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I volti nuovi del Veltronismo sono stati i primi a mollarlo

Lunedì, 20 Settembre 2010

imagesGli hanno voluto un gran bene e, giurano, gliene vorranno ancora. Ma non hanno firmato il documento dello strappo, con cui Veltroni ha dichiarato guerra a Bersani. E’ un ammutinamento «dolce» e un po’ sentimentale quello dei giovani simboli del veltronismo che fu, da Marianna Madia ad Emanuele Fiano, da Federica Mogherini ad Antonio Boccuzzi. «Non mi hanno chiesto dì firmare e non lo avrei fatto – confessa l’onorevole Madia, la bella Marianna che l’ex segretario volle fortissimamente capolista nel Lazio -. Io mi sento molto veltroniana quando Walter dice no alle correnti, ma adesso non mi riconosco nel progetto che mi aveva affascinato. Perché ha raccolto delle firme per fare ciò che aveva combattuto? Che differenza c’è tra corrente e movimento?». E il problema non sono tanto i contenuti, che la Madia ritiene «così generici da essere condivisibili da tutti». Il problema, per Emanuele Fiano, sono tempi e modi dell’operazione. Perché andare a una conta che spacca il Pd? «Non credo che i nostri militanti la prenderanno bene – teme ïl deputato, esponente dì spicco della comunità ebraica -. Non ho dimenticato l’aria del Lingotto e l’ottimismo delle primarie 2007, ma non accetto che si mettano i bastoni fra le ruote del segretario, proprio come accadde a Veltroni». L’amicizia, l’affetto, in una parola «i sentimenti», non vengono meno. «Walter ha visione» gli riconosce Fiano, ma è deluso: «Mi aspettavo un contributo forte all’unità, invece di contare il peso di una fazione». Nelle 75 firme non c’è quella di Dario Franceschini. L’ex vice di Veltroni lo ha criticato tra i primi e, fatte salve anche qui «la stima e l’amicizia», gliene ha dette di tutti i colori: no alle conte, basta con il «virus» di chi vuole indebolire il leader… Un no pesante e in sintonia con quello di Piero Fassino, l’altro leader della minoranza al quale i seguaci di Veltroni e Fioroni, certi che non lo avrebbe sottoscritto, non hanno nemmeno proposto la lettura del documento. A Federica Mogherini, che era nella sua segreteria, Veltroni ha invece voluto parlare di persona, lei gli ha espresso le sue «perplessità»» e lo ha invitato a discutere delle debolezze del Pd dentro Area democratica. Nulla di fatto e amici come prima: «Non c’è un sentimento di rottura, almeno da parte mia». Il no di Antonio Boccuzzi, il superstite della strage alla Thyssen che Veltroni candidò alla Camera, è arrivato a distanza. A lui nemmeno una telefonata: «Mi dispiacerebbe molto se ïl documento fosse un modo per uscire dal partito. L’errore di Walter è stato dimettersi da segretario – rimpiange il deputato operaio -. Il Pd era il vestito che gli calzava addosso. Ora spero che continuerà ad abbracciarmi, ogni volta che mi incontra». Altrettanto dolorosa deve essere stata per Veltroni la notizia che l’eurodeputato Sergio Cofferati non lo seguirà. E così Roberta Pinotti, che fu ministro alla Difesa nel suo governo ombra contro Berlusconi. «Ora Cofferati e Pinotti voltano le spalle a Walter» titolava ieri il Secolo XIX. Un altro eurodeputato, l’ex volto del Tg1 David Sassoli, si è smarcato sul Riformista contestando a Walter il tradimento delle sue stesse idee: «L’iniziativa di Veltroni vuol dire, di fatto, abdicare alla missione storica del Pd e metterne in crisi la vocazione maggïorïtaria». La teoria del «dentro e fuori» allarma Marina Sereni. La vicepresidente del Pd ricorda di aver «combattuto quando era segretario quelli che lo attaccavano», ammette che i problemi ci sono ma è convinta che «non andavano discussi sui giornali». E da Caserta, dove sta conducendo la Festa della legalità, arriva l’addio dell’onorevole Pina Picierno: «Io resto con Franceschini. C’è bisogno di unità…». Monica Guerzoni per “Il Corriere della Sera” (di sabato 18 settembre)

