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Gli affari di Tony Blair

Mercoledì, 28 Settembre 2011

Come ha fatto i soldi Tony Blair? L’interrogativo non è nuovo. Da quando, il 27 giugno del 2007, l’ex premier laburista ha lasciato il numero 10 di Downing Street, la stampa e l’opinione pubblica del Regno Unito ne hanno seguito attentamente il percorso post-premiership, evidenziandone i successi ma anche i lati oscuri o mai chiariti come gli eccessivi e non proprio trasparenti guadagni degli ultimi anni.
La questione è stata al centro di una puntata del programma di inchieste giornalistiche Dispatches andata in onda su Channel 4 lunedì 26 settembre: The wonderful world of Tony Blair (Il meraviglioso mondo di Tony Blair).I 47 minuti dedicati a fare i conti in tasca a Tony Blair hanno tentato di stilare un elenco delle attività e dei guadagni dell’artefice dei New labour negli ultimi tre anni. Il programma, tuttavia, non si è occupato soltanto di sommare gli stipendi, le consulenze e le diarie percepite da Tony B, ma ha anche cercato di metterne in discussione l’efficienza come inviato diplomatico in Medio Oriente avanzando numerosi sospetti sulle reali finalità degli sforzi sinora compiuti da Blair fra Gerusalemme, Gaza e Ramallah.Guadagni per 16 milioni di euro in tre anni. Sette residenze di proprietà, 9 milioni di sterline (10,4 milioni di euro) guadagnati in tre anni fra cicli di conferenze e interventi pubblici retribuiti. Uno stipendio da 2 milioni di sterline all’anno grazie alla qualifica di senior advisor per la banca americana Jp Morgan. Un secondo stipendio da 500 mila sterline annue guadagnato come «consulente politico sul cambiamento climatico» presso la compagnia di assicurazioni svizzera Zurich. Un altro milione di sterline in qualità di testimonial di un paio di marchi d’alta moda, fra i quali Louis Vuitton. Senza contare gli introiti mai ufficialmente dichiarati della Tony Blair Associates (Tba) l’agenzia di consulenza creata dall’ex primo ministro nel 2009 allo scopo di «fornire consigli strategici su trend politici ed economici e riforme governative». LE FORTUNE DI TONY. Questo è il bilancio delle fortune di Blair che appare nell’inchiesta di Peter Oborne, giornalista di Channel 4. Esaminando i documenti pubblici disponibili che permettono di ricostruire una parte degli attuali introiti blairiani, Oborne ha stimato in «almeno 13,8 milioni di sterline» (15,9 milioni di euro) la cifra percepita e dichiarata dall’ex New labour negli ultimi tre anni. Alla luce di questa cifra, non sorprende scoprire che oggi gli affari di mister Tony sono seguiti da otto diverse compagnie ricollegabili a lui. Non c’è alcun dubbio che Blair sia colui che, nel club degli ex primi ministri inglesi, ha riscosso maggiori fortune dopo avere traslocato da Downing Street. Dall’emiro del Kuwait 27 milioni di sterline. Dopo essere stato candidato senza successo alla carica di ministro degli Esteri dell’Ue nell’ottobre 2009, al pari di Massimo D’Alema, oggi Blair ricopre oggi l’incarico di inviato di pace in Medio Oriente per conto del Quartet, un’entità diplomatica creata nel 2002 da Onu, Unione europea, Stati Uniti e Russia. Dispatches ha evidenziato come Blair sia divenuto emissario del Quartet il giorno stesso del proprio addio a Downing Street: una rapidità