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Il Miur non crede alle sue università….

Giovedì, 6 Settembre 2012

Tra i titoli per il concorso di associato non è previsto l’insegnamento nelle università italiane. Nel regolamento per il reclutamento degli associati, il Miur ha ritenuto che costituisca titolo solo gli insegnamenti affidati da istituti esteri. E’ come dire: non mi fido della capacità delle mie università di scegliersi i docenti….temis

Università e società. La fine del pluralismo (by Cofrancesco)

Venerdì, 20 Aprile 2012
Ci sono tanti modi per sopprimere il pluralismo ma quello più indolore consiste nel circondarlo di leggi e di circolari ministeriali che, ispirate all’imparzialità e all’universalità poste a fondamento della comunità democratica, in pratica ne restringono gli spazi irreparabilmente. In questo campo si manifesta, ancora una volta, tutta la potenzialità totalitaria dell’idea di eguaglianza quando essa non nasce dal basso, ovvero dall’interscambio tra concreti individui portatori di interessi e di valori non sempre compatibili, ma viene imposta dall’alto, per decreto di autorità provvide e benefiche. L’autentico pluralismo crea, di continuo, situazioni di ineguaglianza: il fatto stesso di associarsi mette a disposizione dei soci risorse, anche soltanto simboliche, che li rende ‘diversi’ dagli altri e ne fa, talora, dei privilegiati. L’esprit égalitaire non riesce a tollerare queste separatezze che si costituiscono su iniziativa di individui, che condividono certe caratteristiche, e giustamente vi vede l’ombra della ‘discriminazione’. Per questo i giacobini diffidavano dei partiti, delle associazioni economiche, dei salotti, delle accademie: chi vi stava ‘dentro’ era diverso da chi ne rimaneva ‘fuori’e questo si traduceva in un indebolimento della ‘fraternité’. L’esprit libéral, al contrario, non nega che ogni costituzione del “noi” si traduca in una (potenziale) discriminazione verso di “loro” ma ritiene che l’unico rimedio compatibile con la libertà e la dignità degli esseri umani consista nel rendere possibile a tutti organizzare le proprie specificità distinte.In una società pluralista – nel senso occidentale del termine non nel senso orientale e ottomano dove per pluralismo si intendeva la convivenza, più o meno forzata, di comunità chiuse e incomunicabili garantita dal pugno di ferro della Sublime Porta – le cerchie sociali sono tante e ciascuna ha i suoi codici, i suoi costumi, le sue tradizioni. Si prenda quel vasto campo in cui si colloca “il lavoro intellettuale come professione”. Nell’Ottocento c’erano, come nel secolo successivo, camarille letterarie, consorterie politico-intellettuali, giornalisti impegnati, ‘partiti culturali’ma, accanto ad essi, continuavano a vivere istituzioni accademiche e scuole universitarie, che spesso potevano, sì, fornire alla stampa impegnata nel civile personaggi e penne autorevoli ma non si ‘scioglievano’, per così dire, nella feccia di Romolo della lotta per il potere. Testate autorevoli, come le riviste non conformiste del primo Novecento, potevano far entrare aria nuova nei vecchi Atenei della penisola ma i barbogi rappresentanti delle istituzioni accademiche, a ragione o a torto, ci tenevano a distinguere la scienza, in senso lato, dall’engagement culturale, anch’esso da intendere in senso lato.Nel secondo dopoguerra la dissociazione è continuata: da una parte, il mondo universitario, con le sue regole, i suoi concorsi, le sue norme di reclutamento, dall’altra, la political culture, per lo più laica e, in larga misura ,di sinistra e progressista, con le sue riviste, le sue terze pagine, le sue case editrici. Spesso, anche allora, le due dimensioni si intrecciavano sicché autorevoli studiosi, come Norberto Bobbio o Guido Calogero, potevano fare la spola tra i ‘due mondi’ e consolidare il meritato prestigio acquisito anche in virtù della ‘doppia appartenenza’. Quando, però, si trattava di fare entrare nella vecchia casa del sapere nuovo personale docente, non contavano molto le notorietà dovute a una collaborazione continuativa a grandi (o a prestigiose) testate o alla pubblicazione dei propri lavori in collane editoriali molto apprezzate dalla più ampia ‘repubblica dei dotti’ – che non comprendeva certo i soli baroni universitari.Poteva così accadere che a un noto politologo, autore di neologismi entrati nel linguaggio politico italiano e di libri pubblicati da case editrici doc, venissero preferiti studiosi poco noti i cui scritti erano stati consegnati a imprenditori della carta stampata più simili a tipografi che a veri e propri editori. Nella logica della vecchia accademia erano irrilevanti l’indice di notorietà del candidato, le riviste alle quali aveva collaborato e i nomi del suo stampatore – un libro pubblicato dall’editore Brambillone di Casalpusterlengo stava sullo stesso piano di un (esteticamente) raffinato prodotto di Laterza o di Einaudi. In un’età che non conosceva ancora le delizie di Internet poteva capitare di ascoltare una lectio magistralis di un docente di elevata cifra intellettuale e di dover poi faticare per procurarsene i libri giacché i suoi editori erano semisconosciuti (chi non ricorda i diverbi con i librai che, trattandosi di cifre modeste, non avevano nessuna voglia di far ricerche e ordinazioni?). In teoria, chi faceva parte dell’accademia, non poteva escludere, a priori, che una nuova Critica della ragion pratica potesse veder la luce per i tipi del suddetto Brambillone o che su una rivista di un collegio barnabita si potesse leggere un’analisi della filosofia analitica che sarebbe stato meglio pubblicare sulla ‘Rivista di Filosofia’ di Nicola Abbagnano.In molti casi, i cultori appassionati delle scienze, del resto, non avevano nessuna voglia di fare il giro delle redazioni e vendere le loro ‘merci’ a distratti direttori editoriali che, dinanzi a emeriti sconosciuti, affettavano cortesi dinieghi e sorrisi freddi. D’altra parte, quei cultori, se facevano parte di una scuola stimata e rispettata, sapevano bene che la loro carriera dipendeva dai ‘Maestri’ e che questi, tutt’al più, erano disposti a presentare i lavori degli allievi a editori ‘sotto casa’ e specializzati in certi settori tematici (esempio classico, Giuffré per le scienze giuridiche e politiche) ma di sicuro poco presenti in libreria e lontani dagli orizzonti massmediatici. Due esempi mi sembrano non poco significativi. Una studiosa geniale, come Anna Maria Battista, cattedratica di ‘Storia delle dottrine politiche’in una delle più importanti Facoltà di Scienze Politiche del nostro paese, quella della Sapienza di Roma, ha pubblicato monografie fondamentali – sui libertini, sui giacobini, su Tocqueville – con editori noti solo agli addetti ai lavori (Giuffré, QuattroVenti, Jaca Book etc.) eppure ciò non le impedì di vincere un concorso di ordinariato né di venir considerata assieme al grande Luigi Firpo,a Nicola Matteucci e a pochissimi altri uno dei docenti più autorevoli della materia.Lo stesso vale per Mario Stoppino, lo scienziato politico di Pavia allievo ed erede di Bruno Leoni, i cui scritti, che hanno aperto davvero nuove vie alla riflessione sul potere politico e sul metodo delle scienze storico-sociali, sono apparsi presso grandi editori di nicchia (Giuffré) o piccoli editori universitari (Ecig di Genova) o prestigiosi librai-editori (Guida di Napoli etc.) quasi tutti semisconosciuti nei salons dell’intellighentzia interessata all’attualità politica. Qualche anno fa un valentissimo studioso italiano di Benjamin Constant, Stefano De Luca, per pubblicare la sua pregevole monografia sul principe dei liberali francesi della Restaurazione, s’è dovuto rivolgere a un coraggioso, poco noto, editore calabrese (Costantino Marco) giacché nessuno dei grandi nomi dell’editoria italiana se l’era sentita di ‘puntare’ su uno sconosciuto (grazie a quel libro, però, lo ‘sconosciuto’, che ha superato un concorso a cattedra e ora insegna nella storica Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è stato l’unico italiano invitato a collaborare al ‘The Cambridge Companion to Constant’ edito da Helena Rosenblatt nel 2009).Ricordando queste vicende, non intendo di sicuro fare il processo alla nostra ‘repubblica delle lettere’ ma, al contrario, far rilevare l’esistenza di un ‘pluralismo reale’,fondato su una naturale divisione di risorse e di ‘utilità’. A quanti appaiono spesso nel grande teatro dei dibattiti di ‘politica e cultura’ vanno gli allori della notorietà, i gettoni di presenza, le pingui remunerazioni per gli articoli che scrivono sui grandi quotidiani o gli interventi nelle trasmissioni ‘impegnate’ di maggior successo; a quanti fanno ritirata vita accademica si prospetta una carriera universitaria tutto sommato ben retribuita e la stesura di tomi a ridotta circolazione, destinati ad essere letti prima dai loro commissari concorsuali e poi dai loro studenti. Da una parte il fumo della fama, dall’altra, l’arrosto del posto assicurato che, nel nostro paese, è il sogno nel cassetto dell’80 % degli italiani; da una parte, articoli e interventi brillanti che fanno discutere e spesso danno la stura sui quotidiani a tormentoni che sembrano inesauribili, dall’altra, ricerche filologiche (più o meno utili e riuscite) destinate ad essere citate ‘in nota’ per qualche decina di anni. (Diamo per scontato che i due campi non siano separati da una muraglia cinese e che, ad esempio, un grande filologo classico come Luciano Canfora possa trovarsi a proprio agio sia nell’uno che nell’altro).Fin qui tutto andrebbe ancora bene e sarebbe stolto lamentarsi avendo in vista una società ideale in cui tutti i valori buoni convergono su uno stesso punto (ma poi siamo davvero sicuri che ci piacerebbe?). In Italia, però, c’è un fattore che rende molto problematico il “pluralismo reale” che pur vi si trova : da noi,più che in altri paesi europei, per ragioni storiche che non è qui il caso di ricordare, la political culture contrapposta alla academic culture sembra avere un solo colore, il rosso che può sfumare sino al rosa o accendersi sino al rosso fuoco. Gli intellettuali impegnati appartengono, fin dai tempi del Risorgimento, quasi tutti all’area progressista e fanno parte di una consorteria che, in pratica, decide le linee editoriali delle grandi case (anche quando appartengono a Silvio Berlusconi), dei grandi magazine, delle trasmissioni radiofoniche e televisive che “fanno cultura”. E’ difficile entrare nel ‘sistema’ per chi non fa parte della ‘comunità dei credenti’, e quei pochi che ci sono riusciti (come Marcello Veneziani) sembrano fungere solo da ‘alibi pluralisti’. Mediocrissimi studiosi, seguaci di mode culturali effimere, come il republicanism, in quanto sono dei “nostri”, possono così pubblicare qualsiasi sbrodolatina retorica con gli editori di Benedetto Croce e di Rosario Romeo, di Antonio Gramsci e di Luigi Einaudi, di Gaetano Salvemini e di Adolfo Omodeo.Un esito triste e malinconico di una grande stagione letteraria e filosofica, non c’è che dire: