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Verdi e pedofili, si allarga lo scandalo in Germania

Lunedì, 5 Agosto 2013

Succede spesso, all’interno dei patri confini. Soprattutto quando un tema “scandaloso” tocca o riguarda direttamente ambienti vicini alla cultura dominante, al “mainstream”: scoppia uno scandalo, se ne fa qualche titolo eclatante (quando va bene), poi tutto tace. Così sta avvenendo a proposito della squallida vicenda che vede coinvolti ex dirigenti del partito dei Grünen (i Verdi tedeschi), dichiaratisi negli anni Ottanta apertamente a favore della pedofilia, o rivelatati addirittura praticanti essi stessi.

L’antefatto risale al marzo scorso, quando qualcuno si è accorto di quanto scritto dall’ex leader sessantottino Daniel Cohn-Bendit (oggi europarlamentare verde) a proposito dei suoi flirt con ragazzini al tempo in cui era insegnante (il libro è del 1975 e i suoi compagni di partito si sono affrettati a corrergli in soccorso dicendo che lui è un solo “provocatore”, che nel libro non si capisce se si tratta di realtà o finzione narrativa, ecc. ecc.). A maggio è scoppiato poi lo scandalo in Germania.

Fondato nel 1980, nei primi anni della propria esistenza il partito dei Grünen venne frequentato da aperti sostenitori della “liberazione sessuale” dei bambini. Personaggi appartenenti alla comune cosiddetta degli “indiani di città” che come tali parteciparono ad alcune assemblee di partito, caratterizzandosi con “iniziative a difesa dei diritti dei bambini”, cioè promuovendo apertamente la pedofilia. Eckhard Stratmann-Mertens, uno dei fondatori del partito (ne è uscito nel 1999) già tempo fa si era espresso sul tema in maniera critica: “I nostri congressi erano in parte frequentati da adulti che non esitavano a sbaciucchiarsi in pubblico con adolescenti. Era una cosa vomitevole. Nel corso di quei primi anni, nel nome di un falsa liberalità, non si intervenne: tutto ciò che veniva inteso come liberazione sessuale andava permesso”. Oggi l’ex leader verde esprime un giudizio ancor più severo: “Avremmo dovuto cacciarli via prima”. L’influenza dei pedofili sul partito raggiunse il culmine nel 1985, quando nel programma elettorale dei Grünen nel Land Nord-Rhein Westfalen tra i vari punti riuscirono a imporre “l’abolizione dell’intero diritto penale in materia sessuale”. E quelle elezioni il partito le ricorda bene, perché passarono alla storia come quelle della debacle.

Dal maggio scorso, dopo che, scandalizzati, gli attuali vertici del partito, hanno deciso di nominare un “esperto” per far luce su quelle vecchie storie, invece che ridimensionarsi, lo scandalo va allargandosi. Insieme alle vittime che iniziano a raccontare emergono nomi e cognomi di pedofili e pederasti. Le ultime rivelazioni in un lungo articolo del 27 luglio a firma Freia Peters, su “Welt am Sonntag”. A parlare Matthias Griese, oggi 46 anni, che tra il 1979 e il 1985 (quando entrò aveva dodici anni) ha vissuto con sua madre in una comunità alternativa a Kamp-Lintfort, una cittadina del Basso Reno. Una realtà appartenente alla comunità Emmaus, ispirata dunque ai principi dell’Abbé Pierre. “Eravamo in 25, di cui dieci bambini, l’edificio si trovava in mezzo a un bosco. Vivevamo in maniere del tutto libera, senza alcun tipo di limite”, dice oggi Griese. “All’esterno risultavamo una comunità che seguiva gli insegnamenti dell’Abbé Pierre, ma quando mi capitò di portarvi compagni di scuola questi subirono palpeggiamenti. Da quel momento fu chiaro che lì vivevano dei pedofili.”

“Mia madre ogni tanto cercava di dissuaderli, ma non era sufficiente”, aggiunge, “tanto più che a un certo punto mi sono rassegnato e cercai di ottenere in cambio il più possibile. Mi piacevano i dolci, le sigarette, i giornali porno, qualche soldo. Se si stava al gioco si poteva ricevere tutto questo. Oggi si parlerebbe di prostituzione.” E che cosa c’entravano i Grünen con quella comunità? C’entravano perché il responsabile a Kamp-Lintfort era allora Hermann Meer (nel frattempo deceduto), un architetto che dal 1980 fu nel direttivo del partito del Nord-Rhein Westfalen. A raccontare a “Welt am Sonntag” chi fosse Meer è un altro ex bambino di quella comunità, Anselm Rörig (anche lui lì per cinque anni insieme a madre e fratelli): “Meer dichiarava pubblicamente la propria pedofilia. Non c’era nulla di segreto, anzi, piuttosto faceva opera di proselitismo, sostenendo che anche i filosofi greci avevano rapporti sessuali con i loro giovanissimi allievi.” Altro personaggio emerso, oltre a Meer, è Moritz H., un simpatizzante della Rote Armée Fraktion che, ricercato dalla polizia, si era rifugiato nella comunità e la cui pedofilia era ben nota alle autorità.

