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Giavazzi, scelto da Monti per eliminare le critiche

Giovedì, 3 Maggio 2012

Giavazzi è un importante docente universitario e un brillante opinista. Sino ad oggi, è stato anche uno dei critici più accesi della politica del governo Monti. La sua cooptazione tra gli esperti per studiare i tagli dei sussidi alle imprese consente il non secondario risultato di eliminare una delle rare voci dissonanti sulla politica del governo tecnico. Bravo Monti!  TEMIS

L’universo illiberale della Gelmini

Lunedì, 26 Luglio 2010

1-gelmini(2)La riforma dell’università procede a marce forzate. La Gelmini non ha escluso la fiducia perchè accusa il Parlamento di essere vittima delle pressioni delle lobby. Ma, nello stato di diritto, queste pressioni si chiamano democrazia. E’ invece illiberale la pretesa del governo di essere l’unica stanza di compensazione degli interessi. E pensare che il ministro ha promosso una fondazione che si chiama Liberamente (libera-mente? mah!). Secondo la tripartizione dei poteri, il governo è l’esecutivo, ossia attua le leggi votate dal Parlamento, che dovrebbe essere sovrano. L’imposizione della fiducia capovolge la gerarchia dei poteri. E blinda l’assetto di interessi (la fine delle ideologie è la fine delle idee che hanno lasciato il posto agli interessi) che è maturato nelle segrete stanze dei ministeri, per definizione sottratti alla trasparenza dei lavori parlamentari. E’ un caso che Giavazzi, il grande tutor della Gelmini, la abbia candidata ad erede di Berlusconi?

Destra e sinistra, come si calcola il merito

Venerdì, 16 Maggio 2008

Se il quarto governo di Silvio Berlusconi verrà ricordato, dipenderà soprattutto da quanto riusciranno a fare due ministri: Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, e Renato Brunetta, ministro della Funzione pubblica. Entrambi hanno predecessori illustri – Giancarlo Lombardi e Letizia Moratti all’Istruzione, Sabino Cassese e Franco Bassanini alla Funzione pubblica- ma scuola e pubbliche amministrazioni rimangono i due più gravi problemi del nostro Paese (con l’eccezione forse dell’ordine pubblico).

In entrambi i casi si tratta di ministri alla loro prima esperienza. Da un lato questo è positivo: spesso l’efficacia dei ministri (e anche quella dei governi) peggiora alla seconda esperienza. Dall’altro l’inesperienza spesso rende i neoministri più dipendenti dai burocrati che reggono i dicasteri e che riescono a spegnere rapidamente il loro entusiasmo e a bloccare ogni innovazione: accadde sette anni fa a Letizia Moratti, proprio all’Istruzione; accadde ai ministri della Lega nel 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi. Se posso permettermi un consiglio ai due nuovi ministri, prima di affrontare la pila di documenti che troverete sulle vostre scrivanie, dedicate qualche ora alla lettura del libro di Roger Abravanel Meritocrazia (Garzanti), in particolare il capitolo 9, «Quattro proposte concrete per far sorgere il merito».

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Il liberismo e la speranza

Mercoledì, 30 Aprile 2008

Da una quindicina d’anni su questo giornale mi batto per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo. Sostengo i benefici della concorrenza e dell’apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché penso che mercati aperti e concorrenza siano lo strumento per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, non dal loro impegno o dalle loro capacità. Nel frattempo nel mondo sono successe alcune cose. La globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel 1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano, nel mondo, una su tre; oggi poco meno di una su cinque.

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Ora si ricorderanno che “Il liberismo è di sinistra”?

Mercoledì, 16 Aprile 2008

Il liberismo è di sinistra. O almeno così scrissero e predicarono due illustri economisti, molto ascoltati a sinistra e nelle stanze dei bottoni. Confidiamo che il governo Berlusca li prenda in parola!

Giavazzi demolisce il programma del PD

Martedì, 4 Marzo 2008

«Vi chiedo di aver fiducia. Non solo nella mia capacità di cambiare la politica americana. Vi chiedo di aver fiducia in voi stessi ». C’è un po’ di Barack Obama nel programma elettorale del Partito democratico: «In Italia 2-3 mila imprese si sono ristrutturate e ora si sono riproposte da leader nell’economia globale. Migliaia di giovani calabresi hanno sfidato la mafia: "ora uccideteci tutti". E sono italiani quegli imprenditori che in Sicilia rifiutano di pagare il pizzo ed espellono dalle loro associazioni chi continua a pagarlo».