ma anche qui, per un liberale, non ci sono rimedi possibili e praticabili. Se le stelle del firmamento editoriale sono stelle cadenti peggio per loro,non si può, certo, imporre la ‘qualità’ dei manufatti letterari e scientifici per decreto legge.Sennonché, si avvertiva da tempo che dell’esistente non ci si accontentava più, che la sindrome dell’asso pigliatutto si stava impadronendo degli animi e che, con la crescente insoddisfazione per quello che si ha e si è, si assisteva alla liquidazione(non si sa quanto inconsapevole o programmata) del pluralismo: agli intellettuali militanti, invitati e celebrati nei Convegni, esaltati sulle terze pagine, discussi a Fahrenheit, non bastava più il palcoscenico mediatico. Ma come?, constatavano masticando amaro, l’aver pubblicato tre/quattro libri con Laterza non dovrebbe dare un maggior diritto a occupare una cattedra universitaria rispetto a quanti, nei concorsi, presentano libri del CET (Centro Editoriale Toscano) o dell’Editoriale Scientifica di Napoli? Dagli oggi, dagli domani, questa logica sembra essere stata pienamente recepita dal legislatore. Per evitare gli arbitri concorsuali, il Ministero ha redatto un elenco minuzioso di case editrici e di riviste, disposte in ordine di rilevanza scientifica, che dovrebbe assicurare parametri di obiettività nei giudizi comparativi sui candidati. Non più le valutazioni a casaccio, non più la discrezionalità dei commissari, non più il doppiopesismo: ormai si è tutti eguali davanti alla legge e le logiche separate che tenevano in vita il pluralismo culturale vanno cancellate.Come capita, però, spesso in Italia, l’eguaglianza e l’universalismo sono taroccati :la legge che vale ‘erga omnes’, infatti, non viene dettata dall’interesse generale, dal ‘bonum commune’ (posto che esista) ma dalla ‘ragion sociale’ della ‘pars sanior’, dei “pochi ma buoni” che mettono la conoscenza al servizio dell’Umanità – ovvero traducono il sapere in programmi politici – e che vengono riconosciuti dalla stampa e dalla TV come i nuovi principi della Repubblica delle Lettere. A partire dalla riforma universitaria, infatti, saranno i riflettori massmediatici, l’attenzione riservata agli autori sui domenicali vari, il numero di interviste rilasciate ai ‘canali televisivi intelligenti’, a mettere gli studiosi in cattedra : ai commissari resterà una sola funzione, quella notarile. E’ il sogno eterno dei giacobini di ogni colore: eliminare ogni tipo di ‘discrezionalità nei rapporti sociali e affidare tutto alle leggi e alle loro ‘norme attuative’, senza essere minimamente sfiorati dal dubbio che possa esserci un legame ‘naturale’ tra libertà e discrezionalità
In un’ottica liberale, che si esercitino ‘influenze’, che si formino grumi sociali di ineguaglianza, che alcuni (giornali, editori etc.) contino de facto più di altri non può essere oggetto di lamentazione. E non lo può in base al principio che, per quanto spiacevoli e deprecabili siano le ineguaglianze, che si costituiscono nella ‘società civile’, esse risultano sempre preferibili alle eguaglianze imposte dall’alto, per decreto legge e destinate, pertanto, a ricreare altre ineguaglianze e altri privilegi : quelli degli ingegneri sociali incaricati, appunto, di renderci tutti uguali.Quello che è intollerabile, invece, è che le risorse a disposizione dei detentori del ‘potere intellettuale’ (redazioni, TV, case editrici) di una stagione storica diventino parametri di valutazioni che passano per oggettivi e imparziali sicché quanti, ad esempio, hanno libero accesso alle edizioni del ‘Mulino’possono considerarsi, ipso facto, in pole position per il reclutamento universitario. Ci si chiede, però, come faccia uno stato di diritto a conferire un potere riconosciuto, sia pure indirettamente, dalle leggi – il mio libro edito dal Mulino ha più valore del tuo edito da Brambillone – a decisori che sono stati cooptati in una redazione, più che per i loro meriti scientifici , per il loro schieramento ideologico-culturale. (il che non significa necessariamente ‘di partito’). Nulla vieta, beninteso, che del Comitato scientifico di Laterza possa far parte legittimamente anche il tesoriere del SEL o del PD a patto, tuttavia, che quel Comitato non costituisca quasi una pre-commissione concorsuale, tenuta a trasmettere i suoi ‘atti’ – ovvero i testi col marchio della fabbrica libraria à la page – a quella nominata dal Ministero.Facendo parte della corporazione dei (presunti) baroni universitari, so bene che gli Atenei non sono più quelli ereditati dall’età giolittiana e sopravvissuti (in parte) alla dittatura fascista. Demagogia e università di massa hanno fatto a pezzi la serietà degli studi, hanno svuotato il valore dei diplomi di laurea, hanno rinunciato a esigere dai docenti un impegno didattico e scientifico all’altezza dei tempi. Sentendo parlare certi colleghi, mi viene da pensare, talora, che la loro preparazione non sia superiore a quella dei miei vecchi professori di scuola media. Nessuno di questi avrebbe accettato di far da relatore a un allievo che, sostenendo con me il suo ultimo esame (‘Storia del pensiero politico’), prima della discussione della tesi, mi aveva risposto che non sapeva nulla di John Locke, del costituzionalismo inglese e della Gloriosa Rivoluzione del 1688 giacché si stava laureando in Storia contemporanea non….in Storia moderna! Detto questo, però, ribadisco che non c’è illusione più fatale e pericolosa di quella che vuol raddrizzare i costumi con le leggi e far corrispondere all’aumento dei segni di decadenza un aumento parallelo delle norme intese a’ porre un freno’ alla deriva morale dei tempi. E’ una lezione che aveva già dato Alessandro Manzoni nel capitolo sui Promessi Sposi in cui si parla delle grida contro i bravi ma i nostri governanti non sembrano averne fatto tesoro.Invece di ridurre drasticamente il numero dei ‘baroni’ degeneri, eliminando sul serio le facoltà inutili (a cominciare da quelle periferiche) e la moltiplicazione dei pani e dei pesci degli insegnamenti e dei corsi di laurea, i nostri illuminati ministri hanno preferito non toccare i privilegi dei professori – tanto, con l’età,è il loro calcolo, molti se ne andranno in pensione – ma li hanno privati di ogni potere e di ogni discrezionalità valutativa. Chiaramente i docenti non ispirano più alcuna fiducia e, pertanto, non si può più correre il rischio che considerino un saggio pubblicato (per caso) sui ‘Quaderni del Tempietto’ dei Salesiani di Cornigliano più profondo di un’analisi ospitata nei ‘Quaderni di Scienza politica’ fondati dal compianto Mario Stoppino. Mala tempora currunt ma quel che più spiace e fa tristezza è l’applauso dei garantisti, di quanti, equivocando Montesquieu, pensano che più leggi ci sono, più protetti e più liberi ci ritroviamo. Finalmente, esultano, abbiamo regolamenti oggettivi e imparziali ! E quale intima gioia non procura loro la norma che, nella formazione delle commissioni universitarie e nella redazione delle riviste e delle collane editoriali ‘accreditate’ dagli esperti nominati dal Ministero della P:I. e dell’Università, debbono figurare professori stranieri! Ma tale disposizione può davvero costituire una garanzia di serietà e di rigore per i nostri studi superiori? Farebbero un prezioso acquisto in Italia le scienze umane se uno dei nostri maître-à-penser – di quelli che scrivono su ‘Repubblica’ e su ‘Micromega’ e che pubblicano da Laterza qualsiasi cosa venga loro in mente – riuscisse a far cooptare in qualche redazione un suo corrispondente francese o qualche violino di spalla della filosofia rawlsiana, incontrato alla Columbia University? Chi sia lo straniero che fa status, e in base a quali criteri sia stato scelto dai responsabili del periodico e della casa editrice ,che per questo vengono così apprezzati dalle autorità scolastiche, non sembra avere alcuna importanza. E in effetti non ce l’avrebbe se la sua presenza o la sua assenza non facesse collocare, per legge, la rivista in una fascia superiore o in una inferiore.Nella società aperta non ci sono poteri de facto i cui deliberati legis habent vigorem: le decisioni vincolanti per tutti, debbono essere assunte da figure”pubbliche” reclutate in base a precise normative e tenute a rispondere del loro operato, in caso di comportamenti arbitrari e discriminativi, davanti alla magistratura. Se un direttore editoriale, pubblicando il libro di Tizio, dà a Tizio un punteggio concorsuale superiore a quello di Caio – che presenta un libro pubblicato da una casa di serie C – quel direttore editoriale si ritrova a svolgere un ruolo ‘ufficiale’ che non può non porre problemi di legittimità (chi gli ha affidato un incarico così importante?) e di controllo (come garantirsi da eventuali favoritismi?). Ancora una volta, in Italia, tra la ‘via liberale’ e la ‘via statalista’ si interpone la ‘terza via’: nessuna interferenza dello Stato nella nomina di uno staff editoriale – affidata al mercato, a considerazioni di opportunità, a legami familiari, a vincoli di appartenenza ideologica etc. – ma rilevanza pubblica alle decisioni prese dallo staff. Che nella presunta patria del diritto nessun giudice, nessun giurista abbia rilevato tale anomalia la dice lunga sulla nostra civic culture!In realtà, una commissione concorsuale che si rispetti, anche senza i parametri degli esperti ministeriali, prenderebbe in seria considerazione un libro pubblicato dal Mulino ma non sarebbe tenuta a concludere che basti il marchio di fabbrica della premiata ditta bolognese per farlo ritenere superiore al libro pubblicato da Brambillone di Casalpusterlengo; la presenza di uno studioso straniero in un comitato redazionale attesta una indubbia apertura intellettuale agli scambi e alla collaborazione internazionale ma non garantisce, in quanto tale, il raggiungimento dell’obiettivo – il reciproco arricchimento dei saperi che si confrontano e si trasmettono. Poiché di studiosi stranieri mediocri ce ne sono tanti (almeno quanti se ne trovano nel nostro paese), il prestigio di una pubblicazione non è assicurato dagli apporti esterni ma dal valore scientifico dei suoi collaboratori, che potrebbero essere, indifferentemente, in parte italiani e in parte stranieri o, al contrario, tutti italiani. Tra una rivista che avesse un comitato direttivo composto da quattro italiani, due francesi e due tedeschi, tutt’e otto di scadente qualità intellettuale, e un’altra con un direttivo composto da otto italiani, tutti studiosi di cifra elevata, in base alle norme ministeriali, la prima dovrebbe venir considerata più ‘virtuosa’ della seconda. Ha davvero senso tutto questo? Spero proprio, per il bene del nostro paese, di non essere il solo a farsi la domanda. Se le riforme pensate in Italia ci facessero unicamente sprofondare nel ridicolo, potremmo anche sopportarle e fare buon viso a cattivo gioco ma, purtroppo, da noi il ridicolo è sempre, per citare il Canto XIII dell’Inferno dantesco, un “tristo annunzio di futuro danno”. d. coafrancesco annali del centro pannunzio via loccidentale

