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Monti, governo di occupazione straniera

Sabato, 14 Gennaio 2012

DS:Dottor Gaiani, pare di capire che, a suo giudizio, i paesi che avrebbero imposto questo “governo d’occupazione” all’Italia sarebbero Francia, Germania e USA. È corretto?GG: Per essere precisi, ritengono che siano state Parigi e Berlino a prendere la decisione. Washington si è limitata ad intervenire per salvaguardare i propri interessi: Obama, in un colloquio telefonico col presidente Napolitano, gli avrebbe suggerito i nomi cui affidare i dicasteri della Difesa e degli Esteri (evidentemente più cari agli USA), ossia rispettivamente quello del presidente del Comitato militare della NATO ammiraglio Di Paola e dell’ambasciatore a Washington Terzi di Sant’Agata.In sostanza, comunque, è avvenuto ciò che è avvenuto in Grecia: è stato imposto un “governo fantoccio”, che rende conto a potentati esterni anziché al popolo.Nei suoi interventi ha attirato l’attenzione su una questione inspiegabilmente passata sotto silenzio dai media: la richiesta dell’UE di abrogare le cosiddette “golden shares”. Ossia le quote e ben precisi poteri decisionali che lo Stato italiano mantiene nelle aziende strategiche privatizzate.È paradossale che l’UE, in una situazione descritta come di piena emergenza, non trovi di meglio da fare che occuparsi delle golden shares italiane. Tanto più che Francesi e Tedeschi hanno meccanismi simili per proteggere le loro aziende strategiche. A breve scade l’ultimatum lanciato dall’UE all’Italia: senza una legge che sostituisca le golden shares e fornisca una protezione da scalate esterne, il settore strategico italiano (Telecom, Finmeccanica, ENI, Enel, ma anche le banche) sarà acquisito dagli stranieri per due soldi, complici le cadute nelle contrattazioni borsistiche. Facciamo qualche esempio. Le banche italiane hanno oggi una capitalizzazione che supera di poco i 30 miliardi di euro, ma gestiscono una quantità di denaro che è cinque volte superiore. Eppure, acquistarle tutte assieme costerebbe meno che acquistare la sola BNP Paribas. Finmeccanica ha una capitalizzazione di 2 miliardi, ma possiede beni immobili che da soli valgono 4 miliardi. Francesi, Tedeschi, ma non solo, si preparano a comperare i pezzi pregiati della nostra industria, e lo faranno anche per eliminare dei rivali. In fondo, la guerra in Libia non è servita a togliere interessi strategici all’Italia, e rimpiazzarla nel paese nordafricano? Vi sono due modi per togliere di mezzo un rivale: soffiargli i contratti, come in Libia, oppure comprarlo, farlo passare sotto il proprio controllo, come rischia di succedere alle aziende italiane.
Il negoziato per alleggerire i termini del rientro sul debito, chiesto dall’Italia all’UE, ci metterà di fronte ad un ricatto: svendere in cambio le nostre industrie pregiate. I due pesi e le due misure sono palesi: alla Germania è stato chiesto di eliminare dei provvedimenti che tutelano il suo settore automobilistico; non lo fa, eppure non riceve alcun ultimatum. Ben diverso è il trattamento riservato all’Italia, alla Grecia o all’Ungheria. Quest’ultima è stata costretta a rinunciare a leggi decise dai suoi rappresentanti eletti in cambio d’aiuti finanziari europei.Poche settimane prima della caduta del governo Berlusconi, si era parlato di un interessamento della Cina ad acquisire partecipazioni nell’industria strategica. Non è possibile che queste manovre siano state motivate anche dalla decisione di non permettere a Pechino di realizzare queste acquisizioni?Non credo, perché l’interesse cinese tende più verso i titoli di debito pubblico. È più semplice penetrare lì, che nel settore strategico.Alcuni critici hanno tacciato il gabinetto Monti d’essere un “governo dei banchieri”. Tuttavia, si è visto come le banche italiane siano state discriminate dall’UE, che ha richiesto una ricapitalizzazione in ragione dei titoli del Tesoro italiano posseduto da queste banche, risparmiando invece gl’istituti finanziari francesi e tedeschi pieni di “titoli tossici”. Insomma: se anche le banche sono “vittime”, chi sono i “complici” interni di questa “occupazione”? E se non ve ne sono, come ha potuto essere imposto all’Italia un “governo d’occupazione”, come lo definisce lei?Si è imposto grazie alla debolezza della politica. Ed a metodi di pressione dall’esterno che non necessariamente richiedono complicità interne. Berlusconi ha accelerato i tempi delle sue dimissioni dopo che un pesante attacco speculativo fece crollare il titolo Mediaset in borsa… E comunque, un governo delle banche non deve esserlo necessariamente di quelle italiane (che pure sono state favorite da numerosi provvedimenti). La stessa ricapitalizzazione chiesta dall’UE può aiutare gli stranieri ad entrare nelle banche italiane. Che sono particolarmente ghiotte perché contengono l’ingente risparmio delle famiglie italiane.Ma insomma, esistono settori “nazionali”, animati da senso