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Trombati mantenuti

Martedì, 2 Aprile 2013

Trombati sì, ma su una montagna d’oro. Mentre da una parte lo Stato tira per il collo le piccole e medie imprese e se ne infischia di saldare i debiti contratti con artigiani e aziende, dall’altra si affretta a versare liquidazioni a sei zeri agli ex onorevoli che alle ultime elezioni sono stati buttati fuori dal parlamento.

E, mentre decine di migliaia di esodati vedranno la pensione solo col binocolo, ecco che gli stessi politici silurati si apprestano a ricevere, ogni mese, un lauto vitalizio che gli permetterà di trascorrere una vecchiaia da pascià.

Che fine ha fatto il “trombato” per eccellenza delle ultime elezioni? Pare che Gianfranco Fini non se la passi poi così male. Pare che nei giorni scorsi a Enrico Nan, parlamentare di due legislature fa e avvocato ligure, abbia detto: “Cerchiamo di trovare una stanza gratis dove ci mettiamo un computer per far qualcosa”. L’ex presidente della Camera è, finalmente, in pensione: ha già affondato abbastanza partiti e voltato le spalle a troppi elettori.

Incassati 148mila voti (0,46% alla Camera), potrà dedicarsi ai suoi hobby (magari alle immersioni in quel di Giannutri) senza la minima preoccupazione di dover sbarcare il lunario. Potrà farlo anche grazie alla “paccata” di soldi che gli saranno versati dallo Stato: nelle prossime settimane porterà, infatti, a casa un assegno di fine mandato da 250mila euro netti. Tutto qui?

Macchè. Dopo una lunga vita “spesa” a far politica, l’ex leader di An potrà contare su un vitalizio di 6mila euro circa al mese. “Dopo soli trent’anni Fini lascia il Parlamento e quindi mandiamo un saluto a lui e a tutto il suo club di gentiluomini – lo aveva salutato nei giorni scorsi Silvio Berlusconi dal palco di piazza del Popolo – non credo che a Montecarlo se la passi così male”.

Il leader di Futuro e Libertà non è certo l’unico “trombato” d’oro. La lista è davvero lunga. Le amministrazioni di Montecitorio e Palazzo Madama stanno infatti calcolando le somme che devono essere erogate entro un mese dalla cessazione del mandato. E, mentre le Camere sono piene zeppe di furbetti dal doppio incarico che continuano a procrastinare la scelta della poltrona su cui sedere (leggi l’articolo), i parlamentari di lungo corso lasciano la cadrega sempre e comunque a spese nostre. Per un importo complessivo di circa 3 milioni di euro.

Se Fini è senza dubbio il Paperone dei “trombati”, non fa tanto peggio Massimo D’Alema che, eletto per la prima volta nel 1987 quando partiva la decima legislatura, incasserà una liquidazione da 217mila euro. E, proprio, come l’ex presidente della Camera, potrà contare di un super vitalizio da 6mila euro al mese. La stessa liquidazione toccherà anche alla democratica Livia Turco e al pdl Domenico Nenia.

Come ricorda Avvenire, i politici possono contare dell’assegno di reinserimento o di fine mandato, “concepito a suo tempo per aiutare i politici che, dopo un’esperienza più o meno lunga in parlamento, potevano incontrare difficoltà nel tornare a svolgere un lavoro comune”. Si tratta, grosso modo, dell’80% dell’indennità mensile: quindi circa 8mila euro circa per ogni anno di permanenza in parlamento. Una bella cifra finanziata al 100% da una trattenuta versata, ogni mese, a un Fondo di solidarietà (784 euro per i deputati e 695 euro per i senatori).

Tra i futuristi Fini non è l’unico a dover ringraziare le casse opulte dello Stato. Italo Bocchino lascia il parlamento con un assegno di fine mandato da 141mila euro. Antonio Di Pietro, che potrebbe far ritorno alla sua Montenero di Bisaccia, non è certo la prima volta che è costretto a fare valigie e schiodarsi dal parlamento. Proprio per questo, dovrà accontentarsi di un buono uscita da 58mila euro netti: la prima gli era già stata versata, tempo fa. Non solo. Come faceva sapere qualche settimana fa Libero(leggi l’articolo), anche l’ex pm di Mani pulite potrà godere di una “pensioncina” da 4300 euro al mese.

Non se la passa male nemmeno l’80enne Franco Marini che incasserà una liquidazione da 174mila euro e potrà contare su una pensione da 5.300 euro al mese. E ancora: il pdl Gianfranco Micciché se ne va con 158mila euro, l’Udc Fernando Adornato con 141mila euro e Francesco Rutelli con 100mila euro. Beppe Pisanu, che nel 1992 aveva già incassato una prima buona uscita, si porta a casa 157mila euro. Insomma, tutta gente che potrà dormire sonni tranquilli. Andrea Indini per IlGiornale.it

Prodi, l’uomo dei misteri punta al Quirinale

Lunedì, 25 Marzo 2013

Autorevoli personalità, anche se trite e ritrite, danno Romano Prodi al Colle dopo Giorgio Napolitano. Settimane fa, si sbilanciò per lui il Corsera che lo ebbe tra i collaboratori. L’augusto Paolo Mieli, che già nel 2006 lo candidò a Palazzo Chigi, lo vede favorito al 95 per cento.

Di simil parere sono il mordace Enrico Mentana e il pensoso Gad Lerner. Non ha ancora profetato il venerando Eugenio Scalfari ma le sue inclinazioni prodiane sono note.
Prodi ha un cursus di peso – presidente Ue, due volte premier – anche se, essendo accanitamente di parte, difetta della neutralità che sarebbe il più bell’ornamento di un inquilino quirinalizio. Il nodo, però, sono i misteri che aleggiano sulla sua persona.

C’è intorno a lui un quid inesplorabile, emerso in diverse circostanze, che egli stesso, trincerandosi dietro il famoso sorriso giocondo, rifiuta di chiarire. L’episodio che lo rese famoso è la seduta spiritica del 2 aprile del 1978, sedici giorni dopo il sequestro di Aldo Moro. Il professore, con altri amici, si trovava nel rustico del collega Alberto Clò, in località Zappolino, trenta chilometri da Bologna. Con i bimbi in giardino e le mogli in cucina, gli uomini si chinarono su un foglio con le lettere dell’alfabeto e, chiedendo lumi sulla prigionia di Moro, lo percorsero con una medianica tazzina di caffè. Gli spiriti risposero: Gradoli. Prodi si precipitò a Roma nella sede Dc di Piazza del Gesù, per comunicare il responso dell’Aldilà. Causa equivoci, gli inquirenti finirono a Gradoli, paese laziale, anziché nella romana via Gradoli, dove effettivamente Moro era incarcerato. Vi giunsero solo giorni dopo, col covo ormai vuoto e la sorte del prigioniero segnata. Ma ciò che conta, è che l’informazione era buona.

ROMANO PRODICome l’aveva veramente avuta Prodi? Lui ha sempre giurato sulla seduta spiritica. Tutti sono invece convinti che si sia inventato un paravento per coprire un tizio in carne e ossa. I più – da Andreotti, al ds Pellegrino, all’ex vicepresidente Csm, Galloni – pensano che la soffiata venisse dai collettivi universitari bolognesi o da Autonomia operaia, ossia tipi loschi vicini alle Br.

ROMANO PRODIDa 35 anni, Romano convive con questo sospetto. Nessuno finora lo ha preso per la strozza ingiungendogli di dire il vero. Dormono le autorità, ronfa la stampa e le illazioni infittiscono. L’ultima, del 2005, è che ci sia stato lo zampino del Kgb. Per un uomo che potremmo vedere presto sul Colle, l’alone è pesante. Ma lui fa lo gnorri. Imperterrito.

Seduta spiritica a parte, di connessioni tra Romano e spionaggio sovietico si è supposto molto nell’ultimo decennio. Primo a parlarne, nel 2006, fu un eurodeputato britannico, Gerard Batten. Stando a costui, l’ex agente dell’Urss, Alexander Litvinenko (poi ucciso col polonio dagli ex colleghi) gli avrebbe rivelato che «il nostro agente in Italia è Romano Prodi». Colma la lacuna, una seconda testimonianza che in parte conferma e in parte attenua questo imbarazzante passato prodiano.

Un altro ex Kgb, Oleg Gordievsky, in un’intervista al senatore Paolo Guzzanti, già presidente della Commissione d’inchiesta Mitrokhin, disse: «Non ho mai saputo se Prodi fosse o no reclutato dal Kgb, ma una cosa è certa, quando ero a Mosca, tra il 1981 e il 1982, Prodi era popolarissimo nel Kgb: lo trovavano in sintonia dalla parte dell’Unione sovietica».