La retorica dell’inglese per tutti (by Gregory)

Giovedì, 8 Marzo 2012

Mentre la conoscenza e la pratica della lingua italiana regredisce nelle nostre scuole medie e la capacità di comprendere un testo scritto è sempre più ridotta negli adulti, si apre il miraggio dell’inglese come lingua comune dalle scuole alberghiere all’università: tutti dovranno parlare inglese, i portieri d’albergo come i professori, almeno per i dottorati di ricerca. Questo lo strumento essenziale per modernizzare e internazionalizzarele nostre malconce università, secondo le magnifiche sorti progressive prospettate dal ministro Profumo, raccogliendo ampi consensi soprattutto nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale. Proprio perché da questi ambienti viene la proposta di lasciare la lingua italiana per l’inglese (povera lingua, ridotta a un modesto basic ), l’auspicata modernizzazione e l’internazionalizzazione sono finalizzate al rapporto con le imprese che, del progetto (addirittura definito «progetto Paese»), è «l’aspetto più importante». In quella stessa prospettiva si pone l’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario della ricerca, che propone i parametri per valutare quello che, significativamente, è definito «prodotto», termine usato per indicare il risultato della ricerca scientifica. Prodotto perché quantitativamente valutabile in base a criteri bibliometrici, cioè al «successo», identificato con il numero di citazioni nel giro di pochi anni. Dunque università, prodotto, impresa: questo il circolo «virtuoso» che si pensa di promuovere con la mediazione dell’inglese, come se il valore della ricerca e dell’insegnamento dipendesse dalla lingua in cui si esprime. Purtroppo gli alfieri della modernizzazionee dell’internazionalizzazione esclusivamente legate all’uso dell’inglese (nessun cenno alla qualità dell’insegnamento) non si limitano ai loro rispettabili campi disciplinari, ma sembrano offrire la loro ricetta come panacea universale da applicare anche a quelle forme di insegnamento e di studio che non forniscono «prodotti» per le imprese, ma cultura come sapere disinteressato capace di formare l’uomo libero, collocandolo fuori dall’angoscia del successo economico e del profitto immediato. Cultura che se è tale non «produce» beni di consumo (o comunque ne prescinde), ma vuole promuovere l’educazione della persona e del cittadino, renderlo capace di godere di beni immateriali, una poesia, un quadro, uno spettacolo (invece il Miur, fissando norme per i progetti di ricerca 2011-2013, nell’unico rapido accenno al patrimonio culturale, si preoccupa di precisare che esso deve essere studiato per la sua «valorizzazione come generatore di attività economiche»). In realtà, anche in termini di sviluppo economico, la cultura «disinteressata» nel tempo lungo apre ben più positive prospettive rispetto al «prodotto» di pronto uso e si afferma come essenziale motore di creatività e di crescita in ogni settore del Paese. E poiché si è parlato- come segno di internazionalizzazione – della crescente presenza di studenti cinesi nelle nostre università, andrà ricordato che sin qui la maggiore attrattiva della cultura italiana e il maggior contributo del nostro Paese allo sviluppo della Repubblica Popolare Cinese è costituito dall’importanza paradigmatica dei nostri studi di diritto romano, assunti come modello per il processo di codificazione avviato in quel Paese con la traduzione in cinese di tutto il Corpus iuris, compresi i fragmenta: non sono un «prodotto», ma la testimonianza del valore della nostra cultura classica e giuridica e del suo prestigio internazionale; fra l’altro agli studenti dell’Estremo Oriente non insegniamo l’inglese – che conoscono benissimo – ma il latino. La verità è che gli studi umanistici, classici, letterari, filologici, storici- nei quali l’Italia occupa ancora un posto di primo piano – sono del tutto fuori dagli orizzonti di coloro che da decenni hanno governato e governano la nostra scuola e i nostri enti di ricerca. Le prove sono infinite: non solo è significativo che parlando di eccellenza nella ricerca non vengano mai ricordati gli studi umanistici (pure nel Cnr essi sono al vertice della valutazione da parte di un’apposita commissione internazionale), ma nella scuola media si è proceduto alla sistematica riduzione del numero di ore dedicate al loro insegnamento, con una totale insensibilità per la caduta nella conoscenza della lingua italiana (ne è ultimo esito il miserabile stile di gran parte delle tesi di laurea) e l’accantonamento del problema dell’analfabetismo di ritorno.  Si dimentica che, senza una scuola efficiente, dotata di laboratori e biblioteche(non bastano l’iPad e l’ebook signor ministro), con professori adeguatamente retribuiti (almeno come i commessi della Camera), con forti processi selettivi e incentivi che assicurino la mobilità sociale, non vi è riforma universitaria che regga, anzi non vi sono cultura e vita civile.  È in questo settore che vanno indirizzati gli investimentie non v’è internazionalizzazione se il nostro Paese resta ai livelli più bassi nelle spese per l’istruzione e per la ricerca senza un impegno prioritario per la scuola preuniversitaria, struttura portante di un Paese moderno.  Cerchiamo di formare cittadini colti attraverso percorsi scolastici rigorosi: saranno anche migliori i «prodotti» per le imprese. (T. Gregory Corriere delle sera)

