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L’unità d’Italia in cifre

Martedì, 15 Marzo 2011

Evviva: siamo più alti, forse più belli, certamente più longevi. Sappiamo leggere e scrivere quasi tutti ,anche se la maggioranza dei connazionali ha letto solo tre libri nell’ultimo anno. Ci sposiamo di meno e divorziamo di più. Adoriamo il cellulare ma è dubbio che la lingua usata per comunicare si possa chiamare italiano, un genere letterario in via di estinzione. Avanzano e dilagano le contrazioni degli sms, dove “perché” si scrive “xche” e “ti voglio bene” si esprime con un acronimo che sembra il nome di un treno ad alta velocità: “tvb”. Vale la pena di farsi una passeggiata tra questa tempesta di indicatori della nostra identità nazionale: avere un ritratto di sé, e non come quello di Dorian Gray, che può trasformarsi in un buon inizio sulla strada della consapevolezza. Dunque, tra i tantissimi meriti che vanno ascritti alle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia vi è anche quello di un rispolvero e aggiornamento imponente di dati, confronti, percorsi, tabelle, percentuali, numeri. Questa messe di cifre, alcune davvero impietose, ci dicono quanto, o quanto poco, l’Italia sia cambiata nel tempo. Ma quanto ancora debba faticare per mettersi al passo con altre nazioni europee alla nostra in tutto simili. Il dato che più mi colpisce è che, senza andare tanto indietro nel tempo, l’aspettativa di vita degli italiani è enormemente cresciuta. Viviamo e vivremo un sacco di tempo di più ma non è certo che sapremo cosa farcene! Nel 1861 gli italiani erano 22 milioni, oggi sono oltre 60, l’età media era di 33 anni adesso siamo a 42 e nel giro di pochi anni 1 italiano su 3 avrà più di 60 anni mentre i giovani tra i 20 e i 40 anni diminuiranno di un terzo. Aspettativa di vita 78 anni per gli uomini e 84 per le donne. Ma l’obiettivo è arrivare a 120. Questo dato ci dice molto sul nostro futuro, sul paese in cui vivremo, ma è un numero che non entra nel dibattito politico. Un dibattito ringhioso, sfacciato, ansiogeno e tutto votato all’estenuante ping-pong delle accuse e delle contraccuse. Un paese in marcia, segnando il passo. Ma torniamo alle nostre cifre, al confronto tra il 1861 e il 2011: il tasso di fecondità dell’Italia appena unificata era del 4,9 per cento contro l’1,3 per cento di oggi. Anche da qui possiamo comprendere molte cose: quel paese giovane di 150 anni fa aveva voglia di pensare il proprio futuro e rischiare, anche la vita, per renderlo migliore. Un paese arretrato dove il 70 per cento della popolazione (il 90 per cento al Sud) era analfabeta. Niente televisione, poca luce elettrica, e solo il camino contro il freddo in casa: probabilmente anche per questo si facevano figli. Oggi, che è dimezzata la percentuale dei matrimoni i figli sono una vera rarità. Contraccezione, precarietà, nuovi modelli di vita, giocano la loro parte nel formare il fenomeno. Sotto questa soglia (quella dell’1,3 per cento), spiegano i demografi, in poco meno di mezzo secolo la popolazione è destinata a dimezzarsi. Ma va a trovare negli impegni dei governi (dei governi, non del governo) un atto concreto di aiuto alle famiglie! Per nostra fortuna sono destinati ad aumentare gli immigrati. Tolte di mezzo le demagogie e le paure strumentali, si tratta chiaramente di un fenomeno complesso e difficile da amministrare. Eppure, dobbiamo farlo nel nostro interesse. Un recente