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Profumo e Montezemolo, i poteri forti li vogliono al governo

Sabato, 3 Settembre 2011

Non può essere solo una coincidenza. Infatti non lo è. Ieri l’altro, mentre a Labro Alessandro Profumo dava la sua disponibilità a entrare in politica bacchettando Pdl e Pd, nel direttivo di Confindustria riunito a Milano la parola e l’aggettivo più gettonati – che accompagnavano la stroncatura senz’appello della manovra (e delle manovre) del governo – erano «elezioni» e «anticipate».Da Labro, il paese in provincia di Rieti dov’è in corso la festa dell’Api di Francesco Rutelli, a Milano, dov’è andato in scena l’ultimo consiglio direttivo di Confindustria, ci sono più di cinquecento chilometri. Eppure, giovedì, era come se fossero due località confinanti. Comunicanti. Nella riunione nel capoluogo lombardo, la stessa in cui il gotha degli industriali giudicava la manovra (e anche il governo) «debole» e «inadeguata», più d’uno ha teorizzato l’imminente default dell’attuale sistema politico italiano. Una possibile sintesi dell’aria che tirava e tira in Confindustria potrebbe essere la seguente: «I balletti sulla manovra dimostrano che il governo non è in grado di superare lo scoglio della manovra e di rispondere con efficacia alla richiesta di rigore che arriva da Bruxelles. E del centrosinistra, ovviamente, non ci fidiamo». Di conseguenza, non si può escludere che «la primavera del 2012 possa essere il momento dell’appuntamento con le elezioni anticipate».Se a Milano gli industriali mettevano nero su bianco i sintomi (secondo loro) della malattia, a Labro si materializzava quello che (secondo loro) è il medicinale per curarlo. L’annuncio della disponibilità di Profumo, unito all’evergreen di un Montezemolo che pare definitivamente arrivato alla decisione di fare il «passo in avanti», possono essere – agli occhi di quelli che Berlusconi chiama «i poteri forti» – le mosse in grado di scombinare il sistema. Di ridurre (non si sa di quanto) il blocco sociale del centrodestra del Cavaliere. E di “tentare” quel pezzo di classe dirigente del centrosinistra che teme il remake del film del 1994, segnato dal fallimentare protagonismo della «gioiosa macchina da guerra».Montezemolo e Profumo, racconta chi li conosce bene, non hanno molte cose in comune. Ma c’è un aspetto, non trascurabile, che potrebbe portarli a una convivenza pacifica sotto uno stesso tetto (politico). «Mentre Luca è uno che per forza deve fare il numero uno», dice un amico di entrambi, «Profumo ha sempre avuto l’umiltà di mettersi a disposizione di un progetto, senza per forza voler fare il “capo”». E a dispetto dei rumors che li danno lontani anni luce, aggiunge la fonte, «non è da escludere che le loro strade possano incrociarsi molto presto». Magari «possono insieme sostenere i quesiti del Mattarellum. Ma entrambi sono sicuri che si voterà con l’attuale Porcellum, che consente comodi ingressi in Parlamento anche a chi non ha grandi coalizioni alle spalle».
Sotto l’ombrello del Terzo Polo del tridente Casini-Fini-Rutelli, come ha teorizzato ieri Italo Bocchino («Se Profumo scenderà in campo, lo farà con noi», ha detto ad Affaritaliani) e come vorrebbe Bruno Tabacci? Non è detto. Non a caso il leader dell’Udc, che aveva commentato a caldo con entusiasmo la disponibilità dell’ex ad di Unicredit a «darsi da fare», ieri ha smorzato i toni: «La candidatura di Profumo? Si tratta di un dibattito prematuro. Stiamo parlando – ha aggiunto Casini – di persone fuori della politica che oggi esprimono una disponibilità. Il compito del Terzo Polo è quello di intercettarle. Ma parlare oggi di incarichi e posti banalizza tutto e sarebbe anche controproducente per noi».
Morale della favola? L’operazione «quarto polo», che potrebbe avere in Montezemolo e Profumo due dei protagonisti («Ma altri industriali sono pronti a farsi avanti», mormorano fonti di Confindustria), nasce da lidi che poco hanno a che fare con la politica. A Cernobbio, al forum Ambrosetti, ieri non si parlava d’altro. Manovra inadeguata, governo incapace, e tandem Montezemolo-Profumo. Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria, ai microfoni di Radio 24: «La politica ne trarrebbe beneficio. Quindi ben venga Profumo e ben venga Montezemolo un domani». Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-San Paolo: «Profumo? Persone di grande competenza e autorevolezza internazionale possono portare nella politica risorse intellettuali e umani utilissime. Di lui penso stra-bene». Lascia un segno nel dibattito anche chi, nel centrosinistra, vigila sulle mosse di chi si muove a destra del Pd. «È una buona notizia se Profumo si impegna in politica», mette a verbale Enrico Letta. «Quello di Profumo sarebbe un apporto prezioso», aggiunge il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (che ha in giunta uno degli sponsor del banchiere, Bruno Tabacci, e che sta dialogando con tutto quel mondo che tra il perimetro del centrosinistra e quello del centrodestra). Ma al quartier generale del Pd, la mossa dell’ex autorevole sostenitore (la moglie di Profumo, Sabina Ratti, è stata candidata all’assemblea nazionale con Rosy Bindi) non è piaciuta affatto. E qualcuno ricorda quelle parole di Bersani, che a fine luglio – all’inizio dell’inchiesta su Penati – aveva affidato ai fedelissimi la più tetra delle profezie: «In giro c’è qualcuno che vuole riportarci tutti al 1993. Qualcuno che, sapendo che l’originale è alla frutta, è alla ricerca di un nuovo Berlusconi». t.labate ilriformista

