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L’Italia non è una nazione meticcia (by Sartori)

Mercoledì, 19 Giugno 2013

l governo Monti era un po’ raccogliticcio, ma forse per la fretta e anche perché Monti non apparteneva al giro dei nostri politici e di molti di loro sapeva poco. Ma Letta i nostri politici li conosce, è del mestiere; eppure ha messo insieme un governo Brancaleone da primato. Grosso modo, metà dei suoi ministri e sottosegretari sono fuori posto, sono chiamati ad occuparsi di cose che non sanno. Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra «nera» Kyenge Kashetu nominata Ministro per l’Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis ?

Dubito molto che abbia letto il mio libro PluralismoMulticulturalismo e Estranei, e anche un mio recente editoriale su questo giornale nel quale proponevo per gli immigrati con le carte in ordine una residenza permanente trasmissibile ai figli. Era una proposta di buonsenso, ma forse per questo ignorata da tutti. Il buonsenso non fa notizia.

 

Sia come sia, la nostra oculista ha sentenziato che siamo tutti meticci, e che il nostro Paese deve passare dal principio dello ius sanguinis (chi è figlio di italiani è italiano) al principio dello ius soli (chi nasce in Italia diventa italiano). Di regola, in passato lo ius soli si applicava al Nuovo Mondo e comunque ai Paesi sottopopolati che avevano bisogno di nuovi cittadini, mentre lo ius sanguinis valeva per le popolazioni stanziali che da secoli popolano determinati territori. Oggi questa regola è stata violata in parecchi Paesi dal terzomondismo imperante e dal fatto che la sinistra, avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile.

Per ora i nostri troppi e inutili laureati sopravvivono perché abbiamo ancora famiglie allargate (non famiglie nucleari) che riescono a mantenerli.

Ma alla fine succederà come durante la grande e lunga depressione del ’29 negli Stati Uniti: a un certo momento i disoccupati saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro, anche i lavori disprezzati. Ma la Ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è «fattore di crescita», visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che «imprenditore» è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?

La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese «meticcio».Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava «moglie e buoi dei paesi tuoi». E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini «integrati».

Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l’arrivo delle Compagnie occidentali? All’ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall’India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l’uno contro l’altro. Più disintegrati di così si muore. g. sartori corriere.it

Dovevamo fare gli Stati Uniti d’Italia (by Tanzi)

Venerdì, 26 Ottobre 2012

Scrutando il Paese d’origine dall’orlo del precipizio, Vito Tanzi è giunto a una conclusione: le cose sarebbero andate in tutt’altro modo se i padri risorgimentali avessero fatto gli Stati Uniti d’Italia, anziché l’Italia unita. È la teoria che l’economista espone in Italica, il suo nuovo libro uscito con un sottotitolo, Costi e conseguenze dell’unificazione d’Italia, che rafforza la già eloquente immagine di copertina: uno Stivale ricoperto d’oro appeso per il piede, la Calabria, a un cappio.

Nessun intento antimeridionalista, se non altro perché il professor Tanzi è nato nel 1935 a Mola di Bari.

Forse l’autore non poteva giungere a una conclusione diversa, visto che dal 1956 vive negli Stati Uniti d’America ed è innamorato della sua patria adottiva. Ma le tesi esposte in Italica non hanno alcunché di passionale. Nelle 296 pagine a parlare è solo il rigore scientifico del laureato in economia alla Harvard University che per vent’anni, dal 1981 al 2000, è stato direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, la più alta carica non politica del Fmi; del docente che per una vita ha insegnato alla George Washington University e all’American University; del sottosegretario all’Economia e alle Finanze chiamato a far parte dal 2001 al 2003 del secondo governo Berlusconi; del consulente che ha prestato il proprio ingegno alla Banca mondiale, alle Nazioni Unite, alla Banca centrale europea.

Tanzi approdò negli Usa da emigrante al seguito del padre («per colpa della guerra d’Etiopia aveva perso il cantiere navale aperto dai suoi avi a Mola di Bari»). Fu assunto dal Fmi nel 1974 come capo della divisione tax. Per oltre un quarto di secolo ha seguito da vicino tutti gli aspetti di finanza pubblica – imposte, debiti, spese, welfare, pensioni – dei 186 Stati aderenti al Fondo attualmente diretto da Christine Lagarde. Si devono a lui le ricette che hanno riformato il sistema fiscale in vari Paesi, dall’Argentina al Marocco.

Oggi vive a Bethesda, a 10 chilometri dalla Casa Bianca. Quando non lo chiamano a tenere conferenze in Australia o in India, fa sentire la propria voce attraverso i libri e gli editoriali, pubblicati dal Financial Times, da Italia Oggi e dal Foglio.

Come mai all’improvviso s’è appassionato al tema dei costi dell’unificazione d’Italia?

«Pura curiosità intellettuale. Volevo capire in che modo i sette Stati italiani esistiti prima del 1861, che avevano leggi e sistemi economici e tributari assai differenti, fossero riusciti da un giorno all’altro a trasformarsi in uno Stato unitario. Ho cominciato a trascorrere ore e ore nelle biblioteche, ho speso un patrimonio in libri vecchi e nuovi, sono andato persino a Londra a visitare la Library and museum of freemasonry per scovare informazioni sul ruolo della massoneria inglese nel processo di unificazione. Alla fine mi sono reso conto che i problemi odierni dell’Unione europea sono identici a quelli dell’Italia di 150 anni fa: troppe nazioni con leggi diverse, regolamenti diversi, tasse diverse, dogane diverse, lingue diverse, messe insieme a tavolino».

Italica è un’edizione scientifica di Terroni, il best seller del suo conterraneo Pino Aprile?