sospetta. Prima di assumere la qualifica di “incaricato speciale” per Israele e Palestina, piantando le proprie tende in un intero piano di uno degli hotel più esclusivi di Gerusalemme, Blair ha compiuto diverse missioni nei Paesi arabi, concentrandosi su Kuwait e Libia. E proprio dall’emiro del Kuwait, Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, l’ex premier inglese viene assunto come consigliere del governo già nel dicembre 2007. Un anno dopo Blair è di nuovo nel palazzo dell’emiro, questa volta per sottoscrivere un contratto da 27 milioni di sterline affidato alla Tony Blair Associates «per tracciare un’analisi più ampia dell’economia kuwaitiana». IL CONTRATTO CON LO SCEICCO. Dispatches ha evidenziato come il senior advisor di Tba in questo periodo fosse Jonathan Powell, già capo dello staff personale di Blair nel corso dei suoi 10 anni di premierato. E dopo il contratto di consulenza stipulato con l’emiro del Kuwait, la Tony Blair Associates se ne aggiudica un altro con lo sceicco di Abu Dhabi, Khalifa bin Zayed questa volta per la modica cifra di 1 milione di sterline l’anno. Tuttavia, il reporter di Dispatches ha evidenziato come il sito personale di Blair non menzioni neppure una volta l’agenzia di consulenza creata dall’ex primo ministro. Al contrario, numerosi sono i riferimenti alle attività svolte per conto del Quartet e a due fondazioni private, la Tony Blair Faith Foundation e la Tony Blair Sports Foundation. Al contrario delle due fondazioni intitolate a mister Tony, la Tba non ha alcun sito internet. Né è possibile rintracciare alcuna targhetta recante la dicitura Tony Blair Associates all’esterno del palazzo in cui l’agenzia di consulenza ha ufficialmente sede, nell’esclusivo quartiere londinese di Mayfair.La mancata trasparenza sulle attività. Sarà un caso, ma nella sua biografia-bestseller intitolata con piglio veltroniano Tony Blair – A Journey (Tony Blair – Un viaggio) e pubblicata nel settembre 2010, l’ex primo ministro laburista ha evitato quasi completamente di raccontare agli inglesi che cosa abbia fatto dopo il proprio trasloco dal numero 10 di Downing Street. E l’avere destinato i proventi milionari della vendita del libro in beneficenza non ha impietosito i giornalisti di Channel 4. Nel Wonderful world of Tony Blair si sostiene infatti che Blair abbia «rifiutato di mostrare agli inviati del programma i propri guadagni e la propria dichiarazione del fisco». Un diniego ritenuto assai grave nel Regno Unito, dove i guadagni e le attività dei politici locali sono tenuti costantemente sotto controllo e la trasparenza dei civil servant è ritenuta una conditio sine qua non.La vita pubblica dei politici britannici è strettamente regolamentata da una serie di norme e leggi a favore delle quali lo stesso Blair si era battuto strenuamente quando era ancora all’opposizione durante il governo conservatore di John Major. Eppure, Dispatches ha accusato Blair non rispettare i sette principi guida di trasparenza da lui sostenuti in passato. «Cosa gli dà diritto a una simile immunità in confronto agli altri politici britannici?», si è chiesto il reporter Oborne.LE AMICIZIE SCOMODE DI BLAIR. Una domanda retorica dalla quale il programma di Channel 4 è partito per lanciare una vera e propria offensiva alle “amicizie scomode” dell’ex