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L’Italia non è una nazione meticcia (by Sartori)

Mercoledì, 19 Giugno 2013

l governo Monti era un po’ raccogliticcio, ma forse per la fretta e anche perché Monti non apparteneva al giro dei nostri politici e di molti di loro sapeva poco. Ma Letta i nostri politici li conosce, è del mestiere; eppure ha messo insieme un governo Brancaleone da primato. Grosso modo, metà dei suoi ministri e sottosegretari sono fuori posto, sono chiamati ad occuparsi di cose che non sanno. Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra «nera» Kyenge Kashetu nominata Ministro per l’Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis ?

Dubito molto che abbia letto il mio libro PluralismoMulticulturalismo e Estranei, e anche un mio recente editoriale su questo giornale nel quale proponevo per gli immigrati con le carte in ordine una residenza permanente trasmissibile ai figli. Era una proposta di buonsenso, ma forse per questo ignorata da tutti. Il buonsenso non fa notizia.

 

Sia come sia, la nostra oculista ha sentenziato che siamo tutti meticci, e che il nostro Paese deve passare dal principio dello ius sanguinis (chi è figlio di italiani è italiano) al principio dello ius soli (chi nasce in Italia diventa italiano). Di regola, in passato lo ius soli si applicava al Nuovo Mondo e comunque ai Paesi sottopopolati che avevano bisogno di nuovi cittadini, mentre lo ius sanguinis valeva per le popolazioni stanziali che da secoli popolano determinati territori. Oggi questa regola è stata violata in parecchi Paesi dal terzomondismo imperante e dal fatto che la sinistra, avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile.

Per ora i nostri troppi e inutili laureati sopravvivono perché abbiamo ancora famiglie allargate (non famiglie nucleari) che riescono a mantenerli.

Ma alla fine succederà come durante la grande e lunga depressione del ’29 negli Stati Uniti: a un certo momento i disoccupati saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro, anche i lavori disprezzati. Ma la Ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è «fattore di crescita», visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che «imprenditore» è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?

La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese «meticcio».Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava «moglie e buoi dei paesi tuoi». E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini «integrati».

Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro. Più disintegrati di così si muore. g. sartori corriere.it

