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Le fragili fondamenta della sovranità del mercato (by Leozappa)

Venerdì, 29 Marzo 2013

“Caduti gli dei, non sono però cadute le ipostasi” – ammonisce Roberto Calasso – “allora il mondo finisce per darsi a quel goffo, sinistro corteo che Stirner aveva descritto: alla Ragione, alla Libertà, all’Umanità, alla Causa”. Aggiunge la Rubrica: al Mercato. “Ma il risveglio da quelle ipostasi è amaro, più che da qualsiasi altra superstizione”. Non sappiamo se Calasso conosce Roger Gifford, banchiere e Lord Mayor della corporation che amministra la City di Londra. Ma l’intervista che quest’ultimo ha rilasciato al Corriere della sera, lo scorso 10 febbraio, ha suonato un brusco risveglio per coloro – in Italia, tanti, tantissimi – che pretendono di programmare la politica nazionale secondo il giudizio del Mercato. Nell’intervista – che trae spunto dall’annunciato referendum di David Cameron sulla adesione della Gran Bretagna alla Unione europea –  l’uomo che governa “il Miglio Quadrato, dove si concentra la più grande ricchezza finanziaria al mondo” ha dichiarato che il sogno della City è “un grande mercato senza politica comune”. Il de profundis dell’unione politica europea. Non si dica che il Mercato è una ipostasi; in tanti si ergono ad interpreti del Mercato e il giudizio del Mercato è stato invocato anche dalle più alte cariche dello Stato. Adesso, il Mercato fa sentire la sua voce: è quella del rappresentante della City, una delle maggiori piazze finanziarie del mondo, certamente la più grande in Europa. Ed è una voce che ha clamorosamente smentito coloro che, in questi mesi, in suo nome hanno accelerato l’integrazione europea comprimendo le sovranità nazionali. L’intervista smaschera anche il refrain dell’incertezza politica come causa di quella dei mercati. Dinanzi all’osservazione per la quale “l’uscita di Londra dall’Unione significa creare l’incertezza nei mercati”, Gifford è lapidario: “I mercati non ragionano così. Ai mercati l’incertezza e la volatilità piacciono quanto si accompagnano a dibattiti seri e approfonditi. Che paura si può avere se si discute di Europa sì o Europa no? Guardi il referendum sull’indipendenza scozzese. Per il Regno Unito è una pagina di storia. E i mercati stanno soffrendo? No, perché si ragiona. Il dibattito è positivo e fa bene ai mercati. Noi, servizi finanziari, siamo ben contenti perché in definitiva di che cosa si parla? Si parla di ottimizzare il mercato”.  Come si vede, il Lord Mayor non ha pudore a rivendicare che l’unico interesse del Mercato è il mercato stesso. La considerazione (che tante volte abbiamo sentito in questi anni) per la quale “Se l’Europa collassa, sulla City rischia di abbattersi uno tsunami” è liquidata, con sufficienza, da Gifford: “Primo: l’Europa non collassa. Ci saranno litigi ma non divorzi. Secondo: se anche dovesse accadere, sa che cosa dico? Che è molto difficile distruggere il denaro. Il denaro può scappare ma non può essere distrutto. Londra e la City sono l’hub dell’Europa e lo resteranno. E in ogni caso è qui che arrivano i capitali cinesi, asiatici, arabi, americani. La City è solidissima”. E’ un vero peccato che il Corriere abbia relegato l’intervista a pagina 12, taglio basso. E’ una vera lezione di politica economica: il Mercato ha come fine il Mercato. Essenzialmente: guarda alla politica come strumento per la sua espansione e consolidamento e ne giudica le scelte solo in questa prospettiva. L’Unione europea non è un obiettivo del Mercato, ma può esserlo qualora utile al suo potenziamento. “La City è pronta a scommettere sulla crescita dell’Europa?” chiede il Corriere. “Noi siamo pronti”, replica il capo della City, ma quella a cui il Mercato è, dichiaratamente, interessato è solo “l’Europa che discute senza paura su come oliare il suo mercato, su come accendere il motore e su come abbattere le barriere burocratiche”. Sono caduti gli dei e il loro posto è stato preso dal “sinistro corteo” delle ipostasi stirneriane. Ma, come avvertito da Calasso, il risveglio è amaro, amarissimo dopo l’intervista di Roger Gifford che ha svelato le fragili fondamenta dell’ideologia della sovranità del mercato che, in questi anni, ha plasmato le politiche di governo in Italia e in Europa.  a.m. leozappa formiche

L’ideologia del lavoro (by de Benoist)

Lunedì, 30 Luglio 2012

L’ideologia del lavoro sembra avere origine nella Bibbia, dove l’uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall’azione che esercita sulla natura: «Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela’) (Gen., 1, 28). Dio ha collocato l’uomo nel giardino dell’Eden ut operatur, “perché lavori» (Gen., 2, 15). Questo brano precede il racconto del peccato originale; il risultato di quel peccato non è quindi il lavoro, come troppo spesso si dice, ma solamente la condizione più penosa in cui esso dovrà da quel momento in poi essere svolto. Dopo il peccato, l’uomo si guadagnerà il pane “con il sudore della fronte”.Con la missione assegnata all’uomo di “sottomettere” la terra si inaugura già il dispiegamento planetario e incondizionato dell’essenza della tecnica moderna, come punto d’arrivo di una metafisica che instaura tra l’uomo e la natura un rapporto puramente strumentale. L’uomo ha la vocazione al lavoro, e il lavoro ha la vocazione a trasformare il mondo; esso rappresenta pertanto una rottura con l’essere, un dominio su un mondo fatto oggetto della signoria umana. Come l’uomo è l’oggetto di Dio, così la terra diventa l’oggetto dell’uomo, che la trasforma assoggettandola alla ragione tecnica. Nel contempo, il lavoro assume un valore eminentemente morale. Dirà san Paolo: “Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi», frase originariamente enunciata sotto forma di constatazione (“chi non lavora non mangia») ma che ben presto diventa una formula prescrittiva: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare».