“Il governo Prodi è caduto perchè voleva rendere pubbliche le carte segrete di Moro”

Giovedì, 14 Febbraio 2008

Caro Dago,
Domenica 10 Febbraio Lucia Annunziata intervista Guerzoni, il portavoce di Aldo Moro. Si ipotizza che il Governo Prodi sia stato battuto al Senato anche perche’ stava per rendere pubblici i documenti segreti sul sequestro Moro (di 30 anni fa). Secondo alcuni, invece, i documenti devono rimanere segreti per altri 30 anni. Vengono fatti nomi ed anche cognomi. Sul sito della RAI il filmato di Inmezzora:
http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-In1-2h^17^57517,00.html
Meticcio

2 – "MORO DOVEVA MORIRE. LA TRATTATIVA CON LE BR NON C’ENTRA NIENTE"
(Testo tratto dal programma Rai3 "In mezz’ora")

LUCIA ANNUNZIATACorrado Guerzoni è stato portavoce di Aldo Moro, uno dei grandi amici della famiglia Moro, nonché uno degli uomini che da anni sostiene una posizione non ufficiale sul rapimento Moro. È una puntata che noi dedichiamo per l’appunto al trentennale di quel rapimento nella convinzione che questa volta la celebrazione si intreccera’ in parte con questa crisi.

LA -Lei hasempre sostenuto che in realtà le Br non agirono da sole. Alcune delle forze in campo, secondo lei, furono gli americani, poi alcuni intereressi nazionali, c’era la P2 in campo, ad esempio – nel comitato di crisi, ed e’ stato confermato, c’erano dieci persone della P2. Poi c’era un mondo ecclesiastico, e parte della Dc.
È giusta questa mia interpretazione della sua tesi?

CG – Certamente le Br non hanno operato da sole perché sarebbe incredibile che l’avessero potuto fare. Non erano eterodirette nel senso tecnico della parola, però beneficiavano intanto di un clima. C’era un clima contro Moro che era cominciato da quando Moro era apparso sulla scena politica. C’era un forte spinta verso destra, non dimentichiamoci che c’era stato un governo addirittura ancora nel ’72 con i liberali, con Malagodi, e che c’era un clima teso a impedire che si facesse questo ulteriore passo decisivo. Perché quando si fosse stabilito che i comunisti erano come gli altri, che non avevano più il pugnale in bocca, che non mangiavano i bambini…

LA -L’inchiesta Pellegrino sul caso Moro si chiude nel 2001, con tante relazioni quanti sono i membri della commissione, cioe’ 18. Uno spezzarsi della verità persino sul tavolo della commissione. Nella sua versione Pellegrinodice che la verità è che le br agirono da sole, che i servizi segreti non furono capaci. E poi diceanche, che la versione di Guerzoni è credibile a sufficienza da poter essere citata, ma manca di prove. Come mai lei non ha ancora oggi prove?

CG – Io sono un testimone e come tutti i testimoni ho visto le cose come si sono svolte. Quindi, per carità, nessuna prova naturalmente . Ma io ancora penso che ci sia stato una specie di subappalto. Io non parlo di appalto in termini tecnici, ma di subappalto. Ci sono degli interessi che tutti confluivano intorno a un punto: quest’uomo deve morire. La trattativa… non c’entra niente. Quell’uomo era morto dal momento in cui era stato preso. Non c’è stato nessun momento [in cui le cose potevano andare diversamente]. Queste cose ridicole, se non fossero tragiche, del riscatto coi soldi, del papa che si occupa di queste cose, del governo che gentilmente gli consente di fare questa gran cosa… come se questi brigatisti si potessero comprare con dei soldi. Da quel che io so, la banca popolare di Novara aveva a disposizione 10 miliardi.. sono cifre colossali. Non potevano fare gola a queste persone le quali evidentemente erano invasate da altre cose….)