Gioco della parti sul 17 marzo

Sabato, 19 Febbraio 2011

«Angelino, spieghi bene questa cosa del referendum sulla giustizia?». Un lampo, una messinscena concordata con la Lega sul 17 marzo, il rilancio su giustizia e “legge bavaglio”. Berlusconi è convinto di essere in piena remuntada. La rimonta impossibile del Cavaliere riparte della giustizia. L’aveva detto incontrando il Capo dello Stato una settimana fa, che avrebbe «rimesso mano a tutti i provvedimenti per una giustizia giusta, a cominciare dal ritorno al testo originario sulle intercettazioni». E ieri, all’indomani degli ultimi “colpi” di una campagna acquisti parlamentare che ha ridotto i ranghi di Futuro e libertà, il premier è passato all’azione. Ma per essere perfetto, il piano aveva bisogno di un colpo di genio. Una messinscena, insomma. E così, quando alla fine del consiglio dei ministri Roberto Calderoli scrive una nota per bollare come «follia incostituzionale» la scelta del governo di trasformare il 17 marzo (150mo anniversario dell’Unità d’Italia) in un giorno festivo, nella war room del premier i berluscones si godono lo spettacolo di chi pensa all’ennesima spaccatura tra Pdl e Lega. Non è cosi. È vero, come dirà più tardi Ignazio La Russa (uno dei protagonisti della messinscena), che Bossi e Calderoli – Maroni era assente – hanno votato contro il decreto sul 17 marzo. Ma, a differenza del cruento botta e risposta andato in scena sui media, tutto s’è svolto secondo copione. Un copione scritto da Gianni Letta. Un decreto già previsto, come previsto era che pidiellini e leghisti si posizionassero sulle parti opposte della barricata per tenere buoni i rispettivi elettori (e i rispettivi sondaggi) senza fare danni. Infatti, nel chiuso della sala del consiglio dei ministri, quando si discute del 17 marzo Calderoli si limita a dire: «Ricordatevi di annotare sul verbale che io e Bossi siamo contrari». E non è una quisquillia. Perché, come sostiene un parlamentare leghista che ha raccolto le confidenze pomeridiane del ministro della Semplificazione, «questa scenetta sull’Unità d’Italia serviva anche per bloccare il dialogo della corrente di Maroni con l’opposizione». Della serie, «adesso vogliamo vederlo Bersani che ripropone il patto a chi è contrario a celebrare l’Unità d’Italia con un giorno di festa». Berlusconi è convinto di aver sminato la bomba Fini, di aver stretto nuovamente i bulloni dell’intesa con Tremonti e di aver avvelenato i pozzi del dialogo tra il titolare del Viminale e l’opposizione. Per questo, nell’attesa intervenire a piedi uniti sul tema del processo di Milano («Lo farà presto», assicura Roberto Formigni), rimette al centro dell’agenda politica quella riforma della giustizia che gli consentirà di convocare l’ennesimo referendum su sé stesso. E di lanciare la successione verso l’erede designato, Angelino Alfano. Tocca al guardasigilli, ovviamente, leggere ai colleghi ministri la relazione sul ddl che contiene la riforma costituzionale sulla giustizia, approvata all’unanimità (Maroni e Tremonti erano assenti), e annunciare un consiglio dei ministri straordinario per il via libera definitivo. «Questa riforma è basata su principi di civiltà», scalpita ogni tanto il Cavaliere che comunque, a dispetto dei rumors, è ancora prudente sul ripristino dell’immunità parlamentare. Nel testo ci sono separazione delle carriere, inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, responsabilità civile dei magistrati, doppio Csm e la riforma del titolo IV della seconda parte della Costituzione, che stando ai desiderata berlusconiani si chiamerebbe «La giustizia» e non più «La magistratura». «Angelino, ci spieghi meglio questa cosa del referendum?», chiede a un certo punto Berlusconi. E Alfano sciorina il piano che prevede l’accellerazione sulla riforma che, gioco forza, finirà di fronte agli elettori. A quello che qualche membro dell’esecutivo ribattezza il «giudizio definitivo del popolo italiano sul berlusconismo». Magari da celebrare in contemporanea alle elezioni politiche. «Basta cambiare la legge che impedisce la concomitanza tra le politiche e le consultazioni referendarie», scandisce il ministro della Giustizia. E il gioco è fatto.
Un piano a lunga gittata, ambizioso ai limiti dell’impossibile. Che vede Berlusconi&Alfano, il Capo e l’Erede, determinati a riportare a galla il testo originario sulla “stretta” alle intercettazioni telefoniche. Quella legge bavaglio «per cui adesso abbiamo i numeri in Parlamento», confida il premier. Che poi scappa all’incontro bilaterale con la Santa Sede e trova il modo di parlare a quattr’occhi con il presidente della Cei Bagnasco. A cui anticipa un’altra accelerazione: quella sui temi etici, a partire dal testamento biologico. t.labate riformista

Il prezziario della fiducia (by Calearo)

