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I principi non negoziabili contro la scelta religiosa

Mercoledì, 26 Ottobre 2011

Bisogna risalire al Convegno della Chiesa italiana a Loreto, nel 1985, per comprendere qualcosa di quanto sta avvenendo all’interno del mondo cattolico italiano in margine all’incontro di Todi, dove lunedì 17 ottobre si sono riunite diverse associazioni convocate dalla sigla del Forum delle persone e associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro.In quel Convegno, che avveniva sette anni dopo l’elezione al soglio di Pietro di Giovanni Paolo II, venne abbandonata la prospettiva della “scelta religiosa” che aveva caratterizzato l’operato della Chiesa italiana nel decennio precedente, successivamente al Convegno ecclesiale di Roma del 1975 su Evangelizzazione e promozione umana. La “scelta religiosa” era una prospettiva che veniva da lontano, dalle forti polemiche contro Luigi Gedda (1902-2000), il Presidente dell’Azione Cattolica dal 1952 al 1959 e fondatore dei Comitati Civici, che contribuirono in modo significativo alla vittoria elettorale del mondo cattolico nelle elezioni del 18 aprile 1948. Durante la sua presidenza, gli si rivoltarono contro i due responsabili dei giovani di Aci, Carlo Carretto (1910-1988) e Mario Rossi (1925-1976), il primo sostenitore di un disimpegno dei cattolici dall’apostolato civile e politico di quel tempo, perché considerato funzionale alla destra, il secondo anticipatore della teologia della liberazione, in questo supportato dall’assistente ecclesiastico don Arturo Paoli.  Le due crisi degli anni Cinquanta rientrarono ma furono l’espressione di un profondo disagio del mondo cattolico, come si capì parecchi anni dopo quando si scoprì che la maggioranza di quei dirigenti che se ne andarono con Carretto e Rossi (fra i quali c’era Umberto Eco) erano confluiti in movimenti e partiti della sinistra. Così, negli anni Sessanta, in particolare dopo il famoso luglio 1960, quando a Genova venne impedita la celebrazione del Congresso del Msi con la violenza della piazza e quindi fatto cadere il governo guidato dal democristiano Fernando Tambroni (1901-1963), che si reggeva grazie ai voti missini, cominciò a prendere corpo il fatto che la polemica contro l’attivismo di Gedda nella conduzione dell’Aci da parte della cosiddetta “scelta religiosa” di fatto favoriva anche l’apertura ai partiti della sinistra, che si consumò con i governi di centro-sinistra, a partire dal 1961. Forse per questo Vittorio Bachelet (1926-1980), che sarà Presidente dell’Aci dal 1964 al 1973, preferiva parlare di una “scelta più religiosa” proprio per non generare equivoci, che invece ci furono.Fu in questi anni, l’epoca successiva al Concilio Vaticano II (1962-1965), che scoppiò in tutto il mondo occidentale la rivoluzione culturale del 1968. La “scelta religiosa” dei movimenti cattolici si rivelò incapace di contrastare l’ondata della contestazione che infatti investì e devastò le associazioni del mondo cattolico, anche se proprio in questi anni vennero gettate le basi dei nuovi movimenti che caratterizzeranno il post Concilio e che di fatto cominceranno a dar vita alla nuova evangelizzazione. Si aprì così un periodo devastante che segnò gli ultimi dieci anni del pontificato di Paolo VI (1968-1978), segnati in particolare dalla contestazione del Magistero dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae.Ora, questo periodo, in cui i cattolici erano come scomparsi dalla scena pubblica, soprattutto a livello giovanile, cominciò a venire superato appunto a Loreto nel 1985, anche se fin dal primo discorso nel 1978, col suo celebre invito a “non aver paura di Cristo”, Giovanni Paolo II aveva cominciato a restituire l’orgoglio e la fierezza dell’essere cattolici e di appartenere alla Chiesa a una generazione timida e sbandata.Dopo Loreto, nel 1986, cominciò con l’elezione del card. Camillo Ruini alla segreteria della Cei il cosiddetto “ruinismo”, cioè il periodo segnato dalla figura del card. Ruini, che diventerà anche Presidente della Cei e Vicario del Papa a Roma. A Loreto, papa Giovanni Paolo II disse che i cattolici non potevano essere subalterni e dovevano agire da protagonisti, cercando di animare cristianamente l’ordine temporale, come scrive il documento del Concilio sull’apostolato dei laici, Apostolicam actuositatem. Questa linea portò dapprima a un tentativo di cambiare la Dc, il