LA – Però la ragione per cui lei è qui è che secondo noi ci sono dei nuovi elementi in movimento sul caso Moro. Il primo, non so se lei è informato, e’ la questione della apertura degli archivi sul caso Moro – 1978-2008, trent’anni – che ha finito con l’intrecciarsi con questa crisi. In che senso? C’è stata la riforma dei servizi che ha deciso che dopo 30 anni si possono aprire gli archivi, e c’e’ oggi un’incredibile coincidenza: a ottobre [scorso] Prodi va al comitato per i servizi segreti, fa una audizione su togliere il segreto di stato e Prodi si impegna a mostrare le carte top secret. C’è un’opinione opposta di una parte della commissione che dice che invece i 30 anni devono partire dal momento in cui la legge è stata approvata, quindi la differenza è tra aprire quest’anno gli archivi Moro, o oggi o tra 30 anni, nel 2038. Già questo è molto interessante. la successiva riunione sul tema è fissata per il 17 gennaio alle 14 e 30. il 17 gennaio alle 14 e 30 Prodi però è in parlamento a riferire della relazione del guardasigilli Mastella di cui ha preso il posto durante la crisi di governo. Strano no? È una delle tante coincidenze legate al caso Moro?

CG – No, fa parte di quella stessa storia che a via Montenevoso prima si scopre un pezzo, poi dopo molti anni un altro pezzo… e forse ancora non ci sono tutti i pezzi. Manca sempre la pagina 227 tra la 226 e la 228. E anche qui evidentemente ci sono delle cose che non si possono dire. Fin che certa gente campa non saranno scoperte.
LA – non vogliamo fare letture dietologiche ma secondo lei è casuale questo tempismo tra crisi del governo Prodi e caso Moro? Non possiamo che vedere che il caso Moro continua sempre a intrecciarsi con tutto, insomma?
CG- Ah questo sì.
LA – In che senso?
CG- perché è un problema irrisolto. Nel senso più profondo del termine. Quando una persona ha un tumore, questo tumore si può curare con dei palliativi, ma il tumore resta.

LA – Quindi secondo lei si arriverà a decidere se aprire quest’anno o meno gli archivi Moro?
CG – No, secondo me no.
LA – Ma secondo lei sarebbe importante aprirli o no?
CG- Ah non so cosa se ne vuole ricavare. A me interessa un’altra cosa. Mi piacerebbe sapere qual è stato il comportamento del governo Andreotti-Cossiga operativamente parlando. Vorrei sapere se quella era inettitudine comprovata. Inettitudine tollerata. Inettitudine auspicata. Risultato di spinte e controspinte perché questo ancora non è chiaro. Come non è chiaro l’atteggiamento vero di tutte le forze in campo della dc. Noi sappiamo che c’è stato un gruppo di comando, io lo chiamo sinedrio formato da varie persone. Di queste alcune sono sparite, altre sono ancora pienamente al potere oggi, legittimate.

LA – Stiamo sempre parlando di Cossiga e Andreotti?
CG – No no, sono persone che attualmente sono al potere e che si guardano bene dal dire queste cose. Voglio dire il ministro Pisanu era una di queste. Era lì faceva parte del gruppo più ristretto.
LA – Sì certo era il segretario di Zaccagnini
CG – Io non ho mai sentito che abbia detto finalmente vi dico come sono andate veramente le cose. Perché è giusto che ognuno sappia. Qui ancora stiamo discutendo se la direzione della dc si doveva riunire o meno. Se Fanfani ha detto delle cose o meno… se si è saputo della morte di Moro… No, si è saputo alle due quando la riunione stava per finire.. voglio dire tutte queste posizioni non sono indifferenti…

LA – E se aprissero gli archivi noi troveremmo risposte a tutte queste domande?
CG – Beh qualche cosa sì. Se si volesse… (e il volere) non è un fatto di una inchiesta giudiziaria, le inchieste giudiziarie sono quelle che sono, ma un fatto politico, ma perché è morta la dc? È cominciata a morire quel giorno o no?
LA – Certo, ma secondo lei Cossiga e Andreotti e un pezzo dei servizi sono ancora così potenti da non voler far riaprire gli archivi di Moro anche adesso?
CG – Ma vede c’è una potenza che sta al di là dei nomi, che è la potenza delle strutture. Esistono i segretari generali, i capi di gabinetto, tutta una rete che dà la continuità dello Stato. Anche in Rai se lei guarda passano i dirigenti, ci sono delle crisi terribili. La Rai dovrebbe essere distrutta, dopo tutte questi scossoni, ma no. Sotto c’è una struttura che continua negli anni nonostante tutto e nonostante tutti.

