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Ragazzi, mettetevi in gioco (Leozappa)

Sabato, 7 Settembre 2013

“C’era chi non voleva lavorare nei weekend, chi non voleva sacrificare il ferragosto, chi l’uscita del sabato sera con la fidanzata”. Così ben quaranta dei cinquanta giovani selezionati da Miragica per lavorare sino a settembre hanno rinunciato all’offerta di impiego. La denuncia di Stefano Cigarini, amministratore di due dei più grandi parchi divertimenti in Italia, avrebbe meritato la prima pagina ma è stata confinata nelle cronache dal Corriere della Sera del 12 luglio (pagina 12, taglio basso), forse perché ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Eppure, viste le reazioni che ha suscitato sul web, c’erano i presupposti per aprire un dibattito anche sulla stampa nazionale. Il sito della Gazzetta è andato in tilt. Leggo che l’intervista è stata commentata in modo contrastante sui social network. C’è chi si è detto vergognato (“in Italia non c’è lavoro e c’è chi lo rifiuta”), ma c’è anche chi ha lamentato che “ti propongono il contratto a voucher, che non ti dà diritto a un bel niente! Perché noi giovani dobbiamo sempre accontentarci?”. Emblematico il titolo del pezzo di Fabrizio Caccia: “Quei no dei ragazzi a impieghi da 800 euro al mese”. La notizia non mi sorprende. Mi è stato raccontato dal direttore di un albergo di Portofino che un giovane aveva rinunciato ad un impegno da bagnino perché, stante la paga, non si sarebbe potuto permettere, nei giorni di riposo, di ritornare a Bari dalla fidanzata. Di recente, ho dovuto prendere atto che un mio conoscente, ormai trentenne, ha rifiutato il rinnovo di un contratto triennale con una società RAI perché, considerata la (indubbiamente) modesta retribuzione, preferiva cercare un lavoro più confacente alle sue attitudini e (invero, confuse) ambizioni. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, aveva parlato di una gioventù choosy, subendo un linciaggio mediatico. E’ trascorso un anno e sono sempre più convinto che il giudizio sia stato ingeneroso. Ingeneroso perché parziale. E’ sotto gli occhi di tutti che esistono diversi settori del mercato del lavoro, con salari pari agli 800 euro mensili di Miragica, che risultano ormai riserva, pressoché esclusiva, degli stranieri. Penso all’edilizia dove ormai sono pochi gli addetti che parlano in italiano. Così è alta la domanda di artigiani, le cui prestazioni sono ben remunerate. Epperò i giovani sembrano preferire la disoccupazione a questi mestieri. Sono incontentabili? Sì, certamente perché i loro desideri si scontrano con il principio di realtà. Ed oggi la realtà è data da una crisi economica, che continua, però, ad essere affrontata senza mettere in discussione il contesto ideologico nel quale è maturata. E’ questo secondo me il problema. Si crede di poter continuare a ragionare secondo il paradigma socio-culturale degli ultimi decenni che antepone i diritti ai doveri.  E’ ingiusto attribuire ai giovani la responsabilità di essere stati allevati secondo il mainstream del diritto di avere diritti. La loro incontentabilità è la conseguenza di un sistema che ha fatto loro credere che è nell’ordine delle cose avere un lavoro a tempo indeterminato, poter soddisfare nella vita le proprie ambizioni, confidare su un futuro migliore. Le lotterie, il Grande fratello e la cieca fede degli italiani nello Stellone hanno, poi, fatto il resto. Ecco perché ritengo che il giudizio di Fornero sia ingeneroso. Non si può recriminare che i giovani siano incontentabili quando a destra come a sinistra, seppur con le differenti parole d’ordine delle rispettive tradizioni culturali, è stato per anni propagandato e garantito il diritto alla felicità.  Nella sua intervista, Cigarini ammette che il lavoro offerto da Miragica è “duro, faticoso, intermittente e non può essere il contratto della vita” ma, poi, osserva che “un giovane con un progetto di futuro davanti a sé non dovrebbe pensare all’indennità di disoccupazione, piuttosto a 22 anni dovrebbe pensare a comprarsela la mia azienda. Questa però mi sembra la generazione del tutto e subito: si è persa la cultura della fatica, del lavoro e della gavetta”. Come dargli torto? La considerazione finale è sempre di Cigarini: “anch’io pagherei di più i ragazzi, ma ci sono le regole di mercato. Nella vita, però, bisogna mettersi in gioco”. La sottoscrivo perché solo iniziando a giocare si può aspirare alla felicità.  a.m.leozappa, formiche