premier. Dagli incontri con Muammar Gheddafi per discutere del rilascio dei due attentatori della strage di Lockerbie, avvenuti fra il 2008 e il 2009, a quel giorno nella primavera del 2010 in cui mister Tony ha fatto da padrino al battesimo di una delle figlie del terzo matrimonio di Rupert Murdoch.Senza contare le accuse dirette all’attività diplomatica di Blair in Medio Oriente. Dispatches ha evidenziato, per esempio, come l’ex primo ministro inglese si sia recato a Gaza solo due volte, nei quattro anni in cui si è occupato di «promuovere la pace e il business palestinese», per conto del Quartet. E quando in una mattina del settembre 2008 Israele invase Gaza, Blair si limitò a pubblicare un comunicato stampa che auspicava «il ritorno alla calma», prima di andarsene vacanza e tornare a esprimersi sulla vicenda soltanto nel gennaio 2009, dalla terrazza del suo hotel di Gerusalemme in cui passa appena una settimana all’anno.I presunti affari in Libia e Medio Oriente per conto di Jp MorganDa qui, il programma si è posto un secondo interrogativo: «Dove spende il resto del proprio tempo Tony Blair?». La risposta, secondo i giornalisti di Channel 4, è che Blair mischi diplomazia e rendiconto personale, facendo lobbying per conto di Jp Morgan con un evidente conflitto d’interessi. Due i casi riportati a sostegno di questa tesi.
L’APPOGGIO A WATANIYA. Innanzitutto, l’appoggio fornito da Tony B. a Wataniya, una compagnia di telefonia cellulare detenuta da Qtel, cliente della banca americana, e oggi operante a Ramallah grazie alle pressioni fatte da Blair presso il governo israeliano per concedere l’uso delle frequenze 3G. Inoltre, vi è il caso di una piattaforma off-shore per l’estrazione del gas al largo delle coste di Gaza e di proprietà di British gas group, un altro cliente di Jp Morgan.Israele, che controlla le acque attorno a Gaza, aveva bloccato il progetto sino all’arrivo di Blair, che ha trovato l’accordo con le autorità di Tel Aviv, definendo il proprio successo «una tappa fondamentale per la fornitura di gas all’Autorità palestinese e alla popolazione di Gaza». In entrambi i casi, Blair ha dichiarato di non essere a conoscenza degli interessi di Jp Morgan nelle vicende.Come se tutto ciò non bastasse, martedì 27 settembre è toccato al Daily Telegraph lanciare una nuova accusa a Blair, sospettato di avere esercitato pressioni per conto di Jp Morgan persino presso il colonnello Gheddafi. I fatti descritti dal quotidiano inglese si sarebbero svolti fra il giugno 2007 e il giugno 2010, quando Blair visitò Tripoli in sei occasioni.LE PRESSIONI SULLA LIA. Secondo il Telegraph, lo scopo di queste missioni era tutt’altro che diplomatico, puntando invece a fare pressioni sulla Libyan investment authority (Lia) per accettare un accordo proposto dalla Rusal, gigante mondiale dell’alluminio di proprietà dell’oligarca russo Oleg Deripaska.La Rusal è uno dei maggiori clienti di Jp Morgan che, a quanto pare, avrebbe tratto consistenti provvigioni dall’affare con i libici della Lia anche se i contorni esatti della vicenda restano tutti da esplorare. Se alcune delle accuse sollevate, fra gli altri, da Channel 4 e Daily Telegraph, si riveleranno fondate per Blair, novello Re Mida della diplomazia internazionale, non sarà più tutto oro quello che luccica. l.berardi lettera43

