Articolo taggato ‘Internet’

Il Web sta umiliando la carta stampata

Giovedì, 15 Novembre 2012

Pur in una giornata drammatica, sembrava di sognare, ieri, a guardare i principali siti internet. Era tutto un rimbalzare di foto e immagini dove si vedevano poliziotti che manganellano alle spalle o si accaniscano su ragazzi a terra. Imparata la lezione di Genova, chi scende in piazza oggi riprende e fotografa tutto, per poi rilanciare le immagini in tempo reale sui social network.

STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegSTUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

Milioni di persone navigano in questo “disordine” informativo per ore, fino a notte inoltrata, si fanno un’idea della giornata e magari riflettono su cosa voglia dire avere un prefetto ministro degli Interni e un ammiraglio alla Difesa. La crisi economica è un fatto vero, ma fa comodo trasformarla in un problema di “ordine pubblico”.

STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegSTUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

Poi uno apre i giornali, e le notizie spariscono. Foto e video sono embedded. I cronisti anche, perché sono gli stessi incaricati di recuperare notizie di cronaca giudiziaria da Sco, Ros e servizietti segreti. Il risultato è totalmente straniante, anche solo confrontando i siti internet e la versione cartacea delle stesse testate.

ROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

I direttori di giornale si tengono alla larga dal commentare, perché sarebbero costretti a inimicarsi o il premier o i lettori. Con qualche eccezione come Antonio Padellaro, che sul Fatto scrive: “Ieri le nostre piazze e le piazze d’Europa erano affollate di impiegati, insegnanti, ricercatori, commercianti, espressioni di un ceto medio massacrato dai tagli e mortificato nella propria funzione sociale. C’era soprattutto una massa di giovani senza occupazione. Frustrati, esasperati, abbandonati. A cui nessuno vuole dare una risposta. E allora presidente Monti, non è anche questa violenza? E la peggiore?”

ROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegROMA STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

2. CRONICHE IMMANCABILI
“Sereno, il nuovo questore di Roma Della Rocca ha fatto sapere al Viminale di avere i video di tutti gli scontri. Insomma, questo per dire che non ci sono stati episodi ‘censurabili’, reazioni particolarmente violente da parte delle forze dell’ordine” (Guido Ruotolo, Stampa p. 2, “il Retroscena”).

MILANO STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpegMILANO STUDENTI IN PIAZZA SCONTRI IN TUTTA ITALIA jpeg

“Una seconda avanguardia ha raggiunto la sede della provincia di Torino a palazzo Cisterna. Molti arredi sono stati presi dall’interno e accatastati in mezzo alla strada, mentre una decina di manifestanti è salita al balcone del piano nobile per srotolare striscioni e issare l’IMMANCABILE vessillo NoTav” (Stefano Caselli, figlio di, sul Cetriolo Quotidiano, p. 2).

“La guerra dei filmati scoppia in serata quando comincia a montare la polemica sugli episodi di guerriglia che hanno segnato questa giornata di protesta nelle città italiane. Televisioni e siti internet trasmettono i video girati durante le manifestazioni, mostrano studenti trascinati via dal corteo, buttati per terra, presi a manganellate dagli agenti, alcuni in borghese e con il casco in testa. Al Viminale c’è grande preoccupazione, l’IMMAGINE della polizia può subire un altro durissimo colpo” (Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera, p. 5).

a cura di COLIN WARD e CRITICAL MESS via dagospia

C’è un interner segreto: 550 volte più grande

Martedì, 10 Aprile 2012

«Follow the Money» (Insegui il denaro) è uno dei princìpi investigativi chiavi di ogni indagine moderna. Non a caso la Gola Profonda dello scandalo Watergate dà questo suggerimento ai giornalisti del «Washington Post» Bob Woodward e Carl Bernstein durante un incontro segreto in un parcheggio della capitale americana. Seguendo i soldi arriveranno fino all’ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Da allora, le polizie di tutto il mondo hanno adottato questo precetto. Se non è possibile risalire alla fonte del denaro, la maggior parte dei reati commessi dalla criminalità organizzata non possono essere svelati. Ma ora esiste una valuta virtuale che rende impossibile rintracciare l’identità di chi effettua pagamenti illegali. E le polizie di diversi Paesi temono che la preda stia scappando di mano. Un gruppo della polizia inglese che indaga i reati telematici ha spiegato ai giornalisti di «Channel 4» perché questo sviluppo è particolarmente significativo. Innanzi tutto c’è un Internet pubblico, dominato da Google, Facebook, e Gmail, dove possiamo trovare quasi tutto quello che ci serve, dai giornali, agli orari ferroviari, alle ricette della nonna. Siamo in grado di accedere a questo tesoro di risorse e di informazioni perché i siti sono indicizzati dai motori di ricerca standard, come Google (che controlla più dell’ottanta per cento di questo traffico), Yahoo e Bing. Ed esiste un Internet segreto, cui non si accede attraverso i motori di ricerca convenzionali. Per entrare in questo mondo parallelo bisogna scaricare un programma speciale. Una volta installato questo programma, si può accedere, senza lasciare tracce telematiche, al web «profondo» o «nascosto». Che è molto più grande del web palese.Secondo uno studio del 2001 di Michael Bergman, dell’università di Santa Barbara, in California, i dati presenti nel web nascosto erano nel 2001 dalle 400 alle 550 volte di più di quelli presenti sul web pubblico. Alcuni di questi siti sono innocui, e contengono pagine tecniche o interamente private. Altri sono invece dei grandi bazar dove è possibile compare e vendere di tutto, dai passaporti falsi agli strumenti per clonare carte di credito, droga e materiale pornografico. Uno di questi bazar virtuali è Silk Road. A prima vista, sembra un sito simile a eBay.Ma il sottotitolo recita: anonymous market place. In una schermata descritta in un articolo di Adrian Chen pubblicato sulla rivista Wired, sono elencati dieci tipi diversi di droghe, tra cui marijuana, ecstasy, hashish, droghe psichedeliche e oppiacei. Un altra directory offre «prodotti digitali», e una terza non meglio precisati «servizi». Ma non si può comprare proprio di tutto. Una nota avverte: «Annunci per la vendita di strumenti per commettere omicidi e armi di distruzione di massa non sono permessi su questo sito»! Fino a non molto tempo fa, le polizie postali potevano però contare sul principio «Follow the Money». In molti casi erano proprio i tentativi di pagare che permettevano agli investigatori di rintracciare acquirenti e venditori di merci illegali. In presenza di fondati sospetti, Visa e Paypal aprivano i loro archivi e rivelavano l’intera storia di una transazione sospetta. Ora esiste un modo per sfuggire a questi controlli. Dal 2009, si può usare una valuta virtuale che ha preso piede negli ultimi due anni, i Bitcoins. Slegati da una banca centrale o un governo, i Bitcoins sono generati automaticamente da una serie di computer in rete tra loro. Un sistema di crittografia assicura che il legittimo proprietario sia l’unico ad usare una unità per una sola volta. Ogni anno, la massa valutaria aumenta secondo un algoritmo prestabilito, facendo in modo di evitare spirali inflazionistiche. Ammettiamo dunque che volessi comprare delle pillole di ecstasy. Come procedo? Innanzi tutto cerco sull’Internet pubblico un cambia-valuta di Bitcoins, come ad esempio il sito Intersango (https://intersango.com/ ). Qui posso pagare con la mia normale carta di credito e comprare Bitcoins (un bitcoin costa circa 3 euro e settantaquattro centesimi). Una volta scaricata la valuta virtuale sul mio computer, entro nel web segreto e appare sul mio computer la schermata di Silk Road. Giunto nel bazar virtuale, seleziono le pillole di ecstasy e pago in Bitcoins. Dopo aver ricevuto la merce (di solito per posta), posso anche lasciare sul sito un commento sulla transazione così da far crescere la reputazione del venditore, come avviene su eBay e Amazon. A sua volta, chi viene pagato può facilmente riconvertire i Bitcoins in euro, dollari o sterline. La chiave di questo sistema è la possibilità del tutto legale di cambiare i Bitcoins in denaro. Questa valuta è usata anche per molte transazioni legittime sul web pubblico, e ha il vantaggio di tagliare fuori le banche e i gestori di carte di credito, e quindi azzerare i costi di transazione. All’origine dei Bitcoins vi sono, secondo Wired, gli ideali dell’Agorismo, una filosofia anarco-capitalista che predica l’avvento di una contro-economia dove i mercati sono privi di regole e sfuggono ad ogni forma di tassazione. Il mercato nero è l’ideale degli agoristi poiché libero da ogni interferenza statale. Ispirati dagli scritti di Ayn Rand, gli agoristi hanno anche il loro manifesto, The New Libertarian Manifesto, scritto nel 1980 da Samuel E. Konkin III. Nonostante i timori della polizia inglese, l’economia Bitcoins non supera i 57 milioni di dollari e alcuni errori tecnici (poi corretti) hanno fatto cadere il loro valore nel 2011. La gran parte del denaro criminale passa ancora attraverso le banche, che ripuliscono i narcodollari e i soldi delle nostre mafie, come avvertiva qualche anno fa Antonio Costa, direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla criminalità organizzata. Il pericolo maggiore dei bazar virtuali è l’offerta di materiale pornografico illegale. Transazioni economiche anche modeste si fondano su violenze ed abusi gravissimi. Piuttosto che bandire i Bitcoins o chiudere Silk Road, come vorrebbero due senatori americani, le polizie dovrebbero focalizzare le indagini proprio su quei venditori e cercare la collaborazione degli amministratori dei siti nell’Internet palese e segreto. Ad esempio, il fondatore di Intersango si è detto disposto a collaborare con le autorità per casi specifici. Ancora una volta, la soluzione sembra essere «Follow the Money».Federico Varese per “La Stampa