dello Stato e – perché no? – sano patriottismo, che potrebbero reagire a tutto ciò?L’unico modo per reagire è far mancare il sostegno al Governo in Parlamento. Ma la politica non è in grado, perché non può fornire un’alternativa e comunque è lieta che ad aumentare le tasse sia un governo tecnico. Un “governo d’occupazione”, dico io, perché favorisce i competitori dell’Italia. Sono davvero “straordinarie”, come le ha definite la Merkel, le misure del gabinetto Monti: infatti ci garantiranno recessione ed inflazione allo stesso tempo. Togliere di mezzo una delle maggiori potenze economiche mondiali è nell’interesse di parecchi paesi.E dato che lei è prima di tutto un analista militare, veniamo ad una scottante questione che è salita all’onore delle cronache, proprio in rapporto alla politica d’austerità, negli ultimi giorni. Mi riferisco alla polemica relativa all’oneroso acquisto dei caccia multiruolo statunitensi “Joint Strike Fighter” F-35 da parte dell’Italia. Al di là degli argomenti antimilitaristi, da un punto di vista realista, quest’acquisizione conviene o non conviene?Il programma JSF avrebbe dovuto costare all’Italia, nei piani originari, 2 miliardi per lo sviluppo e 15 miliardi per l’acquisto di 131 aerei. Si tratta d’una cifra che è già oggetto di riesame: probabilmente ne compreremo solo un centinaio. In ogni caso, lo sviluppo dell’aereo è arrivato in ritardo rispetto alla tabella di marcia, ed il conseguente aumento dei costi è difficile da quantificare. In Italia ufficialmente si prevede d’acquistare ciascun velivolo al costo unitario di 78 milioni di dollari. I canadesi, però, calcolano che ogni JSF costerà loro 146 milioni.Diciamo subito che gli aerei, dopo trent’anni, è normale vadano cambiati. Si può ovviamente decidere di cambiarli con meno mezzi, ed è già il nostro caso: i 131 F-35 daranno il cambio a 220-250 velivoli più vecchi. Ma all’Italia servono questi F-35? Servono se vogliamo continuare a bombardare in giro per il mondo a fianco dei nostri alleati. Quest’aereo sarà acquistato da altri paesi della NATO, e possederlo renderà le nostre forze integrabili con quelle alleate.
In ogni caso, l’aereo è statunitense: noi abbiamo un ruolo di sub-fornitori, e dunque deboli ricadute industriali. Acquistando l’F-35, rinunciamo alla capacità di produrre da soli i nostri aerei, come con l’Eurofighter, o come fanno i Francesi con il Rafale. Rinunciamo a sviluppare la versione d’attacco al suolo dell’Eurofighter, su cui invece investiranno i Tedeschi. Ciò ci condanna a lavorare su prodotti nordamericani per molti anni a venire.I Francesi non riescono ad esportare il loro Rafale: esaurite le commesse interne, chiuderanno la catena di montaggio. Fra dieci anni in Occidente ci sarà una sola catena di montaggio: quella degli USA. Non è una scelta d’oggi: è stata presa nel 1996 e confermata nel 2002.
Se vogliamo continuare a fare la guerra (anche contro i nostri interessi, come talvolta accade) ci servono questi aerei. Andrebbero bene anche gli Eurofighter, in realtà, a maggior ragione visto che i nostri avversari sono guerriglieri o eserciti scalcinati. La sofisticazione è però utile all’industria, perché permette d’acquisire tecnologia assieme agli aerei.Ma v’è infine un aspetto fondamentale di cui non si parla mai: gli F-35 costano molto, ma costa ancora più caro tenerli in linea. Il bilancio della Difesa sarà sempre più ridotto dai tagli finanziari: già oggi conta poco più dei soldi necessari a pagare gli stipendi. Dovremmo allora blindare i bilanci della Difesa per i prossimi 15-20 anni, o corriamo il rischio di ritrovarci con tanti moderni F-35, ma senza i soldi per fargli il pieno. Già succede in parte: la voce dell’esercizio è quella più colpita dai tagli. Se non garantiamo risorse alla Difesa, ha poco senso acquistare questi aerei. L’aeronautica italiana punta a mantenere una forza su due diversi velivoli, l’Eurofighter Typhoon per la difesa e l’F-35 per l’attacco. Anche la Gran Bretagna lo fa, ma ha molti più soldi di noi come del resto Francia e Germania che avranno invece un solo velivolo multiruolo.Nei suoi interventi ha ricordato che l’Italia ha una “sovranità limitata” da molti decenni: potremmo dire dal 1943. La domanda che mi pongo è: l’Italia può essere sovrana dentro la NATO? Ovvero bisogna trovare una nuova configurazione strategica, quale può essere una ristrutturazione dell’Alleanza Atlantica, o un trattato di sicurezza collettiva pan-europeo, quale quello promosso dai Russi negli ultimi anni?Durante la Guerra Fredda, anche se la nostra sovranità era limitata, gl’interessi dell’Italia (e dell’Europa) e degli USA convergevano. Oggi la situazione è mutata, come dimostra il caso libico. Gli USA negli ultimi mesi hanno sacrificato molti regimi arabi loro alleati per rimpiazzarli con nuovi regimi a loro volta non molto democratici. Persino l’Arabia Saudita si preoccupa, tanto da intervenire in Bahrayn prima che lo facessero gli USA. Siamo sicuri che il Mediterraneo dominato dall’islamismo sia nell’interesse europeo? Io credo di no. Invece può esserlo in quello degli USA, che sono più lontani, al di là dell’oceano.