Il posto fisso? per smettere di lavorare!

Martedì, 25 Ottobre 2011

smettere di lavorare. questo sembra essere il significato che i giovani associano al posto fisso. l’odio per la precarietà, più che comprensibile, sembra essere odio per l’impegno quotidiano che comporta. il sogno di un posto fisso sembra essere il sogno di una vita tranquilla, di una vita che consenta di resistere alle pretese del datore di lavoro facendo leva sulla non licenziabilità. forse, queste sono solo illazioni. ma sono illazioni che sorgono spontanee quando si parla di lavoro con i giovani di oggi. temis

“Futura disoccupata”, e allora? datti da fare!

Lunedì, 17 Ottobre 2011

la foto ha riscosso grande successo sui quotidiani italiani. sarà per la faccia acqua e sapone, ma la foto della ragazza che si era scritta sulla fronte “Futura disoccupata” ha spopolato. Invero, non capiamo il perchè.  ”futura disoccupata”: è una scritta che svela il vizio di origine della protesta degli indignati. Gli indignati protestano per la violazione dei propri diritti. Gli indignati pensano di avere un diritto al futuro e scendono in piazza perchè si sono accorti che questo diritto è traballante. Ma quale generazione ha pensato di avere un diritto al futuro? il futuro si costruisce quotidianamente! futura disoccupata lo può scrivere solo chi pensa al lavoro già esistente, solo chi non immagina neanche che il lavoro va creato e inventato quotidianamente. questa ragazza acqua e sapone è già vecchia! a ben vedere, qui, il problema non è che i giovani non hanno futuro, ma che non ci può essere futuro con questi giovani. temis

Incolti generali all’Università

Domenica, 15 Maggio 2011

udite, udite! i candidati per l’ammissione nelle università non dovranno più sostenere l’esame di cultura generale. faranno solo test logico deduttivi. non importa che sappiano cosa sia l’unione europea, chi era carlo magno, quando ci saranno le elezioni. alla futura classe dirigente italiana è richiesto solo di avere capacità mentali. è come se ad uno sportivo di 18 anni si chiedano buoni muscoli e non risultati. quante possibilità ci sono che un ragazzo che, a diciotto anni pur essendo dotato di grandi capacità non ha combinato nulla, possa ancora diventare un campione?  ed è corretto che venga ammesso in una squadra dove gli altri sono più competitivi? ovviamente un talento messo nelle condizioni potrebbe improvvisamente diventare un asso, ma l’allenamento specifico che quetso miracolo consente quanto danneggia gli altri? a na avviso, procede il cammino dell’università verso il baratro. l’abolizione del test di cultura generale è perfettamente coerente con il modello di università professionalizzante adottato in italiano. non si vogliono studenti che sappiano ragionare, ma studenti che sappiano fare i medici, gli avvocati, i manager. allo studente si insegnano le tecniche e non già i fondamenti della cultura di cui quelle tecniche sono espressione e nell’ambito dei quali queste ultime potranno essere esercitate. si vogliono degli automi che sappiano lavorare ma senza porsi domande, una nuova macchina di montaggio alla quale, questa volta, sono soggette non tute blu ma colletti bianchi. mengele era un ottimo medico, ma un aguzzino perchè aveva messo la sua scienza al servizio del nazismo. le nostre università non possono limitarsi a insegnare come “fare” il medico, se non lo fa l’università chi potrà mai aiutare i giovani a ragionare su come ”essere” un medico? temis