Cellulare, 4 cose utilissime

Martedì, 22 Novembre 2011

QUATTRO COSE CHE IL CELLULARE POTREBBE FARE Ci sono alcune cose che possono essere fatte in caso di gravi emergenze.Il cellulare può effettivamente essere un salvavita o un utile strumento per la sopravvivenza.Controlla le cose che puoi fare.PRIMO – EmergenzaIl numero di emergenza per il cellulare è il 112 in tutto il mondo. Se ti trovi fuori dalla zona di copertura della rete mobile e c’è un’emergenza, componi il 112 e il cellulare cercherà qualsiasi rete esistente per stabilire il numero di emergenza per te; è interessante sapere che questo numero 112 può essere chiamato anche se la tastiera è bloccata. Provalo.SECONDO – Hai chiuso le chiavi in ??macchina?La tua auto ha l’apertura/chiusura con telecomando? Questa funzionalità può risultare utile un giorno. Una buona ragione per avere un telefono cellulare: se chiudi le chiavi in ??auto e quelle di ricambio sono a casa, chiama qualcuno a casa sul cellulare dal tuo cellulare. Tenendo il tuo cellulare a circa 30 cm. dalla portiera, dì alla persona a casa di premere il pulsante di sblocco, tenendolo vicino al suo cellulare. La tua auto si aprirà. Così si evita che qualcuno debba portarti le chiavi. La distanza è ininfluente. Potresti essere a centinaia di km. e se è possibile raggiungere qualcuno che ha l’altro telecomando per la tua auto, è possibile sbloccare le porte (o il baule).N.d.r.: funziona benissimo! Lo abbiamo provato e abbiamo aperto l’auto con un cellulare!TERZO – Riserva nascosta della batteriaImmagina che la batteria del telefono sia molto bassa. Per attivare, premere i tasti *3370#Il cellulare ripartirà con questa riserva e il display visualizzerà un aumento del 50% in batteria. Questa riserva sarà ripristinata alla prossima ricarica del tuo cellulare.QUARTO – Come disattivare un telefono cellulare RUBATO?Per controllare il numero di serie (Imei) del tuo cellulare, digita i caratteri *#06#Un codice di 15 cifre apparirà sullo schermo. Questo numero è solo del tuo portatile. Annotalo e conservarlo in un luogo sicuro. Quando il telefono venisse rubato, è possibile telefonare al provider della rete e dare questo codice. Saranno quindi in grado di bloccare il tuo telefono e quindi, anche se il ladro cambiala scheda SIM, il telefono sarà totalmente inutile.  Probabilmente non recupererai il tuo telefono, ma almeno si sa che chi ha rubato non può né usarlo né venderlo. Se tutti lo faranno, non ci sarà motivo di rubare telefoni cellulari.ATM – inversione numero PIN (buono a sapersi!)Se dovessi mai essere costretto da un rapinatore a ritirare soldi da un bancomat, è possibile avvisare la polizia inserendo il PIN# in senso inverso. Per esempio, se il tuo numero di pin è 1234, dovresti digitare 4321. Il sistema ATM riconosce che il codice PIN è stato invertito rispetto alla carta bancomat inserita nella postazione ATM. La macchina ti darà il denaro richiesto, ma la polizia – all’insaputa del ladro – sarà mandata immediatamente alla postazione ATM.Questa informazione è stata recentemente trasmessa su CTV da Crime Stoppers, tuttavia è raramente usata perché la gente semplicemente non la conosce.Si prega di divulgare a tutti questo avvertimento.Questo è il tipo di informazioni che la gente non pensa di ricevere, perciò trasmettila ai tuoi familiari e amici. via gianfranco