liberarsi dalla necessità Questa visione del mondo, che oggi ci appare cosi familiare, è segnata da una rottura totale con la concezione prevalente nella quasi totalità delle società tradizionali, dove non solo la necessità non detta legge. ma l’ambito di ciò che è specificamente umano si situa viceversa nel rifiuto di assoggettarsi al regno della necessità materiale. Marshall Sahlins, ad esempio, ha mostrato in maniera convincente che le società “primitive,) sono società nelle quali non si lavora mai più di tre o quattro ore al giorno, perché i bisogni vengono volontariamente limitati e al “tempo liberoo, viene assegnata la priorità rispetto all’accumulazione dei beni1.Nell’Antichità europea, il lavoro viene disprezzato proprio perché è considerato il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità. Questo disprezzo lo troviamo tanto nei greci e nei romani quanto nei traci, nei lidii, nei persiani e negli indiani. I’idea più comune è che, essendo per definizione deperibile tutto ciò che l’economia produce, il lavoro, motore dell’economia, non è adatto a rappresentare quel che va oltre la semplice naturalità dell’esistenza umana. In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un’attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza2. “Un pastore ateniese”, nota a questo proposito Alain Caillé, “è un cittadino, a differenza dei ricchi artigiani, non perché è un lavoratore, come penserebbero i moderni, ma al contrario perché è un ozioso, perché dispone di quel tempo libero (skholè) che è la sola prerogativa in grado di rendere gli uomini pienamente umanio,3. “Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano O” scrive Aristotele4.Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della (‘comoditào, rappresentata dall’esistenza di schiavi. Essa esprime in realtà un’idea molto più importante: l’idea che la libertà (come del resto anche l’eguaglianza) non può risiedere nella sfera della necessità, e che vi è autentica libertà solo nell’affrancamento da tale sfera, Qvverosia nell’al di là dell’economico. AI limite, come spiega Hannah Arendt, lo schiavo non lavora perché è schiavo, ma è schiavo perché lavora. «Il lavoro era indegno del cittadino”, aggiunge André Gorz, “non in quanto era riservato alle donne e agli schiavi; anzi, era riservato alle donne e agli schiavi perché “lavorare significava asservirsi alla necessità”. E poteva accettare quell’asservimento soltanto chi, alla maniera degli schiavi, aveva preferito la vita alla libertà e dunque dato prova di spirito servi le. I’uomo libero, invece, rifiuta di sottomettersi alla necessità; padroneggia il proprio corpo onde non essere schiavo dei suoi bisogni e, se lavora, lo fa solo per non dipendere da ciò che non controlla, cioè per assicurare o accrescere la propria indipendenza». Per questo motivo, «l’idea stessa di “lavorare” era inconcepibile in quel contesto: il “lavoro”, votato alla servitù e alla reclusione nella domesticità, lungi dal conferire un’”identità sociale”, definiva l’esistenza privata ed escludeva dall’ambito pubblico quelle e quelli che gli erano asserviti»5.Il fatto che questa contrapposizione tra regime della necessità e ambito della libertà si sovrapponga, nell’ideale antico, alla contrapposizione tra sfera privata e sfera pubblica è rivelatore. Secondo Aristotele, l’economia ha a che vedere con l’ambito “familiare”. Essa si definisce, in senso proprio, come un insieme di regole di amministrazione domestica (oikos-nomos) , che Aristotele distingue del resto nettamente dalla produzione di beni in vista di uno scambio mercantile, cioè dalla crematistica.ln quanto tale, essa si contrappone alla sfera pubblica, ambito della libertà, il cui godimento e la partecipazione alla quale presuppongono l’«oziosità». La libertà è una faccenda pubblica; non può essere ottenuta nel privato o attraverso di esso.Non esiste d’altronde all’epoca nessuna parola generica per designare il lavoro. I termini più correntemente utilizzati dai greci (ponos, ergon, poiesis) testimoniano un apprezzamento qualitativamente differenziato delle attività umane, giudicate secondo la conformità alla natura o in base al valore d’uso e alla qualità del prodotto. “Nel contesto della tecnica e dell’economia antica”, sottolinea Jean-Pierre Vernant, “il lavoro appare solo [...] nel suo aspetto concreto. Ogni compito viene definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare [...] Non si considera il lavoro nella prospettiva del produttore, come espressione di un unico sforzo umano creatore di valore sociale. Non troviamo quindi, nell’antica Grecia, una grande funzione umana, il lavoro, che copre tutti i mestieri, bensì una pluralità di mestieri diversi, ciascuno dei quali costituisce un tipo particolare di azione che produce la propria opera”6.Lo stesso stato d’animo vige a Roma. A proposito del lavoro manuale, Seneca dice che è “privo d’onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell’onestà”. Cicerone aggiunge che ,cil salario è il prezzo di una servitù,’, che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in una fabbrica»7. La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa. «Lavorare» (laborare) ha spesso il significato di «soffrire»; laborare ex capite, “soffrire di mal di testa”, Viceversa, la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente”, bensì l’attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, “negozio”)’ Quanto alla parola moderna francese “travail”, essa viene, come è noto, da tripalium, che in origine era uno strumento di tortura…Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro.Gesù e i suoi apostoli erano dei lavoratori manuali. In breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri. Ciononostante, per Secoli sopravviverà l’idea che l’uomo non è fondamentalmente fatto per lavorare, che il lavoro non è altro i che una triste necessità e non qualcosa da nobilitare o lodare, e che talune attività sono incompatibili con la qualità di uomo libero. Per reagire a questa idea fortemente radicata, la borghesia, soprattutto a partire dal XVII secolo, moltiplicherà le critiche contro il carattere «improduttivo», e quindi «parassitario», del modo di vita aristocratico.André Gorz è uno di coloro che hanno colto meglio in che misura ciò che noi oggi chiamiamo lavoro è, nella sua stessa generosità, un’invenzione della modernità. L’idea contemporanea del lavoro”, scrive, «appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al XVIII secolo, il termine «lavoro” (Iaboul; Arbeit, travai) designava la pena dei servi e dei giornalieri che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, invece, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non “lavoravano”, “operavano”, e nella loro “opera” potevano utilizzare i “lavoro” di uomini di fatica chiamati a svolgere i compiti grossolani, poco qualificati. Soltanto i giornalieri e i manovali erano pagati per il loro “lavoro”; gli artigiani facevano pagare la propria “opera” in base a un tariffario fissato da quei sindacati professionali che erano le corporazioni e le gilde, le quali proibivano severamente qualsiasi innovazione ed ogni forma di concorrenza. [...] La “produzione materiale” non era dunque, nell’insieme, retta dalla razionalità economica»9.Per molto tempo infatti il lavoro, benché riabilitato, è rimasto in una certa misura al riparo da considerazioni puramente utilitarie o mercantili. Nel Medioevo, in particolare, il mestiere ha un valore li integrazione sociale. E innanzitutto un modo di vita, una maniera di stare al mondo, e, in quanto tale, rimane dipendente da un certo numero di atteggiamenti etici, che vanno al di là della sfera della sola materialità ed impregnano nel suo insieme una società nella quale si giustappongono e si incrociano modi di vita organica differenti. I mestieri hanno le proprie regole, le proprie tradizioni. Alloro esercizio sono associate abitudini festive e credenze p0polari che contribuiscono a limitare gli effetti della sola ragione economica.Il lavoro speso nella costruzione delle cattedrali è tutto salvo che un lavoro che miri all’utilità, come ha rimarcato, in una pagina molto nota, Georges Bataille: «L’espressione dell’intimità nella chiesa [...] risponde al vano consumo del lavoro: sin dall’inizio la destinazione sottrae l’edificio all’utilità fisica, e questo primo movimento si esprime in una profusione di vani ornamenti. Perché la costruzione di una chiesa non è l’impiego vantaggioso del lavoro disponibile, ma il suo consumo, la distruzione della sua utilità. L’intimità è espressa in modo condizionato da una cosa: purché questa cosa sia in fondo il contrario di una cosa, il contrario di un prodotto, di una merce: un consumo e un sacrificio» 10.È a questa forma di lavoro che Péguy allude quando evoca la pietà dell’«opera ben fatta», il tempo in cui si cantava mentre si lavorava e si dava nellavoro il meglio di sé perché in quel lavoro ne andava della realizzazione di se stessi: «Abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare [...] Lavorare era la gioia stessa, la radice profonda del loro essere [...] Esisteva un onore incredibile del lavoro [...] Bisognava che un bastone di sedia fosse ben fatto [...] Non doveva essere fatto bene per il salario o a causa del salario [...] per il padrone o per i conoscitori [...] Bisognava che fosse fatto bene in sé [...] E lo stesso principio delle cattedrali…». Péguy, tuttavia, respinge sia la concezione calvinista, in cui la coazione al lavoro trova la propria legittimità nell’ordine della fede (il lavoro come sottomissione necessaria all’esigenza di salvezza), sia la concezione borghese, che considera lavoro autentico solo quello che non procura alcun divertimento. Egli non fa del lavoro lo scopo supremo dell’esistenza. Pone al di sopra dei compiti necessari alla sussistenza le attività dello spirito che permettono alla personalità di fiorire. Sa che i valori etici e culturali sono superiori alla semplice produzione deg!i oggetti. Ed è il primo a convenire che il lavoro è radicalmente cambiato da quando è governato solamente dalle leggi economiche dell’offerta e della domanda, della produzione e del mercato.Con la Riforma, e poi con l’emergere delle teorie liberali, il «valore-lavoro) diventa infatti nel contempo valore dominante e valore in sé. In Locke, ad esempio, la proprietà si fonda sul lavoro e non più sui bisogni, atteggiamento che già giustifica l’appropriazione illimitata (e che Louis Dumont giustamente definisce tipicamente moderna). Nel contempo, la giustizia viene fondata su un diritto di proprietà posto come assoluto, agli antipodi del pensiero tradizionale che rapporta la giustizia all’equità e a relazioni ordinate all’interno di un tutto. La proprietà risalirebbe allo «stato di natura» e sarebbe il frutto del lavoro individuale, cioè dell’appropriazione da parte dell’individuo di tutto ciq che egli sottrae alla natura e prende alla terra. E la nascita di quello che Macpherson chiama l’«individualismo Possessivo».Il lavoro è non meno fondamentale in Adam Smith. L:introduzione de La ricchezza delle nazioni si apre su queste parole: «Il lavoro annuo di una nazione è il fondo primitivo che fornisce al suo consumo annuale tutte le cose necessarie e comode della vita; e queste cose sono sempre o il prodotto immediato del lavoro, o acquistate dalle altre nazioni assieme a quel prodotto)»11 Smith aggiunge immediatamente l’idea concomitante che la ricchezza prodotta dal lavoro (le «cose necessarie e comode della vita”) può essere accresciuta dal progresso costante dei metodi di rendimento. E sostiene inoltre che lo scambio fra le ricchezze in tal modo prodotte, scambio il cui unico motore è l’esclusiva ricerca dell’interesse egoistico, consente la diffusione ottimale di tutti i benefici risultanti dalla divisione del lavoro. Il valore si identifica quindi essenzialmente con il lavoro, che ne costituisce in un certo senso la sostanza e ne è l’unico metro di misura, ed è nello scambio mercantile che questo valore si cristallizza. «Il lavoro», scrive Adam Smith, «è la misura reale del valore scambiabile di ogni merce»12.Per Smith, il giusto prezzo è dunque quello del mercato: la merce che viene scambiata sul mercato è venduta esattamente per ciò che vale («prezzo naturale»), e il suo valore espresso in denaro rimanda al lavoro che essa rappresenta: «Il lavoro misura il valore, non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita, e di quella che si risolve in profitto13. E ancora: «Non è con l’oro o con l’argento, ma con il lavoro che tutte le ricchezze del mondo sono state acquistate originariamente; e il loro valore per coloro che le possiedono e che cercano di scambiarle con nuove produzioni è esattamente uguale alla quantità di lavoro che esse li mettono in condizione di acquistare o di ordinare” 14. L’intera opera di Smith si fonda su questo legame fra lo scambio e il lavoro, in cui il primo ingloba il secondo nelle condizioni moderne dell’attività economica ma il secondo forma la pietra angolare dell’intero edificio.Luomo pertanto è così «naturalmente» commerciante che è «lavoratore»: «ln tal modo, ogni uomo vive di scambi e diventa una sorta di mercante, e la società stessa è propriamente una società commerciante»15. Come scrive Louis Dumont, «insomma, ogni cosa è lavoro e il lavoro è ogni cosa, cosicché noi lavoriamo persino quando non lavoriamo e ci accontentiamo di scambiare» 16.In effetti, in Smith troviamo due definizioni del valore-lavoro. Nella prima, che è implicita, il valore consiste nella quantità di lavoro necessaria alla produzione di un bene. Nella seconda, che ne deriva ed è altresì la principale, il valore di un bene consiste nella quantità di lavoro che è possibile ottenere in cambio di quel bene (giacché lo scambio consente in un certo senso di “verificare” il valore-lavoro connesso alla sola produzione). In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un’affermazione (o ad un argomento di diritto naturale) priva di ogni valore empirico od operativo. La teoria si limita semplicemente a postulare che l’uomo crea il valore per i) tramite del proprio lavoro, che lo fa padrone e sovrano trasformatore della natura. «Questa relazione naturale dell’uomo individuale con le cose», nota Louis Dumont, «si riflette in qualche modo nello scambio egoistico tra uomini che, pur essendo un succedaneo del lavoro, impone ad esso la propria legge e ne consente il progresso. Come nella proprietà di Locke, è il soggetto individuale ad essere esaltato, l’uomo egoista che scambia o lavora, che, nella pena, nell’interesse e nel profitto, lavora [...] al bene comune, alla ricchezza delle nazioni»17.Adam Smith tuttavia devia quando, basandosi sulla teoria del valore-lavoro, si sforza di giustificare il sistema dei salari e il gioco del capitale. Egli afferma infatti che il lavoratore deve condividere con il datore di lavoro il prodotto del capitale. Questa affermazione sembra smentire la convinzione secondo cui il valore del prodotto si ricollega alla quantità di lavoro necessaria alla produzione, dal momento che tale quantità è stato solo il lavoratore a produrla. Consapevole della difficoltà, Smith scrive: «La quantità di lavoro comunemente spesa per acquistare o produrre una merce non è più dunque l’unica circostanza sulla quale si deve regolare la quantità di lavoro che quella merce potrà comunemente acquistare, ordinare od ottenere in scambio. E chiaro che sarà dovuta ancora una quantità addizionale per il profitto del capitale che ha anticipato i salari di tale lavoro e ne ha fornito i materiali»18. Questa «quantità addizionale» rimane però misteriosa. Smith tenta in effetti di assimilare il valore-lavoro inerente ad un prodotto al salario che il lavoratore riceve per quel prodotto, come se il valore del lavoro pagato dal salario fosse identico al valore reale creato da quel lavoro: “Quel che costituisce la ricompensa naturale o il salario del lavoro, è il prodotto del lavoro»19. Ma questa assimilazione è arbitraria, cosa che Marx non mancherà di rilevare. L’approccio di Smith trova il suo fondamento nell’idea che la djversità delle attività umane possa essere interamente ricondotta a un’unica sostanza, e che sia tale sostanza, nella fattispecie il lavoro, a permettere di trasformare l’eterogeneo in omogeneo, la qualità in quantità. Nel contempo, Smith afferma che ogni lavoro deve essere (‘produttivo”, cioè diretto verso la produzione di merci utili il cui consumo c0nsentirà a sua volta di produrre nuove cose consumabili. Ne consegue che l’attività non «produttiva» è un non-senso rispetto alla vita delle società.Questa idea di un lavoro che sarebbe alla base dell’esistenza umana la si ritrova in Ricardo, per il quale “il valore di una merce dipende della quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione”20. I successori di Smith si divideranno in seguito sull’importanza relativa da attribuire rispettivamente al lavoro e allo scambio.La teoria neoclassica, particolarmente in Walras, cercherà di assimilare valore di scambio e valore d’uso spiegando il primo attraverso la limitazione di una quantità utile, cioè attraverso la rarità. I’idea che il valore debba essere indicizzato esclusivamente sull’utilità non è infatti sostenibile: l’acqua è più utile del diamante ma infinitamente meno costosa; il piano del prezzo e quello dell’utilità sono irriducibili l’uno all’altro. Gli economisti liberali si sforzeranno quindi di prendere contemporaneamente in considerazione l’utilità e la rarità, e i marginalisti svilupperanno un punto di vista che consisterà nel valutare non più la quantità globale di beni, bensì il valore «marginale», assunto dall’ultimo di essi, ma “senza riuscire a operare la sintesi utilità-rarità in “una spiegazione coerente”21. Questa teoria finisce infatti con il rendere insolubile il problema della trasformazione del valore in prezzo di produzione.Il modo in cui ai nostri giorni la parola (,lavoro” viene indistintamente applicata a qualunque forma di attività o di occupazione regolare, in diretta contrapposizione con l’ideale ereditato dall’Antichità, riflette piuttosto bene le teorie di cui abbiamo or ora sinteticamente accennato. Operai, dirigenti, artisti, ricercatori, intellettuali, creatori: ormai tutti “lavorano”. Anche i contadini si sono trasformati in “produttori agricoli,), il che dimostra che i loro compiti quotidiani non definiscono più un modo di vita incomparabile rispetto a tutti gli altri. Nondimeno, questo onnipresente lavoro esige di essere colto e definito con precisione. “Il “lavoro”, nel senso contemporaneo”, scrive André Gorz, “non si confonde né con i bisogni, ripetuti giorno dopo giorno, che sono indispensabili al mantenimento e alla riproduzione della vita di ciascuno; né con la fatica, per quanto impegnativa possa essere, che un individuo fa per realizzare un compito di cui lui stesso o i suoi sono i destinatari e i beneficiari; né con quel che noi decidiamo di fare di testa nostra, senza tener conto del tempo e della fatica, per uno scopo che ha importanza soltanto ai nostri occhi e che nessuno potrebbe raggiungere al posto nostro. Se ci ca. pita di parlare di “lavoro” a proposito di queste attività del “lavoro domestico”, del “lavoro artistico del ‘avoro’ di autoproduzione, lo facciamo assegnando all’espressione un significato fondamentalmente diverso da quello che ha il lavoro posto dalla metà alla base della propria esistenza, strumenti cardinale e nel contempo obiettivo supremo… La caratteristica essenziale di quel tipo di lavoro quello che noi “abbiamo”, “cerchiamo”, “offriamo” consiste infatti nell’essere un’attività nella sfera publlica, richiesta, definita, riconosciuta utile da altri e, a questo titolo, da essi remunerata. Grazie al lavoro remunerato (e più in particolare attraverso il lavoro salariato) apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociali (vale a dire una “professione»), siamo inseriti in una rete di relazioni e di scambi nella quale ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferire dei diritti su di loro in cambio dei nostri doveri verso di loro. La società industriale viene intesa come “una società di lavoratori” e, a questo titolo, si distingue da tutte Quelle che l’hanno preceduta, perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è anche per quelle e quelli che ne cercano, vi si preparano o ne mancano il fattore di gran lunga più importante di socializzazione»22.Perciò, prosegue André Gorz, “la razionalizzazione economica del lavoro non è consistita semplicemente nel rendere più metodiche e meglio adattate allo scopo delle attività produttive preesistenti. Fu una rivoluzione, una sovversione del modo di vita, dei valori, dei rapporti sociali e con la natura, l’invenzione nel senso pieno del termine di qualcosa che non era ancora mai esistito. L’attività produttiva veniva privata del suo senso, delle sue motivazioni e del suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnarsi un salario. Smetteva di far parte della vita per diventare il mezzo per “guadagnarsi da vivere”. Il tempo di lavoro e il tempo di vivere venivano staccati; il lavoro, i suoi strumenti, i suoi prodotti acquistavano una realtà separata da quella del lavoratore e dipendevano da decisioni estranee. La “soddisfazione di operare” in comune e il piacere di “fare” venivano soppressi a vantaggio esclusivo delle soddisfazioni che il denaro può acquistare [...] La razionalizzazione economica del lavoro avrà pertanto ragione dell’antica idea di libertà e di autonomia esistenziale. Essa dà vita a un individuo che, alienato nel lavoro, lo sarà anche, per forza, nei consumi ed, infine, nei bisogni»23. Alain de Benoist via ariannaeditrice

