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Ragazzi, mettetevi in gioco (Leozappa)

Sabato, 7 Settembre 2013

“C’era chi non voleva lavorare nei weekend, chi non voleva sacrificare il ferragosto, chi l’uscita del sabato sera con la fidanzata”. Così ben quaranta dei cinquanta giovani selezionati da Miragica per lavorare sino a settembre hanno rinunciato all’offerta di impiego. La denuncia di Stefano Cigarini, amministratore di due dei più grandi parchi divertimenti in Italia, avrebbe meritato la prima pagina ma è stata confinata nelle cronache dal Corriere della Sera del 12 luglio (pagina 12, taglio basso), forse perché ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Eppure, viste le reazioni che ha suscitato sul web, c’erano i presupposti per aprire un dibattito anche sulla stampa nazionale. Il sito della Gazzetta è andato in tilt. Leggo che l’intervista è stata commentata in modo contrastante sui social network. C’è chi si è detto vergognato (“in Italia non c’è lavoro e c’è chi lo rifiuta”), ma c’è anche chi ha lamentato che “ti propongono il contratto a voucher, che non ti dà diritto a un bel niente! Perché noi giovani dobbiamo sempre accontentarci?”. Emblematico il titolo del pezzo di Fabrizio Caccia: “Quei no dei ragazzi a impieghi da 800 euro al mese”. La notizia non mi sorprende. Mi è stato raccontato dal direttore di un albergo di Portofino che un giovane aveva rinunciato ad un impegno da bagnino perché, stante la paga, non si sarebbe potuto permettere, nei giorni di riposo, di ritornare a Bari dalla fidanzata. Di recente, ho dovuto prendere atto che un mio conoscente, ormai trentenne, ha rifiutato il rinnovo di un contratto triennale con una società RAI perché, considerata la (indubbiamente) modesta retribuzione, preferiva cercare un lavoro più confacente alle sue attitudini e (invero, confuse) ambizioni. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, aveva parlato di una gioventù choosy, subendo un linciaggio mediatico. E’ trascorso un anno e sono sempre più convinto che il giudizio sia stato ingeneroso. Ingeneroso perché parziale. E’ sotto gli occhi di tutti che esistono diversi settori del mercato del lavoro, con salari pari agli 800 euro mensili di Miragica, che risultano ormai riserva, pressoché esclusiva, degli stranieri. Penso all’edilizia dove ormai sono pochi gli addetti che parlano in italiano. Così è alta la domanda di artigiani, le cui prestazioni sono ben remunerate. Epperò i giovani sembrano preferire la disoccupazione a questi mestieri. Sono incontentabili? Sì, certamente perché i loro desideri si scontrano con il principio di realtà. Ed oggi la realtà è data da una crisi economica, che continua, però, ad essere affrontata senza mettere in discussione il contesto ideologico nel quale è maturata. E’ questo secondo me il problema. Si crede di poter continuare a ragionare secondo il paradigma socio-culturale degli ultimi decenni che antepone i diritti ai doveri.  E’ ingiusto attribuire ai giovani la responsabilità di essere stati allevati secondo il mainstream del diritto di avere diritti. La loro incontentabilità è la conseguenza di un sistema che ha fatto loro credere che è nell’ordine delle cose avere un lavoro a tempo indeterminato, poter soddisfare nella vita le proprie ambizioni, confidare su un futuro migliore. Le lotterie, il Grande fratello e la cieca fede degli italiani nello Stellone hanno, poi, fatto il resto. Ecco perché ritengo che il giudizio di Fornero sia ingeneroso. Non si può recriminare che i giovani siano incontentabili quando a destra come a sinistra, seppur con le differenti parole d’ordine delle rispettive tradizioni culturali, è stato per anni propagandato e garantito il diritto alla felicità.  Nella sua intervista, Cigarini ammette che il lavoro offerto da Miragica è “duro, faticoso, intermittente e non può essere il contratto della vita” ma, poi, osserva che “un giovane con un progetto di futuro davanti a sé non dovrebbe pensare all’indennità di disoccupazione, piuttosto a 22 anni dovrebbe pensare a comprarsela la mia azienda. Questa però mi sembra la generazione del tutto e subito: si è persa la cultura della fatica, del lavoro e della gavetta”. Come dargli torto? La considerazione finale è sempre di Cigarini: “anch’io pagherei di più i ragazzi, ma ci sono le regole di mercato. Nella vita, però, bisogna mettersi in gioco”. La sottoscrivo perché solo iniziando a giocare si può aspirare alla felicità.  a.m.leozappa, formiche

Siamo uno Stato di mercato?

Sabato, 13 Aprile 2013

La liberalizzazione del mercato del lavoro è stata una delle grandi scommesse del governo tecnico, presieduto da Mario Monti. E’ presto per dire se si sia trattato di una scommessa vincente. Quello, però, che stupisce è come il dibattito, che ha sollevato, abbia stentato ad andare oltre la dimensione economica. Le ore che quotidianamente dedichiamo all’attività, fisica o mentale, che ci consente di vivere assorbono gran parte della nostra giornata e, certamente, sono in grado di condizionarla, nel bene o nel male. E’, pertanto, vana finzione continuare a identificare il lavoro con il mero facere. Il lavoro segna l’esistenza: determina il contesto in cui viviamo, qualifica (quantomeno pubblicamente) la nostra identità, incide sullo sviluppo della personalità. Il lavoro è una sineddoche, che sta per la vita. E’ significativo che l’art. 1 della Costituzione reciti che l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E, pertanto, singolare che si possa parlare di “mercato del lavoro”, quasi fosse una merce come tutte le altre. Quando si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro l’attenzione viene attratta dal primo termine della locuzione. Grazie alle suggestioni che il valore della libertà evoca, rimane sottotraccia la seconda parte dell’espressione che, invece, svela e rileva la prospettiva e l’effettiva portata della liberalizzazione. Quest’ultima non realizza uno spazio vuoto di diritto nel quale si espande un sessantottino spirito di libertà, ma piuttosto la sostituzione di un regime con un altro. Rendere libero il mercato del lavoro significa liberare le regole del mercato dai vincoli che ne hanno condizionato o compresso il funzionamento. L’espansione di dette regole avrà anche giustificazione sul piano economico, ma è certamente rivoluzionaria su quello culturale. Le regole di mercato vogliono che sia il prezzo, al quale si chiude l’accordo, a segnare il valore della merce e non quest’ultimo quello. Il lavoro cessa, pertanto, di avere e di essere, di per sé, un valore. Lo viene, piuttosto, ad assumere solo nella misura della sua commerciabilità. Secondo l’ordine del mercato, il giusto salario non è quello corrispondente alla quantità di lavoro prestato, secondo l’insegnamento degli antichi liberali. Né quello che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, corrisponde al bisogno del lavoratore, misurato dalla legge morale. Secondo l’ordine di mercato, il giusto salario è quello del prezzo risultante dall’incontro tra domanda e offerta: anche se non è in grado di dar conto della quantità dell’impegno; anche se non è in grado di soddisfare le esigenze vitali del lavoratore. Ma se il lavoro ha cessato di avere un valore autonomo, di valere di per sé, c’è da chiedersi come o in che termini possa continuare a fondare l’assetto istituzionale, secondo quanto proclamato dall’art. 1 della Costituzione. Solo una persistente cecità o una volontà dissimulatrice può portare a negare che il suo posto sia stato assunto – anche sotto la spinta degli apparati comunitari – dal mercato. Il mercato non è più uno tra gli ordini nei quali si articola la comunità: è divenuto sovrano, piegando o dominando principi, valori e interessi che avevano trovato riconoscimento e tutela nella Costituzione del 1948. La Carta non è mutata nella lettera ma nello spirito: anche le più alte cariche istituzionali non esitano a condizionare al giudizio del Mercato -  nuova ipostasi stirneriana del XXI secolo – le scelte circa gli uomini e le azioni per le politiche di governo. Non è, forse, troppo avventuroso ritenere che siamo ad un punto di svolta. Dopo la “società di mercato” – a cui Karl Polany aveva dedicato un affresco attuale più che mai – sembra profilarsi il tempo dello “Stato di mercato”, ossia dello Stato nel quale le regole del diritto tendono sempre più a risolversi in quelle del mercato e nel quale, conseguentemente, le forze del mercato assurgono a protagonisti della scena politica. Si tratta di un mutamento che (attualmente) opera sul piano della realtà effettuale ma che, prima o poi, dovrà accettare di sottoporsi ad pubblico dibattito, pena l’implosione del sistema democratico. a.m.leozappa formiche

La cultura dei muri dritti (by Bruni)

Sabato, 9 Febbraio 2013

 

Di lavoro si discute molto, ma ci si sofferma troppo, se non esclusivamente, sui suoi aggettivi: precario, dipendente, autonomo, nero, eccetera. Mentre è elusa la domanda decisiva: che cosa è il lavoro? Eppure senza tentare di rispondere a questa domanda si resta solo sulla superficie del ‘fatto tutto umano’ del lavoro, terminando così il discorso proprio sull’uscio dei suoi luoghi più rilevanti.

Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.

Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Sono proprio la ‘dignità professionale’ e il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri. L’etica delle virtù, che ha dato vita nei secoli anche all’etica delle professioni e dei mestieri, si basava su una regola aurea, una vera e propria pietra angolare dell’intera fabbrica civile: la prima motivazione del lavoro ben fatto si trova nella dignità professionale stessa.

La risposta alla ipotetica domanda: «Perché questo tavolo o questa visita medica vanno fatti bene?» era, in una tale cultura, tutta interna, intrinseca, a quel lavoro e a quella determinata comunità o pratica professionale. La necessaria e importante ricompensa, monetaria o di altro tipo, che si riceveva in contraccambio di quella opera, non era – e qui sta il punto – la motivazione del lavoro ben fatto, ma era solo una dimensione, certamente importante e co-essenziale, che si poneva su di un altro piano: era, in un certo senso, un premio o un riconoscimento che quel lavoro era stato fatto bene, non il suo ‘perché’.

La cultura economica capitalistica dominante, e la sua teoria economica, sta operando su questo fronte una rivoluzione silenziosa, ma di portata epocale: il denaro diventa il principale o unico ‘perché’, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Tutta la teoria economica del personale, che si basa esattamente su questa ipotesi antropologica, sta producendo lavoratori sempre più simili alla teoria.

È questa la cultura dell’incentivo, che si sta estendendo anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare, e agire di conseguenza, che un maestro o un medico diventano buoni (eccellenti), solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e/o controllati. Peccato che una tale antropologia, parsimoniosa e quindi errata, sta producendo il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù se non alla schiavitù antica, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. E dopo oltre un secolo e mezzo in cui abbiamo combattuto battaglie epocali di civiltà per la difesa dei diritti dei lavoratori dalla loro mercificazione e asservimento, oggi restiamo silenti e inermi di fronte al capitalismo contemporaneo che nel silenzio ideologico sta riducendo veramente il lavoro a merce, e non solo quello degli operai ma anche dei manager, sempre più proprietà delle imprese che li pagano, e li comprano.

Il disagio del mondo del lavoro è anche il frutto del dilagare incontrastato di questa anti-cultura del lavoro, che non vedendo il ‘bisogno del lavoro ben fatto’ come la vocazione più radicale presente nelle persone, tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo).

E se trasformiamo così i lavoratori, non dobbiamo poi stupirci se le imprese si ritrovano persone pigre, opportuniste e (o perché?) infelici. Il capitalismo, a causa degli ‘occhiali antropologici’ sbagliati che ha purtroppo inforcato, non capisce che quell’animale simbolico che chiamiamo homo sapiens ha bisogno di molto di più del denaro per dare il meglio di sé al lavoro, ha pensato di poterlo ‘addestrare’ (parola oggi di nuovo troppo usata da manager e ministri) e controllare, senza ancora riuscirci del tutto.

Grazie a Dio. C’è, allora, un urgente bisogno di una nuova-antica cultura del lavoro, che, senza guardare nostalgicamente indietro guardi politicamente avanti, torni a scommettere sulle straordinarie risorse morali presenti in tutti i lavoratori, che si chiamano libertà e dignità, che non possono essere comprate, ma solo donate dal lavoratore. Risorse morali che bisogna valorizzare e alle quali bisogna saper educare, con la parola (anche quella che transita per le leggi) e con l’esempio.

Senza questa nuova-antica cultura del lavoro, continueremo a discutere di articolo 18 e dintorni, ma resteremo troppo distanti dalle officine, dalle fabbriche, dagli uffici, che ancora vanno avanti perché, in barba alla teoria economica, tanti continuano a lavorare e a tirar su ‘muri dritti’ prima di tutto per dignità professionale, anche quando non dovrebbero farlo sulla base degli incentivi monetari. Fino a quando resisteranno? l. bruni da Avvenire dell’1/4/2012  cia Il Centro culturale Gli scritti (8/4/2012)

“Fondata sul lavoro” – la solitudine dell’art. 1 (by Zagrebeksky)

Lunedì, 4 Febbraio 2013

1. (Fondata sul lavoro?) Se, per esempio, l’Autore dei Ricordi dal sottosuolo fosse tra noi e riprendesse la parola, troverebbe nel nostro tempo ragioni per convalidare quella che, allora, fu formulata, e generalmente considerata, come la farneticazione d’un visionario: “allora tutte le azioni umane saranno matematicamente calcolate secondo quelle leggi, faranno una sorta di tabella di algoritmi, fino a 108.000, e verranno inserite nei bollettini d’aggiornamento; oppure, meglio ancora, ci saranno pubblicazioni benemerite, sul genere degli attuali lessici enciclopedici, in cui ogni cosa verrà calcolata e stabilita tanto esattamente, che al mondo non si daranno più azioni né avventure” (ma si finirà nella noia mortale, aggiungeva Dostoevskij). Forse, l’opera non è ancora conclusa, né tantomeno è conclusa con generale soddisfazione, ma certamente è in corso, come tentativo o, almeno, tendenza. Eppure, quel “fondata sul lavoro” che apre la nostra Costituzione vorrebbe, per l’appunto, essere il preannuncio di azioni e avventure indipendenti dalle tabelle di logaritmi econometrici. Vorrebbe starne fuori, anzi prima.