rapporto del ministero del Welfare riconosce che, nonostante la crisi, per tenere in equilibrio domanda e offerta di lavoro (ovvero, per avere tanti lavoratori quanti ne hanno bisogno le imprese) servirebbero circa 2 milioni di immigrati nei prossimi 10 anni. L’altra faccia della medaglia è il tasso di occupazione abbondantemente sotto la media Ue (drammaticamente sotto se ci si limita alle donne). Parliamo di giovani. Quei 2 milioni di ragazzi e ragazze tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano sono stati ribattezzati Neet, con l’ennesimo acronimo anglofono che sta per “Not in Education, Employment or Training”, ma al di là delle definizioni più o meno sofisticate si tratta di qualcosa di allarmante e non è casuale che sia stato sottolineato più volte dallo stesso governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Con un’incidenza di quasi il 20 per cento sul totale dei ragazzi di quell’età, siamo leader nella poco brillante classifica dei paesi europei con più Neet. Non un una buona carta in prospettiva. Così come non lo è la nostra performance sulla capacità d’innovazione, con 83 brevetti per ogni milione di abitanti ci piazziamo undicesimi in Europa, ben sotto la media. Parliamo di imprese. Dove, invece, siamo ampiamente in testa è nel numero di imprese ogni 1.000 abitanti: 65,8 a fronte di una meda Ue di 42. E anche qui sappiamo tutti quanto questo dato si presti a letture contrapposte. Bisogna infatti considerare che nella lista vanno inserite anche le pizzerie, i baracchini di vendita di bibite e panini e ogni altra sorta di “impresa” totalmente casalinga. Di certo, se l’obiettivo è il modello renano, bisogna aver chiaro che in Germania le imprese ogni 1.000 abitanti sono appena 22. Ma sono imprese a tutti gli effetti.
Parliamo di Sud. Tremonti qualche giorno fa a Cernobbio ha affermato che il nostro paese è segnato da uno squilibrio storico tra un Nord che corre come l’Europa più ricca e un Sud che arranca e nuota verso standard magrebini. I dati, di certo, gli danno ragione. Il Pil del Sud, rispetto al totale dell’Italia era il 26,9 per cento nel 1951 e dopo 60 anni, il boom economico, l’Italia nel G8, è oggi al 26,8 (tenendo presente che nelle regioni meridionali vive il 40 per cento della popolazione). E non è tutto, c’è un’altra evidenza che conferma la teoria di Tremonti (e non solo la sua…): fatto 100 il Pil procapite dell’Europa a 27 nel 2010 il Nord del nostro paese è 127 (in linea con le 5 nazioni più ricche d’Europa) e il Sud 69, poco più della metà ma soprattutto inferiore a paesi come la Slovacchia, la Slovenia o l’Estonia. La forza dei numeri, il loro ineludibile rigore, contribuisce a ridisegnare la fotografia dell’Italia, di ieri e di oggi, tracciandone le linee di sviluppo ma anche i ritardi e le debolezze. Quelli che mancano però, almeno nelle ricette, sono i numeri del domani, perché un paese, una nazione, una identità collettiva, si nutre del suo passato ma deve saper guardare al suo futuro.
E invece, qui da noi, alla vigilia della grande Festa nazionale l’unico orizzonte del centrodestra sembra essere un signore ultrasettantenne che ha governato per la maggior parte degli ultimi vent’anni, mentre l’opposizione, in cerca di leader, ha come unico punto di riferimento una Costituzione scritta oltre mezzo secolo fa che ormai ha preso il posto della falce e martello nell’iconografia della sinistra. m. merlino riformista

