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Il mio casto etero matrimonio greco

Martedì, 6 Novembre 2012

«È incredibile quanto sia diventato difficile spiegare che il matrimonio non è una creazione del cristianesimo, e che quindi quando la Chiesa lo difende non difende qualcosa di suo. E quanto sia faticoso chiarire che l’etica sessuale degli antichi greci non è la stessa del marchese de Sade o di un Cecchi Paone qualsiasi». Così parla a Tempi Francesco Colafemmina, filologo e grecista, autore del saggio Il matrimonio nella Grecia classica. Il libro – «formidabile, ricco di citazioni sorprendenti e di brillante scrittura» secondo lo scrittore e giornalista Antonio Socci – fa a pezzi la vulgata tradizionale inneggiante a una Grecia classica libera e gaia, la cui felicità sarebbe stata soffocata dall’avvento della buia morale cristiana. Ha contro non pochi accademici, Francesco Colafemmina, ma dalla sua ha una documentazione che grida vendetta, e citazioni schiaccianti dei suoi amati autori greci. «Per cui – dice – se il fine recondito di certa propaganda era quello di sovvertire l’ordine fondato sul matrimonio tra uomo e donna, è arrivato il momento di un surplus di efficacia, chiarezza e coraggio».

Colafemmina, studiosi di fama come Michel Foucault (Storia della sessualità, Feltrinelli), il celebrato professore oxoniense Kenneth Dover (L’omosessualità nella Grecia antica, Harvard University Press), fino a Eva Cantarella (Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, Rizzoli) hanno scritto libri con tesi chiarissime fin dai loro titoli. La conseguenza è che negli ultimi cinquant’anni tutto il sistema accademico – tanti giovani in primis – è stato bombardato da questa teoria: le donne greche avevano mariti perlopiù bisessuali e/o pedofili. Quanto c’è di vero?
Più che una teoria questo oramai è un “dogma di fede”. Si può rispondere almeno in due modi: c’è una “via biografica”, alquanto rivelatrice ma che nel saggio non ho percorso, e c’è una via basata invece sugli scritti autentici, direi sui virgolettati degli autori greci.

Se è rivelatrice e inedita, inizi senz’altro dalla “via biografica”.
Be’, sarà un caso che molti degli accademici che hanno messo in giro queste idee siano omosessuali? Il filosofo Michel Foucault, professore al Collège de France, la più prestigiosa istituzione culturale francese, morì di Aids nel 1984. Anche John Boswell, docente all’Università di Yale e attivista gay (a Yale organizzò il Centro di studi lesbici e gay), colui che per tutta la vita tentò di far convivere morale cattolica e condotte gay (vedi il suo Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo), morì di Aids a 47 anni, alla vigilia del Natale del 1994. E l’elenco degli studiosi con biografie “interessate” sarebbe ancora lungo. Per la cronaca, Boswell è l’autore a cui si rifà Umberto Galimberti (senza ovviamente citarlo, com’è suo costume) per affermare che sant’Anselmo d’Aosta, canonizzato nel 1494 e proclamato Dottore della Chiesa nel 1720, fosse omosessuale. Galimberti lo scrive in una risposta a un lettore apparsa su D, il magazine femminile di Repubblica, il 28 luglio scorso. Purtroppo siamo a questo punto.

A grattare queste biografie si materializza il verso che Dante dedica a Semiramide, colei che «libido fé licito in sua legge». Ma veniamo ai testi. Cosa scrivono, davvero, gli autori greci sull’omosessualità?
In effetti è quello il punto nodale. È fondamentale però fare prima un passo indietro. Secondo il dogma ormai imperante, nell’antica Grecia la pedofilia (o efebofilia) sarebbe stata al centro di un vero e proprio rito di iniziazione: l’uomo adulto, l’erastés, aveva rapporti sessuali con l’adolescente, l’eròmenos, e così facendo lo formava anche spiritualmente. Capiamo bene che nella prospettiva di una formazione spirituale dell’adolescente avere rapporti pedofili diventava un merito! Di qui si è poi passati a definire il dogma dell’assenza di una “morale sessuale” nell’antichità classica attraverso la proclamazione dell’omosessualità come qualcosa di naturale.

Scusi Colafemmina, è un caso che l’oncologo Umberto Veronesi tempo fa affermò che gli omosessuali, a differenza degli eterosessuali, vivono un “amore puro” perché non volto alla procreazione, quindi un amore spirituale?
Non è affatto un caso, è esattamente la stessa folle visione. Attenzione però: quello dell’amore puro e spirituale non è altro che ciò che anche i gay del tempo affermavano per giustificare le loro pratiche, in un contesto sociale che invece le condannava risolutamente. L’errore madornale è che chi ripete oggi queste tesi non fa altro che ripetere ciò che dicevano gli autori omosessuali della Grecia classica. Oppure non fa altro che ridire ciò che Platone fa dichiarare ad alcuni suoi personaggi già noti come omosessuali nell’antichità (come Pausania nel Simposio) per arrivare però a smontare le loro tesi e a sostenere l’esatto contrario. È qui che è caduto Galimberti nell’articolo citato, scambiando Pausania, voce che Platone fa parlare ma non approva, per Platone.

Come dire che Manzoni la pensa come don Rodrigo… Ci spiega allora come mai nell’immaginario collettivo Platone passa per un autentico guru dell’omosessualità?
La promiscuità sessuale è tipica di taluni ambienti aristocratici ateniesi e Platone ci racconta anche questo. Eppure più che il soddisfacimento delle nostre pruderie storiche dovrebbe interessarci ciò che Platone ha davvero scritto sull’omosessualità: quattrocento anni prima di Cristo e duemilaquattrocento anni prima del Catechismo della Chiesa cattolica, Platone scrive che l’omosessualità è «contro natura». Nelle Leggi (636, c), ad esempio, si legge testualmente: «Il piacere di uomini con uomini e donne con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere». Più chiaro di così! La verità è che nella Grecia classica l’omosessualità non era affatto così diffusa come si crede, e soprattutto, cosa che conta ancora di più, non era istituzionalizzata. Eschine, politico e oratore ateniese del IV secolo avanti Cristo, nell’orazione Contro Timarco scrive che ad Atene era vietato aprire scuole e palestre col buio affinché i ragazzi fossero sempre sorvegliati; e che, anche se col consenso del familiare, era vietato dare un giovane a un amante omosessuale per ottenerne in cambio denaro o altri benefici. Eschine scrive che era addirittura vietato agli adulti essere apertamente omosessuali praticanti. È interessante notare che gli omosessuali erano chiamati con un appellativo decisamente forte: cinedi (kinaidos al singolare), etimologicamente “colui che smuove la vergogna” o, per altri, e in un senso ancor più realistico, “le vergogne”.

Vuole dire che nella Grecia del IV e V secolo a.C. a uno come Cassano nessuno avrebbe intimato di scusarsi in ginocchio sui ceci?
Guardi, basterebbe leggere Aristofane per fare di Cassano un chierichetto. Celebre è il repertorio, che oggi si direbbe omofobico, che il commediografo greco dedica ad gay del suo tempo. Parliamo di epiteti come lakkoproktos, katapygon, euryproktos, parole assolutamente intraducibili. Altro che cassanate.

Gentilmente, traduca. Gli accademici potrebbero rimproverarla di non essere un filologo rigoroso.
Confidando nella libertà di tono di questo giornale posso dire che euryproktos, per esempio, può tranquillamente tradursi con “culaperto”. Espressione tipica della sospensione delle regole operata dalla commedia, ma certamente poco gay-friendly. L’omosessuale era un tipo comico e se volessimo seguire la teoria di Henri Bergson potremmo affermare che il riso della commedia è un cementante sociale.

Ma allora dove nasce il mito dell’ordinaria omosessualità del mondo greco?
I molti che erano in malafede (spesso perché gay) ci hanno marciato, e lo abbiamo detto; chi era in buona fede, invece, ha commesso lo sbaglio tipico della nostra epoca di “sessualizzare” tutto e troppo. I “ti amo” trovati nelle lettere di Leopardi a Ranieri o in quelle di Frontone a Marc’Aurelio, l’amicizia di Patroclo e Achille o di Eurialo e Niso, sono diventati immediatamente “chiari indici di omosessualità”. Semplicemente leggiamo quegli scambi di amichevole e profonda affettuosità con gli occhi malati di oggi, interpretando male amicizie autentiche, sane e purissime. È un errore e, insieme, una grande perdita. Non è un caso che oggi sviliamo l’amicizia e il suo valore a una richiesta di un contatto su Facebook.