NOTE

1 Cfr. Marshall Sahlins, Age de pierre, age d’abondance. L’économie des soclétés primltlves, Gallimard, Parls 1976 (tr. It. Economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano 1980).

2 A queslo proposito si veda sopraltutto Hannah Arendt, La condition de l’homme moderne, Calmann-Lévy, Parls 1961 (tr. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1993),

3 Alain Caillé, Vers de nouveaux fondements symboliques. Pour une création mondiale de revenus de citoyenneté nationaux, in «Dossier n. 3, Transversales science/culture», pag. 28.

4 Aristotele, Politica, 111, 2, 8. Si sa anche che uno dei motivi del. rostilità di Platone nei confronti dei sofisti (Protagora, Gorgia, Prodico) stava nel fatto che costoro accettavano di farsi pagare per il loro insegnamento filosofico.

5 André Gorz. Métamorphoses du travail. Quete du senso Critique de la raison économique, Galilée, Paris 1991, pagg. 26-28 ttrad. it. Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1992).

6 Jean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les Grecs, La Découverte, Paris. Pag. 296 (tr. il. Mito e pensiero presso i greci, Eiraudi. Torino 1981).

7 Seneca, Ce Officiis I, 42.

8 Questo significato è sopravvissuto in francese e in italiano nell’espressione che evoca il ..travaglio» (travai/) della donna partoriente e i dolori che lo accompagnano.

9 André Gorz. op. cit., pagg. 28-29.

10 Georges Bataille, La part maudite. Précédé de: La notion de dépense, Minuit, Paris 1990. pago 168 (tr. it. La parte maledetta, Bertani. Verona 1972).

11 Adam Smith, Recherches sur la nature et les causes de la richesse des nations. vol. I, Flammarion, Paris. p. 65 (ed. il. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori. Milano 1977).

12 Ibidem. libro I, capitolo S, pag, 100.

13 Ibidem, libro I. capitolo 6, pago 120,

14 Ibidem. libro I, capitolo S, pag.101.

15 Ibidem. libro I, capitolo 4, pago 91.

16 Louis Dumont, Homo Aequalls. Genèse et épanouissement de l’idéologie économique, Gallimard, Paris 1977, pago 225 (tr. il. Homo Aequalis, Adelphi, Milano 1984),

17 Ibidem, pag, 122.

18 Adam Smith. op. cit., libro I, capitolo 6, pago 119. Ibidem, libro I, capitolo 8, pago 135,

19 David Ricardo, Sui principii dell’economia politica e della tassazione, Mondadori, Milano 1979. capitolo I.

20 André Piettre, Pensée économique et théories contemporaines, Sa ed., Dalloz, Paris, pag, 93. La nozione di rarità tende inoltre a fare della relazione economica un gioco a somma zero (cosa che essa non è). da! momento che, in un universo interamente assoggettato alla rarità, non si potrebbe dare all’uno senza prendere all’altro. Simmel ha fatto osservare che. dal punto di vista economico, il momento dell’utilità corrisponde alla domanda, quello della rarità all’offerta. Thorstein Veblen (Teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1971) mostra inoltre che il prezzo e l’utilità di un bene non ne esauriscono il significato. nella misura in cui quel bene è anché l’esponente di uno status sociale. I’oggetto economico diventa perciò il referente dell’oggetto-segno. Cfr. anche Jean Baugrillard, Le système des objets, Gallimard, Paris 1968.