Fuori dalle immagini letterarie, la questione è formulabile nei semplici termini seguenti. La Costituzione pone il lavoro a fondamento, come principio di ciò che segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche; dalle politiche economiche, l’economia. Oggi, assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e i doveri del lavoro. Dicendo “dipendere” non s’intenda necessariamente determinare, ma condizionare, almeno, questo sì. Ora, il senso del condizionamento o, come si dice, delle compatibilità è certamente rovesciato. Il lavoro è il risultato passivo di fattori diversi, con i quali deve risultare compatibile. Non sono questi altri fattori a dover dimostrare la loro compatibilità col lavoro. Il lavoro, da “principale”, è diventato “conseguenziale”. Su questa constatazione, credo non ci sia bisogno di spendere parola. La Repubblica, possiamo dirla, senza mentire, “fondata” sul lavoro?

2. (L’inizio) La vigente Costituzione rappresenta un momento della lunga storia del costituzionalismo moderno, una storia che ha inizio con la Restaurazione liberale, dopo la Rivoluzione e l’età napoleonica. L’ideale del costituzionalismo è senza tempo: istituzioni libere e garanzia dei diritti, con ciò che ne consegue: rappresentanza politica entro la separazione dei poteri, legalità e garanzia dei diritti, habeas corpus, tribunali indipendenti, libertà di stampa e libera formazione della pubblica opinione.

Ma, la storia del costituzionalismo è fatta di sviluppi a partire da quel nucleo: acquisizioni e ampliamenti, frutti di aspirazioni intellettuali, quando esse siano divenute obiettivi di lotte sociali. Nulla, infatti, si ottiene solo perché pare buono, giusto e bello. Ora, in taluni casi, le lotte sociali hanno comportato veri e propri capovolgimenti dei punti iniziali. Questo è il caso del lavoro, il nostro caso.

La Rivoluzione in Francia, che si era dapprima rivoltata contro i privilegi dell’Antico Regime -  secondo l’interpretazione datane da Constant e dai “dottrinari” di quell’epoca  -  aveva superato il segno, onde ne doveva seguire necessariamente  -  come infatti ne seguì – una reazione terribile, secondo l’universale ed eterna legge del pendolo nelle cose politiche: “Ogni eccesso suole portare con sé una grande trasformazione in senso opposto: così nelle stagioni come nelle piante e nei corpi e anche, in sommo grado, nelle costituzioni” (Platone, Repubblica 563e, 564a).

In che cosa la Rivoluzione aveva superato il segno? Nella pretesa di superare politicamente quella che, nella concezione liberale, doveva essere la naturale divisione della società tra coloro che sono e coloro che non sono “padroni di se stessi”. I non-padroni di se stessi erano coloro che lavorano per vivere, cioè dipendono da un salario; i padroni di se stessi, invece, coloro che vivono di profitto o rendita. La distinzione, dal punto di vista analitico, non divide il campo in modo chiaro. Per esempio, Kant (Sopra il detto comune: “Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica” (1793), in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, Torino, Utet, 1956, p. 260) la precisò così: sono padroni di se stessi anche coloro che vendono un proprio opus  – gli artifices, gli artisti e gli artigiani -; non lo sono gli operarii, che lavorano mettendosi al servizio di un padrone, ammettendo comunque che “è difficile determinare i requisiti per ambire alla condizione di uomo padrone di se stesso (sui iuris)”.

Politicamente, la questione era però chiara. La società è divisa: da una parte stanno i lavoratori, i quali dipendono da altri e dunque sono in condizione servile; dall’altra stanno gli uomini liberi, la cui libertà dipende dalla condizione dei primi. Questa era la visione di fondo, una visione considerata naturale, perfino “di diritto naturale”, dunque insuperabile, una visione che ha radici nella notte dei tempi. Perché ci possa essere la libertà di alcuni, ci deve essere la condizione servile di altri. Senza la seconda, non ci può essere la prima. Ora, la partecipazione piena alla vita della città, in una società libera, per la contraddizione che non consente altrimenti, può spettare solo a uomini liberi. L’estensione ai non-liberi dei diritti politici, cioè della piena cittadinanza, sarebbe infatti una promessa di violenza, di prevaricazione del numero bruto e delle passioni sulla ragione, un attentato alla libertà (e alla proprietà) degli uomini liberi. Da qui, il suffragio ristretto, cioè il rifiuto dell’idea di cittadinanza generale, rifiuto non per ragioni contingenti, cioè per la momentanea e rimediabile condizione d’ignoranza e d’indigenza delle masse lavoratrici, ma per ragioni sociali strutturali. Se le costituzioni dell’800 fossero iniziate con una formula del tipo di quella del nostro art. 1, avrebbero detto: “fondate sulla proprietà”.

Il costituzionalismo, come dottrina politica, nasce con questo marchio classista che innanzitutto l’oppone alla democrazia, il cui ideale è la libertà e la partecipazione di tutti a una vita politica comune. La democrazia, come ideale, dovrebbe tendere a restituire a ciascuno la libertà originaria ch’egli ha ceduto nel momento della sua entrata in società, secondo la formula della quadratura del cerchio di J. J. Rousseau: “ubbidire al potere comune, restando libero”. Il costituzionalismo, all’opposto, riteneva che la partecipazione di tutti alla vita politica avrebbe comportato la perdita della libertà per tutti. Inoltre, il costituzionalismo, come dottrina a fondamento dualista,  si oppone, per altro verso, alla sociologia marxiana che assume sì la società divisa tra proprietari e proletari, ma non per ragioni naturali: al contrario, come effetto di rapporti di produzione storicamente determinati, che la storia e le forze che in essa operano come “levatrici” si sarebbero presto assunti il compito di condannare e superare.

3. (Il rovesciamento) Il costituzionalismo delle origini ha compiuto un lungo cammino che giunge fino a noi. Se ciò non fosse avvenuto, lo considereremmo soltanto un’anticaglia, e non invece una forza ideale che tuttora alimenta le aspirazioni politiche delle nostre società. Per comprendere quanto lungo sia stato il cammino storico-concreto che è stato compiuto da allora, basta aprire, solo per esempio, la nostra Costituzione, al suo primo articolo: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Quello che, all’inizio della storia, era criterio di discriminazione dalla vita politica  -  l’essere lavoratore  -  è diventato fondamento della vita comune, della res publica. È diventato il principio dell’inclusione.

Che cosa c’è stato tra quel lontano esordio del costituzionalismo e questo punto d’approdo? C’è stata l’ascesa delle masse popolari, cioè del mondo del lavoro, alla vita politica e l’accesso alle sue istituzioni. C’è stata, in una parola, la diffusione della democrazia, sia nella sua dimensione politica che in quella sociale. Di questa diffusione sono figli la generalizzazione dei diritti e l’uguaglianza rispetto ai beni primari della vita, come la salute, l’istruzione, la previdenza sociale, e il rigetto del privilegio. Primario tra i beni primari, il lavoro è stato accolto come fondamento della democrazia repubblicana.

Di “rovesciamento”, rispetto all’inizio, si può parlare con riguardo al valore sociale del lavoro: dall’esclusione all’inclusione nella cittadinanza. Non è stato un rivoluzionamento dei rapporti sociali originari, cioè un classismo alla rovescia. Per comprendere questo punto, possiamo considerare che, già dall’antichità  -  e il costituzionalismo delle origini condivideva questa considerazione – la democrazia non si considerava, a differenza di come noi oggi pensiamo, il “regime di tutti”, ma il regime del démos, e il démos non era tutto, ma parte. Lo si definiva per differenza, rispetto agli ottimati, cioè ai possidenti, e comprendeva la parte della società composta da quanti vivevano del loro lavoro, in sintesi “i poveri”, indicati così: “agricoltori, artigiani, marinai, manovali, bottegai” (Aristotele, Politica 1291b). Quando si parlava di democrazia, s’indicava un regime di classe, opposto all’aristocrazia, il regime dell’altra classe. Pericle, nel celeberrimo discorso sulla costituzione ateniese pronunciato in occasione dell’elogio funebre dei primi morti della guerra del Peloponneso, parla di democrazia come del governo che “si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza”; cioè non rispetto a tutti ma al maggior numero: noi diremmo ai lavoratori. Ma l’orgoglio di Atene – ciò per cui egli poteva dire che “noi non copiamo nessuno; piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri” – non stava nella democrazia, un concetto infido, sospetto. Stava invece nella isonomìa, cioè nell’uguaglianza nell’accesso alle cariche pubbliche “in virtù del merito”, non della nascita o del censo: stava dunque nel carattere aristocratico del governo, sia pure un governo aperto a tutti i meritevoli (Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 37). Aristotele, che disprezzava la democrazia e apprezzava la politèia, arrivava ad affermare che sarebbe democrazia anche un regime di pochi se, sia pure improbabilmente, i poveri fossero meno numerosi dei ricchi (Politica, 1279b): “La ragione sembra dimostrare che l’essere pochi o molti sovrani nella polis è un elemento solo accidentale, l’uno delle oligarchie, l’altro delle democrazie, dovuto al fatto che i ricchi sono pochi e i poveri sono molti dovunque [...] mentre ciò per cui realmente differiscono tra loro la democrazia e l’oligarchia sono la povertà e la ricchezza: di necessità, quindi, dove i capi hanno il potere in forza della ricchezza, siano essi pochi o molti, ivi si ha oligarchia; dove invece lo hanno i poveri, la democrazia: e tuttavia capita [...] che quelli siano pochi, e questi molti”. È comprensibile, allora, il giudizio negativo, anzi la condanna, che per secoli ha aleggiato sulla democrazia. Se essa si basa sulla presa del potere di chi non ha nulla, se non il suo lavoro, allora regna l’ignoranza, l’invidia e la sopraffazione dei tanti poveri nei confronti dei pochi eletti.

Non è questa la nozione odierna di democrazia, nei Paesi in cui essa deriva da quella lontana radice. La democrazia non è il regime del dèmos nel senso stretto, riduttivo e anche spregiativo anzidetto, ma è il regime aperto a tutti. Non è democrazia socialista, nel senso in cui la formula significava nei Paesi dove s’era verificata una rivoluzione sociale. Il riconoscimento del lavoro come fondamento della res publica, la cosa o la casa comune, significa compimento d’un processo storico d’inclusione nella piena cittadinanza, durante la quale non si è verificata alcun ribaltamento dei rapporti di classe: inclusione non rivoluzione, conformemente alla logica dello sviluppo storico del costituzionalismo, una dottrina che aborre i rivolgimenti, mentre è aperta all’evoluzione per acquisizioni cumulative, cioè evoluzioni.

4. (All’Assemblea costituente) Il dubbio che nel discorso sul lavoro potesse celarsi un sottinteso classista ha dominato l’elaborazione della Costituzione, manifestandosi soprattutto di fronte alla proposta di parte socialista e comunista: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”, una proposta cui aderirono peraltro i repubblicani, in nome della loro ispirazione sociale mazziniana. Sebbene i proponenti stessi avessero precisato che, nelle loro intenzioni, il concetto di “lavoratore” doveva intendersi nel modo più ampio e comprensivo, la proposta fu respinta tre volte. La maggioranza dei Costituenti ritenne che “di lavoratori” potesse indurre a credere che la Repubblica democratica fosse “della classe lavoratrice”, nel significato proveniente dalla storia delle moderne “lotte di classe” e che si tendesse a un regime economico “collettivistico”. Si temeva che, con quella sola parola, carica di una storia di conflitti sociali, si potesse determinare una frattura nella storia del costituzionalismo e si potesse alimentare il sospetto che il percorso politico che l’Italia si accingeva a percorrere inclinasse verso i Paesi socialisti, le cui costituzioni contenevano formule simili, piuttosto che verso le democrazie dell’Occidente.

In breve, il “lavoro” che compare nella formula della Costituzione è il “lavoro in tutte le sue forme e applicazioni” (art. 35, comma 1) e non è dunque prerogativa della “classe lavoratrice”.  Sono lavoratori e lavoratrici gli operai, gli impiegati, i dirigenti, gli imprenditori, i liberi professionisti, le casalinghe (si disse già allora), i giornalisti e perfino i professori universitari: secondo la formula allora in uso, tutti i lavoratori “del braccio e della mente”. Il lavoro in tutte le sue manifestazioni è, dunque, titolo d’appartenenza  alla comunità nazionale, alla cittadinanza. È un fattore d’unità e d’inclusione: il lavoro spetta a tutti i cittadini e, rovesciando i termini dell’implicazione (dal cittadino al lavoro, dal lavoro al cittadino), con riguardo a chi viene dall’estero per lavorare da noi, si potrebbe aggiungere che  -  a certe condizioni di stabilità e lealtà  -  a tutti i lavoratori deve spettare la cittadinanza.