Che ci dice invece della figura della donna nella Grecia classica? Davvero il suo ruolo era nettamente inferiore a quello di una donna contemporanea o anche qui c’è qualche mito da sfatare?
Segregata, la donna, non direi proprio. Pensiamo solo alle feste religiose dell’Atene del V e VI secolo: si è calcolato che fossero addirittura 150 l’anno, se solo i tribunali pubblici restavano chiusi per le feste religiose per 54 giorni. Tra queste e un po’ di shopping, alle ragazze ateniesi non mancava certo la possibilità di adocchiare e sorridere a potenziali pretendenti. E poi avevano stratagemmi privati anche per contribuire alla scelta del marito.

Si riferisce al “caffè della consolazione” raccontato nel suo saggio?
Sì, per esempio. È stata una tradizione viva fino a qualche decennio fa in Grecia. Il pretendente, il gambròs, si recava nella casa della ragazza per incontrare il padre e magari concordare i termini della dote. La particolarità era tutta nel salotto in cui il giovane veniva accolto (nel museo di Kastorià, nel nord della Grecia, se ne conserva uno bellissimo). Nascosto da un quadro, un buco sulla parete permetteva alla figlia di osservare chi era arrivato fin lì per chiedere la sua mano. Se il giovane non le andava a genio veniva servito un caffè molto zuccherato, il caffè della consolazione, appunto. Il giovane non avrebbe avuto la mano della ragazza ma sarebbe tornato a casa con la bocca dolce.

Eppure si insiste sull’idea che la donna non fosse pari all’uomo.
Era l’ordine della società tradizionale, non si può e non si deve parlare di arretratezza, di discriminazione. È ridicolo guardare con cipiglio femminista e postmoderno alla condizione della donna nell’antica Grecia: quel ruolo e quell’ordine familiare sono il fondamento della società che ci ha trasmesso le opere di genio più importanti della storia. Di più: sono il fondamento della società che ha fondato la civiltà occidentale. La categoria di emancipazione è anacronistica e noi non abbiamo alcun diritto di giudicare. Tra l’altro quella società e quel ruolo della donna non sono che quelli della nostra società contadina fino al secondo dopoguerra, da cui noi discendiamo direttamente. Solo oggi molte ex femministe, specie negli Stati Uniti, dove sul tema c’è una pubblicistica molto interessante ancora poco nota in Italia, cominciano a rendersi conto di come il movimento femminista sia stato un’arma utile al capitalismo per asservire la donna, più che per offrirle una piena realizzazione.

Quali sono le assonanze tra matrimonio cristiano e matrimonio greco?
Sono fortissime. Guardi, possiamo essere precisi perché in questo ci aiuta molto l’Economico di Senofonte. Come per il cattolicesimo, anche per la Grecia classica il fine principale del matrimonio era la procreazione. L’ateniese del IV secolo avanti Cristo considerava i figli “una grazia di Dio”. Sempre da Senofonte sappiamo che l’altro fine del matrimonio era l’educazione della prole. Per cui quanto a scopi principali siamo perfettamente in linea con quanto insegna la dottrina cattolica nella Gaudium et Spes. Non solo, nel matrimonio greco c’è anche la meta della castità coniugale. Oltre che in Senofonte, la sophrosyne, un concetto assolutamente analogo a quello di castità, lo troviamo in Plutarco e in autori come Carìtone d’Afrodisia.

Dov’è allora la differenza?
Per certi versi si può trovare nell’indissolubilità, elemento che il cristianesimo ha portato a pienezza e purificato. Le nozze per gli antichi greci non erano legalmente indissolubili come per i cristiani. Eppure anche su questo tema quello che solitamente non si legge è che il rapporto monogamico è in qualche modo insito nella cultura greca. Basterebbe leggere l’Andromaca (vv. 11-179), in cui Euripide si lancia in un nobilissimo elogio della fedeltà monogamica, come del resto fa anche nell’Alcesti. È però forse di Plutarco la più bella celebrazione del vincolo sacro: nell’Amatorius (767 D-E) si arriva ad affermare che l’affetto per le proprie mogli è «simile alla partecipazione ai grandi riti sacri».

Infatti leggendo Plutarco di Cheronea sembra di avere davanti un autore cristiano, non siamo lontani dallo zelo e dal pathos delle lettere paoline. I Precetti coniugali – opera plutarchea che lei riporta integralmente in appendice al saggio – possono essere considerati una sintesi della visione che la Grecia classica aveva dell’etica matrimoniale?
I Precetti coniugali (Gamikà Paranghélmata) sono in effetti una lettura strabiliante se pensiamo che provengono da una fonte pagana. Furono composti da Plutarco in occasione del matrimonio di due suoi allievi, Polliano ed Euridice, nel I secolo dopo Cristo. È un’opera agile e godibilissima, un trattatello sulla vita coniugale ricco di massime, amorevoli consigli pratici e racconti esemplari, quasi un libro sapienziale se non fosse per l’allegria che lo pervade. Un’opera che personalmente farei leggere nei corsi prematrimoniali, spesso così scialbi. Di certo i Precetti coniugali rappresentano bene quella che era l’etica matrimoniale per gli antichi greci, nutrita da valori saldi, da rapporti fondamentalmente monogamici propri di una solida civiltà contadina, valori poi trasferitisi nella società cristiana e nobilitati dalla sua etica. Non è certo un caso se l’opera plutarchea sarà poi ripresa da autori cristiani come Ugo da San Vittore (De amore sponsi ad sponsam) e san Girolamo (Adversus Iovinianum).

Colafemmina, qual è lo scopo ultimo del suo saggio?
In realtà è un augurio. Che una sintesi alta tra una ritrovata morale ellenica e l’etica cattolica possa offrire uno specchio in cui riflettere l’eredità inestimabile che abbiamo ricevuto dal mondo classico. E in cui vedere anche il rischio che comporta l’incamminarsi a passo svelto nella direzione opposta, quella del baratro. v.pece tempi.it