In attesa dei “chiarimenti” voluti dal partito, oltre al dolore di chi adulto oggi non può dimenticare i soprusi subiti da bambino, resta emblematica una considerazione di Eva Quistorp, una cofondatrice dei Grünen, particolarmente impegnata negli anni Ottanta nel movimento di liberazione della donna: “C’era allora una linea chiara: no ai nazisti, no alla destra. Non fu abbastanza chiara invece la linea nei confronti degli estremisti di sinistra e dei pedofili”. v. punzi lanuovabussolaquotidiana

L’impennata dello spread, complotto tedesco

Mercoledì, 12 Dicembre 2012

 All’origine dell’impennata dello spread ci fu Deutsche Bank, che nel luglio 2011 vendette una quantità ingente di Btp, Si parla anche di 7 miliardi. Un rilascio sul mercato di queste dimensioni avrebbe fatto innalzare perfino la temperatura delle calotte polari. Ora sappiamo anche perché: il 20 ottobre 2011 Deutsche Bank presenta un lungo lavoro al Governo tedesco e alla Troika (Fmi, Bce e Ue), intitolato “Guadagni, concorrenza e crescita“, nel quale chiede esplicitamente che vengano privatizzati i sistemi welfare e i beni pubblici di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Prima mettono nel mirino i Paesi da invadere, poi li mettono in crisi, aumentando artificialmente gli interessi sul debito pubblico, poi mandano la cura, presentandola coma la sola possibilità. La terza guerra mondiale è servita, senza spargimento di sangue: un bottino facile facile, ottenuto con la complicità dei servi schiocchi e mediante l’introduzione di un cavallo di Troia.

http://www.byoblu.com/post/2012/12/11/Lo-spread-un-imbroglio-dei-tedeschi.aspx#continue

Germani, pronta al marco

Mercoledì, 3 Ottobre 2012

Sorpresa: in Germania il marco esiste ancora ed è vivo e vegeto. Ma non per quei programmi di ristampa che anche questo giornale ha raccontato nei minimi particolari e che a un certo punto dell’eurocrisi sono diventati una possibilità concreta, bensì perché di fatto non ha mai lasciato portafogli, cassetti, materassi e persino conti correnti.Lo ha verificato MF-Milano Finanza curiosando sul sito dell’Associazione delle banche tedesche (Bankenverdband), il corrispettivo dell’Abi, dopo che Silvio Berlusconi qualche giorno fa aveva lasciato cadere nel disinteresse generale un’affermazione piuttosto forte che in molti però hanno subito derubricato a semplice battuta folkloristica.«L’uscita della Germania dall’euro non sarebbe una tragedia», ha detto l’ex premier ribadendo un suo evergreen, «anche perché c’è una corrente finanziaria che propugna proprio questa soluzione ed è una soluzione che molte banche tedesche considerano possibile perché in calce ai loro formulari prestampati per i clienti hanno introdotto una clausola che fissa le regole per il cambio dell’euro con il marco».Riletta così la dichiarazione del Cavaliere poteva passare inosservata, ma una fonte tedesca, interpellata in proposito, ha clamorosamente (e candidamente) confermato. «È vero, in Germania è stata approvata una legge che permette alle banche di indicare ai propri clienti il cambio dei loro depositi in marchi», afferma l’industriale tedesco, «e garantisce, in caso di deflagrazione dell’euro, di corrispondere lo stesso importo in qualsiasi moneta nasca dopo l’eurocrack».A pensarci bene, non si tratta di una semplice risposta all’euroscetticismo ormai conclamato di molti tedeschi, ma di una logica conseguenza di un’altra sorta di anomalia tutta teutonica. Il marco, infatti, è ancora considerato una valuta scambiabile all’interno dei Lander e questo proprio per volere delle autorità nazionali e della Bundesbank di Jens Weidmann, antagonista di tutti i programmi di riacquisto di titoli di Stato messi in campo dalla Bce di Mario Draghi.Una circolare dell’Abi tedesca ha infatti ricordato nel febbraio scorso che il caro vecchio deutsche mark, pur non avendo più valore legale al compimento del decimo anno di vita della moneta unica, sarebbe stato convertibile anche in futuro «senza limiti e senza commissioni». Proprio così, senza limiti di spazio e di tempo: in pratica è come avere ancora la doppia circolazione. Si tratta di una cosa davvero sorprendente se si pensa che l’euro dovrebbe essere una moneta comune, senza spazi per vecchie nostalgie o coabitazioni valutarie.Tra l’altro tutti gli altri Paesi si sono adeguati al dettato del Trattato Ue e hanno abbandonato per sempre le rispettive valute. Francesi, spagnoli e italiani hanno infatti detto addio da mesi alla convertibilità della loro moneta; anzi, in Italia è accaduto che, per una norma del decreto salva-Italia, sia stata anticipata di un paio di mesi la fine del periodo di convertibilità presso le sedi della Banca d’Italia, fissata inizialmente a febbraio del 2012.Che cosa nasconde questa storia? È la conferma che la Germania di Angela Merkel, se vedrà che non sarà più possibile politicamente sostenere i debiti dei Paesi dell’Euromed, abbandonerà davvero la moneta unica oppure è solo un modo per tenere buoni i vecchi nostalgici del marco, nato nel 1948 e mai abbastanza rimpianto?Difficile dirlo. Certo è invece ciò che sempre l’Associazione delle banche tedesche, a cui aderiscono tutte le top bank dei lander, da Deutsche Bank a Commerzbank, afferma nei suoi notiziari. In Germania oggi sono in circolazione ancora la bellezza di 6,75 miliardi di euro in marchi (la maggioranza sono monete) e chiunque voglia cambiarli in euro può farlo «presso le sedi della Bundesbank, gratuitamente, col cambio di un euro contro 1,95583 marchi e illimitatamente».E questo vale, ricorda ancora l’associazione delle banche tedesche, «non solo per le ultime emissioni di marchi, ma anche per le vecchie emissioni della Bundesbank e della Banca dei Paesi tedeschi». La sollecitazione è tale che in alcuni negozi tedeschi si accettano ancora i pagamenti in marchi, Perché per cambiarli non c’è fretta e del doman non v’è certezza.Roberto Sommella per “Milano Finanza”