21 André Gorz, op. cit., pagg. 25-26.

22 Ibidem, pagg. 36-37.

L’ideologia gay fa più danni del marxismo

Giovedì, 26 Luglio 2012

L’ideologia del “gender” «farà sicuramente più danni del marxismo». Lo ha messo nero su bianco monsignor Tony Anatrella, psicanalista di fama internazionale, specialista in psichiatria sociale, docente alle libere Facoltà di filosofia e psicologia di Parigi e al Collège des Bernardins, oltre che consultore del Pontificio consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute. Il suo ultimo libro, La teoria del “gender” e l’origine dell’omosessualità, appena pubblicato da San Paolo, Anatrella lo ha scritto proprio per mettere in guardia dalle conseguenze – esistenziali e sociali – della teoria che nega la differenza sessuale fra l’uomo e la donna.
MONSIGNORE, COSA PUÒ ACCADERE A UOMINI CHE CRESCONO INCERTI DELLE DIFFERENZE CHE VEDONO?
Ora non si vedono ancora le conseguenze della negazione della differenza sessuale, ma tra una ventina d’anni sarà chiaro: se si va avanti così assisteremo a crisi identitarie gravi, al diffondersi di problemi mentali. La realtà sarà confusa con l’immaginazione e niente verrà più percepito come stabile. Un’incertezza cronica è poi la madre di comportamenti violenti. Il bambino cresce sano e sicuro quando interiorizza la differenza sessuale. Ma è un conflitto accettarla. Se la mentalità lo spinge a non accettare la differenza è più facile che, come accade all’omosessuale, questo cresca depresso, insicuro e incapace di accettare la diversità. I gravi danni psicologici provocati dai divorzi che oggi constatiamo non sono nulla rispetto a quelli che può causare l’ideologia del gender sulle generazioni future.
LEI PARLA DI UNA CRESCENTE DIFFUSIONE DI COMPORTAMENTI OMOSESSUALI. È DOVUTA SOLO ALL’ACCETTAZIONE DI QUESTO MODELLO COME NORMALE O ANCHE ALLA PREVALENZA DI UNA MENTALITÀ NARCISISTICA?
Diciamo che la mentalità narcisistica, che rifiuta l’alterità come elemento necessario al compimento dell’uomo, favorisce l’omosessualità. Aumentano i comportamenti omosessuali perché la società, anziché favorire l’accettazione umana del proprio sesso prima e di quello opposto poi, favorisce la regressione alla fase infantile della sessualità in cui non si riconosce l’alterità come positiva. Ma se il bambino non è aiutato a uscire da se stesso e a superare le fasi infantili, come quella anale ad esempio, può incorrere in problemi molto seri: oltre a quello dell’omosessualità ci sono l’alcol, la droga, la bulimia e molti altri.
L’OMOSESSUALITÀ DUNQUE NON HA UN’ORIGINE FISIOLOGICA, NEUROLOGICA O GENETICA?
Ormai tutti gli studi concordano nell’affermare che è un disturbo della psiche, come già sosteneva Sigmund Freud. L’uomo e la donna sviluppano la propria psicologia interiorizzando il proprio corpo sessuato durante l’infanzia e l’adolescenza. Quando questo non accade, i soggetti non accettano il proprio corpo reale rappresentandone uno che non corrisponde alla loro realtà personale: il corpo immaginato è diverso dal corpo reale.
L’OMOSESSUALE, SI LEGGE NEL SUO LIBRO, È POSSESSIVO, NEL RAPPORTO CON L’ALTRO CERCA DI RIEMPIRE UNA MANCANZA ED È INCAPACE DI DONARSI. COME PUÒ ALLORA LA CHIESA CHIEDERGLI DI VIVERE NELLA CASTITÀ?
La Chiesa afferma che le pratiche sessuali tra persone dello stesso sesso sono atti intrinsecamente disordinati perché l’omosessuale non riesce ad arginare la frustrazione che vive unendosi a chi è uguale a lui. Tanto che, pur vivendo queste relazioni, resta insoddisfatto. Perciò la Chiesa propone alle persone veramente omosessuali (altre possono invece intraprendere un percorso terapeutico che le porti all’eterosessualità) di astenersi dal praticare e di cercare di guardarsi dentro per fondare le loro relazioni su un altro amore che può colmare la ferita, quello di Cristo nella Chiesa. È un cammino difficile, ma è l’unico che permette di vivere in questa condizione serenamente. Ci sono cristiani che hanno questa tendenza e la assumono senza cercare di esprimerla o di praticarla. Alcuni possono avere esperienze, dispiacersene e avere voglia di cambiare, trovando nella fede in Cristo la risorsa per fare il proprio cammino di felicità: all’interno dell’amore della Chiesa ogni uomo può trovare il proprio posto.
CHE RAPPORTO C’È TRA LE LOBBY LGBT E LA POPOLAZIONE CHE DICONO DI RAPPRESENTARE? QUESTI GRUPPI DI PRESSIONE RAPPRESENTANO DAVVERO TUTTI GLI OMOSESSUALI?
Le lobby omosessuali fanno molto rumore. Lo si vede chiaramente quando organizzano manifestazioni come i Gay Pride, aperti anche agli eterosessuali per fare numero. Resta il fatto che gli omosessuali rappresentano una percentuale molto bassa della popolazione totale. In Francia un’inchiesta ha dimostrato che nel 2008 solo l’1,1 per cento degli uomini e lo 0,3 per cento delle donne hanno avuto contatti sessuali con persone dello stesso sesso, il che non vuol dire necessariamente che questi siano tutti realmente omosessuali. Parliamo quindi di un’esigua minoranza, con un grande potere nel settore politico e mediatico, che vuole imporre il proprio stile di vita alla maggioranza della popolazione ignara di quello che sta accadendo davvero: i media hanno un potere d’influenza psicologica tale da far passare per cattivo chi solo domanda di capire. Abituano ad accettare come normale anche quello che da sempre l’uomo percepisce come evidentemente problematico. Sono bandite dal dibattito perfino le domande circa l’origine dell’omosessualità.
INSOMMA UN PROBLEMA CHE TOCCA POCHE PERSONE VIENE TRASFORMATO IN UNA QUESTIONE EPOCALE. COME È POSSIBILE CHE UNA LOBBY CHE RAPPRESENTA UNA PARTE MINIMA DELLA POPOLAZIONE ABBIA TANTO POTERE?
Per comprendere questo fenomeno bisogna inserirlo in un quadro storico che si evolve a partire dagli anni Cinquanta, quando iniziò a svilupparsi l’ideologia della liberazione sessuale che voleva ridurre la sessualità al suo aspetto infantile e ludico. In seguito, all’inizio degli anni Settanta, si cominciò ad affermare che il piacere sessuale era un diritto primario della persona, quindi anche del bambino. Di qui la diffusione della pederastia e la legittimazione dell’omosessualità. Oggi siamo al punto in cui l’omosessualità viene considerata un’identità grazie al lavoro incessante degli attivisti gay all’interno di tutte le istituzioni più importanti. Come l’Onu e l’Unione Europea, che ora hanno ridefinito l’omosessualità. All’inizio degli anni Settanta gli attivisti gay per imporsi sono arrivati a usare la violenza verbale e fisica: le associazioni omosessuali intervenivano in tutti i congressi medici con metodi anche brutali, strappando il microfono a chi osava sollevare dubbi. E attraverso l’occupazione di posti strategici si sono infiltrati anche nel consiglio di amministrazione dell’Associazione degli psichiatri americani. Così hanno potuto imporre la cancellazione dell’omosessualità dal manuale delle malattie, una risoluzione raggiunta per alzata di mano dopo che a tutti i membri erano state inviate lettere personali: non era mai successo che si prendesse una decisione scientifica per alzata di mano. Da allora è diventato quasi impossibile per i medici affrontare l’omosessualità anche da un punto di vista scientifico. E dopo l’Organizzazione mondiale della sanità, le legislazioni statali hanno cominciato a negare l’esistenza della diversità sessuale, prima accettando l’omosessualità come normale, poi permettendo i matrimoni fra persone dello stesso sesso e infine aprendo all’adozione.
LEI SOSTIENE CHE GLI OMOSESSUALI VIVONO UNA SOFFERENZA. SE È COSÌ, PERCHÉ NESSUNO SI RIBELLA E CHIEDE DI ESSERE AIUTATO?
Chi ammette il disagio e capisce che non è dovuto dalla società su cui proietta le proprie manie di persecuzione e da cui cerca una conferma che non ha trovato nel genitore, spesso cerca di farsi aiutare. Ma gli attivisti evidentemente o non se ne rendono conto o non vogliono uscirne: dicono di non soffrire, anche se c’è sempre un problema depressivo, di isolamento e di instabilità nei rapporti che si riversa all’esterno con rabbia. Perciò chi si fa aiutare ha spesso paura di dire le cose come stanno: siamo alla follia per cui se un eterosessuale diventa omosessuale gli si fanno congratulazioni, nel caso contrario c’è il disprezzo.
COME GIUDICA LA RITRATTAZIONE DI ROBERT SPITZER, LO PSICHIATRA PIÙ INFLUENTE DELLO SCORSO SECOLO, CHE RECENTEMENTE SI È SCUSATO CON GLI OMOSESSUALI PER AVER CONSTATATO L’EFFICACIA DELLA TERAPIA RIPARATIVA DEL DOTTOR NICOLOSI?
Ci sono forme di omosessualità che non possono cambiare, altre che possono evolvere e incamminarsi verso l’eterosessualità. Ma se bisogna sempre evitare le terapie repressive, si può anche aiutare a superare la fase infantile della sessualità per correggere l’orientamento di chi intimamente lo desidera e sia quindi disposto a collaborare. Chi afferma questo, però, è perseguitato, compreso Spitzer.
HA MAI RICEVUTO MINACCE?
Mi capita di continuo, come a tutti quelli che sostengono quanto argomento io. Per ora non mi hanno ancora denunciato, sebbene in Francia una legge contro l’omofobia ci sia già: un deputato che si è permesso di dire che la famiglia ha un valore superiore a tutte le altre unioni è stato condannato in primo e secondo appello. La Cassazione si è pronunciata per la libertà di pensiero, ma mi domando: quanto durerà questa tregua? C’è una polizia delle idee che si sta sviluppando. E quando un’ideologia ha bisogno del potere della polizia e dei giudici per imporsi, significa che stiamo andando verso uno Stato totalitario. Il problema è che i cittadini non si stanno davvero accorgendo della gravità della situazione, anche perché i problemi che riguardano l’omosessualità sono sconosciuti e trattati come tabù.
QUALE PUÒ ESSERE LA VIA PER CONTRASTARE QUESTA IDEOLOGIA E FERMARNE LA DERIVA TOTALITARIA?
Bisogna dire la verità. La Chiesa è rimasta l’unica istituzione a difendere la salute dell’uomo. Ma occorre un maggiore impegno per educare la gente: molti sono complici e giustificano questa ideologia per ignoranza. Spesso anche i preti parlano senza conoscere il vissuto reale degli omosessuali. Bisogna leggere la Bibbia e poi san Paolo che descrive le conseguenze orribili di una società che valorizza l’omosessualità. Sopratutto bisogna coltivare il rapporto con Dio. Infatti, il narcisismo in cui ci troviamo è frutto del rifiuto di Dio. E quindi dell’alterità che sola ci può compiere. Non a caso, in questo mondo che ha dimenticato l’alterità e non conosce il Suo amore, l’uomo non sa più chi è e non ha più un volto, se non quello uniforme della massa che lo plasma. Da qui l’importanza della nuova evangelizzazione di cui parla il Papa, che passa dall’annuncio dell’amore di Cristo all’uomo, sperimentabile nella Chiesa e nella famiglia. E l’importanza dell’educazione a uscire da se stessi per compiersi. Non a caso il Papa continua a parlare della famiglia naturale nonostante gli attacchi. E l’allora cardinal Ratzinger, con cui ho lavorato per anni come membro della Congregazione per l’educazione cattolica, chiese di produrre un documento molto importante in merito all’educazione e all’omosessualità e alla necessaria collaborazione fra uomo e donna. È poi fondamentale l’azione pastorale in sostegno delle famiglie e un impegno maggiore dei cattolici nella difesa delle istanze familiari ed educative anche in politica. b. frigerio Fonte: Tempi, 10/06/2012

Contro l’ideologia del profilattico globale

Martedì, 24 Marzo 2009

Come infettivologo coinvolto da anni nella diagnosi e cura dell’infezione da HIV, e che ha avuto la fortuna di poter lavorare anche in aree dell’Africa subsahariana ben prima che diventasse terreno di ricolonizzazione culturale ed economica come sta avvenendo oggi, scrivo per esprimere innanzi tutto il mio senso di vicinanza a Benedetto XVI in viaggio in Africa. Sono allibita dalla virulenza con cui viene attaccato a proposito della sua lapalissiana constatazione, scientificamente inoppugnabile a proposito della priorità dell’aspetto educativo sull’esercizio della sessualità rispetto alla semplificazione del tema della prevenzione ridotto a pura diffusione dell’utilizzo del profilattico. Stupisce che a più di 25 anni dalla conoscenza della epidemia e delle modalità di trasmissione, la difficoltà di molti del prender atto della inefficacia della proposta di "inondare il mondo di preservativi" come criterio risolutivo per arginare l’allargamento a macchia d’olio del numero di infezioni. Stupisce la pervicacia nel non riconoscere l’enorme numero di dati accumulati a propositi della evidenza di potere solo ridurre il rischio di infezione ma non certo di  eliminarlo, dato emerso già dagli studi di metanalisi su coppie sierodiscordanti  come quello di Weller e di Pinkerton del 1993. Anche nello studio più cautelativo, che irrealisticamente escludeva tutti i possibili (e frequentissimi) "incidenti di percorso" (rotture, scivolamento, cattiva qualità etc del condom) si arrivava a dare un margine di rischio infettivo del 5 per cento in tal modo addirittura eccedendo il parametro di efficacia contraccettiva del preservativo stesso, che si attesta sull’85 per cento. Oggi non si può certo ignorare che il "sesso sicuro con il preservativo" non esiste. E questo tralasciando tutti gli aspetti di resistenza psicologica, emotiva… addirittura allergica (l’allergia al lattice è in crescita esponenziale ovunque…) che rendono ben più che un semplice problema morale quella del "sacchettino magico". Ma tant’è . Anche in Italia alcuni esperti glissando e si inalberano continuano a proclamare che il preservativo è sicuro al 100 per cento e che quella è la soluzione per il problema HIV. Non parliamo dell’ideologico silenzio sul successo della politica ugandese dell’ABC (Abstinence, Be faithful and Condom) documentata non dal Vaticano ma anche da un sociologo laicissimo di Harvard,  Edward Green nel suo "Rethinking AIDS prevention learning from successes in developing Countries" del 2003. Fa male, soprattutto, la vergognosa "dimenticanza" dalla realtà evidente che le reti di assistenza, vicinanza e cura dell’AIDS nei paesi africani, oggi percorse in lungo e in largo da miriadi di filantropi (spesso miliardari), attori e "personaggi"  a caccia di facili consensi,  esistono grazie al lavoro silenzioso, costante e pluridecennale di missionari e volontari cristiani che ben prima che i burocrati e politici che oggi strepitano si accorgessero del problema si erano rimboccati le maniche curvandosi sulle  persone infette o malate. Grazie dunque a Benedetto XVI: la prevenzione efficace dell’infezione dell’HIV riguarda l’esercizio della ragionevolezza e della libertà intera dell’uomo, non è riducibile a un sacchettino di lattice o peggio ancora a un criterio che riguarda la persona solo dall’ombelico in giù. E’ dalla riconnessione della ragione con il primo organo sessuale dell’uomo, il suo asse "cuore cervello", che può scaturire la svolta per contenere questo dramma in atto.