L’idiozia dell’utente medio di Facebook

Venerdì, 7 Gennaio 2011

Su Facebook è apparsa una pagina titolata “Studenti di scienza del Nulla esultano per aver preso 24 in un esame con 50 pagine di testo da studiare”. Quasi duemila facebookers hanno approvato con un «Mi piace». C’è anche un link a un’altra pagina: «Sbattersi il libro in testa sperando che le nozioni entrino per osmosi». L’idea piace a oltre undicimila persone. Diceva Epitteto: «Non i fatti ma le opinioni muovono gli uomini». Ma come si muoveranno gli uomini, se non hanno più opinioni personali? La sparizione dell’apprendimento è un problema enorme. Ne ho discusso con Debra Spitulnik, docente di Antropologia alla Emoryuniversity di Atlanta. Per rianimare i suoi studenti ha fatto ricorso al teatro: gli attori si sono appassionati, gli spettatori no. Poi ha utilizzato la storia contemporanea, affrontando il contesto sociale delle “guerre per il Coltan” nel Congo. Anche in questo caso i risultati sono stati avvilenti. Secondo la docente, la generazione attuale si esprime troppo spesso per mezzo del click-attivismo, il «mi piace» di Facebook, appunto. Ciò limita la critica di eventi, film o pièce teatrali, al “buono” o “no buono” di Andy Luotto, al bianco oppure nero, trascurando la dialettica delle gradazioni intermedie. Ho replicato ricordando che la semiotica – alla fine del suo percorso – trova che la comprensione di un’opera d’arte sia la summa del pensiero. La difficoltà principale nasce dall’opposizione inavvertita tra testo e contesto. La cultura umanistica utilizzava il contesto per interpretare (per la guerra in Congo il quadro esterno ci parla del nuovo colonialismo economico e del Coltan, minerale utilizzato in tutte le apparecchiature tecnologiche, dal cellulare al computer allo Space Shuttle). Oggi la scuola ha cancellato il contesto e spacca il testo in cento pezzi separati. Un’opera come la Venere del Botticelli non è più percepita come un “fermo immagine” che connota infiniti rimandi culturali. Il quadro può essere correlato all’Accademia neoplatonica di Firenze e alla filosofia di Marsilio Ficino. Ci si può riferire all’Italia del Rinascimento, padrona del Mediterraneo. L’italiano era la lingua internazionale: inglesi e turchi non conoscevano le reciproche lingue, e quando nel 1583 Elisabetta I nominò il primo ambasciatore a Istanbul, le due parti utilizzarono l’italiano per comunicare. I documenti erano scritti in tre lingue e le relazioni diplomatiche erano gestite dai dragomanni, traduttori dall’inglese al turco e viceversa attraverso l’italiano. Fu Napoleone Bonaparte a uccidere definitivamente il Rinascimento, imponendo il francese. Pertanto la Venere del Botticelli rappresenta anche un’Italia angelica e pagana insieme, una dea che dominava il mare. Ma il quadro rappresenta anche una mediazione tra l’amore profano e l’amore spirituale, i cui simboli sarebbero il mare e la conchiglia sospesa tra terra e Cielo.
La lettura di un’immagine sta nell’occhio di chi guarda, ma come fare se il visitatore che entra nella Galleria degli Uffizi ha già una critica precucinata da altri, sintetica, informativa e on line? Si limiterà a guardare e passerà oltre. È questa la genesi della click-generazione. Un Giovane Werther formato dalle istituzioni scolastiche e dai social network, vedrà soltanto la conchiglia di Venere, o i due venti che spingono la dea, soltanto i melaranci o il mare. È come avere una malattia della retina che impedisca di vedere tutto il quadro e percepirne l’eros. Ma se si priva l’opera di ogni riferimento profondo, non ci sarà più attrattiva, come se si seguisse un film vedendo un decimo dello schermo. Si sceglierà un fumetto manga piuttosto che Sylvie di Gerard de Nerval. Intere generazioni stanno perdendo ogni traccia del passato: addio a Tolstoj, Stendhal, Elsa Morante, Omero, Shakespeare, Dante Alighieri. Addio a Giorgione, Tiziano, Canova. Addio anche a Cartesio, Spinoza, Kant, Voltaire, Lutero, Unamuno, Einstein. E comunque anche la visione globale – senza contesto – non basterebbe. Lo confermano i Teoremi di incompiutezza di Gödel, secondo cui ogni sistema culturale può essere descritto compiutamente solo dall’esterno: si deve sorvolare un territorio, per vederlo nella sua interezza. Perché oggi Icaro cade al suolo prima ancora di volare? La teoria più accreditata spiega il rifiuto della conoscenza con l’eccesso di informazioni prodotto dai media e dalla scuola, divenuta un altro medium di informazione, l’opposto di un istituto sociale di formazione.Contestualizzare troppi eventi storici o culturali, del resto, è una fatica immane, ed ecco perché il click-attivismo tende a essere il massimo risultato ottenibile dall’apprendistato scolastico. I giovani dell’era pre-Wikipedia potevano decidere i temi, la quantità e la profondità delle loro ricerche, senza avere trailer mirati su ogni cosa, dal libro alla palestra dove sono costretti ad andare, mentre le generazioni precedenti avevano cortili dove giocare senza sorveglianti adulti. Forse basterebbero i cortili a ridare libertà e passione ai giovani. Siamo di fronte a un processo di reificazione, in cui la scuola e i genitori insegnano l’arte di non essere soggetti della propria vita. Nelle cyber-case si diventa spettatori della vita altrui più che i registi della propria. Questa analisi fu compiuta dai filosofi della Scuola di Francoforte, emigrati dall’Europa agli Stati Uniti del secondo dopoguerra. Scriveva Herbert Marcuse, uno dei più lucidi anticipatori del movement americano (basato sul libertarismo e da non confondere con i movimenti europei, dominati dall’integralismo neomarxista): «Siamo di fronte al diffondersi di una nuova ideologia che descrive ciò che succede cominciando con l’eliminare i concetti capaci di comprendere ciò che succede (e ciò che significa)» (”L’Uomo a una dimensione”). Marcuse conferma con Humboldt e la semiotica che le parole non designano singoli oggetti, come vuole la cyber-civiltà, ma dei “concetti”. Come nell’incipit del Vangelo di San Giovanni, il Fondamento universale non è il Big Bang ma il Logos, fatto di logica e di intuito, come nella figura del computer Haldi in “2001, Odissea nello spazio” (acronimo di Heuristic e Algorithmic). L’intelligenza prevede un esodo dalle parole singole – i quark esterni delle cose – e cerca di non limitarsi al ragionamento algoritmico del bipartitismo universale. Il termine Hal per il sufismo indica uno stato mentale che si raggiunge attraverso la meditazione. Infine Hal è anche la Hardware Abstraction Layer, un’interfaccia tra hardware e software, per mezzo del sistema operativo. In questo senso la Venere del Botticelli è “hal”, cioè equilibrio perfetto tra anima (software) e corpo (hardware). p. della sala riformista

Cameron, quale?

Mercoledì, 29 Dicembre 2010

cameron_diazCameron Diaz e non David Cameron. Cercavamo una foto per incorniciare il post sulla democrazia elettronica varata dal premier inglese e ingenuamnete abbia indicato come tag: cameron. siamo stati sommersi di foto della bella cameron diaz.  abbiamo avuto un brivido. non siamo più così convinti che la democrazia elettronica sia un bene. non è detto che la maior pars sia anche sanior pars. temis