Bisogna rivalutare il ruolo italiano ed europeo rispetto ai nostri interessi. Gli USA hanno giocato un ruolo tutto sommato stabilizzatore fino a Bush, mentre ora ricoprono un ruolo palesemente destabilizzatore. L’Italia stessa è stata destabilizzata con la guerra di Libia. Berlusconi partecipò controvoglia all’intervento, inizialmente decidendo che i velivoli italiani non avrebbero lanciato bombe. Il venerdì di Pasqua Kerry, presidente della Commissione esteri del Senato statunitense, giunse in Italia per conferire privatamente con Berlusconi. La domenica successiva Obama telefonò a Berlusconi. Il giorno dopo, anche l’Italia diede il via ai bombardamenti. Questo significa avere sovranità limitata. Sovranità che oggi è proprio azzerata.
Bisogna riflettere sulle alleanze. La Francia e la Gran Bretagna, in Libia, hanno fatto i loro interessi. Parigi ha scelto di tenere la propria flotta fuori dal controllo della NATO, perché alla testa di quest’ultima c’era un ammiraglio italiano. Il mondo è cambiato, bisogna riconoscerlo e guardare al nostro interesse nazionale. Oggi ci sono paesi pronti a tutto per un contratto petrolifero. Quando Sarkozy decise d’attaccare la Libia, gli aerei francesi sorvolarono l’Italia senza nemmeno chiederci il permesso. Questi sono competitori, non alleati.Lei è un “euro-scettico”, vero?L’Europa non c’è mai stata. Sono vent’anni che seguo guerre sul campo, e l’Europa non l’ho mai vista, se non nelle chiacchiere e nei regolamenti astrusi. Persino nei Balcani l’Europa si è dimostrata incapace, ed ha dovuto far intervenire la NATO. Non c’è un sentimento europeo. E l’Europa non è democratica: nessuno l’ha votata. Gli unici due referendum costituzionali li ha persi, per poi scavalcarli tramite il voto dei parlamenti. La verità è che oggi qualcuno sta riuscendo là dove non era riuscito Napoleone coi granatieri e Hitler coi panzer. Germania e Francia, con lo spread, stanno creando un impero.Berlino e Parigi riusciranno a mantenere congiuntamente questo “impero”? O alla fine si scontreranno per il potere?Oggi vi sono due assi in Europa. Il primo è quello franco-britannico sulla Difesa: lanciano progetti che poi si rifiutano di condividere col resto dell’UE. Il secondo è il direttorio economico franco-tedesco. Ma mentre gli USA prima realizzarono l’unione degli Stati tramite la guerra d’indipendenza e poi costruirono le istituzioni federali, noi europei prima abbiamo creato le istituzioni e la moneta unica, e poi stiamo pensando a costituire l’unione politica.Certo però che bisogna porsi il problema dell’alternativa all’Unione Europea. In questo mondo che viaggia verso il multipolarismo, in cui la tendenza evidente è all’integrazione regionale, come potrebbe l’Italia, da sola, sperare di conservare la sua sovranità, dovendo competere con grandi potenze semi-continentali o con possenti costruzioni integrate?Io voglio mantenere l’UE, perché ha alcune cose positive, come il libero scambio interno. Ma la Turchia, fuori dall’UE, sta costruendo un suo “impero”, grazie ad una classe politica che ha il coraggio di muoversi su scala regionale in maniera vincente.Ma lei, da esperto militare, saprà bene che non si possono guardare solo le cifre. Certo, come PIL nominale l’Italia è anche più forte della Turchia. Ma la Turchia ha una coesione morale, una vitalità popolare, un entusiasmo che mancano all’Italia, un paese declinante sotto molti punti di vista. Ecco perché ci servirebbe un’alternativa all’UE, se non vogliamo più restarvi o se dovesse crollare nostro malgrado. Dove trovarla? Forse proprio in un asse mediterraneo con la Turchia, per gestire ed arrangiare congiuntamente il nuovo volto del nostro mare?Non è necessario uscire dall’Europa ma mettere in discussione questo tipo d’Europa, puntando senza compromessi a garantire i nostri interessi nazionali specie nell’area mediterranea. Non possiamo diventare un lander sgangherato della Germania, o un “territorio d’Oltremare” francese. Ci manca purtroppo una classe politica capace di decisioni forti. Gianandrea Gaiani, analista militare, è direttore del mensile telematico “Analisi Difesa” e collaboratore di varie testate: ha una sua rubrica su “Panorama” e scrive per “Il Sole 24 Ore”, “Il Foglio” e “Libero”. Recentemente il dottor Gaiani ha espresso posizioni molto dure sul nuovo governo italiano, sia in un editoriale di “Analisi Difesa” sia in una lettera a “Il Foglio”. Definito come un “governo di occupazione”, imposto all’Italia da potenze esterne, il gabinetto Monti, a giudizio del dott. Gaiani, si distinguerebbe per sudditanza e non starebbe facendo davvero gl’interessi dell’Italia, ma anzi danneggiandoli. Il con-direttore Daniele Scalea ha incontrato il dott. Gaiani per discutere con lui della sua forte presa di posizione.