P4, Montezemolo fa per noi

Venerdì, 14 Ottobre 2011

Ecco l’uomo nuovo. Il ricco signore dal profilo elegante che parla di domani, mette in un angolo il passato, sogna la palingenesi morale di un Paese che dopo quasi due decenni di berlusconismo avverte la necessità di proiettarsi nel futuro. Doppio cognome, profilo moderno, vecchissime abitudini. Luca Cordero di Montezemolo appare in molte conversazioni dell’affaire P4. Dialoghi ininfluenti sotto l’aspetto penale, ma illuminanti in un’ottica popolare esasperata che rifiuta lo status quo e pretende, per gli anni a venire, mutamenti radicali del costume da parte di chi si candida a guidare la barca. Luca Cordero di Montezemolo è tra loro.Al telefono con l’intercettato Bisignani, dopo essersi dichiarato favorevole allo strumento investigativo (“Fondamentale in tante indagini e processi”), parla di sondaggi, di macchine da ritirare, chiede piccoli favori per l’ex compagna Edwige Fenech, riceve messaggi, effettua chiamate. Ripercorrerne il senso, a quasi un anno di distanza – quando il progetto di mettere faccia e voce in politica è ben oltre lo stato embrionale – può essere utile per fornire una carta d’identità all’elettore tipo. Con Luigi Bisignani il rapporto è antico.Come scrive Stefano Feltri nel libro ‘Il candidato’, i due si incontrano alla fine di un complicato decennio, gli anni ’80, sul terreno di Italia ’90, fitto di occasioni lavorative (Montezemolo, dal 1986 ai Mondiali, fu presidente del comitato organizzatore). Bisignani è reduce dall’affaire P2, Montezemolo dalle ire di Cesare Romiti (che lo allontanò dalla Fiat nel 1983, confinandolo alla Cinzano, grazie all’intercessione di Gianni Agnelli).A ‘La Storia siamo noi’ di Giovanni Minoli, a precisa domanda del conduttore: “Senta, ma è vero che lei con Montezemolo ha avuto uno scontro durissimo? Che l’ha cacciato dalla Fiat? L’ha mandato alla Cinzano perché vendeva gli incontri con l’avvocato Agnelli?”, la risposta di Romiti non ammetteva repliche: “Sì, è vero questo (…) Perché lui ha ammesso quello che avveniva. Eravamo insieme, l’avvocato Gianni Agnelli, io e lui, naturalmente ha lasciato immediatamente l’azienda (…)”.Tra “Bisi” e Luca Cordero nasce un’amicizia, giunta intatta fino a oggi. Ragionano di prospettive, riflettono sul futuro, si danno conforto. Ed evocano eminenze grigie, di nome Gianni Letta. In questa conversazione del 19 novembre 2010, Luca chiede un favore all’amico e intanto sventola sondaggi consolanti.Montezemolo: “A parte che sono usciti dei sondaggi su di me incredibili – incomprensibile – non me ne frega niente e sottolineo niente, però io (…) non capisco perché sono così buoni visto che sono sempre fuori da tutto, va bene, ti volevo dire, tu senti magari un attimo Gianni… (…) no almeno che aria tira, cosa pensa lui, ultimamente mi dice la gente che l’ha visto che l’ha trovato molto, molto non suonato, ma non è il termine giusto, frastornato dalla situazione…”.Bisignani: “Sì, sì ma io domani ti do un quadro ben preciso”.Montezemolo: “Ma tu lo senti ogni tanto o no?”.Bisignani: “Sì, sì ma domani ti dico tutto”.Montezemolo: “Scusa, finisco, un minimo di condivisione anche un po’ con lui su certe cose, ecco”.Bisignani: “Assolutamente”.IL CANDIDATO (?Luca Cordero di Montezemolo vuole entrare in politica. Molto al di là delle dichiarazioni d’intenti. Per presentarsi a un pubblico distante dalle assise di Confindustria sceglie il palco televisivo. Assieme ad Aldo Cazzullo ed Elisabetta Canalis, Fabio Fazio lo ospita a Che tempo che fa il 21 novembre 2010. La trasmissione -come spesso capita – fa ottimi ascolti. Sotto l’occhio delle telecamere Montezemolo pontifica: “Non mi piace il modo di fare politica di oggi”. Il giorno dopo, alle 13:06, Luca Cordero chiama Bisignani. Insieme valutano il successo dell’operazione simpatia.Montezemolo: “Luigi allora… e grazie ancora dell’sms, abbiamo battuto tutti i record di audience”.Bisignani: “Grande”.Montezemolo: “Nel senso che abbiamo fatto, io ho fatto il 22%, loro non erano mai andati oltre il 15%-16%”.Bisignani: “Mamma mia”.Montezemolo: “Con sei, sei milioni di persone e la rete Tre è la prima volta di domenica sera vince la serata, quindi bene anche come attenzione, dunque adesso io ti chiamo per una cosa di questo genere su cui, allora… sai che ho un grande amico (…) fraterno che si chiama Gianni Punzo (…). Lì c’è uno, un mascalzone che vuol far il presidente degli industriali. Te la faccio breve, la Marcegaglia ha posto il veto su Punzo, allora sia lui, che un altro molto bravo proprietario della Ferrarelle, un altro proprietario della Yamamay, escono perché dicono che non accettano che ci siano dei veti sulle vice-presidenze (…)”.La conversazione prosegue e Montezemolo passa al punto chiave. Sulla successione a Gianni Lettieri, presidente da quattro anni di Confindustria Napoli, c’è la guerra. Paolo Graziano, il candidato scelto da 53 imprenditori, secondo Montezemolo è “un giovane senza né arte né parte”. Montezemolo si prodiga perché il suo amico Gianni Punzo, potente patron di Cis-Interporto, non subisca veti.Montezemolo: “Allora posso farti chiamare da Carlo Calenda per spiegarti la situazione perché in questo momento, quello che noi vorremmo tutti…”.Bisignani: “È che questo si ritirasse”.Montezemolo: “No è che la Marcegaglia non può pensare di dire che sono i vicepresidenti di Napoli, no a Punzo perché è troppo amico di Montezemolo perché dobbiamo anche tra di noi un po’ fare squadra”. Bisignani: “Certo, assolutamente sì, mi dai 5 minuti che chiamo prima Lucchini… sento come sta la questione, ma questo lo facciamo”.Alle 13:10 del 22 novembre Bisignani chiama Stefano Lucchini, consigliere di amministrazione dell’Eni. Quest’ultimo gli spiega che la guerra triangolare – in atto tra Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs, Emma Marcegaglia e lo stesso Montezemolo – crea dei disequilibri che vanno sanati. Dunque via libera a Punzo. Che però, a dispetto delle conversazioni, si ritirerà sull’Aventino e rimarrà fuori dalla giunta.Convinto del successo dell’operazione, Bisignani chiama comunque Montezemolo, in tempo reale. Sono le 13:14. Dalla telefonata con Lucchini sono trascorsi pochi secondi. Bisignani dice all’amico di chiamare Lucchini o di farlo chiamare da Punzo. Concordano sul fatto che il problema abbia nome e cognome:”Tutto‘ sto casino lo sta mettendo su Moretti, non ti credere”, e infine Bisignani accoglie le lamentele di Montezemolo.Luca ce l’ha con Maurizio Bianconi del Pdl che ha dichiarato: “L’unico cinepanettone è la vita di Montezemolo”.(…) Montezemolo: “Ma leggiti una dichiarazione di un certo Bianconi (…) che dice ‘Montezemolo è un figlio di papà, non ha mai fatto un cazzo nella vita, come cazzo si permette di parlare (…)’ e nessuno che entra nel merito (…) mi ha chiamato uno che non sentivo mai, Giancarlo Leone, mai da mesi (…) dice che ho dato un segnale di positività e anche di amore per questo Paese al di fuori delle polemiche (…)”.PUNTO G(ELMINI)Bisignani e i suoi amici discutono spesso di Montezemolo, e lo fanno al telefono. L’8 ottobre 2010 alle ore 19:55 Gigi tocca l’argomento con Mariastella Gelmini, ministro della Pubblica Istruzione, apparentemente più interessata al dopo Berlusconi che alle ambasce di un mondo della scuola alle prese con tagli selvaggi. Non prima di aver scaricato veleno sul capo di gabinetto, il professor Vincenzo Fortunato: “Io non mi faccio trattare come Bondi”, perché quello (Fortunato) è “un cafone, maleducato e anche impreparato” che la mette contro il ministro dell’Economia “dopo che io mi ero praticamente prostituita per costruirmi un rapporto con Tremonti e lui è andato a dirgli che io facevo la furba”.E di aver fornito la migliore definizione del partito azienda, da molti anni a questa parte. (…) “Al netto del casino berlusconiano, però in una qualunque organizzazione aziendale se una persona come Gianni Letta che è come l’amministratore delegato, consente che un capoufficio si comporti così, viene meno l’autorevolezza dell’amministratore delegato”. Poi la Gelmini passa alle cose serie: “Guarda Luigi che ieri ho visto Montezemolo”. Il ministro si proietta in avanti. Offre consigli, agita diffida, ragiona quasi da premier in pectore.(…) Gelmini: “Allora secondo me è molto simpatico… e tra me e lui mi pare si sia instaurato proprio un rapporto di… – incomprensibile -”.Bisignani: “Ti ha detto come gli ho parlato di te, sì?”.Gelmini: “È nata una simpatia, anche un’intesa (…), io mi sono permessa di dirgli due cose, primo di non pensare ai – linea disturbata – però ormai vuol fare politica, questa è una cosa che abbiamo capito tutti, allora io l’ho messo in guardia perché era molto critico e, e, e sulla, sul berlusconismo di questi giorni, sulla Santanchè, su queste cose del Giornale, sai un po’ le cose che ci diciamo tutti, allora io gli ho detto: guardi, io queste cose le condivido, nel senso che anche io da dentro ho delle perplessità, le ho espresse anche al presidente, ma al netto di questo, lei non deve commettere due errori. Mi fa: ‘Quali?’ (…). Prima di prestare la sua faccia a un Pd distrutto perché dal Corriere sembrava che…, dopo lei l’ha smentito, però sembrava che lei avesse già un mezzo accordo con Bettini, Bersani…”.Bisignani: “No, ma questo no, obiettivamente no”.Gelmini: “Ecco, la seconda cosa da evitare è anche quella del terzo polo, perché la verità è che se lui pensa al dopo, il dopo parte e ha comunque una matrice berlusconiana, non è che si può pensare che Casini inventa e, e, e si mette con Rutelli e magari con Fini e fanno che cosa, quindi gli ho detto ‘lei deve comunque rimanere legato a Gianni Letta, che è la persona di riferimento per tutti noi, ogni tanto faccio una telefonata a Berlusconi che insomma è comunque, voglio dire, una persona, è il nostro presidente… ed è’”.Bisignani: “Il problema dei treni te l’avrà detto in questo momento”.Gelmini: “Me l’ha detto, me l’ha detto, però secondo me, guarda Luigi, dobbiamo stargli addosso perché lui…”.Bisignani: “Io quanto è che te lo dico?”. Gelmini: “Ecco perché lui dico: secondo me politicamente è un po’ inesperto (…) ed è lusingato sia da sinistra sia da Casini, mentre questa persona…”.Bisignani: “Però mi ha detto che Casini se si è… i sondaggi gli vanno subito giù, hai visto?”.(…) Gelmini: “Ecco però secondo me… è un tavolo che è utile fare magari con te, con lui, con Franco Frattini (…) teniamolo un po’ agganciato perché l’uomo ha una voglia matta di scendere in campo (…) e se lo lasciamo coltivare agli altri rischiamo di ritrovarcelo in qualunque schieramento ma non nel nostro e siccome comunque ha una buona immagine perché è indiscutibile che il suo nome è legato alla Ferrari, cioè è comunque una persona di peso, rappresenta un mondo del Paese che anche se è un po’ in decadimento… cioè ritengo che noi, soprattutto Letta dovrebbe dargli dei segnali”.Bisignani: “Sì ma poi lui con Letta ha un grande rapporto da sempre, il figlio di Letta ha cominciato a lavorare in Ferrari, c’è proprio una storia”.Gelmini: “Ecco bisogna tenerlo però vicino perché lui oggi mi ha detto appunto che insomma ha avuto tantissime soddisfazioni, tantissime, dice: io non ho bisogno di niente, però capisco che il Paese ha bisogno, vedo che morde il freno”. Malcom Pagani per “il Fatto quotidiano” CONTRO MASI NIENTE FICTION PER EDWIGE, NONOSTANTE UNA MASERATI Dal “Fatto quotidiano”  Luca Cordero di Montezemolo il dialogante sa anche perdere la pazienza. È arrabbiato con Mauro Masi in fuga rispetto agli impegni assunti con Edwige Fenech (un tempo compagna di Montezemolo, ex icona del desiderio anni ’70 e oggi affermata produttrice di fiction per la tv).Montezemolo è un galantuomo e per far conoscere il proprio disappunto all’allora dg della Rai, utilizza il contatto che considera più utile alla causa. Il presidente della Ferrari non ignora che Luigi Bisignani (il cui figlio lavora nel team di Maranello) e Mauro Masi sono ottimi amici. Quindi chiama il primo perché il secondo intenda. È il 5 febbraio 2011, ore 19:43.(…) Montezemolo: “Ti volevo dire questo, io ho bisogno un po’ d’aiuto perché ieri da lì ho chiamato Masi”.Bisignani: “Sì”.Montezemolo: “Perché mi ha chiamato il… Luigi, mi ha detto che non avevano messo il niente, niente niente nel primo e nel secondo film, lui mi ha detto”.Bisignani: “Ma no, ma -incomprensibile-”Montezemolo: “Ma non è vero, adesso vediamo per lunedì, però io ho la sensazione che non ne viene fuori niente, allora”.Bisignani: “Hai fatto benissimo a dirmelo, adesso lo chiamo subito”.Montezemolo: “Tra l’altro io lì la macchina (una Maserati, ndr) gliel’ho mandata, lui non l’ha mai ritirata in tutto questo (…), però Luigi, tu gli devi far capire che se lui non mi fa questa cosa (…) con me ha chiuso ehBisignani: “E certo, ma non c’è dubbio, ma che scherzi? Anche con me se è per questo”.Montezemolo: “Ma tu hai… hai elementi di intervenire con lui o no?”.Bisignani: “Sì, sì, assolutamente sì”.Montezemolo: “A me dispiace però se (…). Se ti rompo le scatole è perché per me è importante, hai capito? Perché…”.Bisignani: “Ma no, no, no, no, lo capisco beni…, lo capisco benissimo, Luca, ma figurati, lo faccio subito, guarda”. (…) Un abbraccio forte, forte”.DALLA FENECH AL MINISTRO DEL TUNNEL: LE DONNE DI MR FERRARIDalla simpatia provata da Mariastella Gelmini a Edwige Fenech, “Montezemolo e le donne” è un film in bianco e nero. Elegante, di nobili natali, affascinante. Luca incontra l’eterea Sandra Monteleoni forse troppo presto. Si sposano. Hanno un figlio, Matteo, che oggi ha più di trent’anni. A Cesare Lanza di Sette, anni dopo, Monteleoni svelerà le difficoltà incontrate dopo le nozze: “Mi sposai giovane e riversai i miei problemi sul mio ex marito”.La storia finisce e Montezemolo si innamora di Edwige Fenech, berbera di confine tra Tunisia e Algeria, bella da stordire, icona di un decennio di cinema italiano a basso costo. Le suggestioni erotiche, viste con il cinico filtro della contemporaneità, risiedevano soprattutto nei titoli. Da “Giovannona coscialunga disonorata con onore” a tutte le soldatesse e le insegnanti di un fortunatissimo filone. Tra loro durerà 18 anni. Montezemolo continua a piacere anche nella maturità. Prima una lunga liaison con Bambi Parodi Delfino (nascerà Clementina), poi un ultimo matrimonio con Ludovica Andreoni. Tre figli. Lei, ha dichiarato Luca, “Non vorrebbe che io scendessi in politica”.

