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Stesso sesso, nè coppia nè famiglia

Venerdì, 14 Ottobre 2011

«Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso l’avvenire». Sono le parole di monsignor Tony Anatrella (nella foto), accademico francese, psicanalista e specialista di fama internazionale in psichiatria sociale. Docente delle Libere facoltà di filosofia e psicologia di Parigi e del Collège des Bernardins, già consulente del Pontificio Consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, domani sarà a Brescia in qualità di relatore al convegno dal titolo Famiglia= maschio+femmina?Ideologia di gender e natura umana. L’incontro si svolge a partire dalle 9.00 presso il Centro Pastorale Paolo VI ed è promosso dagli uffici Famiglia e pastorale della salute della Diocesi di Brescia insieme al Gruppo Lot, Alleanza cattolica, gruppo AGAPO, Obiettivo Chaire e Scienza e Vita Brescia. Il convegno si propone di riflettere sulla negazione della differenza tra uomo e donna, sul diritto a tutti i costi di scegliere il proprio orientamento sessuale, il tipo di coppia e i ruoli genitoriali ai quali ciascuno può aspirare.Monsignor Anatrella, ha ancora senso oggi considerare la coppia nucleo originario della famiglia, come composta da un maschio e una femmina? Oppure questa non è altro che una delle possibili opzioni tra diversi tipi di “coppia”?
«Nel momento in cui riflettiamo sulla coppia e la famiglia, dobbiamo tener conto della realtà delle cose. Gli uomini e le donne esistono e, di fatto, la loro presenza e la loro relazione hanno già un senso: sono i soli che formano una coppia dal momento che sono diversamente sessuati. Non ci sono che due identità: quella dell’uomo e quella della donna, non ne esistono altre a meno di non confondere l’identità sessuale, di fatto maschile e femminile, con degli « orientamenti sessuali», ossia dei desideri. Chi è attratto da persone dello stesso sesso ha adottato un’attitudine che è la conseguenza della storia che ha vissuto, dell’organizzazione della sua vita affettiva che manifesta come alcune fasi dello sviluppo psicologico non siano state affrontate. Si tratta di casi particolari che sono sempre esistiti e che dobbiamo approcciare con attenzione, stima e intelligenza. Tuttavia la questione che si pone oggi è quella di sapere se la vita coniugale e familiare può definirsi in rapporto all’omosessualità, in altre parole: possiamo approcciare l’omosessualità sul piano sociale nello stesso modo in cui l’approcciamo sul piano individuale? La risposta è: no.Viviamo in un momento storico di grande confusione di pensieri, sentimenti e relazioni, in cui tutto risulta ingarbugliato, senza le distinzioni razionali che invece sono necessarie. Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso sono in una relazione speculare e dentro il diniego dell’alterità sessuale, esse non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso il futuro. In quanto tali, maschio e femmina aprono all’avvenire indipendentemente e aldilà dell’ essere procreatori, sono all’origine della storia. Un uomo e una donna che si sposano e formano una famiglia portano gioia e buonumore alle proprie famiglie d’origine, agli amici e alla società. Con loro e grazie a loro la vita continua, mentre intorno ci vengono proposte alternative che sono fuori dalla logica dell’alleanza, della generazione e della trasmissione, quest’ultime sono delle soluzioni narcisistiche che portano ad un vicolo cieco».Il pensiero dominante cerca di convincerci che i concetti di «madre» e «padre» siano di fatto soltanto delle convenzioni culturali e che gran parte dei problemi delle famiglie possa essere risolto suddividendo i compiti tra i genitori. La maternità e la paternità sono davvero funzioni sociali intercambiabili?«Si tratta di una visione semplicistica. Siccome non sappiamo più fare la distinzione tra uomini e donne, non siamo più in grado di dire cosa siano davvero maternità e paternità. Viviamo in una società matriarcale in cui il modello dominante è quello della donna e della mamma, gli uomini sono invitati ad allinearsi a questo archetipo recitando la parte della «mamma bis», come ho scritto nel mio libro La differenza vietata, edito da Flammarion, il padre deve confondersi con la madre e riproporre la sua immagine. Ora, il padre non è materno, nemmeno quando si occupa del nutrimento del figlio, è paterno. Per questo è più indicato che il bimbo venga nutrito dalla mamma ed sia tenuto in braccio da lei, soprattutto nei primi mesi di vita, periodo in cui il bimbo acquista fiducia staccandosi progressivamente da chi lo ha tenuto nove mesi in grembo. Intendiamoci, il padre può certamente occuparsi di lui e fornire tutte le cure necessarie, ma siccome il bambino è stato nel grembo della madre, quando nasce sviluppa un contatto corporale unico con lei, ha ancora bisogno della mamma per sentirsi al sicuro e svilupparsi a sua immagine. Poi, progressivamente, imparerà a differenziarsi grazie alla presenza del padre. Il papà e la mamma non hanno le stesse funzioni : la mamma protegge, stimola il bambino attraverso il linguaggio e lo risveglia affettivamente, mentre il padre, che è di sesso differente rispetto alla mamma, differenzia il bambino, gli svela la sua identità e il significato delle leggi del mondo, per questa ragione l’uno e l’altra sono complementari. Il discorso sulla divisione dei compiti è molto ambiguo e rischia di sfociare in conflitti, che nel contesto della famiglia ognuno possa portare il proprio contributo è senz’altro una cosa vera e buona, ma l’idea che i ruoli possano essere intercambiabili non è realista».Le teorie di genere affermano che  non esistono una natura femminile e una maschile, ma semplicemente un corpo che non è determinante per