partito d’ispirazione cristiana al governo del Paese con socialisti e partiti laici, poi, negli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci e della Dc in seguito a Tangentopoli, al disegno di dare vita a un movimento cattolico impegnato soprattutto in un’azione culturale, decisa in particolare dal Convegno ecclesiale di Palermo, nel 1995.L’azione culturale dei cattolici italiani mirava e mira a rifare cristiano il tessuto della società e contemporaneamente a garantire l’Italia dall’introduzione di leggi aberranti in tema di bioetica che invece erano state approvate da quasi tutti i governi europei. La Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede del 2002, il famoso discorso di Benedetto XVI a parlamentari del Partito popolare europeo il 30 marzo 2006, coniarono il termine “principi non negoziabili”, che peraltro era già entrato nella mentalità dei cattolici, almeno in una certa misura.Esso costituì anche un approccio alla politica, diverso certamente dalla stagione della Democrazia cristiana.Una delle critiche che vennero portate ai principi non negoziabili fu quella di ridurre l’impegno politico dei cattolici alla difesa di alcuni valori, per quanto importanti, invece di promuovere una cultura politica “generale”. E’ la stessa accusa lanciata contro il cosiddetto Patto Gentiloni del 1912, che prevedeva un accordo politico in vista delle elezioni del 1913 in base al quale i cattolici avrebbero votato quei candidati che avessero sottoscritto un eptalogo, cioè sette punti irrinunciabili per la dottrina sociale della Chiesa. Anche allora i democratici cristiani criticarono questo tipo di accordo perchè ritenuto espressione di una cultura subalterna verso il liberalismo.Ma il problema principale non riguarda la collocazione politica bensì il fatto che i principi non negoziabili sono sorgivi e fondativi, come ha detto a Todi il card. Bagnasco. Essi stanno all’inizio e sostengono un progetto politico per il bene di una comunitá; senza di essi non si può parlare veramente di bene comune.Appare così veramente singolare che qualcuno possa pensare di fondare l’unità fra i cattolici, senza partire dai principi non negoziabili, perché soltanto questi ultimi sono veramente indiscutibili, mentre sul resto i cattolici possono avere opinioni diverse. Oltretutto, appare veramente singolare sostenere che la promozione dei principi non negoziabili non abbia conseguenze politiche. Pensate soltanto a come è cambiato il clima culturale quando cattolici e laici non cattolici hanno trovato un accordo nel Paese e in Parlamento per proporre la legge 40 che, pur non essendo rispettosa del diritto naturale in molti suoi aspetti, poneva dei limiti alla procreazione assistita, oppure quando hanno bocciato per due volte una legge sull’omofobia, oppure quando hanno affossato i Dico con la imponente manifestazione del family day. E si potrebbe continuare … m. invernizzi labussolaquotidiana

“Normalizzare” la omosessualità

Martedì, 26 Luglio 2011

Ci si dovrebbe chiedere come mai, questa settimana, la proposta di legge sull’omofobia voluta dal ministro Mara Carfagna (proposta di legge n. 2802, Norme per la tutela delle vittime di reati per motivi di omofobia e transfobia) andrà ancora una volta in discussione alla Camera dei deputati. La proposta di legge infatti è stata bocciata dalla Commissione giustizia lo scorso mese di maggio e dichiarata incostituzionale da una netta maggioranza parlamentare nel 2009. Perché insistere? Solo per una ragione di puntiglio del ministro Carfagna, che è stata smentita dal suo stesso governo e dal partito cui appartiene? È probabile che l’opposizione abbia chiesto la calendarizzazione in aula della proposta di legge perché, di fronte alla nuova probabile sconfitta parlamentare, essa possa fare esercitare tutte le pressioni possibili da parte della piazza (movimenti glbt, cioè gay, lesbiche, bisessuali e transessuali) contro il governo, accusandolo di essere omofobo.Occorre allora comprendere che l’omofobia è un aspetto di una lunga battaglia culturale in base alla quale «l’ideologia postmoderna dei “diritti umani” sta distruggendo la persona umana», come ha affermato il giusperito Mauro Ronco nell’importante sede del Convegno nazionale organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani, tenuto a Palermo pochi mesi fa (si veda il testo della sua relazione pubblicata sul periodico Cristianità, n. 359 del 