La vera storia della crisi greca

Sabato, 5 Maggio 2012

Durante la recente discussione svoltasi nei Parlamenti di numerosi stati-membri dell’area dell’Euro circa l’approvazione del nuovo piano di aiuti di 130 miliardi di Euro alla Grecia, alcuni deputati si sono chiesti se la Grecia fosse pronta a partecipare al progetto della moneta unica, l’euro. Dalla metà degli anni Novanta, la Grecia ha fatto degli sforzi formidabili per riuscire a soddisfare i criteri della convergenza. Ha utilizzato tutti i mezzi disponibili: politica fiscale, politica monetaria, politica dei redditi, vaste privatizzazioni di banche ed imprese pubbliche. Qualunque sia il modo con cui si misura la performance fiscale (a livello del saldo di cassa o della contabilità nazionale), il deficit pubblico è calato di dieci punti percentuali, dal 12,5% del Pil nel 1993, al 2,5% nel 1999, l’anno dei dati economici con i quali si è decisa l’ammissione della Grecia nella zona dell’Euro, in occasione del Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira, tenutosi nel mese di giugno del 2000. Simili sviluppi positivi, si sono osservati anche per gli altri criteri di convergenza nominale richiesti (inflazione, tassi di interesse a lungo termine, debito pubblico, tasso di cambio). È opportuno ricordare a questo punto, che la decisione di ammissione è stata presa in seguito ad un accuratissimo controllo delle performances dell’economia greca da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Comitato Economico e Finanziario, con i loro relativi pareri. Anzi, è degno di nota il fatto che, malgrado la restrittiva politica fiscale e monetaria di quel periodo, indispensabili per ridurre il disavanzo pubblico e l’inflazione, il ritmo di crescita del Pil era iniziato a migliorare. Da negativo nel 1993, era salito al 4%, alla fine degli anni Novanta, per mantenersi a questi livelli fino al 2007. Si è osservato un aumento degli investimenti privati e del flusso di capitali dall’estero verso la Grecia, grazie al calo dell’inflazione e degli interessi, che avevano raggiunto percentuali al di sotto del 10%, dopo venti anni in cui superavano questa cifra.Due sono i motivi addotti da quanti sostengono che la Grecia non doveva far parte dell’Unione Economica e Monetaria d’Europa. Il primo motivo, che è anche quello maggiormente noto, è che la Grecia ha contraffatto i dati economici per riuscire ad accedere all’Uem.Il governo neo-eletto di Nuova Democrazia nelle elezioni del 2004, quattro anni dopo l’approvazione dei dati relativi all’adesione della Grecia, ha avuto un’ispirazione politica estremamente infelice, cambiando il modo con cui venivano iscritte le spese per la difesa, allo scopo di alleggerire il loro peso nel bilancio, durante il suo mandato. Tuttavia, il cambiamento ha avuto l’effetto di aumentare i deficit pubblici negli anni precedenti al 2004, con un conseguente periodo di intensa contestazione e diffamazione della Grecia. L’asserzione che la Grecia fosse entrata a far parte dell’area dell’Euro con dati falsificati, si leggeva sulle prime pagine di numerose testate giornalistiche in tutto il mondo. Purtroppo, questa asserzione è stata adottata anche da molti uomini politici dell’area dell’euro ed è ripetuta ancora oggi. Questa accusa, tuttavia, dimostra quanta disinformazione ed eventualmente quanta ipocrisia ci sia in queste dichiarazioni. Anche con il cambiamento della metodologia, e secondo i dati revisionati, il disavanzo pubblico in quell’anno cruciale (1999), aveva raggiunto il 3.1% del Pil, contro il precedente 2.5%. Più precisamente, aveva raggiunto il 3.07%, secondo Eurostat.Questo deficit resta inferiore al corrispondente deficit revisionato di altri stati membri, la cui valutazione è stata effettuata con i dati statistici relativi all’anno 1997, affinché costituissero la «prima ondata» degli stati-membri, creatori dell’Euro nel 1999. Dal sito web di Eurostat, risulta che molti altri stati-membri erano stati ammessi nell’area dell’euro con un deficit pubblico superiore al 3.1% del Pil, senza che ciò fosse oggetto di continui riferimenti, anche se questi paesi presentano oggi problemi simili a quelli della Grecia.La responsabilità di quanto su esposto, certamente pesa sul governo dell’epoca in Grecia, di Nuova Democrazia. Tuttavia, è una responsabilità che pesa anche sull’amministrazione di Eurostat e sulla Commissione Europea, che hanno adottato i dati fiscali inviati dall’allora governo greco e non hanno convocato ufficialmente la Banca di Grecia e neanche il governo precedente per esprimere il loro parere. Anzi, è del tutto incoerente quanto avvenuto successivamente, il 2006: Eurostat ha ritenuto che il metodo corretto di iscrizione delle spese sulla difesa fosse quello di iscriverle in base alla consegna del materiale, cioè quello applicato dalla Grecia prima del 2004. Tuttavia, Eurostat, pur dovendo, non ha provveduto alla correzione retrospettiva di questi dati: il 3,07% del Pil quale disavanzo pubblico per la Grecia nel 1999 si è mantenuto, mentre invece si sarebbe dovuta applicare la nuova decisione. Questa irrilevante discrepanza di 0.07% del Pil, rispetto ai limiti posti dal Trattato, adottato senza molta riflessione dalle amministrazioni dell’area dell’Euro, non consente di apprezzare l’enorme sforzo di adeguamento economico.Ricordiamo a questo proposito che anche recentemente si è diffusa una campagna di diffamazione contro la Grecia, per un’abituale operazione di swap valutario avvenuta tra il Ministero greco delle Finanze e la banca Goldman Sachs, alla fine del 2001, di quelle che in quel periodo erano fatte a centinaia da tutti gli stati-membri, come semplici operazioni di gestione del disavanzo pubblico. Ancora una volta, si è detto che la Grecia aveva contraffatto i dati per accedere all’euro: il nuovo titolo a caratteri cubitali sulla prima pagina dei giornali, adottato però anche da numerosi politici. Ma hanno tutti dimenticato che questa operazione finanziaria ha avuto luogo ben due anni dopo il 1999, anno i cui dati sono stati valutati per decidere l’adesione della Grecia all’Euro, e un anno intero dopo l’ammissione della Grecia nell’Euro, approvata dal Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira!Il secondo motivo addotto a giustificazione dell’errore commesso di aver accettato il paese nell’Unione economica e monetaria europea, è costituito dagli sprechi statali ed i suoi eccessivi deficit. Le performances economiche della Grecia dopo il 2003, in particolare durante la seconda metà del decennio del 2000, purtroppo non hanno seguito quelle degli otto anni precedenti. Nel 2006, il governo dell’epoca ha iniziato a perdere il controllo delle spese e delle entrate pubbliche, per raggiungere il culmine, negli anni 2008 e 2009, quando il deficit pubblico è salito vertiginosamente, superando il 10% del Pil.Il crollo della Lehman Brothers e la rivalutazione dei rischi finanziari da parte dei mercati, ha comportato l’aumento degli interessi sui prestiti della Grecia, che costituiva l’anello debole dell’area Euro. Così è scoppiata la crisi greca del deficit pubblico. La mancata adozione di misure urgenti e severe di stabilizzazione da parte di due governi greci consecutivi e l’esitazione della zona Euro ad intervenire, hanno provocato la chiusura dei mercati finanziari per la Grecia, per poi arrivare al suo salvataggio, dopo numerosi tentennamenti, con l’intervento della “troika” (Fmi, Ue, Bce), un salvataggio soggetto ad una severa applicazione delle misure di risanamento dell’equilibrio finanziario e della competitività.Gli effettivi sprechi rappresentano il motivo esclusivo di questi sviluppi? La principale causa della crisi, in Grecia come negli altri stati-membri periferici dell’area dell’Euro, è stata principalmente provocata dagli enormi disavanzi in continua crescita delle partite correnti di questi paesi, dalla perdita di competitività e, soprattutto, dai differenti livelli di sviluppo tra Nord e Sud, e non tanto dall’incapacità gestionale dei loro leaders. Il Sud acquista dal Nord prodotti industriali di alta qualità ed elevato livello tecnologico. Il Nord, invece, acquista dal Sud una quantità molto minore di prodotti. In media, nel periodo tra il 2000 ed il 2007, il disavanzo delle partite correnti della Grecia era pari al 8,4% del Pil, e del Portogallo del 9,4%, mentre le eccedenze della Germania erano del 3,2% del Pil, e dell’Olanda 5,4%. Per coprire questi disavanzi delle partite correnti in continua crescita, i Paesi periferici sono stati costretti ad indebitarsi sempre più. Il risultato è stato l’aumento del loro debito.Il ritardo nel funzionamento dell’amministrazione statale e delle istituzioni ancora una volta ha costituito il pretesto, per ribadire che la Grecia, e forse anche altri stati-membri periferici, non avrebbero dovuto diventare membri dell’Unione economica e monetaria. Questa Uem, tuttavia, non è un club di Paesi evoluti con interessi comuni, contrapposti a quelli dei Paesi in ritardo. Si tratta di una fase evolutiva dell’Unione, per facilitare la cooperazione economica tra i suoi membri, per creare rapporti che possano rafforzare gli sforzi comuni volti allo sviluppo, per ottenere la graduale convergenza delle loro economie e per sfruttare nel modo migliore le opportunità fornite dall’abolizione dei confini e dagli obiettivi condivisi. È un piano comune per raggiungere il progresso che quindi, deve includere nella sua pianificazione, i più potenti con le loro capacità, ma anche i più deboli, con le loro debolezze; deve prendere in considerazione gli squilibri e valutare il fatto che i paesi evoluti non sono solo soggetti ad oneri, anzi, ne traggono notevoli benefici, grazie ai loro servizi finanziari e le loro esportazioni.L’implementazione delle misure di stabilizzazione in Grecia, a maggio del 2010, ha comportato un miglioramento significativo dei risultati finanziari e della competitività, ma ha contribuito anche a creare una recessione economica profonda e di lunga durata, ad aumentare vertiginosamente la disoccupazione che ha raggiunto il 20%, incrementando la povertà e la miseria di parte del popolo greco. Non è solo la Grecia responsabile di questo risultato. La combinazione della politica economica imposta dal primo piano di aiuti non era la più adeguata e quindi le performances attese non sono realistiche, finanche per quei paesi dotati di economie molto più potenti di quella greca. Si ha la sensazione che le condizioni imposte dovessero costituire un esempio da evitare per gli altri Paesi, punendo in modo esemplare la Grecia. La recessione, inizialmente prevista dal Fme per il periodo 2009-2012 al -7,5%, attualmente si calcola sia a -18%, fatto questo che non consente il raggiungimento degli altri obiettivi, generando anche intense agitazioni sociali.La Grecia ha costituito il pretesto della crisi dell’Euro, non ne è stata, tuttavia, la causa. La sua causa va ricercata nel fatto che la zona dell’euro è un’unione monetaria a tutti gli effetti, ma non è una vera e propria unione economica e fiscale di stati-membri con differenti caratteristiche strutturali: quelle dei Paesi maturi dell’Europa del Nord, e quelle delle economie meno mature del Sud europeo. La crisi attuale è solo in parte crisi di debito pubblico, e ciò interessa principalmente la Grecia ed il Portogallo. Per il resto, si tratta di crisi del settore privato e del sistema bancario di numerosi stati-membri, e anche crisi del controllo e della sorveglianza da parte delle autorità monetarie dell’area euro. L’Unione europea non ha ancora ideato un contesto complessivo di governance economica, un nuovo modo per affrontare gli squilibri tra il nucleo centrale sviluppato e la sua periferia meno evoluta; non si è occupata sistematicamente di promuovere realmente la crescita economica. Se ciò non avrà luogo, allora ci saranno nuove crisi in futuro.Il fiscal compact che, secondo le leaderships dei paesi dell’euro, sarà in grado di assicurare la stabilità delle loro economie, non riuscirà a raggiungere questo risultato, senza altre misure che favoriscano la crescita e la convergenza effettiva e per finire, senza un progresso adeguato verso l’integrazione economica e politica dell’Unione.
di Kostas Simitis e Yannis Stournaras*, da il Sole 24 ore * Kostas Simitis è stato primo ministro greco e leader del partito socialista (Pasok) dal 1996 al 2004, Yannis Stournaras è direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale di Atene via micromega (2 maggio 2012)