«No, anche se ne condivido le conclusioni: nell’unificazione il Meridione ci ha rimesso. Per evitare il contenzioso Nord-Sud che s’è trascinato fino ai nostri giorni, sarebbe bastato fare gli Stati Uniti d’Italia anziché il Regno d’Italia. In fin dei conti l’avrebbero preferito anche Cavour, Metternich, Napoleone III e Francesco Ferrara, che era il più grande economista dell’epoca: una federazione dotata di un piccolo governo centrale che si occupasse solo delle relazioni con i Paesi stranieri e di pochissime altre funzioni. Lo Stato centralizzato doveva essere la destinazione finale e non il punto di partenza. Ferrara già in un articolo scritto nel 1850 aveva profetizzato che il Piemonte non sarebbe mai riuscito ad assimilare la Sardegna, così come la Gran Bretagna non era riuscita ad assimilare l’Irlanda».

Il Regno di Sardegna evitò il fallimento trasferendo i suoi debiti all’Italia, cosicché i problemi finanziari dei piemontesi diventarono quelli degli italiani.

«Nel 1861, all’atto dell’unificazione, il 57% o forse il 64% del debito pubblico totale dell’Italia era di origini sabaude, mentre l’incidenza del passivo che derivava dal Regno delle Due Sicilie era insignificante. A differenza dei Savoia, i Borbone avevano l’avversione per i bilanci in rosso e le tasse. Il deficit italiano, oggi stratosferico, è cominciato allora. Dal 1861 al 1896 il Regno d’Italia già creava un milione di debito pubblico al giorno, nelle lire di quel periodo».

Lei scrive che la capitale degli Stati Uniti d’Italia doveva essere fissata a Napoli. Perché?

«Era la città più importante, aveva più del doppio della popolazione di qualsiasi altro centro abitato, veniva considerata la terza capitale d’Europa dopo Parigi e Londra. Disponeva già di tutte le infrastrutture per ospitare un governo centrale. Ora lei pensi invece alle uscite folli sopportate per trasferire la capitale d’Italia prima da Torino a Firenze e poi da Firenze a Roma. Ha idea di quale sia stata la spesa per edificare nella Città eterna il solo ministero delle Finanze? Io ci ho lavorato per due anni, è il palazzo più grande di Roma, dev’essere costato un occhio della testa».

Siamo ancora in tempo per gli Stati Uniti d’Italia oppure il federalismo è solo un’utopia?

«Nei 27 anni in cui ho lavorato al Fmi mi sono occupato di molti Paesi dove vige il federalismo, dalla Russia al Sudafrica, e confesso di non essere mai stato entusiasta di questo assetto politico-istituzionale. Oggi mi rendo conto che, dove c’è un governo centrale inceppato, il federalismo rappresenta l’unica soluzione. A patto che poi le Regioni non trasferiscano i loro debiti allo Stato. Se negli Usa la California va in malora, non la salva nessuno».

Come mai da quattro anni siamo impaniati in questa crisi economica planetaria?

«Tutto risale alla fine della prima guerra mondiale e alla Grande depressione del 1929, quando abbiamo cominciato a creare gli Stati sociali e a finanziarli prima con l’aumento delle tasse e poi con i debiti. Ci aggiunga le recenti bolle speculative che hanno distorto l’economia reale. In Europa il livello impositivo è al massimo, non può andare oltre, ma la spesa pubblica continua ad aumentare. Non resta che ricorrere a una dieta».

Che propone? Di togliere l’assistenza sanitaria ai poveri e abolire la cassa integrazione?

«Il guaio del welfare è che diventa con l’andare degli anni sempre più generoso e sempre meno controllato. Nessuno vuol togliere l’assegno di invalidità ai ciechi. Ma oggi, persino negli Stati Uniti, si concede un’indennità anche per il gomito del tennista. In Italia c’è poi un problema di architettura istituzionale. Avete 8.092 Comuni, tre volte di più che negli Usa, e un numero di parlamentari quasi doppio rispetto a quelli americani. Dovete decidervi: o abolite le Province o abolite le Regioni. Solo le riforme strutturali fanno alzare il Pil di parecchi punti».

Lei sostiene che Mario Monti si limita invece alle manovre, all’aumento delle tasse.

«Se non metti mano all’architettura del sistema, pressione fiscale e spending review servono a ben poco. Lo scrissi fin dal 1989 in un libro che fu curato proprio da Monti per l’Università Bocconi».

Mi indichi la riforma che ritiene prioritaria per l’Italia.

«Be’, non si può certo dire che il modo in cui il governo Monti ha riformato il mercato del lavoro sia stato efficace. Mi spiego con due esempi personali. Mio figlio Giancarlo, 39 anni, laureato in microbiologia all’University of Pennsylvania, aveva un buonissimo impiego in una società di consulenze mediche. Mi ha telefonato: ?Mi sono licenziato, ero stufo del mio lavoro?. Gli ho dato del pazzo. Due settimane dopo era già direttore associato alla Biogen Idec, una delle compagnie farmaceutiche più importanti al mondo. Mio cognato June lavorava per un’impresa informatica di Washington fornitrice del Pentagono. Un giorno alle 15 il suo capo lo ha convocato: ?Volevo dirti che alle 17 la nostra azienda cessa l’attività?. Alle 18 s’era già trovato un altro posto, dove si diverte e guadagna il 20% in più».

Tragga le conclusioni.

«Un mercato del lavoro flessibile crea nuova occupazione. Ma in Italia una riforma che preveda l’abolizione dell’illicenziabilità oggi garantita per legge anche a incapaci e fannulloni è impensabile. I sindacati insorgerebbero».

Ha qualche altra riforma inattuabile da suggerirci?

«Quella della burocrazia. Lei deve credermi: ho venduto un terreno a Washington semplicemente presentandomi davanti a un avvocato, senza mappe catastali, solo con la mia carta d’identità. Ho firmato un foglio e l’acquirente mi ha consegnato l’assegno. In Italia avrei dovuto pagare un notaio perché certificasse che quel terreno era mio. Lo sapevo da me che era mio! Idem per l’allargamento della casa. Ho cominciato i lavori senza dir niente a nessuno: solo il preventivo dei costi e la corresponsione finale dei 400.000 dollari all’impresa edile. Vivo negli Usa da 56 anni e non ho mai messo piede in un municipio. Ogni volta che torno in vacanza a Mola di Bari, nella casa che ho ereditato dai genitori, devo passare delle mezze giornate negli uffici pubblici. L’Agenzia delle entrate mi ha ingiunto il pagamento di una cifra astronomica: ignorava che, da sottosegretario all’Economia, avevo già pagato quelle tasse».

