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Amato, adesso parlo io!

Mercoledì, 8 Maggio 2013

C’è un clima da Cina della banda dei Quattro. Allora arrivò Deng. Noi abbiamo Enrico Letta. Siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso. La loro unica lettura è Twitter». Giuliano Amato, in un colloquio con il Corriere, ammette di vivere «giorni di grande amarezza» poiché il suo curriculum è stato additato «come esempio di ciò che va distrutto; pare di stare in Cambogia quando sparavano a chiunque portasse gli occhiali».

Il giudizio sul Pd: «Ha dimenticato la lezione di Togliatti, è ridotto come il Psi prima dell’arrivo di Craxi». Nelle settimane in cui il suo nome è stato fatto – e bruciato – prima per il Quirinale poi per Palazzo Chigi, Giuliano Amato ha taciuto. Ora ha qualcosa da dire. «Sono giorni di grande amarezza per me e credo non solo per me. Ho visto il mio curriculum, lo specchio di una vita in cui io ho manifestato capacità, competenze e nulla altro, addotto a esempio di ciò che dobbiamo distruggere.

E l’amarezza è anche stata nel constatare quanto questo vento pesante abbia impaurito, in nome del consenso, anche coloro che avrebbero dovuto reagire e dire: “Ciò è inammissibile”. Purtroppo su questo pesa anche l’attuale condizione di un ceto politico le cui letture non vanno molto oltre Twitter, e se su Twitter legge 50 commenti negativi su di lei ne desume che il popolo la vede male».

Un simile clima, dice l’ex premier, «è un frutto avvelenato di stagione molto difficile, nella quale la dinamica essenziale di una società democratica, quella che chiamiamo scala sociale e deve permettere a chiunque di salire ai gradi più alti, si è in realtà fermata per molti.

Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l’uguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere. Accadde in Cina con la banda dei Quattro. È noto che Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era un laureato. In Cina l”esplosione dei giovani più preparati davanti a questa costrizione coincise poi con l’arrivo del presidente Deng».

«Noi abbiamo Enrico Letta – sorride Amato, non con ironia ma con affetto -. Un giovane pieno di qualità. Che somigli o no al pediatra che viene a tranquillizzarti sui tuoi figli, io lo vedo di più come il papà che si tranquillizza all’arrivo del pediatra, è uno molto attento agli altri. Mi piacciono le persone che ascoltano tanto e poi si assumono le responsabilità. Io ho sempre fatto così, e vedo in lui la stessa attitudine.

Letta dispone di una qualità che l’Italia sta rovinando tra rabbia informatica e ostilità reciproca: ha la dote dell’equilibrio». Il problema, sostiene Amato, non riguarda le persone: «Dobbiamo aspettare un presidente Deng? O dobbiamo adoprarci perché si torni a dare credibilità alla scala sociale? Io l’ho vissuto con la mia esperienza. Ero entrato in quel collegio pisano in un tempo nel quale diversi di noi erano figli di famiglie modeste e tuttavia riuscimmo ad arrivare. Era l’Italia di oltre 50 anni fa.

Di recente l’abbiamo rievocata in un libro, in cui uno di noi, Alberto De Maio, racconta la sua amicizia con Tiziano Terzani, che diventò il suo angelo custode. Tiziano era figlio di un operaio di Firenze, abituato a dormire su un divano: l’unico letto l’avevano i genitori. Alberto era figlio di una famiglia calabrese altrettanto povera, che arrivò a Pisa con la classica valigia di carta, con mutandoni e cappottone addosso, a settembre, perché “là al Nord è freddo”.

Tiziano, sfottendolo come solo un fiorentino sa fare, gli prese la valigia e lo aiutò ad arrivare in collegio. In nome di questo ricordo, ho verificato che oggi ci sono molti più studenti figli di laureati di quanto il segmento di quelle famiglie pesi sulla struttura socio-demografica italiana; e ci sono troppo pochi studenti di famiglie meno abbienti. Mi chiedo: dobbiamo allargare a chi non riesce ad arrivare, o dobbiamo chiudere l’alta formazione?

La Costituzione scriveva allora e scrive ancora oggi che i capaci e i meritevoli devono accedere ai gradi più alti dell’istruzione. Io continuo a pensare che ci debba essere uno sventagliamento non inquinato da nepotismi, familismi o massonerie, e però tale da consentire al figlio del tassista che si sacrifica per far studiare il figlio di guadagnare più di suo padre, e di non essere trattato come un reprobo se riesce a farlo».

«Considero che quel che mi è accaduto abbia anche profili di immoralità. In particolare da parte dei diffamatori di professione, che hanno contribuito ad alimentare con ripetute falsità il clima che c’è stato in alcuni ambiti nei miei confronti. Siccome sono abituato a vedere le cose in termini che vanno al di là di me, mi rendo conto che se non viene ricostruita la prospettiva di un futuro sarà giocoforza che questa torva eguaglianza, che si deve consumare con gli occhi bassi su questo presente senza prospettive, sarà vincente.

Una democrazia vive se apre prospettive, non se le nega; e noi oggi abbiamo grosse difficoltà ad aprirle. Rischiamo di avvitarci in questa forma di purificazione attraverso lo zainetto sulle spalle, appagandoci di portare davvero la cuoca di Lenin in Parlamento: citazione troppo dotta per i tempi che corrono. Mettiamola così: siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso; troppa grazia. E affidiamo il governo del Paese a qualcuno che deve essere “uno di noi” allo stesso modo in cui potremmo pretendere che la guida dell’aereo sia affidata a “uno di noi”».

Chi sono i diffamatori? «Non voglio fare nomi, perché tanto ci pensa mia figlia, che fa l’avvocato di suo padre, a fare i nomi. L’unica ragione per cui sono contento della loro esistenza è che, in un periodo di magra professionale, il reddito di mia figlia già ha cominciato a trarre profitto da questi incorreggibili propalatori di falsi.

Sono pochi, ma in rete una menzogna si propala facilmente grazie alla voglia di esprimere dissenso e ostilità nei confronti di chi viene visto come casta. E allora tante cose non vere appaiono verosimili, compreso il fatto che se io ho avuto tanti incarichi sono come minimo massone. Se lei va su Google e digita Giuliano Amato, tra i titoli della prima schermata compare “Amato massone”. Sono andato ad aprirlo: era un altro Amato; ma era sotto il mio nome. Mia figlia si lamenta, dice che sono diventato un lavoro pesante per lei, ma è soddisfatta, perché le vince tutte».

Proviamo a enumerare le cause di impopolarità che le sono state rinfacciate. La pensione da 31 mila euro. «Un falso clamoroso. È una cifra lorda comprensiva del vitalizio, che verso in beneficenza. Sono forse l’unico ex parlamentare che non lo incassa». Il prelievo forzoso dai conti bancari nel ’92. «Sembra che io una bella notte, per provare il gusto del potere, lo volli esercitare sottraendo agli italiani una parte dei loro risparmi. Io mi trovai nella necessità di raccogliere in 48 ore 30 mila miliardi di lire. Il governatore Ciampi mi avvertì che era essenziale, perché i titoli pubblici continuassero a essere comprati, ridurre la falla emorragica che c’era nei nostri conti.

Passai un’intera notte a cercare alternative, e tutto l’apparato dei ministeri non riusciva ad andare oltre la proposta di aumentare l’Irpef, naturalmente ai ceti meno abbienti, oppure l’Iva sui prodotti popolari. Ricordo che dissi: “Queste cose le potete chiedere alla Thatcher, non a me”. Fu a quel punto che Goria, allora ministro delle Finanze, mi fece quella proposta. Risposi: “Gianni, lavoraci e dimmi domattina cosa ne pensa Ciampi”.