Il decalogo UE di Cameron

Sabato, 2 Aprile 2011

Per una volta gli inglesi sembrano disposti a sentirsi europei, a patto che il Vecchio continente si metta in testa di crescere economicamente seguendo un po’ dei consigli di Londra. In fondo è questo il senso della lettera che ieri David Cameron, primo ministro del Regno Unito, ha inviato agli altri 26 leader europei. “Let’s choose growth”, “scegliamo la crescita”, è il titolo inequivocabile di un vero e proprio appello, una sorta di pendant sviluppista rispetto al Patto per l’euro franco-tedesco approvato dal Consiglio europeo lo scorso 25 marzo, più orientato – quest’ultimo – alla promozione di rigore fiscale e competitività. Completamento del mercato unico, apertura al commercio mondiale, riduzione dei costi per chi vuole fare impresa e nuove forme di finanziamento per l’innovazione: più che un manifesto ideologico, quello di Cameron è un decalogo che sprizza pragmatismo. Ma che parte da una previsione piuttosto plumbea: “Potremmo non essere disposti ad ammetterlo, ma molte delle tesi che abbiamo a lungo fatto nostre, il risultato di decenni di progresso, sono in pericolo”, inizia così la lettera. Fine delle concessioni fatte alla retorica. Segue una tabella piuttosto esplicita: se la tendenza attuale non sarà invertita, presto le economie europee non saranno più annoverabili tra le potenze mondiali. L’Italia, oggi al decimo posto degli stati più ricchi, dal 2020 potrebbe già scomparire dalla classifica, rimpiazzata dal Messico. Nel 2050 anche la Francia sarà fuori dalla top ten, mentre la Germania sarà scesa dall’attuale quinto posto al nono. Non è solo l’effetto dell’avanzata dei paesi emergenti: “L’Europa in questa recessione ha visto cancellati quattro anni di crescita annuale – osserva Cameron – e ora i nostri tassi di crescita sono la metà di quelli pre crisi”. “La decadenza relativa dei nostri paesi rispetto a quelli emergenti c’è, se non altro per ragioni demografiche – dice al Foglio Giorgio Arfaras, direttore del Centro Einaudi – la ricetta liberista del premier inglese, muovendosi sul lato dell’offerta, non contempla maggiore spesa pubblica e propone di compensare tale perdita di ricchezza grazie a più produttività e più libertà economica”. Insomma, Cina e India correranno pure, ma allo stesso tempo è vero che l’Ue può fare meglio del misero punto e mezzo di crescita annua che è previsto per i prossimi dieci anni. Come? “Con uno sforzo, concertato a livello europeo, per liberare l’impresa”, scrive un Cameron insolitamente aperturista nei confronti delle istituzioni di Bruxelles, al punto da citare pure Michel Barnier, il commissario al Mercato interno, a sostegno del suo primo suggerimento: completare il mercato unico, dando “priorità ad aree come quella dei servizi e dell’energia”, modernizzando “in particolare tutto ciò che riguarda l’era digitale”. L’implementazione “senza se e senza ma” della direttiva sui servizi entro il 2011, affiancata a una deregolamentazione delle attività online, farebbe da volano: se oggi l’esistenza del mercato unico aggiunge annualmente 600 miliardi di euro alla ricchezza del continente, con queste riforme si potrebbe arrivare a 800 miliardi. L’Europa dovrebbe poi puntare a divenire “il motore del commercio mondiale”. Innanzitutto spingendo per la chiusura degli accordi di Doha sulla liberalizzazione multilaterale degli scambi. In seconda battuta, siglando quanto prima accordi di libero scambio sul modello di quello stretto con la Corea del sud in questi mesi. Cameron, come partner prioritari, suggerisce Canada, India e Singapore. “Un atteggiamento più aggressivo in questo campo è auspicabile – spiega al Foglio Kurt Hübner, direttore dell’Istituto di studi europei all’Università canadese di Vancouver – gli accordi bilaterali ormai devono mirare ad abbattere le barriere non tariffarie: regole sugli investimenti esteri, ostacoli alla partecipazione alle gare pubbliche, problemi connessi ai diritti di proprietà intellettuale”. Un “accordo ambizioso” con il Canada,  spiega l’economista che per Routledge sta per pubblicare un volume sull’argomento, legherebbe l’Ue a “un’economia che si sta rafforzando molto, con abbondanti risorse naturali e un accesso privilegiato al mercato statunitense”. Seguirebbero milioni di posti di lavoro. Oltre al protezionismo, a frenare l’occupazione c’è anche l’eccessiva difficoltà che i cittadini incontrano per fare business: “Quando aprire un’attività in Brasile costa in media 593 euro, 641 euro in India e 644 euro negli Stati Uniti, perché fare la stessa cosa in Europa costa 2.285 euro?”, si chiede retoricamente Cameron. Una semplificazione non basta: meglio, per esempio, “consentire alle piccole imprese di non sottostare alle regolamentazioni europee”. La capacità europea d’innovare, infine, è molto ridotta: dal 1975 a oggi, il 70 per cento delle società più innovative è nato negli Stati Uniti. “Per questo, con la proposta di istituire un fondo di venture capital a livello continentale – nota Arfaras – Cameron indica la via che perfino alcuni economisti americani come David Goldman, oggi, chiedono di percorrere con maggiore convinzione”. Questa volta con i piedi per terra, piantati nel rigore sui conti pubblici.   © – FOGLIO QUOTIDIANO di Marco Valerio Lo Prete

Il Regno Unito, ultima teocrazia del mondo (altro che Vaticano)