Quale dovrebbe essere l’aliquota fiscale massima in Italia?

«I Beatles nel 1966 cantavano in Taxman: ?Lasciati dire come andrà / 1 per te, 19 per me / perché sono l’uomo delle tasse?, infatti il governo laburista di Harold Wilson aveva innalzato al 95% l’imposta marginale. Che arrivava al 70% anche negli Usa quando Ronald Reagan diventò presidente. Fu lui, Reagan, a portarla al 28%. È ciò che pago oggi, su un reddito buono ma non eccezionale, con l’aggiunta di un altro 5% allo Stato del Maryland e di un 3% alla contea di Montgomery. Ritengo che un’aliquota massima del 30%, in casi eccezionali fino al 40%, sia ragionevole. E mi scoccia molto che Mitt Romney paghi solo il 13%, grazie alle generose deduzioni di cui gode su plusvalenze e dividendi».

Alle presidenziali chi vincerà?

«Barack Obama, tutto sommato».

Una previsione o un auspicio?

«Entrambe le cose. Obama è il diavolo che già conosci. Anche se mi preoccupa la sua politica economica e fiscale».

A proposito di urne: il premier Monti non dovrebbe sottoporsi al giudizio popolare per ambire alla guida del governo anche dopo le elezioni del 2013?

«Lo conosco bene, ho molto rispetto per lui. Però non v’è dubbio che, se vuole continuare a stare in politica anche dopo la fine del governo tecnico d’emergenza, è obbligato a presentarsi agli elettori».

Non ha l’impressione che tutti attribuiscano la crisi agli eventi, anziché agli uomini? Il tasso di eticità è sceso sotto lo zero. A me pare un’emergenza morale, più che economica.

«Sono sicuramente d’accordo con lei. È anche una crisi del sistema democratico, perché molte delle storture di cui ci lamentiamo sono approvate dai parlamenti, ormai in mano ai lobbisti. Politici e manager hanno un unico obiettivo: guadagnare sempre di più. Altro che il bene pubblico!». s. lorenzetto ilgiornale

Italia-Giappone: nulla altro da aggiungere

Mercoledì, 15 Febbraio 2012
Abruzzo, sono passati quasi 3 anni dal terremoto dell’aprile 2009.
Giappone, ad 11 mesi dallo tsunami del marzo 2011 …

_ marzo 2011 _____________ febbraio 2012

via nonleggerlo.blogspot.com
TEMIS: se qualcuno ancora si chiede le ragioni della nostra decadenza…