Martedì, 7 Dicembre 2010

«Dai 350mila al mezzo milione di euro».
Esagerato.
«E pensi che la quotazione, nei prossimi giorni, può ancora salire. Soprattutto al Senato».
Addirittura.
«I prezzi, quelli per convincere un indeciso a votare la fiducia al governo, per adesso sono questi».
L’«indeciso» Massimo Calearo, imprenditore e deputato ex pd, sente, vede, scruta. E racconta al Riformista il prezzario della crisi di governo.
«Domenica Il Sole 24 ore ha scritto che sono 345 i parlamentari che perderebbero la pensione in caso di scioglimento delle Camere.
Per non parlare di coloro che sono sicuri della non ricandidatura. La psicosi, per quello che sto vedendo, sta alimentando il mercato degli indecisi in vista del 14 dicembre.
Qualche esempio?
Un nutrito gruppo di parlamentari del Pd mi sta tempestando di messaggi del tipo: «Massimo, almeno tu che hai la possibilità di farlo, vota a favore del governo».
Sembra un appello disperato.
Lo è. Sto parlando di gente che ha il mutuo da pagare, le rate degli ultimi acquisti, i sogni e i progetti su cui aveva puntato all’inizio della legislatura.
Onorevoli sull’orlo del crack.
Nel Pd, il mio ex partito, il dramma è ancora peggiore. Alcuni colleghi, che come me erano arrivati in Parlamento grazie a Veltroni, sono sicuri che Bersani non li ricandiderà. Niente rielezione, niente pensione, niente di niente in quel partito che era nato sotto il segno di Obama ed è finito sotto il segno di Vendola.
Non pensa di essere un po’ troppo ingeneroso, Calearo?
Macché. La situazione dentro il Pd è pessima. Per non parlare del Terzo pollo.
Il Terzo polo, semmai.
No, no, il Terzo pollo. Con due elle.
Scusi, si riferisce al progetto Casini-Rutelli-Fini?
Esatto. Quello è il Terzo pollo. Anzi, per essere più precisi, è un pollaio in cui ci sono due polli e una volpe che si prenderà tutto. Non mi chieda di specificare chi è la volpe perché, naturalmente, non le risponderei.
Al tridente potrebbe aggiungersi il suo amico Montezemolo, lo sa?
Mi creda, conoscendo l’esperienza nazionale e internazionale di Luca, so benissimo che non scenderà in campo adesso. Per ora non ci sono le condizioni. C’è soltanto un sacco di gente che lo sta tirando per la giacchetta.
Torniamo al Palazzo.
Al mercato vorrà dire. Credo che nel giorno dell’Immacolata si raggiungerà il picco delle telefonate per convincere i parlamentari. Mediamente una cifra che va dai 350mila ai 500mila euro può bastare, al netto della promessa di un’eventuale rielezione. Poi, se la situazione sarà meno incerta, il prezzo ovviamente scende. La bravura sta nello scegliere i tempi giusti per saltare il fosso. D’altronde la tempistica, nei mercati, è tutto.
Non mi dica che questa cifra è sufficiente per «comprare» l’onorevole Calearo, industriale, ex presidente di Federmeccanica?
Eh no. Io sono un caso a parte. Grazie a Dio, a mio padre, a mia madre e a me medesimo, posso tranquillamente tornare da dove sono venuto. Lo sa che cosa mi ha detto Berlusconi, quando ci siamo incontrati di recente?
Ce lo dica.
Mi ha detto «Calearo, io non ho nulla da offrirle perché lei, come me, vive di del suo, di ciò che già ha». È finita che abbiamo parlato tutto il tempo di economia.
Lei è passato dal Pd ai rutelliani, salvo poi abbandonare anche l’Api. Fini non l’ha mai cercata?
Lui mai. Ho parlato con alcuni dei suoi uomini.
Ad esempio?
Ho ottimi rapporti con Urso, che è stato un fior di sottosegretario. Anche quando stava al commercio estero, due legislature fa.
Ma lei che cosa farà il 14 dicembre?
Il bello della diretta di Calearo è che il sottoscritto ha tutte le carte in regola per godersi lo spettacolo in poltrona. Ascolterò Berlusconi e deciderò alla seconda chiama, dopo aver visto un po’ la situazione.
Chissà che cosa succederà.
Questo non lo so. Ma ascoltando l’uomo della strada ho come la sensazione che Berlusconi e Bossi, nel caso del voto anticipato, vinceranno di nuovo.
Non al Senato, però.
E che ne so. Questi sono tecnicismi da politologo. Io dico che vinceranno. Sempre se Silvio non la spunta prima, alle Camere. E poi, me lo faccia dire: chi si oppone a Berlusconi non ha mica un progetto politico. Punta solo a farlo fuori.
La giornata dell’«indeciso». Ora che sono le 16,43 di lunedì 6 dicembre, quante telefonate dal «Palazzo» ha ricevuto?
Oggi siamo a tre. Due anti-governative, per convincermi a non votare la fiducia. Una berlusconiana, per chiedermi di votarla. Ma la strada fino al 14 è ancora lunga. t.labate ilriformista