Grecia, la tragedia di un popolo in una foto

Giovedì, 16 Febbraio 2012

Io non so chi l’abbia scattata, nè quando, ma questa foto riassume meglio di dieci articoli lo stato d’animo di un popolo, l’orgoglio della sua identità e la disperata impotenza per la situazione di schiavitù in cui si è venuto a trovare rincorrendo l’utopia di un’Europa migliore. E’ un Evzonas, il soldato greco in vestito tradizionale di fronte al Parlamento di Atene. m. foa giornale

 

L’italia è la prossima. Ecco perchè non usciremo dalla crisi

Martedì, 14 Febbraio 2012

La questione del “ce la faremo…?” in Italia ora sta coinvolgendo sempre più gente che di solito non si pone problemi sull’economia. Sento direttori di filiali di banca che dicono ai clienti di smobilitare BTP, dirigenti che pensano che la loro pensione sia in forse, cugine che chiamano chiedendo se è meglio la barretta d’oro o l’ETF Oro, ristoratori marchigiani che per la prima volta in vita loro vogliono vendere short l’Euro…Ma non è solo psicologia dovuta a oscillazioni dei mercati ed amplificata dai media. I numeri che ho riportato più volte e citando fonti diverse, dicono che la matematica del debito italiano non sta in piedi.
Un modo semplice di vederlo è che quest’anno il reddito nazionale crescerà del 3% (0.2% reale e 2.8% inflazione) cioè di circa 40-45 miliardi e gli interessi sul debito pubblico saranno sui 45 miliardi (il costo del debito è ancora per fortuna in media al 3%, anche se le NUOVE emissioni di titoli di stato ora costano allo stato italiano tra il 5.1% e il 6.2%). Al momento quindi abbiamo già che l’incremento del reddito nazionale annuo va SOLO a pagare gli interessi annui sul debito. Già questo dovrebbe far fermare un attimo a pensare: oggi la gente lavora in Italia non più per migliorare il tenore di vita, ma per pagare gli interessi annuali sul debito… (senza contare che questo è solo il debito pubblico, poi c’è il debito privato da aggiungere che è circa 1/3 di quello pubblico). Ma ai livelli raggiunti dai rendimenti dei BTP questo mese, in circa 3 anni il costo medio del debito italiano supererà il 5% che su più di 2.000 miliardi di debito si traduce in 100 miliardi di interessi l’anno. Questo però non è nemmeno il vero problema. Con queste manovre di sacrifici, se le implementano la crescita reale del PIL diventerà negativa già dal 2012 e e probabilmente anche l’inflazione si azzererà. Questo perchè se risucchi via dalle famiglie ed imprese 40-50 miliardi di “manovre fiscali” e li usi per ripagare rate di debito ed interessi quello che fai in sostanza è distruggere moneta. Ogni miliardo di “sacrifici” sono soldi che erano in tasca a famiglie ed imprese e spariscono in un buco nero, il pagamento del debito pubblico, SONO SOLDI TOLTI ALL’ECONOMIA, ALLE FAMIGLIE, ALLE IMPRESE, AL COMMERCIO. A questo punto occorre spiegare una volta per tutte come funziona un economia come la nostra perchè sembra che non lo facciano bene quasi da nessuna parte. Questo suona arrogante, ma ho studiato questa tema per anni e qui in Italia non vedo nessuno che spieghi chiaramente il meccanismo che ora vado a raccontare nella prossima pagina (chi è interessato poi può avere i riferimenti e le fonti…). Se si hanno quindi alcuni minuti di tempo ci si siede comodi e si legge fino in fondo questo pezzo. Attention please. Un avanzo di bilancio dello stato, (entrate maggiori delle uscite), E’ UNA DISTRUZIONE DI MONETA, PER LE FAMIGLIE ED IMPRESE. Perchè nella nostra economia basata sulla “cartamoneta” la moneta la crea essenzialmente il deficit pubblico annuale. In realtà era così anche ai tempi dei romani o deo medioevo o rinascimento, era lo stato che emetteva moneta in varie forme per coprire parte delle spese. Se lo stato in un anno spende 1100 miliardi e ne incassa 1000 (“è in deficit”) crea 100 miliardi in più per il pubblico e le imprese da usare. Viceversa se lo stato spende 1000 e incassa 1100 (è “in attivo”) riduce il denaro disponibile di 100 miliardi per il pubblico e le imprese. C’è però un altra fonte di moneta per le imprese e le famiglie: l’INCREMENTO DEL CREDITO. Se le banche incrementano il credito di 100 miliardi in un anno questo compensa il fatto che lo stato abbia un saldo di bilancio in attivo di 100 miliardi (che significa che sta riducendo la moneta in circolazione di 100 miliardi). Ma SE LE BANCHE RIDUCONO IL CREDITO E IN PIU’ LO STATO RIDUCE LE SPESE E AUMENTA LE TASSE, allora LA MONETA SI RIDUCE NELL’ECONOMIA Ora, se c’è inflazione elevata o crescente velocemente e anche una buona crescita reale dell’economia, questa riduzione di moneta può essere utile, per tenere a freno l’inflazione (se si limita ad un anno o due) Questo meccanismo è stato capito in qualche modo dopo la Grande Depressione, per cui da allora succedeva quasi sempre così: se le banche avendo esagerato di colpo riducevano il credito, gli stati compensavano questa distruzione di moneta con qualche cosa d’altro, riducevano le tasse o aumentavano la spesa, insomma incassano meno di quanto spendono in modo da CREARE MONETA PER LE FAMIGLIE ED IMPRESE. Quindi se sei in una situazione con inflazione bassa, recessione e le banche che riducono il credito (che costituisce MONETA!) allora bisogna che lo Stato stampi MONETA in misura proporzionale per evitare una brusca riduzione del reddito. La quale riduzione del reddito poi porterebbe a fallimenti e default, i quali a loro volta a catena spingerebbero le banche a ridurre il credito ulteriormente, lo stato a perdere entrate e a dover aumentare tasse per pareggiare il bilancio ecc.. in una spirale in cui la moneta si riduce e il reddito si riducono automaticamente. Se lo stato non è in grado di andare in deficit e le banche ad un certo punto di aumentare il credito di nuovo questo meccanismo ti crea la Grande Depressione. Questo è quello che è successo in sintesi in America e altri paesi negli anni ’30, il sistema bancario era paralizzato e lo stato non era in grado di spendere a sufficienza per cui la moneta veniva distrutta, calava del -30% e con lei il PIL calava del -30%. Non c’è bisogno quindi ora che leggiate dei libri sul tema, il nocciolo è stato spiegato qui…
Bene, anzi male. Applicando ora questo ragionamento a quello che succede oggi capisci cosa succede in Grecia, Irlanda, Portogallo, Lettonia… e poi tra un poco in Italia: se fai una “manovra di sacrifici” da 50 miliardi con tasse e riduzioni di spesa, in presenza di bassa inflazione e crescita zero, devi poi finanziare l’economia in qualche modo. E come ? Tramite maggiore credito, le banche devono essere in grado di erogare credito. Ma le banche hanno esteso troppo credito per 20 o 30 anni di seguito, si sono indebitate loro stesse, per ogni miliardo di capitale ne hanno 30 o 40 di impieghi. E le famiglie sono molto indebitate.
Se le banche di colpo riducono il credito nell’economia devi fare allora per compensare una “manovra di spesa” da 50 miliardi, con MENO tasse e AUMENTI DI SPESA, creando un DEFICIT annuale di bilancio pubblico. Perchè un deficit dello stato, significa un “surplus” per le famiglie ed imprese, le quali non possono vederrsi tagliare il credito e simultaneamente aumentare le tasse e ridurre i trasferimenti della spesa pubblica In sintesi: IN UN ECONOMIA MOLTO INDEBITATA, IN RECESSIONE E CON BASSA INFLAZIONE NON PUOI RIDURRE SIMULTANEAMENTE IL CREDITO E IL DEFICIT PUBBLICO. PERCHE’ ALTRIMENTI RIDUCI DEL 10% o 20% LA MONETA NELL’ECONOMIA, COME STA SUCCEDENDO IN IRLANDA, GRECIA, PORTOGALLO. E l’economia automaticamente si riduce del 10% o 20%. E questo fa diminuire automaticamente le entrate dello stato, inducendo lo stato a spendere ancora meno per mantenere il pareggio di bilancio, aumenta i fallimenti e bancarotte spingendo le banche ad erogare ancora meno credito. SE RIDUCI LA MONETA L’ECONOMIA MODERNA SOFFOCA. L’unica altra via d’uscita in questa situazione sarebbe svalutare la VALUTA del -20% o -30%. Questo fa aumentare di un 5% ad esempio il reddito nazionale grazie alle esportazioni all’estero e in questo modo INCREMENTA LA MONETA GRAZIE A MAGGIORI ESPORTAZIONI, CHE LA RISUCCHIANO DALL’ESTERO (vedi la Cina, Corea, Taiwan e gli altri astuti asiatici che da 20 anni tengono le loro valute depresse…) In sostanza la moneta deve aumentare ogni anno almeno di un 3-5% in qualche modo perchè il reddito nazionale cresca. Tu puoi anche lavorare molto e tanti altri come te e altri ancora essere disposti a lavorare di più, MA SENZA MONETA HAI DISOCCUPAZIONE E L’ECONOMIA SI CONTRAE ANCHE SE LA GENTE VORREBBE LAVORARE. Anche se la popolazione non è pigra e indolente, anche se sono americani, giapponesi o tedeschi e non greci e boliviani si ritrovano in decine di milioni ad essere disoccupati con le aziende che chiudono. E tutti si chiedono come mai visto che tante gente lavora bene come prima, tanti vorrebbero lavorare e ci sono tante tecnologie utili
Ma milioni di persone non possono lavorare perchè: i) le banche gonfiatesi troppo e piene di “sofferenze” riducono il credito, lo stato passa all’”austerità” e alle stangate fiscali per ridurre il deficit, per cui assorbe denaro dal pubblico e le esportazioni non salgono rispettono alle importazioni come valvola di sfogo. Per cui LA MONETA NELL’ECONOMIA SI RIDUCE SEMPRE. E automaticamente l’economia si contrae e la cosa peggiore è che questo meccanismo continua a ridurre la moneta e a ridurre il reddito continuamente e automaticamente, se non fai qualcosa. Come negli anni ’30 quando inesplicabilmente americani, inglesi e tedeschi, popoli diligenti e per niente pigri, erano tutti senza lavoro…SENZA MONETA L’ECONOMIA MODERNA SOFFOCA! In conclusione: la situazione attuale è di enorme accumulo di debito, bassa inflazione, crescita zero e tasso di cambio sopravvalutato. Per evitare la spirale della depressione devi
i) svalutare la moneta oppure
ii) aumentare il defici pubblico stampando moneta oppure
ii) fare aumentare il credito alle banche (ad esempio nazionalizzandole o garantendole dallo stato).
SENZA MONETA L’ECONOMIA MODERNA SOFFOCA!
Ma se non fai nessuna di queste tre cose, perchè sei nell’euro, perchè ti impongono i sacrifici e le stangate fiscali, perchè la Banca d’Italia non ha poteri e la BCE non stampa moneta e perchè le banche sono cotte…. hai UNA CONTINUA RIDUZIONE DELLA MONETA NELL’ECONOMIA CHE SI AUTOALIMENTA IN UNA SPIRALE CHE CREA non una normale recessione, MA UNA DEPRESSIONE come negli anni ’30 (Giovanni Zibordi di cobraf.com via comedonchisciotte