Chiara Atzori, lettere al direttore

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Senza ideologia nessuna riforma – Leozappa su Formiche

Domenica, 23 Novembre 2008

Nella scuola ritorna il maestro unico e l’opposizione, incalzata dai sindacati, denuncia il "vento della Controriforma". Nulla di nuovo sotto il sole, si dirà. Già nella scorsa legislatura il governo Prodi aveva iniziato a smantellare le riforme di Berlusconi e anche allora il Popolo della Libertà aveva annunciato barricate per impedire la riforma (da parte della sinistra) delle riforme (approvate dalla destra). Una differenza però c’è, ed è sostanziale. Oggi si parla di Controriforma, ieri di contro-riforme. L’odierna opposizione non si limita ad attaccare  il governo Berlusconi perché mette in discussione i provvedimenti voluti dal precedente esecutivo, ma ne contesta le idee di fondo, evocando i tempi bui del Tribunale dell’inquisizione e dei processi a Giordano Bruno e a Galilei. Così, il confronto politico ritorna su un piano, quello delle ideologie che la caduta del Muro di Berlino e, nel nostro Paese, Tangentoli sembravano aver definitivamente bandito. In vero, i nostri politici continuano a tradire una sorta di pudore e, se possono, fanno gara di pragmatismo. Ma proprio i dibattiti sulla sicurezza e sul mercatismo hanno evidenziato come i contrasti tra la maggioranza e l’opposizione riguardino solo marginalmente gli strumenti e le azioni da adottare. A scontrarsi sono due diverse concezioni del bene comune e, più in generale, della vita. Di recente, Vito Mancuso ha provato a enuclearne i fondamentali in una dimensione teologico-politica: "L’idea-guida di ogni concezione politica degna di questo nome è la giustizia Se entrambe vogliono la giustizia, ovviamente destra e sinistra si dividono subito non appena si tratti di indicare il volto concreto della giustizia perseguita. L’idea-guida della destra è la giustizia in quanto ordine gerarchico: una giustizia verticale. L’idea-guida della sinistra è la giustizia in quanto uguaglianza: una giustizia orizzontale. La destra basa la propria idea di giustizia sull’autorità e la differenza; la sinistra sulla solidarietà e la cancellazione di ogni differenza". Da tempo, i politologi discutono sulla attualità delle tradizionali categorie destra-sinistra. In Francia, si è giunti ereticamente a sostenere che non esiste più una visione assiale "di" destra e "di" sinistra, ma un modo di sostenere idee (talora le stesse) "a" destra e un altro "a" sinistra (A. de Benoist). Vero è, però, che il terrorismo, la globalizzazione, la criminalità, la crisi dei mercati pongono dei problemi che – nessuno si nasconde più – non possono essere affidati ai tecnici, ma esigono risposte politiche e, quindi, in ultima analisi di ideologie.  "Non basta conoscere le cose come sono (ufficio che può ben demandarsi a ‘esperti’ e ‘tecnici’ della materia), ma occorre volere che esse siano o non siano in un certo modo; questo volere, questo impeto di cambiare la realtà, postula un’interpretazione della vita e della storia, un guardare oltre l’arida pianura della quotidianità. Non c’è ideologia senza filosofia; non c’è filosofia, che voglia farsi azione nel mondo, senza ideologia", scrive Natalino Irti, per il quale "il tramonto delle ideologie fu perciò tramonto del pensiero politico". Siamo quindi dinanzi ad una nuova stagione politica? E’ troppo presto per dirlo, anche perché i programmi sui quali i due schieramenti hanno impostato la loro campagna elettorale sono ricchi di luoghi comuni e, all’insegna del "fare", poco, se non nulla dicono sul disegno complessivo della società ideale. In attesa che Forza Italia e Alleanza Nazionale confluiscano nel Popolo della Libertà, è difficile prevedere se la diversa cultura e storia delle forze di maggioranza riuscirà a tradursi in una azione di governo che vada oltre la mera convergenza di interessi. Ancora una volta, la riforma delle professioni sarà un interessante banco di prova. Quella del medico, dell’avvocato, dell’architetto è una attività nella quale libertà e responsabilità si fronteggiano nello sforzo quotidiano di conciliare le esigenze dell’individuo con quelle della collettività. Il professionista opera nel mercato, ma la sua autonomia è vincolata da un ordinamento che impone di soddisfare l’interesse del cliente (e quello proprio) nel rispetto dei fini sociali a presidio dei quali la legge regola la prestazione. L’ideal-tipo del professionista, quale è giunto sino a noi, è alternativo a quello dell’impresa: il primo è ordinato sulla responsabilità (sociale), il secondo sulla libertà (individuale). Nel mondo anglosassone, la dialettica tra società e mercato è stata risolta a favore del secondo: le Wall Street law firm e quelle della City sono ai vertici delle classifiche mondiali sui fatturati degli studi legali, ma dei loro avvocati si parla alla stregua di "mercanti del diritto" (Y. Dezalay). Il ministro della giustizia, Angelino Alfano, ha chiesto (per ora?) alle professioni dell’area giuridico-economica di presentare delle proposte da inserire nel pacchetto giustizia. Esempio di sano pragmatismo politico. Ma nell’era della sovranità del mercato la riforma delle professioni per essere efficace, anche nel tempo, non può non essere fondata su una legittimazione ideale. Senza una decisione di sistema sul ruolo e sulla funzione del professionista nella società (italiana), anche il ministro, come tutti i suoi predecessori, finirà intrappolato tra le aspettative corporative delle categorie e la pretesa dei mercatisti di imprenditorializzare il settore.

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Il decalogo nero dell’ideologia anti-life

Mercoledì, 12 Novembre 2008

Una strategia nichilista per far accettare le pratiche contro la vita: dall’aborto all’eutanasia, dalla Fivet alle sperimentazioni embrionali. Un compendio in dieci punti degli elementi essenziali della cultura di morte. Un «segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (Evangelium vitae, n. 58).
di Tommaso Scandroglio
[Da «Studi Cattolici» n. 569/70, luglio-agosto 2008]

Pirandello era dell’opinione che la vita fosse regolata dal caso. Tommaso d’Aquino gli avrebbe risposto che solo alcune cose avvengono per caso ma non tutte (1). Tra queste ultime con sicurezza devono essere annoverate quelle sconfitte culturali e giuridiche subite, a livello nazionale e non, nel campo della bioetica e più in generale in quello della morale naturale. Aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, sperimentazione su embrioni, contraccezione, divorzio, riconoscimento giuridico delle convivenze comprese quelle omosessuali, legalizzazione della cannabis, et simìlia sono realtà su cui già si è legiferato – o si ha intenzione di farlo – oppure sono fenomeni ampiamente accettati dal sentire comune. Ma come si è arrivati a questo punto? Per caso? No di certo. Infatti per raggiungere simili risultati occorre una strategia coerente e ben strutturata. Proviamo ora a vedere quali sono gli elementi di questa strategia, una sorta di decalogo nero che disconosce le verità fondamentali sull’uomo (2).

1. Un passo alla volta. È la soluzione tattica più frequentemente usata, dagli effetti assai perniciosi e su cui perciò ci soffermeremo un poco più a lungo. Parte da una costatazione evidente: la vetta si conquista pian piano, metro per metro. Di questo sono ben coscienti coloro che vogliono sovvertire l’ordine naturale del creato. Si tratta della famosa teoria del piano inclinato. Provate a mettere una biglia su un piano inclinato: questa all’inizio si muoverà lentamente ma poi acquisterà sempre più velocità. Tale principio è rinvenibile nella legge 194 che permette l’aborto procurato.

Se si legge con superficialità tale norma, l’aborto risulta essere l’extrema ratio, l’ultima spiaggia, e non la prima soluzione a cui ricorrere per chi affronta una gravidanza indesiderata. Il fronte pro-choice in modo furbesco ha convinto un po’ tutti che è lecito abortire solo dopo aver percorso obbligatoriamente un iter che prospetta alla donna una serie efficace di alternative per ovviare alla scelta abortiva: non riconoscere il figlio, chiedere aiuto per mezzo dei consultori agli enti locali e non, obbligo dei consultori di rimuovere tutti quegli ostacoli, di qualsiasi natura essi siano, che possano impedire la nascita del bambino, ecc.
Purtroppo la maggior parte di tali oneri vengono in essere solo se la donna si rivolge ai consultori. Se invece, come accade il più delle volte, si reca da un medico di fiducia (non necessariamente il medico di famiglia) o presso una struttura socio-sanitaria, molti di questi adempimenti evaporano. Così ai nemici della vita è bastato dipingere nella 194 la possibilità di abortire come ultima chance, o meglio: farla percepire alla gente come tale, ben sicuri che in poco tempo da ultima opzione si sarebbe trasformata in quella privilegiata, mutando poi gli eventuali obblighi di legge in mere formalità da trascurare.
È anche ciò che sta accadendo per il dibattito sull’eutanasia: molte forze progressiste hanno proposto progetti di legge in cui non si fa menzione esplicita della possibilità di ricorrere all’eutanasia ma si propone solo lo strumento del testamento biologico. Questo sarà il primo passo, la testa di ponte per avere l’eutanasia a tutti gli effetti. Così ha previsto Piergiorgio Welby nel suo Lasciatemi morire (3). Ecco infatti gli steps che egli suggerisce per arrivare alla legalizzazione della dolce morte. Avere una legge sul testamento biologico (fase giuridica); assegnare alla Commissione Sanità lo studio degli aspetti legati a nutrizione e idratazione (fase medica); indagine sull’eutanasia clandestina (fase sociologica); formare i medici (fase pedagogica); legge sull’eutanasia (fase finale giuridica).
L’effetto domino – fai cadere una tessera e cadranno tutte le altre – è ben riscontrabile in questa materia fuori dai confini del nostro Paese, dove sono venuti in essere scenari realmente inquietanti. In Olanda la depenalizzazione dell’eutanasia risale al 1993. Dieci anni dopo, nel giugno 2003, la prestigiosa rivista scientifica Lancet ci comunica che il 2,6% dei certificati di morte redatti in Olanda nell’anno 2001 erano da addebitarsi ad atti eutanasici (3.647 persone) di cui lo 0,7% senza consenso del paziente (982 persone).
Come vuole la logica del «un passo dopo l’altro» l’ordinamento giuridico del Paese dei tulipani cercò apparentemente di mettere riparo alla situazione rendendo lecite nel 2001 le pratiche eutanasiche ma nel rispetto di rigorose condizioni. Tale legge infatti prevedeva per la richiesta di volontaria soppressione una serie di requisiti – i famigerati paletti tanto invocati anche da molti politicanti nostrani -così stringenti e severi che parevano a prova di bomba: soggetto cosciente e maggiorenne, volontà reiterata, firma di due medici, stadio terminale, solo per atroci sofferenze e senza prospettive di miglioramento. Passa qualche anno ed Eduard Verhagen, autore del protocollo Groningen sull’eutanasia infantile in Olanda ci informa dalle colonne del New England Journal of Medicine del 10 marzo 2005 che questi paletti sono saltati tutti: su 1.000 bambini che muoiono in un anno, 600 smettono di vivere per una pratica eutanasica.