Lega, scandalo concorsi

Giovedì, 16 Settembre 2010

Si iscrissero in settecento, si presentarono in duecentoquaranta, andarono avanti in trentotto. Ma i posti, ahiloro, erano solo otto. Da settecento a otto. Tra questi vinsero cinque fanciulle con un pedigree “padano” a dir poco granitico, che ora aspettano solo di prendere possesso della loro seggiola. C’è la figliola del candidato leghista alle regionali, la nipote dell’assessore provinciale leghista, la moglie del vicesindaco leghista del capoluogo e ben due beneficiarie di contratto ad personam presso lo stesso assessorato provinciale retto dal medesimo esponente politico. Leghista, ovviamente. Messa così, sembrerebbe la storia di un’edizione qualsiasi di Miss Padania. In realtà si tratta di un concorso pubblicoper otto posti da impiegato presso la Provincia di Brescia. Altro che “semplice” Parentopoli. Qui pare di stare a Carrocciopoli, dove la Vittoria sembra farsi schiava solo davanti ai nipotini di Alberto da Giussano. La storia di questo concorso pubblico – ricostruita e denunciata punto per punto su internet dal gruppo di cittadini Tempo Moderno (il cui referente è l’avvocato Lorenzo Cinquepalmi, dirigente del Psi di Brescia) – inizia nel dicembre 2008. Quando la Provincia di Brescia, all’epoca presieduta dal pidiellino Alberto Cavalli, pubblica il bando «per la copertura di numero 8 posti di istruttore amministrativo, Categoria C – a tempo pieno e indeterminato». Impiegati di concetto, tanto per capirci. Con tanto di contratto blindato e stipendio garantito dalla collettività. Le candidature avanzate dopo la pubblicazione del bando sono oltre settecento. Un posto al sole della pubblica amministrazione, di questi tempi, fa gola a tutti. Alla prova scritta si presentano in duecentoquaranta. Pare complicato, il primo round. Soprattutto perché, sul punto, il bando lascia spazio a più interpretazioni. «La prova scritta», si legge, «potrà consistere nella stesura di un elaborato o nella soluzione di appositi tests (proprio così: tests, ndr) a risposta chiusa su scelta multipla e/o in una serie di quesiti ai quali dovrà essere data una risposta sintetica». C’è qualche «e/o» di troppo, forse. Ma d’altronde, quale amministrazione pubblica può elaborare un bando di concorso con tutti i crismi della chiarezza? Per i risultati della prima prova basta attendere fino al 28 ottobre 2009. Quando la graduatoria dei trentotto ammessi all’orale viene pubblicata dal sito internet della Provincia di Brescia (http://www3.provincia.brescia.it/rassegna/doc/27638813.pdf). Che, nel frattempo, ha cambiato presidente. Al posto del pidiellino Cavalli, che ha completato anche il secondo mandato, è arrivato un cavallo di razza del Carroccio: il sottosegretario all’Economia Daniele Molgora. Uno degli autori, insieme a Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, del testo della legge sul federalismo fiscale. Dei trentotto ammessi all’orale, sussurrano le tante malelingue che si annidano tra i tantissimi “trombati”, ci sono troppi concorrenti «vicini» alla Lega. Tutti con punteggi altissimi. Troppi? Vicini alla Lega? E in che senso «vicini»? Sembra il solito chiacchiericcio che anima ogni post-concorso pubblico che si rispetti, in cui chi resta fuori punta l’indice contro chi è finito dentro. E poi, come scriveva il commediografo Terenzio centosessant’anni prima che nascesse Cristo, «non c’è nulla che le male lingue non possono peggiorare». Ma è sufficiente aspettare fino ai risultati della prova orale, e quindi fino alla proclamazione degli otto vincitori del concorso pubblico della Provincia di Brescia, per ricadere nella tentazione andreottiana di pensar male. E, quindi, di far peccato. La graduatoria definitiva viene pubblicata il 4 febbraio 2010 ed è facilmente consultabile su internet (http://www3.provincia.brescia.it/rassegna/doc/84246875.pdf). Il primo posto utile lo conquista l’ottava in classifica. Si chiama Sara Grumi ed è figlia di Guido, candidato alle ultime regionali con la Lega Nord nonché assessore del Comune di Gavardo. Trattasi senz’altro di ragazza particolarmente preparata visto che, nel suo palmares, c’è già un contratto di collaborazione con le istituzioni. Anche in questo caso – strano ma vero – con l’amministrazione provinciale bresciana. Tolti i candidati al settimo, al quarto e al secondo posto della graduatoria, le altri cinque caselle da impiegato provinciale finiscono tutte ad altrettante signore o signorine di “simpatie” leghiste. Al sesto posto c’è Katia Peli. Che non è mica una semplice omonima dell’assessore provinciale leghista alla Pubblica Istruzione Aristide Peli. No, è proprio la nipote. E, non a caso, gli fa anche da segretaria, con tanto di contratto a tempo determinato. Ma quando la lettura della classifica arriva alla quinta posizione, ecco che si sente la mancanza dell’antico e glorioso rullo di tamburi. Infatti, tra le vincitrici del concorso c’è anche la signora Silvia Raineri, capogruppo della Lega nel consiglio comunale di Concesio nonché moglie – come evidenza il dossier del gruppo Tempo Moderno – nientemeno che del vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi. Leghista lui, leghista lei. Numero due del Comune lui, vincitrice di concorso alla Provincia lei. Sembra un film di Lina Wertmuller, in verità è puro reality. E arriviamo alla cima della graduatoria. Alle più brave, insomma. Si chiamano Cristina Vitali e Anna Ponzoni, rispettivamente la prima e la terza classificata. E qui la “coincidenza” ha dell’incredibile. Ai primi posti di un concorso a cui hanno partecipato in duecentoquaranta finiscono due persone che non solo lavorano già in Provincia. Ma che addirittura sono impiegate presso il medesimo assessorato. La signora Vitali e la signora Ponzoni, oltre a condividere senz’altro la grande preparazione culturale che ha consentito loro di arrivare al top della graduatoria, hanno entrambe un contratto ad personam con l’assessorato alle Attività produttive, attualmente guidato dal leghista Giorgio Bontempi. Non c’è che dire: il diavolo della Lega non solo fa ottime pentole, ma è addirittura un maestro nel realizzare i coperchi. La figlia del candidato alle regionali, la nipote dell’assessore provinciale, la moglie del vicesindaco e due collaboratrici ad personam di un altro assessore provinciale. Tutte vicine a uomini del Carroccio. E tutte, rigorosamente, vincitrici di concorso pubblico. Sei donne per sei posti di impiegato. Che stanno lì, alla Provincia di Brescia, in attesa di essere occupati. (t.labate ilriformista) TEMIS: d’altro canto, Bossi ha fatto eleggere l figlio alla regione lombardia…

Attacco a Bersani

Venerdì, 14 Maggio 2010

Carlo De Benedetti spiega a Paolo Guzzanti che, “grazie” alla guida editoriale del Gruppo L’Espressso, «mi sono attirato un ulteriore numero di nemici rispetto a quelli che avevo già prima». L’Ingegnere osserva poi che «fare un giornale indipendente vuol dire che io e D’Alema non ci parliamo più». Oppure che «Bersani si lamenta con me dicendo che Ezio Mauro sta più al telefono con Franceschini che con lui». Conclusione: «Si immagini cosa me ne frega a me di quanto sta al telefono Mauro», scandisce l’editore di Repubblica.
Ecco a voi Guzzanti vs De Benedetti, editore Aliberti. Pagina 247.