La critica applaude, la rete stronca

Domenica, 28 Novembre 2010

Gli antipatizzanti di Umberto Eco, che non hanno digerito le lenzuolate di encomi in mondovisione per il suo Cimitero di Praga (unica voce fuori dal coro, l’Osservatore Romano) e si rodono a vederlo svettare nella lista dei best-seller, possono trovare conforto nelle recensioni dei lettori su Internetbookshop (www.ibs.it). “Finalmente ho finito di leggerlo – si sfoga per esempio Giorgio G. – è una sensazione di sollievo. Dopo una prima parte abbastanza accettabile, almeno per quanto riguarda la spedizione dei Mille, il lunghissimo periodo parigino ha destato in me un moto di repulsione. È mai possibile che uno scrittore colto e preparato si lasci andare a scrivere simili fandonie (anche se lui dichiara che tutti gli avvenimenti sono accaduti realmente)? Fandonie che sfociano nel cattivo gusto più becero, come la descrizione della ‘messa nera’? Avevo apprezzato alcuni dei libri di Eco, ma questo mi ha proprio dissuaso dal comprarne altri, se mai ne scriverà” (voto: 2 su 5 punti complessivi, quindi insufficiente). Riccardo confessa: “È la prima volta che non riesco a finire un romanzo di Eco. Peccato, perché l’inizio sembrava interessante… Se non si è proprio lettori onnivori, lo sconsiglio” (2/5). Guglielmo parla di “operazioni di montaggio da inserire, magari un gradino più in su, nella stessa categoria di Dan Brown”. Ancora più drastico uno che si firma, nientemeno, Alexandre Dumas: “Ennesima riproposta, noiosa e stiracchiata all’inverosimile, di una storia presentata da Eco nel volume Sei passeggiate nei boschi narrativi nel quale, fra tanta confusione di fatti e situazioni, collegava lo sterminio degli ebrei a una scena del Cagliostro di Dumas” (voto 1). Naturalmente ci sono anche gli entusiasti come Enrico (“Formidabile!”, 5/5) o Roberto (“Grazie, professore! Un capolavoro!”), ma non bastano a risollevare la media, che resta bassina: 3,21. Molto al di sotto del suo diretto competitore Giorgio Faletti (Appunti di un venditore di donne, Baldini Castoldi Dalai) che sia pur presso un’audience forse meno esigente raccoglie un autentico plebiscito: 4,4. Un bello smacco per la Bompiani, con gran giubilo di Alessandro Dalai. Più diviso il pubblico di un’altra star delle classifiche, Niccolò Ammaniti (Io e te, Einaudi). Non tutti sono d’accordo con Antonio D’Orrico che su Sette ha sparato la consueta iperbole: “Mi fa schifo tanto è bravo”, paragonandolo a Manzoni. Accanto all’orgasmo dei fan più acritici, “Un gioiellino che ti cattura dalla prima all’ultima pagina. Grazie AMMA!” (Mikarlo), “Letto in meno di due ore… stupendo e commovente” (Ianì Valastro), spuntano parecchie voci dissonanti. Come uno che si nasconde dietro il nickname Saxsoul: “E così anche Ammaniti, dopo aver scritto una serie di romanzi di qualità, si è ridotto a fare le marchette per il periodo di Natale”. O il perfido Maurizio, che pur lodando il libro mette il dito su una castroneria indegna del figlio di uno psicoanalista: “I bambini delle elementari non si stendono sul lettino per le psicoterapie, ma giocano con il terapeuta”. O il più spietato di tutti, tale Rupert: “Racconto stiracchiato fino a diventare libretto, caratteri giganteschi, spaziatura che un tir ci può fare inversione di marcia in una sola manovra, prezzo (10 euro) del tutto immotivato. La quarta di copertina, inspiegabilmente, parla della irruzione di una ‘sconosciuta’ nella cantina dove il protagonista Lorenzo si è rifugiato: salvo poi scoprire che si tratta della sorellastra del protagonista (quindi tanto sconosciuta non è, ma di certo fa più Hitchcock parlare di ‘sconosciuta’ al posto di sorellastra). Nell’ultima pagina del libro, quattro righe di nota esplicativa di cui non si sentiva assolutamente la mancanza: ma evidentemente Ammaniti ritiene così stupido (e giustamente) un lettore che sgancia dieci euro per questo suo nuovo libro, da sentirsi in obbligo di spiegare anche l’evidenza. ‘Io e te’, ovvero ‘You and me’, come le tariffe promozionali per i cellulari. E infatti, più telefonato di così…”. In ogni caso, l’ex ragazzo prodigio riesce a portare a casa un eccellente 4 di media. Ben più misera la pagella del meno giovane Andrea De Carlo (Leielui, Bompiani) che non raggiunge la sufficienza (2,47 su 5), sommerso da un diluvio di giudizi negativi e a volte ingenerosi, come il seguente di tale Sonim: “Questo sarebbe un libro per cui spendere venti euro? me l’hanno prestato e nonostante ciò mi vergognavo nell’approfittare dell’ingenuità di chi l’ha acquistato. Definirlo bellissimo, coinvolgente, commovente, il migliore di Andrea, significa aver capito zero della letteratura che ci circonda e di quanto De Carlo ha composto fino al 2002, anno del suo ultimo libro decente I veri nomi. Mi insospettisce il ritmo di autori troppo prolifici (tipo 3 libri in 4 anni) a meno che non si tratti di Philip Roth o King (che pure qualche granchio lo prendono), perché le storie che propongono sono troppo raffazzonate e compilate in fretta. In questo caso allungate pure di almeno 200 pagine inutili, giusto per garantire il prezzo pieno di copertina. Consiglio ad Andrea De Carlo un amaro esame di coscienza al di là delle vendite e un riposo rigenerante per le idee con un arrivederci almeno al 2013. Questo libro vende e venderà perché titolo, copertina e sinossi richiamano il pubblico degli adolescenti o dei consumatori avidi di film sentimentali di serie b che cercano storie rassicuranti e calde in vista dell’inverno. Chi vuole leggere un autore italiano con una bella storia da raccontare, si rivolga a Piperno o Veronesi”. Mah, io non ne sarei tanto sicuro. Dì la verità, Sonim, non è che per caso sei amico di uno dei due citati? O peggio, non sarai tu stesso un loro pseudonimo? Peraltro, se andiamo a vedere le pagelle, XY di Veronesi (Fandango) riesce a racimolare un magro 3,2 e il bravo Piperno (Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori) lo supera di poco con una media del 3,4: “Non ho aspettato cinque anni il tuo nuovo libro per poi ritrovarmi a leggere una sorta di compitino”, scrive un certo Slapsy che si professa suo ammiratore.
Più che una grande rete, il Web è un gigantesco mattatoio che non risparmia neppure gli animali sacri.  Ma è anche un sismografo che registra gusti e sbalzi d’umore del pubblico ben più fedelmente delle classifiche di vendita. La domanda è: in che misura possiamo e dobbiamo affidarci a questo strumento, per capire se un libro merita di essere comprato e letto? I recensori online sono per lo più anonimi o schermati da un nickname.
Come si fa a distinguere i lettori autentici da quelli fasulli? Chi ci garantisce che certi commenti non siano dettati dall’editore, o dall’autore, o dai suoi rivali? Come possiamo smascherare le zie premurose, gli amanti delusi o le ex mogli vendicative? Nel suo seguitissimo blog Pierre Assouline, critico letterario di Le Monde, parlava giorni fa di “morte della prescrizione, nascita della raccomandazione e agonia del critico”. Lo spunto, un’inchiesta del sito Nonfiction.fr che ha cercato di far luce su chi orienti oggi le scelte dei francesi in libreria: al primo posto resta l’inserto letterario per eccellenza, Le Monde des livres, seguito dal settimanale Télérama e da alcune trasmissioni radio del mattino. Ma cresce l’influenza di blog, siti multimediali e librerie online come Amazon. La “raccomandazione” numerica, il clic del mouse, il passaparola elettronico sta soppiantando la “prescrizione” del critico tradizionale. Calma però, avverte Assouline: è troppo presto per annunciare la Rivoluzione Culturale, espressione peraltro che fa rizzare i capelli in testa a chiunque abbia un po’ di memoria. Ve li immaginate gli intellettuali col cappello dell’asino mandati a zappare la terra, e le Guardie Rosse degli uffici marketing che arringano le folle dei lettori imbestialiti al grido di “morte alle élite, viva la democrazia letteraria”? Se l’unica alternativa alle conventicole accademico-editoriali è il populismo del click, stiamo davvero freschi. Certo, finché nelle pagine culturali i romanzi di Eco o di Ammaniti raccolgono solo applausi, è inutile poi lamentarsi che il mercato abbia ammazzato una critica già defunta. r. chiaberge fatto quotidiano