Questa è la nozione costituzionale generale del lavoro. Tale nozione, tuttavia, si scinde poi in nozioni particolari, a seconda delle situazioni e delle esigenze di tutela che ne derivano: la sicurezza, la dignità, la salute, la stabilità del lavoratore, ad esempio, non pongono i medesimi problemi quando si tratti di lavoro operaio o libero-professionista, di lavoro in fabbrica o casalingo, di lavoro stabile o precario, retribuito in base al tempo o in base al prodotto, maschile o femminile, ecc.  Queste categorie non devono essere annacquate in un unico calderone, nel quale le differenze si perdano. Su tutte, la divisione che domina è quella tra lavoro salariato e non salariato, perché nel primo maggiore e più frequente è la possibilità, si sarebbe detto un tempo, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La maggior parte delle disposizioni costituzionali sul lavoro si riferiscono a questa divisione.

5. (Il valore sociale e politico del lavoro) Il valore inclusivo del “fondata sul lavoro” si arresta però di fronte al parassitismo sociale, cioè di fronte a coloro che vivono esclusivamente del lavoro altrui. Si tratta di coloro che si sottraggono al dovere, stabilito nell’art. 4, comma 2, di “svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Questa norma negletta ci trasmette l’idea di una società impegnata a perseguire il bene di tutti o, se si vuole, il “bene comune”. Il lavoro è dunque visto in questa prospettiva politica, politica non certo nel senso della politica dei partiti, ma in quello della responsabilità verso la vita della pòlis. L’orgoglio del lavoro ben fatto – di qualunque lavoro si tratti -, di cui parla Primo Levi, è un sentimento profondamente costituzionale.

Questa concezione del lavoro però, al contrario di quel che potrebbe apparire, non deriva da una concezione organicista: il lavoro come funzione al servizio dell’economia nazionale o dell’impresa. I lavoratori non sono api al servizio dell’alveare, com’era invece in certe concezioni della sociologia di fine Ottocento o dei totalitarismi del Novecento. Sono i singoli, secondo le loro libere scelte, attitudini e vocazioni, a doversi orientare nel vasto campo del lavoro e ivi valorizzare i propri talenti.

Si disse, già da subito, che questo dovere attiene alla solidarietà sociale (art. 2) che è, prima di tutto, una virtù civica che, mancando di sanzioni giuridiche, ha valore essenzialmente morale, ma non per questo è meno essenziale. Anzi: attiene ai presupposti d’una società libera, poiché, dove manca, può essere surrogata soltanto dalla costrizione. Ciò che più è importante non sta nelle leggi, né nelle Costituzioni, ma in atteggiamenti spirituali che le precedono, senza i quali anche queste sarebbero nulla. Nel progetto di Costituzione si prevedeva bensì che l’inadempimento di tale dovere privasse dell’esercizio dei diritti politici. La proposta cadde in Assemblea, anche per l’impossibilità di stabilire con chiarezza e, soprattutto, senza addentrarsi in valutazioni da “stato etico”, la linea di confine tra i lavori che “concorrono al progresso materiale e spirituale della società” e quelli dettati da motivi puramente individuali ed egoistici.

Il ricordo del suicidio della democrazia, soprattutto nella Germania di Weimar, era, d’altra parte, troppo vivo perché non si considerasse il lavoro anche come precondizione della democrazia. Quell’esempio stava a dimostrare, se pure ce ne fosse stato bisogno che, più ancora dell’inflazione succeduta alla sconfitta nella Grande Guerra, era stata l’ondata di disoccupazione di milioni di persone, provocata dalla devastazione del sistema finanziario nazionale e internazionale seguito alla  “grande crisi” del ’29 e da politiche economiche recessive, ad alimentare la rivolta contro la democrazia. Il disagio sociale e la disperazione del lavoro, quando diventano psicologia collettiva, sono un’apertura di credito a favore dei demagoghi che promettono miracoli. Com’è possibile, si chiede la classe media, che, d’un tratto, dall’agio della vita nasca la miseria, per di più per cause immateriali che stanno in cose come “il credito”, “il debito”, “le banche”, “il disavanzo”. Ci deve essere qualcosa di losco. Ben venga colui che svela l’inganno. La democrazia è accusata d’essere la forma che nasconde l’inganno.

Il significato profondo del collegamento, stabilito nell’art. 1, tra democrazia e lavoro sta qui: la questione democratica è questione del lavoro. Che cosa importa la democrazia se non è garantito un lavoro che permetta di affrontare i giorni della vita, propria e dei propri figli, e di affrontarli con un minimo di tranquillità? La democrazia non è solo questione di regole formali, ma anche di condizioni materiali dell’esistenza, come dice l’art. 3, secondo comma, della Costituzione. Il lavoro è la prima di queste condizioni materiali.

6. (Quale lavoro?) La formula “fondata sul lavoro” fu, da parte di alcuni del Costituenti, criticata perché generica.  Forse solo nei regni del bengodi, come quelli cui pensavano gli utopisti del ’6-’700, dove bastava alzare lo sguardo e allungare la mano per cogliere i frutti spontanei della natura, oppure nell’utopico “regno della libertà” marxiano, è possibile vivere senza lavoro. Si osservò che anche le società schiavistiche, a iniziare da quell’Atene del V secolo a. C. che continuiamo a considerare culla della democrazia, fino allo schiavismo moderno praticato legalmente in certi Stati dell’America fino al 1865 e in Russia fino al 1861, erano “fondate sul lavoro”.  Lo stesso, al tempo dell’industrialismo, quando uomini donne e bambini, senza protezioni e con salari da mera sussistenza, erano macchine da lavoro, all’opera giorno e notte. Lo stesso nei regimi totalitari, il cui simbolo sono le scritte come quelle che accoglievano i deportati nel campo di Auschwitz (“il lavoro rende liberi”) o, vicino a noi, i detenuti politici nel Forte di Fenestrelle (“Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce”): citazioni tragicamente parodistiche e beffarde del progetto comunista di liberazione dal lavoro per mezzo del lavoro di lavoratori associati in un medesimo disegno di emancipazione. Lo stesso, ancora oggi, in tante parti del mondo, dove l’economia dello sfruttamento si svolge al di fuori d’ogni controllo legale. In quelle condizioni l lavoro non è un diritto, ma una dannazione.

Si può pensare che la nostra Repubblica democratica si fondi su una dannazione?  Qualcuno, ad esempio il ministro d’un governo di qualche tempo fa, lo pensa e, per questo, crede essere un’idea brillante il sostituire “fondata sul lavoro” con “fondata sulla libertà”, quasi che, così, ci si possa liberare dalla maledizione biblica: “Tu mangerai il pane col sudore del tuo volto, fin che tu non ritorni alla terra” (Gn 3, 19) e tornare al paradiso terrestre. I Costituenti erano perfettamente consapevoli del lato oscuro, della fatica, dello sfruttamento che sempre alligna, come rischio, nel lavoro umano. Ma pensavano anche che esso può essere fattore di autonomia e dignità. L’homo faber è l’opposto dell’animal laborans, il servo, l’umiliato, lo sfruttato.

Il lavoro può essere concepito come condizione d’una “esistenza libera e dignitosa” (art. 36), cioè del “pieno sviluppo della persona umana” e della “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, secondo comma, Cost.).

Questa consapevolezza è alla base delle disposizioni costituzionali in materia di diritti sociali e di modalità d’uso della proprietà e d’esercizio dell’attività economica, disposizioni che prevedono limiti quali l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà, la dignità, la funzione sociale, il diritto alla giusta  retribuzione, la durata massima della giornata lavorativa, il diritto al riposo, il limite minimo d’età per il lavoro salariato, la protezione speciale del lavoro femminile, la previdenza sociale per i lavoratori in caso d’infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia e di disoccupazione involontaria. Il lavoro non solo deve consentire un’esistenza libera e dignitosa, ma deve anche svolgersi in modo libero e dignitoso e, quando per qualcuno manca, la collettività deve assumersi gli oneri relativi.

7. (L’istituzionalizzazione delle relazioni nel mondo del lavoro) Non è superfluo ricordare, soprattutto oggi, la ragione della “sindacalizzazione istituzionalizzata” dei rapporti di lavoro che ha il suo centro nella contrattazione collettiva dell’art. 39 della Costituzione.  Il diritto del lavoro, dopo l’industrializzazione senza regole degli inizi, si basa su una convinzione che è anche una constatazione: dal lato dei lavoratori subordinati, il potere contrattuale o è collettivo o non esiste, mentre l’impresa è di per sé, dal punto di vista economico-sociale, un “potere collettivo”. Che così sia, soprattutto in periodi di diffusa disoccupazione, quando il mercato del lavoro è sbilanciato da tanta domanda e da poca offerta, non c’è bisogno di dimostrare. Il lavoratore, come singolo, sarebbe in balia delle condizioni stabilite dalla controparte. Il lavoro è quella “merce sociale” per la quale si è disposti, se si è lasciati soli, a rinunciare a tutto il resto, anche alla dignità: lavoro, letteralmente, “a ogni costo”.

Sebbene si dica spesso il contrario, cioè che il sistema costituzionale delle relazioni sindacali ricalca il modello corporativo, le differenze, derivanti dall’intento di rovesciarlo, nel senso della libertà e del pluralismo, sono tante e così evidenti che non merita soffermarcisi. Ciò che interessa, per comprendere la situazione odierna, è la collocazione del contratto individuale di lavoro all’interno della contrattazione collettiva e il riconoscimento dello sciopero come diritto, anch’esso collettivo, quale strumento delle rivendicazioni del mondo del lavoro subordinato (art. 40).

L’art. 39 della Costituzione  -  peraltro inattuato per diversi aspetti, a cominciare dal riconoscimento dei sindacati, dalla verifica del carattere democratico della loro organizzazione e dal valore erga omnes dei contratti da essi stipulati tramite rappresentanze proporzionali  -  è chiarissimo, sotto quest’aspetto. Si partiva dalla convinzione che la posizione dei lavoratori si rende tanto più debole quanto più la contrattazione delle condizioni di lavoro si riduce di scala, fino al rapporto uno a uno. Per questo, le cosiddette relazioni industriali sono concepite secondo due principi-guida: generalità e unitarietà. La generalità consiste nella validità del contratto collettivo per intere categorie produttive; l’unitarietà, nella stipulazione attraverso rappresentanze sindacali comuni, costituite in proporzione degli iscritti. Nel contratto collettivo avrebbe così trovato forma l’incontro delle due componenti del mondo del lavoro, le imprese e i lavoratori dipendenti, ciascuna rappresentata nel loro insieme.

Sindacati e contratti collettivi sono dunque i due aspetti qualificanti delle relazioni tra datori di lavoro e lavoratori volute dalla Costituzione. Non sono elementi accidentali. Sono protezione del lavoro come diritto, dell’uguaglianza sostanziale e dell’esigenza di rapporti equilibrati tra le parti contraenti, portatrici d’interessi potenzialmente confliggenti.

Generalità e unitarietà della rappresentanza non escludono, ovviamente, che il contratto collettivo possa prevedere, per determinate materie che richiedono discipline meno astratte, contratti collettivi di livello inferiore, sia di categoria che territoriale, fino alla contrattazione aziendale. Tra questi accordi il rapporto è di gerarchia, al punto più alto essendo collocato il contratto nazionale, il quale, a sua volta, non può derogare le prescrizioni imperative di legge, poste a tutela di interessi pubblici non negoziabili, come previsti dai principi della Costituzione. Questo è il sistema che la Costituzione ha voluto.

8. (Il lavoro come diritto) Il “fondata sul lavoro” è dunque formula pregnante, nella quale convergono e si compongono i numerosi elementi della cosiddetta “costituzione economica”. Si comprende, però, che tutto sarebbe vano se il lavoro, il bene-lavoro, non fosse un diritto e fosse invece una semplice eventualità, oppure una concessione, un favore da parte di chi può disporne. Come si potrebbe “fondare la Repubblica” su un’eventualità, un favore e non su un diritto? Infatti, unico tra i diritti, il diritto al lavoro è esplicitamente enunciato tra i “principi fondamentali” della Costituzione. Ma, che genere di diritto è?

È chiaro che non si tratta d’uno dei diritti che i giuristi chiamano “perfetti”, diritti che il titolare può far valere in giudizio, nei confronti dell’obbligato, per ottenere il riconoscimento dell’obbligazione del secondo verso il primo e la sua condanna in caso d’inadempimento. Nulla di tutto ciò. L’accesso al lavoro deriva dall’equilibrio tra domanda e offerta sul “mercato del lavoro”, una condizione che a sua volta dipende da numerosi fattori d’ordine economico e sociale e non certo, primariamente, giuridico. Non esiste legge, non esiste tribunale al quale il lavoratore possa appellarsi per ottenere un “posto di lavoro”. Il lavoro, nell’attuale momento storico, non è un bene che esista in natura, sul quale possano accamparsi diritti. I posti di lavoro non si creano con la bacchetta magica dei giuristi o delle sentenze dei giudici. Di diritti in senso pieno si può parlare solo entro il rapporto bilaterale istituito con il contratto di lavoro. Ma nessuno, in un sistema basato sulla libertà, può imporre di contrattare e stipulare. Dovranno essere le circostanze a stimolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. E anche la stabilità nel lavoro dipende primariamente da fattori economici relativi alla vita dell’impresa. Il recesso ad nutum da parte del datore di lavoro non è più un principio generale del nostro ordinamento e il licenziamento è circondato da garanzie, queste sì di natura giuridica, previste per evitare arbitri e discriminazioni. Ma, la crisi irrimediabile dell’impresa ha effetti, a loro volta irrimediabili, sul lavoro degli occupati.