Libido di morte

La libido di morte è poi di per sé diffusiva, ed è aiutata anche da una prassi abortiva che in Europa ha assunto i toni della normalità. Infatti all’inizio di quest’anno il Sunday Times rendeva nota un’intervista a John Harris, medico inglese, professore di bioetica dell’Università di Manchester, membro della Commissione governativa Human Genetic, il quale si domandava retoricamente perché possiamo uccidere il feto malformato e non un neonato malformato. Sulla stessa scia omicida si pongono i recenti pareri del Royal College di Ostetricia e Ginecologia e del Nuffield Council on Bioethics.
Il primo propone l’eutanasia attiva per i neonati disabili, così si risparmiano ai parenti shock emozionali e dissesti finanziari, affermando che una bambino disabile è una famiglia disabile (4).
Il secondo suggerisce per i prematuri nati sotto la 23a settimana la non assistenza perché hanno poche possibilità di salvezza. Proposte a cui fa eco la decisione della ginecologa Giovanna Scassellati del San Camillo di Roma, responsabile del centro per le interruzioni volontarie di gravidanza, la quale ha affermato che nel suo reparto chi decide per un aborto tardivo firma un «consenso informato» per non far rianimare il piccolo, qualora sopravvivesse (5).
Insomma: provocate una fessura nella parete di una diga e prima o poi crollerà la diga intera. Lo scivolamento verso il basso e sempre più accelerato è ben visibile nelle tecniche di fecondazione artificiale. Nate in principio per soddisfare il desiderio del figlio si sono trasformate ben presto in strumenti per soddisfare le voglie di maternità di donne single o appartenenti a coppie lesbiche, oppure di vedove che possono utilizzare gameti del marito morto da una dozzina di mesi (si veda per questi ultimi tre casi per esempio la legislazione in Spagna [6]).
Poi si sono involute in tecniche per l’uccisione di embrioni al fine di trovare improbabili terapie per malattie a oggi incurabili, magari attraverso la cosiddetta clonazione terapeutica come avviene sempre in terra iberica (7). E infine in mezzi per creare mostri. Infatti all’inizio del settembre 2007 la Hfea, forse la massima autorità di bioetica inglese, si era dichiarata favorevole alla creazione di ibridi attraverso un procedimento di clonazione: ovocita di mucca con all’interno Dna totalmente umano.
Il risultato sarebbe un essere (umano?) con il 99,9% di patrimonio genetico umano e una minima frazione di percentuale, lo 0,01%, di patrimonio genetico animale (8). «Percentuale variabile di umanità» si legge sulla prima pagina de Il Foglio di mercoledì 5 settembre. Trascorrono pochi mesi e nel maggio 2008 il Parlamento inglese ha votato a favore degli ibridi umano-animali. Anche riguardo allo snaturamento dell’istituto matrimoniale si è scelto di procedere con prudenza. Grillini nel luglio 2002 fu il primo firmatario di una proposta di legge (9) che prevedeva sic et simpliciter il matrimonio omosessuale.
Resosi conto che i tempi erano prematuri per un simile passo si risolse a chiedere successivamente forme attenuate dello stesso, cioè il riconoscimento delle convivenze anche per gli omosessuali. Infatti così lo stesso Grillini motiva la sua strategia nella Proposta di legge denominata «Disciplina dell’Unione affettiva» dell’aprile 2003 (10): «Si è [...] ritenuto di optare per un criterio gradualistico e realistico (tale cioè di rendere realistica la possibilità che la proposta di legge venga presa in seria considerazione, e che essa non possa anzi essere ignorata o accantonata)».

2. Chiedi 100 per ottenere 50. È una strategia opposta alla precedente. Nel suo enunciato è semplice: se chiedi molto qualcosa avrai. Così le forze politiche, che oggi si ha il vezzo di chiamare «della sinistra radicale», al tempo della legalizzazione dell’aborto procurato chiedevano che si potesse interrompere la gravidanza sempre e comunque. I cattolici, almeno quelli veri, si opponevano all’aborto, in modo esattamente speculare, sempre e comunque. Il legislatore si pose nel mezzo cercando, con malcelato spirito liberale, di accontentare tutti o scontentare tutti: aborto sì, ma a certe condizioni. Stessa idea è oggi perseguita dai radicali per il dibattito sul testamento di fine vita: chiedono l’eutanasia per avere perlomeno il Dat, le dichiarazioni anticipate di trattamento. Si possono rintracciare i segni di questa particolare tattica culturale anche nelle affermazioni dell’onorevole Fassino pronunciate nella puntata dell’8 febbraio 2006 di Otto e mezzo il quale ammise che se non fossero divenuti legge i Pacs forse era sperabile che perlomeno i Contratti di convivenza solidale proposti da Rutelli potessero passare perché forma meno radicale rispetto ai primi.

Normale = giusto

3. Rendere lecito ciò che accade nella prassi. Se un comportamento è diffuso nei costumi delle persone vuoi dire che è normale, quindi giusto (11). Se è giusto sotto il profilo morale allora non si vede la ragione per non renderlo lecito dal punto di vista giuridico. Il sillogismo per nulla aristotelico è stato applicato molte volte nel passato e suggerito spesso nel presente. L’aborto e l’eutanasia clandestina, le separazioni di fatto all’interno dei nuclei familiari, l’uso di droghe erroneamente definite leggere, la diffusione della convivenza prematrimoniale, il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale, legittimano di per sé il parlamentare a produrre norme per rendere lecito ciò che è già presente come comportamento tra la gente, o supposto come tale.
L’ottica perversa attraverso la quale si vuole avere una legge afferma che è sicuramente buono ciò che accade (12). Lo Stato quindi non sceglie più quali azioni punire o semmai tollerare perché lesive del bene comune, ma semplicemente prende atto di «come vanno le cose», registra le condotte degli individui e quando queste raggiungono un numero rilevante non può che legittimarle con tanto di carta bollata. Il ragionamento è diventato verità dogmatica soprattutto riguardo alla fecondazione artificiale. Quante volte infatti abbiamo sentito o letto che la legge 40 poneva ordine in una situazione da «far west» e quindi era da salutarsi come una buona legge?
Pochi sono stati coloro che hanno invece obiettato che di fronte alle pratiche diffuse della procreazione artificiale l’opzione della legittimazione della stessa non era lecita moralmente dovendo il legislatore all’opposto vietarla (13). I costumi però mutano negli anni, o, come si sente spesso ripetere, se i tempi cambiano, cambia anche la morale. È di questo avviso Grillini che nella seduta del 21 luglio 2005 della Commissione Giustizia fa intendere che la Costituzione non parla esplicitamente di coppie conviventi dato che il fenomeno sociale era pressoché inesistente. Oggi invece essendo le convivenze numericamente più diffuse lo Stato non può far altro che tutelarle giuridicamente.
Seguendo dunque la logica che sono le condotte diffuse nella società a dettar legge è doveroso domandarsi a quando la legalizzazione di furti e omicidi, dato che – a quanto ci risulta – sono assai diffusi?

4. Rispettare l’opinione della maggioranza.
In regime di democrazia l’unica voce che conta è quella del popolo, e poco importa che questo spesso, ma non sempre, sia bue. Caso paradigmatico in questo senso è quello della legge spagnola n. 35/88 in tema di tecniche riproduttive che parla di «un’etica di carattere civico o civile con attenzione al consenso sociale vigente». Ed ecco allora per suffragare le proprie decisioni politiche snocciolare i dati di sondaggi i quali con previdenza non possono che portare acqua al proprio mulino. Per citare uno tra i tanti casi, facciamo riferimento a un’indagine svolta dall’Eurispes su eutanasia, accanimento terapeutico e testamento biologico, svolta tra metà novembre e metà dicembre 2006.
Ben il 74% degli italiani intervistati si mostrava favorevole all’eutanasia. Peccato che la domanda fosse equivoca, potendo essere interpretata dall’uomo della strada sia come rifiuto a trattamenti che configurerebbero l’accanimento terapeutico, sia come accettazione di pratiche eutanasiche (14) Peccato poi che il sondaggio si svolse proprio nel periodo in cui il caso Welby era caldissimo, influenzando molto le risposte, date sull’onda emotiva delle immagini di Welby sofferente che milioni di italiani vedevano quotidianamente in Tv o sui principali giornali nazionali. Infatti proprio un anno prima era stata condotta un’indagine simile dando risultati ben diversi: solo 4 italiani su 10 si mostravano favorevoli alla dolce morte.
Senza contare il fatto che i dati delle ricerche vanno resi pubblici unicamente se sono di conforto alle proprie tesi. Nella bufera sui Dico di circa un anno fa, ben pochi organi di informazione resero noto che, secondo un sondaggio della società Codres di Roma (febbraio 2007), su 1.000 intervistati solo il 6% riteneva i Dico una questione importante. Tale risultato faceva da riscontro al dato della sparuta percentuale del 3,9% delle coppie di fatto che hanno voluto la registrazione della propria situazione di convivenza nel Registro delle Unioni civili, già esistente in alcuni comuni italiani così come previsto da una legge del ’90 (15).
Ma se il destro non può venire dai sondaggi, rimangono sempre i referendum su cui fare affidamento. Quelli persi su divorzio e aborto vengono sempre citati per sostenere la tesi che «così vuole il popolo». Quello invece riguardante la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, disertato da più del 70% dell’elettorato, chissà perché è già caduto in prescrizione. Insomma pare proprio che la maggioranza debba essere ascoltata solo se la pensa come il politico progressista.