Nepotismo universitario

Giovedì, 4 Agosto 2011

Marie Curie vinse il Nobel insieme al marito Pierre, e qualche anno dopo lo stesso premio andò alla loro figlia Irene, sempre con il consorte. In famiglia il talento era di casa. Non sempre accade lo stesso dietro quei cognomi che, a scorrere la rubrica telefonica delle università italiane, si ripetono pagina dopo pagina. «Measuring nepotism: the case of italian academia» è il titolo della ricerca di Stefano Allesina, cervello in fuga che da Carpi è volato a Chicago, dove si occupa di modelli matematici applicati all’ecologia.Misurare il nepotismo, calcolare il peso dei baroni. D’accordo, ma come? Spulciando la banca dati del ministero dell’Istruzione, questo ricercatore di 35 anni ha controllato quante volte lo stesso cognome si ripete dentro le nostre 94 università. Un lavoro lungo ma in fondo semplice, «statisticamente rozzo» come spiega lui stesso al telefono. Perché avere lo stesso cognome non vuol dire per forza essere parenti, visto che ci possono essere casi di omonimia.E perché le vie del nepotismo sono infinite, con la possibilità di concedere la spintarella ad amici, cugini e magari amanti che si chiamano in altro modo e quindi sfuggono ad un controllo del genere. Tra gli oltre 61 mila professori e ricercatori a tempo indeterminato delle università italiane, ci sono 4.583 cognomi ripetuti due volte, 1.903 che compaiono tre volte. Il record spetta ai signor Rossi, ovviamente, ce ne sono 255, seguiti da Russo, Ferrari e Romano. Tutti sopra quota cento ma in fondo sono anche i cognomi più diffusi nel Paese.L’analisi diventa più interessante quando si calcola il tasso di nepotismo all’interno delle singole università. Le cose vanno peggio al Sud, con il primo posto assoluto alla Lum Jean Monnet, piccolo ateneo privato della Puglia, seguito da Sassari e Cagliari, mentre per trovare la prima università del Nord bisogna scendere fino alla 15esima posizione con Modena e Reggio Emilia. Altra classifica per le aree disciplinari: i sospetti maggiori si concentrano su ingegneria industriale, seguita da diritto, medicina, geografia e pedagogia. I settori più virtuosi, invece, sono demografia, linguistica e psicologia.Anche qui un indizio non fa una prova. Ma il ricercatore sottolinea alcuni cognomi non proprio comunissimi: «In Economia il quinto cognome più diffuso è Massari, in Veterinaria il primo è Passantino» . Sbotta Luigi Frati, rettore della Sapienza con due figli e una moglie che hanno seguito la carriera accademica: «La meritocrazia non ha cognome. Piuttosto si veda se uno studioso è bravo oppure no». E per questo cita l’indice H, che misura l’impatto del lavoro degli scienziati: «Il mio è 45, quello del ricercatore americano 11».Virgilio Ferrario, preside di Medicina alla Statale di Milano, dice che il «nepotismo c’è ma si faccia la cortesia di vedere cosa succede nell’amministrazione pubblica» . Lui, l’autore dello studio, ribatte di «aver solo offerto uno strumento per combattere il fenomeno» . E dedica il suo lavoro ai ricercatori italiani all’estero. Forse ne avrebbero ancora più bisogno quelli rimasti a casa. Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera

Bisignani, mi chiamo mr. Wolf

Domenica, 19 Giugno 2011

Cercava di influenzare anche le nomine della Confindustria. Luigi Bisignani premeva sul suo amico all’Eni, Stefano Lucchini, responsabile Relazioni istituzionali dell’Eni e membro della Giunta di Confindustria Napoli , per favorire la nomina di un amico di Luca Cordero di Montezemolo. Parliamo del suo socio nella compagnia ferroviaria Ntv: Gianni Punzo. È un altro dei retroscena dell’inchiesta condotta dalla Procura di Napoli sulla P4. Un altro dettaglio che dimostra il potere del lobbista, intimo amico di Gianni Letta, che peraltro ha un figlio che lavora in Ferrari. Ne aggiungiamo un altro: il 16 gennaio una parlamentare del Pdl viene intercettata mentre discute con Bisignani di un episodio piuttosto vecchio: la rissa che vide coinvolto, a Ischia, il figlio di Ilda Boccassini, la pm che si sta occupando a Milano del caso Ruby. I due ne discutono il giorno prima del pranzo, ad Arcore, tra Berlusconi e il direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti, di Panorama Giorgio Mulé, presenti anche Mauro Crippa (capo dell’informazione Media-set) e Alfonso Signorini. Praticamente tutta la batteria di “fuoco” (d’inchiostro) a disposizione del premier. Passano cinque giorni e il Giornale spara la notizia del 1997 in prima pagina chiedendosi se la Boccassini fece pressioni su qualcuno quando suo figlio Antonio finì sotto processo. Nessuna pressione, come il Fatto Quotidiano verificò a gennaio, poiché suo figlio fu prosciolto nel giugno 1998. Resta un fatto: il giorno prima del summit ad Arcore, una parlamentare del Pdl parla con Bisignani dell’episodio e pochi giorni dopo la notizia, riesumata dal 1997, viene titolata in prima pagina dal giornale della famiglia Berlusconi. Le parlamentari e le ministre del Pdl, in costante rapporto con Bisignani, sono comunque più d’una. E spesso sono state intercettate dal nucleo della polizia tributaria della Guardia di finanza di Napoli, su delega dei pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio.Tra queste c’è Stefania Prestigiacomo: il ministro dell’Ambiente, per esempio, è stata vittima di un’intercettazione ambientale. Sembra un gioco di parole, ma è invece un passaggio interessante dell’inchiesta, tanto che la Prestigiacomo nei mesi scorsi è stata interrogata dai pm della procura napoletana.La Guardia di finanza intercetta la voce della Prestigiacomo nell’ufficio di Luigi Bisignani. I due sono in ottima confidenza, parlano tranquillamente, senza immaginare che una cimice sta registrando la loro conversazione. Bisignani sembra preoccupato, forse proprio a causa delle indagini, ma la registrazione è per lunghi tratti incomprensibile e la stessa Prestigiacomo, interrogata, ha detto di non ricordare di cosa stessero parlando.
La ministra non è indagata, ma il suo nome compare nell’indagine, come quello dell’ex presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. La Gdf napoletana ha intercettato le telefonate di Bisignani mentre tesseva la tela che doveva portare il suo amico di vecchia data, Gianni Punzo, sulla poltrona di vicepresidente di Confindustria a Napoli.Va notato che Bisignani fa parte di un blocco di potere centrato oggi su Gianni Letta (ieri anche su Cesare Geronzi) fortemente ostile a quello di Montezemolo-Diego Della Valle. Ma le conoscenze di Bisignani fanno comodo a tutti, anche ai suoi nemici . È Montezemolo in persona a chiamare Bisignani per chiedere di spingere sull’Eni, al fine di spostare il peso dell’azienda pubblica dell’energia su Punzo. La manovra comunque fallisce, il “Bisi”, stavolta non basta. Punzo, l’imprenditore che ha creato il Cis di Nola, teneva molto a diventare vicepresidente di Confindustria Napoli. Bisignani quindi chiama Lucchini e cerca di ottenere il voto dell’Eni in suo favore. Purtroppo per Montezemolo però Punzo perde e se ne va sbattendo la porta dall’Unione industriali. La spunta infatti una triade di vicepresidenti a cui è difficile opporsi, grossi calibri nazionali: l’amministratore di Trenitalia Mauro Moretti (molto ostile alla Ntv di Punzo-Montezemolo), Gabriele Galateri di Genola, attuale presidente delle Generali, allora in Telecom Italia, e Marco Forlani, responsabile relazione istituzionali di Finmeccanica e figlio del politico Dc, Arnaldo. Antonio Massari per Il Fatto

Gian Marco Chiocci-Massimo Malpica per Il Giornale Anche per la P4 sono migliaia le pagine dell’accusa pronte a finire sui giornali. Sono contenute nella richiesta d’arresto, negli oltre 100 interrogatori dei testimoni, nei numerosi verbali di Luigi Bisignani, nelle intercettazioni telefoniche che in gran parte – secondo il gip – non debbono essere utilizzate. Un’inchiesta mastodondica, quella dei pm Curcio e Woodcock, che il giudice ha in gran parte ridimensionato facendo propri solo tre dei diciannove capi di imputazione.Sono tantissimi i pesci grandi e piccoli, della politica e dell’imprenditoria, ad esser finiti nella rete dei sostituti napoletani. In cima alla lista, oltre a Luigi Bisignani, presunto «dominus» dell’associazione c’è Gianni Letta. Per i suoi rapporti con l’amico Luigi, per la vicenda della candidatura del deputato Papa, per quanto riguarda l’esistenza di una lobby massonica in capo a Bisignani, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio era/è finito nel mirino dei magistrati che lo hanno interrogato a lungo l’8 febbraio scorso a causa di un presunto via-vai di informazioni riservate su indagini top secret che lo avrebbero riguardato.Nell’indagine c’è finita, suo malgrado, anche il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e quella alle Pari opportunità Mara Carfagna. A quest’ultima, ascoltata come persona informata sui fatti, sarebbe stata mostrata una fotografia con il deputato Papa in compagnia di un soggetto misterioso, che anche la ministra ha dichiarato di non conoscere. Fotografia al centro di una più complessa interrogazione parlamentare firmata da numerosi esponenti del centrodestra su presunti pedinamenti (vietati per legge) di deputati e senatori.Non ha trovato conferme nell’entourage del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini una sua convocazione in procura anche se il suo nome comparirebbe negli accertamenti della guardia di finanza. Di fronte ai pm napoletani è sfilato certamente il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, sfiorato in precedenza dall’inchiesta P3.Tra i politici presi a verbale c’è anche il finiano Italo Bocchino (accusato da Bisignani di avergli spifferato la notizia dell’esistenza dell’inchiesta P4), l’ex Fli-attore Luca Barbareschi (sfilato in procura il 24 febbraio 2011 per una questione inerente un teatro) e «mister centomila preferenze», Alfredo Vito, vicinissimo a Fli. Poi ecco Michele Vietti, storicamente fedelissimo di Casini, oggi vicepresidente del Csm. L’elenco conta anche Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, ma non Denis Verdini, coordinatore del partito citato nelle intercettazioni, convocato ma allo stato non ancora interrogato. Faccia a faccia anche per Valter Lavitola, editore dell’Avanti!, mentre da Palazzo Chigi sono arrivati al centro direzionale di Napoli il capo dipartimento Editoria, Elisa Grande, e Antonio Ragusa, capo del dipartimento Risorse strumentali.A dispetto di quel che si è letto su alcuni giornali, mai è stata interrogata il sottosegretario Daniela Santanché, al contrario del consigliere regionale del Pdl campano, Fulvio Martusciello. Solo boatos, ma nessuna conferma, sul passaggio negli uffici giudiziari napoletani di Paolo Cirino Pomicino.Cambiando sponda politica è stato costretto a dare spiegazioni l’ex leader della Quercia, e attuale presidente del Copasir, Massimo D’Alema. In contatto, perché portato da Bisignani, con il direttore dell’Aise-Sismi, Adriano Santini. A sua volta sentito dai pm il 15 dicembre 2010, dopo l’interrogatorio (avvenuto il 2 dicembre) del generale dei servizi militari Giuseppe Santangelo. Anche Luca Cordero di Montezemolo spunta nelle carte. É lunga la fila dei manager di Stato interrogati. I più importanti ci sono tutti.Dall’ex dg della Rai, Mauro Masi,a Mauro Moretti, ad di Fs, passando per Paolo Scaroni, ad di Eni (dai pm anche il responsabile delle relazioni esterne di Eni, Stefano Lucchini) fino al numero uno di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini (interrogato l’8 febbraio scorso), e al responsabile pubbliche relazioni della stessa azienda, Lorenzo Borgogni (ascoltato il 12 marzo). Sotto la lente d’ingrandimento dei pm sono finiti anche due ex consiglieri di Romano Prodi, Francesco Micheli (non indagato) e Angelo Rovati interrogato insieme all’amico Anselmo Galbusera, titolare della Italgo-Delta finita nell’inchiesta Why not per aver fornito utenze telefoniche proprio all’entourage di Prodi.E poi Roberto Mazzei, presidente del Poligrafico dello Stato. Sentiti anche molti magistrati ed ex magistrati. Il capo degli 007 di via Arenula, Arcibaldo Miller, l’ex presidente della corte d’appello di Salerno, Umberto Marconi, il «magistrato onorario» Pasquale Lombardi (indagato per l’inchiesta sulla P3), il capo della procura di Nola, Paolo Mancuso. A verbale, per un filone collegato, anche il vice di Tremonti, Marco Milanese.Nell’indagine è finito anche il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, l’ex portavoce della Marcegaglia, Rinaldo Arpisella e quello del sindaco di Roma, Maurizio Basile, l’ex capo della security di Telecom, Giuliano Tavaroli. Per non parlare poi degli imprenditori Vittorio Casale, Marcello Fasolino, Luigi Matacena, Stefano Ricucci, Marcello Fasolino, Alfonso Gallo e Giuseppe De Martino, quello da cui tutta l’inchiesta ha avuto inizio. C’è spazio anche per il carneade Antonio Di Napoli, a tutti gli effetti, detenuto.