Ciò significa che si tratta d’un diritto che non è tale, o che è solo un’aspirazione che la Costituzione retoricamente denomina diritto? Si osservi che la stessa domanda si può porre, ed è stata posta, con riguardo ad altri “diritti”, anch’essi previsti dalla Costituzione, che pure non possono essere fatti valere direttamente davanti a un tribunale: il diritto alla salute, all’istruzione, alla previdenza sociale, ad esempio; o anche il diritto di formarsi una famiglia, di potersi permettere un’abitazione. Ma chi oserebbe oggi dire che questi “diritti di giustizia” non sono diritti? Che riguardano i pochi che se li possono permettere e che, gli altri, peggio per loro o ci pensi la beneficienza o la provvidenza? Negare loro la qualifica di diritti significherebbe negare valore alle pretese che li riguardano.

Semplicemente, invece, dobbiamo dire che vi sono pretese di diverso tipo: alcune si configurano come diritti perfetti e hanno come luoghi tutelari i tribunali; altri hanno come referente la politica, concetto generale che, in termini costituzionali, si dice “Repubblica”: legislazione, amministrazione, forze economiche e sociali, cioè tutte le componenti di possibili “politiche del lavoro”. Che tali pretese si rivolgano non ai tribunali, ma alla politica, non significa affatto ch’esse siano meno urgenti, meno cogenti nei riguardi di coloro che devono dare loro risposte: che non siano diritti.

Si può dire, ovviamente, che le politiche del lavoro, in quanto, per l’appunto, “politiche” non possono essere costrette in alcun modo, se non con modalità politiche. Se lo potessero, sarebbero diritti perfetti. Invece si tratta di diritti condizionati da politiche congruenti. La Costituzione non può che fare due cose, predisporre le condizioni e le forme necessarie, che devono però essere riempite di contenuto perché il diritto sia reso attuale.

In verità, quando, con una certa enfasi ma non necessariamente con la consapevolezza del significato, si dice che “il lavoro non è un diritto”, si dichiara semplicemente che si aderisce non all’algoritmo della costituzione – dal lavoro, alla politica, all’economia – ma al suo contrario  -  dall’economia, alla politica, al lavoro -.

9. (Capovolgimento n.1) In effetti, questo rovesciamento è sotto gli occhi di tutti, come prevalenza dell’effettività sulla legittimità.

Innanzitutto, il mondo del lavoro è in fase di decostruzione. I due principi-guida delle relazioni industriali, l’unitarietà e la generalità, sono insidiate dalla frammentarietà e dalla specialità. L’art. 39 della Costituzione proclama bensì la libertà di associazione sindacale e quindi il pluralismo e la reciproca autonomia delle organizzazioni dei lavoratori. Ma esso vuole altresì ch’esse operino solidariamente  nei rapporti contrattuali con le controparti aziendali. Questo vuol dire la “rappresentanza unitaria” degli interessi dei lavoratori. Questa parte dell’art. 39 non ha trovato attuazione e le ragioni di ciò sono altrettanto note. Ma, pur in assenza di attuazione legislativa, l’esigenza costituzionale unitaria era pur stata soddisfatta dalla convergenza d’intenti, se non perfino dall’unità d’azione, dei sindacati. Oggi non è più così. La rottura dell’unità pone le organizzazioni dei lavoratori l’una indipendentemente dall’altra, di fronte alle aziende alcune delle quali, a loro volta, hanno rotto il fronte comune, uscendo dalla loro associazione di categoria. Ne deriva, come conseguenza, che le aziende possono contrattare con questa o quell’organizzazione sindacale, possono cioè scegliere il contraente più disposto ad aderire all’accordo, e lasciare da parte chi lo è meno o non lo è affatto, lasciando senza tutela diretta i lavoratori non iscritti ai sindacati contraenti (salva la tutela che, in taluni casi, può essere offerta contro i “comportamenti antisindacali”). In più, viene introducendosi un fattore di privilegio a favore dei sindacati contraenti e a sfavore di quelli non contraenti, i quali, secondo l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori, non potrebbero costituire rappresentanze aziendali. Può trattarsi di alterazione anche grave, non solo nel rapporto tra lavoratori e datori di lavoro,  ma anche nei rapporti tra i sindacati stessi tra loro e con la propria base associativa, a seconda della disponibilità più o meno marcata ad accordarsi con la controparte aziendale. Ciò non comporta la violazione di alcuna norma di legge, poiché vale il principio di libertà sindacale, ma certo determina un tipo di relazioni tra capitale e lavoro non conforme allo spirito, cioè al principio di unitarietà al quale s’ispira l’art. 39 medesimo.

Ma anche il principio di generalità, che si esprime nel contratto collettivo nazionale è oggi soggetto a logoramento. Anzi, è espressamente contraddetto da una norma contenuta nella “legge di stabilità” del 2011,  che rappresenta un vero e proprio rivoluzionamento del sistema ricevuto delle fonti giuridiche in materia di relazioni industriali: una norma che si presenta col titolo dimesso e apparentemente amico di “contratti di prossimità”. Si tratta di contratti collettivi di scala minore, aziendale o territoriale, sottoscritti dalle associazioni dei lavoratori “più rappresentative sul piano nazionale o territoriale ovvero da rappresentanza sindacali aziendali”. Le intese così realizzate sono obbligatorie nei confronti di tutti i lavoratori, se sottoscritte da rappresentanze sindacali aziendali maggioritarie, e possono riguardare pressoché tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. La finalità è quella di superare rigidità e uniformità, e favorire l’aderenza alla condizioni di realtà aziendali particolari. L’aspetto di maggior rilievo è che questi “accordi di prossimità” possono derogare, cioè contraddire, i contratti collettivi nazionali e perfino le disposizioni della legge. Queste norme diventano cedevoli, come dicono i giuristi, e nei contratti particolari possono stabilirsi, per i lavoratori, condizioni peggiorative. La Corte costituzionale (sent. n. 221 del 2012) con una motivazione sorprendentemente apodittica  -  si tratterebbe d’una limitata eccezione  -  ha salvato questa norma. Ma è facile comprendere ch’essa rappresenta, invece, l’allontanamento, se non il rovesciamento, dello spirito della Costituzione.

In sintesi, l’abbandono dell’unitarietà e della generalità ha come effetto di spezzare il fronte sindacale e di spostare il baricentro della contrattazione nella dimensione prossima alle esigenze vitali immediate dei lavoratori: dove si tratti di ciò, le resistenze evidentemente diminuiscono, e così la capacità contrattuale nei confronti dell’azienda. Quando poi è in gioco la garanzia del posto di lavoro, quando l’azienda subordina investimenti e occupazione alla sottoscrizione di determinati patti, di fronte a un simile Diktat, nel quale la disparità di posizione si rivela allo stato puro, l’accordo formale copre cedimenti sostanziali, rinunce a posizioni acquisite nel passato, disponibilità a condizioni di lavoro più pesanti. Se poi a ciò si aggiunge la consultazione referendaria che conferma il cedimento, è la democrazia sindacale a risultare svuotata.

Si dirà che tutto ciò non deriva che da condizioni oggettive imposte dal mercato mondializzato, non da volontà sopraffattrice delle aziende, che operano anch’esse in stato di necessità imposto dalla concorrenza globale. Si dirà che oggi imprenditori e loro dipendenti devono considerarsi non contrapposti negli interessi, ma accomunati nella medesima impresa, di cui tutti sono, a seconda dei ruoli, funzionari o “servitori” (come Federico II di Prussia, che diceva di sé d’essere il primo servitore e magistrato dello Stato). Ma questa è altra questione, diversa dal rilevare il discostamento dalla Costituzione, che rinvia alle possibilità e alle responsabilità della politica, nel promuovere e imporre standard comuni di tutela del lavoro e nel combattere l’omologazione del lavoro verso il basso.

10. (Capovolgimento n. 2) C’è poi un secondo, ancor più generale e profondo, rovesciamento. Il primo, di cui s’è detto, riguarda le relazioni industriali, le loro istituzioni e la condizione dei lavoratori subordinati. Ma questo secondo riguarda immediatamente il bene-lavoro, senza il quale vano è parlare del lavoro come diritto, delle sue istituzioni, delle sue condizioni.

Si dice che l’attività economica si è oggi spostata dalla cosiddetta “economia reale” alla “economia fittizia”, l’economia finanziaria. Questa seconda, in una specie di sortilegio, mira a produrre denaro dal denaro, attraverso transazioni finanziarie, più o meno spericolate, più o meno lecite, che producono però quelle che si chiamano “bolle speculative”, scoppiate o in attesa di scoppiare in giro per il mondo.

Ora, l’economia reale può produrre lavoro e stabilità sociale; quella fittizia, no. Sottrae risorse al mondo del lavoro, produce instabilità sociale e favorisce i pochi signori della finanza, fino a quando non saranno anch’essi travolti, e noi con loro, da un sistema privo di fondamento. Essa dirotta le risorse finanziarie là dove conviene, al fine di riprodurre e ingigantire se stessa e i suoi attori, attori che non sono né i lavoratori né gli imprenditori. Questa finanza “mangia” l’economia reale, l’indebolisce, è nemica del lavoro. Perfino nelle difficoltà dell’economia reale s’avvantaggia. Le crisi finanziarie che s’abbattono sui conti degli Stati non sono eventi della natura, come tsunami o alluvioni. Sono prodotte dagli interessi finanziari medesimi e sono certificate da agenzie indipendenti solo in apparenza, in un colossale conflitto (o, sarebbe meglio dire, in una colossale connivenza) d’interessi.  Che cosa ha prodotto, del resto, il “risanamento finanziario” che il mondo finanziario internazionale chiede agli stati, come condizione dei loro investimenti? Chiede “riforme”. E queste riforme a che cosa hanno portato? Finora, a contrazione dell’economia reale, a crisi delle imprese, a diminuzione dei posti di lavoro, al peggioramento delle condizioni dei lavoratori, a emarginazione del lavoro femminile, a riduzione delle protezioni sociali. Sono conseguenze congiunturali, come pensa chi crede che al “risanamento” seguirà una seconda fase di sviluppo, oppure sono conseguenze strutturali d’una economia controllata da una finanza finalizzata a se stessa?

Bisogna dire con chiarezza: la finanza come mezzo e come fine, e non come mezzo finalizzato all’economia reale, è nemica della Costituzione, oltre che nemica dei popoli su cui si abbatte la sua speculazione. La speculazione finanziaria è interessata non a costruire stabilmente, ma a sfruttare l’instabilità che, per chi si muove sul mercato globale, è un’opportunità (salve le rovine che lascia dietro di sé). La finanza che genera lavoro s’è trasformata in finanza che lo distrugge.

11. (Capovolgimento n. 3) All’inizio di questa esposizione, s’è detto dell’algoritmo che la tutela costituzionale del lavoro dovrebbe implicare: dal lavoro, le politiche del lavoro; dalle politiche, l’economia. Il posto centrale è occupato dalle politiche. Oggi, assistiamo all’impotenza della politica, per quanto riguarda il capovolgimento n. 1. Nel mercato globale, si constatano due “scollamenti”, uno dimensionale e l’altro temporale: dimensionale, perché le politiche degli Stati non coincidono con i fenomeni globali della concorrenza; temporale, perché alla velocità delle delocalizzazioni delle unità produttive corrisponde la perdita di capacità contrattuale dei lavoratori, evidentemente non altrettanto facilmente “delocalizzabili”, come se fossero macchine e materia bruta. La politica subisce, non governa. La Costituzione aveva previsto il rischio e per questo ha detto: “La Repubblica promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro” (art. 35).

Quanto al capovolgimento n. 2, di fronte alla pervasiva forza, legale e illegale, della finanza, la politica si dimostra troppo spesso succuba, connivente o collusa. Chi sa resistere alla forza del danaro, che corrompe o, almeno, debilita le forze che dovrebbero regolarla?

Ora si pone la domanda che nessun giurista vorrebbe mai doversi porre: l’effettività, cioè i rovesciamenti costituzionali di cui s’è detto, sono solo eventualità che possono correggersi, governare, contrastare? Oppure sono necessità che possono solo essere assecondate, perché ogni resistenza sarebbe vana? Siamo padroni dei rapporti sociali ed economici o siamo condannati al darwinismo sociale? Se vale questa seconda risposta, la Costituzione, per la parte del lavoro, dovremmo dirla antiquata, superata dalla forza delle cose. Se vale la prima, resta aperta la possibilità d’una politica costituzionale del lavoro. Chi deve parlare, e agire di conseguenza, sono le forze politiche, sindacali e culturali. A loro, la risposta.