5. Sfruttare l’emozione del caso limite. È la ragione che è deputata a determinare quali atti sono leciti o illeciti sotto il profilo morale. Non il sentimento. Far leva sulle emozioni è invece una strategia furba e iniqua. Argomentare che l’aborto volontario è sempre iniquo comporta passaggi logici complessi e spesso lunghi. Raccontare invece la storia di una donna violentata che ha scelto di abortire porta molti più consensi e più velocemente. Spiegare le differenze tra atti eutanasici e accanimento terapeutico è laborioso, sbattere in prima pagina il viso gonfio e privo di espressione di Welby invece cattura più facilmente l’attenzione del telespettatore e lo recluta all’istante tra le file dei filo-eutanasici.
È inutile poi domandarsi perché solo alcuni casi pietosi hanno i meriti sufficienti per avere gli onori della ribalta. Che dire infatti di quel gruppetto di pazienti affetti dalla stessa malattia di Welby che nel settembre del 2006, mentre quest’ultimo scriveva a Napolitano, furono portati in barella davanti alla sede del Ministero della Sanità chiedendo non di morire ma più soldi per la ricerca? Che dire del professor Melazzini, primario oncologo, anch’egli colpito da sclerosi laterale amiotrofica, che muove solo tre dita e vuole continuare a vivere? Anche in questo caso i media hanno assunto come propria la regola del «due pesi e due misure».

Una specialità dei radicali

6. Mentire. È un trucco che si impara fin da piccoli. Il problema diventa serio quando tale comportamento viene assunto da persone adulte, con responsabilità pubbliche e su temi importanti. La menzogna è una specialità propria dei radicali. Ancor oggi è possibile ascoltare qualche loro esponente il quale asserisce con sicumera che grazie alla 194 gli aborti clandestini sono diminuiti del 79%. Questo è un clamoroso autogol. Infatti come si può sapere con tale precisione a quanto ammontavano, o a quanto ammontano, gli aborti clandestini dato che sono clandestini e che quindi non esistono documenti, carte o testimonianze le quali ci potrebbero fornire qualche numero a riguardo? Senza poi tenere in considerazione il fatto che all’anno vengono celebrati nel nostro Paese dai 30 ai 50 processi per aborto clandestino.
Segno inequivocabile che il numero di interventi praticati in strutture non idonee è assai più rilevante che 30 o 50, dato che si finisce davanti a un giudice solo se qualcosa è andato storto. È insomma una prova indiretta che la 194 è ben lungi dall’aver eliminato il fenomeno delle interruzioni delle gravidanze «al buio». Falsa è anche la cifra di 25.000 donne che ogni anno morivano per aborto clandestino prima della 194. Se il numero di aborti clandestini non si può contare, non così avviene per il numero di donne che muoiono nell’arco di 12 mesi.
È bastato andare a vedere le statistiche sulle cause di morte e si è scoperto che la mortalità femminile annua, delle donne in età fertile, negli anni Settanta era atte¬stata sui 10.000-15.000 decessi, provocati non solo dall’aborto ma a seguito di qualsiasi altro fattore quali malattie, incidenti, omicidi, ecc. Menzognera è infine l’affermazione che la legalizzazione dell’aborto ha causato una diminuzione delle richieste di interrompere la gravidanza. Si affermava che prima del 1978, anno in cui fu approvata la legge 194, si praticavano 3.000.000 di aborti, quando invece nel primo anno di applicazione della legge si arrivò alla cifra di 187.000. È ben difficile immaginare che nel giro di un solo anno si sia passati da 3 milioni di aborti a 187.000, soprattutto per il fatto che prima della 194 l’aborto era reato e poteva prevedere anche la reclusione.
L’escamotage della menzogna è stato usato con successo anche nell’attuale battaglia per il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto. Grillini, nella già citata proposta di legge dell’aprile 2003 riguardante la disciplina delle «Unioni affettive», afferma per rassicurare gli animi che in questo documento non si chiede la possibilità che una coppia omosessuale possa adottare un bambino aggiungendo che «nessuno degli ormai numerosi progetti di legge presentati negli scorsi anni alle Camere in questa materia su sollecitazione delle associazioni gay italiane ha mai affrontato la questione» (16).
Peccato che fu lo stesso Grillini a chiedere qualche mese prima, precisamente nel luglio 2002, l’adozione per la coppie omosessuali all’art. 3 della Proposta di legge n. 2.982: «Al rapporto di unione civile e al matrimonio fra persone dello stesso sesso sono estesi i diritti spettanti al nucleo familiare, secondo criteri di parità di trattamento. In particolare si applicano le norme civili, penali, amministrative, processuali e fiscali, vigenti per le coppie che hanno contratto matrimonio, ivi compresi l’accesso agli istituti dell’adozione e dell’affidamento» (17). Senza poi contare le due proposte dell’onorevole De Simone, quella dell’onorevole Malarba e un disegno di legge Malarba-Sodano, tutte antecedenti all’aprile 2003 e che chiedevano l’adozione per le coppie omosessuali.
In sintesi: la menzogna poggia su una duplice e realistica considerazione. In primo luogo pochi andranno a verificare l’affermazione fatta, e in secondo luogo è molto più facile mentire che contestare punto per punto una falsità dato che ciò comporta studio, tempo e fatica.

7. Usare il volto noto. Le più riuscite campagne pubblicitarie sono quelle in cui il prodotto da vendere è presentato da un personaggio conosciuto. Il viso noto sponsorizza l’articolo da mettere in commercio. Tale strategia di marketing è usata spesso anche nelle battaglie sulle questioni etiche. Pensiamo al caso della sorridente coppia Veronesi-Ferilli che si è spesa per la modifica della legge 40 al tempo del referendum del 2005; o al solo Veronesi ideatore della costituzione di un Registro nazionale per i testamenti biologici; o al presentatore Cecchi Paone e all’attore Lino Banfi, alias nonno Libero, in prima linea per il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali.
Lo sfruttamento di questi e altri testimonial si incardina su un fondamentale punto di ordine psicologico: si estende indebitamente la competenza professionale del personaggio famoso in un ambito invece che non gli è proprio (18). In tal modo la fiducia che l’uomo della strada accredita alla celebrità a motivo delle sue doti di oncologo o di showman si trasferisce poi illogicamente in campi non strettamente pertinenti allo loro attività. Le tesi più contrarie al buon senso si ammantano di autorevolezza.
Chiamare per esempio Margherita Hack, come è avvenuto in una puntata di un’edizione del Maurizio Costanzo show, a pronunciarsi sulla liceità dell’eutanasia produce uno sconfinamento delle competenze della scienziata, la quale sarà pure un’eminenza nell’astrofisica ma nel campo della morale naturale non può vantare uguale preparazione. E così l’opinione dell’accademico VIP diventa tesi scientifica assolutamente credibile. Di frequente poi la presenza del volto noto si accompagna ad atti provocatori: Pannella che distribuisce hashish ai passanti di Piazza Navona; il filosofo Gianni Vattimo che fa da testimone insieme a Grillini alla celebrazione di fìnte nozze gay da parte di due signori presso il Consolato francese a Roma, avvenuto aderendo al Pacs made in Francia, con tanto di scambio di fedi nuziali sullo scalone del Consolato a vantaggio degli obiettivi dei reporter.

Rivoluzione linguistica

8. Le parole. Cambiare il senso delle parole porta a cambiare la percezione della realtà. Nella battaglia culturale è di primaria importanza la rivoluzione linguistica (19). Più che il significato dei termini è importante il loro suono, la loro eufonia. Non più omicidio prenatale, ma aborto. Anzi: interruzione volontaria della gravidanza che scolora nell’ancor più asettico e mite acronimo Ivg. Non omicidio del consenziente o aiuto al suicidio: assolutamente meglio eutanasia. Ma dato che quest’ultima può evocare spettri nazisti si preferiscono le perifrasi «dolce morte», «testamento biologico» (insieme al suo «zio d’America» living will), o i termini coniati da Welby quali biodignità, ecomorire, fine cosciente (20).
Non fecondazione artificiale ma procreazione medicalmente assistita che rappresenta in modo falso la realtà dato che il medico non aiuta la coppia a procreare ma si sostituisce a essa in questo atto. Non convivenza more uxorio ma patti civili di solidarietà, così chi fosse contrario a essi verrebbe tacciato di essere incivile e poco solidale. Non marito e moglie ma semplicemente coniugi, termine che annulla in sé le differenze di sesso potendo essere i coniugi entrambi maschi o entrambe femmine. Non droghe punto e basta. Ma droghe leggere, quasi che la salute o la vita fossero cose di poco conto, pari al peso minimo di uno spinello.

9. L’esterofilia. Per sapere se le nostre leggi sono buone la pietra di paragone non è il bene comune, bensì spesso sono gli ordinamenti giuridici di altri Stati. L’Italia – così si sente ripetere come un mantra – è all’ultimo posto in Europa nella sperimentazione sugli embrioni, nell’accesso alle tecniche di fecondazione artificiale, nel riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali ecc. L’argomentazione è con evidenza debolissima: se il mio vicino di pianerottolo ammazza e ruba significa che anch’io posso ammazzare e rubare? Strano poi che anche in questo caso si faccia a monte una selezione all’ingresso delle leggi straniere che dovrebbero essere emulate nei nostri confini. Chissà perché non si ode un simile vociare per importare da noi le norme che permettono in Francia lo sfruttamento dell’energia nucleare, o quelle cinesi sul lavoro subordinato.

Il nemico da abbattere

10. Il nemico è la Chiesa. In ogni guerra c’è un nemico. Nel conflitto culturale quale miglior nemico da scegliere se non la Chiesa cattolica? Nell’immaginario collettivo la Chiesa è frequentemente dipinta come nemica del progresso, antagonista della felicità dell’uomo, misogina, sessuofoba, colpevole di posizioni discriminatorie contro gli omosessuali (21), ostinatamente e insensatamente contraria alla ricerca scientifica, gelosa depositaria di oscure verità inconfessabili. È lei che ha negato i funerali a Welby, è lei che fa ingerenza nella politica italiana, è lei che con una straordinaria azione di plagio parrocchiale ha mobilitato più di un milione di persone al Family Day (22).
Se la Chiesa è il nemico occorrerà ovviamente far di tutto per indebolirla. Per citare solo alcuni esempi tra i tanti: all’indomani della sconfitta sul referendum della legge 40, i radicali, non potendosela prendere con gli italiani (è sempre poco elegante avercela con l’elettorato), indirizzarono tutto il loro rancore verso Santa Romana Chiesa chiedendo a più riprese la revisione del Concordato. Questo atteggiamento polemico fece eco a una posizione emersa nell’agosto 2003 a una riunione all’Onu dell’Unglobe, associazione dei dipendenti Onu di solo orientamento omosessuale o bisessuale, in cui si individuò il principale nemico da abbattere nella Chiesa. A questo proposito è bene sottolineare che le lobbies gay esercitano un po’ dovunque e in molti ambiti.
In Scozia, per esempio, a seguito dell’
Equality Act 2006 le agenzie cattoliche per l’adozione potrebbero essere obbligate ad affidare bambini anche a coppie omosessuali. Infine – a mo’ di paradigma delle discriminazioni che devono subire gli organismi di ispirazione cattolica – ricordiamo il caso di Mukesh Haikerwal della Australian Medical Association, il quale recentemente ha auspicato che gli enti legati alla Chiesa cattolica non gestiscano più gli ospedali di non forniscono servizi quali l’aborto, la sterilizzazione e la fecondazione in vitro.
Dieci mosse per mettere in scacco la cultura cristiana e ancor prima il senso comune. Ma dalle nefandezze degli altri si può sempre imparare qualcosa di utile: perché non rubare a costoro qualche trucchetto e usarlo a fin di bene?