“Da grande? farò il ladro” – confessioni di un giovane del 2009 a Pansa

Mercoledì, 22 Luglio 2009

La casa che abitano apparteneva ai nonni paterni. Era una coppia di pensionati che sino a tre anni fa vivevano con il figlio, la nuora e il nipote. Il nonno era un bracciante agricolo e la nonna una donna di fatica in ospedale. Dunque in famiglia entravano due pensioni e due stipendi. Con un reddito complessivo piuttosto buono. È questo che ha permesso all’unico figlio-nipote di andare a scuola, invece di imparare un mestiere.

Dopo le medie inferiori, Mario ha iniziato a essere sempre più svogliato. La maturità classica l’ha superata per il rotto della cuffia.

In famiglia non si sono preoccupati. Babbo e mamma dicevano: capita a tanti ragazzi! E si sono sentiti orgogliosi quando Mario ha deciso di iscriversi all’università e ha scelto Giurisprudenza. Diventando uno studente fuori sede perché l’ateneo stava a un centinaio di chilometri dalla loro città. La permanenza lontano da casa sarebbe stata costosa. Ma cosa non si fa per la laurea di un figlio?

Durante il primo anno di corso, Mario ha compreso di non essere portato per gli studi di legge. Ha dato un solo esame e poi ha deciso di cambiare facoltà, passando a Scienze della comunicazione. Dice ai genitori: studierò cose che mi piacciono di più e dopo la laurea troverò un lavoro gradevole, il giornalista per esempio, o nell’ufficio stampa di un ente pubblico.

Ma anche nella nuova facoltà Mario non combina niente. E dopo un anno speso senza dare esami, decide di chiudere con l’università e di ritornare a casa. Nel frattempo i due nonni sono morti, il reddito famigliare si è ridotto, ma in compenso nell’alloggio c’è più spazio. Il padre cerca di spingere Mario a cercarsi un lavoro. Gli trova un posto da impiegato in prova presso una piccola azienda della zona. Ma il giovanotto non ama la scrivania e soprattutto gli orari obbligati. Dopo qualche mese, spiega al proprietario dell’azienda che quel mestiere non fa per lui e si licenzia.

Adesso Mario ha quasi ventisette anni. E continua a vivere in casa, da perfetto bamboccione. Coccolato e mantenuto dai genitori, si comporta come se abitasse in albergo, spesato di tutto. Dorme fino a mezzogiorno. Passa ore e ore sul letto ad ascoltare musica nelle cuffiette. Oppure davanti al computer, per navigare su Internet. Di continuo ha bisogno di una ricarica del telefonino. Non beve, ma fuma molto e si fa qualche canna. Quasi tutte le sere tira tardi con il suo gruppo di amici. Non risulta che abbia una morosa. Del resto, borbotta la mamma scoraggiata, dove la trovi una ragazza che si metta con un perdigiorno!

In famiglia l’aria si è fatta pesante. Due stipendi invece di quattro sono un bel passo all’indietro. Mario inizia a litigare con il padre che lo incita a darsi da fare. Dice al figlio: puoi diventare un camionista come me, oppure cercare un lavoro diverso, so di piccole aziende che cercano elettricisti, idraulici, piastrellisti, la paga all’inizio sarà scarsa, ma almeno non resterai a ciondolare tutto il giorno.

Mario alza le spalle e non risponde. All’inizio del nostro incontro casuale, non risponde neppure a me. Insisto: «Hai ventisette anni, non lavori e vivi ancora sulle spalle dei genitori. Ti sembra giusto?». E Mario: «Forse non è giusto, ma conosco tanti altri ragazzi uguali a me. Non è colpa nostra. È colpa degli anziani come voi che occupate tutti i posti».