 

La Geopolitica del Papa

Domenica, 21 Settembre 2008

La Chiesa cattolica è una realtà bimillenaria. Ma l’attuale ruolo politico del papato sulla scena del mondo è una sua conquista recente, di questi ultimi decenni. Per tre secoli, dopo la pace di Westfalia, il papato visse ai margini degli Stati. La sua neutralità tra le potenze coincideva con l’irrilevanza. La denuncia della prima guerra mondiale come "inutile strage" condannò Benedetto XV all’isolamento. Alle conferenze di pace che posero termine alle due guerre globali del Novecento, la Santa Sede non fu neppure invitata.

La risalita cominciò a metà del secolo scorso, col pontificato di Pio XII. E proseguì con i suoi successori, Giovanni XXIII e Paolo VI. Quest’ultimo predicò dalla tribuna delle Nazioni Unite a nome di una Chiesa "esperta in umanità". Nudo di potere temporale, il papato si rivestì di autorità morale. Ma metà del mondo gli restava irriducibilmente ostile. Stalin irrideva una Chiesa priva di divisioni armate. Lo strapotere sovietico costrinse la Chiesa al silenzio, sia dentro la cortina di ferro, sia fuori. Non una parola sul dominio comunista uscì dal Concilio Vaticano II, che pure discusse di tutto. La celebrata Östpolitik vaticana di quegli anni si attenne alla più stretta dottrina realista, a quel minimo necessario per assicurare alla Chiesa perseguitata la chance non tanto di vivere, ma semplicemente di non morire.