L’italia è la prossima. Ecco perchè non usciremo dalla crisi

Martedì, 14 Febbraio 2012

La questione del “ce la faremo…?” in Italia ora sta coinvolgendo sempre più gente che di solito non si pone problemi sull’economia. Sento direttori di filiali di banca che dicono ai clienti di smobilitare BTP, dirigenti che pensano che la loro pensione sia in forse, cugine che chiamano chiedendo se è meglio la barretta d’oro o l’ETF Oro, ristoratori marchigiani che per la prima volta in vita loro vogliono vendere short l’Euro…Ma non è solo psicologia dovuta a oscillazioni dei mercati ed amplificata dai media. I numeri che ho riportato più volte e citando fonti diverse, dicono che la matematica del debito italiano non sta in piedi.
Un modo semplice di vederlo è che quest’anno il reddito nazionale crescerà del 3% (0.2% reale e 2.8% inflazione) cioè di circa 40-45 miliardi e gli interessi sul debito pubblico saranno sui 45 miliardi (il costo del debito è ancora per fortuna in media al 3%, anche se le NUOVE emissioni di titoli di stato ora costano allo stato italiano tra il 5.1% e il 6.2%). Al momento quindi abbiamo già che l’incremento del reddito nazionale annuo va SOLO a pagare gli interessi annui sul debito. Già questo dovrebbe far fermare un attimo a pensare: oggi la gente lavora in Italia non più per migliorare il tenore di vita, ma per pagare gli interessi annuali sul debito… (senza contare che questo è solo il debito pubblico, poi c’è il debito privato da aggiungere che è circa 1/3 di quello pubblico). Ma ai livelli raggiunti dai rendimenti dei BTP questo mese, in circa 3 anni il costo medio del debito italiano supererà il 5% che su più di 2.000 miliardi di debito si traduce in 100 miliardi di interessi l’anno. Questo però non è nemmeno il vero problema. Con queste manovre di sacrifici, se le implementano la crescita reale del PIL diventerà negativa già dal 2012 e e probabilmente anche l’inflazione si azzererà. Questo perchè se risucchi via dalle famiglie ed imprese 40-50 miliardi di “manovre fiscali” e li usi per ripagare rate di debito ed interessi quello che fai in sostanza è distruggere moneta. Ogni miliardo di “sacrifici” sono soldi che erano in tasca a famiglie ed imprese e spariscono in un buco nero, il pagamento del debito pubblico, SONO SOLDI TOLTI ALL’ECONOMIA, ALLE FAMIGLIE, ALLE IMPRESE, AL COMMERCIO. A questo punto occorre spiegare una volta per tutte come funziona un economia come la nostra perchè sembra che non lo facciano bene quasi da nessuna parte. Questo suona arrogante, ma ho studiato questa tema per anni e qui in Italia non vedo nessuno che spieghi chiaramente il meccanismo che ora vado a raccontare nella prossima pagina (chi è interessato poi può avere i riferimenti e le fonti…). Se si hanno quindi alcuni minuti di tempo ci si siede comodi e si legge fino in fondo questo pezzo. Attention please. Un avanzo di bilancio dello stato, (entrate maggiori delle uscite), E’ UNA DISTRUZIONE DI MONETA, PER LE FAMIGLIE ED IMPRESE. Perchè nella nostra economia basata sulla “cartamoneta” la moneta la crea essenzialmente il deficit pubblico annuale. In realtà era così anche ai tempi dei romani o deo medioevo o rinascimento, era lo stato che emetteva moneta in varie forme per coprire parte delle spese. Se lo stato in un anno spende 1100 miliardi e ne incassa 1000 (“è in deficit”) crea 100 miliardi in più per il pubblico e le imprese da usare. Viceversa se lo stato spende 1000 e incassa 1100 (è “in attivo”) riduce il denaro disponibile di 100 miliardi per il pubblico e le imprese. C’è però un altra fonte di moneta per le imprese e le famiglie: l’INCREMENTO DEL CREDITO. Se le banche incrementano il credito di 100 miliardi in un anno questo compensa il fatto che lo stato abbia un saldo di bilancio in attivo di 100 miliardi (che significa che sta riducendo la moneta in circolazione di 100 miliardi). Ma SE LE BANCHE RIDUCONO IL CREDITO E IN PIU’ LO STATO RIDUCE LE SPESE E AUMENTA LE TASSE, allora LA MONETA SI RIDUCE NELL’ECONOMIA Ora, se c’è inflazione elevata o crescente velocemente e anche una buona crescita reale dell’economia, questa riduzione di moneta può essere utile, per tenere a freno l’inflazione (se si limita ad un anno o due) Questo meccanismo è stato capito in qualche modo dopo la Grande Depressione, per cui da allora succedeva quasi sempre così: se le banche avendo esagerato di colpo riducevano il credito, gli stati compensavano questa distruzione di moneta con qualche cosa d’altro, riducevano le tasse o aumentavano la spesa, insomma incassano meno di quanto spendono in modo da CREARE MONETA PER LE FAMIGLIE ED IMPRESE. Quindi se sei in una situazione con inflazione bassa, recessione e le banche che riducono il credito (che costituisce MONETA!) allora bisogna che lo Stato stampi MONETA in misura proporzionale per evitare una brusca riduzione del reddito. La quale riduzione del reddito poi porterebbe a fallimenti e default, i quali a loro volta a catena spingerebbero le banche a ridurre il credito ulteriormente, lo stato a perdere entrate e a dover aumentare tasse per pareggiare il bilancio ecc.. in una spirale in cui la moneta si riduce e il reddito si riducono automaticamente. Se lo stato non è in grado di andare in deficit e le banche ad un certo punto di aumentare il credito di nuovo questo meccanismo ti crea la Grande Depressione. Questo è quello che è successo in sintesi in America e altri paesi negli anni ’30, il sistema bancario era paralizzato e lo stato non era in grado di spendere a sufficienza per cui la moneta veniva distrutta, calava del -30% e con lei il PIL calava del -30%. Non c’è bisogno quindi ora che leggiate dei libri sul tema, il nocciolo è stato spiegato qui…