2011). Questa battaglia ha come oggetto la persona, la sua definizione culturale e giuridica.La persona così come l’Occidente la ha sempre concepita e posta al centro del proprio sistema culturale e politico non è infatti una realtà astratta, ma, al contrario, molto concreta. È la persona creata “maschio e femmina” nella quale la componente sessuale è significativa per la personalità, psicologica oltre che fisica. Ora, come bene spiega Ronco nel proprio citato intervento, questa persona ha subito un lungo processo di aggressione e disarticolazione, dal razionalismo illuminista al positivismo giuridico, ma è soltanto negli ultimi decenni che si è cercato di eliminarla come fondamento della comunità sociale e civile. Infatti, soltanto a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, e poi dalle Conferenze de Il Cairo e di Pechino organizzate dall’Onu nel 1994 e 1995, si è cominciato a mettere in discussione l’esistenza di una natura umana comune a tutte le persone, ma una natura sempre “sessuata”, per cui ogni persona nasce maschio o femmina Questo principio sta a fondamento della civiltà cristiana che si è sviluppata in Occidente nel Millennio che va dall’Editto di Milano del 313 al secolo XIV, e oggi viene negato poiché negandolo si vuole dimostrare che non esistono realtà che l’uomo “trova” e che non può cambiare, ma che ogni cosa deve essere soggetta a un possibile cambiamento, secondo il desiderio del singolo.In sostanza, non esiste la natura come qualcosa di dato che l’uomo incontra nella storia, ma esistono solo i desideri dei singoli che devono essere accolti e valorizzati dalle istituzioni. Non esiste una natura “fissa”, ma tutto è cultura, cioè è frutto di convenzioni che possono mutare. Quella che oggi viene, con molta faciloneria, definita “omofobia” prevede dunque un’aggravante di pena per tutti coloro che venissero aggrediti essendo omosessuali. Lo scopo è quello di “normalizzare” l’omosessualità facendo apparire come intolleranti gli eterosessuali, soprattutto bandendo dalla società coloro che affermassero, come è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che gli atti omosessuali sono comunque disordinati (2357-2359). Come ha scritto Tony Anatrella, sacerdote e psicanalista francese, le associazioni omosessualiste, «quando si scontrano con argomentazioni che non sono in grado di discutere né di contraddire» usano il termine “omofobia”, ma in realtà sono esse ad avere paura, la paura di affrontare la realtà e di cercare di venire fuori da questa grave problematica. Il reato di omofobia presuppone insomma una cultura che vorrebbe distruggere il concetto di persona così come l’uomo la trova nella realtà, cioè sessuata, per sostituirla con quello più indistinto di “genere”, e mettere sullo stesso piano la coppia eterosessuale e quella omosessuale. Siccome il reato di omofobia prevede un’aggravante per una violenza commessa contro un omosessuale, bisogna ricordare che è la persona ad essere titolare di diritti, non la sua tendenza sessuale. E’ sulla base di questo ragionamento che venne dichiarata l’incostituzionalità della proposta di legge che fra pochi giorni ritornerà alla Camera, che avrebbe leso l’uguaglianza delle persone prevedendo per la categoria degli omosessuali un trattamento privilegiato.Ma le associazioni omosessualiste non possono arrendersi alla sconfitta subita. L’Italia è un Paese troppo importante. In Italia c’è il Pontefice ed è il Paese cattolico per eccellenza (era, sarebbe meglio aggiungere) e il passaggio della legge sull’omofobia sarebbe un pass per tutte le nazioni cattoliche dell’America latina e avrebbe un’influenza in tutto il mondo. Non riuscendo a ottenerlo attraverso una maggioranza parlamentare che non hanno, cercheranno di mobilitare la piazza utilizzando i mass media loro favorevoli e sfruttando l’indifferenza o la debolezza argomentativa degli altri. Si ripeterà facilmente un brutto film già visto: un governo e una maggioranza che difenderanno un principio fondamentale come quello della persona umana con molta paura e con una certa debolezza e dall’altra parte una minoranza laicista che cercherà di infiammare il Paese. m. invernizzi labussolaquotidiana

Giovanni Paolo II fece rifiorire la dottrina sociale

Martedì, 26 Aprile 2011