E’ vero, e un po’ di ottimismo ci vuole. Perché l’Italia ha potenzialità straordinarie e non è – come talvolta la descrive il centrodestra - una società impaurita che deve difendersi alzando barriere e cercando protezione nello Stato. E tuttavia il programma del Pd ricorda Obama anche nella sua vaghezza: ogni volta che affronta un tema spinoso scivola via e passa ad altro.

La parola «pensioni» non appare mai, ma c’è un paragrafo un po’ sibillino su «politiche per l’invecchiamento attivo»: è il linguaggio veltroniano per definire l’innalzamento dell’età pensionistica? Sulla giustizia si chiede maggior severità delle pene. Bene, ma le carceri si avviano a raggiungere la soglia dei 60 mila detenuti, a fronte dei 43 mila regolamentari: come fare non si dice.

Per rendere più efficienti i tribunali si propone di «monitorarli per fare emergere le migliori pratiche»: non una parola sulla responsabilità dei giudici e sull’autorità dei presidenti dei tribunali e dei capi delle procure (il costo della partecipazione di Di Pietro alle liste del Pd?).

Sulle banche si punta l’indice contro le rendite di cui ancora godono: vuol dire che il Pd sosterrà la proposta del governatore della Banca d’Italia di non consentire più che le banche posseggano fondi di investimento, oppure si preferisce rimanere vaghi per non disturbare i banchieri?

«Ciascuna università deve essere libera di assumere i propri docenti»: ottimo, ma non si può fare senza abolire i concorsi e il valore legale delle lauree. E’ questo il progetto? Si propone una legge annuale sulla concorrenza, ma tra le molte liberalizzazioni citate non compare il gas: solo una dimenticanza o timore dell’Eni?

Sui servizi pubblici locali si parla di gare e di mercato, ma non una parola sulla proprietà delle aziende. Sul metodo della concertazione tra Stato e parti sociali si ammette (finalmente) che è un modello da abbandonare e sostituire con la contrattazione decentrata. Quando poi si dice che ciò richiede una riforma delle regole di «rappresentanza delle forze sociali », fra le righe si capisce che ci si riferisce anche alla rappresentatività dei sindacati: se è vero, non era meglio essere espliciti?

Si propone un salario minimo di «1.000 euro al mese»: anche per un lavoratore part-time? E perché un disoccupato disposto a lavorare per 900 euro al mese deve rimanere senza lavoro? Sui problemi del lavoro Walter Veltroni ha perso una grande occasione: proporre di abolire lo Statuto dei lavoratori (del 1970), tutto, non solo l’articolo 18, e sostituirlo con regole moderne, a partire da un sistema generalizzato di sussidi di disoccupazione. Tony Blair avrebbe avuto il coraggio di farlo, e forse avrebbe vinto le elezioni.