12. (Ultima domanda) Ora, in fine, un’osservazione, per così dire, da umanista, da “uomo del sottosuolo”. Di fronte ai disastri sociali della finanza speculativa, occorre ritornare alla “economia reale”, cioè alla produzione di ricchezza per mezzo non di ricchezza, ma di lavoro e di ricchezza investita sul lavoro. I “piani per il lavoro” di cui si discute in questi giorni significano questo. La parola d’ordine è “crescita”. Per aversi crescita occorre stimolare i consumi, affinché i consumi, a loro volta, diano la spinta alla produzione e, dalla produzione, nasca lavoro cioè reddito che, a sua volta, alimenta i consumi: una ruota che deve girare. Quando la ruota gira bene oliata, ciascuno di noi è una particella in funzione della ruota, cioè siamo produttori e consumatori. Tanto più consumiamo, tanto più lavoriamo e tanto meglio svolgiamo la nostra parte. Naturalmente, non è detto che tutti lavorino e consumino come gli altri. Ci sarà chi può lavorare di meno e consumare di più, e chi deve consumare di meno e lavorare di più. Dipende dai rapporti sociali, cioè dalla distribuzione dei vantaggi e degli svantaggi, cioè dai criteri di giustizia vigenti. In ogni caso, c’è qualcosa di sinistro in questa raffigurazione: l’essere umano che lavora per poter consumare e consuma per poter lavorare. Sembra la trama di una qualche raffigurazione mitologica d’una tragica spirale che deve girare sempre e, possibilmente, sempre più veloce, per funzionare a dovere.

Tuttavia, non è detto che si debba lavorare sempre nello stesso modo e consumare sempre le stesse cose. Su questo, almeno, la storia dice che le cose possono cambiare, che c’è una certa libertà di autodeterminazione. In effetti, ogni periodo di crisi d’un sistema economico ha avuto sbocco in qualche cosa di nuovo, e il nuovo è sempre cresciuto spontaneamente dal suo seno. Dall’economia di potenza, schiavistica e latifondistica dell’impero romano, si è sviluppata l’economia curtense alto-medievale, basata sull’autoconsumo di piccole unità economiche. Dall’eccedenza produttiva di queste, si è sviluppata l’economia mercantile e finanziaria delle signorie rinascimentali; da queste, il latifondo feudale; da questo, la fisiocrazia e le grandi manifatture pubbliche al servizio dello Stato assoluto; da ciò, l’economia capitalista, dapprima in dimensioni nazionali. Da qui, il gigantismo delle imprese multinazionali che ha generato ingenti concentrazioni di capitali, orientati infine alla finanza speculativa, ignara d’ogni responsabilità e generatrice d’instabilità sociale. Anche il fatto che si sia qui riuniti a discutere di queste cose, con il senso dell’urgenza che tutti avvertiamo, è la riprova che siamo ora dentro a una crisi di questo sistema.

Qui viene l’osservazione “umanistica”. L’economia mondializzata, omologata agli standard produttivi delle grandi imprese che operano sul mercato mondiale, la grande distribuzione al loro servizio, la pubblicità che orienta i consumi standardizzandoli e crea stili di vita uniformi: tutto ciò produce un’umanità funzionalizzata, ugualizzata nei medesimi bisogni e nelle medesime aspirazioni: in una parola, confluisce in una medesima cultura. Ciò significa elevare il conformismo a virtù civile. E’ questo ciò che vogliamo? O non occorrerebbe invece prestare attenzione a ciò che di originale, sotto la calotta in crisi dell’economia finanziarizzata su scala mondiale, si muove e cerca di crescere: nuove e antiche professioni, che cercano di emergere o riemergere, nuove forme di produzione, di collaborazione tra produttori, nuove reti di collegamento solidale tra produttori, nuove modalità di distribuzione e di consumo; riscoperta di risorse e patrimoni materiali e culturali esistenti, ma finora nascosti o dimenticati. Il nostro Paese avrebbe tante cose e tante energie da portare alla luce nell’interesse di tutti, cioè nell’interesse del “progresso materiale e spirituale della società”, come recita l’art. 4 della Costituzione. Nelle società libere, la politica non ha mai inventato o imposto nulla di completamente nuovo. Il suo compito è capire, orientare e aiutare ciò che di fecondo cresce e, parallelamente, opporsi a ciò che cerca di riproporsi, secondo esperienze che hanno già fatto il loro tempo.

Su questo terreno, mi pare che debba cercarsi la risposta a quella che, altrimenti, sarebbe solo una stucchevole controversia: la risposta alla domanda che cosa, oggi, voglia dire essere conservatori o innovatori. di GUSTAVO ZAGREBELSKY repubblica.it

 

L’ideologia del lavoro (by de Benoist)

Lunedì, 30 Luglio 2012

L’ideologia del lavoro sembra avere origine nella Bibbia, dove l’uomo è definito, sin dal momento della creazione, dall’azione che esercita sulla natura: «Fruttificate, moltiplicatevi, riempite la terra, sottomettetela’) (Gen., 1, 28). Dio ha collocato l’uomo nel giardino dell’Eden ut operatur, “perché lavori» (Gen., 2, 15). Questo brano precede il racconto del peccato originale; il risultato di quel peccato non è quindi il lavoro, come troppo spesso si dice, ma solamente la condizione più penosa in cui esso dovrà da quel momento in poi essere svolto. Dopo il peccato, l’uomo si guadagnerà il pane “con il sudore della fronte”.Con la missione assegnata all’uomo di “sottomettere” la terra si inaugura già il dispiegamento planetario e incondizionato dell’essenza della tecnica moderna, come punto d’arrivo di una metafisica che instaura tra l’uomo e la natura un rapporto puramente strumentale. L’uomo ha la vocazione al lavoro, e il lavoro ha la vocazione a trasformare il mondo; esso rappresenta pertanto una rottura con l’essere, un dominio su un mondo fatto oggetto della signoria umana. Come l’uomo è l’oggetto di Dio, così la terra diventa l’oggetto dell’uomo, che la trasforma assoggettandola alla ragione tecnica. Nel contempo, il lavoro assume un valore eminentemente morale. Dirà san Paolo: “Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi», frase originariamente enunciata sotto forma di constatazione (“chi non lavora non mangia») ma che ben presto diventa una formula prescrittiva: “Chi non lavora non ha il diritto di mangiare».