Bene, anzi male. Applicando ora questo ragionamento a quello che succede oggi capisci cosa succede in Grecia, Irlanda, Portogallo, Lettonia… e poi tra un poco in Italia: se fai una “manovra di sacrifici” da 50 miliardi con tasse e riduzioni di spesa, in presenza di bassa inflazione e crescita zero, devi poi finanziare l’economia in qualche modo. E come ? Tramite maggiore credito, le banche devono essere in grado di erogare credito. Ma le banche hanno esteso troppo credito per 20 o 30 anni di seguito, si sono indebitate loro stesse, per ogni miliardo di capitale ne hanno 30 o 40 di impieghi. E le famiglie sono molto indebitate.
Se le banche di colpo riducono il credito nell’economia devi fare allora per compensare una “manovra di spesa” da 50 miliardi, con MENO tasse e AUMENTI DI SPESA, creando un DEFICIT annuale di bilancio pubblico. Perchè un deficit dello stato, significa un “surplus” per le famiglie ed imprese, le quali non possono vederrsi tagliare il credito e simultaneamente aumentare le tasse e ridurre i trasferimenti della spesa pubblica In sintesi: IN UN ECONOMIA MOLTO INDEBITATA, IN RECESSIONE E CON BASSA INFLAZIONE NON PUOI RIDURRE SIMULTANEAMENTE IL CREDITO E IL DEFICIT PUBBLICO. PERCHE’ ALTRIMENTI RIDUCI DEL 10% o 20% LA MONETA NELL’ECONOMIA, COME STA SUCCEDENDO IN IRLANDA, GRECIA, PORTOGALLO. E l’economia automaticamente si riduce del 10% o 20%. E questo fa diminuire automaticamente le entrate dello stato, inducendo lo stato a spendere ancora meno per mantenere il pareggio di bilancio, aumenta i fallimenti e bancarotte spingendo le banche ad erogare ancora meno credito. SE RIDUCI LA MONETA L’ECONOMIA MODERNA SOFFOCA. L’unica altra via d’uscita in questa situazione sarebbe svalutare la VALUTA del -20% o -30%. Questo fa aumentare di un 5% ad esempio il reddito nazionale grazie alle esportazioni all’estero e in questo modo INCREMENTA LA MONETA GRAZIE A MAGGIORI ESPORTAZIONI, CHE LA RISUCCHIANO DALL’ESTERO (vedi la Cina, Corea, Taiwan e gli altri astuti asiatici che da 20 anni tengono le loro valute depresse…) In sostanza la moneta deve aumentare ogni anno almeno di un 3-5% in qualche modo perchè il reddito nazionale cresca. Tu puoi anche lavorare molto e tanti altri come te e altri ancora essere disposti a lavorare di più, MA SENZA MONETA HAI DISOCCUPAZIONE E L’ECONOMIA SI CONTRAE ANCHE SE LA GENTE VORREBBE LAVORARE. Anche se la popolazione non è pigra e indolente, anche se sono americani, giapponesi o tedeschi e non greci e boliviani si ritrovano in decine di milioni ad essere disoccupati con le aziende che chiudono. E tutti si chiedono come mai visto che tante gente lavora bene come prima, tanti vorrebbero lavorare e ci sono tante tecnologie utili
Ma milioni di persone non possono lavorare perchè: i) le banche gonfiatesi troppo e piene di “sofferenze” riducono il credito, lo stato passa all’”austerità” e alle stangate fiscali per ridurre il deficit, per cui assorbe denaro dal pubblico e le esportazioni non salgono rispettono alle importazioni come valvola di sfogo. Per cui LA MONETA NELL’ECONOMIA SI RIDUCE SEMPRE. E automaticamente l’economia si contrae e la cosa peggiore è che questo meccanismo continua a ridurre la moneta e a ridurre il reddito continuamente e automaticamente, se non fai qualcosa. Come negli anni ’30 quando inesplicabilmente americani, inglesi e tedeschi, popoli diligenti e per niente pigri, erano tutti senza lavoro…SENZA MONETA L’ECONOMIA MODERNA SOFFOCA! In conclusione: la situazione attuale è di enorme accumulo di debito, bassa inflazione, crescita zero e tasso di cambio sopravvalutato. Per evitare la spirale della depressione devi
i) svalutare la moneta oppure
ii) aumentare il defici pubblico stampando moneta oppure
ii) fare aumentare il credito alle banche (ad esempio nazionalizzandole o garantendole dallo stato).
SENZA MONETA L’ECONOMIA MODERNA SOFFOCA!
Ma se non fai nessuna di queste tre cose, perchè sei nell’euro, perchè ti impongono i sacrifici e le stangate fiscali, perchè la Banca d’Italia non ha poteri e la BCE non stampa moneta e perchè le banche sono cotte…. hai UNA CONTINUA RIDUZIONE DELLA MONETA NELL’ECONOMIA CHE SI AUTOALIMENTA IN UNA SPIRALE CHE CREA non una normale recessione, MA UNA DEPRESSIONE come negli anni ’30 (Giovanni Zibordi di cobraf.com via comedonchisciotte