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La sinistra e il liberismo

Giovedì, 18 Ottobre 2007

Ho sincera ammirazione per Michele Salvati, Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Nicola Rossi e altri studiosi di sinistra che si battono per una sinistra aperta al mercato, alle privatizzazioni, alla meritocrazia, alla riduzione della spesa e delle tasse, che essi chiamano «riformismo», ma che assomiglia molto al liberalismo. Da liberale, ovviamente, mi auguro abbiano successo. Ma non sono certo che io stesso, se fossi un uomo politico della «sinistra reale», sarei della stessa idea. La sinistra post-comunista che, fino a ieri, militava nei Ds e, adesso, sta nel Partito democratico, non è più l’espressione di un’ideologia uscita sconfitta dalle «dure repliche» della storia. E’ una prassi di governo consolidatasi nel contesto di un sistema capitalistico all’interno del quale aveva già perso da tempo le sue antiche radici marxiane e ha assunto qualche cattiva abitudine. E’ uno strutturato sistema di potere, con le sue rendite di posizione, politiche, sociali, economiche, culturali. Non si tratta, dunque, di convincerla a prendere atto della sconfitta e della superiorità dell’economia di mercato come si fa nei convegni fra intellettuali. Ma che ha ragione Bernardino Caprotti quando lamenta di non poter aprire i suoi supermercati «Esselunga» nelle cosiddette regioni rosse, dove più stretto è il rapporto fra potere politico (le amministrazioni di sinistra) e potere economico (non solo le cooperative ad esso storicamente collegate). E convincerla a rischiare il crollo del proprio sistema di potere in quelle regioni e nel resto del Paese. Allora, la domanda che pongo a Salvati, Giavazzi, Ichino, Rossi è questa: pensate davvero che questa sinistra sia disposta a mettere in gioco il potere di cui dispone per diventare «un’altra sinistra », un potere meno invasivo e più debole, esposto ai venti del mercato anche dove adesso latita ed essa ne fa volentieri a meno? Dubito lo sia. Nessun sistema di potere, politico, sociale, economico, culturale che sia, programma e realizza il proprio suicidio. Un interrogativo analogo a quello sollevato dall’apertura alla concorrenza pone, nelle stesse zone, la nascita del Partito democratico, altro tema caro agli intellettuali riformisti di sinistra. Il passaggio dall’essere — il sistema di potere fondamentalmente chiuso e quasi-monopo-listico degli ex diessini — al dover essere, il nuovo partito più aperto al mercato, solleva il problema della condivisione del sistema con altri. E’ proprio così scontato che ciò avvenga? Forse, se non vogliono correre il rischio di essere gli «ultimi utopisti» di sinistra, sia pure di una sinistra «rovesciata», una ripassatina al vecchio Marx — che di rapporti di potere se ne intendeva — non farebbe male agli amici in questione. Aprire al mercato significherebbe, infine, riconoscere che le «privatizzazioni » di certi servizi locali con rilevanza economica altro non sono che monopoli eterodiretti dal potere politico, di destra non meno che di sinistra, contro i quali si è battuta, uscendone non a caso malconcia, proprio un’esponente della stessa sinistra diessina, il ministro degli Affari regionali e delle autonomie locali, Linda Lanzillotta. L’introduzione di parametri meritocratici nella Pubblica amministrazione, prologo al diritto di licenziamento dei «fannulloni», cara a Ichino, metterebbe in discussione il sistema di potere sociale e di veto dei sindacati, che neppure la destra al governo è riuscita a scalfire, e che trascinerebbe con sé quello politico della sinistra. Potrei continuare. Mi spiegate, allora, amici miei, come e perché la sinistra in carne e ossa, che sta in Parlamento e nelle amministrazioni locali e all’interno della quale convivono vecchi ideali e corposi interessi, dovrebbe rassegnarsi a sacrificare gran parte di ciò che ha per ciò che dovrebbe essere? Né mi pare si possa ragionevolmente sperare di convincerla a suicidarsi semplicemente definendo «di sinistra » il liberalismo, che le rimane ancora estraneo sia sul piano politico — dove, peraltro, un primo, timido compromesso è già stato consumato — sia, anche e soprattutto, su quello degli interessi economici concreti, e non solo nelle regioni rosse. Qui, non è in ballo una questione terminologica. Sono in gioco sistemi di alleanze, quattrini, consenso. In una parola, il potere. Cioè il governo del Paese

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Cospiratori dell’ordine costituito