Obama scheda gli immigrati

Martedì, 5 Ottobre 2010

E ora che diranno di Obama? Che è ancora un progressista, un difensore dei deboli e degli oppressi? O scriveranno che si comporta come un bieco reazionario? Più probabilmente non diranno nulla. Opteranno per il silenzio lasciando che una rivoluzione prenda avvio. Non a favore, ma contro l’immigrazione, adottando una misura che Hollywood aveva già previsto, nel film Minority Report, ambientato nel 2054. Siamo nel 2010 e la realtà supera la fiction. E che realtà! Il presidente che solo due anni fa accendeva le speranze del mondo è costretto, di fatto, a rinnegare i valori per i quali si è sempre battuto e che rappresentano un aspetto fondamentale della sua identità. Il primo presidente nero e figlio di padre kenyota, ha deciso di schedare gli immigrati usando l’unico metodo di riconoscimento che gli esperti considerano infallibile: il controllo dell’iride.
Fino a oggi i clandestini di tutto il mondo potevano facilmente cancellare o comunque cambiare la propria identità. Le impronte digitali si cancellano, i passaporti si taroccano, l’aspetto fisico può essere camuffato. Un irregolare arrestato ed espulso può facilmente riprovarci creandosi una nuova identità. Ma se l’iride è stato fotografato, qualunque travestimento diventa inutile. Questa parte dell’occhio rimane immutata fino alla morte. Rappresenta l’identikit perfetto, supportato da tecnologie sempre più precise, che consentono registrazioni persino a due metri di distanza. Una volta che i dati di una persona sono immessi nel cervellone elettronico, questa è schedata per sempre. Il provvedimento verrà provato in via sperimentale in Texas per un paio di settimane e se darà risultati positivi, come in Irak, dove è stato perfezionato su migliaia di potenziali sovversivi, verrà esteso a tutto il Paese. E forse verrà ampliata anche «l’Operazione Streamline». Non ne avete mai sentito parlare? Ovvio, è un’altra notizia, che come capita sovente, è ignorata benché molto significativa. Trattasi di un provvedimento che consente di processare e condannare in giornata i clandestini catturati al confine. Processi sommari, quasi di massa. Per ora la media è di 700 al giorno, ma il Dipartimento della Homelande Security, ovvero il ministero dell’Interno statunitense, vorrebbe che salissero a mille. La regola è chiaramente anticostituzionale, ma l’America che apriva le braccia del suo mondo ai diseredati dando una seconda chance a tutti, l’America dove lo stato di diritto era sacro, se ne infischia. E tira dritto. Anche se la Casa Bianca non è più abitata dal conservatore Bush, ma dal progressista Obama; il quale non lo proclama perché non sta bene; è politicamente scorretto. Ma lo fa, eccome se lo fa. Solo una certa sinistra italiana ed europea, continua a credere al mito di una società, bella, buona, giusta e multietnica e multiculturale. Il loro idolo, Obama, promuove politiche che, a ben vedere, non sono molto diverse da quelle di un Maroni o di un Sarkozy; a riprova del fallimento di tutti i modelli di integrazione da quello francese a quello britannico, da quello olandese a quello americano. E a conferma dell’esasperazione della società civile, in Europa come in America, che non sopporta più l’impatto disgregante sul tessuto sociale, di un’immigrazione ormai fuori controllo. Così fan tutti, ormai. La differenza è di forma. La destra lo urla e scoppiano le polemiche. Obama lo sussurra e, grazie alla compiacenza della grande stampa, la fa franca. Ma ha capito che per vincere deve dichiararsi di sinistra, ma poi attuare politiche di destra. Clinton, Schroeder, Blair erano maestri in quest’arte. L’importante è calibrare bene il messaggio, salvando le apparenze. Al resto pensano gli spin doctor ovvero i grandi manipolatori dell’opinione pubblica. Magari anche a camuffare l’inquietante rischio insito nel controllo con l’iride, che oggi è applicato ai clandestini e domani, magari, a tutti i cittadini; i quali potrebbero essere controllati nella vita di tutti i giorni, con l’ausilio di semplici telecamere, destinate a diventare sempre più sofisticate. Un moderno, orwelliano Grande Fratello, come nel film Minority Report. E proprio con la primogenitura di colui che prometteva un mondo migliore, trasparente e più giusto. Alleluia. m. foa

Quei “mostri” figli del buonismo di sinistra

Lunedì, 3 Maggio 2010

Tra gli esempi recenti di «accoglienza» all’italiana non c’è che l’imbarazzo della scelta. Si va dall’emigrato bastonato (pare) dai carabinieri a Parma, al rom perito nell’incendio di in una catapecchia a Roma, al ragazzino ucciso a Genova dalle esalazioni di una stufetta di fortuna dopo che al padre moroso era stato tagliato il gas.
Ma a rivelare meglio l’ambiguità del prevalente concetto di accoglienza è il caso dei due polacchi morti nel crollo a Napoli di un edificio occupato da clandestini. La tragedia è avvenuta in pieno centro. Che l’abitazione fosse pericolante era notorio. Lo stesso proprietario aveva chiesto l’intervento dei vigili per sgomberarla. Sul perché la denuncia non abbia avuto seguito possiamo solo congetturare. Immaginiamo allora che la cosa sia venuta alle orecchie del sindaco, la pia signora Rosa Russo Jervolino, o dei suoi fiduciari parimenti timorosi di Dio e colmi di amore per il prossimo. Si saranno perciò detti: «Possiamo noi togliere un tetto a ‘sti criature e imporre la legge a scapito dell’umanità? Già non hanno nulla, se gli sottraiamo anche questo va a farsi friggere il proverbiale cuore napoletano. Allora che restino, nel nome del Signore e della giunta di centrosinistra». Così, sono morti i due polacchi. Questa, e non altra, è da un ventennio la più diffusa filosofia italiana sull’immigrazione. Un evento caotico che supera numericamente le invasioni cosiddette barbariche di 1.500 anni fa e che dovrebbe essere affrontato senza tabù. Specie dall’Italia, la più vulnerabile delle nazioni Ue per la posizione di molo allungato nel Mediterraneo.