l’identità sessuale…«Siamo in pieno idealismo. Queste teorie sviluppano una falsa nozione di natura che non vuole riconoscere che c’è una struttura femminile o maschile dalla quale uomini e donne dipendono. I teorici del gender sono nella negazione del corpo quando Judith Bulter afferma che «il corpo è una materia neutra», non nel senso che esso risulta flessibile alla volontà, che gli riconosce dei limiti, ma nel senso che diventa possibile collocarlo dentro identità diverse e varie: quella dell’uomo, quella della donna, dell’omosessuale, del transessuale e altri. La psicanalisi freudiana lo ha dimostrato ma anche l’esperienza di ciascuno di noi lo prova: l’uomo e la donna sviluppano la propria psicologia in estensione all’interiorizzazione del proprio corpo sessuato. Si tratta di un riflesso fisico che opera durante l’infanzia e l’adolescenza mentre il soggetto si scopre e si accetta.Tuttavia ci sono dei casi individuali in cui dei soggetti non accettano il proprio corpo mentre alcuni altri sono convinti che la natura abbia sbagliato. Il loro corpo autentico è rappresentato dall’idea che si fanno, che non corrisponde alla loro realtà personale: il corpo immaginato è quindi estraneo al corpo reale. Ora, l’uomo e la donna dipendono da un’identità sessuale di fatto, essa è un’eredità che ognuno è chiamato a integrare nella propria vita psichica. La società attuale non favorisce questo lavoro perchè a tratti esalta e a tratti disprezza il corpo. Le mode ne sono il riflesso: tatuaggi e piercing danno l’illusione di avere un corpo diverso, questo è il sintomo della difficoltà ad accettare e accogliere il proprio corpo. In un mondo che presenta il corpo attraverso orrori e mostri, noi invece rimarchiamo la bellezza e l’importanza del corpo umano è che la persona stessa».Nel contesto attuale la tendenza è quella di lasciarci intendere che ciascuno ha il diritto di scegliere il proprio orientamento sessuale, ci sono dei rischi in questo ?«Questa concezione che si innesta sulla teoria di genere è frutto delle associazioni omosessuali. Appare piuttosto significativo osservare che la maggior parte delle nozioni che definiscono l’organizzazione della psicologia sessuale si trovano ad essere invertite, per esempio si parla di «orientamento sessuale» dove fino a poco tempo fa si parlava di desideri. Questo cambio lessicale è una manipolazone del linguaggio volta ad attribuire un carattere ontologico agli orientamenti sessuali, si cerca un’origine genetica, neurologia e ormonale per affermare che l’omosessualità e la transessualità sono del tutto naturali. Questi orientamenti hanno invece un’origine più complessa. Curiosamente, per tornare alla domanda precedente, si accetta il concetto di natura esteso in senso biologico ma si rifiuta il concetto di natura nel senso filosofico o psicologico del termine. Semplicemente, un «orientamento sessuale» non si sceglie, esso si impone perchè la sua origine è incosciente. Detto altrimenti nel momento in cui l’«orientamento sessuale» viene cercato come fine a se stesso, indipendentemente dall’identità sessuale, esso è sintomo di un problema psichico».Si parla molto di matrimonio in crisi. Oggi la maggior parte delle persone di fronte ad una crisi di coppia pensa al modo indolore per separarsi o divorziare invece di interrogarsi sul modo giusto per affrontare le difficoltà e superarle, perchè?«Molti, soprattutto fra i più giovani, non sanno fare coppia. Sono in grado di provarci, di avere esperienze sentimentali precarie, avere avventure sessuali, ma non sempre sanno come portare avanti una relazione. L’erotizzazione rapida dei rapporti costituisce spesso un serio handicap per avere une visione globale della propria persona, dell’altro e dell’avvenire. Di fronte a numerosi fallimenti, la tendenza è quella di smettere di credere all’amore anche se, in realtà, molti non l’hanno mai vissuto. Hanno vissuto esperienze sentimentali e sessuali, ma un esperienza dell’amore implica caratteristiche particolari e differenti.Questo è così vero che la generazione attuale non è in grado di affrontare le crisi, i conflitti e le incomprensioni relazionali, la maggior parte delle volte i giovani non sanno scegliere il partner e dunque la relazione non dura. Anche la convivenza, simbolo apparente di una relazione adulta, si gioca in terreno equivoco: siamo insieme ma senza impegnarsi. Le relazioni dunque restano superficiali e si organizzano principalmente attorno alla vita domestica e all’impiego del tempo senza progetti a lungo termine, per questo può finire in qualunque momento. Una volta sposati sono in molti a incontrare le stesse difficoltà perchè la cultura non ci insegna a fare coppia tra uomo e donna, essa ci propone piuttosto come riferimento il modello di coppia adolescente in cui rapidamente si arriva al punto di lasciarsi, senza riflettere, ecco perchè spesso ho parlato di società adolescentrica. Il divorzio è un autentico flagello che crea insicurezza nella società, che si infantilizza sempre di più. Agevolandolo, la società perde il senso del fidanzamento, dell’affrontare le tappe della vita di coppia e dell’affrontare e risolvere le crisi. Non è che un modo di prolungare l’infanzia, in cui gli adulti sembrano compiacenti perché essi stessi non sembrano in grado di diventare maturi».Quali sono le condizioni per una relazione autentica e duratura ?