Venerdì, 28 Settembre 2007

"I precedenti sono illustri. Nello stilare l’elenco di cosa è di sinistra e cosa no, di cosa è rock e cosa è lento, si erano già cimentati Nanni Moretti e Adriano Celentano, mettendo in luce i paradossi e le assurdità di queste tassonomie. Si aggiungono ora Alberto Alesina e Francesco Giavazzi con il loro Il liberismo è di sinistra (Saggiatore, pp. 126, euro 12). Affermazione fatta per stupire, ma che dovrebbe stupire prima di tutti i liberisti.
Si potrebbe infatti dire, che il liberismo consiste in primo luogo nel liberare il mercato da vincoli e ingerenze che ne alterano la dinamica e l’espansione. Un’affermazione che equivarrebbe in qualche modo a sostenere che il mercato è di sinistra. Ma c’è da dubitare che il mercato l’apprezzerebbe, essendosi sempre autorappresentato come l’antitesi di un disegno politico, come un dispositivo spontaneo, quando non come una legge di natura. Comunque qualcosa di Altro dalla politica. E, del resto, anche chiedersi se lo stato (e lo statalismo) siano di destra o di sinistra sarebbe piuttosto ozioso, essendo stati, disgraziatamente, entrambe le cose. Dunque meglio sarebbe chiedersi se il liberismo sia ragionevole, se abbia contribuito a incrementare il benessere dei singoli e la ricchezza della società.
Metafisica del mercato
Prima ancora converrebbe tuttavia interrogarsi se qualcosa come il libero mercato e la concorrenza tra eguali siano mai esistiti nella realtà. Come sarebbe difficile rispondere con un secco no alla prima domanda (è Marx stesso a guardarsene bene) pur avendo sotto gli occhi i disastri della storia del capitalismo, altrettanto azzardato sarebbe rispondere affermativamente alla seconda. I monopoli, le lobby, i poteri corporativi, la corruzione non si sviluppano solo attraverso interventi, per così dire abusivi sul mercato, ma anche a partire dalla sua dinamica interna, dalla sua spontanea evoluzione. Sono un fatto, per dirla all’antica, strutturale.
Tant’è che Alesina e Giavazzi confidano fortemente nelle autorità di controllo indipendenti (Antitrust, Consob, Comunicazioni, Energia, etc.), per imporre il rispetto delle regole auree del mercato. Queste costituirebbero l’ossatura di uno «stato liberista forte». Dietro questa fede si cela un’idea molto platonica della politica. che considera queste entità come una sorta di emanazione della «dea ragione» al riparo da interessi confliggenti, rapporti di forze, scontri di potere. Fuori dalla storia. Idea astratta e ben lontana da una realtà in cui monopoli, cartelli, corporazioni, fioriscono lussureggianti e le regole sono tutt’altro che neutrali. Basterebbe ripercorrere la storia recente dei diritti di proprietà intellettuale per illuminare quanto arbitrio e sopraffazione abbiano agito nella definizione di queste regole.
Ma di siffatte astrazioni il pamphlet di Alesina e Giavazzi è prodigo. Nel cantare le lodi della «meritocrazia» gli autori si guardano bene dall’entrare nel merito del merito, dallo spiegarci, insomma, di che cosa si tratti. Il famigerato Sessantotto ne coltivò, invece, un’idea piuttosto realistica: il merito – sostenne – è l’approvazione dei poteri costituiti. E, in conseguenza, si schierò contro il merito conformista e a favore del talento, che però non è «cratico» tant’è che nessuno ha mai sentito parlare di «talentocrazia». Il merito è un giudizio e dipende da chi lo pronuncia. E dove starebbe oggi quel «tribunale della ragione» incaricato di attribuirlo? Nei quiz demenziali che aprono le porte dell’università? Nell’incubo bancario che domina il corso degli studi? Nell’astuzia ipocrita che sottende le carriere politiche? Nell’insindacabile giudizio dei baroni e degli opinionisti alla moda?
Lo spreco produttivo
Il vizio degli economisti «liberisti e di sinistra» è quello di ridurre tutto a un calcolo costi-benefici e, per di più, di credere che si tratti di una cosa semplice, pacifica, al riparo da fattori imprevisti, anomali, incalcolabili, con il risultato di precipitare continuamente in una gretta contabilità. Per esempio si pretende dall’«azienda universitaria» di ottenere un rapporto ottimale tra input di materia prima (gli studenti) e output di prodotto finito (laureati e diplomati). Fatto sta che gli innumerevoli giovani che hanno partecipato all’acculturazione di massa senza diventare prodotto finito, costituiscono l’insostituibile bacino del consumo culturale a tutti i suoi livelli. E siccome i consumatori sono l’alfa e l’omega dei nostri due autori, non dovrebbero sottovalutare questa circostanza. Il problema dello «spreco», della dispersione, delle eccedenze è molto più complesso di quanto uno schema economicistico possa abbracciare. L’innovazione, il salto di qualità, perfino la competitività spesso si annidano proprio nei fattori che esso non contempla. Se si apprezza il rischio non si può condannare lo spreco. Se si persegue l’eccellenza bisogna migliorare il livello della mediocrità. Quanto alla figura del consumatore, la sua divinizzazione non è meno unilaterale e astratta di quella del produttore e risponde a quella medesima logica che riduce le persone a funzioni. Sostituire un «patto dei consumatori» al «patto dei produttori» non sembra condurre fuori dalla vecchia mentalità riduzionista e conciliatoria.
Non a caso i nostri due liberisti di sinistra concludono con un sentito apprezzamento per le futili politiche repressive adottate dai sindaci d’Italia. Dalla persecuzione bolognese dei nottambuli alla crociata fiorentina contro i lavavetri. Misure appunto rivolte contro quanto di buono ci ha recato il liberalismo storico: libertà di movimento, espansione dei consumi, libera impresa (quella dei lavavetri, dei centri sociali e dei lavoratori autonomi «sfigati»), libertà delle inclinazioni individuali. A dimostrazione inequivocabile che liberismo e libertà stanno divorziando, che lo stato minimo si fa massimamente prescrittivo e proibizionista, che le regole della virtù (e del mercato) continuano ad essere definite dall’alto e nell’interesse dei privilegiati. Con il decisivo contributo del dirigismo di sinistra.
I fronti opposti
Su un punto, ed è un punto importante, con Giavazzi e Alesina si deve convenire. L’idea di ricondurre tutto il lavoro flessibile al tempo indeterminato è fuori dalla storia e dalla ragione. Mantenere in piedi lavoro inutile e costoso invece di sviluppare diverse forme di sostegno al reddito, per salvaguardare l’etica del lavoro e una omogeneità biografica e politica irrimediabilmente tramontata è criminale. Sarebbe come abolire le pale meccaniche per moltiplicare il numero dei braccianti. Ma sulla flessibilità-precarietà (quando non si tratti di una maschera della subordinazione), sulle condizioni di vita, i diritti, le risorse, le libertà di scelta e di movimento del lavoro intermittente e precario la battaglia è aperta ed è improbabile che ci troveremo dalla stessa parte. Indebolire l’autonomia e i diritti dei singoli per accrescere la loro appetibilità sul mercato del lavoro è un’aspirazione che accomuna il sogno conservatore della piena occupazione e le politiche del ricatto care agli sfruttatori del lavoro precario. Liberisti e sinistre. In una stagione ormai remota, una certa corrente politica e intellettuale si autodefiniva «sinistra non marxista». Terminata la lettura di questo pamphlet, verrebbe voglia, se non fosse comunque un po’ riduttivo, proclamarsi «marxisti non di sinistra»."