LA – Quella di cui parla e’ la struttura della dc o la struttura del consociativismo italiano?
CG – Nono è la struttura del potere italiano. Ci sono dei fatti che avvengono ai livelli operativi, quelli che una volta, all’epoca di Giolitti, sarebbero stati chiamati i rappresentanti massoni. Lei sa che ogni prefetto diventava commendatore…
LA – Per chiarezza, ci dice i nomi dei poteri che dominano le strutture. Chi sono? Non c’è più la P2 forse? C’è la massoneria. C’è la dc, c’è l ‘ex pci?
CG – Per me c’è n’e’ una fondamentale che è la burocrazia dello stato. Dentro lì ci si mette tutto. C’è la Banca d’Italia… ci sono le strutture operative al di sotto della consulta. Esiste questa burocrazia. Io non do un giudizio buono o cattivo. Ma dico che esiste questo traliccio che è la struttura portante sul quale si muovono queste figure che passano che sono i politici. Altrimenti lo stato non starebbe in piedi. La figura del segretario generale del presidente della repubblica, o del segretario generale del presidente del consiglio, sono fondamentali durante i governi.

LA – E d’altra parte questo spiega anche perché in Italia sulle stragi nulla è mai stato risolto? Né dai governi di centro destra né dai governi di centrosinistra? In quest’ultimo anno non solo sono usciti libri, quello di Giovanni Moro "Anni Settanta", quello di Giovanni Bianconi "Eseguendo la sentenza", bei libri, sta per uscire il libro di Galloni. Ci sono anche delle interviste. Sul Corriere Aldo Cazzullo ha fatto un’intervista a Cossiga che in qualche modo ha riaperto un po’ le cose. Ha sostenuto che mille persone di sinistra, sia pur non il vertice del Pci, conoscevano dov’era tenuto Moro. Tutte questi nuovi elementi non danno forse ragione a lei? Non aiutano la sua versione?
CG – A parte che non esiste in Italia una notizia che non venga resa nota, tre o quattro giornalisti la sanno e la settimana dopo è di dominio pubblico. L’idea che esistessero in Italia mille persone che sapevano dimostra pero’ un’altra cosa. Che effettivamente c’era un tale sfascio, voluto o non voluto, che mille persone potevano sapere tutto e guarda caso il segretario del Pci non lo sapeva.

LA – Ma neanche il ministro degli interni e dei servizi.
CG – Vede il ministro dell’interno dell’epoca… Pecchioli che era il ministro del governo ombra del Pci gli si presentò davanti e gli disse, "Ma come sono dieci giorni che avete gli scatoloni di via Gradoli e ancora non li avete aperti". C’è scritto sui libri non me lo sto inventando io. L’ha scritto Bettiza.
LA – Non vede in queste dichiarazioni di Cossiga, con cui Lei ha sempre discusso, una sorta di ripensamento, un modo per dar ragione a lei?
CG – No guardi Cossiga non pensa di darmi ragione in nessun modo, ma se può tirarmi in mezzo lo fa in qualsiasi modo. Mi ha tirato persino in mezzo come quello che aveva a che fare con la Mitrokin..

LA – Ma e’ vero che mille persone sapevano?
CG – Si sa che Radio Città Futura sapeva, si sa che Op di Pecorelli aveva dato una settimana prima delle informazioni precise. Si sa che l’intelligence americana era al corrente. Voglio dire giusto non lo sapeva Moro, poveretto.
LA – Ecco, un altro elemento che lei sostiene è che gli americani erano particolarmente contrari a Moro. Invece la versione ufficiale, anche quella di Cossiga è che gli americani hanno mandato un aiuto eccetera. Oggi abbiamo nuovi dati. Recentemente Filippo Ceccarelli su Repubblica ha riportato dagli archivi di stato britannici che nel ’76 – quando con Ford era ancora Kissinger il segretario di stato americano – gli inglesi avevano anche preso in considerazione l’ipotesi di un colpo di stato in Italia se i comunisti fossero stati vicini al governo.