Giovedì, 16 Settembre 2010

Una delle sfide più interessanti tra quelle che attendono Benedetto XVI in Gran Bretagna (il Papa sarà qui da oggi per beatificare il cardinale Newman e incontrare la Regina), non sarà quella di parlare a una società tra le più laiche, liberali, multiculturali e relativiste del Vecchio continente, bensì, paradossalmente, quella di avere a che fare con una delle ultime teocrazie esistenti nel mondo cristiano. Nonostante alcune differenze più vistose infatti (le sacerdotesse, le adozioni delle coppie gay, quel vecchio hippy dell’arcivescovo di Canterbury e la totale ignoranza della cultura cristiana da parte della maggioranza della popolazione), il Regno Unito è da un certo punto di vista più simile al Vaticano che ad altre democrazie occidentali. Come nelle tre monarchie scandinave (anche loro molto liberal), nel Regno Unito esiste una chiesa ufficiale di stato, di ispirazione luterana; a differenza di Danimarca, Norvegia e Svezia però, il monarca britannico non è solo il capo dello stato temporale, ma anche il “Supreme Governor” della chiesa di stato, quella anglicana, avendo unificato in sé i due ruoli alla stregua degli imperatori romani precristiani, e come fa oggi, almeno tecnicamente, il Papa a Roma. Dai tempi della Riforma, l’incoronazione dei re inglesi prima e poi (dal 1605, con il Re protestante scozzese Giacomo VI) britannici, non è soltanto una fastosa cerimonia dinastica e politica, bensì un evento dal profondo significato religioso, come spetta a un “Priest King” (o Queen), una sorta di “Papa Re” al contrario. Nonostante la lunga e complicata evoluzione, dovuta anche all’emergere di numerose sette protestanti minori fino alla metà dell’Ottocento (“Una nazione composta da tante chiese diverse e di una sola salsa”, ironizzava Voltaire), e la nascita di diverse correnti interne, la chiesa d’Inghilterra è riuscita sempre a mantenere una centralità, senza pari in Europa, nella vita spirituale e in quella amministrativa del Regno. Come nella Roma antica l’elezione delle cariche sacerdotali competeva al Senato, così oggi la nomina dei vescovi e degli arcivescovi di Canterbury e York fa parte delle competenze dello stato temporale: una rosa di nomi viene sì preparata da un comitato interno alla chiesa, ma è sempre il primo ministro del momento a nominarli per conto del monarca, qualunque sia la sua chiesa di appartenenza. Questo fa sì che spesso la scelta del vescovo sia più politica che religiosa: la metodista Margaret Thatcher, per esempio, detestava l’arci liberal primate Robert Runcie e scelse il social conservative George Carey per Canterbury; il liberal (e all’epoca cripto cattolico) Tony Blair optò invece per l’ex militante antiamericano e teologo dalla mente fine Rowan Williams quale “suo” arcivescovo. Anche per questo importante privilegio, il Regno Unito non ha mai avuto un cattolico a Downing Street: sarebbe un’anomalia di troppo persino per gli inglesi. Nessun altro monarca al mondo (tranne forse quello saudita) continua poi a farsi qualificare sulle monete del proprio regno con le iniziali “DG” (Deo Gratia) e con la formula “Fid Def” (Fidei Defensor, titolo offerto da Papa Adriano VI a Enrico VIII quando, prima della svolta riformista, attaccò con forza Martin Lutero). La Bbc, storica emittente radiotelevisiva anglosassone, ha ancora nel suo statuto costitutivo l’obbligo contrattuale di trasmettere sulle sue reti momenti di preghiera e meditazione, messe e funzioni religiose, rivolgendosi a “tutta” la nazione, e non solo alla “componente credente”. Va da sé che il sovrano è, almeno ufficialmente, animato da profonde convinzioni religiose, come nel caso della “regina papessa” Elisabetta, e del suo erede (anche se sembra a volte preferire la chiesa ortodossa russa rispetto a quella sotto casa), il principe Carlo.  La profonda natura cesaro-papista della monarchia britannica è però anche garanzia di ottimi rapporti tra le chiese cristiane e i leader ufficiali e riconosciuti delle altre religioni presenti nel regno. Questo succede proprio in quanto l’istituzione monarchica è garante e difensore attivo dell’idea di fede in quanto tale. Un fenomeno, quest’ultimo, che forse Benedetto XVI guarderà con particolare interesse e simpatia: come un Pontifex Maximus cristiano possa essere garante sostanziale anche delle persone che professano altre religioni. w. ward ilfoglio