La fine dell’Italia – secondo il Foreign Policy

Venerdì, 25 Novembre 2011

Perché dovremmo stupirci se l’Italia cade a pezzi? Con decine di dialetti e un’unificazione fatta in fretta e furia, si potrebbe persino dubitare che sia davvero una nazione. L’Italia sta cadendo a pezzi, politicamente ed economicamente. Di fronte a una gravissima crisi del debito e alle defezioni dalla sua maggioranza parlamentare, il primo ministro Silvio Berlusconi , la figura politica che più ha dominato il panorama politico romano dai tempi di Mussolini, la scorsa settimana ha rassegnato le dimissioni. Ma i problemi del paese vanno oltre la scadente prova politica del Cavaliere, oltre i suoi celebri peccatucci: le loro radici affondano nella fragilità del sentimento di unità nazionale, un mito nel quale pochi italiani, oggi, mostrano di credere.La frettolosa, forzata unificazione del XIX Secolo, cui nel XX Secolo seguirono il fascismo e la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, lasciò il paese privo del sentimento di nazionalità. Ciò non sarebbe stato di grande importanza se lo stato post-fascista avesse avuto maggior successo, non solo nella gestione dell’economia ma anche nel proporsi come un’entità in cui i cittadini potessero identificarsi, e avere fiducia. Ma negli ultimi sessant’anni, la Repubblica italiana ha fallito nel fornire un governo funzionante, nel combattere la corruzione, nel proteggere l’ambiente, persino dal proteggere i suoi cittadini dalla violenza di Mafia, Camorra e altre organizzazioni criminali. Adesso, nonostante i suoi intrinseci punti di forza, la Repubblica si è mostrata incapace di gestire l’economia.Ci sono voluti quattro secoli perché i sette regni dell’Inghilterra anglo-sassone diventassero, alla fine, uno solo, nel Decimo secolo. Ma quasi tutta l’Italia è stata riunita in meno di due anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861. Il Papa venne spogliato di quasi tutti i suoi domini, la dinastia dei Borboni venne esiliata da Napoli, i duchi dell’Italia centrale persero i loro troni e il re del Piemonte divenne re d’Italia. In quel momento tale rapidità venne vista come un miracolo, il risultato di un magnifico insorgere patriottico da parte di un popolo che anelava ad unirsi e cacciare l’oppressore straniero e i suoi servi. Va detto però che il movimento patriottico che ottenne l’unificazione dell’Italia era numericamente piccolo, formato per lo più da giovani della classe media settentrionale; e non aveva alcuna possibilità di successo senza un intervento dall’esterno.Fu l’esercito francese a cacciare gli austriaci dalla Lombardia, nel 1859; fu una vittoria della Prussia a far sì che l’Italia, nel 1866, potesse annettersi Venezia. Nel resto del paese, le guerre di Risorgimento non furono tanto una lotta per l’unità e la liberazione, quanto una successione di guerre civili. Giuseppe Garibaldi, che si era fatto un nome come soldato combattendo in Sudamerica, si batté eroicamente con le sue camicie rosse in Sicilia e a Napoli nel 1860, ma la sua campagna fu, in ultima analisi, la conquista del Sud da parte del Nord, seguita dall’imposizione delle leggi del Nord in luogo di quelle dello stato meridionale che allora esisteva, il Regno delle due Sicilie. Napoli non si sentì affatto “liberata”, soltanto ottanta napoletani si offrirono volontari per le camicie rosse garibaldine? e la sua gente non tardò ad amareggiarsi del fatto che la città aveva scambiato quello che da seicento anni era il suo rango “capitale del regno” con quello di località di provincia. Ancor oggi il suo status è minore, nel quadro di un Pil del Mezzogiorno pari a meno della metà del settentrione.L’Italia unita ha saltato la fase, normale e faticosa, di “costruzione della nazione”, diventando subito uno stato centralista ben poco disposto a fare concessioni ai diversi localismi. Si faccia il paragone con la Germania: dopo l’unificazione del 1871, il nuovo Reich era governato da una confederazione che includeva quattro regni e cinque granducati. La penisola italiana, al contrario, venne conquistata in nome del re piemontese Vittorio Emanuele II e rimase una versione ingrandita di quel regno, esibendo lo stesso monarca, la stessa capitale (Torino), persino la stessa Costituzione. L’applicazione delle leggi piemontesi su tutta la penisola fece sentire i suoi abitanti più come popolazioni conquistate che come popolo liberato. Il sud venne attraversato da una serie di violente rivolte, tutte sanguinosamente represse.Le diversità che attraversano l’Italia hanno una storia antica, che non può essere messa da pare in pochi anni. Nel Quinto secolo dopo Cristo, gli antichi greci parlavano la stessa lingua e si consideravano greci; a quei tempi, la popolazione dell’Italia parlava 40 lingue diverse e non aveva alcun senso di identità comune. Tali diversità divennero ancor più pronunciate alla caduta dell’Impero romano, con gli italiani che si ritrovarono a vivere per secoli in comuni medievali, città-stato e ducati rinascimentali. Questi sentimenti di campanile sono vivi ancor oggi: se, per esempio, chiedete a un abitante di Pisa: “di dove sei”?, lui dirà “sono di Pisa” o eventualmente “sono toscano” ancor prima di dire “sono italiano” o magari “europeo”. Come scherzosamente ammettono molti italiani, il loro sentimento di appartenenza alla nazione emerge soltanto durante la Coppa del mondo di calcio, e solo se gli “azzurri” giocano bene.La lingua è un altro indicatore delle divisioni italiane. Il celebre linguista Tullio De Mauro ha stimato che all’epoca dell’unificazione, solo il 2,5% della popolazione parlasse l’italiano, vale a dire, l’idioma sviluppatosi a partire dal fiorentino vernacolare con cui scrivevano Dante e Boccaccio. Anche se si trattasse di un’esagerazione e quella percentuale fosse pari a dieci, ancora così si avrebbe che il 90 per cento degli abitanti dell’Italia parlavano lingue o dialetti regionali incomprensibili alle altre genti della penisola. Persino il re Vittorio Emanuele parlava in dialetto piemontese quando non parlava quella che era la sua lingua ufficiale, il francese.Nell’euforia tra il 1859 e il 1861, pochi politici italiani si soffermarono a considerare le complicazioni derivanti dall’unire genti così diverse. Uno che lo fece fu lo statista piemontese Massimo d’Azeglio, che subito dopo l’unificazione avrebbe detto: “Ora che è fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani”. Purtroppo, la via che più di ogni altra venne seguita per “fare gli italiani” fu quella di sforzarsi di fare dell’Italia una grande potenza, una potenza in grado di competere militarmente con Francia, Germania, Austria-Ungheria. Un tentativo condannato al fallimento, perché la nuova nazione era assai più povera delle sue rivali.Per un periodo di novant’anni, culminato con la caduta di Mussolini, la classe dirigente italiana decise di costruire il senso di nazionalità che ancora mancava trasformando gli italiani in conquistatori e colonialisti. Vennero spese grandi somme di denaro per finanziare spedizioni in Africa, spesso risoltesi in disastri; come ad Adua, nel 1896, dove un’armata italiana venne distrutta dalle forze etiopiche che uccisero in un giorno solo più italiani di quanti ne morirono in tutte le guerre risorgimentali. Sebbene il paese non avesse nemici in Europa e nessun bisogno di combattere in nessuna delle due guerre mondiali, l’Italia entrò in entrambi i conflitti, in tutti e due i casi nove mesi dopo lo scoppio delle ostilità con il governo che credeva di aver individuato il vincitore al quale chiedere, in premio, annessioni territoriali. L’errore di calcolo fatto ad Mussolini e la sua successiva caduta distrussero a un tempo, in Italia, il militarismo e l’idea di nazionalità.Nei cinquant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale il paese fu dominato dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista. Questi partiti, che ricevevano direttive, rispettivamente, dal Vaticano e dal Cremlino, non avevano alcun interesse nell’instillare un nuovo spirito di nazionalità, che prendesse il posto di quello naufragato nei disastri precedenti. L’Italia del dopoguerra è stata, per molti versi, una storia di successo. Con uno dei ratei di crescita maggiori del mondo, si segnalò tra i paesi innovatori in campi pacifici e produttivi come cinema, moda, design industriale. Ma anche quei trionfi furono settoriali, e nessun governo è stato mai in grado di colmare il gap esistente tra nord e sud.I fallimenti politici ed economici del governo non sono l’unica causa della malattia che oggi minaccia la stessa sopravvivenza dell’Italia. Alcuni difetti strutturali del paese sono intrinseci alle circostanze della sua nascita. La Lega Nord, il terzo maggior partito politico italiano, secondo cui il 150° anniversario dell’unità d’Italia avrebbe dovuto essere materia più di lutto che di celebrazioni, non è soltanto una strana aberrazione. Il suo atteggiamento verso il sud, per quanto razzista e xenofobo, dimostra che l’Italia, in realtà, non si sente un paese unito.Il grande politico liberale Giustino Fortunato era solito citare suo padre, secondo cui “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia”. Credeva che la forza e la civiltà della penisola risiedesse in una dimensione regionale, e che un governo centrale non avrebbe mai funzionato. Ogni giorno che passa, le sue idee appaiono sempre più esatte. Se per l’Italia c’è ancora un futuro come nazione unitaria dopo questa crisi, dovrà riconoscere la realtà di una nascita travagliata e costruire un nuovo modello politico che tenga conto del suo intrinseco, millenario regionalismo, magari non un mosaico di repubbliche comunali, ducati arroccati sulle montagne e principati; ma almeno uno stato federale, che rifletta le caratteristiche principali del suo passato. d. gilmour Tratto da Foreign Policy Traduzione di Enrico De Simone loccidentale