Che Carlo De Benedetti avesse deciso ormai da tempo di rinunciare alla sua ideale tessera numero uno di questo Pd era cosa nota. Ma il “duello” con Paolo Guzzanti, che il deputato-giornalista ha raccolto nel gustoso libro che sarà presentato oggi al Salone di Torino, dimostra che per l’Ingegnere lo stato maggiore che governa i Democratici deve arrivare quanto prima al canto del cigno.

Pier Luigi Bersani? «Come leader è totalmente inadeguato», sostiene De Benedetti. «Lui è D’Alema stanno ammazzando il Pd». Già, D’Alema. Secondo l’editore di Repubblica, il presidente di ItalianiEuropei ha fatto «tantissimi errori» e «non capisce più la sua gente» (questo brano del libro, insieme a una divertente cronistoria del suo rapporto con Berlusconi, è stato anticipato ieri dal Fatto quotidiano). Basta prendere il caso pugliese, aggiunge, «la storia dell’alleanza con Casini, poi fallita perché Vendola ha vinto sia le primarie che le elezioni regionali».

Nel pensiero che De Benedetti affida a Guzzanti c’è anche la storia dell’«odio» (testuale) che l’attuale stato maggiore nutrirebbe nei confronti di Repubblica, del suo editore, del suo direttore. «Nel Partito democratico», dice l’Ingegnere, «s’è diffusa la voce secondo cui Ezio Mauro punterebbe alla leadership del partito e a oscurarne i dirigenti attuali. È una cosa assolutamente falsa. Ma intanto i rapporti fra Mauro, me e alcuni di loro, fra cui Massimo D’Alema, si erano deteriorati al punto che ormai ci ignoriamo».
Per la replica ufficiale di Bersani alle argomentazioni di De Benedetti probabilmente bisognerà aspettare stasera, quando il segretario del Pd sarà ospite di Otto e mezzo. Ma chi gli ha parlato ieri giura che il leader dei Democratici abbia reagito all’anticipazione del libro di Guzzanti con un moto di stizza: «Io non sono certo il tipo che passa il tempo al telefono coi direttori di giornale o che si lamenta con gli editori, io…».

Oltre i puntini di sospensione potrebbe esserci un riferimento a Franceschini? Oppure, salendo pe’ li rami, qualche sospetto sulla coincidenza temporale tra il j’accuse dell’Ingegnere e il ritorno sulla scena di Walter Veltroni? Una cosa è certa. Secondo Bersani, «l’eccessivo protagonismo di alcuni rischia di fare un danno a tutto il centrosinistra». Non a caso, a chi nelle ultime quarantott’ore gli ha chiesto un giudizio sul ritrovato «protagonismo» dell’ex segretario, il leader del Pd ha risposto: «Non si può abbandonare la nave nel momento in cui sta naufragando e poi pretendere di tornare al comando nel momento in cui le acque si sono placate».

È vero, la sconfitta all’ultima tornata elettorale è ormai alle spalle. E, tsunami politici a parte, all’appuntamento elettorale che conta mancano tre anni. Ma è difficile sostenere che il Pd navighi in acque tranquille. Il partito non è attrezzato per l’eventuale crollo della baracca berlusconiana, non ha un alternativa da proporre in caso di elezioni anticipate. E, soprattutto, le fibrillazioni nate con l’uscita veltronian-franceschiniana di Cortona hanno contagiato anche la maggioranza.

Ieri, un gruppo di deputati bersaniani riuniti da Enrico Letta e Rosy Bindi (il segretario era fuori Roma) hanno processato in contumacia il capogruppo. Uno di loro, il toscano Luca Sani, ha accusato Franceschini di essere «un irresponsabile. Come il dottor Jekyll e mister Hyde: nelle assemblee del gruppo dice delle cose, poi va a Cortona e fa esattamente l’opposto». Tra i parlamentari c’è chi ha polemicamente citato la bocciatura di De Benedetti invitando il segretario «a considerare come un vanto» le accuse dell’editore di Repubblica. Ma anche i bersaniani sono pronti a chiedere un cambio di passo al segretario che, così recita la vulgata, «pochi mesi fa ha compiuto l’errore clamoroso di affidare al suo sfidante la presidenza del gruppo parlamentare». Adesso, è l’adagio, «bisogna recuperare sul piano dell’iniziativa politica». E, possibilmente, «farlo prima che la minoranza lanci l’opa ostile».

Iniziativa o non iniziativa, opa o non opa, la rottura tra quel mondo rappresentato da De Benedetti e la maggioranza bersanian-dalemiana s’è consumata. Definitivamente. Fin qui quello che l’Ingegnere ha detto a Paolo Guzzanti. Ma il «non detto», forse, è ancora più curioso. Nelle 355 pagine di Guzzanti vs De Benedetti, Walter Veltroni non è mai citato. Infatti, al pari di Francesco Rutelli (l’altro possibile leader che l’Ingegnere aveva benedetto ai tempi della «tessera numero uno»), non figura nell’indice dei nomi. Passi per Rutelli, che ormai ha preso casa in una piccola formazione politica fuori dai confini del Pd. Ma l’ex segretario appena rientrato in pista? Neanche un accenno.

t. labate riformista

La Roma “nera” di Alemanno

Martedì, 2 Marzo 2010

Rossana Rossanda l’avrebbe chiamato «l’album di famiglia». Solo che in questo caso, visti i personaggi impressi nella pellicola, la cornice è nera. Nerissima. Nei loro curricula spuntano qua e là, in ordine sparso, simpatia o addirittura militanza nei «Nuclei armati rivoluzionari», «Terza Posizione», «Avanguardia Nazionale». Oltre, ovviamente, alle frequentazioni con esponenti della Banda della Magliana e latitanti della ‘ndrangheta calabrese.