Il mattino dopo ci fu un equivoco: capii che Goria con la testa mi dicesse di sì quando chiesi se Ciampi era d’accordo; in realtà Ciampi non l’aveva neanche sentito, e la misura passò. In ogni caso continuo a pensare che aveva un elemento molto sgradevole ma fu socialmente più giusta che non aumentare l’Irpef o l’Iva. E io non avevo alternative».

C’è poi il caso Craxi. «Io ero stato contro di lui. Lo accettai quando il Psi si ridusse nella condizione in cui è oggi il Pd: tot capita tot sententiae; su mille questioni si hanno opinioni divergenti tra premier, sottosegretario e magari vicesegretario del partito. Ritenni che, in quel discredito in cui era caduto il Psi, Craxi fosse ciò di cui avevamo bisogno per l’autorevolezza che sapeva esprimere. Ho sempre collaborato con lui in termini politici.

Il signor Grillo, che mi definisce sul suo blog “tesoriere di Craxi”, mente sapendo di mentire: usa il termine che possa farmi apparire il più spregevole possibile. Io non ho mai avuto a che fare con le finanze del Psi. Ho collaborato con una stagione di riformismo, caduta progressivamente in un’alleanza divenuta di pura sopravvivenza. Rimane il fatto che Craxi ha finito per rappresentare il male di una stagione politica che, come lui stesso disse, aveva infettato molto più largamente che non lui, ma non necessariamente il suo intero partito.

C’è infatti chi dice Craxi, c’è chi dice socialista. Ancora oggi, rievocando uomini e donne che hanno rappresentato qualcosa di positivo per l’Italia, si sente dire: “Era una persona di qualità, nonostante fosse socialista”. Non lo possiamo più fare, ma andrebbe chiesto a un uomo del rigore di Luciano Cafagna i prezzi che ha pagato negli ultimi anni della sua vita al suo essere e non aver mai cessato di definirsi socialista».

Sicuro che al Pd serva un Craxi? «Al Pd, come all’Italia, servirebbe moltissimo un presidente Deng. Lo dico per scherzo; ma se il Pd non riesce finalmente a identificare se stesso con la costruzione di un futuro credibile per l’Italia, è evidente che la sua ragione sociale ha cessato di essere perseguibile, e diventa preda di lotte intestine che lo distruggono. Le lotte intestine possono distruggere anche un partito che ha ancora una ragione sociale; figuriamoci un partito che la perde».

Il governo con il Pdl durerà? «Per necessità, non per amore. È reso necessario da un risultato elettorale non nitido. Colpisce la difficoltà a prendere atto di questo, la debolezza identitaria di coloro che, timorosi di perdere se stessi, sembrano non capire che possono determinarsi circostanze in cui l’interesse del Paese impone di sacrificare l’interesse di partito. Togliatti non avrebbe avuto difficoltà né a capirlo, né a farlo capire.

Un po’ più di togliattismo sarebbe stato bene rimanesse pure nei suoi eredi. Ma sono bisnipoti dimentichi della vera grande lezione del partito comunista: cercare di interpretare i bisogni della nazione. Il Pci era prigioniero di una ideologia sbagliata, ma si collocava all’altezza della nazione. Ora siamo collocati all’altezza di “dì qualcosa di sinistra” o “famolo strano perché così è più di sinistra”».

La bocciatura di Prodi? «Raccapricciante. Era in Mali come rappresentante Onu, torna in Italia abbandonando la sua missione perché lo stanno eleggendo capo dello Stato; e invece no». E se le offrissero di guidare la Convenzione per le riforme? «Mi auguro che nessuno me lo chieda, perché non vorrei condividere il titolo che all’argomento dedicò il Giornale: “Amato è infinito”». a. cazzullo corriere

Grillo manovrato dalla Destra americana (by De Michelis)

Venerdì, 15 Giugno 2012

«Mentre ai tempi della guerra fredda c’era uno schema preciso ed era prevalente la contrapposizione col blocco comunista, adesso questo non c’è più e ha reso generali gli scontri di interessi. Grillo potrebbe essere utilmente utilizzato ai fini di indebolire la situazione dell’Europa e dell’Italia. Lo ha detto alla Zanzara su Radio 24 in diretta su www.radio24.it, l’ex ministro socialista Gianni De Michelis. «Casaleggio non lo avevo mai sentito nominare, – continua il politico – ho scoperto dopo le elezioni amministrative che conta molto di più di quello che sembra. Mi hanno detto – continua De Michelis – che ha una società e degli interessi in America, dunque potrebbe essere un elemento di questa teoria. In questo momento Obama è quello che ha più interesse a tenere la situazione sotto controllo. I repubblicani credo siano disponibili a correre il rischio di indebolire la situazione americana, non solo quella mondiale, pur di vincere le elezioni» Il Sole 24 Ore