Finis Italiae

Lunedì, 24 Ottobre 2011

il video della Merkel e Sarkozy che irridono a Berlusconi http://video.corriere.it/sarkozy-merkel-ridacchiano-berlusconi/c9d7baf0-fd9b-11e0-aa26-262e70cd401e quello che più colpisce è la spontanea immediatezza con la quale comunicano pubblicamente le loro “perplessità”. lascia intuire che il tema fosse stato ampiamente trattato e digerito e che i due premier erano, forse non in questa forma, intenzionati ad esprimersi criticamente su Berlusconi in pubblico. temis

L’Italia non la ha inventata Dante

Lunedì, 4 Aprile 2011

Un breve excursus mostrerà, a chi avrà pazienza di leggerlo, che dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente ai tempi di Dante il territorio è stato unificato più volte e che ogni quaranta o cinquant’anni la questione italiana si è posta con veemenza. Tanto che viene da chiedersi: non è che ad essere mancata, per lunghi tratti del nostro percorso, non è la coscienza nazionale, ma la presenza di un potere militare espansionistico all’esterno e fortemente centralizzato all’interno, spesso legata all’esperienza degli stati-nazione, presenza non meno inquietante delle lotte intestine che ci hanno caratterizzato? L’ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, viene deposto nel 476 d.c. da Odoacre, il quale fin da subito cercò di integrarsi con la popolazione locale. Poco dopo, nel 488, il re degli ostrogoti Teodorico riceve incarico dall’imperatore d’oriente Zenone di riappropriarsi a suo nome dell’Italia, la quale viene chiaramente percepita come un unicum. Rivoltatosi contro la classe dirigente romana, che quindi conservava una coscienza identitaria di sé, Teodorico entra in conflitto con Costantinopoli e viene sconfitto. Nel 552 l’Italia era completamente unificata sotto il dominio bizantino, né mai era stata divisa. Questo fino al 568, quando in Italia scendono i longobardi. Se il trattato infine concluso tra questi ultimi e i bizantini nel 603 spezza l’unità territoriale della penisola, non si può però concludere che recida anche i legami culturali interni alla popolazione. Anzi, statuendo i conquistatori norme gravemente repressive verso gli italici e uccidendo o spingendo all’esilio la classe dirigente presente in loco, rafforzarono una distinzione tra governanti longobardi e governati italiani che i precedenti regni romani-barbari avevano invece cercato di smussare. Sono dunque i primi a volere rimanere attivamente alieni alle popolazioni locali, che intendevano semplicemente sottomettere.Per la prima volta l’Italia è divisa. Da una parte i possedimenti imperiali e dall’altra quelli longobardi. Questa situazione dura poco più di centocinquant’anni, durante i quali le popolazioni rimangono separate con una certa nettezza, pur con gli inevitabili scambi culturali e linguistici. Nel 722 si giunge alla rivolta, prima contro i bizantini e poi contro i longobardi. Questo porta ad una situazione di disordine a seguito del quale, nel 755, il primo dei re carolingi, Pipino il Breve, scende in Italia e la riconquista per intero (ad eccezione delle isole, di Venezia e di piccole parti della Calabria e della Puglia). Nello stesso anno dona poi a papa Stefano II vasti territori nell’Italia centrale, costituendo quello che diverrà poi lo Stato della Chiesa.La maggior parte del Paese è dunque unita e tale resterà a lungo. Nell’843 con l’accordo di Verdun, l’impero carolingio viene separato in Regno di Francia, Regno di Germania e Regno d’Italia. Quella italiana veniva dunque considerata una delle tre principali identità del Sacro Romano Impero. Il Regno d’Italia divenne addirittura indipendente nell’877 e lo restò, sconquassato da lotte intestine per la corona, fino al 951, quando Ottone I di germania assunse anche il titolo, per l’appunto, di re d’Italia. Si noti che nel 962 promulgò il cosiddetto Privilegio ottoniano con cui, tra le altre cose, sanciva il divieto di eleggere imperatori che non fossero di stirpe germanica (contrapponendo dunque, allo stato delle sue conquiste, i germanici agli italiani). Pochi anni più tardi, Ottone III spostò addirittura a Roma la capitale dell’Impero, venendo però cacciato dalla stessa aristocrazia locale che non voleva i governanti tedeschi troppo vicini ai propri interessi.Nel frattempo nell’Italia meridionale si erano prima avuti prima scontri con l’espansionismo islamico, in una lunga serie di conquiste e riconquiste, quindi si era instaurato il regno Normanno. In quella centro-settentrionale vennero invece affermandosi i comuni; ma è bene ricordare che, da principio, essi non furono tanto in lotta gli uni contro gli altri, come sarebbero stati poi, ma fecero al contrario lega comune contro le pretese imperiali, dimostrando uno spirito unitario ben superiore a quello che, al tempo, legava i tedeschi. La stagione degli scontri col Barbarossa si concluse solo nel 1183, con la pace di Costanza, quando i comuni dell’Italia centro-settentrionale si videro riconoscere le loro autonomie in cambio di una formale sottomissione all’imperatore come re d’Italia. Successivamente, in grazia di matrimonio, il figlio del Barbarossa, Enrico, seppure con qualche difficoltà, si fece proclamare re di Sicilia e dunque, almeno in linea teorica, di tutto il territorio italiano meno lo Stato della Chiesa. In meno di due secoli l’Italia giunge nuovamente all’unificazione, questa volta comprendente anche le isole.Si può dunque osservare come, ferma l’importante eccezione costituita dallo stato pontificio, lo stivale resti unito fino al 603. Dal 603 al 755 è diviso, ma le popolazioni locali sono in grado di organizzare una ribellione di massa, segno di una coscienza identitaria per nulla sopita. Dal 755 è nuovamente unito e per un lungo periodo indipendente e, quando i comuni cominciano a formarsi, questo è inizialmente un movimento nel senso della coesione e non delle lotte intestine. In meridione, invece, un regno autoritario era forse necessario per respingere il pericolo dei mori.E qui ci fermiamo. All’epoca di Dante alcuni comuni erano ormai ricchissimi e potenti, in lotta gli uni con gli altri per il dominio di importanti rotte commerciali. Dante invoca la discesa in Italia di Arrigo VII auspicando che possa unificarla, ma non lo fa per esaltazione nazionalistica, ma perché vede nell’unità sotto l’Impero la via per la pace. Dante e i letterati delle generazioni successive non saranno gli inventori o i recuperatori di una patria dimenticata, saranno anzi se mai, i testimoni del sovrapporsi, a quella italiana, di altre forti identità locali, come quella siciliana, quella toscana e quella veneziana.E qui mi sentirei di ripetere, senza cambiare una virgola: non è che ad essere mancata, per lunghi tratti del nostro percorso, non è la coscienza nazionale, ma la presenza di un potere militare espansionistico all’esterno e fortemente centralizzato all’interno, spesso legata all’esperienza degli stati-nazione, presenza non meno inquietante delle lotte intestine che ci hanno caratterizzato? z. cavalla estratto da L’Italia non è stata inventata da Dante su L’Occidentale