Non tutti i profughi si fermano da noi ma tanti trovano qui il primo approdo dal mare o per terra, via Trieste e Gorizia. Bisognerebbe preordinare gli ingressi, programmare la distribuzione sul territorio dei nuovi arrivati, creare canali per chi è di passaggio, avere un progetto per coloro che pensano di restare. Tutti, invece, sono lasciati allo sbando. Una quota si integra, la più cospicua è sfruttata, il resto delinque. Scenario opposto a quello della Germania, la nazione Ue con più stranieri, dove si evita la retorica, si applica il cervello e l’integrazione è un fatto. Da noi, all’opposto, abbondano gli struzzi che non agiscono nel timore di essere accusati di perfidia.
A impedire la razionalizzazione del problema sono soprattutto sinistre e cattolici. Con imbelle fatalismo considerano i flussi ineluttabili come fenomeni naturali. Dirigisti in tutto, sono in questo per uno sbrigliato laissez faire all’insegna del buonismo. La conseguenza è che campagne e metropoli hanno ripreso la fisionomia dell’immediato dopoguerra. Accattoni, nuovi poveri, legioni di sottopagati, integrazione zero. Se la destra – più consapevole dei risvolti negativi dell’abulia – propone soluzioni, dai pulpiti delle chiese e dal quartiere generale delle sinistre si urla al razzismo. Proibito respingere; riaccompagnare ai confini; accelerare l’apprendimento dell’italiano in classi apposite; sorvegliare moschee fanatiche; imporre comportamenti da normali cittadini a rom o a poligami islamici; controllare le attività di China Town; irrompere quotidianamente nei ghetti della droga per rendere impossibile la vita degli spacciatori, ecc. Se ti azzardi, c’è sempre il Paolino Ferrero di turno che si indigna dicendo che, invece di combattere mafia, ’ndrangheta e camorra, lo Stato se la prende con i deboli, i poveri cristi, gli ultimi. Così gli stranieri vivono nell’illegalità e gli italiani nella paura. L’immigrazione sregolata ha diffuso i pericoli un tempo confinati alle zone malavitose d’Italia. A una peste nazionale se n’è aggiunta una di importazione. Il fatto poi che tanti stranieri trovino il loro posto e abbiano successo, non compensa l’alta percentuale degli esclusi. L’integrazione, quando avviene, è frutto del caso non di un disegno.

Impotenti nei fatti, sinistre e cattolici eccellono invece nel ripetere come robot le due argomentazioni tra cui oscillano. Quella utilitarista: abbiamo bisogno degli stranieri perché si accollano i mestieri che gli italiani rifiutano. Tacciono però le condizioni subumane – tipo Rosarno – che sono costretti ad accettare. E questo è cinismo. Oppure la litania buonista: accogliere è un dovere, il mondo è di tutti. E questo è scaricare sui cittadini l’inettitudine dei politici a elaborare soluzioni logiche. La principale: ridurre i flussi. Se un giorno ne usciremo lo dovremo a gente come il ministro leghista dell’Interno che – infischiandosene delle accuse di crudeltà e altre baggianate – è riuscito quest’anno a dare una stretta che, interrompendo il tumulto degli arrivi, permetterà di integrare gli sbandati che già pullulano tra noi. Tanto più meritevole, Maroni, in quanto va contro gli interessi di bottega della Lega che sull’accoglienza fasulla teorizzata dal cattosinistrismo ha finora costruito molte delle sue fortune elettorali.
E arriviamo al punto. Il colossale fenomeno migratorio, così platealmente trascurato per lustri, ha cambiato alla radice la geografia politica italiana. La sinistra sorda è stata emarginata e l’asse si è spostato a destra nella speranza – finora parzialmente soddisfatta – di maggiore concretezza. L’elettorato si è stufato dei vuoti predicozzi delle Rosy Bindi e delle Livia Turco, poi scimmiottate da Gianfranco Fini che si è unito al coro e dato la zappa sugli alluci. Costoro, incapaci di affrontare con franchezza il dibattito e cercare soluzioni autentiche, hanno alzato la posta. Gli italiani chiedevano ordine e sicurezza, gli immigrati lavoro e strutture. Loro, invece – come un giocatore di carte che, invitato a cuori, risponde a picche – hanno parlato d’altro: di estendere agli immigrati il voto amministrativo, poi quello politico, di naturalizzare in fretta gli adulti, all’istante i neonati, ecc. Hanno riversato su individui che mancano dell’essenziale e su cui cadono in testa le bicocche napoletane, una cornucopia di diritti astratti e al momento superflui. È come se a degli studenti fuori sede che chiedono affitti a poco prezzo, accesso all’università o borse di studio, il sindaco, in mancanza, conferisse la cittadinanza onoraria. Una presa per i fondelli.