Dunque, se non agente, perlomeno simpatizzante del paradiso socialista in anni in cui Romano era già stato ministro (1978) e assumeva la guida dell’Iri (1982). Quanto ci sia di vero, è impossibile dire. Sconcerta però che Prodi (ma neanche la magistratura) abbia diradato quest’ombra. Lui tace per ridimensionare, ma l’effetto è di lasciare se stesso in balia di sconcertanti interpretazioni.

Ora, si è aperto il capitolo Cina. Romano, dopo la delusione per la cattiva prova del suo ultimo governo (2006-2008), ha rivolto l’attenzione al gigante orientale. Da anni, è più a Pechino e Shangai che a Bologna. Tiene corsi alla scuola del Partito comunista, è popolare mezzobusto nelle tv locali, pontifica nelle università. È il perito dei cinesi per i loro affari nell’Ue e in Italia.

Il suo compito più rilevante è quello di consulente della nuova agenzia di rating cinese, Dagong, che fa valida concorrenza alle tre sorelle Usa, Moody’s, Fitch e S&P. Poiché Dagong, a fine 2011, da poco insediato il governo Monti, abbassò l’affidabilità del debito italiano, ci si chiese che parte avesse avuto Prodi nella bocciatura. Più o meno esplicitamente fu accusato di essere il cavallo di Troia cinese nelle nostre faccende. Romano querelò Libero che aveva alluso senza però degnarsi di spiegare il suo ruolo nella vicenda. Con il risultato di tingersi ancora più di fosco.

Sempre sull’indecifrabilità del suo comportamento, ve ne racconto un’altra. Il primo che cercò di dare con beni pubblici una bella mano all’arricchimento di Carlo De Benedetti, proprietario di Repubblica, è stato il nostro Prodi (gli altri furono Carlo Azeglio Ciampi e Giulianino Amato). Graziosamente introdotto dal giornalista Scalfari, l’Ingegnere si presentò da Romano presidente dell’Iri e gli chiese di cedergli la Sme, holding alimentare.

All’istante, Prodi si accordò per vendergliela a 497 miliardi di lire. Un regalo. Tanto che il governo Craxi (siamo nel 1985), ignorando la stipula, mandò il piano all’aria.

Si seppe poi che prima dell’Ingegnere si era fatta avanti la Heinz. Fu il ministro liberale dell’Industria, Renato Altissimo, ad annunciare a Prodi l’interesse della multinazionale. Romano però fu secco: «Neppure alla lontana c’è l’ipotesi di una vendita Sme. Hai idea del prezzo? Stiamo parlando di millecinquecento miliardi».

Un mese dopo, saltò fuori che aveva firmato con De Benedetti. Altissimo, infuriato, andò da Prodi e gli chiese: «Perché a Renato (cioè a lui, ndr) hai detto no e a Carlo sì?». Romano, con un sorrisone da zucca di Halloween, replicò: «Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai». Sottile allusione al fatto che De Benedetti, essendo ebreo, fosse circonciso. Con annesso sottinteso che non si poteva dire no alla fantomatica «lobby ebraica».

Se Altissimo gli avesse anche chiesto perché valutando la Sme 1.500 miliardi in maggio, abbia tentato di venderla in giugno per 497, la risposta sarebbe stata oltremodo interessante. Ma ciò non avvenne. Il silenzio si aggiunge alla lista dei misteri di Prodi. Vogliamo davvero al Quirinale un uomo che porta con sé un simile fardello da spy story? g. perna ilgiornale

Di Tanno o di tonno?

Domenica, 17 Febbraio 2013

«Possiamo attestare, che sulla base dei controlli effettuati e delle informazioni ottenute, non sono state rilevate omissioni, fatti censurabili o irregolarità meritevoli di specifica segnalazione agli azionisti», firmato prof. Tommaso Di Tanno, presidente del Collegio dei sindaci di Banca Monte dei Paschi, ultimo bilancio. Anche i migliori possono fare cilecca ogni tanto, specie se, come il professor Di Tanno, siedono in dozzine di Collegi sindacali di aziende (enormi SpA) nel medesimo tempo. Recentemente si è intervenuto per limitare l’accumulo di cariche nei Cda, forse servirebbe lo stesso per i revisori interni alle società, i sindaci appunto, per non compromettere la concentrazione quando si tratta di verificare se tutto fila nei bilanci.

Il tributarista Di Tanno, uno dei più noti in Italia, mentre scriviamo non è soltanto il presidente dei sindaci (cioè dei controllori interni) di Mps, carica per cui riceve 142mila euro l’anno, ma ricopre lo stesso ruolo per due controllate del gruppo, Mps Immobiliare SpA (63mila euro di compenso) e Mps Leasing&Factoring Spa (altri 37mila euro di «gettone»). Basta qui? Macché. Ritroviamo sempre lo stesso Di Tanno come presidente del Collegio sindacale del fondo di investimento Anima SGR Spa, poi ancora nel collegio di Alitalia Spa, poi in quello della Fondazione Telethon, poi in quello di Atlantia Spa, poi presidente del collegio sindacale di Vodafone Spa, e poi revisore dei bilanci dei partiti presso la Camera dei deputati, quei bilanci, cioè, nei quali ai controllori sono sfuggiti, per dire così, diversi milioni di euro sottratti dai vari Lusi&Co. Tutti incarichi ricoperti in contemporanea.

Nel 2010 è arrivato a cumulare 17 nomine, sempre in consigli sindacali di aziende primarie. Per non parlare poi delle cattedre, una alla Bocconi di Milano e l’altra, ovviamente, nella Siena del Mps (a Siena è una star, ha difeso le contrade del Palio contro il Fisco che chiedeva tasse in più), e dei precedenti incarichi di revisore dei conti: dalla Caltagirone Spa a Autostrade Spa, da Sisal a Assicurazioni Roma, da British American Tobacco fino a Bnl. Sì, proprio la banca che i Ds volevano a tutti costi fondere al Monte dei Paschi. «In base a che criterio venite scelti dalla Camera per fare i revisori dei conti dei partiti?», gli fu chiesto. «Manuale Cencelli, puro e semplice», rispose Di Tanno, a cui non manca la schiettezza. Lui è in quota Pd, anche se molti lo catalogano in area Caltagirone-Udc, avendo fatto il revisore di società del gruppo Caltagirone, e poi nominato presidente dei controllori di Mps quando Caltagirone è diventato vicepresidente della banca senese (Di Tanno è anche editorialista economico del Messaggero, giornale del costruttore romano).

La sua storia politico-professionale è però più legata al Pd. Ai Ds, per essere precisi. A Visco e D’Alema, per esserlo ancora di più. Di Vincenzo Visco, ministro delle Finanze, Di Tanno è stato consigliere economico. E di recente il professore ha firmato insieme all’ex «Dracula» del governo Prodi una proposta di riforma choc della riscossione tributaria: «Abolire la Guardia di Finanza e trasferire tutti i poteri a Equitalia». Una linea di ferro che forse andava messa un po’ più sui conti di Mps. Un po’ Pd, un po’ Caltagirone, la casacca perfetta per rivestire il delicato ruolo di controllore dei bilanci di Mps. «I vertici della banca ci nascosero le carte sugli affari a rischio», si difende Di Tanno sul Corriere. Ma la domanda è inevitabile: se non li controlla il collegio dei controllori, gli affari a rischio, che sta lì a fare? Controllare gli amici, si capisce, è un lavoraccio. Soprattutto se hai altri 16 lavori. Paolo Bracalini per IlGiornale.it

Oscar Giannino (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 3 Dicembre 2012

Da quando si è reinven¬tato, Oscar Giannino è esploso come fenome¬no popolare e prossimo leader politico simile a un Beppe Gril¬lo per palati fini. Oscar è la prova provata che per imporsi bisogna farsi biz¬zarri e colpire la fantasia. Ci vo¬gliono abiti eccentrici, modi bi¬slacchi e il viso double face del calvo a barba folta. Non basta la preparazione, altrimenti il cin¬quantunenne Giannino avreb¬be evitato le frustrazioni che soffrì per decenni, malgrado fosse dagli esordi quello che è oggi: un uomo capace, abitua¬to – secondo tradizione del Pri da cui proviene- a documenta¬re ciò che afferma. Ma riman-diamo a dopo il Giannino che fu, per dire subito ciò che è ora.

In primis , il dandy che incede nei talk show bastone in mano, giacche di velluto color arago¬sta, gilet di raso, pantaloni aspa¬rago e scarpe bicolori. Prende posto tra gli altri, punta il men¬to sul bastone e, con la barba che sporge, si immobilizza co¬me un nume assiro.