Unità d’Italia, una festa senza festa

Domenica, 6 Febbraio 2011

La Marcegaglia vuole una festa dell’unità d’Italia senza festa. la decisione del governo di fissare il prossimo 17 marzo una festa nazionale per celebrare l’unità d’italia piace alla marcegaglia che, però, pretende che si lavori per evitare danni alle imprese. ieri giuliano amato (il cui attivismo, non essendo suoi estimatori, inizia a preoccuparci perchè tradisce ambizioni) le ha dato ragione. la cultura dell’impresa si sposa quella del socialismo chic sotto l’emblema del dio denaro. mammona prima ha spodestato cristo, oggi lo stato. all’esigenza di fare soldi e non perdere soldi viene sacrificato tutto e tutto giustifica. meditiamo gente, meditiamo. temis

Sì alla Festa dell’Unità d’Italia

Domenica, 9 Gennaio 2011

Ma allora la facciamo o no questa Festa Nazionale per i 150 anni dell’Unità d’Italia? Lo chiedo in giro, al presidente del comitato per l’Unità d’Italia, a ministri e protagonisti della politica italiana e delle istituzioni, ma nessuno sa dire niente e molti dicono che non è stata né bocciata né varata la decisione definitiva; resta italianamente nel mezzo, a bagnomaria. Il mistero della festa annunciata. Torno a chiederlo ora che da domani cominciano dal Tricolore i festeggiamenti per la nostra benedetta e maledetta unità d’Italia. Se ricordate, si pensò di dichiarare festa nazionale il 17 marzo del 2011, data della proclamazione ufficiale dell’unità d’Italia 150 anni fa. Avanzai formale proposta in questo senso proprio nel comitato dei garanti e fu approvata. La proposta fu accolta nelle sedi istituzionali competenti e si decise di istituire solo per il 2011 la festa dell’Italia. Poi la scelta si arenò per motivi misteriosi che vanno dalla crisi economica (non ci sono soldi) al timore di creare contraccolpi antiunitari e dispiaceri ai leghisti. Si parlò di declassarla a solennità civile. Poi nulla. Per ora tutto resta affidato a qualche bel concertone per il 17 marzo, a una notte bianca, rossa e verde per deliziare l’Italia nottambula e alle celebrazioni soprattutto piemontesi che il neopresidente della Regione, il leghista Cota, ha confermato per intero, con soddisfatta sorpresa dei promotori. Ma di festa popolare e nazionale, festa nelle scuole e nei luoghi pubblici, manco a parlarne. Ora io credo che un Paese debba avere la minima dignità di ricordare la data in cui si unì. Lo deve fare anche per ricordare il passato diviso, le pagine buie, le motivazioni di coloro che si opposero al Risorgimento e all’Unità. Motivazioni che sono veramente trasversali: leggetevi Gramsci e capirete le ragioni della diffidenza dei socialisti e dei comunisti anche nel nome dei contadini. Ma leggete pure le ragioni della contrarietà dei cattolici o dei meridionali, dei difensori degli Asburgo o dei Borbone. Ragioni rispettabili, a parte le esagerazioni revansciste. Ma ciò non toglie che un Paese adulto e civile abbia il dovere di ricordarsene. Ciò non toglie che l’Italia esiste e fino a prova contraria è la nostra Nazione, sancita dalla