Grillo, volto della gnosi

Lunedì, 11 Giugno 2012

Per comprendere il fenomeno montante della cosiddetta antipolitica sarebbe utile riprendere l’immensa lezione di uno scienziato della politica e filosofo politico tedesco, naturalizzato statunitense, oggi quasi del tutto dimenticato: Eric Voegelin, la cui prospettiva è stata ricuperata solo da uno sparuto numero di commentatori – tracce voegeliane in Italia si rinvengono principalmente nei testi del compianto don Gianni Baget Bozzo, nell’approfondimento prezioso di Giovanni Cantoni e del suo seguito associativo, nella poderosa opera composta in una vita da don Ennio Innocenti, nella produzione copiosa di Piero Vassallo, in La speranza nella rivoluzione di Vittorio Mathieu, nel prematuramente scomparso Emanuele Samek Lodovici e nei lontani scritti di Augusto Del Noce nonché in quelli dei suoi (non molti) allievi.Perché tale lezione sarebbe così importante? Innanzitutto, perché fornisce una solida, argomentata e comprovata chiave di lettura della Modernità nel suo complesso (e, indirettamente, della Post-Modernità), tale da poter rilevare le caratteristiche tipiche di quei movimenti che, pur diversi, ne sono stati componenti. L’analisi di Voegelin muove da una premessa di cui si è già parzialmente detto (in Il ruolo della politica di fronte al declino “coriandolare” del moderno): prima della Modernità la politica si muove all’interno di una cornice di principi trascendenti, dati per presupposti e non discutibili, lasciandone la discussione solo all’ambito dell’approfondimento filosofico e teologico. In tale contesto, la comunità politica si trova con l’abbracciare una meta religiosa, ma ovviamente posta nell’aldilà: la perfezione terrestre naturalmente non è ricercata come raggiungibile in terra perché la perfezione non è di questo mondo, limitandosi così a porre la perfezione come stimolo per l’azione umana, ma pur sempre come stimolo umanamente irraggiungibile (l’agostiniana «Città sul monte», la Gerusalemme Celeste che è solo una Civitas Dei).La politica, dunque, non essendo divisione sui principi – ma solo incontro/scontro tra interessi concreti –, non punta al perfezionamento della realtà sulla base di un’ideologia utopica. Ma, una volta che con la secolarizzazione venga contestato il collante religioso della comunità politica e della società intrise di religiosità, il vuoto di principi che ne risulta viene riempito da mete ideologiche, vale a dire da disegni immanenti, o terreni, che trasportano la perfezione dall’aldilà (trascendente) all’aldiquà (immanente), facendo della politica uno scontro tra diversi modelli ideologici. In altri termini, perdendo la consapevolezza della propria condizione di creatura – vale a dire la consapevolezza di essere imperfetto e dipendente da un Essere superiore che è Dio –, l’uomo, messo da parte Dio, tratta se stesso come una divinità: l’uomo, eliminato il Creatore, si spoglia del suo ruolo di mero cooperatore alla creazione – il professor Tolkien avrebbe parlato di «sub-creatore» – e prova l’ebbrezza di farsi creatore egli stesso, dominatore della realtà, assecondando la propria «libido dominandi», così come individuata da Voegelin.Partendo da un’analisi di questo tipo, il tedesco ha il merito di individuare l’essenza di tale immanentizzazione della perfezione celeste: la trasposizione della perfezione dal cielo alla terra – sottolinea Voegelin – non è altro che un recupero (immanente, temporale) dell’antica prospettiva del pensiero gnostico. Scriveva, infatti, Nicolás Gómez Dávila nel primo volume dei suoi Nuevos escolios a un texto implícito: «la Gnosi è la teologia satanica dell’esperienza mistica. Nell’interpretazione gnostica dell’esperienza mistica si genera la divinizzazione dell’uomo». Insomma, ove l’uomo non si apra all’Altro (e, quindi, agli altri), si chiuderà egoisticamente in se stesso, trattandosi come degno degli onori divini, idolatrandosi e, non pensandosi più limitato dall’esistenza di Dio, si crederà essere illimitato che – secondo il celebre adagio di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov – tutto può permettersi di fare.Se questo è ciò che è avvenuto nella Modernità sotto varie forme – ma con medesima sostanza –, per poter rinvenire tracce gnostiche nel fenomeno “antipolitico” è necessario individuare velocemente le caratteristiche di tale gnosticismo di ritorno, talvolta evidentissimo – è il caso del marxismo e del nazionalsocialismo che, come evidenziato da Alain Besançon (in Novecento. Il secolo del male), lungi da essere dottrine realmente “nuove”, hanno recuperato in modo pedissequo (e, per lo più, inconsapevole) le antichissime eresie gnostiche: l’una riprendendo il nocciolo di moltissimi tipi di gnosticismi, l’altra riproducendo quello della gnosi specificamente marcionita. Ci si può limitare a soffermarsi su tre delle caratteristiche fondamentali dello gnosticismo antico (e moderno):

a) la pretesa di conoscere (da cui la «gnosi», la “conoscenza”), o la pretesa di possedere, le categorie complete e definitive di comprensione della realtà e la conseguente pretesa di potere risolvere i problemi del reale, eliminandone le storture, distruggendo la realtà esistente e costruendone una nuova priva dei difetti della vecchia;

b) la pretesa dei suoi portatori di essere “eletti”, “puri”, di non essere contaminati dalle storture del reale – e non essere (così come lo sono gli altri) in qualche modo causa delle medesime – che si pretende di poter eliminare e che, di conseguenza, sono frutto dell’esclusiva azione scorretta di altri;

c) la logicamente successiva individuazione di qualcuno quale causa dei problemi, causa del male, la quale va eliminata, in un modo od in un altro, per risolvere i problemi stessi.

Sebbene, per confusione concettuale-spirituale, possa non esserne immune anche il credente cristiano, tale prospettiva è esattamente l’opposto di quella cristiana che, sulla base dell’insegnamento evangelico, chiede al singolo di vedersi per quel che è realmente: un peccatore, un imperfetto che non può pretendere di essere privo di difetti e non deve guardare alle colpe altrui, bensì alle proprie, riformando ad ogni momento se stesso e non la società e gli altri che gli sono intorno. Ma ciò che più conta è che tale prospettiva è tipica delle ideologie moderne ed è stata sfruttata ampiamente dall’attività propagandistica dei partiti moderni e anche post-moderni.Osservando la storia politica – e, prima ancora, religiosa – moderna, si rinviene facilmente l’individuazione di categorie di eletti portatori della palingenesi della storia, o della salvezza temporale – dalla razza ariana con i suoi sogni pangermanisti di ritorno ad una immaginaria età aurea, fino alla classe proletaria con il suo ritorno all’ipotetico e inesistente stato anarchico attraverso il comunismo, passando per le élites borghesi, portatrici dei “Lumi” in mezzo alla presunta oscurità precedente –, così come si rinviene la demonizzazione