Gli ribatto: «Ma tu non sei più un ragazzo. Tra poco avrai trent’anni. Quando i tuoi andranno in pensione, potrai sempre sfruttarli. Poi un giorno moriranno e di pensioni non ce ne saranno più. Ti resterà soltanto questo alloggio, però una casa non ti darà da mangiare!».

Senza irritarsi, replica: «Vorrà dire che mi metterò a rubare». Lo guardo sorpreso: «A rubare? Ti rendi conto di quel che stai dicendo?». «Sì. Ma dovrò pur campare. Farò il ladro. C’è tanta gente ricca: ha conti in banca, ville, auto di lusso, gioielli. Cercherò di pompargli un po’ di soldi. Conosco degli amici che lo fanno già. Non è difficile. Basta essere svegli e scegliere bene i polli…».

«Ma così rischierai di finire in carcere» gli dico. Mario alza le spalle: «Oggi in galera ci vanno soltanto i clandestini che spacciano la droga. Se mi dovessero beccare, rimarrò dentro per poco tempo. Quando uscirò, ritroverò i soldi che ho messo al sicuro, con i furti e le rapine. E riprenderò a rubare, senza fretta, facendo una vita comoda…».

Questo colloquio di un anno fa, mi è ritornato in mente dopo aver letto un ottimo articolo di Alessandra Mangiarotti, pubblicato il 16 luglio dal Corriere della Sera. Descrive i cosiddetti "Inattivi", i giovani fra i quindici e i trentacinque anni che non studiano, non lavorano, non pensano al futuro e non hanno ambizioni. In Italia sarebbero un milione e novecentomila. Di loro, gli "inattivi convinti" fra i venticinque e i trentacinque anni sono settecentomila.

Ecco la vera bomba sociale. Mario ne rappresenta una scheggia. Lui pensa che "da grande" farà il ladro. Noi anziani scriviamo sui festini del Cavaliere, sull’identità del Partito democratico, sulle ronde sì o no, su che cosa distingue un romanzo da un libro qualsiasi. Forse sarebbe meglio comprarsi un fucile. E imparare a difendersi.

g.pansa riformista 20.7.2009

(continua…)

Perchè il Papa è tenuto a scusarsi?

Mercoledì, 16 Luglio 2008

Il Papa si scusa per gli abusi sessuali dei preti. Il Papa non si scusa. Il Papa "deve" scusarsi: per gli abusi, per la pedofilia, per gli ebrei, per per per. Ma solo il Papa è tenuto a scusarsi? come mai non si pretende dal presidente Napolitano le scuse per le leggi razziali? dal Putin di turno il mea culpa per i pogrom e il comunismo? dai cinesi per tutto quello che continuano a fare? dagli islamici (tutti, visto che non c’è un unico rappresentante) per il terrorismo fomentato dai sermoni delle moschee? dalla regina Elisabetta per il colonialismo? etc ectc

(continua…)