(1) Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, I, q. 2, a. 3.
(2) Cfr M. Palmaro, Il male radicale, in Il Timone, n. 41, marzo (2005), pp. 12-13.
(3) Cfr P. Welby, Lasciatemi morire, Rizzoli, Milano 2006, pp. 111-112.
(4) II vescovo anglicano Tom Butler, della diocesi di Southwark, concorda con le posizioni eutanasiche del Royal College. Infatti il prelato rende noto attraverso le colonne del Sunday Times del 12 novembre del 2006 che «in alcune circostanze può essere giusto fermare o togliere una cura, sapendo che è possibile, probabile o anche certo che ciò provocherà la morte. [...] Ci sono situazioni in cui, per un cristiano, la compassione deve prevalere sul principio secondo cui la vita va preservata a tutti i costi». L’articolo chiarisce che il vescovo non si riferisce all’accanimento terapeutico bensì all’eutanasia omissiva.
(5) Cfr Corriere della Sera, 10 marzo 2007. Sul tema dell’eutanasia neonatale cfr L. Guerrini, Eutanasia neonatale, in I quaderni di Scienza & Vita, n. 3 (giugno 2007), pp. 93-107.
(6) Cfr artt. 6 e 9 Legge n. 14/2006.
(7) Cfr Ley de investigacìon biomédica, del 15/06/07.
(8) La percentuale animale deriverebbe dal patrimonio genetico mitocondriale contenuto nell’ovocita bovino.
(9) Proposta di legge n. 2.982 dell’8 luglio 2002.
(10) Proposta di legge n. 3.893 del 14 aprile 2003, p. 8.
(11) Per Benedetto Croce la storia non è giustiziera ma giustificatrice. Cfr B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Adelphi, Milano 1989.
(12) II reale è razionale, affermava Hegel. Cfr G.W.F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, Rusconi, Milano 1995.
(13) Tutta ancora da provare, a parere irrilevante di chi scrive, l’affermazione che la legge 40 costituisse in quel frangente il maggior bene possibile e l’unica scelta percorribile, evitando così mali peggiori.
(14) La domanda era così formulata: «Lei è favorevole o contrario all’eutanasia, la possibilità cioè di concludere la vita di un’altra persona dietro sua richiesta allo scopo di diminuirne le sofferenze negli ultimi momenti di vita?». Riportiamo a margine, come prova della confusione in cui versavano gli intervistati su questo tema, che per il 32% di costoro tenere in vita una persona in coma era considerato accanimento terapeutico.
(15) Anche le amministrazioni comunali si mostrano scettiche nei confronti di Dico, Pacs e Cus dato che solo una trentina di comuni a oggi ha aderito in tutta Italia a tale Registro.
(16) Proposta di legge n. 3893 del 14 aprile 2003, p. 8.
(17) Proposta di legge n. 2982 dell’8 luglio 2002, art. 3.
(18) Cfr T. Scandroglio, Tv accesa Cervello spento, Edizioni Art Milano 2005, p. 58.
(19) P.G. Liverani, La società multicaotica con il Dizionario dell’antilingua, Ares, Milano 2005.
(20) Cfr P. Welby, Lasciatemi morire, cit., p. 103. Due pagine prima l’autore così motiva i neologismi: «Dobbiamo arrenderci all’evidenza, la parola "eutanasia" non piace, anzi, stimola repulsa».
(21) Cfr Proposta di legge n. 3893 del 14 aprile 2003: «Disciplina Unioni affettive», p. 8, in cui Grillini parla di «facile demagogia di gruppi clericali o razzisti».
(22) Valutazione tra l’altro un poco precisa, dato che la grande affluenza del 12 maggio è da accreditarsi soprattutto ad altre realtà diverse da quelle parrocchiali, quali movimenti, associazioni e gruppi di preghiera.

(continua…)

Tremonti, ovvero il coraggio senza ideologia

Giovedì, 26 Giugno 2008

La politica, anche economica, è innanzi tutto musica, non testo, è il ritmo imposto alla società che si governa per mobilitarla perché raggiunga le sue mete da sé, per farla correre nei momenti di difficoltà tra grane della finanza internazionale ed esplosione dei prezzi delle materie prime. E si sa, la prima virtù della migliore musica, è essere vera, passione, grandezza e dunque semplicità, senza artifizi e trucchetti.
Quello che trovo convincente nell’azione di Giulio Tremonti è questa nuova virtù: essersi liberato dalle ideologie e saper dire la verità.
Vi è, per esempio, una speciale povertà determinata da un’inflazione ineguale che colpisce prodotti essenziali per la sopravvivenza? Il magnifico cavillatore risale ai grandi principi, alle liberalizzazioni che dovrebbero ridare fiato al mercato. Il confuso agitatore sindacale declama astratti principi di giustizia sociale. Mentre nel frattempo tra cavilli e confusioni settori decisivi della società italiana soffrono la fame. La virtù tremontiana è partire dalla verità e affrontarla nel modo più semplice, consentendo a chi ha oggi, in una fase particolare della nostra economia, il problema di soddisfare i propri bisogni primari, di farlo.
Proprio il carattere provvisorio, emergenziale della carta per anziani ne è il punto di forza: nessuna soluzione barocca che non solo chiede tempo ma può determinare architetture inessenziali che finirebbero poi per essere pagate da tutto il resto della società. Ma un provvedimento semplice, efficace, mirato. In attesa di riforme di fondo che consentano, in fasi di inflazione calante, soluzioni strutturali.
Il coraggio della verità e della semplicità, questa mi sembra la chiave della nuova fase tremontiana. Così si è realizzata una conquista la cui portata non ci si stancherà mai di lodare: la Finanziaria impostata nelle sue linee essenziali prima dell’estate e poi approvata entro ottobre. Liberando così per mesi il Parlamento dall’orribile suk che era l’approvazione dell’atto decisivo del bilancio dello Stato. Le persone non esperte di politica non si rendono conto che agendo così il ministro rinuncia a un potere che non lo accresce. La regia del suk, divisa tra ministro e parlamentari che sovrintendono alla gestione in aula della Finanziaria, è il centro del potere italiano per metà dell’anno. Certamente il ministro che decide prima dell’estate, si assume una grande responsabilità, e se la affronta bene ne ricaverà peso politico (se gli va male, però, non avrà scusanti), ma rinuncia all’enorme potere del suk, alle alleanze che questo consente, ai rapporti privilegiati con questa o quella lobby.
Lo spirito della manovra è in ogni atto questo: se banche e petrolieri utilizzano posizioni particolari di rendita, vengono particolarmente tassati. Si dirà: ma la soluzione è la competizione, non le tasse speciali. Il problema è sempre «ben altro». Tremonti non manca di dare impulso alle liberalizzazioni e lo fa utilizzando l’impostazione di Linda Lanzillotta (così come utilizza senza problemi pezzi delle manovre di Tommaso Padoa-Schioppa e persino di Vincenzo Visco, con uno spirito nuovo, senza più acredine). Ma rifiuta di fare la figura del fesso, di agire solo nel classico spirito prodiano della fase 2: adesso vi tasso come un matto, poi restituirò. La fase 1 e la fase 2 marciano insieme: mentre liberalizzo, colpisco anche le rendite ingiustificate dal mercato. Potrei fare altri esempi, ma il consiglio che vi do è: ascoltate la sua musica. È di qualità.

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Le radici ideologiche del Prodismo

Martedì, 29 Gennaio 2008

Viene al pensiero l’ipotesi che la fuoriuscita di Clemente Mastella dalla maggioranza sia giunta come il cacio sui maccheroni a Romano Prodi, che sentiva finito il tempo del suo governo dopo l’immondezzaio napoletano e l’oltraggio fatto al Papa. Troppo per impersonare il governo del Paese e associare il proprio nome a una degradata immagine dell’Italia, a cui ora egli vuole sottrarsi come uomo di governo. Dal potere oggi Prodi fugge, dopo avere occupato tutti i poteri che sono occupabili all’interno di spazi che contano. Ha realizzato la sistemazione delle banche italiane secondo l’interesse dei suoi amici, ha stabilizzato quel potere di fatto legato alla sua persona che gli ha permesso di sopravvivere alla fine della Dc. Se riuscirà a mettere la sua impronta sulle seicento nomine che il fedele amico Aldo Rovati ha ora nel suo cassetto, egli sa che avrà un posto nel potere reale italiano ancora tanto legato allo Stato, mediante un personale politico che a lui deve i posti che occupa. È stata una presa del potere che va oltre il ruolo delle istituzioni e si fonda sui poteri economici dello Stato e del governo.
Ma Prodi non rinuncia ad esercitare il suo controllo sul «prodismo» nel Partito democratico, a cui egli ha imposto, con la descrizione dell’Italia come un Paese di evasori fiscali e di corruzione politica, l’immagine del suo governo come il governo etico del buon costume. Egli ha delegittimato Berlusconi come rappresentante omogeneo del Paese e al tempo stesso di delegittimare il Paese come omogeneo a Berlusconi. Ciò spiega perché egli accetti che il suo governo sia fondato per principio sul dissenso degli elettori, lasciandone il costo politico ai partiti della maggioranza. Vuol mostrare che egli, Prodi, è differente dal suo Paese e che la maggioranza degli italiani e Berlusconi sono della medesima pasta. Quanto agli alleati di governo egli lascia a loro il compito di definirsi: egli definisce soltanto se stesso. Sentirsi l’uomo dell’Europa in Italia nel momento in cui il Paese appare come degradato agli occhi del mondo grazie all’impotenza e all’insuccesso della maggioranza di Prodi, non gli conviene: e perciò Prodi se ne va. Ma Berlusconi deve essere delegittimato e semmai deve essere diluito in un lento governicchio più blando di quello attuale, che conduca il Paese al 2009.

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"Ideologia" la parola impronunciabile

Mercoledì, 16 Maggio 2007

Ideologia e ideologico sono diventati dei termini impronunciabili. Utilizzarli nel corso di una conversazione significa attirarsi gli anatemi dei presenti. Quella di cui sono oggetto non è solo una crisi di rigetto – dopo anni e anni di loro abuso – ma una vera e propia scomunica. Ideologia è la parola laica che corrisponde a religione e quindi, come tale, subisce gli stessi strali di cui è destinataria la prima. La ns società non tollera che la vita, il reale possa essere ricondotto ad un modello intelligente, in ragione del quale agire e concepire l’azione. L’assunto dal quale muove questa crociata anti-ideologica è che tutto è relativo, per cui nessuna ideologia è ammissibile se non – ma nessuno sembra renderserne conto – quella concernente il relativismo stesso. Vero è, infatti, che se tutto è relativo anche questa espressione dovrebbe essere considerata come relativa. Ed invece è l’unica che viene assunta come indiscutibile postulato di principio!