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“Il liberismo è di sinistra”: non buttate soldi per comprarlo

Sabato, 8 Settembre 2007


Dopo il ’68 e a causa del ’68 "bandito il criterio del merito, i figli di notai, ingegneri, medici, avvocati e professori universitari sono diventati a loro volta notai, ingegneri,  medici, avvocati e professori universitari" (pag. 31). La chicca è tratta dal libro di moda in questi giorni: "il liberismo è di sinistra". Lo hanno scritto due menti eccelse della intellighenzia economica e culturale del nostro paese: Giavazzi e Alesina. Due economisti che dettano, soprattutto il primo, l’agenda politica del governo e forniscono, con le loro elucubrazioni, l’apparato ideologico delle lenzuolate di liberalizzazioni. Cari sodali, non fraintendeteci. TEMIS non intende dare un giudizio della rilevanza scientifica del lavoro di questi due studiosi, di cui è ben nota la capacità e la stima di cui godono. Semplicemente, vuole esprimersi sul libro di cui stiamo parlando: un libro è rivolto al volgo e, quindi, si sottopone alla giudizio del lettore che lo acquista. TEMIS lo ha acquistato e ne è rimasta profondamente delusa perchè è ricco di banalità, luoghi comuni e pregiudizi. La notazione sui professionisti è solo una delle tante: le professioni e gli ordini sono infatti uno dei principali nemici del duo. Non che abbiamo tutti i torti, ma non sono questi gli argomenti che giustificano la riforma. Perchè il figlio del professionista non può diventare professionista? l’impresa può essere ereditata e lo studio professionale no? la differenza è che mentre per l’impresa basta un atto notarile, per lo studio è necessario laurearsi e superare l’esame di Stato. Vogliamo credere che il figlio di papà sia stato raccomandato sia per l’università che per l’esame di stato? liberissimi di farlo, ma almeno forniteci qualche dato. Una inchiesta de Il Sole 24 ore di qualche mese fa ha smentito questo luogo comune, che i due economisti invece rilanciano. D’altro canto solo per notai e farmacisti c’è il numero chiuso e quindi quando un figlio d’arte fa l’esame di stato e lo supera non toglie il pane a nessuno. Il problema è: l’esame di stato è stato fatto seriamente? ma questa domanda vale per tutti, figli d’arte e non, e non c’entra nulla con le liberalizzazioni. A ciò si aggiunga che un figlio di papà potrà anche ereditare lo studio, ma poi dovrà dimostrare di saperlo mantenere!