Cosa ci ha guadagnato la Grecia? (by Blondet)

Lunedì, 13 Febbraio 2012
“Non cambiamo posizione, i responsabili greci lo sappiano”, ha detto la Merkel. E’ la sua ultima parola. Se il governo greco non fa’ gli ultimi tagli – e non può farli, perchè ha tagliato la carne dei greci fino all’osso, e la rivolta travolge il governo stesso – la Grecia non avrà l’ultimo pacchetto di “salvataggio” europeo-Fmi, i 130 miliardi in sospeso. Ciò significa che il 20 marzo la Grecia farà bancarotta, non potendo rinnovare i 14,5 miliardi di Buoni del Tesoro in scadenza. La durezza inflessibile della Merkel ha un motivo: il fallimento greco non è più una minaccia per la zona euro. I tre anni di negoziati e austerità devastanti che il governo greco ha concesso ai suoi creditori, nel vano tentativo di restare nell’euro, ha regalato ai banchieri il tempo per liberarsi dei titoli del debito greco, e divincolarsi dalla stretta del debitore: le banche straniere, si calcola, hanno ridotto la loro esposizione del 60 per cento. Per il resto, hanno già raggiunto un accordo di ristrutturazione tutto sommato a loro favorevole. Lo ha spiegato al Telegraph William Buiter, capo-economista di Citigroup: “Ai primi di settembre ritenevamo che il costo dell’uscita della Grecia sarebbe stato molto alto per il resto del mondo; oggi pensiamo che il rischio sia molto minore perchè il contagio può essere contenuto”. Anzi, per “il resto del mondo”, è diventato più alto il rischio nel salvare la Grecia: secondo il FMI, il paese avrebbe bisogno di iniezioni di 250 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. E tutto questo, per un paese che rappresenta solo il 2,5% dell’economia dell’area euro. Vale la pena? No, per i banchieri globali. Ciò significa che i governanti greci si sono privati da sè dell’unica arma (di ricatto) che avevano, ossia di trascinare con sè nella rovina gli altri membri dell’euro-zona. E per nulla: la bancarotta era già nei fatti da tre anni. Basti dire che l’ultimo pacchetto di salvataggio offerto dai poteri forti, quei 130 miliardi, rappresentano il 56% del Pil greco, un Pil che sta collassando. Quando mai quei 130 miliardi (un prestito, mica un regalo) avrebbero potuto essere restituiti? Adesso la Grecia viene comunque abbandonata a sè stessa e alla bancarotta in catastrofe. E ci arriva, tagli dopo tagli alla spesa pubblica, rigore dopo rigore, con un’economia distrutta, una produzione industriale che è collassata, una popolazione ridotta alla miseria e senza paracadute sociali, una disoccupazione passata dal 18,2 per cento ad ottobre al 20,9 a novembre (un aumento del 14 per cento in un solo mese), capitali fuggiti all’estero per 60 miliardi (il 20% del Pil), le sue banche svuotate dai depositi, un’esazione fiscale atroce che però non riesce più a crescere perchè non c’è più niente da tosare, una gioventù che fugge all’estero perchè il paese è senza prospettive, il caos sociale insieme al caos finanziario. Conclusione: la Grecia avrebbe fatto meglio a fallire prima. Tre anni fa. Dare un calcio alla “Troika” e alle sue interessate terapie di “risanamento”, rifiutare gli “aiuti” a caro interesse, e cessare i pagmenti alle banche tedesche e francesi – subito, quando ancora aveva un po’ di carne attaccata alle ossa. Avrebbe affrontato la bancarotta, e il ritorno alla dracma, con qualche energia in più da spendere nella stretta di cinghia che avrebbe preparato il rilancio. Rilancio che sarebbe avvenuto sicuramente, dopo due o tre semestri, con la riacquistata competitività: basti pensare che il turismo, che conta per il 16% del Pil, avrebbe avuto una ripresa tumultuosa grazie alla dracma debole. E così i noli navali, l’altro cespite nazionale. La lezione dovrebbe servire anche per l’Italia, come per Spagna, Portogallo e Irlanda. E’ inutile accettare rigori e austerità per continuare a servire un debito impagabile. Il debito impagabile non va’ pagato. Meglio accettare l’austerità auto-imposta dal default sovrano, ugualmente trragica, ma che prepara al rilancio e alla crescita, che insistere con tagli, svendita (privatizzazioni) e austerità che non danno prospettive, e pagare il prezzo della perdita di sovranità a vantaggio di un comitato di creditori e agenti pignoratori sovrannazionali. Nel tenebroso caos che la Grecia deve adesso affrontare da sola, c’è un solo raggio di luce, ancorchè paradossale: ed è che la polizia greca sta facendo causa comune con i rivoltosi, la cui protesta è stata mandata a stroncare nella strade. Il maggior sindacato di polizia ha emesso il seguente comunicato: “Rifiutiamo di metterci contro i nostri genitori, fratelli , figli, contro i cittadini che chiedono un cambiamento”. Questo sì può cambiare le cose. Il popolo tosato e dissanguato, da solo, non ha potere di cambiare le cose. Per un semplice fatto: non ha armi, ha abbandonato le armi al stato che ha il monopolio della violenza, ed è capaci di organizzarla contro i cittadini. Ma pensate se la nostra polizia, pensate se i carabinieri rifiutassero di fare da scorta ai nostri politicanti avidissimi, i colpevoli del nostro immane debito pubblico, a questi parassiti che ci hanno portato alla rovina, e poi hanno ceduto la sovranità che gli avevamo delegato ai “tecnici”, ossia ai maestri della tosatura e del salasso per conto dei banchieri e della Kommissione. Pensateci: chi ha le armi per cacciar via questi parassiti miliardari dal governo e dal sottogoverno, per allontanarli dai posti dove continuano ad intascarsi il maltolto e a succhiarci il sangue? C’è da sognare. La Grecia sta cominciando a diventare un esempio per noi, proprio adesso. m.blondet rischiocalcolato