«Una relazione autentica implica che l’uomo e la donna abbiano riflettuto e siano preparati a vivere all’interno di un quadro sociale di grandi contraddizioni. I giovani s’abituano a vivere da soli, organizzano la loro vita affettiva nell’autosufficienza della psicologia del celibato, e poi sperimentano la difficoltà di fare poso all’altro, vanno supportati. Ultimamente ha preso piede una moda che vuole che  le giovani spose, una volta la settimana, escano tra amiche come ai bei tempi dell’adolescenza, ma questa abitudine certamente non favorisce lo sviluppo della coppia.Il discorso sociale che confonde il maschile e il femminile fa in modo che l’uomo e la donna non sappiano tener conto della psicologia differente del coniuge. I due proiettano semplicemente sull’altro  le proprie categorie e i propri modelli di pensiero. L’uomo immagina che la donna funzioni psicologicamente come lui e viceversa, questo è l’origine di tutti i malintesi.Affinchè il matrimonio duri, sono necessarie alcune condizioni psicologiche e spirituali: bisogna avere il desiderio di impegnarsi in un progetto comune, in funzione di questo impegno liberamente assunto verranno trattati i problemi relazionali. Il mito della trasparenza in cui ci si dice tutto è un’illusione, una falsa verità, non si tratta di mentire o ingannare l’altro, ma di mantenere la distanza necessaria per favorire una relazione in autentica verità. Inoltre il senso della fedeltà è un’altra componente indispensabile nel matrimonio, perchè niente di duraturo può vedere l’atto sessuale dissociato dall’impegno amoroso. Infine, in una prospettiva cristiana, la relazione coniugale radicata nell’amore è più strutturata rispetto a quella che si basa unicamente sui sentimenti o sull’attrazione sessuale dal momento che essa si deve nutrire nell’amore per rinforzare la relazione. La fonte dell’amore è in Dio che ne fa una ricchezza inesauribile per chi si impegna in nome Suo. Le coppie formate da un uomo e una donna sono l’avvenire della società».di Raffaella Frullone (brani dell’intervista di R. Frullone labussolaquotidiana

La lobby gay all’assalto dell’ONU

Lunedì, 27 Giugno 2011
tumblr_ln3bpzZNrO1qctyjdo1_1280Alle Nazioni Unite si scalda il dibattito attorno all’identità di genere e un documento, approvato il 17 giugno, segna un passo ulteriore verso il riconoscimento giuridico a livello internazionale delle unioni omosessuali, del cambiamento di sesso, delle adozioni.Si tratta di una «Risoluzione in tema di diritti umani, orientamento sessuale e identità di genere» varata dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Nella testo è contenuta la richiesta di uno studio che «documenti leggi, pratiche discriminatorie e atti di violenza basati su orientamento sessuale e identità di genere». Il documento inoltre stabilisce che i risultati di questo studio debbano essere presentati alla 19esima sessione del Consiglio dei diritti umani, prevista in autunno. Questo di fatto potrebbe costituire la premessa per un’equiparazione a livello giuridico internazionale della famiglia con i nuclei composti da persone dello stesso che poi i singoli Stati membri sarebbero tenuti a recepire.E’ un passo importante per la realizzazione dei cosiddetti “Principi di Yogyakarta”, contenuti in un contestato documento, presentato a Ginevra nel marzo 2007 alle Nazioni Unite da una Commissione internazionale di giuristi e 29 esperti internazionali di diritti umani tra cui Mary Robinson, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 1997 al 2002. Il testo in sostanza propone l’applicazione del diritto internazionale alla luce dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere e punta ad includere le operazioni di modifica del genere e la libera espressione sessuale dei bambini tra i diritti umani riconosciuti. In particolare i “Princìpi di Yogyakarta” analizzano 29 diritti già vincolanti nel diritto internazionale – come il diritto alla vita, all’educazione e alla libertà dalla tortura – reinterpretandoli uno ad uno in chiave omosessuale. Il criterio di fondo è che «la legge internazionale sui diritti umani  impone un’assoluta proibizione di discriminazione riguardo al pieno godimento di tutti i diritti umani», per cui tutti gli Stati sarebbero per legge tenuti a  modificare le loro legislazioni in modo da adottare eventuali nuovi diritti legati al riconoscimento giuridico dei legami omosessuali, al cambiamento di genere, e anche eventualmente anche all’adozione di bambini.Non a caso la risoluzione approvata il 17 giugno – con 23 paesi favorevoli, 3 astenuti e 19 contrari – richiama i principi contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a Parigi nel 1948, in particolare il secondo articolo: «ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione» ed esprime «grave preoccupazione per gli atti di violenza e discriminazione, in tutte le regioni del mondo, commesse ai danni di individui a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere».Di conseguenza per il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, quella firmata a Ginevra rappresenta «un’occasione storica per mettere in luce le violazioni dei diritti umani subite da lesbiche, gay, bisessuali e transgender in tutto il mondo poiché – ha aggiunto la ex first lady – si tratta di un passo importante verso il riconoscimento dei diritti dell’uomo come diritti universali».Ma questo entusiasmo non è condiviso da molti paesi – soprattutto africani e islamici – che contestano  appunto l’introduzione del concetto di “identità di genere” nei documenti legislativi internazionali. L’Organizzazione della conferenza islamica, che rappresenta 56 paesi del Medio Oriente,  Africa, Asia centrale e Subcontinente indiano, ha espresso preoccupazione sull’inclusione  di «nozioni prive di basi nella legislazione internazionale e negli standard internazionali legali dei diritti umani». Gli fa eco il Bahrein secondo cui «questo è un tentativo di creare nuovi standard e nuovi diritti travisando l’esistenza dei diritti umani standard». Dello stesso avviso anche la Nigeria i cui rappresentanti diplomatici, prima di votare no alla risoluzione, hanno accusato il testo di