Germania ricca, tedeschi poveri (by Leozappa )

Venerdì, 10 Agosto 2012

La Germania, con l´euro, è certamente diventata più ricca e potente. Ma, a quanto pare, non lo sono diventati i tedeschi, anzi. Il paradosso è spiegato da Alessandro Penati in “Germania nell´euro non è obbligatorio”, pubblicato lo scorso 7 luglio su la Repubblica: “Nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all´1,35%” ma “il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media)”, “con i salari netti cresciuti mediamente dell´1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell´1,6%”.
Secondo Penati, “per le imprese tedesche, l´euro è stata manna dal cielo; ma per Herr Muller è stato un pessimo affare”. Ciò in quanto “tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti. I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell´intero gettito fiscale”.
 
La crescente ricchezza della Germania, quindi, non corrisponde a quella dei tedeschi perché si è, sostanzialmente, tradotta in profitti per le imprese. Ho parlato di paradosso, ma i dati illustrati da Penati confermano quanto sostengono, da tempo, autorevoli economisti e filosofi, come Amartya Sen e Martha Nussbaum, secondo i quali il denaro prodotto da una nazione non ha necessariamente effetti positivi sulla felicità e il benessere delle persone che vi abitano, dipendendo questi ultimi dalle possibilità di sviluppare le proprie capacità e dalle occasioni di poterle applicare nella società in cui si vive.
 
Non è questa la sede per prendere posizione sui diversi modelli di sviluppo. Ma certo dinanzi a dati come quelli forniti da Penati non si può fare a meno di chiedersi quale sia la attuale giustificazione dei paradigmi economici che orientano le azioni dei governi e in nome dei quali vengono richiesti continui sacrifici ai cittadini dell´area euro.
Tutti convengono che quella in corso è una crisi di sistema. Proprio per questo non può che sorprendere l´incapacità o, forse dovremmo dire, la indisponibilità di chi ha responsabilità di governo, a livello nazionale e comunitario, ad aprire una riflessione sui fondamentali del modello di sviluppo socio-economico sin qui adottato.
 
Se la crescente ricchezza della Germania (l´unica economia che esce, veramente, rafforzata dall´avventura dell´euro) si traduce in profitti per le imprese senza vantaggi per i redditi dei tedeschi, delle due, l´una. O è viziato il modello economico di riferimento e, allora, sarebbe quantomeno opportuno procedere ad una pubblica riflessione su cause e prospettive. Ovvero, in mancanza di iniziative in tal senso, non può che ritenersi che siano cambiati gli obiettivi dell´azione di governo, con il profitto delle imprese che prende il posto del benessere dei cittadini.
Le perplessità aumentano se si considera che, nella letteratura economica, è messa ormai in discussione la identificazione tra benessere e reddito. Il paradosso della felicità denuncia che, oltre un certo livello, il reddito non porta ben-essere. Ma allora perché l´azione di governo, a livello sia nazionale sia comunitario, è tutta concentrata sul Pil, tanto da riproporre la riduzione delle festività? Per aumentare il Pil, si sostiene, occorre lavorare di più e, pertanto, è necessario sopprimere qualche giorno di festa. La ricchezza cessa di essere come, invece, insegna Aristotele mezzo per la felicità e diventa essa stessa fine, per di più, a danno della felicità. Questo sì che è un paradosso.
 
Un paradosso che svela le intrinseche contraddizioni dell´attuale modello di sviluppo ove l´economia non è più un ordine tra gli ordini al servizio dell´uomo ma, in ragione della pretesa naturalità delle sue leggi, si è sostituita alla politica, definendone l´orizzonte. Ma se la ricchezza della nazione non si traduce (di per sé) in quella dei suoi abitanti e se la ricchezza degli abitanti non comporta (necessariamente) la loro felicità/benessere, l´azione di governo potrà avere successo solo ristabilendo le priorità, ossia rimettendo al centro delle sue politiche le persone. Altrimenti si potrà anche uscire dalla crisi economica ma senza che a beneficiarne siano i cittadini. A.m.leozappa formiche

Conti truccati contro l’Italia (by Pelanda)