Tradizione e dalla Costituzione, dalla lingua e dalla malalingua. Aggiungete pure altre due considerazioni. La prima: non abbiamo una sola festa che celebri l’unità d’Italia, abbiamo la festa della Liberazione imperniata sulla dolorosa guerra civile e abbiamo la festa della Repubblica, impiantata sulla spaccatura a metà tra monarchia e repubblica. Il 4 novembre non è più festa da un pezzo. Non abbiamo una festa degli italiani e dell’Italia tutta. Una festa nata per unire, usando il bel motto del felice spot della Difesa per i 150 anni. La seconda ragione ancora più contingente della prima è che la sorte ci ha giocato un brutto scherzo quest’anno: il calendario relega le festività civili della prima metà dell’anno nelle festività religiose, dal 25 aprile oscurato dalla Pasquetta al Primo Maggio inghiottito in una domenica. Dunque, Sor Giulio, possiamo anche permetterci a fronte di due feste risparmiate, di averne una per un compleanno particolare. Perché non farla? Certo, c’è il rischio elezioni, ma questo mi pare un motivo in più per farla. Perché non farla rischia di diventare un buon argomento da campagna elettorale per le opposizioni. Gente che fino a ieri considerava la patria fascista e il tricolore la bandiera del calcio, dei monarchici e dei missini, dirà che questo governo sotto ricatto della Lega non ha il coraggio nemmeno di difendere l’Unità d’Italia. Vedremo sfilare passerelle di cariche dello Stato, più uno sciame di patrioti giacubbini, da cumpare Di Pietro a cumpariello Vendola, più i patrioti emiliani del tortellino, Bersani, Fini e Casini, per esaltare l’unità d’Italia a dispetto del governo sordo.  È questo che volete? Allora dico al presidente del consiglio, ai ministri della Difesa e dei Beni culturali, della Pubblica Istruzione e della Gioventù: che aspettate a rianimare il disegno di legge per l’istituzione della festa nazionale almeno solo per quest’anno? Scuole chiuse, discorso alla nazione, festa popolare in tutta Italia. Tanto più che la festa è pronta, i Comuni e le Regioni già si sono mossi, saranno allestite mostre e ci saranno eventi. Non dite che con i problemi che ci sono non è il caso di festeggiare, perché con questa logica dovremmo stare sempre in lutto stretto a piangere miseria sull’Italia, come fanno i catastrofisti della sera. Se volete trovare una formula non lesiva di nessuno, nemmeno della Lega e degli antirisorgimentali cattolici, terroni e socialisti, ripartite da lontano, dall’Italia nazione culturale, cioè dall’Italia antica e medievale, dall’Italia della lingua e della letteratura italiana, dall’Italia primatista mondiale dei beni culturali e dall’Italia erede di una civiltà giuridica e un Impero che unì i popoli, e sede di un papato universale. Poi rendete omaggio anche a chi si oppose o patì l’Unità d’Italia, date spazio anche a letture critiche, siate inclusivi nelle celebrazioni d’Unità. Ma fate la festa all’Italia, è un buon punto per ripartire. Un sobrio amor patrio ci vuole ancora. Un Paese che non si ama non si salva. m. veneziani ilgiornale