di altre categorie viste quali origine dei mali del tempo – dall’aristocratico e dal chierico nella Rivoluzione francese, alla generica figura del borghese e ai kulaki russi nella puntiforme Rivoluzione socialcomunista, passando per gli ebrei nel nazionalsocialismo –, senza dimenticare, anche in epoca più recente (e ormai post-moderna), il purismo progressista – la cosiddetta e mai esistita «superiorità morale» –, nonché la raffigurazione della persona dell’avversario politico come criminale ed immorale, dotata, da sola, della capacità di ammorbare i comportamenti della società.Sebbene si rinvengano anche “a destra” movimenti dotati di tali caratteri, ciò avviene a causa della formazione di “destre” falsate, mere ibridazioni con i progressismi, ma, come rilevato benissimo dal politologo ungherese-statunitense Thomas Molnar (in La Sinistra e ne Il vicolo cieco della sinistra), è solo presso questi ultimi che la tendenza gnostica si “reincarna” pienamente, perché è la sinistra che si fa prima e convinta promotrice di visuali di tal fatta, tramite un insaziabile «messianismo temporale» che le è proprio, come scriverebbe Jean Madiran in La destra e la sinistra. Questa tendenza non è altro che la proposizione, perenne e sempre rinnovata, di uno schema che divide tra (presunti) “buoni” e (presunti) “cattivi”, uno schema che astrae dalla concreta realtà – in cui ogni uomo, anche il peggiore, ha i suoi pregi accanto ai suoi difetti – e che pretende di individuare il “nemico” malvagio (variamente inteso e connotato); è una tendenza che, per ciò stesso, è intrinsecamente corrosiva – perché corrode la realtà –, aggressiva e necessariamente violenta – a prescindere come tale violenza si sfoghi –; è, in ultima analisi, una tendenza terribilmente settaria (in senso stretto), in quanto, dimenticando l’ineliminabile imperfezione umana, tende a raffigurare il proprio gruppo politico come privo di macchia e, una volta che le inevitabili macchie umane vengono allo scoperto in tale gruppo, costringe il suo portatore più ideologizzato a chiudersi ulteriormente in se stesso, rigettando dal proprio gruppo il vecchio alleato (divenuto reprobo), in nome della propria presunta superiorità.Così si spiegano le non infrequenti lotte intestine nei partiti e nelle coalizioni della sinistra, dove nuovi soggetti si presentano come i volti puliti e come i portatori della integrità ideologica, contro la vecchia dirigenza ormai “corrottasi” nel tempo. Eppure, nonostante il meccanismo diabolico – in senso tanto trascendente quanto letterale (diabolico in greco significa letteralmente “divisivo”) – che ne è alla base, tale tendenza è egemone da qualche secolo a questa parte nella società e nella politica. Ed è egemone anche nei fenomeni più recenti – tecnocrazia, ambientalismo, vegetarianismo, salutismo, animalismo, professionismo dell’antimafia, fino a giungere al nuovo fenomeno del cosiddetto «trans-umanismo» –, non risparmiando appunto nemmeno l’antipolitica.Una volta individuate le caratteristiche gnostiche, si può, infatti, facilmente vedere come esse siano esattamente quelle che caratterizzano il fenomeno “antipolitico” che, a ben guardare, non è altro che una nuova faccia della medesima medaglia gnostica costituita dalla politica successiva all’instaurarsi della Modernità: se si osserva il fenomeno “antipolitico”, si vedrà come le sue direttive si muovano sulla base del convincimento (e dell’entusiasmo/risentimento), conscio o inconscio, di poter ribaltare la realtà decadente odierna. Inoltre, in tal modo, i suoi aderenti si vedono come i salvatori di tale realtà, individuandosi come la “cura” di tale realtà e individuando come causa unica del suo degrado non la complessiva azione delle persone in seno alla società, bensì l’azione di una categoria specifica: quella dei governanti, della classe politica attuale. Non è niente di diverso dalla prospettiva – teoreticamente inconsistente – degli «indignados» e di quei movimenti simili che, non a caso, vengono spronati da autori provenienti dalla sinistra – come Stéphane Hessel (autore del libercolo Indignatevi!).L’indignato, come l’antipolitico, presuppongono sempre, come ogni gnostico, di non essere capaci di fare il male che gli altri hanno fatto, dando per presupposto di non poter mai cadere nell’errore altrui: sicché, se si parla di questioni sessuali, presuppone che lui, grande accusatore, non si possa sentire minimamente toccato da tali questioni, come se, alla prima occasione utile, non potesse cadere anch’egli come ogni altro/a uomo/donna e come se non potesse essere scoperto, se posto sotto i riflettori come la propria classe dirigente è posta; se si discute di corruzione, dà per scontato che lui mai sarebbe corruttibile e disonesto; se si ragiona di cattiva amministrazione, ritiene che lui non potrebbe che fare meglio, perché portatore del disegno efficace per risollevare il Paese. Quand’anche si raffiguri come scettico e agnostico, si può ben notare come – almeno a livello pubblico – questo soggetto non sia mai minimamente sfiorato da un dubbio sulla propria condotta: è quel vizio ideologico che Voegelin chiama «divieto di fare domande». Ciò che pretende lo gnostico di ieri, di oggi e di domani è che, senza alcun dubbio o domanda, siano abbattuti gli “imperfetti”, che vengano epurati i “difettosi”, così che tutto possa andare per il verso giusto: il metodo muta contingentemente – purghe staliniane, manganellate fasciste, lager, GULag, laogai, o anche soltanto insulto, violenza verbale, pregiudizio, rimozione, vessazioni e ghettizzazione –, ma il contenuto è sempre il medesimo.Ciò che, nello specifico, non comprendono gli “antipolitici”, nella loro furia neognostica, è che i problemi finanziari, economici e politici italiani non sono esclusivo frutto della politica e della cattiva gestione della cosa pubblica da parte dei governanti, ma anche del clientelismo e dell’elefantiasi statale di cui la gran parte degli italiani ha per decenni beneficiato all’ombra della politica e/o della pubblica amministrazione, nonostante oggi molti di tali italiani – magari gli stessi – si trovino a protestare dentro di sé o nei dibattiti pubblici o a reclamare in piazza contro il nuovo capro espiatorio per gli effetti di una politica di cui pure hanno beneficiato. Ma soprattutto, ciò che non comprendono è che, nonostante si ritengano diversi – e nonostante la loro ondata venga considerata di “antipolitica” –, essi sono un movimento pienamente politico, perché eguali a tutti i movimenti gnostici di massa moderni e post-moderni e perché le loro premesse concettuali non possono che avere gli stessi drammatici effetti mostrati sinora da secoli di gnosi politica. Le radici dell’antipolitica, dunque, non sono altro che radici profondamente politiche, di una politica – quella moderna – pericolosa e violenta, così come pericoloso è il messianismo temporale, la gnosi, che segretamente la ispira. f. giorgianni loccidentale