CG – Ecco, ci sono due livelli. C’è un livello molto più preciso. Nel ’76 l’onorevole Moro si trova a Portorico. Il governo è in chiusura ma continua l’attività corrente, come Prodi in questi giorni. A Portorico Schimdt il cancelliere tedesco, e Giscard d’Estaing, gli dicono chiaramente "noi non solo non vi diamo più nessun aiuto ma vi cacciamo dalla Nato, perché voi state portando i comunisti al governo". Non è che Schmidt ne abbia fatto un mistero. È una cosa arcinota.
LA – Ma il mio punto è che lei oggi comincia ad avere ragione. Non si rende conto che oggi ci sono nuovi dati che confermano la sua versione?
CG – Sì ma io sono molto diffidente. Conosco le regole. Le cose sembra che partano, sembra che vadano. Poi improvvisamente si bloccano. Perché la verità vera non deve essere rivelata. Quali sono gli atti operativi?
LA – Quindi lei è negativo. È possibile che lei pensi che Andreotti e Cossiga e anche un pezzetto dello Stato è ancora oggi così potente?

CG – No io farei una distinzione tra Andreotti e Cossiga. Andreotti è stato un uomo che nella sua rigidità non ha fatto otto giochi ma ne ha fatto uno solo. Quest’uomo (Moro nda) non si può salvare, quest’uomo deve morire punto e basta. Si è comportato di conseguenza. Io ho litigato con lui in un Mixer (di Minoli nda) a fondo. Però devo dire che lui ha se non altro rispetto di me. Mi ha scritto un biglietto dicendo che Aldo sarebbe stato molto contento di me come collaboratore di Moro, per dire la persona. Certo poi se può impedire qualcosa lo fa. Ha ancora un potere reale. Alza il telefono. Nel nostro mestiere chi è potente? Chi ha un’agendina con tutti i nomi … Andreotti ha tutti i numeri, ma ce l’ha nella testa.
LA – E Cossiga?
Cg – Cossiga è una figura drammatica. Io ho raccolto tutte le sue dichiarazioni. Dice questo e il contrario di questo. Poi ci sono anche delle autentiche carognate. 
LA – Cossiga ha fatto un’intervista con Claudio Sabelli Fioretti in cui a proposito delle lettere dalla prigionia di Moro ha dichiarato: "Ho detto sbagliando che non era lui. Era lui. Era lui e aveva capito come strava andando a finire." Questo era un punto centrale della Dc. Quando arrivavano le lettere si diceva "non è lui, non sono "moralmente ascrivibili a lui". Cossiga a dicembre 2007 dice invece "ho sbagliato me ne pento, era lui…"

CG – L’aveva detto anche prima
LA – Ho capito, però l’ha ripetuto nel 2007 alla vigilia della riapertura dei dossier. Che significa questo?
CG – Io non sono andato con la Faranda in tv a raccontare le vicende di quei giorni, lui l’ha fatto. Quindi lui li conosce bene quelli dell’altra parte. Sa benissimo qual è la loro consistenza, la loro struttura, la loro realtà. Sa che Moro non è stato drogato, sa che Moro è stato tenuto con rispetto. Sa che Moro non venne coartato. La personalità di Moro è così complessa, così vigorosa, così forte, così tenace, se vuole così altera che non potevano essere quindici giorni di quella condizione a deteriorare la sua capacità psichica.
LA – Ho l’impressione che anche gli anni che passano su Cossiga possano aprire una porta a nuove rivelazioni.
CG – Può anche darsi, io non lo escludo. Cossiga è così imprevedibile. Può anche darsi che un giorno si decida di fare un discorso…

LA – … E di dire la verità. Tra le altre cose, Cossiga è d’accordo sul fatto che probabilmente don Antonello Mennini (sacerdote della famiglia Moro nda) sia stato portato nel covo dei brigatisti a consolare e a confessare Moro. Don Mennini era un prete vicino alla famiglia… anche lei è convinto di questa visita? La famiglia insomma, aveva un proprio canale di ritorno direttamente con le Br ?
CG – Su questo non posso rispondere.
LA – Perché non può rispondere?
CG – Perché non posso rispondere.
LA – Ma perché non lo sa, o perché ancora non vuole…
CG – No no. Sui canali non rispondo.
LA – Sui canali non risponde. Allora anche li c’ha qualcosa che ancora non ha detto?
CG – Certo.
LA – Quante cose non ha detto?
CG – Qualcuna.