La sinistra di Blair è ancora la “Londra da bere”

Venerdì, 3 Settembre 2010

Potreste criticare Tony Blair per la vita agiata da conferenziere che conduce da quando ha lasciato la politica inglese, oppure per l’attendismo con cui gestisce la complessa crisi mediorientale. Ma ascoltare l’ex premier quando ricorda il New Labour e i lunghi anni trascorsi al potere in Gran Bretagna fa capire perché la sinistra inglese è stata competitiva e vincente per così tanti anni prima dell’arrivo di Cameron. Leggere “Un viaggio”, il nuovo libro di Blair, è un buon viatico per le tristi e appannate classi dirigenti democrats del Vecchio Continente, sempre in affanno dietro a una destra che non cede il passo pur vivendo la fine di un lungo ciclo rivoluzionario. I veri rivoluzionari della nostra epoca sono i riformisti di carisma, e Blair, con il suo sorriso sornione, ha saputo declinare con serietà entrambe le qualità. Il suo successore sconfitto, Gordon Brown, è apparso invece troppo ingessato, “un disastro” dal punto di vista catodico. Ma non di solo look si parla. Blair riuscì a vincere e a governare con una ricetta che è andata misteriosamente perduta nella storia della moderna sinistra europea, nonostante fosse un progetto tattico e strategico vincente. Rubare le parole d’ordine del movimento conservatore per riscriverle in uno spartito progressista. Obama, che ha preso un’altra strada, sta incontrando problemi molto più gravi. Probabilmente ai “social conservative” si drizzerebbero i capelli davanti al Blair-pensiero su race & gender o sulla sessualità, ma prendete il discorso sulla sicurezza: “Ritengo che la cosa più orribile per la gente che vive in aree dove ci sono alti tassi di criminalità, vandalismo e comportamenti anti-sociali, sia sperimentare la natura distruttiva di questo tipo di cultura”, ha detto parlando del suo nuovo libro. “Law and order”, lo slogan che gli elettori amano sentirsi ripetere da 30 anni a questa parte e che probabilmente non è solo retorico populismo ma un bisogno concreto. Blair capì che la rivoluzione conservatrice nasceva dal fatto che l’individuo era tornato al centro della scena sul palcoscenico che gli era stato rubato dall’invadenza dello Stato. Scelse la giusta miscela di Stato e libertà individuali ed è per questo che ancora oggi può difendere orgogliosamente i risultati ottenuti nella riforma del welfare, dell’assistenza sanitaria e dei servizi pubblici, questioni che insieme alle tasse e alla sicurezza determinano l’esito di una elezione. Lo Stato può aiutarmi ma alla fine sarò sempre io a decidere cosa fare, una visione che avrebbe potuto spazzare via il paternalismo tipico della sinistra europea anche se non è accaduto. La domanda che dovremmo sempre farci è “quanto procedono velocemente le riforme?”. Una generazione di giovani europei è rimasta affascinata dalla “Londra da bere” degli anni Novanta, la metropoli dove la disoccupazione si combatteva con mille part-time e con il sussidio quando restavi a secco per un po’. La chiarezza d’intenti di Blair è anche nella decisione di invadere l’Iraq al fianco degli Stati Uniti di George W. Bush. “L’11 Settembre ha modificato del tutto la mia visione delle cose e il calcolo dei rischi”, ricorda. Era la determinazione del cold-war liberal pronto a battersi contro il totalitarismo, senza guardare troppo ai sondaggi che andavano e vanno nelle direzione opposta. “La ragione di questo mio convincimento è che l’11 Settembre fu un evento scioccante in cui in un solo giorno avrebbero potuto morire anche 300.000 persone”, nessuna autocritica, solo qualche dubbio sulle armi di distruzione di massa. In questi otto anni di guerra Blair è rimasto l’unico a difendere George W. Bush e le ragioni progressive della brutta avventura in Iraq. I guru della sinistra la definirebbero una posizione stupida ma proprio chi si sente una spanna al di sopra della gente comune al momento del voto finisce una tacca sotto i suoi avversari. A Blair non è accaduto.  (r.santoro l’occidentale)