Napolitano, quando l’iperattivismo nuoce alle Istituzioni

Giovedì, 31 Maggio 2012

Non ci è piaciuto l’intervento del Capo dello Stato sulla proposta semipresidenziale del PDL. Non perchè la condividiamo, ma in quanto non spetta al Presidente prendere posizione sulle riforme. Così non ci è piaciuto il suo intervento sul ruolo dei partiti, che tutti i commentatori hanno interpretato come uno stop a Grillo. E’ vero oggi la Costituzione riconosce la centralità democratica dei partiti. Ma tale ruolo non è previsto da altre democrazie. Pertanto nulla osta a che anche la nostra Carta costituzionale evolva in tal senso. Così non ci sono piaciute le sue consultazioni prima ancora che Berlusconi si dimettesse. Sono state una impropria pressione che ha condizionato la politica del Paese. Così facendo il Capo dello Stato ha messo in discussione il suo ruolo di super partes. Lo spread era alle stelle. Ma anche oggi è altissimo e nessuno ha preteso le dimissioni di Monti. Il che ha svelato la dimensione politica dell’intervento di Napolitano. O almeno il rischio che così sia inteso il suo iperattivismo. Temis

Grillo, la verità sul movimento M5S

Giovedì, 31 Maggio 2012

Ho detto al magistrato che se nella vita vuole fare il procuratore, faccia il procuratore e faccia il suo dovere di fare il procuratore, e lo faccia bene. Io se sono Riina e lo faccio bene, stia tranquillo. Ognuno deve fare il suo mestiere, il suo lavoro, e lo deve fare bene. Chiuso”. Potrebbe intitolarsi: “La mafia spiegata a mio figlio”. Una lezione unica, del maestro più esperto: Totò Riina. Il padrino più feroce che ha cambiato Cosa nostra e la storia d’Italia, dopo 14 anni ha potuto incontrare per la prima volta il figlio Giovanni, anche lui detenuto.
E, sapendo di essere intercettato, ha trasformato quel colloquio in una summa della sua esperienza criminale, alternando consigli pratici (“Sposati una corleonese e mai una palermitana”) a messaggi sulle inchieste più scottanti (“Della morte di Borsellino non so nulla, l’ho saputo dalla tv”). Un proclama che ha alcuni obiettivi fondamentali: dimostrare che lui è ancora il capo di Cosa nostra, che il vertice corleonese è unito e, almeno nelle carceri, rispettato. Negare qualunque rapporto con i servizi e e ribadire invece la forza dei suoi segreti. Per questo la registrazione è stata acquisita agli atti delle procure antimafia.Era dal 1996 che non si potevano guardare in faccia. Solo lo scorso luglio si sono ritrovati l’uno davanti all’altro, divisi dal vetro blindato della sala colloqui del carcere milanese di Opera. Le prime parole sono normali convenevoli. Poi la mettono sullo scherzo. Totò non comprende perché “Giovannello” non è abbronzato. E il figlio spiega: “Perché nell’ora d’aria preferisco fare la corsa”. Il boss insiste sulla salute: “Stai tranquillo che me la cavo. Tu sai che papà se la cava. Tu pensa sempre che papà è fenomenale. E’ un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, io sono estero”. Ci tiene a trasmettere di essere ancora forte, per niente piegato da 17 anni di isolamento: “Ti devo dire la verità, io sono autosufficiente ancora… Non devi stare in pensiero perché tu sai che papà se la sbriga troppo bene. Puoi dire ai tuoi compagni che hai un padre che è un gioiello”.Questo prima che nascesse il M5S…
«Sì, noi avevamo presentato il simbolo, ed era ‘Amici di Beppe Grillo FVG’. Quando il Movimento non esisteva, non c’era niente. Eravamo noi quelli in avanscoperta, quelli che dovevano far capire all’ufficio marketing se il progetto era valido. Sonia Alfano in Sicilia ha preso 70 mila voti, 50 mila ne ha presi Serenetta a Roma. A Treviso si è piazzato un consigliere. L’idea è diventata appetibile economicamente. Vuol dire che il bacino c’era. Ed è qui che nascono i problemi».Con chi?
«Con Grillo. E con Casaleggio. E’ lui che ha preso delle persone e le ha messe in posti ben fidati. Ed è Grillo, per esempio, ad aver voluto candidare David Borrelli alla presidenza della regione in Veneto, anche se era già consigliere comunale e in teoria non doveva farlo. Lui me l’ha detto di persona: ‘Beppe ha detto che devo essere io il candidato presidente, e lo faccio io’».Ricorda il recente caso Tavolazzi…
«Tavolazzi è un brav’uomo, ma non ha scoperto niente di nuovo. Sono cose che abbiamo visto in anni tante volte. Serenetta Monti? Cacciata, perché si era stata candidata come indipendente nell’Idv su richiesta di Beppe. Nei vari meetup del Veneto, uno come Stefano De Barba, candidato come indipendente sempre nell’Idv, mandato via e trattato a pesci in faccia. A Treviso in tre comuni i candidati sono spariti. Ponzano Veneto, Paese di Treviso, Mogliano Veneto. Tutte e tre autorizzate col simbolo: sparite, epurate. Avevano osato mettersi contro Borrelli.E la democrazia dal basso?
«Posso garantire che la famosa democrazia dal basso che tanto decantano non esiste. Quando abbiamo iniziato a riunirci, le 17-18 liste più i ragazzi del Piemonte, Favia e altri, era giugno 2009. Il Movimento non era ancora nato. Ci stavamo incontrando tra di noi, liste civiche, per creare un movimento dal basso. Cosa succede? Casaleggio, ogni volta che ci incontravamo, faceva venir fuori un post sul blog di Grillo dicendo ‘questa cosa non è riconosciuta dal blog di Grillo’. Ci hanno messo i bastoni tra le ruote, ci hanno fatto allungare i tempi. La voglia di Grillo e Casaleggio era solo allungare i tempi, perché avevano bisogno di prendere tempo».Per capire cosa fare, e magari registrare un marchio?
«Esatto. Noi, come liste civiche, che ci radunavamo nel meetup nazionale 823, ci chiamavamo ‘Italia 5 Stelle’, proposto dai ragazzi di Vicenza. Io ero il presidente di quell’associazione. Grillo ha preso tempo, era dubbioso. Ma noi eravamo benvoluti da tutti, sapevano che volevamo fare qualcosa di diverso».E poi?
«Poi ci hanno invitati a Firenze, in prima fila c’ero io con Serenetta Monti e Sonia Alfano. Come entriamo ci troviamo la carta di Firenze già fatta da Casaleggio, il marchio già fatto da Casaleggio. Ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: ‘Il marketing è partito’. Hanno visto che c’era possibilità di fare soldi, e ci siamo trovati piano piano sempre più esautorati».Perché?
«Perché lavorano con il ricatto. Tavolazzi è andato contro le regole: fuori. Io e Sonia non siamo mai andati contro alle regole, ma hanno fatto di tutto per mandarci via. Sonia aveva troppa visibilità. Stessa cosa per De Magistris. Beppe Grillo è una bravissima persona, ma se qualcuno gli porta via il palcoscenico lui si incazza, non ci sta. Sa perché coi giornalisti non parla?».Dica.
«Perché lui risponde con quello che la Casaleggio gli dice di rispondere. E’ un bravissimo uomo, ha una grande cultura, ma ha i suoi limiti. Gli voglio bene, però usa quelle formule in stile mafioso: ‘Stai attento a non parlare troppo, perché se parli troppo ti tolgo il simbolo’. Perché il marchio del M5S è stato registrato a nome di Giuseppe Grillo: sia in Europa sia in Italia. Io adesso faccio ancora parte del M5S, sono un regolare iscritto. Ma dissento nella maniera più assoluta da quello che stanno facendo. Stanno prendendo in giro la gente, non è possibile vedere il marketing portato all’estrema potenza come adesso».Tutto marketing? «Il Movimento funziona come il Vaticano. Hai il Papa, Grillo, e i cardinali, la Casaleggio. Poi ogni prete nella sua Chiesa può dire quello che vuole. Però devi stare nei canoni dettati dal Vaticano».Altrimenti vieni scomunicato?
«Esatto. E’ una vecchia regola, nulla di nuovo: sono i cardinali a comandare. E infatti i responsabili dei meetup a volte, soprattutto nei posti chiave, sono messi lì da Casaleggio. E’ una specie di Kgb dei poveri».Casaleggio tiene anche incontri a porte chiuse, che è vietato riprendere, dove istruisce i candidati su cosa dire, e come?
»Ah, le famose riunioni di marketing«.Quando ha cominciato a farle?
«Molto tardi, alle ultime amministrative. Ma con quelli che io chiamo ‘i balilla’ del Movimento, gente con cui non ragioni in alcun modo, non ce n’è nemmeno bisogno: basta la sudditanza psicologica. Sono dei ‘berluscones’ dall’altra parte, niente di diverso. Chi ha il coraggio di andare contro a uno che ha vinto?».
Tra i militanti quanti la pensano come te e quanti sono ‘berluscones’?
«Sono tantissimi che la pensano come me, ma hanno paura che gli venga tolto il marchio».
Ma tra gli eletti ci sono solo i ‘balilla’, i talebani o anche persone indipendenti da Grillo?
«No, sono praticamente tutti talebani. Quando Beppe arriva e ricatta stai tranquillo che tutti stanno al loro posto. Certo, la gente è stata scelta dal basso. Ma come? Con il famoso sistema di cui ti ho parlato: ‘è sempre stato lì, l’ha sempre fatto’. Guardi che alla riunione di Bologna, per buttare fuori Tavolazzi, c’erano 20-30 persone, mica tutto il Movimento».I nodi verranno al pettine, prima o poi?
«Assolutamente sì. Io l’ho capito quando ho visto che Grillo ha registrato il marchio in Italia, a marzo 2012. Fino ad allora aveva solo la registrazione europea. Sta cercando di fare più marketing possibile. Aveva bisogno di tenere ben stretto il marchio, ma Grillo appena il Movimento inizia a sgonfiarsi se ne va. E avrà fatto un Movimento dal basso, lasciandosi il modo di dire ‘i ragazzi ora sono liberi di andare da soli’. Perché quando non c’è più nulla da mungere…».Ma finché lo danno in crescita…
«Resterà saldo al comando, assolutamente».Senza parlare con i giornalisti, né lui né Casaleggio.
«Assolutamente no. Questi sono come il Pdl: non parlano. Berlusconi li buttava fuori dal partito, Grillo li butta fuori dal Movimento».Ma tra Grillo e Casaleggio chi comanda chi? Gira voce che ci sia un contratto che dice che Grillo non può scrivere una parola senza che sia approvata da Casaleggio.«Che io sappia è sempre stato così. Casaleggio è il responsabile. Noi invece volevamo una struttura snella, ma che ci fosse, per il Movimento. Una struttura dove uno prende delle responsabilità e porta avanti un progetto politico. Poi se sbaglia, va via».Un partito?
«No, una struttura più leggera. Ma qui stiamo parlando di strutture impossibili da gestire, oramai, perché devi mettere troppa gente al suo posto. Non va bene. Serve una struttura leggera, dove una persona abbia forti responsabilità ma anche forti rischi».Ma il sistema di votazione online per scegliere chi portare in Parlamento?
«E’ da anni che si parla di questa piattaforma, ma non è mai arrivata. Infatti se guarda una recente intervista ai Pirati Tedeschi hanno dichiarato che Beppe Grillo gli piaceva, però usa un sistema troppo anti-democratico, perché non c’è un sistema di voto. La scusa è sempre che hanno trovato un bug, un problema. Ma in realtà loro non lo vogliono. In maniera che l’anno prossimo il Movimento avrà un progetto politico che arriverà direttamente da Casaleggio, non votato da nessuno. Però tutti per paura di perdere il carro che va a Roma staranno zitti e se lo prenderanno. Perché vanno a parlare male di quello che siede sulla sedia del Pd o del Pdl, ma loro sono uguali, non cambia niente. Non c’è meritocrazia».Che pensa dei ‘complottismi’ che girano in Retesu Casaleggio, dalle accuse di fare gli interessi di multinazionali ai video visionari sul futuro?«Anche quello è marketing, da sfruttare per una banda di persone a cui queste cose piacciono. Io li chiamo ‘i testimoni di Geova de noantri’. E ce ne sono, così come c’è gente validissima, a cui darei il mio voto anche domani».Non è che lei è avvelenato perché l’hanno tagliata fuori?
«Ma chi se ne frega. Alle regionali del Friuli non mi sono nemmeno candidato, ma ho aiutato come tutti gli altri. Io vivo del mio mestiere, e non mi interessa candidarmi. Se avessi avuto quella faccia tosta sarei rimasto nell’areonautica, ora sarei colonnello a 4.200 euro al mese. Invece ho dei principi. Io la mattina mi faccio la barba, e voglio guardarmi in faccia».La replica di Vittorio Bertola