I Greci costretti a comprare armi tedesche

Lunedì, 13 Febbraio 2012

I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Quest’anno bruceranno il tre per cento del Pil (prodotto interno lordo) in spese militari. Solo gli Stati Uniti, in proporzione, si possono permettere tanto. Ma cosa spinge Atene a sperperare montagne di soldi? La paura dei turchi? No, è l’ingordigia della Merkel e di Sarkozy. I due leader europei mettono da mesi il governo greco con le spalle al muro: se volete gli aiuti, se volete rimanere nell’euro, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra.Le pressioni di Berlino sul governo di Atene per vendere armi sono state denunciate nei giorni scorsi da una stampa tedesca allibita per il cinismo della Merkel, che impone tagli e sacrifici ai cittadini ellenici e poi pretende di favorire l’industria bellica della Germania.
Fino al 2009 i rapporti fra Atene e Berlino andavano a gonfie vele, il governo greco era presieduto da Kostas Karamanlis (centrodestra), grande amico della Merkel.Gli anni di Karamanlis sono stati una vera manna per la Germania. «In quel periodo – ha calcolato una rivista specializzata – i produttori di armi tedeschi hanno guadagnato una fortuna». Una delle commesse di Atene riguardò 170 panzer Leopard, costati 1,7 miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca.Nel 2008 i capi della Nato osservavano meravigliati le pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici. Prima di concludere il suo mandato di premier, Karamanlis fece un ultimo regalo ai tedeschi, ordinò 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp.Il successore, George Papandreou, socialista, si è sempre rifiutato di farseli consegnare. Voleva risparmiare una spesa mostruosa. Ma Berlino insisteva. Allora il leader greco ha trovato una scusa per dire no. Ha fatto svolgere una perizia tecnica dai suoi ufficiali della Marina, i quali hanno sentenziato che quei sottomarini non reggono il mare.
Ma la verità, ha tuonato il vice di Papandreou, Teodor Pangalos, è che «ci vogliono imporre altre armi, ma noi non ne abbiamo bisogno».Gli ha dato ragione il ministro turco Egemen Bagis che, in un’intervista allo Herald Tribune, ha detto chiaro e tondo: «I sottomarini della Germania e della Francia non servono né ad Atene né ad Ankara».Tuttavia, Papandreou, alla disperata ricerca di fondi internazionali, non ha potuto dire di no a tutto. L’estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia.E così il leader di Atene si è dovuto piegare. A marzo scorso dalla Germania ha ottenuto uno sconto, invece dei 4 sottomarini ne ha acquistati 2 al prezzo di 1,3 miliardi di euro. Ha dovuto prendere anche 223 carri armati Leopard II per 403 milioni di euro, arricchendo l’industria tedesca a spese dei poveri greci. Un guadagno immorale, secondo il leader dei Verdi tedeschi Daniel Cohn-Bendit.Papandreou ha dovuto pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi nel maggio scorso ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4 miliardi di euro. Più motovedette per 400 milioni di euro.Alla fine la Merkel è riuscita a liberarsi di Papandreou, sostituito dal più docile Papademos. E i programmi militari ripartono: si progetta di acquisire 60 caccia intercettori. I budget sono subito lievitati. Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7 miliardi di euro, il 18,2 per cento in più rispetto al 2011, il tre per cento del Pil. L’Italia è ferma a meno dello 0,9 per cento del Pil.Siccome i pagamenti sono diluiti negli anni, se la Grecia fallisce, addio soldi. Ma un portavoce della Merkel è sicuro che «il governo Papademos rispetterà gli impegni». Chissà se li rispetterà anche il Portogallo, altro Paese con l’acqua alla gola e al quale Germania e Francia stanno imponendo la stessa ricetta: acquisto di armi in cambio di aiuti.
I produttori di armamenti hanno bisogno del forte sostegno dei governi dei propri Paesi per vendere la loro merce. E i governi fanno pressione sui possibili acquirenti. Così nel mondo le spese militari crescono paurosamente: nel 2011 hanno raggiunto i 1800 miliardi di dollari, il 50 per cento in più rispetto al 2001.Marco Nese per il “Corriere della Sera

Bruxelles capirà che le culture non sono tutte eguali? (by Scruton)