liberarsi dalla necessità Questa visione del mondo, che oggi ci appare cosi familiare, è segnata da una rottura totale con la concezione prevalente nella quasi totalità delle società tradizionali, dove non solo la necessità non detta legge. ma l’ambito di ciò che è specificamente umano si situa viceversa nel rifiuto di assoggettarsi al regno della necessità materiale. Marshall Sahlins, ad esempio, ha mostrato in maniera convincente che le società “primitive,) sono società nelle quali non si lavora mai più di tre o quattro ore al giorno, perché i bisogni vengono volontariamente limitati e al “tempo liberoo, viene assegnata la priorità rispetto all’accumulazione dei beni1.Nell’Antichità europea, il lavoro viene disprezzato proprio perché è considerato il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità. Questo disprezzo lo troviamo tanto nei greci e nei romani quanto nei traci, nei lidii, nei persiani e negli indiani. I’idea più comune è che, essendo per definizione deperibile tutto ciò che l’economia produce, il lavoro, motore dell’economia, non è adatto a rappresentare quel che va oltre la semplice naturalità dell’esistenza umana. In Grecia, soprattutto, il lavoro è percepito come un’attività servile che, in quanto tale, è in antagonismo con la libertà, e quindi anche con la cittadinanza2. “Un pastore ateniese”, nota a questo proposito Alain Caillé, “è un cittadino, a differenza dei ricchi artigiani, non perché è un lavoratore, come penserebbero i moderni, ma al contrario perché è un ozioso, perché dispone di quel tempo libero (skholè) che è la sola prerogativa in grado di rendere gli uomini pienamente umanio,3. “Non è possibile esercitare la virtù quando si fa la vita di un artigiano O” scrive Aristotele4.Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della (‘comoditào, rappresentata dall’esistenza di schiavi. Essa esprime in realtà un’idea molto più importante: l’idea che la libertà (come del resto anche l’eguaglianza) non può risiedere nella sfera della necessità, e che vi è autentica libertà solo nell’affrancamento da tale sfera, Qvverosia nell’al di là dell’economico. AI limite, come spiega Hannah Arendt, lo schiavo non lavora perché è schiavo, ma è schiavo perché lavora. «Il lavoro era indegno del cittadino”, aggiunge André Gorz, “non in quanto era riservato alle donne e agli schiavi; anzi, era riservato alle donne e agli schiavi perché “lavorare significava asservirsi alla necessità”. E poteva accettare quell’asservimento soltanto chi, alla maniera degli schiavi, aveva preferito la vita alla libertà e dunque dato prova di spirito servi le. I’uomo libero, invece, rifiuta di sottomettersi alla necessità; padroneggia il proprio corpo onde non essere schiavo dei suoi bisogni e, se lavora, lo fa solo per non dipendere da ciò che non controlla, cioè per assicurare o accrescere la propria indipendenza». Per questo motivo, «l’idea stessa di “lavorare” era inconcepibile in quel contesto: il “lavoro”, votato alla servitù e alla reclusione nella domesticità, lungi dal conferire un’”identità sociale”, definiva l’esistenza privata ed escludeva dall’ambito pubblico quelle e quelli che gli erano asserviti»5.Il fatto che questa contrapposizione tra regime della necessità e ambito della libertà si sovrapponga, nell’ideale antico, alla contrapposizione tra sfera privata e sfera pubblica è rivelatore. Secondo Aristotele, l’economia ha a che vedere con l’ambito “familiare”. Essa si definisce, in senso proprio, come un insieme di regole di amministrazione domestica (oikos-nomos) , che Aristotele distingue del resto nettamente dalla produzione di beni in vista di uno scambio mercantile, cioè dalla crematistica.ln quanto tale, essa si contrappone alla sfera pubblica, ambito della libertà, il cui godimento e la partecipazione alla quale presuppongono l’«oziosità». La libertà è una faccenda pubblica; non può essere ottenuta nel privato o attraverso di esso.Non esiste d’altronde all’epoca nessuna parola generica per designare il lavoro. I termini più correntemente utilizzati dai greci (ponos, ergon, poiesis) testimoniano un apprezzamento qualitativamente differenziato delle attività umane, giudicate secondo la conformità alla natura o in base al valore d’uso e alla qualità del prodotto. “Nel contesto della tecnica e dell’economia antica”, sottolinea Jean-Pierre Vernant, “il lavoro appare solo [...] nel suo aspetto concreto. Ogni compito viene definito in funzione del prodotto che punta a fabbricare [...] Non si considera il lavoro nella prospettiva del produttore, come espressione di un unico sforzo umano creatore di valore sociale. Non troviamo quindi, nell’antica Grecia, una grande funzione umana, il lavoro, che copre tutti i mestieri, bensì una pluralità di mestieri diversi, ciascuno dei quali costituisce un tipo particolare di azione che produce la propria opera”6.Lo stesso stato d’animo vige a Roma. A proposito del lavoro manuale, Seneca dice che è “privo d’onore e non potrebbe rivestire neppure la semplice apparenza dell’onestà”. Cicerone aggiunge che ,cil salario è il prezzo di una servitù,’, che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in una fabbrica»7. La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa. «Lavorare» (laborare) ha spesso il significato di «soffrire»; laborare ex capite, “soffrire di mal di testa”, Viceversa, la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente”, bensì l’attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, “negozio”)’ Quanto alla parola moderna francese “travail”, essa viene, come è noto, da tripalium, che in origine era uno strumento di tortura…Sin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo si è sforzato di lottare contro il disprezzo del lavoro.Gesù e i suoi apostoli erano dei lavoratori manuali. In breve tempo non si conteranno più i santi patroni dei diversi mestieri. Ciononostante, per Secoli sopravviverà l’idea che l’uomo non è fondamentalmente fatto per lavorare, che il lavoro non è altro i che una triste necessità e non qualcosa da nobilitare o lodare, e che talune attività sono incompatibili con la qualità di uomo libero. Per reagire a questa idea fortemente radicata, la borghesia, soprattutto a partire dal XVII secolo, moltiplicherà le critiche contro il carattere «improduttivo», e quindi «parassitario», del modo di vita aristocratico.André Gorz è uno di coloro che hanno colto meglio in che misura ciò che noi oggi chiamiamo lavoro è, nella sua stessa generosità, un’invenzione della modernità. L’idea contemporanea del lavoro”, scrive, «appare in effetti solo con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al XVIII secolo, il termine «lavoro” (Iaboul; Arbeit, travai) designava la pena dei servi e dei giornalieri che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, invece, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non “lavoravano”, “operavano”, e nella loro “opera” potevano utilizzare i “lavoro” di uomini di fatica chiamati a svolgere i compiti grossolani, poco qualificati. Soltanto i giornalieri e i manovali erano pagati per il loro “lavoro”; gli artigiani facevano pagare la propria “opera” in base a un tariffario fissato da quei sindacati professionali che erano le corporazioni e le gilde, le quali proibivano severamente qualsiasi innovazione ed ogni forma di concorrenza. [...] La “produzione materiale” non era dunque, nell’insieme, retta dalla razionalità economica»9.Per molto tempo infatti il lavoro, benché riabilitato, è rimasto in una certa misura al riparo da considerazioni puramente utilitarie o mercantili. Nel Medioevo, in particolare, il mestiere ha un valore li integrazione sociale. E innanzitutto un modo di vita, una maniera di stare al mondo, e, in quanto tale, rimane dipendente da un certo numero di atteggiamenti etici, che vanno al di là della sfera della sola materialità ed impregnano nel suo insieme una società nella quale si giustappongono e si incrociano modi di vita organica differenti. I mestieri hanno le proprie regole, le proprie tradizioni. Alloro esercizio sono associate abitudini festive e credenze p0polari che contribuiscono a limitare gli effetti della sola ragione economica.Il lavoro speso nella costruzione delle cattedrali è tutto salvo che un lavoro che miri all’utilità, come ha rimarcato, in una pagina molto nota, Georges Bataille: «L’espressione dell’intimità nella chiesa [...] risponde al vano consumo del lavoro: sin dall’inizio la destinazione sottrae l’edificio all’utilità fisica, e questo primo movimento si esprime in una profusione di vani ornamenti. Perché la costruzione di una chiesa non è l’impiego vantaggioso del lavoro disponibile, ma il suo consumo, la distruzione della sua utilità. L’intimità è espressa in modo condizionato da una cosa: purché questa cosa sia in fondo il contrario di una cosa, il contrario di un prodotto, di una merce: un consumo e un sacrificio» 10.È a questa forma di lavoro che Péguy allude quando evoca la pietà dell’«opera ben fatta», il tempo in cui si cantava mentre si lavorava e si dava nellavoro il meglio di sé perché in quel lavoro ne andava della realizzazione di se stessi: «Abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare [...] Lavorare era la gioia stessa, la radice profonda del loro essere [...] Esisteva un onore incredibile del lavoro [...] Bisognava che un bastone di sedia fosse ben fatto [...] Non doveva essere fatto bene per il salario o a causa del salario [...] per il padrone o per i conoscitori [...] Bisognava che fosse fatto bene in sé [...] E lo stesso principio delle cattedrali…». Péguy, tuttavia, respinge sia la concezione calvinista, in cui la coazione al lavoro trova la propria legittimità nell’ordine della fede (il lavoro come sottomissione necessaria all’esigenza di salvezza), sia la concezione borghese, che considera lavoro autentico solo quello che non procura alcun divertimento. Egli non fa del lavoro lo scopo supremo dell’esistenza. Pone al di sopra dei compiti necessari alla sussistenza le attività dello spirito che permettono alla personalità di fiorire. Sa che i valori etici e culturali sono superiori alla semplice produzione deg!i oggetti. Ed è il primo a convenire che il lavoro è radicalmente cambiato da quando è governato solamente dalle leggi economiche dell’offerta e della domanda, della produzione e del mercato.Con la Riforma, e poi con l’emergere delle teorie liberali, il «valore-lavoro) diventa infatti nel contempo valore dominante e valore in sé. In Locke, ad esempio, la proprietà si fonda sul lavoro e non più sui bisogni, atteggiamento che già giustifica l’appropriazione illimitata (e che Louis Dumont giustamente definisce tipicamente moderna). Nel contempo, la giustizia viene fondata su un diritto di proprietà posto come assoluto, agli antipodi del pensiero tradizionale che rapporta la giustizia all’equità e a relazioni ordinate all’interno di un tutto. La proprietà risalirebbe allo «stato di natura» e sarebbe il frutto del lavoro individuale, cioè dell’appropriazione da parte dell’individuo di tutto ciq che egli sottrae alla natura e prende alla terra. E la nascita di quello che Macpherson chiama l’«individualismo Possessivo».Il lavoro è non meno fondamentale in Adam Smith. L:introduzione de La ricchezza delle nazioni si apre su queste parole: «Il lavoro annuo di una nazione è il fondo primitivo che fornisce al suo consumo annuale tutte le cose necessarie e comode della vita; e queste cose sono sempre o il prodotto immediato del lavoro, o acquistate dalle altre nazioni assieme a quel prodotto)»11 Smith aggiunge immediatamente l’idea concomitante che la ricchezza prodotta dal lavoro (le «cose necessarie e comode della vita”) può essere accresciuta dal progresso costante dei metodi di rendimento. E sostiene inoltre che lo scambio fra le ricchezze in tal modo prodotte, scambio il cui unico motore è l’esclusiva ricerca dell’interesse egoistico, consente la diffusione ottimale di tutti i benefici risultanti dalla divisione del lavoro. Il valore si identifica quindi essenzialmente con il lavoro, che ne costituisce in un certo senso la sostanza e ne è l’unico metro di misura, ed è nello scambio mercantile che questo valore si cristallizza. «Il lavoro», scrive Adam Smith, «è la misura reale del valore scambiabile di ogni merce»12.Per Smith, il giusto prezzo è dunque quello del mercato: la merce che viene scambiata sul mercato è venduta esattamente per ciò che vale («prezzo naturale»), e il suo valore espresso in denaro rimanda al lavoro che essa rappresenta: «Il lavoro misura il valore, non soltanto di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma anche di quella che si risolve in rendita, e di quella che si risolve in profitto13. E ancora: «Non è con l’oro o con l’argento, ma con il lavoro che tutte le ricchezze del mondo sono state acquistate originariamente; e il loro valore per coloro che le possiedono e che cercano di scambiarle con nuove produzioni è esattamente uguale alla quantità di lavoro che esse li mettono in condizione di acquistare o di ordinare” 14. L’intera opera di Smith si fonda su questo legame fra lo scambio e il lavoro, in cui il primo ingloba il secondo nelle condizioni moderne dell’attività economica ma il secondo forma la pietra angolare dell’intero edificio.Luomo pertanto è così «naturalmente» commerciante che è «lavoratore»: «ln tal modo, ogni uomo vive di scambi e diventa una sorta di mercante, e la società stessa è propriamente una società commerciante»15. Come scrive Louis Dumont, «insomma, ogni cosa è lavoro e il lavoro è ogni cosa, cosicché noi lavoriamo persino quando non lavoriamo e ci accontentiamo di scambiare» 16.In effetti, in Smith troviamo due definizioni del valore-lavoro. Nella prima, che è implicita, il valore consiste nella quantità di lavoro necessaria alla produzione di un bene. Nella seconda, che ne deriva ed è altresì la principale, il valore di un bene consiste nella quantità di lavoro che è possibile ottenere in cambio di quel bene (giacché lo scambio consente in un certo senso di “verificare” il valore-lavoro connesso alla sola produzione). In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un’affermazione (o ad un argomento di diritto naturale) priva di ogni valore empirico od operativo. La teoria si limita semplicemente a postulare che l’uomo crea il valore per i) tramite del proprio lavoro, che lo fa padrone e sovrano trasformatore della natura. «Questa relazione naturale dell’uomo individuale con le cose», nota Louis Dumont, «si riflette in qualche modo nello scambio egoistico tra uomini che, pur essendo un succedaneo del lavoro, impone ad esso la propria legge e ne consente il progresso. Come nella proprietà di Locke, è il soggetto individuale ad essere esaltato, l’uomo egoista che scambia o lavora, che, nella pena, nell’interesse e nel profitto, lavora [...] al bene comune, alla ricchezza delle nazioni»17.Adam Smith tuttavia devia quando, basandosi sulla teoria del valore-lavoro, si sforza di giustificare il sistema dei salari e il gioco del capitale. Egli afferma infatti che il lavoratore deve condividere con il datore di lavoro il prodotto del capitale. Questa affermazione sembra smentire la convinzione secondo cui il valore del prodotto si ricollega alla quantità di lavoro necessaria alla produzione, dal momento che tale quantità è stato solo il lavoratore a produrla. Consapevole della difficoltà, Smith scrive: «La quantità di lavoro comunemente spesa per acquistare o produrre una merce non è più dunque l’unica circostanza sulla quale si deve regolare la quantità di lavoro che quella merce potrà comunemente acquistare, ordinare od ottenere in scambio. E chiaro che sarà dovuta ancora una quantità addizionale per il profitto del capitale che ha anticipato i salari di tale lavoro e ne ha fornito i materiali»18. Questa «quantità addizionale» rimane però misteriosa. Smith tenta in effetti di assimilare il valore-lavoro inerente ad un prodotto al salario che il lavoratore riceve per quel prodotto, come se il valore del lavoro pagato dal salario fosse identico al valore reale creato da quel lavoro: “Quel che costituisce la ricompensa naturale o il salario del lavoro, è il prodotto del lavoro»19. Ma questa assimilazione è arbitraria, cosa che Marx non mancherà di rilevare. L’approccio di Smith trova il suo fondamento nell’idea che la djversità delle attività umane possa essere interamente ricondotta a un’unica sostanza, e che sia tale sostanza, nella fattispecie il lavoro, a permettere di trasformare l’eterogeneo in omogeneo, la qualità in quantità. Nel contempo, Smith afferma che ogni lavoro deve essere (‘produttivo”, cioè diretto verso la produzione di merci utili il cui consumo c0nsentirà a sua volta di produrre nuove cose consumabili. Ne consegue che l’attività non «produttiva» è un non-senso rispetto alla vita delle società.Questa idea di un lavoro che sarebbe alla base dell’esistenza umana la si ritrova in Ricardo, per il quale “il valore di una merce dipende della quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione”20. I successori di Smith si divideranno in seguito sull’importanza relativa da attribuire rispettivamente al lavoro e allo scambio.La teoria neoclassica, particolarmente in Walras, cercherà di assimilare valore di scambio e valore d’uso spiegando il primo attraverso la limitazione di una quantità utile, cioè attraverso la rarità. I’idea che il valore debba essere indicizzato esclusivamente sull’utilità non è infatti sostenibile: l’acqua è più utile del diamante ma infinitamente meno costosa; il piano del prezzo e quello dell’utilità sono irriducibili l’uno all’altro. Gli economisti liberali si sforzeranno quindi di prendere contemporaneamente in considerazione l’utilità e la rarità, e i marginalisti svilupperanno un punto di vista che consisterà nel valutare non più la quantità globale di beni, bensì il valore «marginale», assunto dall’ultimo di essi, ma “senza riuscire a operare la sintesi utilità-rarità in “una spiegazione coerente”21. Questa teoria finisce infatti con il rendere insolubile il problema della trasformazione del valore in prezzo di produzione.Il modo in cui ai nostri giorni la parola (,lavoro” viene indistintamente applicata a qualunque forma di attività o di occupazione regolare, in diretta contrapposizione con l’ideale ereditato dall’Antichità, riflette piuttosto bene le teorie di cui abbiamo or ora sinteticamente accennato. Operai, dirigenti, artisti, ricercatori, intellettuali, creatori: ormai tutti “lavorano”. Anche i contadini si sono trasformati in “produttori agricoli,), il che dimostra che i loro compiti quotidiani non definiscono più un modo di vita incomparabile rispetto a tutti gli altri. Nondimeno, questo onnipresente lavoro esige di essere colto e definito con precisione. “Il “lavoro”, nel senso contemporaneo”, scrive André Gorz, “non si confonde né con i bisogni, ripetuti giorno dopo giorno, che sono indispensabili al mantenimento e alla riproduzione della vita di ciascuno; né con la fatica, per quanto impegnativa possa essere, che un individuo fa per realizzare un compito di cui lui stesso o i suoi sono i destinatari e i beneficiari; né con quel che noi decidiamo di fare di testa nostra, senza tener conto del tempo e della fatica, per uno scopo che ha importanza soltanto ai nostri occhi e che nessuno potrebbe raggiungere al posto nostro. Se ci ca. pita di parlare di “lavoro” a proposito di queste attività del “lavoro domestico”, del “lavoro artistico del ‘avoro’ di autoproduzione, lo facciamo assegnando all’espressione un significato fondamentalmente diverso da quello che ha il lavoro posto dalla metà alla base della propria esistenza, strumenti cardinale e nel contempo obiettivo supremo… La caratteristica essenziale di quel tipo di lavoro quello che noi “abbiamo”, “cerchiamo”, “offriamo” consiste infatti nell’essere un’attività nella sfera publlica, richiesta, definita, riconosciuta utile da altri e, a questo titolo, da essi remunerata. Grazie al lavoro remunerato (e più in particolare attraverso il lavoro salariato) apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociali (vale a dire una “professione»), siamo inseriti in una rete di relazioni e di scambi nella quale ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferire dei diritti su di loro in cambio dei nostri doveri verso di loro. La società industriale viene intesa come “una società di lavoratori” e, a questo titolo, si distingue da tutte Quelle che l’hanno preceduta, perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è anche per quelle e quelli che ne cercano, vi si preparano o ne mancano il fattore di gran lunga più importante di socializzazione»22.Perciò, prosegue André Gorz, “la razionalizzazione economica del lavoro non è consistita semplicemente nel rendere più metodiche e meglio adattate allo scopo delle attività produttive preesistenti. Fu una rivoluzione, una sovversione del modo di vita, dei valori, dei rapporti sociali e con la natura, l’invenzione nel senso pieno del termine di qualcosa che non era ancora mai esistito. L’attività produttiva veniva privata del suo senso, delle sue motivazioni e del suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnarsi un salario. Smetteva di far parte della vita per diventare il mezzo per “guadagnarsi da vivere”. Il tempo di lavoro e il tempo di vivere venivano staccati; il lavoro, i suoi strumenti, i suoi prodotti acquistavano una realtà separata da quella del lavoratore e dipendevano da decisioni estranee. La “soddisfazione di operare” in comune e il piacere di “fare” venivano soppressi a vantaggio esclusivo delle soddisfazioni che il denaro può acquistare [...] La razionalizzazione economica del lavoro avrà pertanto ragione dell’antica idea di libertà e di autonomia esistenziale. Essa dà vita a un individuo che, alienato nel lavoro, lo sarà anche, per forza, nei consumi ed, infine, nei bisogni»23. Alain de Benoist via ariannaeditrice

NOTE

1 Cfr. Marshall Sahlins, Age de pierre, age d’abondance. L’économie des soclétés primltlves, Gallimard, Parls 1976 (tr. It. Economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano 1980).