Il negazionismo circola nel web

Domenica, 17 Ottobre 2010

Dai forum dei movimenti neonazisti a quelli, più o meno ufficiali, di Forza Nuova, passando per privati profili di Facebook e blog a tema. I negazionisti italiani e, soprattutto, i loro simpatizzanti, sfruttano il web per far circolare le loro assurde tesi che mirano a diffondere la convinzione che il piano di sterminio degli ebrei, disposto dal regime nazista, non sia mai esistito. Non sempre si nascondono dietro all’anonimato e, talvolta, firmano i loro interventi con nome e cognome. Alcuni di loro sono disposti ad ammettere che i nazisti hanno fatto delle vittime, ma certamente non nelle “camere a gas”, di cui negano l’esistenza. I loro siti sono spesso registrati all’estero, con l’intento di bypassare le eventuali restrizioni sui contenuti imposte da alcune piattaforme di blogging. Contenuti che sono costantemente monitorati dalla polizia postale che, alcune volte, riesce a contestare loro la violazione della legge Mancino. Una lista di queste pagine web era già finita al centro di un’indagine promossa dal Comitato di indagine conoscitiva sull’Antisemitismo, presieduto dalla deputata Fiamma Nirenstein, e oggetto di minacce sugli stessi siti. Il forum neonazista Stormfront, nella sua versione italiana, ospita spesso interventi in difesa dei negazionisti, con attacchi agli esponenti delle comunità ebraiche italiane e a quei politici che si battono per la difesa della verità storica. Sito registrato in America, espone in homepage una croce celtica e la scritta, in inglese, “orgoglio bianco mondiale”. Il suo fondatore, Don Black, è un ex leader del Ku Klux Klan. Alcuni thread sono dedicati al tema della Shoah, definita “una fandonia” oppure “un complotto ebreo”, ma anche “la colonna portante di un castello di menzogne, una colonna di cartapesta, che può e deve essere abbattuta”. I commentatori abituali, che arrivano anche a negare la veridicità dei fatti narrati da Anna Frank nel suo diario (“i fatti da lei narrati non sono una prova del piano di sterminio”), sono protagonisti di insulti contro “i truffatori ebrei” ma anche contro i media controllati, a loro dire, dalla lobby ebraica. Su questo forum circolavano, nel 2008, le canzoni dei 99 Fosse, il gruppo che irrideva la Shoah, ridicolizzando il tema dei morti nei campi di concentramento con parodie di canzoni famose. Anche i simpatizzanti e i militanti del movimento di estrema destra Forza Nuova hanno una loro tribuna virtuale, dalla quale vengono lanciati insulti antisemiti. La strategia è la stessa dei revisionisti: negare le cifre dello sterminio e minare la credibilità delle certezze acquisite dalla ricerca storica ufficiale. “Tutti i tabù sono caduti tranne questo, ma è solo questione di tempo, perché l’opprimente Diga Liberticida è infiltrata da mille rivoli di verità”, scrive un utente a proposito dell’Olocausto, riguardo al quale, viene sostenuto più volte, non esistono documenti che testimonino l’ordine di sterminio fisico degli ebrei. E’ questo, uno dei punti cardine della lezione tenuta da Claudio Moffa 1 all’università di Teramo, alla fine di settembre (il docente viene citato ad esempio dai militanti forzanovisti). E poco importano i racconti dei testimoni, sopravvissuti alla Shoah, e le verità ricostruite dagli storici: i negazionisti non sono disposti ad ammettere che le loro tesi non possono trovare alcuna credibile conferma storiografica. Sempre dal forum riconducibile a Forza Nuova, partono attacchi antisemiti agli esponenti delle comunità ebraiche, mentre si accusa Roma di non “saper tenere a bada la manesca, fanatica tribù di Giuda. Ora questa Roma alla vaccinara antifascista ne teme la vendetta”. Stesso tenore nei commenti sul forum dedicato a Benito Mussolini, i cui utenti inneggiano al presidente iraniano Ahmadinejad, per aver negato l’Olocausto. Tra i siti registrati all’estero, c’è “Vho”, che fa capo alla Castle Hill Publishers, casa editrice di Germar Rudolf, colonna portante della storiografia revisionistica. Negli anni Novanta è stato condannato a 14 mesi di carcere, mentre successivamente la magistratura fece confiscare un suo testo negazionista. Fuggito in Inghilterra, dove ha fondato la sua casa editrice, nel 1999, in seguito alle pressioni esercitate dalla Germania, si è rifugiato in America. Nel 2006, dopo che gli Stati Uniti hanno respinto la sua richiesta di asilo politico, è stato rispedito in Germania, dove ha scontato una condanna a due anni e sei mesi di carcere. Il sito, registrato negli Usa, raccoglie una serie di link a testi di negazionisti, tra i quali figura l’italiano Carlo Mattogno. E’ tradotto in cinque lingue e, come è immaginabile, si batte per una pseudo-libertà di ricerca “scientifica non conformista”, e per contrastare le leggi che, in alcuni Paesi europei, prevedono l’arresto dei negazionisti. Tra le sue finalità, c’è “l’assistenza finanziaria ai revisionisti che, a causa del proprio operato, vengano sottoposti a processi giudiziari, ad aggressioni fisiche o a calunnie, o che vengano vittimizzati o perseguitati in altra maniera”. “Il momento, per i revisionisti, non è allegro – si legge nella pagina principale -  non solo la ricerca storica e scientifica non conformista – quando si tratta di ‘Shoah’ – è  penalmente perseguita nella maggior parte dei Paesi europei, ma addirittura Ernst Zündel e Germar Rudolf, dopo essere stati subdolamente deportati dagli Stati Uniti, sono stati recentemente condannati in Germania. Tutto questo solo per aver scritto e pubblicato libri e articoli critici della versione ufficiale dell”Olocausto’. Dunque anche l’Unione Europea (come la vecchia Unione Sovietica) ha i propri prigionieri politici”. Le vignette antisemite di Holywar, articolazione web di un “Movimento di Resistenza Popolare L’Alternativa Cristiana”, sono spesso fatte circolare tramite Facebook, e vengono continuamente aggiornate, anche seguendo le evoluzioni dell’attualità politica italiana (il che lascia presupporre che sia curato da mani italiane). Quasi sempre si tratta di attacchi a singoli esponenti politici: oltre al sindaco di Roma, Gianni Alemanno (ritratto spesso con Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana), si insultano “l’ebreo Mario Draghi”, ma anche Gianfranco Fini, la compagna Elisabetta Tulliani e il fratello di lei, Giancarlo, (definiti “i soliti arroganti ebrei”). Vengono riportati testi che dimostrerebbero le “falsificazioni fotografiche” relative alla Shoah. Anche qui si sostiene che “il diario di Anna Frank sia stato un falso clamoroso”. Il sito è intestato a nome del norvegese Alfred Olsen, cattolico tradizionalista. Nel 2000 fece discutere, perché mise in rete i cognomi di 9.800 famiglie ebree italiane. Quella lista c’è ancora oggi, su una pagina dominata dalla stella di David e della locandina di un Dvd antisemita (acquistabile online).  La nascita della fondazione dell’associazione AAArgh (acronimo che sta per Associazione degli Anziani Amatori di Racconti di Guerra e di HOlocausto) risale al 1996, e la sua pagina web è tradotta in 22 lingue, tra le quali figura anche l’ebraico. Oltre a testi revisionistici europei, ci sono molti interventi contro chi propone, in Italia, di introdurre leggi che puniscano le teorie dei negazionisti.
Variopinto il panorama dei blog personali, anche se pochi pubblicano materiale con costanza. Da quelli che ripropongono i testi dell’italiano Carlo Mattogno (che, viene scritto, è a capo della “ditta di olo-demolizioni”) a siti dedicati ai negazionisti arrestati. Come “Olotruffa”, aperto per celebrare, si legge nella sua homepage,  quei negazionisti “discriminati, perseguitati, condannati, deportati ed internati per anni nei lager olo-sterminazionisti per lo psicoreato di ‘leso olocausto’”. Anche Andrea Carancini, su un blog che porta il suo nome, si occupa di negazionismo sul web dal 2008, dando notizia degli storici arrestati, in Europa, e traducendo testi di revisionisti stranieri. Tutti siti, questi, che vengono monitorati dalla polizia postale che, in alcuni casi, riesce ad applicare la legge Mancino, che permette di perseguire l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali. Così, nell’aprile del 2009, la magistratura ha individuato e denunciato per propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale, un pensionato 61enne, curatore di “Thule-Toscana”, in cui si sosteneva, tra le altre cose, che nei lager nazisti si svolgessero attività ricreative (una delle teorie che accomuna quasi tutti i negazionisti). La sua pagina web è stata sequestrata dalla Procura di Arezzo, città nella quale aveva sede il provider della pagina. Lo scorso mese di marzo, invece, è stato individuato il referente italiano del Ku Klux Klan, che, oltre a predicare la superiorità della razza bianca, insultava ebrei ed omosessuali. M. pasqua repubblica