voler “porre il comportamento degli uomini al di sopra degli strumenti internazionali”.In effetti sdoganare a livello internazionale il concetto di “identità di genere” significa qnato meno avallare quanto sostenuto da alcune correnti di pensiero secondo cui il genere sessuale non sia determinato biologicamente, ma sia invece il frutto di una consapevolezza, di una percezione interiore che puo’ condurre una persona a sentire di appartenere ad un genere differente rispetto, appunto, a quello biologico. Non solo, significherebbe renderlo un precedente importante a livello legislativo e non solo.Convenzionalmente si fa risalire l’introduzione del termine “identità di genere” allo psicoanalista americano Robert Stoller n(1925 -1991), insegnante di psichiatria all’Università della California a San Francisco, che per la prima volta ne parla al Congresso internazionale della psicoanalisi nel 1963 e due anni dopo fonda a Los Angeles la “Clinica per l’Identità di Genere”. Tuttavia le sue teorie, e teorie affini, dalla metà del secolo scorso vengono riproposte e riadattate in diverse salse, anche sull’onda del femminismo e del clima di libertinaggio del sessantotto, da un numero crescente di medici, psicologi e sociologi che aprono la via al relativismo di genere, che però al momento non può contare su un riconoscimento giuridico solido a livello internazionale.Contro questo approccio ideologico è stata appena presentata una ricerca, che a breve sarà consegnata all’Onu,  che riafferma al contrario come il genere sia di fatto fondato unicamente sulla biologia di uomini e donne e che il concetto di “identità di genere” sia contrario alla struttura anatomica e biologica.  Gli autori sono sono Richard Fiztgibbons, psichiatra e direttore dell’Istituto per la terapia di coppia di Filadelfia, Pihilip Sutton, psicoterapeuta che risiede in Michigan e dirige la pubblicazione “Sessualità umana” e Dale O’Leary, autrice di “The gender agenda”. Essi approcciano il problema da una prospettiva medica e biologica secondo cui il genere umano è unicamente una questione di composizione genetica e spiegano che «L’identità sessuale è scritta in ogni cellula del corpo e può essere determinata attraverso il test del Dna. Non può in nessun caso essere cambiata».In particolare lo studio si concentra sulla “psicopatologia della riappropriazione del sesso attraverso la chirurgia” e la definisce categoricamente inappropriata dal momento che propone una soluzione chirurgica ad un disordine psicologico. «Le discordanze sessuali di questi individui e le loro esperienze individuali non derivano dal fatto che sono nati “nel corpo sbagliato” ma sono il frutto di disordini e ferite profonde nonchè di problemi psicologici importanti».La ricerca arriva sul tavolo delle Nazioni Unite dunque in un momento decisamente caldo per il dibattito sull’identità di genere. Il timore, per i non firmatari della risoluzione, è che l’introduzione giuridica di questo termine non sia altro che una porta aperta verso un cambiamento sociale e culturale atto a scardinare i principi della legge naturale che stanno alla base delle costituzioni di molti paesi membri. Un timore su un “non detto”, si potrebbe obiettare, ma di fatto a rendere esplicito l’obiettivo del documento sono le parole con cui la sezione italiana di Arcigay ha accolto lo stesso «La risoluzione – commenta il presidente Paolo Patané – segna un progresso significativo nella lotta per i diritti lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e trans) e pone il Parlamento italiano di fronte ad un bivio. Chiediamo a Parlamento e Governo una accelerazione netta nella piena parificazione dei diritti dei cittadini italiani con il matrimonio gay, la lotta alle discriminazioni sul lavoro e l’estensione della Legge Mancino ai reati di omofobia. Auspichiamo che il Governo prenda immediatamente atto della risoluzione ONU e ritiri le pregiudiziali che vorrebbero affossare la Legge contro l’omofobia». r.frullone labussolaquotidiana

La pillola del 5 giorno: un grande inganno culturale

Venerdì, 17 Giugno 2011
Il Consiglio superiore di sanità ha detto sì. L’organo consultivo del ministero della Salute ha espresso un parere favorevole per l’introduzione della “Pillola dei 5 giorni dopo” nel nostro Paese, specificando che non si tratta di un abortivo, ma di un contraccettivo d’emergenza. Se si fosse trattato di un abortivo il farmaco sarebbe dovuto risultare in linea con quanto stabilito dalla legge 194, che regola l’aborto.Già approvata dall’Ema, l’agenzia europea del farmaco, e in commercio in Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, la pillola agisce dopo il concepimento impedendo l’annidamemento dell’embrione nell’utero.Ma in questo caso, possiamo parlare di contraccettivo? Lo abbiamo chiesto a Bruno Mozzanega, ginecologo alla clinica ostetrica universitaria di Padova e autore di “Da Vita a Vita- Viaggio alla scoperta della riproduzione umana” (Seu editore).«Certamente no,  per una ragione semplice. L’aborto impedisce ad un individuo concepito di venire alla luce, interrompe una gravidanza in atto. La contraccezione, al contrario, per essere tale deve deve impedire il concepimento e così prevenire la gravidanza. I rapporti che possono portare al concepimento  avvengono nel periodo fertile della donna, vale a dire i 4 o 5 giorni che precedono l’ovulazione. Se c’è un rapporto fertile in questi giorni, magari proprio a ridosso della ovulazione, e il farmaco può essere efficacemente assunto fino a cinque giorni dopo, è evidente che il suo effetto si palesa dopo il concepimento. In questo modo impedisce che un essere umano già concepito si annidi in utero e possa vivere».Dunque come è possibile che un organo ministeriale lo cataloghi come «contraccettivo»?