Domenica, 22 Luglio 2012

Da un paio di mesi sto cercando di capire perché il costo di rifinanziamento del debito italiano sia il doppio di quello che sarebbe giusto in base ai dati economici fondamentali ed alle azioni recenti del governo. Il Centro studi di Confindustria stima che il differenziale realistico – appunto, basato sull’analisi dei fondamentali –  tra titoli di debito italiani e tedeschi (spread) dovrebbe essere di 164 punti e non di quasi 500. E avverte che se i tassi teorici e reali convergessero, l’Italia, nel medio termine, tornerebbe in crescita invertendo la tendenza recessiva e, soprattutto, la crisi del credito, e bancaria, che dipende direttamente dall’eccesso di sfiducia sul nostro debito. Se non convergeranno, invece, la recessione sarà devastante, in avvitamento. Per evitare tale scenario catastrofico - Confindustria ritiene necessario uno scudo anti-spread più efficace di quello ora in discussione nelle sedi europee. Sensato. Ma l’efficacia dello scudo anti-spread risentirà comunque dell’opinione del mercato in relazione all’Italia. Con questo in mente ho chiesto spiegazioni ai principali attori del mercato finanziario. La risposta concorde è stata: leggiti cosa scrive il Fondo monetario sull’Italia, che è la fonte dati principali a cui si ispirano tutti quelli che devono valutare i rischi sovrani, e, visto che sei del mestiere, capirai perché pretendiamo un premio di rischio del 6% e oltre per comprare titoli decennali di debito italiano, e perché siamo incerti se acquistarli o meno. Ma è immotivato l’eccesso di negatività del Fmi sull’Italia, ho risposto. Prova che sbaglia, hanno ribattuto scettici. Per questo sono andato a confessare parecchi analisti e funzionari del Fondo, raccogliendo le confidenze che qui sintetizzo.L’estate rovente – Nella tarda primavera del 2011, quando la crisi si estese all’Italia, una parte dello staff del Fmi, in particolare quello di nazionalità italiana, voleva che il Fondo rendesse pubbliche le analisi sulla sostenibilità del debito e sui fondamentali dell’economia italiana che non giustificavano l’inasprirsi della pressione dei mercati e il conseguente innalzamento dello spread. Questa posizione uscì sconfitta per due motivi. Primo, si formò un asse occulto tra il direttore generale Lagarde e il rappresentante tedesco presso il Fmi, con la benedizione di quello francese, volto a mantenere altissima la pressione sul’Italia. Non solo il Fmi non dischiuse le  valutazioni favorevoli sull’Italia ma chiese, con il sostegno tacito della Germania, un monitoraggio rafforzato sull’Italia,  strumento che dal 2004 a oggi è stato utilizzato solo per Nigeria e  Giamaica. Tale mossa, nelle intenzioni dell’alta direzione del Fmi e della Germania, doveva essere il precursore per costringere l’Italia ad accettare un «programma» di circa 90 miliardi: non tanto per rifinanziare il debito pubblico italiano, ma finalizzato a mettere sotto controllo totale (un prestito serve ad imporre condizioni) le decisioni economiche e di bilancio del governo italiano. Infatti nel vertice G20 di Cannes, nel novembre 2011, Lagarde annunciò una nuova forma di prestito (Precautionary and Liquidity Line; PLL) che molti analisti e giornalisti – si vedano le agenzie Bloomberg e Reuters  di quel periodo – valutarono concepita specificamente per mettere in gabbia l’Italia. Secondo motivo. Il governo italiano non intervenne a sostegno degli analisti che volevano ripristinare la verità tecnica sull’Italia e questi, non sentendosi sostenuti dal governo interessato, smisero di insistere. Ed è ancora così, misteriosamente.Tesi tedesca – Da allora le pubblicazioni ufficiali del Fmi tendono fedelmente a riflettere la posizione tedesca sull’Italia: consolidamento fiscale e riforme strutturali in tempi ed intensità insostenibili. Non trovano spazio in tali pubblicazioni le analisi interne del Fondo che mostrano come nella crisi dell’euro l’effetto contagio sia dirompente; come i tassi italiani si muovano in risposta ad analoghi movimenti di quelli spagnoli. Se si fosse dato spazio a queste analisi, la conclusione sarebbe stata che l’Italia era vittima di contagio e che avrebbe dovuto beneficiare del supporto sistemico della Bce, cosa che la Germania assolutamente non voleva. Nelle analisi pubblicate, inoltre, non vi è traccia delle preoccupazioni dello staff per gli alti tassi di interesse italiani che, lungi dal facilitare le riforme, ne ostacolano la loro realizzazione proprio per mancanza di accesso ai mercati a costi sostenibili. Ugualmente, non vi è alcuna critica pubblica o semipubblica alla Bce, che, invece, dallo staff Fmi viene percepita come elemento del problema, non della soluzione. Anzi, in ossequio alla volontà tedesca, la Bce viene inserita nella troika che impone e controlla la condizionalità dei Paesi membri dell’euro, un fatto assolutamente inedito nella storia del Fmi e che trova la ferma opposizione degli Stati Uniti. In tutte le pubblicazioni, con l’eccezione – per altro insufficiente – dell’ultimo numero del Fiscal Monitor,  non vi è alcun tentativo di analizzare in forma separata e specifica l’Italia che, invece, viene sempre appaiata alla Spagna o ad altri Paesi periferici. Quest’approccio metodologicamente infondato e politicamente distorto, in quanto i problemi dell’Italia sono diversi dagli altri, nonché molto minori,  continua in questi giorni in cui l’Italia continua a essere associata alla Spagna senza che si faccia chiarezza sul percorso di riforme intrapreso da Roma in una condizione strutturalmente molto più solida rispetto a quella di Madrid.Colpe e assedi – L’Italia è certamente colpevole di disordine economico, per esempio la lentezza delle riforme e l’inconsistenza di gran parte dei politici, partiti e sindacati. Inoltre non possiamo nasconderci che nel 2011 ha perso credibilità in modo totale. Ma i suoi fondamentali sono decenti, ha fatto riaggiustamenti economici, pagati con il sangue del popolo produttivo, come nessuna altra nazione. E, pur se da poco, comincia a tagliare spesa pubblica invece che alzare le tasse ed a valutare, pur ancora timidamente, operazioni patrimonio contro debito. Francamente non si merita uno spread così alto e devastante né tantomeno che le valutazioni del Fmi non riconoscano gli aspetti positivi e specifici della nazione. Si tratta di guerra economica condotta dalla Germania contro l’Italia, per  indebolirla e meglio condizionarla, o  solo di una diversità o di errori analitici, per la loro tipica ansia che distorce le visioni, dei tedeschi? Alcuni indizi fanno propendere per la prima ipotesi, dal momento che sono in atto tentativi di conquista di posizioni di controllo nei settori industriali, dell’energia (Ansaldo) e bancario e forti compressioni della presenza italiana nei mercati esteri.Linea prudente – Il governo Monti non vuole rispondere, e un suo esponente mi ha suggerito di non portare questo tema sulla stampa dopo un primo articolo pubblicato su Il Foglio, perché  sta tentando una strategia non conflittuale di convincimento della Germania, nella paura che Berlino possa «catastrofarci» se la denunciamo e sfidiamo. O preferisce tenere nascosti i difetti di gestione dell’immagine italiana presso il Fmi e altrove? Per questo chiedo alle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa, se possibile in sessione congiunta in quanto il problema è di sicurezza nazionale, di chiamare in audizione chi può dettagliare ed espandere gli indizi qui riferiti per decidere se siamo oggetto di un attacco o meno e se, in caso, il governo sia attrezzato per la giusta difesa. Secondo me la nazione è sotto attacco e dovrebbe reagire con massima durezza e determinazione. Ma è meglio che siano le istituzioni ad accertarlo in modi approfonditi, vigileremo che lo facciano. www.carlopelanda.com libero