Pare di pietra, ma appena uno dice qualcosa che non gli sta bene, scatta come un misirizzi e travolge il malcapitato di dati, parole, riflessioni, accom¬pagnati da tutta la mimica italiana, braccia in aria, mani rote¬anti, occhi furenti, invettive ver¬bali, preziosismi lessicali. La causa per la quale si batte è, co¬me si sa, quella delle libertà in¬dividuali. Oscar è, infatti, un va¬lente giornalista economico pa¬ladino del liberismo più spinto che ha dello Stato l’opinione che molti hanno di Di Pietro.

Tuttavia, il Giannino più ascoltato non è quello che si ve¬de in tv, ma quello che si legge o che si sente. Dal 2009 ha due cat¬tedre, dalle quali sdottora ogni giorno con seguito crescente, accentuato dalla palude in cui è caduto il centrodestra. Una, è il sito Chicago-blog , messo a sua disposizione dall’Ibl (Istitu¬to Bruno Leo¬ni), pensatoio liberista. In base all’uzzo¬lo, Oscar dice la sua su Mon¬ti o Berlusco¬ni, il vento e la pioggia, e i fan – tempestan¬dolo di elogi entusiasti- ag¬giungono i propri commenti al verbo del Maestro.

I messaggi sono migliaia il giorno,centina¬ia di migliaia l’anno. Tradotti in voti – parenti e amici inclusi ¬un milione di suffragi: tre per cento dell’elettorato naziona¬le.
Ancora maggiore è il seguito di Giannino dal suo secondo pulpito, Radio24 , emittente del Sole24ore e Confindustria. Alle nove di ogni mattina, Oscar parla a ruota libera per un’ora su economia, politica e varia umanità.

La trasmissio¬ne, Nove in punto, la versione di Oscar, è il suo regno. La sigla consiste in un miagolio rabbio¬so, omaggio ai gatti amati dal conduttore che definisce «feli¬na» la trasmissione per dare un’idea umorale, imprevedibi¬le e artigliata di se stesso.

La pro¬messa è mantenuta. Oscar che conduce in piedi, se la dice e se la canta, gesticolando come lo vediamo in tv, affabulando ininterrottamente, con divaga¬zioni continue, frasi lasciate a metà, infarcite di «ergo», paro¬le inventate tipo «soberrimo» e improvvise impennate di voce seguite da invettive: «somari», «sciocchi», «Stato ladro». La gente, pur non capendo per in¬tero quel che dice, lo segue affa¬scinata nella convinzione di trovarsi di fronte a un rito del¬l’intelligenza cui ha l’onore di essere ammessa.

Questi successi professiona¬li – uniti alle miserie del centro¬destra – hanno spinto Gianni¬no a scendere in politica. In lu¬glio, ha redatto un manifesto, Fermare il declino – meno spe¬sa pubblica, meno tasse più me¬rito e liberalizzazioni- antica¬mera della propria e altre candidature nel 2013. Lo hanno sotto¬scritto in circa trecento.

Tra questi, il gruppo di Monteze¬molo, quelli dell’Ibl,i liberal-fi¬niani Mario Baldassarri e Bene¬detto della Vedova, il repubbli¬can-brunettiano Davide Giaca¬lone, un pugno di moderati del Pd. Affiancano Giannino due economisti, Nicola Zingales e Michele Boldrin, di stanza in Usa. Nell’insieme, tutta gente che quattro anni fa ha creduto nel Cav ma che oggi – a comin¬ciare da Oscar – lo ha cancella¬to, più indignata che delusa.

Per gli orfani del centrode¬stra a Nord del Po, Oscar è una reliquia. Dicono che senza la sua voce alle nove, gli onesti sgobboni che hanno ormai il ri¬getto del Pdl, non credono più nella Lega e diffidano del fighet¬to Montezemolo, sarebbero di¬sperati. Tanto è vero che accor¬rono in frotte ai suoi comizi. Giannino ha infatti cominciato a girare il Nord Italia: Treviso, Padova, Bologna, Milano, Ber¬gamo, dove ogni giorno è ap¬plaudito da migliaia di perso¬ne. Staremo a vedere.

Giorni fa, Oscar ha rivelato di portare il bastone non per vez¬zo ma dopo essere stato opera¬to tempo fa di un cancro alla spi¬na dorsale. Già a vent’anni gli era stato diagnosticato un tu¬more benigno allo stomaco. Mangia solo verdure ed è secco ai limiti dell’anoressia. Sempre stato così.

È uno che vive sui nervi. Allu¬dendo a queste caratteristiche dietetiche, ha beffato l’anno scorso i vip invitati al suo secon¬do matrimonio. Nel menu del raffinato ricevimento, con tavo¬li addobbati per portate lucul¬liane, erano annunciati piatti di sogno, tipo «Perle dell’Hima¬laya in castone di Alea delle Hawaii».

Al dunque, e dopo ore di attesa, sono arrivati un pu¬gno di riso e alcune verdure bol¬lite, cibo standard dello sposo. Questo spirito bizzarro è na¬to a Torino ed ebbe infanzia e adolescenza infelici. Non ama¬va la casa in cui abitava, né il quartiere, né la gente e neppu¬re la famiglia.

Per andare al li¬ceo classico, osteggiato dai suoi, dovette pregarli in ginoc¬chio. «La rabbia- ha raccontato – era la molla fondamentale che provavo» e questa gli aguz¬zò l’ingegno. Dopo la laurea in Legge, entrò nel Pri. A 26 anni era segretario nazionale dei gio¬vani, a trentuno (1992) portavo¬ce del segretario, Giorgio La Malfa. Chi scrive, lo ricorda al¬l’epoca lontano mille miglia dell’esteta che è oggi.

Era riccioluto, spiegazzato e un perfetto seccatore, incapa¬ce- nonostante il ruolo- di rapporti con i giornalisti. Si mette¬va sempre in mezzo, impeden¬do qualsiasi contatto diretto col segretario. Personalmente, l’avrei strozzato anche se un po’ faceva tenerezza per quel modo infantile di darsi impor¬tanza.

Con La Malfa ruppe nel 1995 perché dopo avere spostato il partito a sinistra (Alleanza democratica) di colpo lo riposizio¬nò nel centrodestra e Oscar, per ragioni di coerenza, si oppo¬se al giro di valzer. Fu licenziato e cominciò un momentaccio. Per superarlo, andò un anno ne¬gli Usa a studiare economia, ci mise di mezzo un matrimonio (poi fallito) e fu infine accolto da Giuliano Ferrara al Foglio, fe¬lice viatico per una carriera giornalistica costellata di dire¬zioni. Soprattutto, cambiò aspetto. Persi i capelli, li com¬pensò con la barba, assumen¬do l’aria da scienziato pazzo, perfetta per bucare lo scher¬mo. Appassionato di stoffe e sete, ha gettato alle ortiche i jeans e l’aria ombrosa dei tempi di La Malfa, e disegnando da sé abiti e bombette si è dato quell’aria vittoriana che oggi è il suo mar¬chio, la base del suo successo e la ragione per cui abbiamo fin qui parlato di lui. g. perna ilgiornale

Ricciardi, il ministro porporato (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 5 Novembre 2012

Mai governo ebbe nel suo seno tanti uomini di chiesa come questo di Mario Monti. Se il ministro della Salute, Renato Balduzzi, è portavoce d’Oltretevere, e quello dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, è fiduciario di potenti cardinali, il ministro per l’Integrazione, Andrea Riccardi, parla direttamente con Dio. Di lui ci occupiamo oggi.

Il sessantaduenne Riccardi è il fondatore di Sant’Egidio, la benemerita comunità trasteverina che accudisce i poveri e si batte per pacificare le popolazioni bellicose del vasto mondo. Suo capolavoro fu la soluzione del conflitto in Mozambico nel 1992. I fan lo considerano «profeta» e «santo» cosicché Monti ha pensato di cooptarlo per dare una nota di spiritualità al suo ragionieristico governo. Riccardi avrebbe desiderato il ministero degli Esteri – chi migliore di me, si è detto, che ho negoziato nei punti caldi del globo? -, ma essendo troppo di chiesa per mandarlo in giro in nome dello stato laico gli è stato confezionato su misura un ministero inventato di sana pianta.