Le elezioni divideranno l’Italia in due (by Ricolfi)

Martedì, 9 Novembre 2010

E’ comprensibile che il mondo politico sia eccitato. Fini sta consumando il suo strappo, e Berlusconi – dopo quasi vent’anni – potrebbe anche essere costretto a uscire di scena. Vedremo. Sulla carta la fine del regno di Berlusconi presenta almeno un aspetto positivo: quello di togliere dalla scena la principale fonte di divisione degli italiani. E’ lecito sperare che, venuto meno il pomo della discordia, si possa tornare a ragionare di politica in modi non dico un po’ meno incivili (su questo è inutile farsi illusioni), ma almeno un po’ meno partigiani. E tuttavia basta osservare con un minimo di distacco il modo in cui il regno di Berlusconi sta tramontando per spegnere non pochi ottimismi sul dopo. Già, perché la qualità del «dopo» dipenderà molto dalle modalità della deposizione del monarca. C’è una prima possibilità, e cioè che sia Futuro e libertà, il partito di Fini, a far cadere il governo. In questo caso si aprirebbe una drammatica resa dei conti all’interno del centrodestra, perché il gesto di Fini – per le modalità con cui si sta consumando – non potrebbe non essere vissuto dai fedeli di Berlusconi come un tradimento, come Bruto che pugnala Cesare. E questo per l’ottima ragione che quasi tutto ciò che oggi Fini rimprovera a Berlusconi (a partire dalla «vergogna» della legge elettorale), fino a ieri era condiviso da Fini stesso. Ma un centrodestra spaccato fra seguaci di Fini e nostalgici del Cavaliere, fra antiberlusconiani e anti-antiberlusconiani sarebbe una sciagura per il nostro sistema politico. C’è una seconda possibilità, ed è che a chiudere l’era di Berlusconi sia il temutissimo (da lui) governo tecnico, un Comitato di Liberazione Nazionale con dentro tutti i nemici del premier, da Di Pietro a Fini. Se Napolitano ne consentisse la nascita non farebbe che applicare procedure previste dalla Costituzione, ma è difficile non vedere che in un simile esecutivo, in cui chi ha perso elezioni governa contro chi le ha vinte, metà degli italiani scorgerebbe un tradimento del mandato popolare, mentre l’altra metà non potrebbe che vedervi l’ennesima conferma dell’incapacità dell’opposizione di battere Berlusconi politicamente, senza bisogno di magistrati, veline e ribaltoni parlamentari. C’è infine un’ultima possibilità, e cioè che la caduta di Berlusconi, chiunque ne sia l’artefice, ci porti dritti a nuove elezioni, giusto in concomitanza con i festeggiamenti per l’Unità d’Italia. Ma anche questo scenario non è rassicurante. Non solo per la prevedibile reazione negativa dei mercati, con conseguente aumento del costo del nostro debito pubblico, ma per lo scenario politico che si aprirebbe davanti a noi. Che cosa potremmo aspettarci, infatti, da una competizione elettorale condotta dagli attori attualmente in campo? La previsione più realistica mi pare quella di una polarizzazione del conflitto politico sull’asse Nord-Sud, con il Pdl e la Lega sostanzialmente schierati con il Nord, i partiti del terzo Polo decisi a fermare il già impervio cammino del federalismo, e la sinistra in mezzo, a bagnomaria fra la fedeltà al progetto federale e la necessità di allearsi con i suoi nemici. In buona sostanza un match Bossi-Berlusconi-Tremonti contro Fini-Casini-Bersani. Se così dovessero andare le cose, l’Italia ne uscirebbe più debole e divisa che mai, e questo a prescindere da quale dei due schieramenti dovesse prevalere nel confronto elettorale. Quel che due schieramenti del genere avrebbero in comune, infatti, è precisamente la mancanza di una visione unitaria dell’interesse nazionale. Lo schieramento del Nord non vede i legittimi interessi del Sud, che sono innanzitutto di veder aumentare gli investimenti pubblici in infrastrutture. Lo schieramento del Sud non vede i legittimi interessi del Nord (primo fra tutti il federalismo), e interpreta come interessi del Mezzogiorno quelli che, in realtà, sono soltanto gli interessi di chi lo ha mal governato finora: i cittadini del Sud non hanno bisogno di meno federalismo ma, semmai, di una classe dirigente che ponga termine alla dilapidazione delle risorse pubbliche, e si metta finalmente in grado di erogare servizi all’altezza di un Paese moderno. Ciò di cui oggi si avverte la mancanza è proprio questo: un partito, o un’alleanza, che non giochi sulla divisione Nord-Sud, ma sappia affrontare gli squilibri territoriali in tutta la loro complessità tecnica e istituzionale, al di fuori delle vuote formule con cui, in questi giorni, politici di ogni provenienza e colore stanno conducendo il loro misero gioco. l. ricolfi lastampa