Il 15 maggio 1981 il Papa avrebbe dovuto pronunciare un discorso commemorativo del 90° anniversario dell’enciclica Rerum novarum (1891) con la quale il suo predecessore Leone XIII (1878-1903) aveva trattato la “questione operaia”, sorta in seguito alla rivoluzione industriale e allo smembramento del sistema corporativo, e quindi alla nascita di un capitalismo primitivo che non tutelava i diritti degli operai e li esponeva al rischio di essere fagocitati dalla propaganda marxista. La Rerum novarum rappresentò anche l’inizio del tentativo di organizzare i diversi interventi pontifici in materia sociale in un corpo dottrinale, che poi si chiamerà appunto dottrina sociale della Chiesa.L’attentato subito dal Papa in piazza san Pietro il 13 maggio glielo impedì e il discorso venne letto al suo posto dal segretario di Stato card. Agostino Casaroli (1914-1998). Il fatto di tenere un discorso in questa ricorrenza era già di per sé significativo. Per anni, nel periodo successivo al Concilio Vaticano II (1962-1965) e dopo il Sessantotto, la dottrina sociale era stata oscurata all’interno del mondo cattolico.Il rifiuto della dottrina sociale aveva una sua logica nel ragionamento di chi voleva fare del Concilio Vaticano II una svolta rivoluzionaria che ponesse fine a quella che sprezzantemente negli ambienti progressisti veniva chiamata “Chiesa costantiniana”, dal nome dell’imperatore Costantino (274-337) che permise libertà alla Chiesa dopo i primi tre secoli di persecuzione e in qualche modo cominciò a legare il mondo romano a quello cristiano. Costoro auspicavano una Chiesa disincarnata, “pura” e lontana dagli affari e dalla politica, che dopo aver fatto una radicale “scelta religiosa” non avrebbe avuto più bisogno di una dottrina sociale.Forse i critici della dottrina sociale avevano frainteso e creduto che la dottrina sociale fosse un’ideologia in competizione con le altre dell’epoca, oppure ritenevano che fosse il programma di cui i partiti d’ispirazione cristiana avevano bisogno per presentarsi alle competizioni elettorali. E senz’altro ci furono comportamenti che scandalizzarono riducendo l’immagine della Chiesa a un partito ideologico in conflitto con altri; in parte questi fraintendimenti erano inevitabili come inevitabile è, nella vita di una qualsiasi comunità, la presenza di esempi edificanti e di altri negativi, tuttavia altro dicevano i documenti della dottrina sociale che erano seguiti alla Rerum novarum. La Chiesa aveva colto un mutamento epocale nel corso del XIX secolo, da un punto di vista strutturale con il passaggio da una società agricola a una industriale, e da un punto di vista culturale con la nascita e la diffusione delle ideologie. Con la dottrina sociale, la Chiesa aveva voluto fornire ai fedeli uno strumento per riflettere e giudicare gli avvenimenti di un mondo sempre più “segnato” dalle “cose nuove”. Proprio durante il pontificato di Giovanni Paolo II la dottrina sociale avrebbe finalmente ricevuto una definizione importante, in qualche modo definitiva, nella seconda delle tre encicliche sociali, la Sollicitudo rei socialis (1987): «La dottrina sociale della Chiesa non è una “terza via” tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale (Sollicitudo rei socialis, 41)»Dopo il discorso “non pronunciato” del giorno dell’attentato, la ripresa della dottrina sociale sarebbe continuato con la terza enciclica di Giovanni Paolo II, la prima dedicata al tema della dottrina sociale. Il 14 settembre 1981, nel 90° della Rerum novarum, Giovanni Paolo II firmava la Laborem exercens, sul lavoro umano.
Essa contribuisce innanzitutto a ricordare che cosa è la dottrina sociale rispetto all’insegnamento della Chiesa: «La dottrina sociale della Chiesa, infatti, trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal Libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne fin dall’inizio all’insegnamento della Chiesa stessa, alla sua concezione dell’uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dall’insegnamento dei Pontefici sulla moderna “questione sociale”, a partire dall’Enciclica Rerum Novarum» (Laborem exercens, 3).L’enciclica ha come tema il lavoro umano, in particolare esaminato attraverso la sua dimensione soggettiva. Distinguendo l’aspetto oggettivo da quello soggettivo del lavoro, il Papa vuole innanzitutto ricordare che la questione più importante è il soggetto che lavora, che appunto è una persona. Da questo punto di vista, l’enciclica sottolinea l’apporto introdotto dal cristianesimo nel mondo antico, diviso in ceti e nel quale era contemplata la schiavitù.