Domenica, 12 Febbraio 2012

Il mio primo viaggio in Grecia risale a cinquant’anni fa, ci arrivai dall’Inghilterra facendo l’autostop insieme a un compagno di scuola. Andavamo in cerca della mitica terra di Omero, Platone, Tucidide. Ovviamente, non la trovammo. Però scoprimmo qualcosa di quasi altrettanto stupefacente: un posto in cui la chiesa e il clero dominavano la vita rurale e dove ogni paese di campagna era la casa di una comunità ben circoscritta, devota ai propri santi e alle proprie feste patronali, dove le antiche danze tradizionali continuavano ad essere ballate, gli uomini di qua e le donne di là, tutti vestiti di abiti sopravvissuti all’epoca ottomana; un ballo che invariabilmente si giocava sulla rappresentazione del classico dramma dei sessi, il matrimonio e i suoi conflitti.Era un paese che doveva ancora entrare nel mondo moderno. I suoi ritmi erano quelli dei villaggi contadini, i suoi diritti e doveri quelli della campagna, un paese dove ogni momento era buono per abbandonarsi al sole, al mare, a una siesta. Era semplicemente inconcepibile, agli occhi di un anglosassone, come un tale paese potesse essere valutato con gli stessi parametri con cui si valutano la Francia o la Germania, o che potesse avere un qualche ruolo in un gruppo economico di cui quei due paesi avessero fatto parte, tantomeno su base paritaria.Un giorno restai senza soldi e mi misi in fila a un ospedale di Atene dove si poteva donare sangue in cambio di qualche dracma. Il dottore di turno balzò dalla sedia per dare il benvenuto all’alto ragazzo dai capelli rossi che entrava nel suo studio; poi mandò via i due uomini – entrambi mingherlini – che erano entrati con me, ritenendo che il loro sangue non servisse a nulla. I nomi dei miei sfortunati “rivali” erano Eracle e Dioniso. Si trattò dell’unico segno colto in quella mia prima visita, della discendenza di quella gente dai Greci ai quali dobbiamo la nostra civiltà.Non ho alcun desiderio di tornare in Grecia, ho paura di quello che i turisti e la speculazione hanno potuto farle. Però so che, qualunque cambiamento ci sia stato, è impensabile che il paese abbia avuto uno sviluppo pari a quello della Francia o della Germania. E’ ovvio che il paese si sia modernizzato, che siano state costruite strade e che le città siano cresciute, che il turismo abbia spazzato via le antiche, buone maniere contadine. C’è stata anche la rivoluzione sessuale – probabilmente più tardi del 1963, data indicata da Philip Larkin – ma con gli stessi, devastanti effetti sul matrimonio e la famiglia. Non c’è dubbio che le antiche canzoni siano andate perdute, o che le insegne delle multinazionali abbiano conquistato tanti negozi in tutto il paese. Ma è altrettanto sicuro che la cultura locale non è scomparsa.La gente continua a considerare il tempo libero più importante del lavoro, i debiti come una cosa secondaria e i creditori come qualcosa di ancor più remoto nella propria rete di rapporti sociali. Se non avete imparato queste cose nei vostri viaggi in Grecia, le potete comunque apprendere leggendo Kazantzakis, Ritzos, Seferis, o qualunque altro scrittore di quel felice momento della letteratura ellenica che coincise con il crollo dell’Impero ottomano; altrimenti è facile da rintracciarsi ne “Il mandolino del capitano Corelli” di Louis de Bernières. Chiunque tenga gli occhi aperti e sia capace di un giudizio sereno capirebbe che la Grecia è il prodotto di una cultura particolare, e una tale cultura, comunque si sviluppi, non potrà che portare il paese in una certa direzione, ad un certo ritmoMa sembra che gli architetti dell’euro che non sapessero nulla di tutto ciò. Del resto, se l’avessero saputo, avrebbero compreso anche che l’effetto di imporre una stessa valuta a Grecia e Germania avrebbe incoraggiato la prima a trasferire i suoi debiti alla seconda, nella convinzione che più ci è lontano il creditore, meno stringente è l’obbligo a pagare. Avrebbero dovuto sapere che, se la classe politica greca può usare il debito pubblico per pagare famiglie, amici e dipendenti e per comprare i voti che le servono per restare al potere, allora è proprio così che si comporterà. Avrebbero riconosciuto che cose come leggi, obblighi e sovranità non hanno uno stesso significato andando dal Baltico al Mediterraneo, e che in una società abituata a un governo cleptocratico la via d’uscita più ovvia da una crisi economica è la svalutazione – vale a dire, rubare equamente da tutti.Perché mai gli architetti dell’euro non erano al corrente di tutte queste cose? La risposta risiede nel profondo del progetto europeo. Un progetto che celava un programma segreto: distruggere, attraverso una lunga negazione, quella realtà fattuale nota come “nazionalità”. E dato che le nazioni sono portatrici di cultura, un tale progetto implicava, alla fine, negare l’importanza delle culture nazionali. I fatti culturali sono sempre stati trascurati dagli eurocrati. Se si fossero permessi il lusso di considerarli, avrebbero corso il pericolo di rendersi conto che il loro progetto era irrealizzabile. Peraltro, una tale prospettiva non sarebbe apparsa poi così tremenda se solo ci fosse stata un’altra ipotesi da seguire. Però – come tutti i progetti radicali – quello dell’Unione europea venne concepito senza un “piano B”. E adesso è destinato a naufragare, e con lui tutto il continente. Attorno al progetto dell’euro si è accumulata un’enorme massa di pretese, i cui confini vengono strenuamente difesi dall’attuale classe politica, che tenta di rintuzzare i costanti attacchi inevitabilmente sferrati dalla realtà delle cose. Ma questa mole di pretese è una piaga purulenta nel cuore del sistema, e un giorno esploderà, sommergendo tutto e tutti con il suo veleno.Eravamo tenuti a pensare che l’antichissima differenza tra Nord protestante e Sud cattolico e ortodosso non avesse alcun peso a livello economico. Era un fatto culturale e quindi irrilevante, nonostante le tesi di Weber che ne fece il cardine della sua storia economica dell’Europa. La differenza tra la cultura della common law (diritto consuetudinario, ndr) e quella del Codice napoleonico, tra le eredità lasciate dall’Impero romano e da quello ottomano, tra un paese dove la legge è certa e i giudici incorruttibili e un paese dove la legge è nient’altro che l’ultima risorsa quando tutte le possibili corruzioni hanno fallito – tutti questi fatti devono essere esclusi a priori. I tempi e le velocità del lavoro, il bilanciamento tra lavoro e tempo libero – fattori al centro della vita di ogni comunità – devono essere ignorati, o al massimo regolati da un futile editto emanato dal centro del sistema.E qualunque cosa deve essere messa in riga da due minacciosi organismi – la Corte di giustizia europea e la Corte europea dei diritti umani – dove siedono giudici non eletti che nessuno può chiamare a rispondere delle loro decisioni, l’agenda dei quali, improntata ai principi “nessuna discriminazione” e “unione sempre più stretta”, è costruita per spazzar via le residue tracce di orgoglio nazionale, moralità basata sulla famiglia, stili di vita tradizionali. Non sorprende affatto che un impero costruito su tali premesse divenga instabile.Fu Marx a sostenere che il fondamento dell’ordine sociale, il meccanismo che lo muove, risiede nella struttura economica, e che la cultura non è altro che una sovrastruttura, fatta di istituzioni e ideologie, le cui fondamenta poggiano sull’economia. Dunque è a Marx che dobbiamo questo primo, disastroso tentativo di organizzare la società esclusivamente in base a principi economici, lasciando la cultura a se stessa. Invece è la cultura che determina l’economia, non il contrario; e se c’è bisogno di una prova, basti guardare ai risultati dell’esperimento marxista. Ancora meglio, basta guardare alle economie di successo del primo mondo – per esempio, quella americana – e considerare quanto esse debbano, per la loro riuscita, al rispetto della legge, a contabilità oneste, all’etica familiare, alle forme di interazione sociale. Per analizzare l’intreccio di tutti i fili che formano la capacità dell’America di sviluppare un’economia virtuosa sul lungo periodo, si dovrebbe passare in rassegna la sua evoluzione culturale, fino alla sua fondazione e oltre. Si dovrebbe tener conto dell’eredità protestante, della common law, di un’istruzione superiore tradizionalmente affidata a college privati, ai tanti piccoli nuclei che formano la galassia del volontariato. Si dovrebbe comprendere lo spirito della frontiera, la profonda fedeltà nazionale, il mix culturale da cui sono nati il jazz, Hollywood, i musical di Broadway.Naturalmente, condivido l’opinione di tanti americani conservatori, secondo i quali una tale cultura è andata perduta e il paese ha già compiuto alcuni fatidici passi nella stessa direzione presa dall’Europa. Quanto accaduto è conseguenza di un cambio culturale. Lasciata a se stessa, l’economia americana non sarebbe incorsa nel fantastico debito pubblico gonfiatosi a dismisura con le amministrazioni Bush e Obama. In entrambi i casi, sono stati fattori culturali a spingere la classe dirigente a fare del paese un ostaggio dei propri fini ideologici. Lo stesso accade in Europa. Non è stata l’economia, è stata la cultura e dar vita all’euro – la cultura di una classe dirigente in guerra con i popoli europei, ansiosa di stabilire ad ogni costo un governo transnazionale e speranzosa di cancellare qualunque traccia residua di sentimento nazionale. Distruggendo le antiche valute con le quali le diverse genti d’Europa avevano gestito le rispettive peculiarità, le elìte europee speravano di compiere un passo decisivo verso l’Unione. Invece hanno caricato il continente di nuovi debiti, nuovi rancori, e della prospettiva di un disastro che non è stato previsto semplicemente perché scartato a priori come impossibile. r. scruton loccidentale (Tratto da American Spectator) Tradotto da Enrico De Simone

Torniamo ai Greci (by de Benoist)

Mercoledì, 4 Gennaio 2012

Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. E così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: “Ai greci non si torna”. E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’ “estraneità” che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in Filosofi sovrumani(pp. 172, Adelphi, euro 13).Alla Grecia dobbiamo l’invenzione della filosofia. Spesso tradita dal pensiero romano, che la traduce senza riferirsi all’esperienza originale, la parola greca è anzitutto filosofica. Modo d’esistere, innanzitutto, la filosofia s’oppone alla religione, perché, anziché accontentarsi delle risposte immediate del culto o della tradizione, s’interroga sulle questioni ultime. I greci inventano la filosofia insieme alla fenomenologia. Per i greci, dimostrare i fenomeni è metterli alla prova, esponendoli di colpo alla luce dell’Essere. Precisione dello sguardo greco…La Grecia oppone al concetto di storia messianica e lineare, centrata su salvezza e “progresso”, un tempo ciclico, la cui osservazione porta alla saggezza, al senso del tragico, all’idea di destino e all’amor fati. Nulla è più estraneo alla Grecia che la concezione volontaristica della storia, che pretende di costruire l’avvenire senza il passato: perfino il demiurgo crea a partire da qualcosa, ordinando il caos, che non è sinonimo del nulla.Inoltre la Grecia fonda la libertà non come oggetto del pensiero o «libero arbitrio», ma come attributo dell’azione. La libertà greca è fondamentalmente politica. Dal VII secolo prima della nostra era, gli ateniesi s’organizzano in comunità politica. Con la democrazia, la Grecia inventa una forma politica, che contesta il re divino, perché con essa il potere, «posto al centro» per la formula consacrata, diviene cosa comune. Offendendo Agamennone, Achille illustra già in Omero l’egual diritto alla parola. Diviene allora possibile la riflessione politica; anche la filosofia politica. Dalle origini, la polis si definisce come regime filosofico. Partecipando alle delibere pubbliche, i cittadini non decidono solo sugli affari comuni, ma anche sullo statuto e sul senso della legge. Il demos è filosofia in atto. L’architettura ne è il riflesso: al centro della città greca, la piazza pubblica prevale su ogni altro spazio, quello dove si esercita la cittadinanza. Ideata alla fine del VI secolo, la tragedia si connette all’idea di partecipazione politica e civica: esorta il popolo a considerare i miti con gli occhi nuovi del cittadino.La Grecia è la parte giusta e la misure delle cose. Rifiuta la dismisura titanica, prometeica, la devastazione della Terra a opera del calcolo meccanicista e demonia del «sempre più». E anche la tentazione permanente di prendere più della propria parte. Nei poemi omerici, l’eroe è l’uomo libero che gareggia coi simili, per dimostrare di valere e conquistare “gloria immortale” con le sue gesta. L’eroismo è dunque via all’immortalità, ma a rischio di hybris, che mette in luce il tema del «peccato del guerriero». Il valore guerriero non è sovrano. Val meno della saggezza. La vita meditativa e riflessiva prevale sulla vita activa. Nella democrazia greca resta il principio agonistico, ereditato dall’età eroica, ma diretto a esorcizzare il pericolo della guerra civile.Il pensiero greco è stato un pensiero aurorale, mattutino, iniziale, quindi connesso al destino. E’ stato un inizio del pensiero e alimenta un pensiero dell’inizio. Per Heidegger “oggi tocca al pensiero pensare in modo ancora più greco quel grecamente s’è pensato”. Questo il dovere del pensiero: il rispetto dei greci è avvenire del pensiero. Ricorso, non ritorno ai greci. Heidegger dice anche: «L’inizio va ricominciato più originariamente». Perché l’inizio «è davanti, non dietro a noi».Oggi si è greci disponendosi a un nuovo inizio. a. de benoist (Traduzione di Maurizio Cabona)giornale.it