Perchè l’Italia non difende la Bruni?

Giovedì, 2 Settembre 2010

carla-bruni-bikinicarla bruni è una cittadina italiana. Perchè il governo non la ha difesa, come ha fatto la Francia, dinanzi alle offese e minacce di morte iraniane? temis

Vediamo positivo?

Sabato, 28 Agosto 2010

ottimisti fotosiamo tornati dall’estero e il trauma è stato forte. arrivati a fiumicino abbiamo atteso 40 minuti le valigie senza che ci fosse in giro nessuno a poter chiedere qualche informazione. usciti, il caos. macchine in tripla fila. nessun vigile. clacson e parolacce a go go. entrati in città, scritte sui muri, strade dissestate, lampioni spenti. insomma, Roma. la città eternamente in decadenza. il dramma è che ormai accettiamo questa decadenza senza ribellarci. la accettiamo e ci adattiamo senza nemmeno più domandarci se ci siano alternative. l’inizio della fine? temis

Benefattori in Usa, evasori in Italia

Giovedì, 5 Agosto 2010

Il più grande evasore del Liechtenstein è italiano. Nessun italiano è nella lista dei benefattori che utilizzeranno il 50 per cento della loro ricchezza a fini sociali. c’ è di che riflettere… TEMIS

Elkann, ovvero l’insostenibile leggerezza dell’essere

Martedì, 20 Luglio 2010

Un fenomeno inspiegabile sta interessando il mondo culturale italiano. Un personaggio un po’ blasé e dinoccolato, con un accento francese d’altri tempi, capelli brizzolati e occhi di ghiaccio sta notevolmente ampliando la sua influenza nelle casematte della cultura di gramsciana memoria. Ma non attraverso l’esercizio dell’egemonia, bensì occupandole fisicamente una per una. Con la flemma e l’eleganza disinvolta che gli sono proprie, Alain Elkann ha infatti aggiunto un altro incarico ai suoi già notevoli impegni pubblici. Presidente della Fondazione Museo Egizio di Torino dal 2004, Consigliere del Ministro Bondi da inizio legislatura, da poco meno di un mese è divenuto Presidente del comitato scientifico del Museo di Palazzo Te a Mantova, sostituendo il dimissionario Salvatore Settis, dopo esser stato chiamato da Letizia Moratti come spin doctor per dare una svolta comunicativa agli ultimi mesi di mandato in vista della ricandidatura a Sindaco di Milano. La moltiplicazione delle responsabilità, tuttavia, comincia a suscitare alcune perplessità, se non altro per il modo episodico con cui Elkann può dedicarvisi, foriero di un’inevitabile superficialità. I dirigenti di Palazzo Marino hanno dimostrato un certo imbarazzo quando lo scrittore, interpellato nel corso di una riunione per trovare una risposta efficace alle polemiche sollevate dalla decisione di Renzo Piano di non procedere alla piantumazione di 3.500 alberi nel centro di Milano a fronte del rifiuto del Sindaco di riconoscere spese di progettazione per un milione di euro allo studio dell’architetto genovese, avrebbe risposto “mettiamo delle fioriere al posto degli alberi, costano sicuramente di meno”. Una battuta degna di Chance Giardiniere in “Oltre il giardino”, ma difficilmente apprezzabile nel contesto di uno staff meeting di emergenza convocato sull’onda della riprovazione del Corriere della Sera per la promessa mancata del Sindaco Moratti di fare di Milano una città verde. Venuta meno la patina di autorevolezza, Elkann sembra abbia pensato allora di imporsi attraverso il dominio dell’autorità, facendo passare l’assioma per il quale egli sarebbe il “garante dei rapporti tra Milano e Roma”. Bluff efficace in prima battuta, sufficiente a incutere timore nei dirigenti di Palazzo Marino, ma facile da smascherare per chi mastica un po’ di politica. Allo stesso modo un lieve sgomento inizia a serpeggiare nella città dei Gonzaga, dove Elkann ha proposto una mostra sui faraoni per rilanciare Palazzo Te. Pochi giorni per elaborare la notizia e subito, pubblicamente, sono emersi i primi ragionevoli dissensi. Stefano Scansani, solido caposervizio delle pagine culturali della Gazzetta di Mantova, l’ha battezzata “Sindrome della mummia”. In un articolo tra l’ironico e il sarcastico Scansani ha demolito la proposta del neo presidente Elkann, definendola priva di strategia e inconsapevole dell’essenza del centro di Palazzo Te. In Italia, infatti, negli ultimi anni sono state allestite già sei mostre dedicate all’ Egitto. Argomento inflazionato, non si vede lo spazio per una proposta adeguata. Inoltre una mostra simile colliderebbe con la storia del Centro Te, che non ha mai proposto mostre preconfezionate, “ovvie e populiste”, riconducibili “agli impegni altri o alle provenienze del presidente”, ma ha sempre ideato e elaborato la propria produzione di ricerca. “Il Centro Te”, ricorda Scansani a Elkann, “è laboratorio di ricerca, e soltanto dopo un’officina espositiva … dovrebbe inventare una formula nazionale per far fronte alla crisi di idee”. Ma a Scansani, come a molti a Mantova, non sembra che Elkann possa portare soluzioni originali. Anzi sembra egli stesso un prodotto della crisi di idee, al punto di riciclare sempre gli stessi pensieri. E con cattiveria Scansani non manca di ricordarglielo: “Elkann ha immaginato anche una mostra sull’unità nazionale che nel 2011 compie 150 anni. Il Centro Te l’ha già fatta, precisamente nel 2007-2008 con la Nazione Dipinta”. A dimostrazione che qualcuno nel nostro Paese sa ancora riconoscere il copiato. Ma pochi, forse, hanno il coraggio di denunciarlo. (n. melchiorri l’occidentale)

Una Paese in mutande (anzi no, senza)

Lunedì, 5 Luglio 2010

tumblr_l53au5XefR1qz4c38o1_1280Un ministro che si dimette in tribunale; un presidente del consiglio che fa i festini (anche) all’estero; un presidente della camera che fa politica; un presidente delal repubblica che interpreta la legge; una forza di maggioranza che vuole la secessione; il braccio destro del premier che è mafioso; una opposizione che si fa fotografare con le escort; una nazionale che finisce ultima al mondiale…