Aquile? non aquiloni

Venerdì, 13 Luglio 2012

L’aquilone sarà il simbolo del nuovo partito di Berlusconi. In Germania le aquile, in Italia gli aquiloni. E poi si dice… Temis

L’Euro ha fatto male anche i Tedeschi (ma non alle imprese e finanza)

Martedì, 10 Luglio 2012

Sembra che investitori, opinione pubblica e governi (per quanto celatamente) siano convinti che la Germania alla fine sia disposta a tutto pur di mantenere in vita l’euro, essendo il Paese che ne ha tratto i maggiori benefici e che, quindi, sarebbe più danneggiato dalla sua fine. Per la stessa ragione, monta il risentimento nei confronti dei tedeschi che, egoisticamente, rifiutano di aiutare i Paesi oggi in crisi, proprio a causa dei sacrifici che devono sopportare per mantenere in vita l’euro.Di primo acchito sembrerebbe così: nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all’1,35%, un dato forse non portentoso ma di tutto rispetto alla luce della crisi finanziaria ed economica che ormai dura dal 2008. Molto più degno di nota la capacità di mantenere la produttività in crescita a un tasso medio dell’1,25%, che ha
garantito una crescita del Pil pro capite in linea con quella dell’economia nel suo complesso. Il tutto trainato da una poderosa capacità di esportare, che ha trasformato il deficit commerciale del 1998 in un avanzo pari al 5,5% del Pil nel 2012, ineguagliato perfino dalla Cina, oggi scesa al 2,7%.Per le imprese tedesche, l’euro è stata manna dal cielo; ma per herr Muller è stato un pessimo affare. Alle fortune delle imprese tedesche non è corrisposto un miglioramento del tenore di vita in generale: in 14 anni di euro, infatti, il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media). Per sostenere le imprese nell’era dell’euro, i tedeschi hanno tirato la cinghia con i salari netti cresciuti mediamente dell’1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell’1,6%. E tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti.I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell’intero gettito fiscale. Ma, alla fine, è herr Muller che va a votare. Farebbe bene a ricordarlo chi conta sulla volontà della Germania di salvare l’euro, e non capisce lo scetticismo di herr Muller nei confronti della moneta unica: lui i profitti della Volkswagen non li ha visti. Inoltre non è più vero che un crollo dell’euro metterebbe in ginocchio la Germania produttiva: perché ha sfruttato l’euro per comprimere salari e ristrutturare, diventando più competitiva non solo nell’eurozona, ma nel mondo intero. Dall’inizio dell’euro, del 14% complessivamente secondo la Bundesbank.E perché si sta progressivamente sganciando dall’Eurozona: le esportazioni verso gli altri Paesi euro si sono ridotte dal 46% (fine 1998) al 37% attuale; a vantaggio di quelle verso il resto dell’Europa e verso l’Asia (salite rispettivamente al 32% e 16%). Più passa il tempo, quindi, meno l’euro diventa importante anche per il Made in Germany.Se poi si considera che all’interno dell’Eurozona Paesi come Austria o il Belgio contano, in termini di scambi con la Germania, come o più di Italia e Spagna, e che l’Est e il resto d’Europa contano quanto l’Eurozona, ci si rende conto che la Grande Germania, economicamente, è una realtà, i cui confini non corrispondono a quelli della moneta unica. Una moneta che in Germania sarà sempre meno spendibile politicamente.Un eventuale crollo dell’Euro andrebbe a danno dello Stato tedesco, che dovrebbe accollarsi le perdite della Bundesbank, esposta a marzo per 630 miliardi nei confronti dell’Eurosistema; e delle banche tedesche, con 438 miliardi di esposizione verso i Paesi in crisi dell’Eurozona.Me se alla fine la Germania fosse costretta a intervenire per salvare l’euro dall’estinzione, il costo ricadrebbe comunque sulle sue finanze pubbliche. Più passa il tempo, perdura la crisi e si aggrava la recessione, che ormai lambisce la Germania, più il cittadino tedesco vedrà solo vantaggi dell’uscita dall’euro, e minori saranno i costi per le imprese tedesche. Fantascienza? Forse. Ma più di un investitore ci sta già pensando.Alessandro Penati per “la Repubblica