Poi venne un papa dalla Polonia e tutto cambiò. La rivoluzione spirituale da lui animata fu il fattore aggiunto che accelerò il crollo del sistema sovietico. Durante il suo pontificato, la Chiesa dispiegò l’intera gamma dei suoi registri. Alternò il realismo geopolitico a un idealismo di sapore wilsoniano. Agli Stati, il papato antepose i popoli. All’inviolabilità dei confini sostituì "il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere". Invocò l’intervento di eserciti internazionali in difesa dei popoli della Bosnia e del Kosovo. In entrambi i casi, si trattava di popolazioni musulmane, reliquie di quell’impero ottomano che tre secoli prima era giunto ad assediare Vienna; e il papa si schierava dalla loro parte.

Giovanni Paolo II era tutt’altro che un pacifista. Chiese interventi militari a Timor Est, a Haiti, nell’Africa dei Grandi Laghi: in quest’ultimo caso senza essere esaudito, col conseguente incontrollato genocidio di intere popolazioni. L’espansione della libertà e della democrazia era uno dei suoi principi guida.

Ma in altri momenti e su altri teatri Giovanni Paolo II optò per il rifiuto delle armi, all’insegna del realismo. Si oppose alla guerra del 1990-1991 contro l’Iraq, nonostante fosse approvata dall’ONU e fosse finalizzata a restituire la legittima sovranità a uno Stato invaso, il Kuwait. Tra gli "interessi" che motivarono questa opposizione del papa alla guerra, il primo fu la difesa della minoranza cristiana in Iraq. Un altro fu il rifiuto di un nuovo ordine mondiale a illimitata egemonia americana. Un altro ancora fu il proposito di instaurare tra la Chiesa e i paesi musulmani un rapporto non di scontro ma di "dialogo", analogo a quello intercorso col blocco sovietico negli anni della Östpolitik, anche a costo di mantenere il silenzio sulle macroscopiche violazioni dei diritti umani perpetrate in quei paesi.

Dopo l’11 settembre 2001, papa Karol Wojtyla di fatto approvò le operazioni belliche in Afghanistan. Si oppose invece risolutamente alla seconda guerra contro l’Iraq. La contrastò con tutte le sue forze, ma senza mai condannarla come immorale. La logica di questa opposizione del papa alla guerra era, ancora una volta, realista. Tant’è vero che nel 2003, soprattutto dopo l’eccidio terrorista di Nassiriya del 13 novembre, la linea ufficiale della Santa Sede divenne – ed è rimasta tuttora – di aperto sostegno alla permanenza di truppe occidentali in quel paese, permanenza promossa a "missione di pace", anche a protezione delle minoranze cristiane.

Non sorprese, quindi, che dopo la morte di papa Wojtyla, nel 2005, gli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti si inginocchiassero di fronte al suo corpo e ai suoi funerali accorresse la quasi totalità dei governanti del globo. In un mondo divenuto più anarchico, dopo la dissoluzione dei blocchi, al capo della Chiesa cattolica si riconosceva un’autorità senza precedenti, morale prima che politica.

Uscito di scena un gigante della statura di Giovanni Paolo II, l’interrogativo naturale era se il suo successore sarebbe stato in grado, e come, di mantenere il papato al centro della scena mondiale. L’interrogativo era tanto più naturale in quanto il nuovo papa, il tedesco Joseph Ratzinger, era uomo d’altra tempra, teologo raffinato, difficile da immaginare come epico condottiero. E in effetti, sin da subito, Benedetto XVI rifiutò di imitare il suo predecessore. Ma nemmeno segnò rispetto a lui una rottura. Proseguì nel suo solco, ma con un passo proprio e originale. Anche sul teatro della politica internazionale.