LA – Qualcuna. E potrebbe dirle. Sarebbe importante se lei le dicesse?
CG -Nno. No, Sono cose che hanno a che fare largamente con aspetti personali, aspetti privati. Io ho molto riguardo per la signora Moro e quindi non mi permetterei mai di fare nulla che potesse in qualche modo dispiacerle.
LA – Va bene. Ultima cosa. Tra le revisioni di Moro ne ritroviamo una anche questa recentissima di un noto studio cattolico, Pietro Scoppola, che ha messo insieme il suoi articoli apparsi su repubblica dall’89 in un libro che si chiama "La coscienza e il potere". Nell’introduzione lancia un’idea interessante, cioe’ che l’antipolitica ha gettato il suo seme proprio lì, nel modo con cui è stato trattato Moro e nel modo come si è conclusa la vicenda.

Scrive Scoppola: "i cittadini furono molto emozionati. Volevano sia la libertà di Moro sia la lotta al terrorismo. Nel momento in cui hanno visto come è stato gestito [il tutto] c’è stato il collasso, il primo collasso nella fiducia dello Stato". Lei è d’accordo con questo giudizio, che ci porterebbe dritto alla politica di oggi?
CG – Beh che i cittadini che per la prima volta hanno visto quest’uomo che si presentava in camiciotto dopo che era stato visto in giacca e cravatta persino in riva al mare; che ne avevano vista distrutta l’immagine, il viso travagliatissimo, i capelli lunghi, mentre spesso il suo era un viso riposato; quei cittadini sono passati dalla parte di uno che era un perdente. Avevano capito che era una vittima designata, avevano capito che nessuno gli dava più mezza lira. Perché Moro creava solo un disturbo… se fosse stato zitto.. sarebbe stato un grande martire rispettato. Ma ha parlato, ha preteso, ha voluto dire la sua, ha voluto continuare a gestire.

LA – Ha voluto fare politica.
CG – Ha voluto fare politica, certo. Era il suo mestiere, l’aveva fatto per tutta la vita. Quando ha capito che la politica era finita, si è raccolto in se stesso con il dio in cui credeva, con la famiglia che aveva amato e ha chiuso con quella frase "ah se si potesse vedere un po’ di luce all’orizzonte".
LA – Rimanendo sull’odierno. Il centro di quest’ultimo periodo politico è la creazione del pd in cui confluiscono cattolici ed ex comunisti. Questo è un po’ in fondo quello che si era temuto e che è successo. È una nemesi storica? O è un processo che da’ oggi ragione a chi temeva allora la legittimazione dei comunisti?
CG – Su questo sono tranchant perché bisogna esser brevi. L’onorevole Moro non avrebbe mai distrutto la Dc. Non avrebbe mai cambiato il nome della Dc in movimento popolare. Era già stato una volta alla Camera e aveva detto che difendeva la Dc ma non tutta la Dc. Moro in quel momento si sarebbe aspettato che un certo numero di democristiani avesse ritenuto opportuno ritirarsi prima ancora dei giudizi e non giudizi, e la Dc avrebbe dovuto fare una grande confessione pubblica, ma la Dc si sarebbe continuata a chiamare Dc, allora avrebbe potuto continuare a essere la Dc.

LA – L’ultima domanda. Lei è entrato nel comitato dei 45 del Pd. Moro avrebbe approvato l’esperimento del Pd o no?
CG – Oh io sono entrato unicamente perché ho rispetto per Veltroni. A parte il fatto che qualche amico mi ha, come dire, sospinto. Però non credo. Cosa sarebbe stato oggi Moro, a 92 anni…senatore a vita? Dopo esser stato presidente della repubblica.. come si sarebbe comportato? Sarebbe stato tutti i giorni come Andreotti presente poi all’ultimo momento però fregando il voto che aveva promesso? Io non lo vedo così. Avrebbe accettato la carica di senatore a vita e avrebbe giocato a pieno titolo, se vuole con grande violenza.

(continua…)