Che i responsabili del capolavoro siano ora puniti alle urne, è davvero il minimo che gli potesse capitare.

p. perna ilgiornale

la lotta continua delle identità negate

Mercoledì, 10 Ottobre 2007

La sua scrivania è di un ordine disarmante e tutti gli oggetti sono posti con meticolosa progressione. Un’agenda, una rubrica telefonica, pochi fogli bianchi e un computer, ma se lo sguardo va in basso quella stessa scrivania sembra un fortino assediato da pile di libri e quaderni di appunti. Alessandro Pizzorno è molto orgoglioso del suo lavoro all’Istituto universitario europeo a Fiesole, dove è docente emerito. «Era molto tempo che non incontravo un ambiente di lavoro così creativo. Anche gli studenti non sono da meno. Anzi posso dire che sono tra i migliori che ho incontrato nella mia lunga carriera. Se devo fare un paragone devo ricordare quelli del Sessantotto milanese. Ero quasi sempre in disaccordo, ma le discussioni che ho avuto con loro sono state tra le più stimolanti che ho avuto».
Incontrare Alessandro Pizzorno è come ripercorrere le tappe che hanno segnato il Novecento delle scienze sociali e, al tempo stesso, riavvolgere il filo della storia repubblicana d’Italia. Ricorda la Milano del dopoguerra e il clima pregno di speranze per una sprovincializzazione della cultura italiana. La sua presenza alla Casa della Cultura, dove comunisti, socialisti e cattolici si incontravano per discutere cosa c’era di sbagliato nell’Italia reale e cosa andava fatto per costruirne un’altra di migliore. Ma evoca anche i suoi studi a Parigi, il lavoro di ricerca al centro studi dell’Olivetti, l’insegnamento a Urbino, Theran, Oxford, Harvard. Anni di passione civile durante i quali scrive alcuni saggi che lo fanno conoscere molto più all’estero che non nel nostro paese. Quando Alessandro Pizzorno lascia l’Italia per Harvard è già considerato un decano della sociologia. Il suo recente ritorno in Italia è segnato da alcuni saggi dedicati a quella crisi della democrazia delle società capitalistiche che Pizzorno mai definirebbe crisi, quanto fenomemi da studiare per comprendere appieno come funziona la società. Il suo ultimo lavoro – Il velo della diversità (Feltrinelli, pp. 411, euro 30) – può tuttavia essere considerato il consuntivo della sua riflessione attorno allo statuto delle scienze sociali. E l’intervista, avvenuta nelle stanze protettive dell’Istituto universitario europeo di Fiesole, parte dai compagni di viaggio che Pizzorno ha avuto nella sua attività di studioso.
Lei dedica critiche durissime all’individualismo metodologic. Uno dei compagni di strada di questa critica è Albert Hirshman e la sua tassonomia dell’azione sociale (la defezione, la protesta, la lealtà)…
Hirshman è senza dubbio un autore importante perché la sua riflessione non partiva dalla convinzione che la realtà sociale potesse essere spiegata partendo dalle strategie individuali di massimizzare i propri interessi. Ne abbiamo parlato molte volte negli incontri che abbiamo avuto. Siamo stati sempre in sintonia sul carattere «sociale» del comportamento umano rispetto a quelle spiegazioni che privilegiavano le intenzionalità, le passioni, gli interessi individuali. Poi abbiamo preso strade diverse e ci siamo, come si dice, persi di vista. In questa mia esplorazione dell’azione sociale mi sono imbattuto in autori, come ad esempio il filosofo Donald Davidson, secondo i quali c’è razionalità in un’azione sociale quanto essa è coerente con le intenzioni degli attori sociali. Una spiegazione seducente certo, che pone tuttavia un problema: siamo così sicuri di sapere appieno quali siano le intenzioni, i desideri, insomma la ratio degli attori coinvolti in un’azione? Ne dubito. Noi sappiamo solo ciò che vediamo. Dunque, un ricercatore deve recepire un’azione e al stesso tempo situarla. Deve cioè interpretarla.
