei contributi da parte dell’Assemblea nazionale con 88 voti a favore e 22 contro.

(continua…)

Bomba nell’Air France: nascosta la lista dei bagagli, la verità è lì dentro

Lunedì, 8 Giugno 2009

Di tutti i familiari delle 228 vittime dell’AF447 sono i più agguerriti ma solo perché sono rimasti ancora fisicamente uniti. E mai come in questi casi l’unione fa la forza, almeno dal punto di vista psicologico. Sono i parenti e i familiari delle 58 vittime di nazionalità brasiliana, tutti ancora alloggiati all’hotel Windsor di Rio de Janeiro, anche se tra breve dovranno traslocare in un luogo ancora imprecisato perché per loro non c’è più posto.

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Bruni hard: rubate foto e video dal pc dell’ex compagno

Mercoledì, 29 Aprile 2009

Foto di famiglia, immagini private e alcune osè. Un computer contenente le immagini di Carla Bruni è stato rubato dall’appartamento parigino di Julien Enthoven, fratello minore dell’ex compagno dell’attuale Premiere Dame francese. Lo hanno reso noto fonti della polizia parigina.

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La differenza tra Obama e Sarkozy – foto

Sabato, 18 Aprile 2009

(continua…)