L’Unione politica europea? la vieta la legge tedesca

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Altro che Angela Merkel. Il vero grande ostacolo sulla via della svolta dell’Ue verso una vera unione politica e fiscale è la Corte Costituzionale tedesca. Che per esempio ha stabilito ieri, che il governo non ha informato in modo sufficiente il Parlamento sulle decisioni relative al fondo Salva-stati Esm. Se ne parla poco dell’ostacolo costituzionale, si preferisce accusare la cancelliera di populismo, di ottuso calcolo politico interno. Magari un po’ di questo ci può essere, la leader tedesca non è famosa per eccesso di grandi visioni, piuttosto per il suo sicuro istinto politico. Il fatto è che dietro le sue reticenze verso eurobond, minieurobond, garanzie bancarie e via dicendo – le misure, insomme, ritenute indispensabili per salvare l’euro – ci sono (anche) cruciali questioni giuridiche. E con il diritto, si sa, in Germania non si scherza, anche se la Corte costituzionale ha mostrato una certa flessibilità – ma ponendo condizioni sempre più strette – quando è stata chiamata a giudicare su trattati chiave come Maastricht o Lisbona, o sul fondo salva-stati Efsf.Proprio in quelle sentenze la Corte ha posto limiti chiarissimi all’integrazione europea. Un’integrazione, sembra di capire parlando con gli esperti e gli addetti ai lavori, giunta (quasi) ai limiti, dal punto di vista costituzionale tedesco. E questo anche contro gli stessi desiderata della cancelliera, che pure perora, appunto, la causa dell’unione fiscale e politica dell’Ue, con forti cessioni di sovranità verso Bruxelles, e con tanto di ministro delle Finanze Ue, come condizione per ulteriori passi in avanti, eurobond inclusi. In realtà, basta parlare con gli addetti ai lavori per capire una drammatica verità: proprio per andare sulla strada indicata dalla Merkel c’è un solo modo, modificare la costituzione tedesca. Il che è possibile solo con un (difficilissimo) referendum. «A meno che per unione fiscale e ministro delle Finanze Ue – dicono fonti bene informate – non si intendano solo etichette vuote. Se invece c’è sostanza non si può».«I limiti dell’integrazione europea – spiega in effetti, in una recente, memorabile intervista a Die Welt Hans Jürgen Papier, presidente della Corte Costituzionale tedesca dall’aprile 2002 al marzo 2010- si trovano nel rispetto dell’ordine democratico della legge fondamentale (tedesca ndr). Se la rappresentanza eletta del popolo tedesco non ha più niente da decidere, perché tutte le competenze fondamentali sono state trasferite a livello europeo, allora abbiamo svuotato l’ordine democratico. La richiesta di più Europa suona bene. Se però si superano i limiti, vengono sacrificati i valori fondamentali della Costituzione». Per chi non l’avesse capito: «Il Grundgesetz (la costituzione, ndr) – dice ancora Papier – non permette che l’Europa diventi uno Stato che può attrarre a sé, autonomamente, sempre più competenze. A questo fine il popolo tedesco dovrebbe darsi una nuova Costituzione (possibile solo con un referendum, ndr). Ma non vedo alcuna disponibilità in merito. Il popolo tedesco non vuole, al momento, uno Stato federale europeo, come del resto non lo vogliono gli altri popoli europei».Papier sembra lieto di poter dire apertamente quello che fino a poco tempo fa, da presidente della Corte costituzionale, non poteva. A parlare con gli esperti, si capisce qual è uno dei punti centrali: il diritto esclusivo del Bundestag di deliberare sul bilancio della Germania in nome del popolo sovrano. Un diritto che Udo Di Fabio, giudice costituzionale fino all’anno scorso, ha definito «il gioiello» del Parlamento tedesco. «Vi sarebbe una violazione del principio democratico del diritto di bilancio del Bundestag- recita il celebre verdetto sul Trattato di Lisbona, emesso dalla Corte costituzionale nel 2009 (sotto presidenza Papier)- qualora la definizione delle modalità e delle dimensioni delle spese che riguardano i cittadini (tedeschi ndr) fosse trasferita in modo sostanziale dal Bundestag al livello sopranazionale». Tradotto: qualunque decisione di esborso non abbia «passo passo», dice la Corte, l’autorizzazione tramite voto in plenaria del Bundestag, violerebbe la Costituzione. E poiché siamo in Germania, dove la chiarezza è d’obbligo, la stessa Corte di Karlsruhe in una sentenza (favorevole) emessa lo scorso settembre sul fondo salva-stati Efsf, ha avvertito che «nei pagamenti non può esservi alcun automatismo che mini i diritti dei parlamentari». Al contrario, ogni singolo esborso solidale, nei confronti di altri Stati Ue, «dovrà singolarmente esser autorizzato dal Parlamento» tedesco.Corollario: per la Corte non sono costituzionali decisioni a maggioranza in sede Ue in materia di bilancio «che possano imporre alla Germania azioni contro la sua volontà». E infatti le decisioni del nuovo fondo salva-stati permanente Esm – su cui comunque la Corte sarà chiamata a esprimersi, questa volta, a differenza del giudizio di ieri, nel merito, visti gli imminenti ricorsi – prevede per le decisioni sui prestiti maggioranze qualificate così ampie che non si possono raggiungere senza il sì tedesco. Insomma, la Germania non potrà vedersi imporre a maggioranza decisioni su aiuti a Stati in difficoltà contro la sua volontà, altrimenti la bocciatura dei giudici costituzionali (che del resto non è esclusa, si vedrà) sarebbe stata inevitabile.In questo quadro, come si può immaginare un ministro delle Finanze Ue che stabilisce misure che riguardano tutti gli Stati, Germania inclusa, senza passare dal Bundestag? O eurobond, emissioni di titoli comuni con garanzia comune anche per debiti di altri Stati sul cui bilancio il Parlamento di Berlino non ha potere di codecidere? O l’idea di dare a Bruxelles il potere di bloccare un bilancio nazionale fuori norma? Un’unione fiscale come sogna la Merkel, dunque, con l’attuale costituzione tedesca non si può fare. E senza unione fiscale, niente debito comune, niente politica di bilancio unitaria. Il pendant politico all’Unione monetaria ha insomma un pesantissimo ostacolo. A meno di non immaginare un referendum in cui i tedeschi dicano sì alla cessione di sovranità in termini di bilancio – magari a favore di Italia, Spagna, Grecia o Portogallo. Fantascienza. g. del re linkiesta