Lei sostiene che società può essere una parola fuorviante se non adeguatamente qualificata. Infatti, lei preferisce parlare di «cerchia di riconoscimento», quasi che le relazioni di prossimità spieghino il perché e il come delle relazioni sociali. Solo in base a questa preliminare interpretazione si possono arricchire di specificazioni successive….
La cerchia di riconoscimento non coincide solo con le realzioni di prossimità. Può indicare anche un partito, un sindacato, un’impresa, una nazione. Vorrei però introdurre un altro concetto, quello di «reidentificazione». Quando io voglio spiegare un fatto o un evento, come si dice nella nostra contemporaneità, mi trovo di fronte a una situazione in cui è stata attribuità una identità alle persone. Il ricercatore deve tuttavia compiere un’operazione preliminare: deve reidentificare la persona alla luce di quanto accaduto nella realtà in seguito all’azione che compie. Prendiamo una ragazza di religione musulmana che decide di indossare il velo quando va a scuola in Francia o in Italia, dove indossare un velo è segnato da un disvalore: ma cosa accade quando lo indossa? come modifica i comportamenti degli altri? La risposta a queste domande svela la razionalità dell’azione e al tempo stesso svolge appunto un lavoro di reidentificazione, perché la ragazza stessa è modificata da quell’azione. La chiave di tutto per me sta proprio nel riconoscimento: si compiono delle azioni perché vogliamo essere riconosciuti, cioè vogliamo la stima, la fiducia e acquisire visibilità nel nostro gruppo di riferimento.
Sono stato spesso accomunato al filosofo tedesco Alex Honneth, ma mentre lui intende il riconoscimento come rispetto degli altri, io preferisco rifarmi a quanto sostiene Hegel a proprosito del servo e del padrone: diventano l’uno servo, l’altro padrone, quando c’è riconoscimento reciproco. Da questo punto di vista aderisco totalmente a una certa ortodossia sociologica che privilegia le relazioni sociali alle intenzioni degli individui. Dunque Max Weber di quando faceva ricerca, Emile Durkheim studioso della società, Karl Marx e la centralità dei rapporti sociali. Il mio è solo un contributo per uscire fuori dalla condiszione disastrosa in cui siamo caduti a causa dell’egemonia dei teorici della scelta razionale e della intenzionalità come motore dell’azione.
Lei parla spesso parla di capitale sociale in termini polemici con la concezione economicista che spesso accompagna questo concetto…..
È un concetto che ha una lunga storia. Ci sono le reti sociali ampiamente studiate da Mark Granovetter. C’è poi Robert Putnam, ma che recentemente ne dà una lettura minimalista, quasi che il capitale sociale sia espressione di una generica tendenza ad avere rapporti di buon vicinato Allo stesso tempo, Pierre Boudieu ha parlato di capitale sociale in relazione al possesso di alcune risorse (relazionali, di know how). Dal mio punto di vista il capitale sociale non si rifereisce a relazioni di scambio, né al semplice incontro casuale tra persone. Non si può parlare di capitale sociale quando ci troviamo di fronte a relazioni di ostilità, conflittuali o di sfruttamento. Possiamo dunque parlare di capitale sociale solo in presenza di relazioni continuative nel tempo, segnate da solidarietà e reciprocità e in cui è possibile che le identità dei partecipanti siano riconosciute.
Lei parla di identità sempre all’interno di una relazione duale: io e l’altro. Mi sembra invece che la tematica della identità debba introdurre un’altra figura che va a comporre un triangolo. Possiamo chiamarla uditorio, oppure dell’intervento esterno del ricercatore. In altri termini, si può parlare di identità solo in un rapporto triangolare, dove il terzo partecipante alla relazione «certifici» l’identità di entrambi di partecipanti alla relazione. Lei che ne pensa?
Non avevo mai pensato a una terza figura che attesta il riconoscimento. Ci devo pensare, ma se analizziamo il riconoscimento dell’identità effettivamente c’è bisogno di una terza figura, che potremmo chiamare il «certificatore», che attesta le identità delle persone coinvolte nella relazione. Ripeto: non so se sono d’accordo con questo schema, ma è uno schema a prima vista convincente..