Tutto girava intorno a Gennaro Mokbel, il padre-padrone del senatore pidiellino Nicola Di Girolamo, un pezzo da novanta del sottobosco capitolino, una rete di contatti più preziosa anche del tesoretto che gli hanno sequestrato ieri. Ma quando nel circuito di sospetti&sospettati è finito anche Stefano Andrini, l’uomo a cui giusto un anno fa Gianni Alemanno aveva affidato le chiavi dell’Ama servizi, e cioè la gestione della monnezza di circa quaranta comuni del Lazio, il “mirino” ha iniziato lentamente a spostarsi verso il Campidoglio.

Il consigliere regionale del Pd Alessio D’Amato, che ha curato il libro-inchiesta su Lady Asl, lo dice apertamente: «Ormai è chiaro che Andrini, uno dei “tasselli” del nuovo circuito di potere di Roma, è sempre stato funzionale al disegno di Mokbel. Di conseguenza, non è escluso che dall’inchiesta dell’Antimafia non venga fuori una vera e propria rete di ramificazioni e fondi occulti che potrebbe svelare tantissimi misteri sulla gestione della città dopo l’avvento della destra».

Il primo mistero è stato svelato dalle carte del gip. E riguarda il ruolo di Andrini – che ha rimesso il mandato dopo essere finito nell’inchiesta – nello scacchiere personale di Mokbel.

Nella richiesta di autorizzazione all’arresto di Di Girolamo, inviata a Palazzo Madama, il gip Aldo Morgigni annota che Andrini «si attivò» per far ottenere al futuro senatore la residenza in Belgio, condizione necessaria e sufficiente per concorrere alle elezioni per gli italiani all’estero. In pratica, “mister Ama servizi” individuò la finta dimora di Di Girolamo nella casa di «un borsista pugliese amico suo, residente a Bruxelles».

Il secondo mistero è più difficile da decifrare. E riguarda i rapporti tra il nuovo corso del Campidoglio e Andrini, che nel curriculum vanta una condanna a quattro anni e mezzo per tentato omicidio (1989), l’arresto per l’assalto a un concerto antirazzista alla Sapienza (1994) e la titolarità di uno dei siti internet degli “Irriducibili” (2007), gli ultras laziali padroni della Curva Nord.

Quando a fine 2008 uscirono le prime indiscrezioni sulla sua nomina all’Ama servizi, Alemanno giurò che era «un’invenzione totale». Due mesi dopo, e siamo a febbraio 2009, il camerata Stefano, dal carattere fumantino, era già bello che seduto sulla poltrona di Ama servizi.

Il sindaco di Roma fu cavato d’impaccio dall’intervento del presidente di Ama Franco Panzironi, cui ufficialmente spettava la nomina. Ma anche il numero uno della spazzatura capitolina rientra a tutti gli effetti nell’«album di famiglia». Cuore nero col marchio doc (è segretario dell’alemanniana Fondazione Nuova Italia), Panzironi passerà alla storia come uno dei pochi esemplari di raccomandatore veggente.

Già, perché a febbraio fece promuovere il consulente informatico Armando Appetito a «impiegato direttivo di ottavo livello». Lo stesso che, neanche cinque mesi dopo, sarebbe convolato a giuste nozze-lampo con la di lui figlia Panzironi Sara (ma all’epoca della promozione, fu la giustificazione, neanche si conoscevano).

Cuori neri all’Ama. Cuori neri all’Ama servizi. Tutto scuro, a Roma. Anche l’Eur spa dell’ad Riccardo Mancini, l’ex simpatizzante di «Avanguardia nazionale» che gestirà l’arrivo a Roma del circo della Formula uno di Bernie Ecclestone.

 

È possibile, come sostengono i partiti d’opposizione, che ci sia un link tra la galassia nera dell’Urbe alemanniana e il teatro delle marionette romano-calabrese orchestrato dal burattinaio Mokbel? In una conversazione intercettata, quest’ultimo dice di avere in stanza «tre dei suoi qua». Gente «di Gianni… di Alemanno». Ma questo brandello di conversazione, da solo, non vuol dir nulla.

Il sindaco vuole rimanere fuori dalla mischia, anche se il Pd ha già chiesto il conto. «Dopo Andrini si dimetta anche lui», ha chiesto il senatore Raffaele Ranucci. «Roma sembra ripiombata negli anni più bui della sua storia recente», ha aggiunto Luciano Nobili, il leader dei giovani rutelliani che per primi avevano protestato contro quella nomina all’Ama servizi. Nell’occhio del ciclone è finito anche Panziron

Ora l’opposizione vuole anche la sua, di testa. «Siano più seri», ha replicato Alemanno. «Andrini si è dimesso senza neanche un avviso di garanzia e quindi potrebbero cercare di stare più tranquilli», ha aggiunto. A far paura alla Roma nera, più che l’opposizione, sono gli uomini di Silvio Berlusconi, finiti ai margini del sistema di potere. E le poche parole messe a verbale ieri dal Cavaliere – «Di Girolamo fu portato da un rappresentante di An che non ho il piacere di conoscere» – stanno lì a dimostrare, come diceva Corrado, che «non finisce qui».

t.labate ilriformista

Torna Veltroni: ma allora è vero che l’Africa è qui da noi!

Lunedì, 1 Febbraio 2010

Il bouquet di risposte offerto in forma anonima da chi lo conosce bene e lo frequenta va da «padre nobile del centrosinistra» a «presidente della Repubblica nel 2013», passando – ovviamente – per la prossima nomination a candidato premier. Tolta la successione a Ciro Ferrara alla guida della (fu?) amata Juve, che ieri s’è conclusa con l’arrivo di Alberto Zaccheroni, c’è di tutto e di più. Tranne una seggiola, che Walter ha definitivamente cancellato dall’elenco dei suoi desiderata: quella di segretario di partito.