Fratelli d’Italia, nessuno vi ama

Sabato, 19 Giugno 2010

C_3_Media_348373_immagineÈ di ieri l’altro l’attacco del Wall Street Journal in cui si afferma che «l’Italia non è come le altre democrazie occidentali». Nulla di nuovo sotto il sole. Se vogliamo restare con il viso schiacciato sulla vetrina della contemporaneità, sarà sufficiente ricordare la P38 poggiata su un piatto di spaghetti dello Spiegel nel 1977, le copertine dell’Economist del 2001 su Berlusconi «unfit to lead Italy», le reazioni isteriche della stampa francese all’indomani della sconfitta ai Mondiali del 2006, quando fu orchestrata una campagna mediatica in cui sembrava che l’Italia, fortunata ai rigori, avesse vinto grazie all’insulto razzista di un masnadiere. In realtà, la storia dei pregiudizi sull’Italia sprofonda nei secoli e ha un momento di coagulazione nel grumo delle guerre d’Italia tra il 1494 e il 1559, quando la penisola si trasformò in un campo di battaglia percorso dagli eserciti stranieri: ad Erasmo gli italiani apparivano nel 1530 come tante gru avvezze a reggersi in equilibrio su una gamba sola «in segno di rispetto» cortigiano per il padrone di turno. In questa temperie storica si formarono una serie di immagini (fino alla definizione di Goethe su Napoli «paradiso abitato dai diavoli») che avrebbero attraversato i secoli senza rischiare di passare in disuso. Gli architravi di questa retorica del pregiudizio, un vero e proprio luogo-comunismo straniero, fanno dell’italiano il prototipo del traditore, dell’inaffidabile, del corrotto, del furbastro, dell’imbelle, dell’opportunista, dell’effeminato. L’aspetto più curioso di questo sguardo antico e di lunga durata è la sua differenziazione prospettica: gli italiani che da secoli si percepiscono al proprio interno come forestieri attribuiscono una serie di caratteri negativi all’uomo del Sud. Quei caratteri però diventano poi geograficamente intercambiabili e, nello sguardo straniero, l’unico in grado di unire effettivamente la penisola, l’Italia si riscopre tutta meridionale. Il tratto comune di questo atteggiamento è la mancanza di un patriottismo medio, in ragione del quale oscilliamo di continuo tra due poli opposti: l’esaltazione becera e arrogante di una presunta superiorità italiana (spesso declinata secondo identità comunali o regionali) e un manifesto senso d’inferiorità e d’esterofilia che trova piena espressione di sé nelle abusate maschere dell’anti-italiano e dell’arci-italiano, due facce della stessa medaglia. Ma accanto a un patriottismo debole, cosa alimenta un simile atteggiamento? Tra i principali guasti causati da un fenomeno serio e grave come quello dei cosiddetti “cervelli in fuga” non vi è solo il danno economico di una serie di talenti costretti a emigrare in cerca di fortuna, che dunque realizzano all’estero i loro progetti dopo essere stati formati in Italia fino alla laurea e oltre. Chi gira il mondo sa di trovare ovunque un italiano che si è fatto strada nella ricerca e negli studi, evidentemente perché quegli agenti formatori, scolastici e universitari, non devono poi essere così malaccio come si dice. Purtroppo, l’altra involontaria conseguenza di questo fenomeno è che costoro si trasformano, come dargli torto, in migliaia di agenti esterofili e anti-italiani che non perdono occasione per pubblicizzare il loro risentimento verso un paese dal quale si sono sentiti traditi. Anche in questo caso si tratta di attitudini antiche. Nel 1588 l’erudito Giovanni Botero nell’indirizzare un avvertimento a coloro che intendevano studiare nelle università italiane scriveva: «Ivi la penna si tramuta in pugnale, il calamaio in fiasca della polvere da sparo, le disquisizioni in risse sanguinose… la sincerità è dileggiata e disprezzata, modestia e riservatezza sono additate a discredito e vergogna». Certo, non mancano nostre responsabilità, non tutte imputabili al connaturato cosmopolitismo delle classi dirigenti italiane sulle quali Antonio Gramsci ha scritto pagine ancora vive. Magari fosse solo così. Nel 1765 l’economista Gian Rinaldo Carli, in un libro significativamente intitolato Della patria degli Italiani, segnalava l’esistenza di «un genio mistico degl’Italiani, che gli rende inospitali e imimici di loro medesimi e d’onde per conseguenza ne derivano l’arenamento delle arti e delle scienze e impedimenti fortissimi alla gloria nazionale, la qual mal si dilata quando in tante fazioni o scismi viene divisa la nazione». Non sappiamo fare sistema e non da oggi. Insomma, viva la libertà di critica, ma lasciamo da parte l’insulto e il disprezzo perché non esistono figli e popoli di un Dio minore. Anzi, ai più scettici si rinnova l’invito a leggersi il ginevrino Sismondi, il quale nei primi anni dell’Ottocento ricordava che «l’Italia è la terra della libertà; propria là il popolo l’ha capita meglio e difesa più generosamente, due secoli prima che i comuni di Francia o d’Inghilterra, di Spagna o di Germania, fossero usciti dalla schiavitù. L’Italia deve alla libertà che ha conquistato per se stessa e che ha insegnato al mondo tutto quel che ha conosciuto di gloria e prosperità». Che dire? Chapeau.  miguel.gotor@unito.it ilsole24ore