«Si tratta di un inganno culturale. Il mondo scientifico, tramite alcune delle sue associazioni più rappresentative, pretende di stabilire che la gravidanza inizi solamente dopo l’impianto, ma come è facile intuire la vita inizia prima. La legge 405 del 1975, che istituisce i consultori familiari e definisce i contorni della procreazione responsabile, la finalizza alla tutela della donna e del prodotto del concepimento, il concepito che emerge dall’incontro di uovo e spermatozoo e che in quel preciso istante inizia a vivere. Siamo in presenza di un tentativo di svalutare la vita dell’embrione prima del suo impianto e di consentirne l’eliminazione facendo rientrare il tutto nell’ambito della “contraccezione” ».In realtà, qualora il farmaco dovesse essere adottato, sarà somministrato soltanto dopo che la donna avrà effettuato un test di gravidanza. E il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, ha definito questa procedura «un paletto importante»…«Questo rende ancora più palese la contraddizione. Mi spiego. Innanzitutto dobbiamo chiarire che il test di gravidanza è in grado di rilevare una gestazione in atto grazie all’hCG ossia la gonatropina prodotta dall’embrione al fine di mantenere nell’utero le condizioni indispensabili al proprio sviluppo, ma essa si rileva solo 7-8 giorni dopo il concepimento, non certo nei 5 giorni successivi ad un rapporto potenzialmente fertile. Dunque non siamo in presenza di nessun paletto. Credo che il sottosegretario Roccella tema piuttosto il rischio che molte donne ricorrano a ellaOne come sostitutivo della RU486, con la quale condivide molte affinità di azione, e dunque a gravidanza già diagnosticata. Produrre il test dovrebbe scongiurare questo abuso, ma nulla vieta alla donna di attendere prima di assumerla, o di farsene una riserva da utilizzare al bisogno. D’altra parte,  questo non fa che confermare che siamo in presenza di un farmaco in grado di determinare l’aborto».Il presidente emerito del Pontificio Consiglio per la vita, mons. Elio Sgreccia, ha parlato di «aborto dalla raffinata malizia»…« E io lo ribadisco, si tratta di un grande inganno culturale. Mi preoccupa certamente che le ragazzine o le donne assumano questa pillola, ma ancora più grave è che le stesse vengano indotte ad usarla, tranquillizzate da una informazione artatamente falsa, senza sapere. E’ evidente che si tratta di un inganno perché il concepito è vivo. I morti non vanno da nessuna parte, e certo non si annidano in nessun utero». r.frullone labussolaquotidiana

La vera trasgressione è la castità

Venerdì, 15 Aprile 2011
E se la forma più originale di trasgressione sessuale fosse la castità? E se tornasse ad essere di moda?Lo spunto per riflettere su quella che gran parte del mondo non solo non considera una virtù, ma anzi un vetusto e anche un po’ retrogrado retaggio del passato ce lo regala la vicenda di una donna ricchissima e bellissima, Kathleen Pratt, che sembrava avere avuto tutto dalla vita. Invece…“Vivo in una villa lussuosa, guido una Cadillac, come vedete indosso diamanti e gioielli, ma sono qui per dirvi che tutto questo non conta veramente niente”. Bionda, slanciata, perfettamente pettinata e truccata, Kathleen Pratt incontra gruppi di adolescenti ogni due settimane nelle vicinanze delle cascate del Niagara e non usa mezzi termini: “Vi sembra antiquato essere vergini, suona old fashioned? Bè, forse dovreste ricredervi perché non solo essere vergini è un punto a vostro favore,  ma vi mette nella condizione di dare e ricevere il meglio nelle vostre vite”.Kathleen ha l’Aids, ha contratto il virus quando aveva 17 anni da quello che allora non era nemmeno il suo fidanzatino, un incontro quasi casuale, attimi di passione, distrazione, leggerezza, e un virus che potrebbe uccidere. La malattia le impedisce di tenere gli stessi ritmi di prima, ma Kath non rinuncia ad incontrare i ragazzi: “La cosa che dà senso alla mia vita oggi è soltanto evitare che altri teenager facciano i miei stessi errori e rovinino per sempre le loro vite”.La cosa che colpisce è che la Pratt, per combattere l’HIV,  non propone un programma di contraccettivi, non promuove l’uso sfrenato del preservativo ma, a costo di sembrare demodée, parla di verginità, castità, astinenza. “E’ importante far comprendere loro quanto sia grande il dono del proprio corpo, della fisicità, dell’affettività. Sono orgogliosa di partecipare al programma di astinenza organizzato dalla contea del Niagara perché mi rendo conto che i giovani sono alla ricerca di qualcuno che sia sinceramente interessato a condurli sulla via della felicità”. Una volta un ragazzo di 16 anni mi ha scritto: “Quello che hai detto è stata una scoperta, nessuno mi aveva parlato così prima, ha cambiato la mia vita. Nessuno mi aveva detto che per avere il meglio dovevo diventare migliore io”.Negli Stati Uniti, eldorado di ogni tipo di trasgressione, ci sono centinaia di