L’enciclica denuncia anche gli errori del primitivo capitalismo, nato in seguito alla diffusione dei principi della Rivoluzione del 1789 in Francia e poi in Europa, nel corso del XIX secolo, con l’instaurarsi degli Stati nazionali e liberali e la soppressione del sistema sociale di tipo corporativo. Il sistema politico di allora favoriva e proteggeva i possessori del capitale, ma non garantiva adeguatamente i lavoratori. Nacque così la “questione operaia”: di fronte a una situazione di oggettiva ingiustizia sociale sorsero movimenti di operai per difendere i propri diritti, ma con il tempo a capo di questi movimenti riuscì a innestarsi il marxismo per mezzo dei partiti socialisti e dopo il 1848 del partito comunista pensato da Marx ed Engels appunto con il Manifesto del 1848. Venne così l’epoca della lotta di classe, del conflitto ideologico fra liberalismo, inteso come ideologia del capitalismo, e marxismo, inteso come ideologia del socialismo e del comunismo.Sarà quindi l’enciclica Centesimus annus a definire con ancora maggiore precisione i contenuti della dottrina sociale. Scritta a cento anni dalla celebre Rerum novarum, nell’anno 1991, che il Papa vorrà “Anno della Dottrina sociale della Chiesa”, e dopo due anni dalla caduta del Muro di Berlino, si tratta di un documento assai articolato che non si limita a enunciare alcuni principi, ma cerca anche di proporre un’analisi della società dopo gli eventi del 1989.La dottrina sociale della Chiesa viene anzitutto inserita nel programma di una nuova evangelizzazione: «La “nuova evangelizzazione”, di cui il mondo moderno ha urgente necessità e su cui ho più volte insistito, deve annoverare tra le sue componenti essenziali l’annuncio della dottrina sociale della Chiesa, idonea tuttora, come ai tempi di Leone XIII, ad indicare la retta via per rispondere alle grandi sfide dell’età contemporanea, mentre cresce il discredito delle ideologie. Come allora, bisogna ripetere che non c’è vera soluzione della “questione sociale” fuori del Vangelo e che, d’altra parte, le “cose nuove” possono trovare in esso il loro spazio di verità e la dovuta impostazione morale» (Centesimus annus, 5)Il fatto è importante. Un certo modo intimistico ed esclusivamente esistenziale di concepire il cristianesimo veniva definitivamente denunciato e superato, senza contrapposizioni, ma nell’ottica, così profondamente evangelica, dell’et et. Il cristianesimo è per la felicità della persona, anzitutto quella eterna, ma questa felicità non può essere raggiunta prescindendo dai rapporti con gli altri, dalla natura sociale della persona e dunque dal tentativo di costruire una società migliore, secondo il piano di Dio, che renda gloria al Signore e aiuti le persone a vivere meglio. L’annuncio della dottrina sociale diventa così essenziale, anche se purtroppo l’esperienza dimostra come sia ancora completamente assente nella vita pastorale delle parrocchie e della maggioranza delle altre strutture organizzate del mondo cattolico.Bisogna anche riconoscere come una grande battaglia culturale sia stata condotta contro la dottrina sociale e soprattutto contro la prospettiva che la fede debba generare una cultura che poi, se riceve il consenso dei popoli, diventa una civiltà. Per decenni, nel post Concilio, l’«ideologia di cristianità», come veniva chiamata soprattutto, in Italia, dalla scuola dossettiana di Bologna, la “pretesa” che dalla fede nasce una cultura che genera una civiltà, è stata considerata il vizio peggiore che un cattolico potesse avere. Se i cristiani non dovevano giudicare la storia e attorno a questi giudizi costruire la loro convivenza (con tutti gli adattamenti dovuti a una società pluralista), la dottrina sociale non aveva ragione di esistere. E così venne abbandonata. Chi si avventurava a pronunciare soltanto questa parola negli anni Settanta del secolo XX veniva additato e guardato con una sorta di commiserazione, quasi fosse un sopravvissuto di un’altra epoca della storia. Per questo il rilancio della dottrina sociale produsse l’effetto di un’autentica liberazione, come se la verità per anni sepolta o vituperata riuscisse finalmente a ritrovare il suo giusto posto.Naturalmente, questo non significa che non siano sorti altri problemi. Oggi, dopo quasi tre decenni dalla “liberazione”, la dottrina sociale è rientrata certamente nel numero delle parole pronunciabili, ma non viene ancora né studiata, né insegnata come pur sarebbe auspicabile. Un grande passo avanti è comunque stato compiuto. m. invernizzi labussolaquotidiana