Il referendum greco, torna la democrazia in Europa

Mercoledì, 2 Novembre 2011

Sono crollate le borse all’annuncio del referendum greco sugli aiuti UE.  è la reazione della finanza al tentativo della politica di riappropriarsi del proprio ruolo, di tornare ad essere l’arte regia, come la ebbe a definire Platone. e’ chiaro che la decisione del governo greco di sottoporre alla volontà popolare la decisione sui sacrifici richiesti dalla Ue per evitare il default faccia paura. L’UE è un progetto tecnocratico che quando viene sottoposto alla verifica del popolo non incontra grande favore. Non si può, però, andare avanti così. L’Europa unita è un ideale condivisibile a condizione però che il popolo torni ad essere sovrano. La classe politica ha il dovere di indicare l’orizzonte e, talora, può anche forzare la mano per raggiungerlo. Qui, però, è in atto una vera e propria espropriazione della sovranità popolare. La costituzione europea è stata bocciata e si sono inventati il trattatello. Certo la crisi non è il momento migliore per testare la vocazione europea dei popoli. Ma senza il consenso dei cittadini non si possono imporre sacrifici. Il rischio è la destabilizzazione degli stati e il conflitto sociale. I nostri governanti non hanno voluto affrontare il nodo della democrazia delle istituzione europee. Ora pagano le conseguenze della loro protervia e miopia. temis

Il buco nel secchio dell’Europa (by Krugman)

Martedì, 25 Ottobre 2011

Se non fosse così tragica, l’attuale crisi europea sarebbe quasi divertente, però di un umorismo macabro. Mentre tutti i piani di salvataggio europei sinora messi in campo, hanno apertamente fatto fiasco, le ‘Very Serious People’ d’Europa – che sono, se possibile, addirittura più pompose e vanitose delle proprie controparti americane – continuano ad apparire sempre più ridicole.Arriverò alla tragedia in un minuto. Prima però parliamo di quelle ‘botte sulle natiche’ che recentemente mi ha fatto venire in mente quella vecchia canzone per bambini che non smette di ronzarmi nella testa , “There’s a Hole in My Bucket” (ndt. la canzone a cui Paul Krugman si riferisce è d’origine tedesca).Per coloro che non conoscono la canzone, dà conto di un pigro contadino che si lamenta di un buco in un secchio, la cui moglie esorta a colmare. A ogni azione che lei suggerisce al marito per colmare il buco, ci si rende conto che essa avrebbero avuto bisogno di un’azione propedeutica, e alla fine di tutta la canzone, la moglie chiede al marito di andare a prendere dell’acqua al pozzo. “Ma c’è un buco nel mio secchio, cara Liza, cara Liza”.Ma che c’entra questo con l’Europa, si dirà? Beh, a questo punto, la Grecia, il paese da dove tutto è iniziato, è diventato nient’altro che un grigio evento minore. E’ chiaro che il reale pericolo arrivi invece da una specie di assalto agli sportelli dell’Italia, la terza più grande economia della zona euro.Gli investitori, per paura di un possibile default italiano, stanno domandando un più alto tasso d’interesse per la remunerazione dei titoli di debito italiani. Questo innalzamento dei tassi d’interesse  rende un default italiano paradossalmente più probabile.E’ un circolo vizioso, con la paura default che finisce per diventare una profezia che si auto-realizza. Per salvare l’euro, questa minaccia deve essere eliminata. Ma come? La risposta ha certamente a che fare con la creazione di un fondo che possa, se necessario, prestare all’Italia (e alla Spagna, che è anch’essa a rischio) abbastanza denaro affinché l’Italia non abbia bisogno di prestare ai mercati con gli alti tassi d’interesse odierni.E’ probabile che un fondo del genere non verrebbe neanche utilizzato, visto che il solo fatto d’esistere metterebbe fine al ciclo della paura sui mercati. Ma l’ipotetico ammontare per un reale prestito su larga scala – certamente per un valore di più di un trilione di euro -  dovrebbe comunque essere immobilizzata là dentro.Arriviamo ai problemi: tutte le proposte sin’ora messe in cantiere in Europa per creare un fondo del genere, alla fine richiedono il sostegno da parte dei paesi più importanti, le cui promesse per gli investitori devono essere credibili perché il piano funzioni. L’Italia esprime uno di questi governi; ovviamente non può andare verso un salvataggio prestando del denaro a se stessa.Anche la Francia, per grandezza la seconda economia della zona euro, ha mostrato di essere un po’ traballante negli ultimi tempi; ha suscitato paure la creazione di un largo fondo di salvataggio, che avrebbe come effetto quello di far spendere di più al governo francese, una spesa che di fatto andrebbe ad aggiungersi al debito francese, il quale potrebbe semplicemente avere l’effetto di aggiungere la Francia alla lista dei paesi in crisi. Della serie, “C’è un buco nel secchio, cara Liza, cara Liza”.Capirete adesso che cosa intendessi quando dicevo che la situazione è divertente, ma in modo macabro. Ma quel che rende tutta questa storia davvero dolorosa, è che tutto ciò si sarebbe potuto evitare.Si pensi a paesi come la Gran Bretagna, il Giappone o gli Stati Uniti, che hanno grandi deficit e grandi debiti e ciononostante sono in grado di prestare con tassi d’interesse relativamente più bassi. Qual è il loro segreto? La risposta, in maggior parte, è che i governi di quei paesi hanno mantenuto delle monete ancora in proprio controllo e gli investitori sanno che in un solo istante, tali governi possono finanziare il proprio deficit semplicemente stampando più moneta.Se la Banca centrale europea fosse in grado di fare la sua parte nella gestione dei debiti europei, la crisi si attenuerebbe significativamente. Ma ciò non creerebbe inflazione? Probabilmente no: qualsiasi cosa pensino i seguaci di Ron Paul (ndt. Ron Paul è senatore statunitense dal Texas: libertario anti-Fed, è uno dei candidati alle primarie per la nomination Repubblicana alle presidenziali 2012), la creazione di moneta non ha effetti inflazionistici in un’economia depressa.In più, l’Europa ha bisogno di un aumento dell’inflazione nel complesso abbastanza modesto: se le cose continuano a stare come stanno oggi, un tasso d’inflazione troppo basso continuerà a condannare l’Europa del Sud ad anni d’opprimente deflazione, la quale allo stesso tempo manterrà alta la disoccupazione e provocherà comunque una catena di default.Ora, una soluzione del genere, ci continuano a dire, non è nemmeno sul tavolo. Lo statuto della Bce, il quale regola il funzionamento dell’istituzione, apparentemente proibisce un’azione del genere, benché non mi stupirebbe affatto che un gruppetto di astuti avvocati potrebbero sicuramente aggirare l’ostacolo giuridico.Il problema maggiore, comunque, rimane il fatto che l’intero sistema dell’euro era stato pensato per combattere l’ultima guerra economica. Era nato per costituire una specie di linea Maginot con il fine d’impedire una riedizione della guerra economica degli anni ’70 – la quale ovviamente non servì a niente –, e per scongiurare , in fondo, una riedizione della terribile guerra economica degli anni ’30.La piega che stanno prendendo gli eventi, come ho detto, è tragica. La storia dell’Europa del dopo-guerra è profondamente illuminante. Dalle rovine della guerra, gli Europei hanno costruito un sistema di pace e democrazia, e lungo la via hanno costruito delle società le quali, benché imperfette – quale società non lo è? – sono provatamente le più decenti nella storia dell’umanità.Ciononostante, questo risultato è minacciato dal fatto che l’elite europea, nella sua arroganza, ha costretto il Continente in un sistema monetario che ha creato le rigidità del gold standard, e – come il gold standard negli anni ’30 – si è trasformato in una trappola mortale.Forse i leader europei se ne usciranno con un reale e credibile piano. Me lo auguro, ma non me lo aspetto.L’amara verità è che il sistema dell’euro appare sempre più spacciato. Ancora più amara verità, è che dato il modo in cui si è comportato tale sistema, per l’Europa starebbe meglio se quel sistema andasse al collasso, e ciò meglio prima che dopo.* Paul Krugman è un economista statunitense. Attualmente professore di Economia e di Relazioni Internazionali all’Università di Princeton, ha vinto il premio Nobel per l’economia 2008.Tratto dal New York Times Traduzione di Edoardo Ferrazzani via loccidentale