Facebook, l’orrore e l’incanto

Giovedì, 30 Settembre 2010

“Da quando ho letto ‘Se niente importa’ di Jonathan Safran Foer non sono più riuscita a mettere una bistecca in bocca”, mi ha detto un’amica. “Nemmeno io”, ho risposto. Lo scambio, però, non avveniva a tu per tu o al telefono, ma su Facebook, ed ecco che in pochi minuti ai nostri commenti se ne aggiungevano molti altri di convinti vegetariani o viceversa di irrecuperabili mangiatori di carne, che contestavano le posizioni animaliste dello scrittore americano, e di altri ancora che non avevano mai sentito parlare di quel libro e sarebbero corsi a comprarlo grazie al piccolo, insignificante scambio di battute fra noi. Perché Fb è così: getti un sasso nello stagno e i cerchi, quando l’argomento è sentito, si allargano a dismisura e la tua chiacchiera a due diventa dibattito pubblico, hai l’impressione di appartenere a una comunità, di essere seduto accanto al fuoco a scambiare racconti della tua vita e di quella altrui come si faceva prima dell’epoca dell’incomunicabilità. E’ l’orrore e l’incanto di questa geniale invenzione del mondo contemporaneo: tornare a vivere in piazza, e non nella piazzetta del paese, ma in una piazza globale dove puoi farti i fatti del vicino di casa, che non hai mai visto, nemmeno sai che è proprio il tuo vicino di casa, come quelli di uno sconosciuto che vive all’altro capo del pianeta.  Non era questo all’inizio il progetto del giovane inventore Mark Zuckerberg, studente di Harvard che, con un paio di amici, nel febbraio del 2004 voleva solo mettere in contatto fra loro gli iscritti alla sua università perché potessero scambiarsi alla grande notizie utili allo studio, prendere appuntamenti, dividere i costi di un appartamento. Fare, insomma, via rete ciò che facevano anche prima stringendo amicizia sui prati del campus o nei frequentatissimi baretti di Harvard Square o affiggendo bigliettini nelle varie bacheche dei vari istituti. Non è certo un caso che la pagina-profilo su Facebook si chiami, appunto, “bacheca” (wall) e che il sito prenda il nome dall’annuario che raccoglie le fototessera degli studenti, il face book con cui abbiamo familiarizzato attraverso tanto cinema americano. Non immaginava il geniale Mark dal viso cavallino e le guance implumi che nel giro di dieci anni avrebbe invaso la terra intera e superato i 500 milioni di utenti per un fatturato di 1,1 miliardi di dollari. Perché oltre agli harvardiani si sono mano mano registrati al servizio anche gli studenti di altre università americane, e poi quelli europei e poi quelli delle scuole superiori e a un certo momento (alla fine del 2006 più o meno) non erano più solo studenti, ma dai tredici anni in su chiunque dotato di duttilità tecnologica poteva connettersi a Fb. Cosicché, inevitabilmente, i contenuti iniziali finivano con il modificarsi. “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita” è lo slogan del sito. E forse per questo i detrattori pensano, senza saperne molto, che “ritrovare i vecchi compagni di scuola” ne sia lo scopo principale. “Cosa vuoi che me ne importi di riprendere i rapporti con persone che conoscevo a sei anni! Se le ho perse di vista ci sarà una ragione”, mi dicono amici perplessi e ostili alla mia passione per il social network secondo solamente a Google, stando al numero di visitatori. Ma che c’entrano i compagni di scuola! mi tocca spiegare ogni volta: ne ho ritrovata una sola di compagna di scuola, due va’. A parte il fatto che sono proprio le due compagne di scuola che mi fa piacere frequentare, Facebook non è una triste festa planetaria di “ex amichetti d’asilo cinquant’anni dopo”, tanto è vero che gli utenti più attivi sono giovani e giovanissimi, che l’asilo se lo sentono troppo vicino per provarne nostalgia. Ma allora che diamine è questo Facebook? E soprattutto: “Cosa ci trovi di così attraente?”, mi viene chiesto con incredulo sconcerto ogni volta che mi dichiaro dipendente dal popolare “gioco” di società virtuale, che sta ridisegnando il modo di stringere relazioni fra le persone. Buone domande a cui non è per niente facile rispondere. Ci proverò cominciando dall’inizio della mia, chiamiamola, “militanza feisbuchiana”. Innanzitutto devo spiegare che non appartengo alla pattuglia della prima ora: mi sono affacciata sul sito, per altro frenata dalle stesse resistenze e dagli stessi sospetti dei miei amici più critici, solo un anno e mezzo fa, quando una giovane editor mi convinse che per uno scrittore far circolare su Facebook i propri libri è un ottimo investimento pubblicitario. Insomma ero animata, lo confesso, unicamente da spirito affaristico e se non fosse stata lei stessa, quella intraprendente ragazza, a iscrivermi mostrandomi quanto fosse facile entrare a far parte della modernità tecnologicamente più avanzata, sarei ancora lì a chiedermi: mi butto o non mi butto? Mi sono buttata. E, subito lasciata a me stessa, ho capito che potevo nuotare senza problemi anche ignorando totalmente i segreti di parole misteriosissime come “tag” (con annesso verbo “taggare”), come “poke” (con annesso “pokare”).  Anzi ancora oggi qualche dubbio lo conservo e sulla questione “taggare” non ho ben capito se è l’andare importunando le persone imponendo loro la lettura di nostre “note” o se, più semplicemente, il tag è la scrittura del loro nome dentro una fotografia in cui compaiono o se l’una e l’altra cosa. Il risultato non cambia: ho imparato a taggare a più non posso nell’una e nell’altra direzione. Quanto al poke, me l’ha spiegato mio figlio, per motivi generazionali più a suo agio di me dentro l’universo dei naviganti internettiani. “Poke” mi ha detto “è fare così” e mi ha dato con un dito una spintarella sulla spalla. E dunque? ho chiesto continuando a non capire. “Ma sì, è un modo per attirare l’attenzione. Tu mandi un poke a qualcuno e quello si accorge di te. E’ come un saluto”. Ma insomma qui non siamo l’Accademia della Crusca, non tuteliamo l’integrità della lingua e, dunque, se proprio volete saperlo, quando qualcuno su Facebook riceve un poke, e lo ricambia, per una settimana consentirà al pokante di curiosare nel suo profilo (o bacheca che dir si voglia). E adesso veniamo al nocciolo: cosa succederà mai su queste “bacheche”? Di tutto, di più. Qui sta il bello: tu credi di piegare ai tuoi interessi l’intero trappolone convincendo a comprare i tuoi prodotti i pochi o tanti “amici” che sei riuscito ad accalappiare in rete, e presto, se non subito, la trappola scatta su di te. E se non scatta, mi chiedo, che ci stai a fare su Fb? Se non scatta, non ti diverti. Se non scatta, se non ti fai invischiare, se stai lì a difenderti e a fare il sostenuto, se non dai qualcosa di te di autentico, se sei un tipo freddo che gli altri devono stare al loro posto e guai se si avvicinano, se sei pauroso di tutto e di tutti e fai il prezioso, sempre con la puzza al naso, sempre lì a valutare “chi mai sarà questo sconosciuto/a che mi chiede l’amicizia, gliela do o non gliela do”… se insomma, come certi innamorati che non vogliono scoprirsi e fanno gli indifferenti finché l’amata si scoccia e sceglie un altro, stai su Facebook con l’aria di non starci, con la paura di perdere tempo, con il contagocce, non saprai mai cosa può succedere fra una bacheca e l’altra, nella ragnatela indistricabile di rapporti virtuali che qualche volta (spesso) diventano reali e di rapporti reali che, diventando virtuali, finalmente si approfondiscono. Mi rendo conto che, a chi non lo pratica, non ho ancora chiarito niente del complesso sistema di relazioni messo in campo da Fb. E allora un poco di casistica. Una volta iscrittisi a Facebook si deve andare a cercare nomi di persone note (solo a noi o in generale) già interne al “gioco” chiedendo loro l’amicizia per costituire un proprio gruppo di persone con cui interagire. Ognuna di queste persone possiede un suo tesoretto di nomi (corredati di simboli, foto, disegni che le rappresentano) che possono essere messi in comune, previo accordo degli interessati. C’è chi cerca