La maschera è una costante nella sua riflessione. Possiamo però pensare all’identità come una maschera…..
Certo, l’identità è una maschera che posso indossare per presentarmi come nordafricano, nero, musulmano, cioè in base a tipologie e tassonomie di persone e gruppi umani che vogliono presentarsi con alcune caratteristiche immutate nel tempo. Sappiamo, però, che non è così, perché l”identità si definisce in una relazione, sia all’interno di uno stesso gruppo che al di fuori del gruppo. Soltanto che si pone un primo problema: se la mia identità di nordafricano, nero, musulmano non viene accettata dagli altri, cosa faccio? Posso lavorare a quelli che Alain Touraine chiama i meccanismi di integrazione. Ma questo aggiustamento della maschera è un tradimento dell’identità «certificata». La stessa rivendicazione di una identità originaria è tuttavia un tradimento, perché, ripeto, c’è identità all’interno di relazione sociale. Dunque la maschera consente di presentarmi alla relazione con l’altro, ma così facendo accetto il fatto di doverla continuamente modificare all’interno di questa relazione.
Sul tema identità e globalizzazione è stato scritto molto. Una cosa però è certa: l’identità, in un mondo globale, è sia un riparo attraverso il quale possiamo essere riconosciuti. Ma anche il manufatto per entrare a forza nella cerchia di riferimento che è la società globale.
Si, è un riparo dietro il quale ci difendiamo dai fattori «destabilizzanti» della globalizzazione. Ma anche lo strumento attraverso il quale possiamo essere riconosciuti. Indossiamo quindi la maschera e poi la modifichiamo per poter essere riconosciuti anche quando viene la usiamo per criticare i meccanismi di integrazione della globalizzazione. Oscilliamo cioè tra integrazione e rifiuto.
Lei dunque tende ad escludere che un’identità possa essere inventata, meglio immaginata, per parafrasare il libro di Benedict Anderson «Le comunità immaginarie»?
Non escludo questo, ma aggiungo solamente che una volta inventata o immaginata deve essere riconosciuta, altrimenti torniamo a spiegare la società in base alle intenzioni dei singolii. È solo nel riconoscimento che un singolo o un gruppo sociale può esercitare la voice, l’exit o la loyalty. Il riconoscimento è infatti indispensabile, perché garantisce visibilità, reputazione, dignità.
Mi viene spesso obiettato che in passato non c’erano solo lotte per il riconoscimento, ma anche lotte di classe. Dal mio punto di vista anche quelle degli operai o dei proletari se preferisce erano lotte per il riconoscimento. Non si lotta solo per avere dei vantaggi, ma sopratutto per essere riconosciuti. Certo entriamo in un terreno ambiguo, perché accanto all’identità emerge il suo corollario, la diversità. Il riconoscimento non è mai indolore. E infatti può essere l’esito di relazioni molto conflittuali, perché all’interno di ogni relazione è sempre presente la minaccia di andarsene e dimostrare che non hai bisogno dell’altro. È come nel rapporto amoroso, che è sempre una relazione conflittuale perché è latente la possibilità che uno dei due partner renda operativa la minanccia di andarsene, abbandonando così l’amato o l’amata.
In passato ho molto studiato i conflitti di lavoro e mi sono trovato di fronte delle situazioni paradossali, specialmente negli Stati Uniti. Poteva esserci un imprenditore che offriva 200 dollari in più per un determinanto tipo di lavoro e gli operai rifiutavano perché quel lavoro avrebbe comportato il tradimento della propria identità e dell’apparato di riconoscimento che avevano contribuito a costruire. Può sembrare un assurdo un comportamento così «disinteressato», visto che dalla mattina alla sera c’è sempre qualcuno che sentenzia sulla tendenza innata dei singoli a massimizzare i propri interessi. Eppure accade il contrario, perché il riconoscimento vuol dire solidarietà, reciprocità, comunanza.

(continua…)