adolescenti che non hanno paura di praticare, parlare e promuovere l’importanza della castità. Non si tratta di quattro  sparuti giovani nostalgici legati alle tradizioni andate, ma un vero e proprio gruppo organizzato attorno ad Harvard. Si chiamano “Il club dell’amore puro” e si presentano come un esercito internazionale di adolescenti e giovani “che promuovono la virtù della castità”.L’appuntamento, anche in questo caso, è su internet all’indirizzo www.chastity.com . “La nostra generazione ha trovato la via più facile per allontanarci dall’amore cui aneliamo – si legge nella home page – Ma se cerchi l’amore vero, preparati al sacrificio. Solo allora capirai che la pace e la gioia che derivano dalla castità valgono più  di tutti i piaceri del mondo. Attraverso le nostre pagine troverai le ragioni più grandi e oneste che ti faranno capire perché vale la pena aspettare. Niente strategia della paura, nessun senso di colpa, soltanto domande sull’autentico, vero amore”.Il sito contiene tutte le informazioni per chi vuole avvicinare o anche solo conoscere meglio il tema della castità. Innanzitutto ci sono le domande frequenti relativi al fidanzamento, al rapporto sessuale, l’omosessualità, il controllo delle nascite. Una pagina è interamente dedicata a link e libri per approfondire, le tecniche per allenare e mantenere la castità, i modi in cui comportarsi e vestirsi e c’è anche un test per capire quando si è in presenza del vero amore. Il tuo a misura di adolescente, leggero nella forma, ortodosso nel contenuto.Sono proprio i più giovani, con il loro entusiasmo e la loro capacità empatica, il motore dell’iniziativa, i principali passaparole, che hanno permesso a The pure love club di contare migliaia di ragazzi liberamente casti sparsi in ben 40 paesi in tutto il mondo. Ecco come ne parlano:
“Passavo ore a raccontare dell’amore con le amiche,  ci chiedevamo quando sarebbe arrivato il giorno in cui avremmo fatto l’amore e ci saremmo sentite donne. – racconta July, 18 anni –  Quando ho sentito parlare di castità mi sono messa a ridere,  io volevo amare ed essere riamata, non c’era nulla di male. Solo che ho cominciato a vedere attorno a me tante storie che non funzionavano, nonostante il sesso, allora ho voluto saperne di più, e ho capito che l’amore non è solo passione, ma un’appartenenza che va oltre l’unione dei corpi”.“Non è facile. L’affetto che provo per la mia ragazza a volte è così forte che sento di volermi  fondere con lei, la castità mi sembrava una proposta lontana dal nostro tempo, dalla vita di un giovane oggi, la percepivo come una rinuncia insopportabile e inutile. Però nello stesso tempo avevo sperimentato che i tanti flirt che avevo avuto mi avevano lasciato un enorme senso di vuoto e insensatezza, così ho voluto approfondire. – spiega Mark, 21 anni –   E ho capito che quando decidi di condurre una vita pura, la castità non è un fardello, ma la corona del tuo trionfo”.di Raffaella Frullone labussolaquotidiana

La riscossa della donna cattolica

Mercoledì, 9 Marzo 2011
Spòsati e sii sottomessa. Il titolo mi capita fra le mani quasi per caso, ed ho un sussulto. Passi per lo “spòsati” che più che un suggerimento è un auspicio, visto che rappresenta il desiderio più o meno espresso di ogni donna, comprese le femministe più convinte e le single impenitenti, è quel “sii sottomessa” che mi lascia un po’ perplessa perché, ne sono sicura, non troverebbe d’accordo praticamente nessuna delle 27 spose che negli ultimi 5 anni ho visto pronunciare il fatidico sì. Penso a Laura, che dopo due mesi di convivenza con suo marito, è riuscita nell’impresa di far capire alla sua dolce metà che – attenzione uomini, potreste sconvolgervi – i panni sporchi non camminano da soli fino al cesto della biancheria da soli, penso a Silvia, che con lo stesso principio ha dovuto, non senza traumi, spiegare al marito che l’insalata, gli affettati e i formaggi non crescono nel frigorifero, o penso a Cristina che con un’operazione strategica che neanche Annibale, ha nominato suo marito “responsabile del bagno”, un riconoscimento non da poco per un uomo che fino ad allora poteva esercitare giurisdizione solo nel garage, così lei ha ottenuto un marito che pulisce il bagno, che tradotto significa che almeno non lo lascia come Waterloo dopo la battaglia, e ne è pure fiero. Ora, cosa avrebbero detto queste mogli eroiche di fronte a  quel “sii sottomessa”?Bisognava capire come mai questa Costanza Miriano, giornalista al Tg3, quindi con orari di lavoro immagino non certo comodissimi, moglie di un uomo normale (lo deduciamo dal fatto che più volte lo paragona ad un cavernicolo), madre di quattro figli di età compresa tra 4 e 11anni e per giunta una bella donna, il che implica un investimento energetico minimo nella cura della persona, potesse dire alle sue sorelle “Sottomettetevi”. E ho deciso di chiederle spiegazioni… «Mia sorella mi dice sempre che sono “sdatta”, che in perugino significa che non sono adatta. Ecco. Io non sono adatta al mio ambiente. Adesso ne ho definitivamente la prova. Vado in giro nel mondo come mister Magoo, senza vedere i pericoli. Non immaginavo minimamente che la parola  sottomissione potesse essere fraintesa, cosa che invece ho cominciato a capire in questi giorni, vedendo le reazioni al mio libro. Se una è totalmente fuori dalla logica del dominio non si può risentire se riceve l’invito alla sottomissione, intesa come stare sotto, cioè alla base. Sostenere, sorreggere, aiutare, essere le fondamenta della coppia, della famiglia. Cosa ci può essere di offensivo?  