solo persone che conosce già nella vita vera, o comunque garantite da presentazioni affidabili, e chi si lascia incuriosire dagli sconosciuti, purché simili a lui, e chi non si fa impressionare negativamente neppure dagli elementi che nel suo gruppo sociale vengono generalmente banditi: un modo ruspante di proporsi, una battuta ingenua, una foto scollacciata, un tatuaggio selvaggio… Inutile dire che a maggior apertura corrisponde più grande divertimento. Ma siccome la natura umana è selettiva e conservatrice e simile chiama simile, ecco che poi all’interno anche del più sterminato campo-amicizie finiranno per legare solo quelli che hanno gusti, idee politiche, cultura analoghi. Insomma uno può arrivare a totalizzare anche cinquemila amici (limite massimo consentito) ma a interagire sul serio e assiduamente è grasso che cola se saranno in cinquecento. Ancora un po’ di esempi: c’è chi lancia temi di discussione e chi va a ruota. C’è chi ama polemizzare e chi butta acqua sul fuoco, c’è chi discute solo di politica e chi propone spezzoni di film, canzoni, brani teatrali (attraverso i video YouTube) o proprie immagini. Chi scrive poesie e le sottopone al giudizio della comunità, chi invita a feste, presentazioni di libri, degustazioni, sfilate di moda e chi cerca appartamenti al mare. Chi scrive articoli per i giornali e li rilancia sul suo profilo (il suo wall) dove avrà il piacere di vederli discutere da una massa di gente, spesso molto agguerrita e intelligente, non sempre e comunque adorante e acritica. Chi si mobilita per qualche (giusta?) causa, chi denuncia, chi informa, chi chiama a raccolta per scendere in piazza, chi fa propaganda elettorale (uno stuolo – in genere noioso – di politici noti, notissimi o alle prime armi accompagnati da slogan e bandiere), chi dà lezioni di cucina, chi sistema cani randagi, chi commenta in diretta una trasmissione televisiva, chi si sfoga per i tradimenti del coniuge e chi cerca nuovi innamorati/e. Chi non ha inventiva e si affida a scambi preconfezionati con invii (virtuali, ma a pagamento) di mazzi di fiori, orsacchiotti, cuoricini…  Dove altro puoi andare di corsa a dirne quattro a David Sassoli perché ha votato a favore di una vergognosa legge sulla vivisezione al Parlamento europeo (e lui sta faticosamente cercando di spiegare le sue ragioni) o congratularti con Vito Mancuso, se sei d’accordo con le sue posizioni, perché lascia la Mondadori? Fai amicizia in quattro e quattr’otto con Michela Murgia e le dici quanto ti è piaciuto il suo libro e lei ti risponde un ovvio “grazie”, o qualcosa di articolato dedicato esclusivamente a te, se sei stato capace di interessarla (perché, per esempio, Michela Murgia, grande esperta di blog e comunicazione in rete, è di quelli che non si risparmiano: non lo faceva prima da semisconosciuta, non lo fa adesso che ha vinto il Campiello). Ma, soprattutto, Facebook dà i superpoteri. Questo è il segreto del suo successo. Diventi ubiquo: puoi festeggiare il matrimonio di un tuo lontano parente in uno sperduto villaggio degli Stati Uniti e insieme trovarti a Ibiza a condividere la vacanza di tua sorella. Ti fai invisibile: puoi controllare i figli che si danno appuntamento per il sabato sera e verificare se il tuo amante fa il cascamorto con le altre. Hai superudito, supervista, superenergie. Puoi cambiare personalità, identità, persino sesso senza ricorrere alla chirurgia. Eppure su Facebook vengono a galla pregi e difetti, la generosità o la supponenza dei vari tipi psicologici, che si tratti di soliti noti o di imprevedibili ignoti. C’è chi viene inseguito e chi insegue in modo anche indipendente dalla notorietà acquisita altrove. Non che il mito del successo non alligni in rete come negli altri mondi, ma la possibilità di strappare la maschera e guardare cosa ci sia dietro al personaggio famoso è a disposizione di chi non si lasci incantare. E la bella sorpresa è che di gente autonoma, gentilmente critica, attenta e sensibile è pieno il mondo di Fb quanto di cretini, invadenti e opportunisti. Ma con un clic puoi liberarti dello scocciatore senza strascichi.
E adesso la domanda delle domande: è davvero una rivoluzione il modo di stare insieme su Facebook o solo un’illusione collettiva di amicizie inesistenti, di compagnie fittizie? Sposta qualcosa nell’inconscio collettivo, nel modo di informarsi e costruirsi idee autonome su ciò che ci circonda o non sarà la pericolosa anticamera di uno spropositato narcisismo alla portata di tutti, un’immaginaria fabbrica di scatenati egocentrismi, un contagiarsi inutile per blaterare rivendicazioni al vento, un’invasione senza limiti della privatezza, del segreto delle persone? Che ricadute avrà tutto questo sulla vita vera della gente? E, soprattutto, qual è a questo punto la vita vera e quella falsa? Vale di più avere un vicino di cui non sappiamo niente e al quale non rivolgeremmo mai la parola sul pianerottolo perché è di destra e noi siamo pervicacemente di sinistra, o ritrovarselo amico su uno schermo imparando che fiori preferisce, chi ha amato alla follia, di che cosa sta soffrendo e scoprirci capaci di una viva simpatia perché come noi si getterebbe nel fuoco per salvare un gatto? In un recente articolo sul Corriere della Sera Maria Laura Rodotà riferiva le tesi di Stephen Coleman, un sociologo che a Londra studia la “cittadinanza digitale” e che non è per niente ottimista sulle ricadute sociali dell’impegno dimostrato in rete dagli under 40 (non più precisamente riconoscibili nelle tradizionali categorie di sinistra e di destra): si mobilitano su temi specifici ma senza capacità di organizzare una militanza attiva, agitano opinioni in rete facendo proseliti senza incidere sul reale perché non sono in grado di elaborare proposte politiche concrete. Prova ne sia la parabola di Obama, eletto grazie all’appoggio dei social network da persone che non sanno andare oltre la configurazione del “fan” e che non hanno elaborato strategie per sostenerlo nel tempo. Ora, siccome Maria Laura Rodotà è anche un’attiva presenza su Facebook con un parco amici di poco inferiore ai fatidici cinquemila, il suo articolo ha subito suscitato una discussione in rete rilanciata da un altro giornalista e scrittore, Fabrizio Falconi, portatore di una visione meno pessimista, e i commenti si stanno moltiplicando.  Il famoso sasso nello stagno. E se ogni causa ha un effetto, anche gli infiniti cerchi provocati dal quotidiano dibattito feisbuchiano da qualche parte andranno a parare. La comunità digitale avanza, né più buona né più cattiva di quella reale, né particolarmente diversa negli usi e costumi, ma avanza, con qualche inevitabile, magari per ora impercettibile, slittamento verso il nuovo. Il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil avrebbero di che sbizzarrirsi manovrando un’arma potente come il computer e un teatro umano vasto come quello di una rete digitale per manipolare i destini amorosi delle loro vittime. Sono relazioni pericolose, molto pericolose, tanti scambi fra amanti spiati da mogli e mariti gelosi sotto false identità (chiunque può aprire un profilo con un nome di fantasia), ma si sa anche di storie d’amore risbocciate fra partner di vecchia data che avevano ripreso ignari a corteggiarsi, sotto altro nome, riscegliendosi inesorabilmente fra sterminate nuove possibilità… Chissà se Zuckerberg aveva previsto almeno questo nell’inventare la sua micidiale macchina: la possibilità di moltiplicare gli scenari delle vicende sentimentali, complicarne gli strazi, pervertirne le delizie, centuplicare gli equivoci. Nell’altalenante pendolo fra virtuale e reale, se un social network non riesce a far trionfare un presidente (o viceversa a decretarne la fine) almeno produce il flusso multicolore di tante storie possibili, il grande romanzo di un’umanità chiacchierona e invadente che, minacciata dall’incomunicabilità, dalla separazione, dall’individualismo, ha trovato la via di fuga (o di salvezza, chissà) di una perenne, promiscua compagnia. s. petrignani il foglio