Da questa postazione, il pio ministro si è occupato di immigrati proponendo alloggi, ricongiungimenti, visti e la solita tiritera che, al dunque, resta lettera morta come l’eliminazione del sovraffollamento carcerario. Dopo un anno di tavole rotonde, l’integrazione sta infatti a zero come quando non c’era il ministero ad hoc: gli africani, una volta ambulanti, fanno oggi gli accattoni, specie a Roma, città natale e operativa di Riccardi, dove sbucano da ogni strada, berretto in mano e cellulare all’orecchio, anche se sono tutti vispi ventenni; la percentuale dei clandestini che campa di reati cresce; chi ha aperto un’attività e stava dando un contributo, fa invece fagotto scoraggiato da tasse e crisi. Per concludere: neanche Andrea, che è uno di loro, sa a che santo votarsi. Perciò non vede l’ora di lasciare l’attuale poltrona per un’altra. Pareva aspirasse a un seggio in Parlamento. Poi, le sue mire si sono spostate sul Campidoglio. Nel 2013, scade Gianni Alemanno che, per essere stato un sindachetto, la riconferma se la sogna. Di Riccardi si cominciò a parlare in autunno, creando subbuglio. Per alcuni era il Vaticano a volerlo, per altri l’Udc, per altri il Pd. Fatto sta che quando il 21 settembre si svolse la festa della comunità di Sant’Egidio, la Roma che conta era tutta lì a omaggiare il nostro Andrea, sindaco in pectore. Madrina, Maita Bulgari, della nota famiglia gioielliera, che svolazzava qua e là per accogliere gli ospiti e portarli da Riccardi.

Quel giorno, al posto dei barboni assistiti dalla confraternita, pullulavano i Gianni Letta, Luigi Gubitosi (ad Rai), Bruno Vespa, gli Alemanno in auto blu. Il successo del ricevimento confermò che la macchina elettorale di Andrea era avviata. Poi venne la prova del nove: il pd Nicola Zingaretti abbandonava la corsa al Campidoglio per puntare alla Regione. Poiché Zingaretti era il rivale più forte di Alemanno, si pensò subito che fosse stato dirottato per fare posto a Riccardi che, frattanto, si diceva lusingato. «Fare il sindaco di Roma è cosa bellissima. Se me lo chiedesse un segretario di partito, ne discuterei con lui e gli risponderei sì o no», disse da perfetto pesce in barile, sollecitando l’offerta ma evitando di sbilanciarsi finché non la riceveva. Questo il 3 ottobre. Il giorno successivo, improvvisa retromarcia. «Non ritengo di potere accogliere l’offerta (di chi?, ndr)», disse. «Significherebbe interrompere il mio mandato ministeriale e l’impegno nazionale cui sono stato chiamato», aggiunse mostrandosi curiosamente patriottico dopo avere alimentato chiacchiere e ipotesi. Al momento, siamo fermi lì. In realtà, si sa che punta tuttora al Campidoglio ma aspetta che Udc e Pd perfezionino l’alleanza – già sperimentata in Sicilia – per esserne il candidato congiunto, con la benedizione di preti altolocati.

È nel suo stile dire una cosa e farne un’altra. Anni fa, il suo amicone Walter Veltroni gli propose di impegnarsi nel Pd. Andrea, carezzandosi la barbetta da apostolo, replicò: «Sono abbastanza vecchio per decidere di non cominciare nuove avventure». Invece, diventato ancora più vecchio, si è agilmente imbarcato con Monti. Dunque, ce lo ritroveremo tra le gambe.

Romano di ascendenze romagnole, Riccardi ebbe un papà banchiere, laico, liberale e lettore del Mondo di Pannunzio e, tra gli avi, un monaco, poi beatificato, che fu padre spirituale del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano durante la guerra. Più che del babbo, Andrea subì l’influsso del monaco e al liceo Virgilio, centro di Roma, cominciò a militare nella Gioventù studentesca, prima creatura di don Giussani. Con lui, c’era anche Buttiglione.

Poi, Rocco proseguì con Giussani che aveva fondato Cl, mentre Andrea e gli altri della cellula Gs formarono il primo nucleo di Sant’Egidio nel 1968. La comunità decollò però nel 1973 con l’acquisizione di un ex convento abbandonato dalle Carmelitane in piazza San’Egidio, cuore di Trastevere. L’edificio fu ceduto per quattro soldi dal ministero dell’Interno, che ne aveva la proprietà e si accollò la ristrutturazione. Dietro tanta munificenza c’era lo zampino del cardinale Poletti, vicario di Roma e primo protettore di Riccardi, porta d’ingresso della comunità in Vaticano e patrocinatore delle sue istanze presso Wojtyla.

All’inizio, Andrea e seguaci volevano trasferirsi nelle periferie per stare tra i poveri. Il loro slogan, da figli di papà, era: «Dalla parte dei figli delle donne di servizio». Poi, trovando scomodi i tuguri suburbani, si sistemarono nel loro convento, vivendo in comunità e celebrando riti, come monaci. Negli anni, il gruppo si è impossessato di metà quartiere, spazi, negozi, palazzi, diventando una potenza. Nelle pause delle sue attività ecclesiali, Riccardi si laureò in legge per riciclarsi subito in storico della Chiesa. Oggi insegna Storia contemporanea all’ateneo di Roma Tre. È sposato e ha due figli.

La vita comunitaria degli adepti riccardiani ha suscitato interrogativi. Anni fa, l’ottimo vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, ne fece una descrizione sconvolgente. Sant’Egidio sarebbe una setta in cui Andrea, capo indiscusso, e i suoi amici della prima ora, uomini e donne, avrebbero sui sopravvenuti un potere simile a quello degli sciamani su esseri tribali. Imporrebbero i matrimoni tra membri della comunità, decidendo la nascita dei figli. Nessuna disobbedienza è tollerata, mentre le tensioni avrebbero causato suicidi. Clou della vita comunitaria, è la messa del sabato sera, vietata agli estranei. L’atmosfera è da racconto gotico. I capi sono disposti in ordine gerarchico, con Riccardi al centro dell’altare che comanda gli effetti di luce e tiene l’omelia al posto del prete, contro le regole ecclesiastiche. Gli sguardi estatici di tutti convergono su di lui che fissa ieratico il gregge ai suoi piedi. Che Dio ci salvi da questo despota di Dio. g. perna il giornale

 

Dovevamo fare gli Stati Uniti d’Italia (by Tanzi)

Venerdì, 26 Ottobre 2012

Scrutando il Paese d’origine dall’orlo del precipizio, Vito Tanzi è giunto a una conclusione: le cose sarebbero andate in tutt’altro modo se i padri risorgimentali avessero fatto gli Stati Uniti d’Italia, anziché l’Italia unita. È la teoria che l’economista espone in Italica, il suo nuovo libro uscito con un sottotitolo, Costi e conseguenze dell’unificazione d’Italia, che rafforza la già eloquente immagine di copertina: uno Stivale ricoperto d’oro appeso per il piede, la Calabria, a un cappio.

Nessun intento antimeridionalista, se non altro perché il professor Tanzi è nato nel 1935 a Mola di Bari.

Forse l’autore non poteva giungere a una conclusione diversa, visto che dal 1956 vive negli Stati Uniti d’America ed è innamorato della sua patria adottiva. Ma le tesi esposte in Italica non hanno alcunché di passionale. Nelle 296 pagine a parlare è solo il rigore scientifico del laureato in economia alla Harvard University che per vent’anni, dal 1981 al 2000, è stato direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, la più alta carica non politica del Fmi; del docente che per una vita ha insegnato alla George Washington University e all’American University; del sottosegretario all’Economia e alle Finanze chiamato a far parte dal 2001 al 2003 del secondo governo Berlusconi; del consulente che ha prestato il proprio ingegno alla Banca mondiale, alle Nazioni Unite, alla Banca centrale europea.

Tanzi approdò negli Usa da emigrante al seguito del padre («per colpa della guerra d’Etiopia aveva perso il cantiere navale aperto dai suoi avi a Mola di Bari»). Fu assunto dal Fmi nel 1974 come capo della divisione tax. Per oltre un quarto di secolo ha seguito da vicino tutti gli aspetti di finanza pubblica – imposte, debiti, spese, welfare, pensioni – dei 186 Stati aderenti al Fondo attualmente diretto da Christine Lagarde. Si devono a lui le ricette che hanno riformato il sistema fiscale in vari Paesi, dall’Argentina al Marocco.

Oggi vive a Bethesda, a 10 chilometri dalla Casa Bianca. Quando non lo chiamano a tenere conferenze in Australia o in India, fa sentire la propria voce attraverso i libri e gli editoriali, pubblicati dal Financial Times, da Italia Oggi e dal Foglio.

Come mai all’improvviso s’è appassionato al tema dei costi dell’unificazione d’Italia?

«Pura curiosità intellettuale. Volevo capire in che modo i sette Stati italiani esistiti prima del 1861, che avevano leggi e sistemi economici e tributari assai differenti, fossero riusciti da un giorno all’altro a trasformarsi in uno Stato unitario. Ho cominciato a trascorrere ore e ore nelle biblioteche, ho speso un patrimonio in libri vecchi e nuovi, sono andato persino a Londra a visitare la Library and museum of freemasonry per scovare informazioni sul ruolo della massoneria inglese nel processo di unificazione. Alla fine mi sono reso conto che i problemi odierni dell’Unione europea sono identici a quelli dell’Italia di 150 anni fa: troppe nazioni con leggi diverse, regolamenti diversi, tasse diverse, dogane diverse, lingue diverse, messe insieme a tavolino».