2 A queslo proposito si veda sopraltutto Hannah Arendt, La condition de l’homme moderne, Calmann-Lévy, Parls 1961 (tr. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1993),

3 Alain Caillé, Vers de nouveaux fondements symboliques. Pour une création mondiale de revenus de citoyenneté nationaux, in «Dossier n. 3, Transversales science/culture», pag. 28.

4 Aristotele, Politica, 111, 2, 8. Si sa anche che uno dei motivi del. rostilità di Platone nei confronti dei sofisti (Protagora, Gorgia, Prodico) stava nel fatto che costoro accettavano di farsi pagare per il loro insegnamento filosofico.

5 André Gorz. Métamorphoses du travail. Quete du senso Critique de la raison économique, Galilée, Paris 1991, pagg. 26-28 ttrad. it. Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1992).

6 Jean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les Grecs, La Découverte, Paris. Pag. 296 (tr. il. Mito e pensiero presso i greci, Eiraudi. Torino 1981).

7 Seneca, Ce Officiis I, 42.

8 Questo significato è sopravvissuto in francese e in italiano nell’espressione che evoca il ..travaglio» (travai/) della donna partoriente e i dolori che lo accompagnano.

9 André Gorz. op. cit., pagg. 28-29.

10 Georges Bataille, La part maudite. Précédé de: La notion de dépense, Minuit, Paris 1990. pago 168 (tr. it. La parte maledetta, Bertani. Verona 1972).

11 Adam Smith, Recherches sur la nature et les causes de la richesse des nations. vol. I, Flammarion, Paris. p. 65 (ed. il. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, Mondadori. Milano 1977).

12 Ibidem. libro I, capitolo S, pag, 100.

13 Ibidem, libro I. capitolo 6, pago 120,

14 Ibidem. libro I, capitolo S, pag.101.

15 Ibidem. libro I, capitolo 4, pago 91.

16 Louis Dumont, Homo Aequalls. Genèse et épanouissement de l’idéologie économique, Gallimard, Paris 1977, pago 225 (tr. il. Homo Aequalis, Adelphi, Milano 1984),

17 Ibidem, pag, 122.

18 Adam Smith. op. cit., libro I, capitolo 6, pago 119. Ibidem, libro I, capitolo 8, pago 135,

19 David Ricardo, Sui principii dell’economia politica e della tassazione, Mondadori, Milano 1979. capitolo I.

20 André Piettre, Pensée économique et théories contemporaines, Sa ed., Dalloz, Paris, pag, 93. La nozione di rarità tende inoltre a fare della relazione economica un gioco a somma zero (cosa che essa non è). da! momento che, in un universo interamente assoggettato alla rarità, non si potrebbe dare all’uno senza prendere all’altro. Simmel ha fatto osservare che. dal punto di vista economico, il momento dell’utilità corrisponde alla domanda, quello della rarità all’offerta. Thorstein Veblen (Teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1971) mostra inoltre che il prezzo e l’utilità di un bene non ne esauriscono il significato. nella misura in cui quel bene è anché l’esponente di uno status sociale. I’oggetto economico diventa perciò il referente dell’oggetto-segno. Cfr. anche Jean Baugrillard, Le système des objets, Gallimard, Paris 1968.

21 André Gorz, op. cit., pagg. 25-26.

22 Ibidem, pagg. 36-37.

Ecco come creare lavoro (by Gallino)

Martedì, 22 Maggio 2012
Le preoccupazioni espresse dal ministro Passera circa le conseguenze nefaste della disoccupazione di massa dovrebbero far riflettere molti nel governo, in Parlamento e nei partiti. Di là dai numeri, la disoccupazione comporta povertà, perdita della casa, criminalità, denutrizione, abbandoni scolastici, antagonismo etnico, famiglie spezzate e altri problemi sociali. Ne parlava in questi termini già vent’anni fa un economista che si è battuto a lungo per dimostrare che la disoccupazione è un male assai peggiore del deficit (era William Vickrey, premio Nobel 1996). Sentirle riecheggiare ora nelle dichiarazioni di un ministro di primo piano fa pensare se non sia giunto il momento di attribuire alla creazione diretta di occupazione un peso, nella politica economica e sociale, non minore di quello attribuito finora al deficit e al debito pubblico.Ho richiamato mesi fa su queste stesse colonne quali caratteristiche dovrebbe avere la creazione diretta di occupazione. Lo Stato assume direttamente, tramite un’apposita agenzia, il maggior numero di disoccupati e di precari, che però vengono gestiti dal punto di vista operativo da enti locali. Gli assunti dovrebbero venire occupati in programmi di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. C’è solo da scegliere, dagli acquedotti che perdono il 40 per cento dell’acqua che distribuiscono alle scuole per metà fuori norme di sicurezza, dal riassetto idrogeologico del territorio alla tutela dei beni culturali. Il salario offerto dovrebbe aggirarsi sul salario medio o poco al disotto, cui andrebbe aggiunto il costo dei contributi sociali per sanità e previdenza. In totale, circa 25.000 euro l’anno a testa. Volendo cominciare con un numero capace di incidere positivamente sulla situazione, bisognerebbe ipotizzare l’assunzione di almeno un milione di persone, per un costo totale di 25 miliardi l’anno. Non molto, a fronte dei 7 milioni di persone disoccupate o maloccupate indicate dal ministro Passera, ma comunque un miglioramento.Dinanzi a una proposta del genere si affollano le obiezioni. Mi soffermerò su alcune delle più ovvie: nessun Paese ha mai attuato interventi statali di simile scala; il loro costo sarebbe insostenibile; ce lo vieta l’Europa.
Interventi del genere, su scala assai maggiore, sono stati effettuati negli Usa durante il New Deal. Con una disoccupazione che sfiorava il 25 per cento, tra il 1933 e il 1943 tre agenzie statali – la Civil Works Administration, la Federal Emergency Relief Administration e la Works Progress Administration – diedero lavoro a parecchi milioni di persone al mese. E non per scavare buche che altri poi riempivano. Quegli occupati costruirono o ristrutturarono 400.000 chilometri di strade, 4.000 chilometri di fognature, 40.000 scuole, 1000 aeroporti, e piantato un miliardo di alberi. Centinaia di migliaia di disoccupati furono avviati al lavoro nel volgere di tre mesi dalla creazione di dette agenzie. Da notare che gli Stati Uniti contavano allora 125 milioni di abitanti, poco più del doppio dell’Italia di oggi. C’è qualche lezione da imparare guardando a quel periodo.Affermare che il costo della creazione diretta di un milione di posti di lavoro sarebbe insostenibile è privo di senso ove non si proceda a stendere un piano economico che tenga conto di almeno tre elementi. I primi due si contrastano a vicenda. Infatti, da un lato occorre considerare che vi sarebbero spese aggiuntive: i servizi per l’impiego, ad esempio, andrebbero potenziati per metterli in grado di gestire i progetti locali. D’altro lato, si potrebbe scoprire che molti neo-occupati costano meno di 25.000 euro l’anno, perché vi sarebbero aziende disposte volentieri a pagarne la metà o un terzo, così come recuperi di fondi potrebbero venire dalla cessazione del sussidio di disoccupazione per i neo-assunti, o dai cassintegrati che a fronte della conservazione del posto nell’azienda d’origine scelgono liberamente di lavorare a 1.200 euro al mese invece che stare a casa con 750. Ma l’elemento da considerare è che l’occupazione non è un costo: è un fattore che crea ricchezza. Come scriveva un altro economista, J. M. Keynes, che vedeva nella disoccupazione il peggiore dei mali: “L’insieme della forza lavoro dei disoccupati è disponibile per accrescere la ricchezza nazionale”.Quanto all’obiezione che sarebbe l’Europa, cioè la Ue, a vietarci di creare occupazione in modo diretto, essa è mezza vera, ma un rimedio ci sarebbe, e mezza falsa. Il divieto di creare occupazione appare insito non tanto nella lettera, quanto nel dispositivo di rientro dal debito pubblico previsto dal Trattato di stabilità firmato dal governo italiano e da 24 altri governi Ue a Bruxelles nel marzo scorso (anche noto come “Patto fiscale”). Il Trattato dovrebbe entrare in vigore, previa approvazione dei rispettivi parlamenti, il 1° gennaio 2013. L’articolo 4 prevede che un Paese avente disavanzi eccessivi – ossia con un debito che supera il 60 per cento del Pil – operi “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Poiché il debito dell’Italia supera il 120 per cento del Pil, pari a oltre 1.900 miliardi, essa dovrebbe ridurre il suo debito giusto della metà, cioè 950 miliardi. Si tratta quindi di ridurre il debito di 1/20° di tale somma, vale a dire 45 miliardi l’anno. Quanto basta per assicurare al nostro Paese non solo un ventennio di recessione, bensì di miseria nera, impedendo di destinare alla creazione di occupazione un solo euro. Resta soltanto da sperare che qualcuno in Parlamento si renda conto di quale trattato capestro il governo italiano ha firmato, e si adoperi per impedirne l’approvazione. Come forse faranno i francesi dopo la vittoria di Hollande.D’altra parte, chi volesse insistere sulla necessità di creare occupazione per evitare guai nel prossimo futuro, potrebbe trovare appoggio proprio nel Trattato istitutivo della Ue (che il citato Patto fiscale, secondo alcuni giuristi, calpesta in diversi modi). La versione consolidata di esso, del 2008, contiene infatti una “Dichiarazione concernente l’Italia”, la n. 4 9, che recita testualmente: “Le parti contraenti… ritengono che le istituzioni della Comunità debbano considerare, ai fini dell’applicazione del trattato, lo sforzo che l’economia italiana dovrà sostenere nei prossimi anni, e l’opportunità di evitare che insorgano pericolose tensioni, in particolare per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti o il livello dell’occupazione, tensioni che potrebbero compromettere l’applicazione del trattato in Italia”. Se il ministro Passera crede davvero che sia a rischio la tenuta economica e sociale del Paese, ci sono due o tre cose di cui dovrebbe discutere con i suoi colleghi e il presidente del Consiglio.
di Luciano Gallino, da Repubblica, 15 maggio 2012

L’art. 18, un falso problema

Mercoledì, 8 Febbraio 2012

Per il premier Mario Monti non è un tabù. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, non lo cita quasi mai espressamente per non incorrere nelle ire dei sindacati. Solo Cgil, Cisl e Uil sono inamovibili: «L’Articolo 18 non si tocca». Ma a chi serve davvero l’Articolo 18? È ancora un baluardo irrinunciabile per la tutela del lavoro, oppure è diventato ormai soltanto un involucro vuoto da difendere per partito preso? Rispondere è complicato, ma l’aritmetica aiuta.Un’istantanea del 2009 scattata dall’Archivio statistico delle imprese attive fotografava la realtà delle imprese italiane che per quell’anno avevano lavorato almeno per sei mesi consecutivi. Le imprese con dipendenti erano 1.554.810. Tra queste, quelle con oltre 15 dipendenti, ovvero quelle per cui erano applicabili le disposizioni di reintegro del personale licenziato senza giusta causa o giustificato motivo, erano 101.615. Del resto, si sa, l’Italia è la nazione delle piccole e medie imprese, che sono la spina dorsale della nostra economia. Le imprese con meno di 15 dipendenti, infatti, erano 1.453.195, e quelle senza dipendenti addirittura il doppio: 2.915.938. Gli addetti erano complessivamente 17.510.988. I lavoratori potenzialmente tutelati ex Articolo 18, ovvero quelli impiegati presso aziende con più di 15 dipendenti, ammontavano a7.609.293. Il 43,4 % degli addetti del sistema di imprese italiano. Ma si tratta ancora di dati parziali. Secondo l’Istat, nel quarto trimestre del 2009, il numero complessivo di tutti gli occupati italiani (vale a dire anche i lavoratori autonomi, i dipendenti pubblici, i precari, e chi più ne ha più ne metta) ammontava a 22 milioni 922mila unità. A fronte di questo dato complessivo, i 7.609.293 lavoratori tutelati dall’articolo 18 rappresentavano dunque il 33,19 % degli occupati italiani. Perché, occorre specificarlo, l’articolo 18 non tutela ad esempio i lavoratori statali (praticamente illicenziabili). Ma, ironia della sorte, non tutela nemmeno i sindacalisti stessi: chi lavora nei sindacati, infatti, non gode della protezione ex articolo 18, nonostante queste organizzazioni abbiano alle loro dipendenze ben più di 15 lavoratori. 