Cosa ci ha guadagnato la Grecia? (by Blondet)

Lunedì, 13 Febbraio 2012
“Non cambiamo posizione, i responsabili greci lo sappiano”, ha detto la Merkel. E’ la sua ultima parola. Se il governo greco non fa’ gli ultimi tagli – e non può farli, perchè ha tagliato la carne dei greci fino all’osso, e la rivolta travolge il governo stesso – la Grecia non avrà l’ultimo pacchetto di “salvataggio” europeo-Fmi, i 130 miliardi in sospeso. Ciò significa che il 20 marzo la Grecia farà bancarotta, non potendo rinnovare i 14,5 miliardi di Buoni del Tesoro in scadenza. La durezza inflessibile della Merkel ha un motivo: il fallimento greco non è più una minaccia per la zona euro. I tre anni di negoziati e austerità devastanti che il governo greco ha concesso ai suoi creditori, nel vano tentativo di restare nell’euro, ha regalato ai banchieri il tempo per liberarsi dei titoli del debito greco, e divincolarsi dalla stretta del debitore: le banche straniere, si calcola, hanno ridotto la loro esposizione del 60 per cento. Per il resto, hanno già raggiunto un accordo di ristrutturazione tutto sommato a loro favorevole. Lo ha spiegato al Telegraph William Buiter, capo-economista di Citigroup: “Ai primi di settembre ritenevamo che il costo dell’uscita della Grecia sarebbe stato molto alto per il resto del mondo; oggi pensiamo che il rischio sia molto minore perchè il contagio può essere contenuto”. Anzi, per “il resto del mondo”, è diventato più alto il rischio nel salvare la Grecia: secondo il FMI, il paese avrebbe bisogno di iniezioni di 250 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. E tutto questo, per un paese che rappresenta solo il 2,5% dell’economia dell’area euro. Vale la pena? No, per i banchieri globali. Ciò significa che i governanti greci si sono privati da sè dell’unica arma (di ricatto) che avevano, ossia di trascinare con sè nella rovina gli altri membri dell’euro-zona. E per nulla: la bancarotta era già nei fatti da tre anni. Basti dire che l’ultimo pacchetto di salvataggio offerto dai poteri forti, quei 130 miliardi, rappresentano il 56% del Pil greco, un Pil che sta collassando. Quando mai quei 130 miliardi (un prestito, mica un regalo) avrebbero potuto essere restituiti? Adesso la Grecia viene comunque abbandonata a sè stessa e alla bancarotta in catastrofe. E ci arriva, tagli dopo tagli alla spesa pubblica, rigore dopo rigore, con un’economia distrutta, una produzione industriale che è collassata, una popolazione ridotta alla miseria e senza paracadute sociali, una disoccupazione passata dal 18,2 per cento ad ottobre al 20,9 a novembre (un aumento del 14 per cento in un solo mese), capitali fuggiti all’estero per 60 miliardi (il 20% del Pil), le sue banche svuotate dai depositi, un’esazione fiscale atroce che però non riesce più a crescere perchè non c’è più niente da tosare, una gioventù che fugge all’estero perchè il paese è senza prospettive, il caos sociale insieme al caos finanziario. Conclusione: la Grecia avrebbe fatto meglio a fallire prima. Tre anni fa. Dare un calcio alla “Troika” e alle sue interessate terapie di “risanamento”, rifiutare gli “aiuti” a caro interesse, e cessare i pagmenti alle banche tedesche e francesi – subito, quando ancora aveva un po’ di carne attaccata alle ossa. Avrebbe affrontato la bancarotta, e il ritorno alla dracma, con qualche energia in più da spendere nella stretta di cinghia che avrebbe preparato il rilancio. Rilancio che sarebbe avvenuto sicuramente, dopo due o tre semestri, con la riacquistata competitività: basti pensare che il turismo, che conta per il 16% del Pil, avrebbe avuto una ripresa tumultuosa grazie alla dracma debole. E così i noli navali, l’altro cespite nazionale. La lezione dovrebbe servire anche per l’Italia, come per Spagna, Portogallo e Irlanda. E’ inutile accettare rigori e austerità per continuare a servire un debito impagabile. Il debito impagabile non va’ pagato. Meglio accettare l’austerità auto-imposta dal default sovrano, ugualmente trragica, ma che prepara al rilancio e alla crescita, che insistere con tagli, svendita (privatizzazioni) e austerità che non danno prospettive, e pagare il prezzo della perdita di sovranità a vantaggio di un comitato di creditori e agenti pignoratori sovrannazionali. Nel tenebroso caos che la Grecia deve adesso affrontare da sola, c’è un solo raggio di luce, ancorchè paradossale: ed è che la polizia greca sta facendo causa comune con i rivoltosi, la cui protesta è stata mandata a stroncare nella strade. Il maggior sindacato di polizia ha emesso il seguente comunicato: “Rifiutiamo di metterci contro i nostri genitori, fratelli , figli, contro i cittadini che chiedono un cambiamento”. Questo sì può cambiare le cose. Il popolo tosato e dissanguato, da solo, non ha potere di cambiare le cose. Per un semplice fatto: non ha armi, ha abbandonato le armi al stato che ha il monopolio della violenza, ed è capaci di organizzarla contro i cittadini. Ma pensate se la nostra polizia, pensate se i carabinieri rifiutassero di fare da scorta ai nostri politicanti avidissimi, i colpevoli del nostro immane debito pubblico, a questi parassiti che ci hanno portato alla rovina, e poi hanno ceduto la sovranità che gli avevamo delegato ai “tecnici”, ossia ai maestri della tosatura e del salasso per conto dei banchieri e della Kommissione. Pensateci: chi ha le armi per cacciar via questi parassiti miliardari dal governo e dal sottogoverno, per allontanarli dai posti dove continuano ad intascarsi il maltolto e a succhiarci il sangue? C’è da sognare. La Grecia sta cominciando a diventare un esempio per noi, proprio adesso. m.blondet rischiocalcolato