Caos Università

Martedì, 5 Aprile 2011

Cronache di chiusure annunciate: dal prossimo anno accademico alcuni corsi di laurea, in base alla normativa vigente, potrebbero non essere attivati per la mancanza dei “requisiti minimi di docenza”. L’Effetto-Gelmini, in questo caso, non è prodotto diretto della Legge di Riforma entrata in vigore a fine gennaio, ma parte da più lontano: precisamente dal Decreto Ministeriale n. 17 del 22 settembre 2010 che fissa i “paletti” numerici da rispettare per essere in regola e poter continuare ad erogare un corso presente nell’offerta formativa d’ateneo. La razionalizzazione dei corsi di laurea, che dal punto di vista squisitamente economico-finanziario può rappresentare una boccata d’ossigeno per i bilanci accademici, prevede due soluzioni: la soppressione o l’accorpamento. Provvedimenti che, uniti al blocco del turn-over e ai pensionamenti previsti nei prossimi anni, metteranno a dura prova gli atenei riducendo il bacino di docenti per coprire i corsi attivati. Con il risultato che l’offerta formativa delle università pubbliche subirà, nel suo complesso, un forte ridimensionamento. Sono due degli argomenti che ricorrono nelle storie raccontate dai lettori di Repubblica.it. Abbiamo approfondito.Soppressi o accorpati? I requisiti minimi di docenza – vale a dire “il numero di docenti di ruolo complessivamente necessari, calcolato ipotizzando una situazione teorica di impegno nelle attività didattiche esclusivamente di un singolo corso di studio”, secondo la formula ministeriale – prevedono 12 docenti per i corsi di laurea (triennali) e 8 per quelli magistrali (biennali); per i corsi magistrali a ciclo unico di 5 anni il corpo docente di ruolo dev’essere pari a 20 unità, per quelli a ciclo unico di 6 anni il numero-minimo sale a 24. Con l’obiettivo di mettere “un limite alla proliferazione degli insegnamenti”, si rischia però – come ci hanno segnalato molti lettori in occasione della precedente puntata dell’inchiesta – di “tagliare le gambe” a iniziative didattiche valide e con concrete prospettive lavorative post-laurea, cancellandole o ridimensionandole fortemente.“Fiore all’occhiello” spezzato. Alla Federico II di Napoli il corso di laurea magistrale in Astrofisica e Scienze dello Spazio è stato disattivato il 16 marzo su delibera del Consiglio di Facoltà: dal prossimo anno accademico non accetterà più nuove immatricolazioni. “Quella del Senato Accademico – si legge nella nota pubblicata sul sito dell’università – non è stata una decisione insensata, perché, con la nuova legislazione, i corsi di laurea poco popolati incidono negativamente e pesantemente sul finanziamento dell’università”. Effettivamente questo corso di laurea magistrale negli ultimi due anni aveva avuto una media di 12 iscritti (anziché 15, minimo previsto dai regolamenti ministeriali). Ma tutti i laureati, come precisa anche l’ateneo, “hanno finora trovato un inserimento nel mondo della ricerca scientifica nazionale e in special modo internazionale, dando una chiara indicazione di successo e competitività”. Un corso “fiore all’occhiello” sacrificato per mere ragioni di budget.Genova senza Servizio Sociale. Nell’ateneo del capoluogo ligure il corso di laurea magistrale in Servizio Sociale e Politiche Sociali è a rischio chiusura, come conferma il preside della Facoltà di Giurisprudenza Paolo Comanducci: “Detto semplicemente: il Miur pretende, a priori e in astratto, che per attivare i corsi di studio proposti una Facoltà abbia un numero di docenti considerato sufficiente sulla base di una formuletta matematica elaborata dal Ministero”. Per scongiurare la chiusura del corso, d’intesa con il rettore, è stata chiesta una deroga al Miur, ma ancora non è giunta una risposta ufficiale. Intanto la Regione e l’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali stanno manifestando preoccupazione per la paventata chiusura del corso in questione: si tratta, infatti, di un percorso di studi necessario per accedere ai ruoli apicali dei Servizi pubblici nell’area socio-sanitaria.L’Aquila, stop alle indagini. Ha quasi duemila iscritti, registra un alto tasso d’immatricolazioni, è l’unico in tutta Italia: eppure il corso di laurea in Scienze dell’Investigazione dell’Università degli Studi dell’Aquila sta lottando per sopravvivere e, se non riuscirà a trovare i docenti per raggiungere il minimo previsto dal Miur, dal prossimo anno accademico sarà costretto a chiudere i battenti. Il professor Francesco Sidoti, presidente del corso di laurea, ha scritto un accorato appello all’intera comunità accademica aquilana per rendere partecipi tutti del paradosso: per la mancanza di quattro docenti un corso con una precisa identità giuridica, colonna portante dell’ateneo e apprezzato anche in ambito internazionale non potrà essere attivato. Puntualizzando: “Nelle università italiane il settore della sicurezza è stato lasciato drammaticamente allo sbando in questi anni. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Giovanni Falcone; un tempo la criminologia italiana è stata la prima nel mondo. Di tutto questo nelle aule universitarie c’è ben poco, per motivi interni – legati agli aspetti corporativi, clientelari e familistici del sistema – e per motivi esterni se possibile ancor più deleteri: la mancanza di idee chiare e di lungimiranza”. Triennali sfoltite, magistrali stabili. Capitolo accorpamenti. In molte università si sta rimodulando l’offerta formativa puntando sulla riduzione dei corsi di laurea triennali – meno numerosi e più “generalisti” – cercando di mantenere la specializzazione sui corsi magistrali. La Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo, ad esempio, ha seguito questa strada operando fusioni mirate tra corsi affini, come conferma il preside Fabrizio Micari: “Dal prossimo anno accademico saranno accorpati i corsi triennali di Civile ed Edile e, nella sede distaccata di Agrigento, quelli di Gestionale ed Informatica. In tal modo i nostri corsi triennali scenderanno da 12 a 10 mentre rimarrà inalterato il numero di corsi di laurea magistrale (14 di cui una a ciclo unico quinquennale)”. Ritocchi omogenei anche per Ingegneria a Parma: tre corsi triennali “vicini” – Informatica, Elettronica, Comunicazioni – confluiranno in uno solo che sarà suddiviso in tre curricula. Invariata l’offerta specialistica. Ma non sempre gli accorpamenti seguono criteri logici di prossimità e affinità:  a livello di dipartimenti in alcuni casi il principale obiettivo – non dichiarato ma evidente – è quello di creare nuovi soggetti “di peso” all’interno di atenei, derogando al principio dell’omogeneità.Il “caso” maxidipartimenti. All’Università di Padova il processo di aggregazione dei dipartimenti è cominciato lo scorso anno, in base alle linee guida del Senato Accademico che anticipavano la Riforma Gelmini. Marco Maggioni, rappresentante in CdA del Sindacato degli Studenti Link, sottolinea alcuni “casi” anomali nel nuovo assetto dipartimentale. Il più eclatante è quello del costituendo maxidipartimento “Filosofia, Sociologia, Psicologia Applicata”: “L’aggregazione di tutti questi dipartimenti – spiega Maggioni – non è basata su una comunanza a livello di ricerca o di didattica, bensì sulla volontà di costituire una struttura abnorme dal punto di vista numerico: avrà più di 150 docenti”. E il suo direttore designato – l’ex rettore dell’ateneo patavino Vincenzo Milanesi, delegato all’istruzione del bilancio – ha portato in commissione statuto la proposta di dare più risorse ai dipartimenti numericamente più consistenti. Solo un caso? Un altro dato interessante a proposito di accorpamenti “pazzi” è quello legato alle “spartizioni” di alcuni piccoli dipartimenti, uno per tutti “Geografia”: è stato fagocitato da realtà più grandi, dividendo i suoi docenti tra Geologia, Scienze Politiche e Scienze del Mondo Antico. m. massimo repubblica