Bertola, l’accusa è che il Movimento 5 Stelle sia in realtà una diarchia Grillo-Casaleggio. Che cosa risponde?
«Secondo me bisogna distinguere i piani. A livello nazionale è sempre stato che Grillo aveva l’ultima parola, ha sempre gestito lui autonomamente, scrivendo quello che pensa. E poi c’è questa collaborazione con Casaleggio, da molti anni, e spesso collaborano anche nella preparazione degli articoli sul blog e così via. Ma questo perché un livello nazionale non esiste ancora. Nel momento in cui ci dovessero essere delle liste nazionali, delle persone in Parlamento, lì sarà probabilmente un altro discorso».E a livello locale?
«A livello locale è stato spesso detto ‘Grillo spinge quello’, ma poi quasi sempre quando ho potuto verificare di persona erano più voci per coprire magari il fatto che si era litigato. E che chi aveva perso, non soddisfatto nelle sue aspettative, si è giustificato dicendo ‘è intervenuto qualcuno dell’alto’. Invece spesso sono gruppi che si sono trovati in minoranza. Anche qui a Torino, quando sono stato scelto io, c’è stata un po’ di discussione, un gruppetto che si è distaccato dicendo ‘Grillo vuole che sia Bertola il candidato’. Ma Grillo mi conosceva a malapena».Un’altra accusa è che Grillo governi il Movimento col ricatto: ‘se non fai come ti dico, ti tolgo il marchio‘.
«Non è un ricatto, è una regola base del Movimento. Grillo ha questa funzione di concedere il simbolo tramite la certificazione e in qualche caso di toglierlo. Ma i casi in cui è successo si contano sulle dita di una mano, che io ricordi. E sono tutti casi diventati famosi. Modena, Tavolazzi: due o tre. Viene fatto quando c’è a giudizio di Grillo un tradimento pesante dei principi e degli obiettivi del Movimento. E’ legittimo dire ‘si potrebbe fare diversamente’. Però, in questa fase di maturazione del Movimento, Grillo è la persona che ha la fiducia sia di tutti gli attivisti che degli elettori. Per cui è anche giusto: la maggior parte del Movimento 5 Stelle preferisce fidarsi di una persona come Grillo, stimata, sopra le parti, che ha meno interesse nelle beghe locali piuttosto che dar luogo meccanismi che porterebbero a creare un partito, dai tesseramenti alla formazione di correnti».Però poi si sente ripetere che Grillo col Movimento non c’entra niente.
«Grillo c’entra. Però la questione che molti faticano a capire è che è molto ben definito il livello dove Grillo c’entra, e dove non c’entra. Dove c’entra, se si vuole in maniera assoluta, è la certificazione. Su quello, sulla concessione del simbolo, sulle regole (tutti incensurati, due mandati e così via) Grillo ha l’ultima parola in maniera assoluta. Nel senso che non c’è un metodo di decisione pubblica per cui tutti insieme decidiamo di togliere il limite dei due mandati, per dire. Ma questa è anche una garanzia. Nel senso che si vuole evitare che con la crescita del Movimento, con l’ingresso di persone di ogni provenienza, ci sia una manovra per togliere i principi base per cui ci siamo trovati».Ma nel caso di Sonia Alfano, o di Tavolazzi, non sembra ci siano state violazioni di questi principi.
«Sono anche questioni di rapporto personale tra le persone. Sonia Alfano, di cui ho una grandissima stima, credo sia per il suo ingresso da indipendente nell’Idv. E, come successo in maniera molto più marcata con De Magistris, Beppe si è un po’ sentito usato, per il fatto che poi abbiano fatto la loro attività politica nell’Idv.».E sul caso Tavolazzi?
«Non si sa ancora bene. Però chi è dentro il Movimento ha visto abbastanza nettamente e per molti mesi partire questo tentativo di creare delle specie di congressi, di rimettere in discussione il ruolo di Grillo. E’ sembrato un tentativo di costruire una corrente dentro al Movimento che ne rimettesse in discussione i principi fondamentali. Difficile dire se queste fossero le reali intenzioni di Tavolazzi, ma Grillo deve averle interpretate così e si è sentito in dovere di intervenire. Nonostante un buon rapporto personale, politicamente è venuta fuori questa divergenza di opinioni».La telefonata del sindaco di Parma, Pizzarotti, a Casaleggio per la nomina di Tavolazzi sembra smentire che Grillo e Casaleggio si occupino solo del rispetto dei principi fondamentali, e che i gruppi lavorino in modo autonomo.
«E’ un caso abbastanza particolare, perché Tavolazzi ha litigato personalmente e in maniera abbastanza pesante con Grillo. E giustamente a Parma si sono posti il problema di dire: come primo atto nomini uno che ha litigato a livello umano con Beppe? Forse è una cosa di cui vale la pena parlare. Ma non è che per ogni cosa Pizzarotti si mette a telefonare a Casaleggio. Più che una questione politica è di rapporti interpersonali».Le riunioni a porte chiuse con Casaleggio? Anche lei ne aveva scritto.
«E’ un episodio dell’anno scorso, in cui ho iniziato a raccontare su Facebook quello che veniva detto e gli altri della riunione non hanno gradito. Però era una riunione con 15 persone con le liste intorno a Torino, non un congresso nazionale. Magari sul momento c’è stato un po’ di battibecco, ma la questione è finita lì».
Da un Movimento che chiede di portare le webcam nelle stanze dove si prendono le decisioni sembra una contraddizione, una mancanza di trasparenza.
«Da noi la trasparenza non manca mai: anche la più piccola divergenza viene amplificata su Facebook. Non credo esista alcun altro movimento politico in cui si può vedere qualunque cosa succeda. E’ vero, e questa è la critica che feci in quella occasione, che ogni tanto può succedere ci sia qualcuno magari entrato da poco nel Movimento che quando scopre sulla pelle che la trasparenza è difficile ?€“ perché magari qualcosa che non vorresti far vedere a tutti viene subito messo in piazza e magari non sei pronto ad assumertene la responsabilità ?€“ allora magari dice ‘forse è meglio non essere tanto trasparenti’. Però è una cosa che si dice, ma il dna del Movimento è mettere tutto in piazza. E comunque poi le cose escono sempre».
La piattaforma per gestire le votazioni e le canditure alle politiche: perché viene continuamente rimandata?
«La questione è che l’anno scorso, a giugno, c’è stato un primo tentativo di avviarla, quando Grillo e Casaleggio in una riunione a Milano avevano dato a varie persone – tra cui una ero io – l’incarico di lavorarci. In particolare, io avrei dovuto creare la piattaforma informatica per condividere le mozioni, gli atti eccetera».Erano quattro persone, se non sbaglio.«Sì. Lì c’è stata una levata di scudi da parte di alcuni eletti, in particolare di consiglieri regionali, perché volevano essere coinvolti nella scelta di queste persone e avevano paura fossero non delle responsabilità organizzative – come erano – ma delle cariche interne politiche. Quell’episodio ha rallentato tutto, perché a quel punto sia Grillo che Casaleggio si sono preoccupati di non spingere su una cosa che magari avrebbe spaccato il Movimento. Si è un po’ fermato tutto, da questo punto di vista. Credo che verrà ripreso con calma, dopo l’estate, perché per le politiche avremo bisogno sicuramente almeno della parte per votare le candidature».Ma c’è un problema di democrazia interna nel Movimento, se non altro in prospettiva?
«No, c’è una questione semmai di sperimentare, capire come la forma di organizzazione del Movimento che abbiamo adesso possa reggere una volta arrivati a livello nazionale. A me però da un po’ fastidio sentirla etichettare come una questione di democrazia interna. Intanto perché non c’è nessun movimento che prende uno che non è parente di nessuno, non ha mai fatto politica e in due mesi lo fa diventare sindaco di Parma. L’apertura interna è totale. Alle volte si parla di democrazia interna quando i gruppi locali non sono tanto evoluti e non riescono a gestirsi le proprie divergenze interne e si mettono a litigare tra loro. Sulla questione nazionale è solo una questione di sperimentazione: bisogna capire come può convivere un movimento assolutamente orizzontale con le sfide che pongono le elezioni nazionali. Che chiaramente richiedono una forma di coordinamento più elevata».Però visto che Grillo e Casaleggio non rilasciano interviste (vere, non monologhi) è difficile capire quanto contino realmente. «Io francamente li avrò sentiti tre o quattro volte in un anno da quando sono consigliere comunale. Non è mai successo che mi abbiano chiamato per qualcosa che dovevo votare io e dicendomi di votare come volevano loro».Questo invece lo decide lei insieme al suo gruppo locale?
«Sì, anche questo è difficile da capire perché ogni gruppo locale è organizzato in maniera diversa. In Emilia spesso fanno proprio delle assemblee, delle votazioni. Noi siamo un po’ più informali: io e la mia collega consigliere comunale ci confrontiamo con quelli eletti in circoscrizione, mettiamo su Facebook le questioni che arrivano e prendiamo pareri e commenti tramite la Rete, e poi una volta lette tutte le proposte che ci arrivano decidiamo che posizione prendere. In funzione del programma, che è abbastanza dettagliato ed è una guida abbastanza utile». f. chiusi espressp