Italica è un’edizione scientifica di Terroni, il best seller del suo conterraneo Pino Aprile?

«No, anche se ne condivido le conclusioni: nell’unificazione il Meridione ci ha rimesso. Per evitare il contenzioso Nord-Sud che s’è trascinato fino ai nostri giorni, sarebbe bastato fare gli Stati Uniti d’Italia anziché il Regno d’Italia. In fin dei conti l’avrebbero preferito anche Cavour, Metternich, Napoleone III e Francesco Ferrara, che era il più grande economista dell’epoca: una federazione dotata di un piccolo governo centrale che si occupasse solo delle relazioni con i Paesi stranieri e di pochissime altre funzioni. Lo Stato centralizzato doveva essere la destinazione finale e non il punto di partenza. Ferrara già in un articolo scritto nel 1850 aveva profetizzato che il Piemonte non sarebbe mai riuscito ad assimilare la Sardegna, così come la Gran Bretagna non era riuscita ad assimilare l’Irlanda».

Il Regno di Sardegna evitò il fallimento trasferendo i suoi debiti all’Italia, cosicché i problemi finanziari dei piemontesi diventarono quelli degli italiani.

«Nel 1861, all’atto dell’unificazione, il 57% o forse il 64% del debito pubblico totale dell’Italia era di origini sabaude, mentre l’incidenza del passivo che derivava dal Regno delle Due Sicilie era insignificante. A differenza dei Savoia, i Borbone avevano l’avversione per i bilanci in rosso e le tasse. Il deficit italiano, oggi stratosferico, è cominciato allora. Dal 1861 al 1896 il Regno d’Italia già creava un milione di debito pubblico al giorno, nelle lire di quel periodo».

Lei scrive che la capitale degli Stati Uniti d’Italia doveva essere fissata a Napoli. Perché?

«Era la città più importante, aveva più del doppio della popolazione di qualsiasi altro centro abitato, veniva considerata la terza capitale d’Europa dopo Parigi e Londra. Disponeva già di tutte le infrastrutture per ospitare un governo centrale. Ora lei pensi invece alle uscite folli sopportate per trasferire la capitale d’Italia prima da Torino a Firenze e poi da Firenze a Roma. Ha idea di quale sia stata la spesa per edificare nella Città eterna il solo ministero delle Finanze? Io ci ho lavorato per due anni, è il palazzo più grande di Roma, dev’essere costato un occhio della testa».

Siamo ancora in tempo per gli Stati Uniti d’Italia oppure il federalismo è solo un’utopia?

«Nei 27 anni in cui ho lavorato al Fmi mi sono occupato di molti Paesi dove vige il federalismo, dalla Russia al Sudafrica, e confesso di non essere mai stato entusiasta di questo assetto politico-istituzionale. Oggi mi rendo conto che, dove c’è un governo centrale inceppato, il federalismo rappresenta l’unica soluzione. A patto che poi le Regioni non trasferiscano i loro debiti allo Stato. Se negli Usa la California va in malora, non la salva nessuno».

Come mai da quattro anni siamo impaniati in questa crisi economica planetaria?

«Tutto risale alla fine della prima guerra mondiale e alla Grande depressione del 1929, quando abbiamo cominciato a creare gli Stati sociali e a finanziarli prima con l’aumento delle tasse e poi con i debiti. Ci aggiunga le recenti bolle speculative che hanno distorto l’economia reale. In Europa il livello impositivo è al massimo, non può andare oltre, ma la spesa pubblica continua ad aumentare. Non resta che ricorrere a una dieta».

Che propone? Di togliere l’assistenza sanitaria ai poveri e abolire la cassa integrazione?

«Il guaio del welfare è che diventa con l’andare degli anni sempre più generoso e sempre meno controllato. Nessuno vuol togliere l’assegno di invalidità ai ciechi. Ma oggi, persino negli Stati Uniti, si concede un’indennità anche per il gomito del tennista. In Italia c’è poi un problema di architettura istituzionale. Avete 8.092 Comuni, tre volte di più che negli Usa, e un numero di parlamentari quasi doppio rispetto a quelli americani. Dovete decidervi: o abolite le Province o abolite le Regioni. Solo le riforme strutturali fanno alzare il Pil di parecchi punti».

Lei sostiene che Mario Monti si limita invece alle manovre, all’aumento delle tasse.

«Se non metti mano all’architettura del sistema, pressione fiscale e spending review servono a ben poco. Lo scrissi fin dal 1989 in un libro che fu curato proprio da Monti per l’Università Bocconi».

Mi indichi la riforma che ritiene prioritaria per l’Italia.

«Be’, non si può certo dire che il modo in cui il governo Monti ha riformato il mercato del lavoro sia stato efficace. Mi spiego con due esempi personali. Mio figlio Giancarlo, 39 anni, laureato in microbiologia all’University of Pennsylvania, aveva un buonissimo impiego in una società di consulenze mediche. Mi ha telefonato: ?Mi sono licenziato, ero stufo del mio lavoro?. Gli ho dato del pazzo. Due settimane dopo era già direttore associato alla Biogen Idec, una delle compagnie farmaceutiche più importanti al mondo. Mio cognato June lavorava per un’impresa informatica di Washington fornitrice del Pentagono. Un giorno alle 15 il suo capo lo ha convocato: ?Volevo dirti che alle 17 la nostra azienda cessa l’attività?. Alle 18 s’era già trovato un altro posto, dove si diverte e guadagna il 20% in più».

Tragga le conclusioni.

«Un mercato del lavoro flessibile crea nuova occupazione. Ma in Italia una riforma che preveda l’abolizione dell’illicenziabilità oggi garantita per legge anche a incapaci e fannulloni è impensabile. I sindacati insorgerebbero».

Ha qualche altra riforma inattuabile da suggerirci?

«Quella della burocrazia. Lei deve credermi: ho venduto un terreno a Washington semplicemente presentandomi davanti a un avvocato, senza mappe catastali, solo con la mia carta d’identità. Ho firmato un foglio e l’acquirente mi ha consegnato l’assegno. In Italia avrei dovuto pagare un notaio perché certificasse che quel terreno era mio. Lo sapevo da me che era mio! Idem per l’allargamento della casa. Ho cominciato i lavori senza dir niente a nessuno: solo il preventivo dei costi e la corresponsione finale dei 400.000 dollari all’impresa edile. Vivo negli Usa da 56 anni e non ho mai messo piede in un municipio. Ogni volta che torno in vacanza a Mola di Bari, nella casa che ho ereditato dai genitori, devo passare delle mezze giornate negli uffici pubblici. L’Agenzia delle entrate mi ha ingiunto il pagamento di una cifra astronomica: ignorava che, da sottosegretario all’Economia, avevo già pagato quelle tasse».

Quale dovrebbe essere l’aliquota fiscale massima in Italia?

«I Beatles nel 1966 cantavano in Taxman: ?Lasciati dire come andrà / 1 per te, 19 per me / perché sono l’uomo delle tasse?, infatti il governo laburista di Harold Wilson aveva innalzato al 95% l’imposta marginale. Che arrivava al 70% anche negli Usa quando Ronald Reagan diventò presidente. Fu lui, Reagan, a portarla al 28%. È ciò che pago oggi, su un reddito buono ma non eccezionale, con l’aggiunta di un altro 5% allo Stato del Maryland e di un 3% alla contea di Montgomery. Ritengo che un’aliquota massima del 30%, in casi eccezionali fino al 40%, sia ragionevole. E mi scoccia molto che Mitt Romney paghi solo il 13%, grazie alle generose deduzioni di cui gode su plusvalenze e dividendi».

Alle presidenziali chi vincerà?

«Barack Obama, tutto sommato».

Una previsione o un auspicio?

«Entrambe le cose. Obama è il diavolo che già conosci. Anche se mi preoccupa la sua politica economica e fiscale».

A proposito di urne: il premier Monti non dovrebbe sottoporsi al giudizio popolare per ambire alla guida del governo anche dopo le elezioni del 2013?

«Lo conosco bene, ho molto rispetto per lui. Però non v’è dubbio che, se vuole continuare a stare in politica anche dopo la fine del governo tecnico d’emergenza, è obbligato a presentarsi agli elettori».

Non ha l’impressione che tutti attribuiscano la crisi agli eventi, anziché agli uomini? Il tasso di eticità è sceso sotto lo zero. A me pare un’emergenza morale, più che economica.