I Greci costretti a comprare armi tedesche

Lunedì, 13 Febbraio 2012

I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Quest’anno bruceranno il tre per cento del Pil (prodotto interno lordo) in spese militari. Solo gli Stati Uniti, in proporzione, si possono permettere tanto. Ma cosa spinge Atene a sperperare montagne di soldi? La paura dei turchi? No, è l’ingordigia della Merkel e di Sarkozy. I due leader europei mettono da mesi il governo greco con le spalle al muro: se volete gli aiuti, se volete rimanere nell’euro, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra.Le pressioni di Berlino sul governo di Atene per vendere armi sono state denunciate nei giorni scorsi da una stampa tedesca allibita per il cinismo della Merkel, che impone tagli e sacrifici ai cittadini ellenici e poi pretende di favorire l’industria bellica della Germania.
Fino al 2009 i rapporti fra Atene e Berlino andavano a gonfie vele, il governo greco era presieduto da Kostas Karamanlis (centrodestra), grande amico della Merkel.Gli anni di Karamanlis sono stati una vera manna per la Germania. «In quel periodo – ha calcolato una rivista specializzata – i produttori di armi tedeschi hanno guadagnato una fortuna». Una delle commesse di Atene riguardò 170 panzer Leopard, costati 1,7 miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca.Nel 2008 i capi della Nato osservavano meravigliati le pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici. Prima di concludere il suo mandato di premier, Karamanlis fece un ultimo regalo ai tedeschi, ordinò 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp.Il successore, George Papandreou, socialista, si è sempre rifiutato di farseli consegnare. Voleva risparmiare una spesa mostruosa. Ma Berlino insisteva. Allora il leader greco ha trovato una scusa per dire no. Ha fatto svolgere una perizia tecnica dai suoi ufficiali della Marina, i quali hanno sentenziato che quei sottomarini non reggono il mare.
Ma la verità, ha tuonato il vice di Papandreou, Teodor Pangalos, è che «ci vogliono imporre altre armi, ma noi non ne abbiamo bisogno».Gli ha dato ragione il ministro turco Egemen Bagis che, in un’intervista allo Herald Tribune, ha detto chiaro e tondo: «I sottomarini della Germania e della Francia non servono né ad Atene né ad Ankara».Tuttavia, Papandreou, alla disperata ricerca di fondi internazionali, non ha potuto dire di no a tutto. L’estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia.E così il leader di Atene si è dovuto piegare. A marzo scorso dalla Germania ha ottenuto uno sconto, invece dei 4 sottomarini ne ha acquistati 2 al prezzo di 1,3 miliardi di euro. Ha dovuto prendere anche 223 carri armati Leopard II per 403 milioni di euro, arricchendo l’industria tedesca a spese dei poveri greci. Un guadagno immorale, secondo il leader dei Verdi tedeschi Daniel Cohn-Bendit.Papandreou ha dovuto pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi nel maggio scorso ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4 miliardi di euro. Più motovedette per 400 milioni di euro.Alla fine la Merkel è riuscita a liberarsi di Papandreou, sostituito dal più docile Papademos. E i programmi militari ripartono: si progetta di acquisire 60 caccia intercettori. I budget sono subito lievitati. Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7 miliardi di euro, il 18,2 per cento in più rispetto al 2011, il tre per cento del Pil. L’Italia è ferma a meno dello 0,9 per cento del Pil.Siccome i pagamenti sono diluiti negli anni, se la Grecia fallisce, addio soldi. Ma un portavoce della Merkel è sicuro che «il governo Papademos rispetterà gli impegni». Chissà se li rispetterà anche il Portogallo, altro Paese con l’acqua alla gola e al quale Germania e Francia stanno imponendo la stessa ricetta: acquisto di armi in cambio di aiuti.
I produttori di armamenti hanno bisogno del forte sostegno dei governi dei propri Paesi per vendere la loro merce. E i governi fanno pressione sui possibili acquirenti. Così nel mondo le spese militari crescono paurosamente: nel 2011 hanno raggiunto i 1800 miliardi di dollari, il 50 per cento in più rispetto al 2001.Marco Nese per il “Corriere della Sera