L’università paralizzata dalla Gelmini – 1

Giovedì, 24 Marzo 2011

La Legge Gelmini, oggi, ha fermato le università italiane. A partire dal mondo della ricerca, l’asset più citato, il più fragile in verità. Il motivo principe del motore fermo, e quindi dello spaesamento di matricole, studenti di lungo corso, assegnisti, ricercatori, finanche dei “prof” vicini alla cattedra, dipende dal fatto che la riforma universitaria è un tomo lungo e complesso e i decreti attuativi di cui abbisogna per essere trasformata in sostanza richiederebbero Consigli dei ministri in seduta permanente e non occupati dall’incandescente quotidianità della cronaca nazionale e internazionale.Ci sono tre fonti che oggi consentono di certificare il “blocco universitario”: le voci degli studenti universitari, i blog dei ricercatori (in particolare della Rete 29 Aprile), le proiezioni della Cgil scuola e ricerca. Uno dei nodi universitari è il nuovo ciclo del dottorato di ricerca: non può essere avviato perché occorrerebbe un decreto ministeriale, appunto, su proposta dell’Anvur, l’associazione nazionale di valutazione che è ancora lontana dall’essere operativa. Con la riforma tutte le borse di studio post-laurea sono state abolite, ad eccezione degli assegni di ricerca: i nuovi assegni sono bloccati, però, perché occorre un decreto ministeriale che ne fissi l’importo minimo. Gli assegnisti, va ricordato, nelle università italiane sono 16 mila.Non è ancora chiaro se si potranno far partire i bandi per i nuovi ricercatori a tempo determinato: secondo la Cgil violerebbero la legge Tremonti che riduce drasticamente la possibilità di assunzioni a tempo determinato nella pubblica amministrazione (le assunzioni del 2011 dovranno essere inferiori al 50% delle assunzioni dell’anno precedente). E, tra l’altro, occorrerebbero regolamenti d’ateneo che oggi non possono vedere la luce visto che siamo ancora alla fase precedente ai regolamenti: la revisione degli statuti. Lo hanno già messo in evidenza gli universitari della Rete della conoscenza: la “Gelmini” esclude dalla partecipazione ai progetti di ricerca gli attuali borsisti e contrattisti, gli studenti della triennale e delle scuole di specializzazione, gli studiosi stranieri. Difficile non pensare che questa scelta non sia impugnabile come “discriminazione”.Sono bloccate, e il motivo va ricercato nella necessità di mettere a posto i regolamenti d’ateneo, le chiamate su posti di associato dei futuri abilitati e poi chi volesse assumere qualcuno degli attuali idonei non chiamati (oltre 1.500) non potrebbe beneficiare dei fondi del piano straordinario previsto dall’ultima legge di stabilità (anche qui siamo in attesa di un decreto ministeriale).Questo è lo stato dell’arte dell’università italiana. Se si guarda in avanti, la situazione si fa disperante. Nel 2012 la maggior parte degli atenei italiani, condannati a bilanci in rosso fisso, potrebbe trovarsi nell’impossibilità di reclutare docenti, a tempo determinato, a tempo indeterminato, per i vincoli finanziari aggravati dai nuovi tagli al finanziamento ordinario e dalle nuove regole di calcolo dei costi. La Cgil stima che il pensionamento previsto per il prossimo quinquennio porterà fuori dal sistema universitario il 50% dei professori ordinari e il 25% di associati e ricercatori: la metà non sarà reintegrata e ogni anno l’università italiana assisterà alla fuoriuscita di 600 professori ordinari mentre l’ingresso dei mille associati annunciati sarà frenato dal fatto che il 50% degli atenei non potrà fare assunzioni. Il taglio ai corsi di studio eccessivi e bizzarri, così voluto dal ministro Gelmini, si realizzerà naturalmente per la moria degli insegnanti.I ricercatori? Tra pensionamenti e passaggi alla docenza si ridurranno di 2.000 l’anno. Un ricercatore borsista dell’Università di Parma, Cristian Cavozzi, dipartimento di Scienze della terra, ha segnalato la sua personale situazione. Il borsista da tre anni è impegnato insieme ad altri due colleghi in un progetto di ricerca finanziato interamente dall’Eni, ma nell’ultima stagione tutto è stato bloccato: “Non rientra più nelle forme contrattuali previste dal decreto legge”. Per il 2011 la legge Gelmini non prevede il rinnovo per il bando ad hoc. Laura Romanò, rappresentante dei ricercatori, conferma: “Mancano i decreti attuativi, la legge ha azzerato tutto. Si rischia di andare avanti così per molto tempo”. I tre ricercatori propongono una “moratoria” in nome del buon senso: “Non si potrebbe concedere una deroga alle borse in fase di rinnovo? Almeno prorogarle di qualche mese per dare un minimo di garanzie di continuità ai progetti di ricerca in corso”. “La riforma”, spiega Alessio Bottrighi, presidente dell’Associazione precari della ricerca, “non chiarisce se i vecchi assegni di ricerca possono essere rinnovati. E per i nuovi bisogna attendere il decreto del ministro”. I vuoti normativi, dice Mimmo Pantaleo, segretario della Cgil scuola, “sta bloccando ogni forma di reclutamento e portando ad autentici licenziamenti di massa”. c. zunino

Caos università – l’effetto Gelmini – 2

Giovedì, 24 Marzo 2011

gelmini_mariastellaAllarmi e proteste ormai non si contano: le funzioni della ricerca (tutte), la chiamate di progettisti, associati e docenti sono bloccate. La legge – e si sapeva – ha bisogno di molteplici decreti che il governo dimentica. La Legge Gelmini, varata con l’intento di “mettere ordine” negli atenei, sta producendo situazioni caotiche fin dalla sua entrata in vigore, ormai due mesi fa. Sono gli effetti macroscopici che abbiamo raccontato nella prima puntata di questa inchiesta.Ma non si tratta di fisiologici “effetti collaterali”: l’Effetto-Gelmini sta colpendo i gangli del sistema universitario omettendo di dare risposte certe, coperture di spesa e soluzioni pratiche per i mille problemi con cui devono confrontarsi ogni giorno studenti, docenti e tutte le altre figure che animano il variegato microcosmo universitario. Le disfunzioni riguardano molteplici aspetti della vita tra le mura accademiche: lo testimoniano le centinaia di segnalazioni che quotidianamente riceve il nostro sito, le migliaia di discussioni aperte sui forum della Rete, le innumerevoli iniziative promosse “dal basso” – praticamente in ogni ateneo e in tutte le facoltà – per portare a conoscenza situazioni locali di “disagio” rispetto a un progetto di “riordino” del sistema universitario che sta producendo invece un “blocco forzato”, soprattutto per l’assenza di linee-guida da seguire e per la mancanza di un disegno veramente organico di riforma.Razionalizzazione o tagli? Uno dei cavalli di battaglia della Legge Gelmini – che il ministro ripete spesso come un vero e proprio “mantra” – è stato quello della “lotta agli sprechi”: “Con la Riforma dell’Università ci sarà una razionalizzazione delle risorse”. All’atto pratico questa dichiarazione di buonsenso si traduce in determinate azioni che il Miur metterà in atto fin dal prossimo anno accademico: l’accorpamento e/o la cancellazione di corsi di laurea per mere ragioni di budget d’ateneo, mettendo totalmente in secondo piano la didattica e la ricerca.Accorpamenti e cancellazioni. L’antipasto è stato servito a fine febbraio con l’annuncio del “progetto pilota” di riorganizzazione dei sette atenei campani: il “contenimento del numero dei corsi di studio per evitare inutili sovrapposizioni” ha portato alla soppressione di trentaquattro corsi e all’eliminazione di sei sedi decentrate, tra cui quella della facoltà di Giurisprudenza di Nola (città natale del filosofo Giordano Bruno e sede di Tribunale) che attualmente conta 7 mila iscritti. Ma il piatto forte di questa “razionalizzazione” arriverà scaglionato nei prossimi anni: a Bologna (il più antico ateneo d’Europa) entro il 2013 le attuali ventitré facoltà dovrebbero diventare dodici, o ridursi addirittura soltanto a cinque attraverso maxi-accorpamenti eterogenei per rispettare i rigidi dettami della Legge. Su questa scia, a Catania la facoltà di Lingue finirà inglobata in Lettere e Filosofia. E così via.Senza appello. La contrazione degli appelli d’esame è una situazione comune a tutte le facoltà e va a “colpire” soprattutto chi si è iscritto con un vecchio ordinamento ormai “in scadenza”. La politica di concentrazione dei momenti di verifica sta portando a situazioni di disagio in moltissime facoltà: chi di regola aveva 5 appelli ordinari e 2 appelli straordinari per tutte le materie si è ritrovato quest’anno con un appello ordinario in meno e con l’impossibilità di sostenere esami in quelli straordinari, riservati a fuoricorso e ripetenti. Queste regole stanno generando un circolo vizioso: in questo modo, infatti, è molto più facile andare fuoricorso o essere ripetenti perché non si ha la possibilità di rimediare “in corso” a eventuali battute d’arresto.Ricerca solo per pochi. La Legge Gelmini, all’articolo 18 comma 5, prevede che solo alcune figure possano svolgere progetti di ricerca e partecipare ai gruppi che se ne occupano. Restano fuori – come denuncia il Coordinamento Precari dell’Università – gli assegnisti e chi non è “strutturato”. Ma, come sottolinea Link – Coordinamento Nazionale Universitario, questa situazione tocca anche gli studenti delle lauree triennali che potranno portare avanti soltanto lavori compilativi per la tesi: chi sta svolgendo progetti di ricerca e tesi sperimentali non ha più la copertura legale per farlo e rischia di essere allontanato dai laboratori ed escluso dai gruppi di ricerca. E così: “La riforma che dovrebbe avvicinare gli studenti al mondo del lavoro, in realtà impedisce loro di fare un’esperienza reale di ricerca sperimentale fin dai primi tre anni di università”.Tassati e tartassati. “L’aumento delle tasse è una extrema ratio che non vogliamo prendere in considerazione”. Il ministro Mariastella Gelmini rassicura gli studenti, eppure alcuni atenei hanno già cominciato a ritoccare verso l’alto la retta annuale. Ad esempio il 15 febbraio il Senato Accademico dell’Università di Tor Vergata ha deliberato un aumento indiscriminato delle tasse universitarie per tutti gli studenti nella misura del 13%, indipendentemente dalla condizione economica in cui versano. E questa non sarebbe una conseguenza diretta dell’entrata in vigore della Riforma Gelmini? Ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro che le “riforme a costo zero”, specie in un settore delicato e complesso come quello accademico, non esistono e non possono funzionare: un ateneo, proprio come una macchina, ha bisogno di carburante (cioè risorse) per funzionare e di continua manutenzione degli ingranaggi per restare in carreggiata ed evitare di andare in panne. m. massimo repubblica

Bunga bunga ministeriale

Venerdì, 14 Gennaio 2011

82945dopo tante parole, i fatti, o meglio le foto. ecco la prova che Berlusconi ha ragione. Il bunga bunga non è una pratica oscena. Si esercita al consiglio dei ministri ed è altamente gradita dalla signore. honni soit qui mal y pense. temis