Non c’è niente di più bello da dire a una donna. E molte, moltissime donne che conosco lo fanno naturalmente, sono rocce salde a cui in tanti si appoggiano. Stare sotto se una esce dalla logica del dominio ha solo una collocazione “spaziale”, diciamo. Essere alla base vuol dire accogliere i malumori con un sorriso, mediare tra i caratteri di tutta la famiglia, consolidare, mettere la pace. Quando una fa così conquista l’uomo con la sua bellezza, e poi i mariti – come dice san Paolo nella lettera agli Efesini – saranno pronti a morire per la moglie. L’uomo non resiste alla donna che ascolta la sua voce».
Nel tuo libro scrivi “Tutti i proclami sul corpo delle donne, usate solo per la loro bellezza, sulle crudeli regole del successo e della società dell’immagine che ci vuole sempre giovani e ci costringe, poverette, alla chirurgia estetica, sul bisogno di riconquistare la nostra autonomia, a noi – quando siamo in fila al supermercato e piove e stanno per finire contemporaneamente il calcio e la lezione di catechismo e una figlia dorme e l’altra deve andare in bagno – ci turbano pochissimo” e poi ancora “nessuna donna in carne e ossa ha mai avuto problemi simili a quelle di cui con tanto zelo si occupano un certo femminismo e molti giornali”, in che senso?«Il femminismo si è preoccupato molto della libertà sessuale, della contraccezione, dell’aborto, che oltre a essere la più grande tragedia contemporanea è anche la più grande tragedia che possa ferire il cuore di una donna. E – a parte che i bisogni profondi del cuore, di una donna e di un uomo, li può saziare solo Dio, e non una rivendicazione sociale o politica – anche da quel punto di vista mi sembra che il femminismo si sia occupato poco di cambiare le regole del mondo del lavoro. Ha combattuto perché ci entrassimo, ma a prezzi altissimi sul piano della vita personale. Non si è preoccupato di renderlo a misura di mamma, di famiglia. Noi possiamo dare un contributo prezioso alla società, siamo brave, ma non è possibile che per farlo dobbiamo abbandonare gli affetti. Di tutto questo i giornali si occupano raramente, anche perché per la gran parte sono popolati di persone che si sono formate nel clima culturale del ’68. Non sono convinta che il nostro paese sia così misogino come si dice, né che le donne siano discriminate, a parte i casi “patologici” di violenze, soprusi. Con le donne che ne sono vittime, se mai dovessero sentirsi offese dalle mie parole, mi scuso. Ma la norma non è come viene dipinta sui giornali. La grande sfida semmai, per come la vedo io, sarebbe quella di migliorare il mondo del lavoro, renderlo più attento ai meriti, e, per quel che riguarda le donne, più flessibile nei tempi; permettere di entrare e uscire dalla vita professionale senza per questo dover ogni volta ripartire dall’incarico di addetta alle fotocopie. Bisognerebbe evitare di costringerci a dormire con la guancia appoggiata sulla scrivania nascoste dietro allo schermo di computer, a rovistare freneticamente tra ciucci e peluche alla ricerca di una penna in fondo alla borsa perché l’ufficio stampa ti chiama mentre sei dalla pediatra e la tachicardia non ti abbandona fino a notte fonda. Bisognerebbe poi, e questo è un sogno, scardinare anche le regole del potere come dominio anche nel mondo del lavoro, ma qui vado fuori tema».Qualcuno potrebbe accusarti di voler cancellare le conquiste del femminismo…«Il femminismo è stata un’importante stagione di fioritura, però ha preso una deriva: ha riportato tutto alla logica della contrapposizione che voleva superare. L’emancipazione femminista è, a ben vedere, solo un ribaltamento di quel desiderio di prevalere. Non comandi tu, adesso comando io. Invece la vera, profonda parità c’è quando, in una logica di servizio, ognuno fa quello che sa fare, nel suo specifico, con lealtà, dedizione, con la gioia di dare, senza stare a misurare troppo chi ha fatto di più. Gli equilibri nella vita, si spera lunga, lunghissima, di una coppia, possono cambiare infinite volte, e si può fare molte volte a turno».Il libro di Costanza Miriano, Vallecchi editore, racconta le donne esattamente per sono, con i loro 10 files aperti contemporaneamente: lavoro, figli, marito, spesa, ceretta, corsi di aggiornamento, cena da preparare, compiti da verificare, telefonate chilometriche con le amiche, varie ed eventuali. Quella quotidianità che ti fa parlare al telefono mentre stai guidando, pranzando, e se ti fermi al semaforo ti dai anche una ritoccata al trucco, quella quotidianità in cui il viaggio in macchina per una donna cattolica è anche tempo prezioso per recitare il Rosario, o almeno qualche decina, e ancora quella quotidianità in cui a tutti i files Costanza Miriano aggiunge la Messa quotidiana, ma come fai?