Ma quante sono davvero le vertenze ex articolo 18? «Noi chiudiamo ogni anno all’incirca 50-60 reintegri sul lavoro ex articolo 18, che rappresentano grossomodo l’1% dei licenziati in generale», spiega Ivano Corraini, dell’ufficio giuridico della Cgil nazionale. «Si tratta di una stima approssimativa e tuttavia attendibile – prosegue Corraini – perché si basa sull’analisi effettuata nell’ultimo quinquennio delle richieste recapitate a circa il 30% delle postazioni Cgil sul territorio nazionale in cui vengono raccolte le vertenze di lavoro. In questo 30% sono ricompresi i centri maggiori, come Milano, Torino, Firenze e Bologna». Gli chiediamo di azzardare una stima complessiva, per quanto certamente da prendere con cautela, calcolando anche i lavoratori che si rivolgono ad altri sindacati: «I licenziati reintegrati sul posto di lavoro grazie all’Art. 18 potranno essere un centinaio ogni anno. Forse 200». l.pautasso notapolitica

L’art. 18 va reinterpretato, non abrogato (by Forte)

Mercoledì, 28 Dicembre 2011

L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che si applica alle imprese con più di 15 addetti, e che dice che nessuno può esser licenziato senza giusta causa o fondato motivo,  è tornato al centro della controversia sul diritto a licenziare: ma l’attuale governo è titubante . Esso ha anche commesso l’errore di voler fare la guerra all’articolo 18, come se fosse in sé deprecabile, anziché sostenere che esso è stato stravolto e che non si tratta di abrogarlo, ma di interpretarlo in modo corretto, rispetto al suo spirito originario e al vigente Trattato dell’Unione europea, così come modificato dopo la costituzione dell’Unione monetaria. Possono esistere molte ragioni che si possono definire “giusta causa” o “fondato motivo”, che sarebbero ammesse dall’articolo 18, così come a suo tempo concepito, per consentire il licenziamento ma che non lo sono a causa della sua attuale  interpretazione. Si tratta , in primo luogo del diritto di licenziare i lavoratori infedeli, che non hanno rispettato la causa del contratto, che consiste nella effettuazione della loro prestazione, in cambio della retribuzione pattuita. I lavoratori che, ripetutamente  si assentano da luogo di lavoro senza ragione, che fingono di lavorare ma non lo fanno, che sono disattenti e negligenti e così danneggiano la produzione o fanno perdere all’impresa clienti e fornitori, quelli che rubano o commettono altri reati nella attività di lavoro, dovrebbero poter esser licenziati per giusta causa. Ed ecco ora un elenco di  “fondati  motivi” per cui il datore di lavoro dovrebbe poter avere diritto di licenziare il lavoratore: qualora non sia  più in grado di avvalersi di quel personale per difficoltà economiche che gli impongono di ridurre l’offerta, per un  mutamento delle tecnologie aziendali, per esigenze di riorganizzazione dettate dalla necessità di ridurre i costi o di modificare l’offerta; ed anche  qualora  sia venuto meno il rapporto di fiducia con il lavoratore perché questi ha commesso reati fuori dal luogo di lavoro o perché il reato che lui ha compiuto nel luogo di lavoro, benché non ancora accertato con una sentenza definitiva di condanna, pur tuttavia è di natura palese o perché la sua condotta ancorché non sia catalogabile come un reato appare moralmente condannabile secondo le regole ordinarie della nostra società, come nel caso delle molestie sessuali che un lavoratore pratichi verso  colleghe.Ma nella attuale interpretazione non si possano licenziare i lavoratori che hanno commesso furti di lieve entità o furti  palesi prima della sentenza definitiva di condanna o lavoratori sistematicamente assenteisti, né lavoratori che hanno messa incinta una lavoratrice con atti sessuali nella toilette dell’azienda, durante l’attività di lavoro, né lavoratori in esubero, se non in casi particolari, né lavoratori che hanno insultato in internet la propria azienda o il loro capo.Lo statuto dei lavoratori è stato concepito dal Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, socialista liberale (proveniente dal partito d’azione) ,vice segretario nazionale del PSI,  alla fine degli anni ‘60 , ma vide la luce con la legge n. 300 del 20 maggio 1970, recante “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro , dopo che Brodolini era morto, a causa del tumore che lo minava . Brodolini è stato dipinto da una agiografia para-comunista e vetero-sindacalista come un fautore dell’attuale interpretazione che se ne fa, di garanzia a oltranza dei posti di lavoro, ma ciò è completamente falso. Lo scopo di Brodolini era quello di tutelare i diritti di libertà, come si vede sin dal titolo dello statuto .L’autore in sede tecnica di tale testo giuridico fu il professore di Diritto del Lavoro Gino Giugni con un testo sostanzialmente approvato da Brodolini ma forse non accompagnato dai chiarimenti che Brodolini avrebbe desiderato fossero posti allo statuto. Giugni, comunque, aveva un orientamento diverso da quello di Brodolini e le sue elaborazioni successive non rappresentano il pensiero di Brodolini. Io lo posso testimoniare perché oltre che essere amico di Giacomo, ne ero anche il consulente economico quotidiano. Soggiornavamo entrambi all’hotel Raphael a Roma. Io ero a Roma in trasferta per i miei compiti di membro della Giunta esecutiva dell’Eni e di collaboratore (non retribuito) del Ministro del Lavoro e del vicesegretario del partito e lui perché, colpito dal tumore, aveva bisogno di cure costanti e non poteva più vivere in casa.  Quando si recava al suo ufficio al partito, ci andava a piedi , perché era in via del Corso non lontano dall’albergo. Io lo tenevo sottobraccio, perché lui, che aveva appena avuto l’iniezione, prima di uscire, stava meglio , ma aveva bisogno di aiuto per camminare. Lottava con il tempo, voleva attuare il suo programma, prima di morire. Io portavo la sera all’autista del presidente del Consiglio Mariano Rumor, i documenti per la firma urgente del mattino dopo.A volte, il giovedì li portavo la sera prima che partisse con il vagone letto per il Veneto. Giacomo era stato turbato da un episodio di intolleranza, avvenuto in Sicilia , da parte di un grande agrario nei confronti di un sindacalista della Cgil, militante del Pci, che era impegnato nelle vertenze sui contratti agrari, licenziato in tronco per “dare una lezione” ai braccianti . A noi pareva che fosse importante stabilire i diritti di libertà sindacali, anche se a esercitare l’attività sindacale fossero stati i sindacalisti del Pci, partito che riscuoteva il massimo della nostra antipatia. In particolare Giacomo soffriva della sudditanza del Psi al Pci che lo obbligava anche a comportamenti umilianti , come quello di riscuotere dal Pci un assegno finanziario per il Psi, che, mi diceva lui, forse veniva da Mosca, tramite i commerci Italia-Urss.Era emersa nel ’68 la questione femminile, e si volevano proteggere le donne dalle molestie sessuali dei datori di lavoro e dai capi e capetti alle cui dipendenze lavoravano. Io approvai in linea di massima l’articolo 18 perché accanto al termine” giusta causa” vi era l’ampio termine  “giustificati motivi” che pareva potesse consentire la possibilità di licenziamento per tutte le ipotesi in cui ci fossero valide ragioni economiche. Brodolini era contro l’assistenzialismo e contro il lassismo economico-finanziario. Ad esempio, voleva assolutamente che le pensioni fossero finanziate in regime di pareggio del bilancio e quando fu varata la sua riforma, chiese si aumentasse l’imposta sugli oli minerali per compensare l’onere che essa comportava.Purtroppo egli non visse abbastanza per spiegare ai sindacalisti che non si fa l’interesse reale dei lavoratori con il metodo assistenzialista che essi hanno adottato per le pensioni e per lo statuto dei lavoratori, stravolgendone il senso.Si potrebbe argomentare che quella che conta non è la volontà del legislatore, storicamente inteso, tanto più quando di un legislatore che non ha vissuto abbastanza per firmare la propria legge , ma l’interpretazione oggettiva che se ne può fare, sulla base del suo dettato. Ma  dopo il Trattato di Maastricht  che stabilisce il principio generale del mercato di concorrenza, dovrebbe essere chiaro che quella valida per l’articolo 18 non è la attuale interpretazione ma quella originaria, di tutela dei diritti di libertà.L’attuale  interpretazione contrasta con i principi generali del Trattato Europeo sulla economia di mercato di concorrenza . Una legge interpretazione autentica dell’articolo 18 che stabilisca che è giusta causa o giustificato motivo di licenziamento l’assenteismo ripetuto, l’ esigenza economica  di riduzione del personale  o di quel personale, il furto palese prima della condanna definitiva e così via, appare del tutto in linea con lo spirito originario dell’articolo 18 e conforme al Trattato europeo . Aggiungo che è, per altro fondamentale che si stabilisca che il datore di lavoro  in tale caso debba erogare a proprio carico una sostanziosa indennità di licenziamento, perché ciò induce le imprese a fare un uso prudente di tale diritto.Inoltre è da approvare l’attuazione dell’articolo 8 del decreto del governo Berlusconi che autorizza a derogare, con i contratti aziendali, alle attuali interpretazioni dell’articolo 18. Nato come messaggio di pace sociale e di collaborazione fra le parti sociali, lo Statuto dei Lavoratori  è diventato uno strumento di lotta e di odio di classe e di dirigismo neo corporativo . Ma , da quello che ho scritto, è chiaro che il superamento dell’attuale significato dell’articolo 18 non richiede affatto l’adozione del contratto unico nazionale di lavoro e il modello danese di tutela sociale a carico dello stato, che impedisce la libertà contrattuale nel campo del lavoro. Esso  spostando il costo del licenziamento sulla collettività deresponsabilizza le imprese e genera nuovi oneri per l’economia pubblica, incompatibili con l’economia di mercato, senza dare tutela al principio che “il lavoratore non è una merce”. f. forte loccidentale

Lavorare per realizzarsi non per far soldi (by Leozappa)

Sabato, 29 Ottobre 2011
L´Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo recita solennemente l´art. 1 della Costituzione, invocato da quanti, vittime della peggiore propaganda sindacale, continuano a credere che sussista un “diritto” all´occupazione. Nella Carta costituzionale il lavoro è un paradigma di valutazione, che elegge il merito (lavorativo) rispetto agli altri indici sui quali, storicamente, è ordinata la comunità civile, come il censo, il sesso, la forza, la religione. L´ideologia della sovranità del mercato ha, poi, ulteriormente confuso il valore del paradigma, identificando, e con ciò riducendo, il lavoro all´attività utilitaristica con fine il guadagno. Si è persa, così, quella nozione del lavoro come actus personae, come strumento di auto-realizzazione dell´uomo.È evidente che il lavoro serva, ai più, per procurarsi i mezzi per vivere; ma solo la peggiore demagogia liberista può portare a ritenere che serva solo a ciò. Nel 2009 ha riscosso un emblematico successo il saggio L´uomo artigiano di R. Sennet. Il sociologo americano scrive: «Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso. Svolgono un’attività pratica, ma il loro lavoro non è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine di un altro ordine. Se lavorasse più in fretta, il falegname potrebbe vendere più mobili; la tecnica del laboratorio potrebbe cavarsela demandando il problema al suo capo; il direttore d’orchestra sarebbe forse invitato più spesso dalle orchestre stabili se tenesse d’occhio l’orologio. Nella vita ce la si può cavare benissimo senza dedizione. L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno».Oggi, che la crisi ha raggiunto il suo apice si dà per scontato che il criterio per decidere gli investimenti a favore del lavoro debba essere, secondo il mainstream liberista, quello economico dell´efficienza e dell´efficacia: da incentivare sarebbero le sole attività economicamente più redditizie. Ma, così, si condannano alla perdizione quei lavori che si connotano per la capacità di produrre ricchezza ma, soprattutto, di realizzare valori sia per chi le esercita sia per la collettività. Il filosofo A. MacIntyre li designa come pratica: «qualsiasi forma coerente e complessa di attività umana cooperativa socialmente stabilita, mediante la quale valori insiti in tale forma di attività vengono realizzati nel corso del tentativo di raggiungere quei modelli che pertengono ad essa e parzialmente la definiscono». Per intenderci, il lavoro del muratore non è una pratica; l´architettura sì. Si tratta di quel genere di attività umane che costituisce “l´arena in cui le virtù si manifestano” (in senso aristotelico) in quanto conformando i comportamenti personali ai modelli di eccellenza si ottengono i valori insiti nel modello medesimo.Questi valori sono di due tipi: estrinseci ed intrinseci. I primi ? che appartengono solo a chi li ottiene ? sono connessi in modo contingente (“per circostanze sociali fortuite”): si tratta della posizione sociale, del prestigio e del denaro che una determinata pratica può far acquisire. I secondi, invece, sono i valori strutturali, che si ottengono esercitando l´attività, “sono il risultato di una competizione al fine di eccellere, ma sono caratterizzati dal fatto che il loro conseguimento è un valore posseduto dall´intera comunità che partecipa alla pratica”. Avverte, però, il filosofo che le pratiche abbisognano delle istituzioni ? come gli ospedali, i laboratori, le università ? perché sono questi che si occupano necessariamente dei valori esterni. “Nessuna pratica può sopravvivere a lungo se non è sostenuta da istituzioni”, chiarisce MacIntyre, per il quale il rapporto fra pratiche e istituzioni “è così intimo che esse formano in modo caratteristico un unico ordine causale”. Scendendo dai rilievi teorici al terreno pratico, c´è il rischio che politiche di sviluppo che trascurino interventi su artigianato, lavoro autonomo e professioni possano anche sostenere l´economia ma senza arrecare ben-essere della collettività. a.m. leozappa formiche

 

Il posto fisso? per smettere di lavorare!

Martedì, 25 Ottobre 2011

smettere di lavorare. questo sembra essere il significato che i giovani associano al posto fisso. l’odio per la precarietà, più che comprensibile, sembra essere odio per l’impegno quotidiano che comporta. il sogno di un posto fisso sembra essere il sogno di una vita tranquilla, di una vita che consenta di resistere alle pretese del datore di lavoro facendo leva sulla non licenziabilità. forse, queste sono solo illazioni. ma sono illazioni che sorgono spontanee quando si parla di lavoro con i giovani di oggi. temis