«Sono sicuramente d’accordo con lei. È anche una crisi del sistema democratico, perché molte delle storture di cui ci lamentiamo sono approvate dai parlamenti, ormai in mano ai lobbisti. Politici e manager hanno un unico obiettivo: guadagnare sempre di più. Altro che il bene pubblico!». s. lorenzetto ilgiornale

La Melandrina (ritratti al vetriolo di G. Perna)

Martedì, 23 Ottobre 2012

Come titolare delle Politiche giovanili e Attività sportive, la ds Giovanna Melandri è un ministro senza portafoglio. Poco male, dicono a Montecitorio, «carina com’è, troverà sempre qualcuno che aprirà il suo (portafoglio, ndr) per lei».A queste battute maschiliste, Giovanna rabbrividisce. Detesta essere giudicata per il sex appeal. Quando fu eletta miss Montecitorio, rifiutò sdegnosamente il titolo. «Montecitorio non è il nome di un concorso di bellezza», disse con un broncetto così affascinante da confermare in pieno l’elezione. Di seguito, fece circolare il curriculum su cui spicca la laurea in Economia con 110 e lode. Non cambiò nulla. Fu soprannominata Giovanna Settebellezze e ha continuato a colpire per i boccoli biondi, i fianchi rotondi e due gambe da domatrice col frustino. Del suo cervello invece non si occupa nessuno. Anche l’ultima notizia giornalistica che la riguarda è un omaggio alla sua venustà.Un esperto di madame del calibro di Franco Califano, l’ultrasettantenne autore di «Calisutra», aureo libretto sulle sue imprese d’alcova, ha detto: «Quella che mi ispira più carica erotica è Giovanna Melandri. Per lei farei pazzie. Mi eccita in maniera mostruosa». È assodato: Settebellezze colpisce più per la grazia che per lo spirito. Ne sia lieta. Se no, faccia l’esame di coscienza e veda di capire il perché.Coi suoi 44 anni, Giovanna è il ministro più giovane del governo. Ha assunto l’incarico di titolare dello Sport in concomitanza con Calciopoli e i Mondiali di calcio. Si è distribuita con sapienza tra le due vicende in modo da apparire tre volte il giorno in tv per tutta l’estate. O era con Guido Rossi, allora commissario straordinario di Federcalcio, o con F.S. Borrelli, il super ispettore. Ma il più delle volte, stava con la squadra di calcio. E qui, non ha avuto che l’imbarazzo della scelta per variare le inquadrature.La si è vista con Lippi, con Totti, con Gattuso, e l’intero periplo dei calciatori. In ogni circostanza, con nuovi tailleur, sciarpette diverse, acconciature inedite, sbarazzine, matronali, boccolute, frangettate. Solo le dichiarazioni si ripetevano. Alternava i «grazie» a Rossi, Borrelli, Lippi, ai «ho piena fiducia» in Lippi, Borrelli, Rossi. Tale fu la sua simbiosi col mondo del pallone che si guadagnò un secondo soprannome, Fatina azzurra.La fatina ha fatto la sua prima visita alla squadra nell’allenamento di Coverciano col Mondiale alle porte. L’indomani è entrata al Consiglio dei ministri euforica. Non riusciva a contenere l’entusiasmo per gli aitanti ragazzoni in pantaloncini corti. «…ma voi – ha detto in estasi – non avete visto Luca Toni…». Era con la squadra anche alla finale di Berlino. La affiancavano sugli spalti, Guido Rossi e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Rossi, vittima dei ricordi liceali, indossava una pashmina bianca, memore della Germania nevosa descritta da Tacito.C’erano invece 40 gradi e il commissario usava la vezzosa sciarpina etnica come tampone contro la liquefazione del faccione. Settebellezze cercava intanto di coinvolgere il presidente. «Siamo campioni del Mondo», gli urlava in viso sperando di indurlo a sbracciarsi come Pertini ai Mondiali di Madrid dell’82. Ma l’austero Napolitano aveva lo sguardo fisso nel vuoto e la testa in un lontano altrove.Allora la ministra lo ha trascinato negli spogliatoi. Quando sono entrati, Materazzi reduce dalla testata di Zidane, era in mutande. Il presidente ha percepito che non era quello il suo ambiente e si è esiliato in un angolo. La biondina è rimasta al centro della scena e la squadra non ha avuto occhi che per lei. Perdendo ogni ritegno, i calciatori hanno intonato un coretto: «Faccela vedè… faccela toccà».La fatina ha riso lusingata, saltellato, ha abbracciato, bevuto spumante, mangiato crostate, sotto l’occhio delle telecamere e i flash dei paparazzi dell’universo mondo. Passata la festa, ha smentito che quei «vedè» e quei «toccà» fossero riferiti a lei. «Non ce l’avevano con me. Volevano la coppa», ha detto ridendo all’Unità il giornale del partito.La fatina non capisce nulla di sport. Ha molti altri talenti. È un’economista, un’ecologista impegnata, è forte in filosofia e conosce le arti femminili. Ma sul calcio e le altre discipline, zero. In settembre, illustrando alla stampa l’impatto della Finanziaria sullo Sport, ha inanellato strafalcioni ameni, diventati poi gag popolari tra i cronisti. «Dobbiamo ringraziare – ha detto giuliva – gli atleti della bicicletta…». «Si chiamano ciclisti», le hanno urlato insieme due, tre cronisti. Cinque minuti dopo ha detto: «Ringraziamo i pallacanestristi…». «Si chiamano cestisti», ha corretto la platea. E così via. Per non sbandare, Settebellezze ha bisogno di collaboratori in gamba. Da ministro della Cultura e dello Sport nel ’98, a condurla per mano era il capogabinetto Oberdan Forlenza, che fece per lei la riforma del Coni. Oggi, il pesce pilota è il sottosegretario ds Giovanni Lolli, un abruzzese esperto di diritti tv e altri tecnicismi calcistici. Lolli è stimato per l’equilibrio anche dalla Cdl. In particolare, dal conterraneo Gianni Letta che lo considera un antidoto all’antiberlusconismo pasionario della ministra. La fatina è indifferente alle sue lacune e comanda il ministero col piglio di un tigrotto. La settimana scorsa ha proibito ai suoi due sottosegretari, Lolli e Elidio De Paoli (Lega autonomia lombarda) di fare dichiarazioni senza il suo placet. De Paoli ha replicato: «Ho 58 anni, figuriamoci se mi faccio intimidire. Melandri si rassegni: leggerà le mie dichiarazioni il giorno dopo sui giornali». Il pennacchio di Settebellezze è la nascita a New York. Le dà un alone di internazionalità che le piace da morire. Ma negli Usa è stata solo fino a quando il babbo, Franco, ha avuto l’incarico di direttore di Rai Corporation. A tre anni, la bimbetta era già a Roma e qui è vissuta. La mamma, Cesarina Minoli, è una traduttrice dall’inglese. Per questa via, la fatina è cugina di Gianni Minoli, noto volto notturno della Rai-tv. Rientrata dagli States, la famiglia si insediò alla Balduina, quartiere borghese della Capitale. Giovanna frequentò lo Scientifico dalle suore del Santa Giuliana Falconieri. «Non mi trovavo bene. Ero allergica al contesto», dichiarerà in seguito per sottolineare il suo laicismo. Per sottolineare invece la sua intelligenza confiderà: «La filosofia era la mia materia preferita. Facevo accese discussioni su Feuerbach e Schopenhauer». Presa la licenza, si iscrisse alla Facoltà di Economia e si laureò con una tesi sulla riforma fiscale dell’aborrito Ronald Reagan. «Abbiamo studiato economia – ha dichiarato affranta, parlando in nome di un’intera generazione – in quei brutti anni ’80 in cui il mondo accademico accoglieva il vento gelido che veniva da Reagan e dalla Thatcher e si convertiva al neoliberismo. Ci siamo stretti tra noi e ai nostri maestri» e cita i due preferiti: Federico Caffè e Ezio Tarantelli, entrambi tragicamente scomparsi. Un modo per dire che anche lei, nonostante i boccoli e i tailleur pastello, conosce i dolori del mondo. Dopo un tirocinio alla Montedison e una militanza in Legambiente, la ritroviamo a 29 anni nella direzione del neonato Pds. Deputata nel ’94, è ministro del Beni Culturali nel ’98, designata dal predecessore Walter Veltroni, amico d’infanzia. Il ’98 è il suo grande anno. A ridosso della nomina a ministro, la fatina aveva messo al mondo Maddalena con la collaborazione di un simpatico avvocato, Marco Morielli, suo compagno. Tra maternità e politica, Giovanna non ha dubbi: sceglie entrambe. Attrezzò le stanze del ministero per lavorare e insieme allattare la bimba. Ad aiutarla nello svezzamento, la fida Lucia Urcioli, allora segretario particolare, oggi capo della segreteria. Urcioli è la pietra angolare di Giovanna. È la confidente, la consigliera, l’alter ego. Con un simile appoggio, la fatina poteva lasciare a balia il bebè e concedersi pause di libertà. Correva dal suo parrucchiere, Angelo dei Sargassi in via Frattina, e si lasciava agghindare per i party serali. Poco dopo, era raggiunta da un ministerial commesso con diversi abiti. Settebellezze li provava uno a uno per scegliere il più adatto all’acconciatura del giorno. L’avvocato Morielli è parte della sua vita da alcuni lustri. È un benestante, calmo e riflessivo. Con queste doti ha reagito alla sbandata della fatina per il musicista Nicola Piovani. Nel 2001, Chi pubblicò una foto dei due che si baciavano furtivi sul Lungotevere. Altre apparvero su Novella 2000 col titolo «La passione è melandrina» e Melandrina divenne un ennesimo soprannome di Settebellezze. La storia durò qualche tempo, senza che Morielli battesse pubblicamente ciglio. Con la stampa, la sua stoica reazione minimizzatrice fu: «Tranquilli. Tutto è sotto controllo. Siamo giovani, siamo aperti. E io sono uomo di sinistra», cioè uomo di mondo. Tornata tra le sue braccia, Melandrina commentò: «Nelle lunghe relazioni è possibile incagliarsi in qualche secca. Ma Marco è un fuoriclasse e l’uomo della mia vita». Per mettere una pietra sopra la faccenda, cambiarono casa. Lasciarono quella in affitto sul Gianicolo.Giovanna rifiutò l’appartamento di Marco ai Parioli, considerando un insulto per una donna di sinistra acqua e sapone come lei, diventare una snob pariolina. Così, hanno preso un attico vista Tevere al Testaccio, quartiere popolarissimo. Il palazzo è il cosiddetto Cremlino, per la mole da edificio staliniano e storica sede di una sezione dell’ex Pci. Nello stabile abitano anche Giuliano Ferrara e Enrico Letta. Con simili inquilini, il Cremlino è diventato uno status symbol proletario a 20mila euro il metro quadro. Pare che negli anni ’50, l’appartamento ora della coppia appartenesse a un originale che ci abitava con una tigre, la quale lo sbranò. I nostri auguri all’avvocato Morielli. G. Perna il giornale