Le ferie a 5 stelle di Grillo

Giovedì, 8 Aprile 2010

grilloLa lista, quella che in nome dei suoi strali s’è presentata alle ultime Regionali meritandosi il «vaffa» del Pd perché «ci ha rovinati», l’ha lasciata a casa. Le cinque stelle invece se l’è portate appresso: destinazione Kenya, luxury resort Blu Key sulla spiaggia di Seversand, Malindi, «un’oasi di tranquillità» descrive il sito web, «venti grandi stanze e otto splendide ville private immerse in un lussureggiante giardino tropicale e affacciate sull’Oceano Indiano».
La notizia la dà il portale italiano in Kenya, non senza ironia sulla «meritata settimana di vacanza» del «fustigatore dei costumi degli italiani». Il quale adesso finalmente «potrà ricredersi: Malindi sa ospitare chiunque, senza preclusioni di “casta”». Sì, perché proprio contro le vacanze della casta a Malindi Grillo si scagliò un paio d’anni fa, scrivendo sul suo blog: «I figli e gli eredi della prima Repubblica si scaldano, come lucertole al sole, nelle spiagge di Malindi. Bobo Craxi e Giovanna Melandri pasteggiano a champagne e aragoste. Forse li salverà la nostra aeronautica militare». Ce l’aveva col fatto che nel frattempo le etnie keniote si stavano «massacrando sotto gli occhi del mondo». Loro, i kenioti, evidentemente non gradirono il surplus di solidarietà, se oggi scrivono che la presenza del Savonarola della seconda Repubblica e del Terzo millennio dimostra che «Malindi si è ripulita da quell’immagine spesso distorta che negli anni passati la mostrava agli occhi di certa critica intellettuale e “contro” come un porto franco di vipparoli di serie B e personaggi poco raccomandabili o dalla dubbia moralità». Welcome in Africa, allora. Ornella Vanoni, Flavio Briatore e lui, Beppe Grillo.

Il problema di attirarsi le «gnere», e cioè le pernacchie per dirla nel dialetto genovese del fu comico oggi politico per interposto candidato, è che Grillo ha fatto della sua immagine di moralizzatore dostoevskjiano la sua forza.

«Predichi bene e razzoli male», lo accusarono un anno fa i blogger. Erano i tempi in cui Grillo prese casa in Svizzera. Quando uscì la notizia, lui precisò imbarazzato: «Sì, ho comprato un appartamento a Lugano perché se mi oscurano il blog sono pronto a ripartire il giorno stesso con beppegrillo.ch o beppegrillo.eu». I grillini lo coprirono di insulti all’urlo di: «Se mi oscurano, la compri anche a me la casa in Svizzera?». Tanto più che lui aveva subito messo le mani avanti: «Speravo che la notizia non si diffondesse. Non vorrei che venisse interpretata come una mossa codarda o che qualcuno cominciasse a dire che ho comprato la villa in Svizzera. Non è una fuga dalle tasse. L’eventuale trasferimento riguarderebbe solo il blog, non me». Excusatio non petita, accusatio manifesta, tuonarono i blogger.

Non gliela fecero passare. Fecero notare che un dominio, che sia eu, com, ch o info, «lo puoi acquistare direttamente dall’Italia, senza bisogno di espatriare». E ci fu chi, potenza dell’allievo che supera il maestro, si prese pure la briga di andare a verificare che il dominio www.beppegrillo.it «non è intestato a Giuseppe Grillo, ma a un certo Emanuele Bottaro», ergo: «Se il discorso del comico avesse una valenza logica, a espatriare doveva essere il dottor Bottaro», come scrisse il blogger Gabriele Mastellarini a Marco Travaglio.