Eppure Veltroni lo sa. Sa perfettamente che l’ipotesi di una sua grande rentrée sulla scena politica, nel medio e lungo periodo, è legata a doppio filo ai successi della gestione Bersani. In maniera inversamente proporzionale, naturalmente. Più scende «Pier Luigi» più sale «Walter», e viceversa. Infatti, guardando al voto di marzo, il secondo è praticamente sicuro che dalle urne uscirà una sentenza a lui favorevole. La stessa che ha anticipato in più d’un colloquio privato: «Il 33 e passa per cento che ho ottenuto da segretario nel 2008 è destinato a rimanere il maggiore successo del Pd». Un modo come un altro per rivendicare, Bersani o non Bersani, che «il record sarà ancora mio». Per questo Veltroni ha cerchiato sull’agenda la data del 30 marzo: perché nel day after, a urne chiuse, inizierà il suo «maxi-processo» nei confronti non tanto di Bersani, quanto di Massimo D’Alema.

Nonostante l’atmosfera da battaglia interna, l’ex segretario s’è dato una regola d’ingaggio. Quella di stare, parafrasando lo slogan di Radio radicale, «dentro ma fuori dal Palazzo» (del Pd). Dopo un lungo periodo di gelo ha riallacciato i rapporti con Dario Franceschini, col quale – subito dopo la vittoria di Vendola in Puglia – ha concordato la strategia di non sferrare attacchi frontali a Bersani. Non a caso, quando ha letto dell’affondo di Sergio Chiamparino («Il Pd è fallito, apriamo il cantiere del Nuovo Ulivo»), Walter ha chiesto ai suoi di rimanere fermi. E così giovedì pomeriggio, mentre in Transatlantico risuonava l’eco delle parole del sindaco di Torino, in un angolo di Montecitorio Walter Verini arrivava addirittura a dire: «Sergio m’è parso un pochino ingeneroso nei confronti di Bersani». E il nuovo Ulivo? «Mah», aggiungeva il braccio sinistro&destro di Veltroni, «all’insalata russa noi continuiamo a preferire la mayonese». Identico concetto ribadito da Giorgio Tonini, altro pezzo da novanta del walterismo ortodosso: «Forse non ho ben capito la proposta di Chiamparino. Messa così, però, assomiglia all’Unione…».

C’è un’altra chiave di lettura, più maliziosa. Quella secondo cui il gelo dei veltrones nei confronti di Chiamparino derivi, come sospetta un esperto deputato dalemiano, «dal fatto che Sergio ha rubato l’idea a Walter. Forse il sindaco di Torino l’ha bruciato sul tempo, mettendosi nella posizione che Veltroni avrebbe voluto occupare dopo le regionali?». Ma solo veleni e veline, spifferi di corridoio.

L’unica cosa certa è la scuola di politica del Pd che Veltroni trasformerà in fondazione. Anche in questo caso, però, Walter ha reso virtù quella che è stata una necessità. L’obiettivo iniziale, soprattutto dopo il successo della Frattocchie democrat di Cortona (era settembre scorso), era aspettare la fine del congresso per «strutturare» sul territorio la corrente di Area democratica. Poi, però, il ritorno di Franceschini alla guida del gruppo della Camera, l’avvicinamento di Piero Fassino a Bersani («Vuole prendere il posto di D’Alema», malignano alcuni veltroniani) e «l’intelligenza col nemico» dei Popolari hanno mandato a monte il «piano A». Morale della favola? Veltroni si limiterà a replicare, in giro per l’Italia, le sue lezioni di «bella politica». In un contesto, a giudicare dai compagni di viaggio (Michele Salvati, Salvatore Vassallo, Stefano Ceccanti), un po’ più accademico rispetto al road show di due anni fa.

Nel frattempo, come una goccia cinese, l’ex segretario spunta da ogni parte e in tutte le salse. «Quando hai tempo "posti" qualche scena di qualche bel film? Ieri ho visto The Departed, che mi è piaciuto molto ma sono rimasta male… Pensavo almeno nei film i buoni avessero la meglio», gli scrive (testualmente) Ilaria C. su Facebook. Lui risponde citando Mourinho («In Italia è impossibile innovare, si può solo resistere») e, a seguire, un personaggio del neo-defunto Salinger («Sono stufa di tutti questi ego, ego, ego»). Il suo peregrinare terrestre, analogico e digitale, ieri l’ha portato a Festa italiana, su Rai Uno. Dove ha detto: «Dopo le dimissioni da segretario, ho scremato le amicizie. Ci sono quelli che sono spariti, non si sono più visti. Erano più interessati al mio tempo occupato che al mio tempo libero». Già, gli amici.

Veltroni ne ha persi molti nel Pd, nel sindacato (Guglielmo Epifani), nell’editoria (Carlo De Benedetti). Ma ne sta cercando altri. Negli ultimi giorni ha parlato a lungo con Michele Emiliano con l’obiettivo di stringere un legame con Nichi Vendola. Poi c’è Antonio Di Pietro, con cui il rapporto di stima reciproca non s’è mai incrinato. Addirittura qualcuno sostiene che sia tornato il sereno anche nei colloqui con Francesco Rutelli.