«Certo di tempo ne ho poco, ma quello che rende la vita pesante è l’assenza di senso, non la fatica pratica. E la Messa  – o dovrei dire la ..ssa, perché io ne prendo sempre un pezzo, arrivo in ritardo sempre e ovunque –dà il senso a tutto. Alla vita, alla morte, a ogni azione. I contemporanei soffrono per la mancanza di senso. La Messa è l’Onnipotente che decide di venire a stare con te, proprio con te, creatura infangata e impastata di male, e bisognosa di misericordia. E’ un pieno di tenerezza e di mitezza che noi, almeno io, riusciamo solo vagamente, a intuire, tanto è più grande di noi. Ed è, è proprio il caso di dirlo, la bussola quotidiana!».Il volume è una raccolta di lettere che l’autrice scrive alle figlie, ai colleghi, agli amici, ma soprattutto alle amiche, con le quali condivide un conto salatissimo con le compagnie telefoniche per le ore trascorse a scambiarsi consigli. Nel libro si legge “la mia risposta a qualsiasi problema è una a scelta tra le seguenti: ha ragione lui, sposalo, fate un figlio, obbediscigli, fate un figlio, trasferisciti nella sua città, perdonalo, cerca di capirlo e infine, fate un figlio”. Non pensi matrimonio e figlio a volte possano rendere ancor più complesse relazioni già zoppicanti?
«Certo, né il matrimonio né il figlio vanno scelti come ancora di salvezza di un rapporto che non funziona. In  generale però penso che  fare scelte definitive e radicali, con impegno e serietà, mette in salvo da questa mentalità dominante della dittatura dei sentimenti, delle emozioni, in cui tutto è liquido, fluido, provvisorio. A me sembra che diamo troppa importanza alle sensazioni, all’emotività. Basta un ostacolo che tutto si rimette in discussione. Viviamo spesso in un’eterna adolescenza che esalta il dubbio e l’indefinito come un valore. Così nei momenti di difficoltà sembra naturale mollare, rompere i rapporti, cambiare.  Il matrimonio ci protegge da questa incostanza. Perché le fasi di dubbio arrivano per tutti. C’è sempre un momento in cui il principe azzurro, trasformatosi dopo il bacio in un ranocchio, ti si presenta sotto una luce diversa. Come ho scritto nel libro, ti compare con la scarpa a ciabatta e l’accuratezza nello stile degna del Grande Lebowski, che va a fare la spesa in accappatoio (e anche lui a volte, d’altra parte, ti troverà gradevole come un’insalatina scondita). Ma se si sa andare oltre il momento, si impara non a chiedersi se le cose funzionano, ma come farle funzionare, allora la prospettiva è tutta un’altra».A proposito di funzionamento, molte donne compiono sforzi inenarrabili cercando di far funzionare le cose trasformando il marito in un collaboratore domestico perfetto, invece tu per l’uomo di casa hai in mente un ruolo decisamente diverso….«In molti cadono in questo equivoco: la sottomissione non c’entra niente con la divisione dei compiti. C’entra con il non imporsi, non dare ordini, non volere imprimere il nostro stile alla gestione della famiglia. Io comunque non vorrei un marito colf, un casalingo sensibile e indeciso come ne vedo tanti, ma un uomo solido che sa da che parte la famiglia debba andare».Insomma se ad una prima occhiata il titolo “sposati e sii sottomessa” mi aveva inquietata, di certo leggendo il libro e facendo due chiacchiere con l’autrice si capisce bene che la sottomissione tutto è fuorchè una sorta di rassegnata remissività. Costanza Miriano restituisce smalto alla donna cattolica, da sempre legata ad un’immagine che la vuole ingessata nella camicia di flanella bianca e la gonna blu al ginocchio, il tutto correlato da un’espressione perennemente contrita. Che cosa manca a questa immagine?
«Il trucchetto del diavolo è sempre quello, dal paradiso terrestre in poi: vuole farci credere che accettare di essere creature – questo alla fine è la fede – creature finite ma amate infinitamente, non è vivere in pienezza ma ci tarpa le ali, mortifica la nostra bellezza e la nostra allegria. Come se dovessimo rinunciare davvero a qualcosa. Provare a rinunciare al peccato, questo sì (ma chi ci riesce?). Ma per il resto, non è che perché ho fatto l’ufficio delle letture poi non mi trucco o non metto i tacchi. Per carità, non scherziamo. Io potrei sostenere conversazioni di ore sullo smalto e sulla consistenza degli ombretti neri in crema attualmente in commercio. Che, detto fra noi, sono difficili da trovare. Anzi, ne hai uno da prestarmi?». r. frullone bussola quotidiana