Senza contare che c’era stata, è vero, una proposta bavaglio, l’aveva presentata il Pd che avrebbe voluto imporre ai siti che fanno informazione la registrazione al Roc, il Registro operatori della comunicazione. «È la fine della Rete, traslocherò in uno Stato democratico», aveva tuonato lui. Peccato che proprio nei giorni dell’espatrio, invece, quella riforma fosse stata affossata dal Pdl, il partito del «regime» contro cui Grillo spara un giorno sì e l’altro pure, che invece di aiutarlo a fare i bagagli escluse ogni obbligo per i blog. Niente da fare, «è una legge fottiblogger» decretò senza neppure averla letta. Welcome in Svizzera. Mina, Rita Pavone, Lele Mora e lui, Beppe Grillo. E mica sotto il gasometro di Oberhausen nella Ruhr era andato, no. Già che c’era, Beppe scelse quello che lui stesso definì «un angolino tranquillo e sicuro, un posto carino», con vista sul lago di Lugano.

Dalle bufale all’Emmental. Al «Pilau» keniota, magari degustato sulla spiaggia «di sabbia bianca finissima riservata agli ospiti dell’hotel» con moglie e figli. «Ieri una giornata a base di mare al Paparemo Beach di Watamu, dove, accompagnato dall’amica Tania Missoni, ha goduto della splendida baia di Watamu. Nei prossimi giorni, invece, magari ci scappa anche un safari» si legge su malindikenya.net.
«Cooomodooo eeeh? Fustigare la casta e poi andarci in vacanza» direbbe Piero Ricca il «molestatore» dei potenti. Ma lui con Grillo non vuole più avere a che fare. Tempo fa lo accusò di averlo fatto lavorare da precario e poi licenziato. Grillo smentì, rinfacciandogli di cercare solo visibilità. Da che pulpito.

p. setti giornale

VIP evasori a Vaduz (Milva, Grillo, Ferruzzi, Bonsignori….)

Martedì, 19 Gennaio 2010

Un conto da 5 milioni di euro a Vaduz, in Liechtenstein. Schermato da un trust riconducibile ad Alessandra Ferruzzi, moglie in seconde nozze di Carlo Sama e tra i cui beneficiari risulterebbero i figli. È questo l´esito cui hanno portato le recenti indagini della agenzia delle Entrate che hanno decriptato i nomi cifrati della ormai famigerata lista di contribuenti del piccolo paradiso fiscale europeo.

L´elenco era stato fornito da un funzionario della banca Lgt alle autorità tedesche in cambio di 4,5 milioni di euro e comprendeva anche molti nomi italiani, circa 400, girati pari pari al Fisco del nostro Paese per verificare eventuali irregolarità.

(continua…)

Grillo – Genchi: un’intervista che è una bomba ad orologeria

Lunedì, 2 Marzo 2009

"Io svolgo l’attività di consulente tecnico per conto dell’autorità giudiziaria da oltre vent’anni, lavoro nato quasi per caso quando con l’avvento del nuovo codice di procedura penale è stata inserita questa figura, come da articoli 359 e 360 che danno al Pubblico Ministero la possibilità di avvalersi di tecnici con qualunque professionalità allorquando devono compiere delle attività importanti.

(continua…)

I grillini si incazzano anche con Grillo

Sabato, 1 Novembre 2008

Buffone, non vogliamo primedonne", hanno urlato gli studenti bolognesi a Beppe Grillo che cercava di infilarsi nel corteo, giovedì scorso, invitando i manifestanti a scoprire chi fossero i "poliziotti finti". Ed è vero che, alla fine, a Grillo è stato concesso di accodarsi, ma il gesto resta: un "vaffa" all’uomo del "vaffa". Una pernacchia all’ex comico che a molti appariva come il nuovo che avanza, il vendicatore antisistema che attraeva folle inviperite contro la casta mangiasoldi e contro gli industriali ladri e contro i politici (ladri pure loro) e contro le politiche ambientali-canaglia.

E però la contestazione di Bologna è soltanto il segno tangibile di una crisi grillesca che viene dall’interno. Il popolo del "vaffa", infatti, sta cominciando ad accorgersi che un conto è dire un conto è fare – specie quando ci si trova a creare dal nulla liste civiche e a discuterne "alla pari" (fin troppo) tra gente digiuna di politica ma comprensibilmente desiderosa di apparire, e soprattutto senza la guida di Grillo che, dice un animatore del meetup 2 Roma, uno dei più attivi nella campagna elettorale comunale, "se ne infischia, salvo poi imporre le sue decisioni". C’è stato poi il pasticciaccio dei rimborsi. Una parte del suddetto meetup accusa infatti Beppe di non aver mai voluto definire come spartire gli eventuali rimborsi elettorali se i referendum presentati dal comico fossero stati approvati e quindi votati, e di aver chiesto al comitato referendario di firmare una delega in bianco – seguiva rifiuto del comitato e "no" di Grillo alla richiesta di poter firmare, invece, un documento che attestasse la volontà di consegnare il tutto a un notaio.

(continua…)

Moretti: sono avvilito per piazza Navona

Venerdì, 11 Luglio 2008

«Sono molto avvilito per quello che è successo in piazza Navona. Gli organizzatori sono stati degli irresponsabili». Così Nanni Moretti ha commentato la manifestazione di martedì a Roma, il «No Cav Day». Il regista è a Fiesole per ritirare il Premio ‘Maestri del Cinema’. «Mi dispiace – ha continuato Moretti – che in questo disastro siano state coinvolte persone come Rita Borsellino, che ha fatto un bel discorso. Ma quando si organizzano queste cose bisogna distinguere. Mi dispiace che tutto sia stato sporcato, mi dispiace che con gli interventi di Grillo e della Guzzanti siano stati oscurati gli obiettivi della manifestazione e, forse, anche la stagione dei movimenti del 2002 che, se mi permettete, era un’altra cosa rispetto alla manifestazione di martedì».

CARICATURA – «Sui girotondi e i movimenti – ha detto ancora Moretti – al di fuori dei partiti, nati nel 2002, spesso è stata fatta una caricatura, non raccontando la verità. Purtroppo, ora quella caricatura è diventata realtà. Non bisogna trovare scuse o pretesti nella non tempestività con la quale in queste settimane si è mosso o non il Pd. È stato irresponsabile chiamare chiunque, uno come Grillo che ha insultato tutto e tutti nello stesso modo. Sono avvilito, frastornato».

SINISTRA AUTODISTRUTTIVA – «Al di là dei progetti politici che mancano, mi sembra che manchino anche le persone e mi sembra che manchi generosità» ha aggiunto Moretti. «Devo dire che è un periodo piuttosto intenso per l’autodistruttività della sinistra e del centrosinistra. Persone che escono da sinistra, dal Pd, e poi stanno nel Partito socialista. Anche alla sinistra del Pd c’è uno spazio, ma quello spazio non viene riempito da niente e da nessuno». Riferendosi poi al suo storico intervento in piazza Navona nel 2002, Moretti ha aggiunto: «Io, nel migliore dei casi, non avevo nulla da guadagnare. Se io ho avuto ragione sono il più dispiaciuto. Allora il germe dell’autodistruttività non c’era». «Io – ha proseguito – non ho mai avuto il mito dell’elettorato buono contrapposto ai partiti cattivi, però bisogna ricordare che nel 2002 sono stati quei movimenti che hanno ridato fiato, ossigeno e fiducia ai partiti di centrosinistra e sinistra. Dicemmo che non ci volevamo sostituire ai partiti, quindi era politica e non antipolitica».

(continua…)