Tutta gente che sta fuori dal Pd. È un segnale? «Walter ha una grande capacità distruttiva», dice un suo antico amico. «Se uscisse dal Pd farebbe un danno enorme alla ditta. Se però fondasse un’altra Cosa, di sicuro non avrebbe successo». Meglio rimanere dentro, ma fuori. Martedì, all’Auditorium di Roma, presenterà la colonna sonora del suo ultimo romanzo, Noi. Parlami d’amore Mariu’, Città vuota, Video killed the radio star e Father and Son, tutto in versione jazz. Un’idea messa in piedi con una delle persone che Veltroni, oggi, frequenta di più. E cioè il senatore-imprenditore Raffaele Ranucci, uno dei tasselli del vecchio, bettiniano, «modello Roma».

t.labate il riformista

(continua…)

L’Italia non conta

Domenica, 22 Novembre 2009

D’Alema silurato dai premier del Pse. Van Rompuy-chi-era-costui sarà il primo presidente dell’Unione. L’inglese Catherine Ashton sarà il ministro degli esteri. Decide il lodo Brown-Zapatero. «Tradito», come dicono i suoi, dalla famiglia eurosocialista cui aveva portato in dote anche il Pd. E «fermato» dalla trappola anglo-spagnola imbastita da Brown e, soprattutto, da Zapatero. Massimo D’Alema non ce l’ha fatta a diventare il ministro degli Esteri dell’Ue. «Mrs Pesc» sarà la britannica Catherine Margaret Ashton, oggi commissario al Commercio, candidata all’unanimità dai leader del Pse a metà di ieri pomeriggio, poco prima che avesse inizio il vertice finale del Consiglio europeo.

In serata, a giochi chiusi, il presidente di ItalianiEuropei ha limitato la sua reazione pubblica a una gelida nota di poche righe: «Faccio i migliori auguri alle persone che sono state nominate. È stato un onore essere stato candidato per un incarico così prestigioso in un momento così importante per l’Europa». L’irritazione stava in un’altra dichiarazione, firmata Bersani: «Nomine di basso profilo».

Se l’aspettava, il verdetto finale, Massimo D’Alema. Chiuso per tutta la giornata nel suo ufficio alla fondazione ItalianiEuropei, l’ex premier non s’è praticamente mai staccato dal blackberry. Lo stesso apparecchio da cui in mattinata aveva ricevuto la telefonata di Silvio Berlusconi.
Era stato chiaro, il Cavaliere. «Farò il possibile. Posso garantire che il sostegno del governo italiano alla candidatura è attivo e leale. Sono già in contatto con gli altri capi di governo», ha esordito nel colloquio telefonico con D’Alema. Lo stesso Berlusconi, però, ha aggiunto: «Purtroppo non dipende solo da noi. Se non c’è l’accordo tra i socialisti…».

Oltre i puntini di sospensione c’era appunto il «veto» dei governi socialisti, quell’opposizione al suo nome che D’Alema aveva subodorato ormai da giorni e di cui aveva avuto l’ennesima conferma il 13 novembre. Quando, incontrando in gran segreto il primo ministro ungherese Gordon Bajnai, di passaggio a Roma per un colloquio col Papa, s’era sentito dire: «La sua candidatura a Mister Pesc è senz’altro la più autorevole che abbiamo. Ma i governi socialisti, da Londra a Madrid passando per Atene e Lisbona, sono contrari. E poi, caro D’Alema, c’è sempre il veto dei paesi dell’Est». Il premier ungherese, sostenuto in patria dai socialisti, aveva congedato l’ex premier italiano dicendo che «no, la partita non è ancora chiusa». Ma aggiungendo che «senza aver superato l’ostacolo socialista», la candidatura italiana si sarebbe bloccata a pochi metri dal traguardo.

L’oscuro presagio s’è materializzato ieri mattina a Bruxelles. Quando l’accordo messo nero su bianco da Brown e Zapatero toglieva il nome di D’Alema fuori dalla contesa. È il «lodo Londra-Madrid»: la casella del Ministro degli Esteri spetta al Pse che farà il nome di una personalità che in patria sta al governo, non all’opposizione. Martin Schulz la prende male. Il capogruppo eurosocialista parla con l’ambasciatore dalemiano a Bruxelles Gianni Pittella: gli spiega che «D’Alema è il mio candidato», che «vivrei il suo siluramento come una sconfitta» ma precisa che non c’è nulla da fare. Game over. «Peccato che non è il candidato di un governo socialista», sussurra il tedesco prima di entrare nel vertice decisivo.

Nel summit tra i capi di stato e di governo socialisti si consuma definitivamente la bocciatura di D’Alema e nasce l’investitura della baronessa Ashton. Rasmussen ci prova a rilanciare il lìder maximo, ricordando tra l’altro che il gruppo europarlamentare del Pse s’era speso in questa direzione. Ma Gordon Brown, supportato da Zapatero, consuma anche l’ultima speranza.

Il premier britannico premette che i laburisti non sono ancora spacciati. Ricorda la candidatura (tramontata) di Blair alla presidenza («Mr. Pesc tocca a noi») e lancia i suoi due nomi: Peter Mandelson o Catherina Ashton. Il rapidissimo giro di tavolo conferma la seconda, che ha meno esperienza però è donna.

D’Alema, aggiornato in tempo reale di quanto stava accadendo a Bruxelles, ha giocato anche l’ultima carta. E Giorgio Napolitano, dalla Turchia, ha fatto il "passo ufficiale" a sostegno della candidatura italiana: «Massimo D’Alema ha le carte in regola per questo incarico, ora bisogna vedere da chi sarà sostenuto e da chi sarà avversato».

Alle 18, ora in cui l’intervento di Napolitano veniva ripreso dalle agenzie, il film era ai titoli di coda. La liturgia delle nomine. Il capogruppo Schulz che, parlando del tramonto della candidatura D’Alema, chiamava in correità il governo italiano per il sostegno «non fattivo». E le reazioni. Quella furibonda di Bersani («Nomine di basso profilo»), quella dispiaciuta di Cicchitto («Il no a D’Alema è una sconfitta oggettiva per l’Italia»), quella amareggiata di Casini («Un’occasione persa»). Il tutto mentre «Massimo» rimaneva chiuso coi suoi all’ufficio della fondazione ItalianiEuropei e Berlusconi abbandonava silente l’eurovertice che ha messo l’Italia nell’angolo.

t.labate riformista

(continua…)