Se Giovanni Paolo II era stato il papa delle folgoranti intuizioni, Benedetto XVI è il papa del ragionare e dell’agire metodico. Il primo era anzitutto immagine, il secondo è principalmente "logos". Di Giovanni Paolo II fecero colpo, all’esordio, queste parole della sua prima omelia: "Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo". In esse balenava già un lampo della pacifica rivoluzione che egli avrebbe suscitato nell’Est dell’Europa, e non solo. Di Benedetto XVI, invece, il primo atto che ha fatto colpo su scala mondiale è stata la poderosa lezione tenuta all’università di Ratisbona il 12 settembre 2006. Ha fatto così colpo da scuotere letteralmente il mondo, a ragione e a torto. In quella lezione erano argomentati il giudizio e il progetto del nuovo papa sulla Chiesa e sull’Occidente, incluso il rapporto con l’islam.

Stando ai canoni del realismo geopolitico, Benedetto XVI non avrebbe mai dovuto pronunciare quella lezione per intero. Avrebbe dovuto prima farla rivedere e purgare da diplomatici esperti, cosa che egli s’era guardato dal fare. E nella curia vaticana parecchi gliel’hanno rimproverato.

Eppure, a distanza di due anni, i fatti parlano diversamente. A dispetto delle cassandre, tra la Chiesa cattolica e l’islam è sbocciato un dialogo che prima di Ratisbona non c’era mai stato e sembrava persino impensabile. Un dialogo non solo intellettuale – rappresentato ad esempio dalle iniziative seguite alla "lettera dei 138 saggi musulmani" – ma anche politico. Quest’ultimo ha avuto un’accelerazione impressionante dopo l’udienza del 6 novembre 2007 in Vaticano, la prima nella storia, tra il papa e il re dell’Arabia Saudita.

Anche dopo Ratisbona, un aspetto che contraddistingue il rapporto col mondo musulmano inaugurato da Benedetto XVI è la sua apparente imprudenza. Papa Ratzinger non teme di alternare ai gesti di apertura – si pensi alla preghiera silenziosa da lui compiuta nella Moschea Blu di Istanbul – atti che fanno a pugni con le cautele diplomatiche. Ha ricevuto tranquillamente in udienza Oriana Fallaci, una delle voci più critiche dell’islam, da lei ritenuto costitutivamente violento. Ha battezzato in San Pietro, la notte di Pasqua del 2008, Magdi Allam, convertito dall’islam e critico radicale della sua religione d’origine. Ma ciò che più stupisce è il cuore del ragionamento di Benedetto XVI. Il papa chiede all’islam che inizi anch’esso a compiere quella impegnativa rigenerazione di sé che la Chiesa cattolica ha compiuto nell’arco di due secoli, a partire dall’Illuminismo.

C’è un passaggio di un discorso di Benedetto XVI – letto alla curia romana il 22 dicembre 2006 – che svolge questa sua tesi nel modo più limpido:

"In un dialogo da intensificare con l’islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell’illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. [...]

"Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l’uomo di suoi specifici criteri di misura.

"D’altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c’è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte.

"Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s’impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà".

Come è facile ricavare da questo e da altri suoi discorsi, la "sinergia tra fede e ragione" è il cardine del pensiero di Joseph Ratzinger teologo e papa. All’origine della fede cristiana, per lui, non c’è solo Gerusalemme, c’è anche l’Atene dei filosofi. I due terzi della lezione di Ratisbona sono dedicati proprio a criticare le fasi in cui il cristianesimo si è pericolosamente distaccato dai suoi fondamenti razionali. E all’islam, il papa propone che faccia lo stesso: che intrecci la fede con la ragione, unica via capace di tenerlo al riparo dalla violenza. La difficoltà dell’impresa – riconosciuta ardua ma doverosa anche da pensatori musulmani di rilievo come Mohammed Arkoun – sta nel fatto che nella storia del pensiero islamico un rapporto fecondo tra fede e ragione si è praticamente interrotto con la morte del filosofo Averroè nel lontano 1198. Dopodiché, nell’islam, ha fino a oggi prevalso quella dissociazione tra fede e "ragionevolezza" da cui il papa ha messo in guardia tutti, musulmani e cristiani, nei passaggi più memorabili della sua lezione di Ratisbona.