La cultura malata di “melandrite”

Sabato, 20 Ottobre 2012

La melandrite non arriva mai per caso. Era un ve­nerdì 13, di aprile. La no­tizia che il Maxxi è stato commissariato non è più un segre­to.

 

Giovanna Melandri scrive su Twitter: «Mi dispiace molto per il Maxxi ma confido che il ministro Ornaghi sappia trovare una solu­zione ». Veggente. Non dite adesso che è solo questione di fortuna. Queste cose le melandrine le stu­diano fin da piccole. Sono strategi­che. Sanno sentire il vento. Non sbagliano mai una scia. Sanno quando è il momento di arricciare il naso, muovere lentamente i ca­pelli biondini dolcemente ondula­ti e dire la frase giusta quando ser­ve. Sentono che non verranno ri­candidate, si dimettono da deputa­te si riciclano in un museo. Sono na­te con il paracadute incorporato. Le melandrine scrivono su Twit­ter per testimoniare al mondo: io ci sono. È così che Ornaghi l’ha vista. È stata la prima ad alzare la mano. Nella vita in fondo è questo ciò che conta. Il resto è noia. Le melandri­ne le trovi sempre negli incroci giu­sti. C’è un teatro occupato? Ci so­no. C’è una manifestazione al Co­losseo dove si può gridare «abbrac­ciamo la cultura »?Subito l’abbrac­ciano. C’è un aperitivo all’Audito­rium? Cin Cin. Hanno cominciato a leggere Franzen quando hanno scoperto che tifava Obama e han­no provato anche a buttarsi nel bird watching , ma non fa per loro. L’ambientalismo è bello in città,do­ve ti vedono tutti. Le melandrine so­spirano per la sorte di Wallace, ma di lui hanno letto solo le cose brevi.Infinite Jest no, quello si può legge­re solo quando uno ha molto tem­po e rigorosamente in lingua origi­nale. Capita poi che le melandrine cadano nella loro parte oscura. Fanno cose trasgressive di cui ci si deve vergognare. Tipo ballare sui tavoli in un locale di Briatore con la scusa del mal d’Africa, che fa tanto Karen Blixen. Le melandrine han­no occhiali viola e le ballerine per­ché sono giovani dentro, sono gio­vani sempre. Lo capisci da quello che scrivono. I loro tweet sono una litania infinita di wow, grande, me­raviglioso, stupefacente, dairagaz­ze che siamo le migliori! Sono le ve­stali della religione esclamativa. Leggono tutto, proprio tutto. Basta che stia negli scaffali dei libri da au­togrill o nei mercatini certificati dal­la sinistra veltroniana. Va bene Ascanio Celestini ora che non puz­za più di periferia. Vanno bene i rea­ding su Gadda ma solo se c’è Fabri­zio Gifuni. Va bene il Valle ma se è occupato e la Guzzanti che però ogni tanto fa la pazza. Il calcio è bel­lo quando parla Zeman. Sono così tenere che hanno perdonato a Elio Germano di aver fatto un film con Carlo Vanzina. Poi lui si è riscattato e lo invitano in tutti i luoghi e in tutti i laghi dove la cultura è social. Tutto quello che passa da Fazio è da non perdere. Non perdono Sa­viano. Non perdono un Toni Servil­lo, uno Stefano Benni, un Roberto Cotroneo conosciuto da giovane quando sul Sole 24Ore stroncava tutti e si firmava Lancillotto e si commuovono quando Renzo Pia­no ricorda la sua amicizia con De André. Un tempo amavano Baric­co, ora lo trovano troppo leggero. I romanzi sono come la moda, pas­sa. Adesso hanno scoperto Walter Siti e se a cena le insulta, ridono. In certi momenti di malinconia dico­no di sentirsi come in certi quadri di Hopper, scoperto una mattina d’inverno in via del Corso a Roma. Hanno perdonato a Ferdinando Adornato ogni cambio di casacca, tranne quello di essere stato berlu­sconiano.La solidarietà femminile vale per tutti tranne che per la Minet­ti. Forse perché hanno paura di trovare qualco­sa di loro in lei o di lei in loro. Poi si rassicurano a vicenda dicen­do che non han­no mai fatto l’igienista den­tale. Arrivate a una certa età si svelano filantro­piche e lancia­no fondazioni che pubblicizza­no con concetti di alta filosofia. Tipo questo, scritto dall’ono­revole Melan­dri in persona il 27 agosto: «Quantoèuma­na la filantro­pia ». C’è del ge­nio, alla Fantoz­zi. Un mese pri­ma, giorno di inaugurazione delle Olimpia­di, un’altra illu­minazione: «An­che la Namibia come il Kenya ha portabandie­ra bianco… Glo­bal melting pot… Mica ma­le… ». Notare i puntini. Li ado­rano. Per giusti­fi­carli sostengo­no che sono co­melepauseedo­ardiane. In real­tà è che pensa­no che così si crei un’emozio­ne. Quando poi si sentono metafisiche li mettono per sottolineare il mistero e l’incan­to dell’universo. Una volta sono an­date tutte a sentire Margherita Hack e tornando a casa, sbadiglian­do, continuavano a ripetere: che donna! Tanto che Giovanna non è riuscita a resistere e ha abbracciato la cultura (scientifica), scrivendo: «Questa cosa che l’universo potreb­be espa­ndersi all’infinito o contrar­si in un puntino… grande Margheri­ta Hack su cosa scommetti?». Sul pareggio.Ecco perché Ornaghi ha fatto la scelta giusta. Giovanna Melandri è perfetta per il Maxxi perché il Ma­xxi è una scatola vuota. È perfetta perché, come ricorda lei stessa, è «la madre del Maxxi». Ed è un nor­male che un ministro battezzi un museo per poi andarlo a dirigere. È perfetta perché ora che l’hanno li­cenziata da parlamentare del Pd non aveva nient’altro da fare. Ma soprattutto se l’è meritato. Come a scuola. È stata la più veloce ad alza­re la mano. v. macioce ilgiornale

Euro, chi dice no (all’estero)