Montezemolo, inizia il fuoco incrociato

Domenica, 3 Aprile 2011

Luca Cordero di Montezemolo ha annunciato per l’ennesima volta che sta pensando di scendere in politica. Siamo tutti col fiato sospeso: lo farà, non lo farà? Ma soprattutto le domande sono: perché dovrebbe farlo, con quale esercito, con che alleati? Risposte logiche al momento non ce ne sono, se non quella che lui stesso lascia intendere: per salvare la patria. Ci sembra di rivedere un film appena andato in onda nel cinema della politica italiana, attore principale Gianfranco Fini, comparse Bocchino, Briguglio, Casini e Rutelli.Ora, a parte che non si capisce da chi sia minacciata questa benedetta patria, in quanto a salvataggi Montezemolo non ha poi grandi esperienze. Anzi. Quando gli fu affidata la Cinzano, l’allora giovane manager non cavò un ragno dal buco. L’anno che trascorse alla guida della Juventus fu l’unico nel quale i bianconeri non si qualificarono per una coppa europea.Come capo dell’avventura dei mondiali di calcio Italia ’90 diciamo che non portò fortuna alla nazionale e fu un disastro in quanto alla gestione del grande business (nuovi stadi nati vecchi, alberghi finanziati e mai finiti, infrastrutture per lo più inutili quanto costose).Alla Ferrari ha vinto molto con il tandem Todt-Schumacher. Via loro, le rosse – forse non a caso – sono state risucchiate nel gruppone, umiliate da un giovane team che porta il nome di una bibita. In ultimo, la Fiat di Marchionne ha preferito fare a meno di lui senza per questo subire il minimo trauma.Ma lasciamo perdere il passato. Di recente Montezemolo si è candidato a salvare la patria ogni qualvolta si sono verificate due circostanze: voci di crisi del governo Berlusconi, rallentamento del via libera che governo e Ferrovie dello Stato devono dare all’ingresso sul mercato ferroviario di nuovi soggetti. Già, perché Montezemolo è molto interessato a questa pratica.Di più, quello dei treni veloci è il suo nuovo affare. E che affare. Finanziato da Generali e da Banca Intesa, Montezemolo è andato in Francia a farsi costruire i suoi treni che ora vuole legittimamente buttare sulla rete italiana. Per fare questo servono permessi e nuove regole che tardano ad arrivare. Ferrovie italiane e governo fanno un po’ melina, per interesse e per cautela politica. Si vorrebbe cioè evitare che, attraverso Montezemolo, i francesi si pappino, praticamente gratis, pure il nostro sistema ferroviario.L’irrequietudine di Montezemolo, insomma, potrebbe avere anche qualche radice meno nobile di quelle dichiarate. Di recente, un altro bello del sistema di potere, Gianfranco Fini, scambiando ambizioni e interessi personali per un progetto politico, si è schiantato contro un muro dopo aver fatto sognare l’opposizione.Non credo che Montezemolo sia così stolto da voler bissare l’esperienza dell’utile idiota al servizio di Bersani, Casini e Di Pietro. Se vuole entrare in politica, si accomodi. Continuare a minacciarlo, non solo non serve e non fa paura, ma è sintomo di incertezza e debolezza, cose che non si addicono a un leader che vuole guidare il Paese.Tra il dire, il fare e il vincere, Berlusconi, nel 1993, impiegò non più di tre mesi. Montezemolo vuole tentare la stessa strada? Ci vogliono un progetto, i coglioni e almeno dodici milioni di voti. Frequentare consigli di amministrazione importanti, salotti chic e convegni prestigiosi è sufficiente ad avere buona stampa e alta considerazione di sé, non basta per vincere le elezioni. Perché dall’urna si deve prima o poi passare. Ma sospetto che contarsi senza rete di protezione non sia nel dna di Montezemolo salvatore, a parole, della patria. Alessandro Sallusti per Il Giornale

Dal baciamano alle bombe, la solita Italietta (by Temis)

Domenica, 20 Marzo 2011

gheddafi berlusconiBerlusconi ripete un copione che ha reso tristemente leggendario il ns Paese. Le guerre l’Italia continua a farle contro i suoi alleati. Così era accaduto nella I e nella II guerra mondiale, per non dire nel Risorgimento. Oggi, date le necessarie differenze, con la Libia con la quale tre mesi fa avevano sottoscritto un trattato di amicizia che aveva clausole di non belligeranza. quando le esigenze della realpolitik non tengono conto della dignità c’è il rischio di confondere il dito con la luna. quale paese potrà più fidarsi nel futuro dell’italia?

Tricolore al vento!

Giovedì, 17 Marzo 2011

20100603_luciamassarotto01Esponiamo la bandiera tricolore: – perchè siamo orgogliosi di essere italiani; – per omaggiare coloro che sono morti per noi; – perchè siamo una nazione: – per educare le nuove generazioni; – perchè la bandiera è del popolo e non solo delle istituzioni - per isolare la Lega (e teniamocelo per tutto l’anno!!). Temis  (in foto: Lucia Massarotto, la veneziana che per 12 anni ha esposto la bandiera in Riva Sette Martiri di fronte al palco dove ogni anno si festeggiano i “popoli padani”)