Un teorico della politica potrebbe obiettare che le tesi papali esulano dal campo politico propriamente inteso. Ma per Benedetto XVI non è così. Egli è convinto che le società, gli Stati e la comunità internazionale debbano poggiarsi su fondamenti solidi. Come papa, il suo intento è anche di predicare una "grammatica" universale fondata sulla legge naturale, sui diritti inviolabili scolpiti nella coscienza di ogni uomo, quale che sia il credo di ciascuno.

Di questa "grammatica" – nel suo discorso alle Nazioni Unite del 18 aprile 2008 – Benedetto XVI ha sottolineato "il principio della responsabilità di proteggere", ossia "il dovere primario di ogni Stato di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani". Aggiungendo che "se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire". Ma papa Ratzinger non si è fermato a questa enunciazione. È andato al suo fondamento, senza il quale la responsabilità di proteggere cadrebbe in balia degli interessi in contrasto. E ha individuato tale fondamento ultimo nell’"idea della persona quale immagine del Creatore", col suo innato "desiderio di una assoluta ed essenziale libertà".

Benedetto XVI sa bene che questo ancoraggio alla trascendenza non è da tutti accettato. Ed è respinto proprio da una cultura che ha nell’Occidente la sua matrice. Ma ritiene doveroso annunciare incessantemente alle potenze mondiali che "quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l’ordine naturale, lo scopo e il bene comune comincia a svanire". Papa Ratzinger ritiene esaurita la formula "laica" posta da Grozio alla base della convivenza tra i popoli: "etsi Deus non daretur" come se Dio non ci fosse. Propone a tutti, anche a chi non accetta la trascendenza, la scommessa opposta: quella di agire "etsi Deus daretur", come se Dio ci fosse. Perché solo così la dignità della persona trova un fondamento incrollabile.

Ha sorpreso tutti l’accoglienza straordinariamente amichevole data da Benedetto XVI al presidente americano George W. Bush, in occasione della sua ultima visita in Vaticano. Essa ha segnato certamente uno strappo rispetto al tradizionale antiamericanismo di parte della gerarchia cattolica: quello che identifica gli Stati Uniti col capitalismo sfrenato, il consumismo, il darwinismo sociale. Ma la vera molla della simpatia di papa Ratzinger per gli Stati Uniti è che sono un paese nato e fondato "sulla verità evidente che il Creatore ha dotato ogni essere umano di diritti inalienabili", in testa ai quali la libertà. All’ambasciatore degli Stati Uniti Mary Ann Glendon, che gli presentava le credenziali, Benedetto XVI ha detto di ammirare "lo storico apprezzamento del popolo americano per il ruolo della religione nel forgiare il dibattito pubblico", ruolo che invece altrove, leggi in Europa, "è contestato in nome di una comprensione limitata della vita politica". Con le conseguenze che ne derivano sui punti che alla Chiesa stanno più a cuore, come "la tutela legale del dono divino della vita dal concepimento alla morte naturale", il matrimonio, la famiglia.

Su questi punti, la severità con cui Benedetto XVI sferza i governi d’Europa e, viceversa, l’ammirazione che fa trasparire per gli Stati Uniti è un altro elemento che lo contraddistingue. I destini dell’Occidente, materiali e spirituali, sono sicuramente al centro degli interessi geopolitici di questo papa. Ma non solo. Basti pensare alla cura con cui egli segue il capitolo Cina. La lettera scritta dal papa ai cattolici cinesi è anch’essa d’impronta molto ratzingeriana. Anche lì, di prudenze e reticenze diplomatiche ve ne sono poche.

Quanto all’impronta ratzingeriana, è facile ravvisarla anche nei documenti che sono in larga parte il prodotto della segreteria di Stato vaticana. Ogni inizio d’anno, dopo la festa dell’Epifania, il papa riceve l’intero corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e legge un discorso in cui fa il punto sulla geopolitica della Chiesa in tutto il mondo. L’ultimo che ha letto, lo scorso 7 gennaio, era di routine. Ma nel finale Benedetto XVI ha introdotto un paragrafo inconfondibilmente suo:

"La diplomazia è, in un certo modo, l’arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana".

Dalle arti della diplomazia a quel "piccolo bambino" che è Gesù il salto è vertiginoso. Eppure è tutta in questo nesso – secondo il papa – la missione originale della Chiesa, la sua teologia della storia, la sua "politica" nel mondo.
di Sandro Magister, da "Aspenia" n. 42, 2008, pp. 164-170