Sic!…

Martedì, 20 Luglio 2010

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Orge sotto il grembiulino

Lunedì, 12 Luglio 2010

Sotto il grembiulino, niente. Massoni e puttanieri. Il misterioso caso della loggia dei viziosi. Sul web, l’indirizzo è www.laloggiadeiviziosi.org, dove appare una schermata che intima subito: «Non hai il permesso di accedere a quest’area». Poi un’indicazione: «Sito privo di contenuti». Vero. Perché in realtà non è un sito pubblico. Ma un forum privato supersegreto con una cinquantina di utenti, per gran parte residenti nella Capitale. A quanto risulta al “Riformista”, gli organizzatori sarebbero alcuni dipendenti di un dipartimento del ministero della Giustizia, in via Arenula a Roma. Poi tanti professionisti. Architetti, avvocati, commercialisti. Forse politici. Sul sito c’è una sola immagine. Tre maschere sormontate dal simbolo massonico: squadra e compasso. La loggia dei viziosi recluta escort per festini e per farlo invade altri siti. Chi sono? E cosa nascondono nel forum inaccessibile? Il caso è esploso in Rete in questo scorcio d’estate, negli stessi giorni dello scandalo del consigliere provinciale pidiellino arrivato in ospedale dopo un coca-party con cinque trans nel quartiere capitolino di San Giovanni. Ma nella loggia dei viziosi, i frequentatori di trans non sono ammessi. Solo di donne. Incontriste di professione oppure no. A denunciare la P2 del sesso è stata l’associazione “La Strega da bruciare”, che si batte da anni per i diritti civili di «Prostitute, Gay, Lesbiche, Bisessuali, Trans/gender, Queer». Nel forum della “Strega” è apparso un thread di discussione intitolato «Crimini e misfatti». A oggi sono ben quarantaquattro le pagine sul tema. Che il thread iniziale, a firma della “Strega da bruciare” presenta così. A partire dalla decisione di bloccare i messaggi privati (PM) tra gli utenti del forum: «L’aspetto peggiore connesso allo scambio di PM di una grande fetta di utenti, è che i messaggi privati venivano utilizzati per un vero e proprio commercio di informazioni. Per commercio non intendiamo la parola in senso lato, ma un reale traffico di informazioni fornite in cambio di un corrispettivo in denaro. Tale comportamento, oltre ad essere passibile di favoreggiamento (cosa sicuramente non trascurabile), è stato riprovevole nei confronti di chi gestisce questo forum e di tutti gli utenti che si sono sempre comportati in maniera corretta e limpida, partecipando solo con l’unico intento di condividere le proprie esperienze e conoscenze, senza cercare un tornaconto economico. In casi estremi, si è anche arrivato a proporre e organizzare incontri con cosidette noprof, gestite da utenti iscritti al forum, in cambio di una percentuale sul ricavato dell’incontro. E in questi casi, al favoreggiamento si aggiungono anche i reati di induzione e sfruttamento». Poi il ruolo delle escort prestatesi: «Comportamenti analoghi, anche se in altre forme, sono stati tenuti da diverse ragazze iscritte con nick conosciuti o sotto mentite spoglie. Diverse incontriste, oltre a pubblicizzarsi pubblicamente e via PM (cosa ormai stranota), si proponevano con sconti e trattamenti di favore per gli utenti del forum sfruttando lo spazio messo a disposizione di tutti. Ancor più gravi sono state le proposte avanzate da diverse ragazze di offrire prestazioni a “rischio” in cambio di recensioni, pubblicità e per mantenere sempre in vista la discussione loro dedicata ». Quindi la scelta da parte di utenti ed escort sospettate di traffici poco puliti di «muoversi in maniera trasversale e clandestina». La nascita della loggia massonica dei viziosi, appunto. Non a caso, la persona indicata come l’amministratore del sito della loggia, e che sul forum della “Strega” è intervenuta più volte per difendersi, accosta al suo nickname, Bibo1919, il motto universale dei grembiulini: «Ordo ab chao». «L’ordine dal caos». In pratica, secondo la denuncia dell’associazione, questa loggia sarebbe nata grazie a utenti disonesti intrufolatesi in altri forum (oltre alla Strega, anche uno denominato “certifica”) per reclutare iscritti ed escort: «Questi figuri, da diverso tempo, continuano ad organizzare cenette con l’intento di raccogliere adepti, sfruttando le conoscenze fatte tramite questo spazio e quello di certifica, per poter poi aprire un loro forum. Queste cene carbonare (non per la pasta che si mangiavano) erano così organizzate: ogni volta invitavano una persona diversa per convincerla ad aderire al loro progetto, facendosi garantire che non avrebbero mai detto a nessuno chi era presente a quella cena e i motivi per cui l’avevano invitato. Non solo; l’intento era anche quello di organizzare azioni di trollaggio nei due forum e di creare situazioni di attrito e disturbo per minare il clima dei forum ed esasperare la gente per costringerla ad emigrare. Ci è anche giunta notizia di azioni di hackeraggio nei confronti dei forum, ma di questo non ne abbiamo la certezza». Tempo un paio di giorni e sul forum della Strega s’inizia a parlare anche di minacce, telefonate anonime e altre intimidazioni per aver svelato il segreto della loggia dei viziosi. Una escort, di cui riportiamo solo l’iniziale del nome D., scrive di essere in grado di fornire dati sui massoni del vizio. Un utente si sofferma sul reato di associazione per delinquere a proposito del forum segreto dove si può accedere solo se invitati: «Se tramite i post si producono reati ad esempio: la divulgazione di informazioni personali, la promozione e il favoreggiamento di escort o agenzie, il concerto fra utenti allo scopo di diffamare altri forum e singoli partecipanti ne sono responsabili tutti i partecipanti il fatto che il tutto sia segreto e semmai un’aggravante specifica». Un altro ancora, di utente, scrive di «una mente finissima»: «Si stringono sul campo, nella massima buonafede, delle alleanze spontanee, dal momento esistono degli scopi ed interessi comuni (scambio d’informazioni, sconti sui rates etc). Successivamente, qualche mente finissima, si rende conto che tale rete d’alleanze può portare a realizzare una serie di possibili guadagni consistenti, non solo in termine economico, ma anche d’infuenza e prestigio, e riesce a trasformare la semplice alleanza in vera e propria loggia massonica, magari senza che tutti gli adepti ne siano perfetttamente consapevoli…». Il tema dei grembiulini ormai domina: «La prima regola della massoneria, il primo punto è proprio il patto di segretezza… di storie ne abbiamo sentite molte e la più nota è quella della P2 no?? Allora proprio per questa prima regola se io sono un giudice massone e mi trovo di fronte un mio confratello come imputato, non posso condannare il mio confratello, proprio perché lo devo preservare. Sono più chiari ora i NON interventi di molti utenti??? P.S. Tra l’altro la massoneria è prettamente maschile (quel forum è solo per i maschietti) ed uno dei primi regali che si fanno alle LEVE sono dei guanti bianchi da donna, proprio per il loro lato femminile, perché le donne non possono farne parte!». A questo punto l’escalation di minacce culmina in una denuncia alla polizia. La copia dell’atto, con nomi e numeri cancellati, compare in uno degli ultimi thread della discussione. È la stessa “Strega” a rivelare di aver fatto una querela per molestie telefoniche. La data è del 3 luglio scorso: «Sono continuamente tempestata di telefonate e messaggi sms sulla mia utenza lavorativa da parte di anonima persona. Inizialmente non ho dato molto peso alla questione. Successivamente l’anonimo interlocutore, con evidente accento romano, ha iniziato a minacciarmi di morte e a minacciare di distruggere il sito Internet dell’associazione con virus telematici, cosa realmente accaduta. Ignoti hanno cominciato a citofonare alla mia abitazione, fino a notte fonda, tanto che mi sono impaurita. Successivamente, poi, sono iniziate telefonate con l’anonimo interlocutore che ha iniziato a minacciarmi di morte e di fare attenzione ai miei movimenti e a quello che avrei detto, con continui insulti». Un quadro decisamente inquietante e sinistro. Una loggia del sesso e minacce di morte a chi la denuncia. In Italia sono mesi che si è tornato a parlare in termini preoccupanti di massoneria. Dalla polemica sui grembiulini iscritti al Pd alla cricca di Anemone. E l’ombra di un Neo Gran Burattinaio della nuova P3. La loggia dei viziosi, ci mancava. (f. d’esposito il riformista)