I giovani preferiscono gli Atenei alle discoteche

Martedì, 24 Luglio 2007

"Le notti estive sono dei giovani. Capaci ancora di stupire, i giovani di oggi cercano testardamente una loro specificità che sia contro le regole degli adulti. Il mondo che i nostri figli ci hanno dato in prestito, a loro non piace. Soprattutto perché non sopportano più di vedere noi adulti comportarsi da adolescenti. Basterebbe osservare le magliette colorate con le immagini del Che gonfiate in modo imbarazzante sopra i ventri prominenti di cinquantenni senza decoro, e ascoltare la musica che «unisce le generazioni» (Genesis, Rolling Stones, ecc.) che invece non fa altro che scavare un baratro fra due mondi che ormai si capiscono sempre di meno. L’esempio più recente ed emblematico sono le 21 notti di cultura e di spettacolo che una decina di assistenti e ricercatori della Facoltà di Scienze delle Comunicazioni de La Sapienza hanno organizzato dentro la storica Città Universitaria di Roma, la stessa dalla quale, solo 30 anni fa (ma pare un secolo), venne cacciato Lama. Da un paio di settimane, migliaia di ragazzi si affollano ogni notte davanti ai palchi costruiti davanti alla scalinata de La Minerva e dentro i gazebo sui prati. Ascoltano poesie e lezioni, vedono corti e video sperimentali e, qualche volta, si ricordano anche di andare a ballare davanti alle esibizioni live di gruppi che gli adulti non hanno mai sentito nominare. La manifestazione è organizzata da un gruppo di laureati e dottorandi (età fra i 26 e i 28). Da due mesi dormono fra le due e le tre ore per notte. Si occupano di tutto. Hanno organizzato il palinsesto dell’iniziativa (una media di una decina di eventi al giorno, fra concerti, spettacoli, lezioni e convegni), si occupano della logistica (dai palchi alle centraline elettriche), fanno l’ufficio stampa, si occupano delle pubbliche relazioni (fra gli ospiti si sono succeduti politici, intellettuali famosi, artisti) e, la notte, verso le tre, si preoccupano che nessuno rimanga chiuso dentro la città universitaria prima che i cancelli vengano sbarrati. Trovano anche il tempo di fare qualche pulizia spicciola. Sono stremati ma entusiasti. I loro coetanei hanno risposto seriamente e con convinzione. Spesso la sera si vedono folle più numerose davanti ai convegni che davanti ai concerti. Ma il mondo degli adulti non capisce. Periodicamente alcuni autorevoli docenti de La Sapienza si lamentano perché trovano un paio di bottiglie vuote davanti alle loro facoltà o perché i gazebo tolgono spazio ai loro preziosi parcheggi interni o perché le prove sound di giorno disturbano qualche esame. Un’occasione sprecata per il mondo degli adulti. Gli studenti sono i soggetti dell’educazione. La Sapienza ha 250mila iscritti. Pensare di gestirli secondo noiose pratiche burocratiche è uno sbaglio. Il domani appartiene a loro, non a noi. Diamo loro aria, facciamoli volare. E se durante le caldi notte dell’estate romana, invece di andare ad schiantarsi a duecento all’ora su qualche strada di periferia, preferiscono sedersi per ascoltare una lezione di storia o di fisica, dovremmo ringraziare il cielo e complimentarci con noi stessi. Non lamentarci."

(continua…)

In RAI torna Enzo Biagi. Che barba: largo ai giovani!

Giovedì, 19 Aprile 2007


In RAI torna Enzo Biagi. Possiamo dirlo? che barba! epurato dalla destra berlusconiana, Biagi viene rimesso in sella dal governo di sinistra. Capiamo il valore simbolico dell’operazione, ma per riparare all’offesa non era sufficiente una serata? Con grande battage pubblicitario, invece, Biagi ritorna con un approfondimento periodico. Rispettiamo la professionalità di Biagi, ma non possiamo fare a meno di chiederci se la televisione di Stato aveva proprio bisogno di affidare una trasmissione a un ottuagenario. Largo ai giovani!

S.Valentino è festeggiato dai giovani islamici sfidando i fondamentalisti

Mercoledì, 14 Febbraio 2007


Dal 2002, la festa degli innamorati è entrata nel mirino dei fondamentalisti islamici perché “corrompe i valori morali e indebolisce la umma” (parole del Sultanato del Brunei)e “perché é una festa dei pagani, figlia dei dissoluti costumi del mondo occidentale” (Mufti in Arabia Saudita) tanto che “chi la celebra può essere considerato un apostata” (Mufti in Malesia). Ma gli anatemi non frenano i giovani, che anzi vivono il dono della rosa come gesto di disobbedienza civiler. Le rose vanno a ruba, tanto che il loro prezzo è salito da 5 a 12 riyal. Evviva S.Valentino!