Venerdì, 3 Agosto 2012

Il contrasto fra il dibattito internazionale in merito agli errori nella costruzione dell’Euro e il silenzio totale della politica italiana sul tema è impressionante. Eppure si tratta di argomenti che, oltre ad essere profondamente pervasivi, vedono un’opinione pubblica divisa a metà e una fortissima e qualificata corrente di opinione da parte di economisti internazionali di assoluto prestigio: in teoria quindi condizioni ideali per la nascita di un dibattito di largo spessore.Non si tratta quindi di una stravaganza de il Giornale, che da più di un anno ospita articoli che invitano a riconsiderare l’Euro attuale; al contrario, è incredibile che gli appelli di premi Nobel come Krugman e Stiglitz rimangano del tutto inascoltati e relegati, magari dagli stessi giornali che ne pubblicano gli articoli tradotti a idee marginali senza risposta.Le opinioni euroscettiche non sono del resto una novità. Buona parte del mondo accademico economico anglosassone evidenziò da subito molti dei difetti della moneta unica, poi prontamente rivelatesi tali. Si trattava di nomi di peso assoluto, come Rudiger Dornbusch, professore al Mit oppure Martin Feldstein, insegnante ad Harvard. Tali opinioni risultarono poi fondamentali per la decisione dell’Inghilterra di non aderire alla moneta unica e ne rimane evidente traccia nei dibattiti parlamentari a seguito dei quali la scelta di Londra venne presa.In Italia invece tali argomenti «contro» vennero sbrigativamente bollati come dettati da una sorta di invidia dell’America nei confronti della meravigliosa idea europea. Errare è umano ma, una volta toccato con mano e duramente quanto essi avessero avuto ragione, sarebbe normale aprire una parentesi di riflessione e ripensare al merito delle nostre scelte. Invece il nulla. Eppure Dornbusch nei suoi scritti faceva preciso riferimento proprio all’Italia, prevedendo che una volta agganciata ad una valuta troppo forte si sarebbe trovata negli stessi problemi che avevano portato alla crisi del 1992.Il premio Nobel Krugman è addirittura ossessivo, dalla sua tribuna ospitata nelle colonne del New York Times , nell’evidenziare la stupidità delle scelte dei governanti europei e del mito dell’«austerità espansiva». Su queste pagine viene citato ma per il dibattito politico italiano egli rimane sostanzialmente uno sconosciuto, così come le conclusioni euroscettiche di un altro premio Nobel come Joseph Stiglitz.È di questa settimana l’ennesimo articolo di Krugman che paragona l’Euro al calabrone, che in teoria non dovrebbe volare ma che ha volato lo stesso grazie allo sfruttamento delle economie periferiche (gonfiate dal denaro «facile» portato dall’Euro) da parte dell’industria della «virtuosa» Germania avvantaggiata dall’assenza di cambi flessibili.Recente è lo studio di David Woo di Merrill Lynch che, sulla base della teoria dei giochi, stabilisce che per l’Italia sarebbe conveniente uscire dall’Euro. Nulla. Silenzio.
I commentatori di casa nostra rimangono aggrappati ad uno studio catastrofista dell’Ubs dell’anno scorso come se fosse vangelo.Non mancano comunque anche le voci europee sull’insostenibilità dell’Euro così come oggi è formulato: peccato che le idee, pure se ottimamente argo­mentate come quelle di Paul de Grauwe oppure gli editoriali più che espliciti di Jeremy Warner, editorialista economico del Telegraph , fatichino a trovare spazio nella cappa di euroconformismo montiano.In questo contesto l’informazione a volte va cercata con fatica in rete,dove i commenti degli economisti contro l’Euro vengono attivamente dibattuti, talvolta anche in siti italiani, come quello gestito dal professor Alberto Bagnai dell’università di Pescara,abilissimo nel confutare i falsi miti legati all’Euro e che ha organizzato anche un convegno internazionale per discutere del tema, invitando economisti come Roberto Frenkel dell’università di Buenos Aires.Altre voci si possono ritrovare nelle interviste «senza pregiudizi » del blogger indipendente Claudio Messora, a volte sbrigativamente bollate come «complottiste » per lo spazio che concedono a tutte le opinioni, incluse quelle di qualche teoria alternativa. Eppure anche economisti decisamente a favore dell’Europa, come Luigi Zingales, propongono idee per uscire dal vicolo cieco attuale, come ad esempio la creazione di due aree differenziate. Insomma, ce ne sarebbe abbastanza perché anche in Parlamento si cominciasse a discutere apertamente di costi e benefici, senza accettare qualsiasi cosa in nome del dogma della moneta unica. Nota finale: quasi tutti gli economisti «critici» propongono soluzioni alternative alla rottura dell’Euro: le tasse non sono mai fra queste.Claudio Borghi Aquilini per “il Giornale

Genitori di gay, no alle coppie di fatto

Giovedì, 19 Luglio 2012

Lunedì il consiglio comuna­le affronterà il dibattito e il voto sulla proposta di delibe­ra per l’istituzione del regi­stro per le coppie di fatto, un provvedimento fortemente voluto dal sindaco. Sono atte­si per oggi i pareri dei 9 consi­gli di zona, passaggio fonda­me­ntale perché il documen­to approdi in aula. Sull’argo­mento pubblichiamo il pare­re di un’associazione di pa­renti e amici di gay contrari all’iniziativa comunale.

Egregio Sindaco, memori della sua genti­le visita al nostro stand in occasione dei Giorni del Volontariato al Palazzo delle Stelline, desideriamo, come geni­tori di figli omosessuali, esprime­re il nostro apprezzamento per la sua Amministrazione che intende adoperarsi a favore di una maggio­re inclusione delle persone omo­sessuali nella società civile e per la rimozione di ogni forma di loro di­scriminazione.In particolare ap­prezziamo il progetto di istituire un osservatorio delle discrimina­zioni che dovrebbe monitorare gli atti ostili nei confronti delle perso­ne omosessuali, così come i casi di mancato rispetto dei diritti dei conviventi già oggi previsti dalla legge, tra cui la visita al convivente all’ospedale,la successione al con­tratto di locazione, la co-intesta­zione delle polizze vita e altri. Tut­tavia restiamo molto perplessi di fronte all’intenzione della sua am­ministrazione di applicare, in tema di politiche sociali e a livello simbolico, un trattamento uniforme a realtà sociali profondamente diverse tra di loro, sia sotto il profilo della rilevanza so­ciale ed economica sia per la natura della re­lazione stessa. Non crediamo cioè che una politica di equi­parazione della famiglia comune, aperta ai figli, definita negli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione italiana, alle convivenze omo­se­ssuali sia di aiuto per i nostri figli omoses­suali. Il messaggio che ne deriva infatti è quello secondo cui «la relazione tra due uguali è uguale a quella tra due differenti», vale come a dire che A + A = A + B. Ciò non è veritiero e ciò che non è vero non può esse­re buono. Equiparare due realtà relazionali differenti tra di loro significa negare la rile­vanza della differenza sessuale tra uomo e donna ma, come dice L. Irigary, filosofa, grande rappresentante del femminismo europeo, «la natura è due: uomo e donna». La differenza dei sessi non è soltanto un va­lore per la società, ma anche elemento fon­damentale per la vita di coppia. Far credere che questa differenza sia irrilevante crea confusione e rischia di spingere i nostri figli verso grandi delusioni e comportamenti spesso autolesionisti. Crediamo che non si ot­terrà il superamento del­l’omofobia attraverso gli omissis o la banalizza­zione della stessa omo­sessualità all’insegna del «tutto uguale». Infat­ti, in nessuna delle socie­tà del mondo occidenta­le che ha promosso unioni civili e matrimo­ni gay, la condizione di vita degli omoses­suali è divenuta migliore. Questo lo si può facilmente appurare sul campo o leggen­do, ad esempio, i dati sanitari disponibili. L’omosessualità non è certamente da con­siderarsi una patologia, tuttavia in nessuna fase della storia e in nessuna civiltà, è mai esistita la famiglia gay, neanche in epoche in cui la pratica omosessuale godeva di alto prestigio sociale, come quella tardo romana. Equiparare ora la relazio­ne omosessuale alla fa­miglia comune rischia di far apparire l’intera storia umana come gran­de complotto contro l’omosessualità e, peg­gio, contro le persone omosessuali stesse, creando con questa distorsione della realtà ulteriore disagio nei nostri figli.I 10 – 15 an­ni di esperienza con i registri delle unioni ci­vili in 80 Comuni italiani, là dove sono stati istituti, hanno dimostrato che questi non ri­spondono a nessun reale bisogno sociale. Di fatto il numero delle convivenze iscritte nei relativi registri è irrisorio. Sarebbe paradossale se ora il Comune di Milano intendesse operare una scelta basa­ta su un concetto di Equality, di uguaglian­za che confonde la giustizia sociale con la negazione della valenza della differenza sessuale – negazione che trae in inganno e penalizza, ancora una volta, in particolare i nostri figli omosessuali.

La presente lettera è stata condivisa nel­l’ambito dell’ultima assemblea generale del Forum Milanese delle Associazioni Fa­miliare, di cui AGAPO fa parte. giornale.it