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Miglio, anti-italiano senza eredi

Mercoledì, 28 Settembre 2011

Roberto Saviano ha attaccato da TeleFazio il professor Gianfranco Miglio, che, essendo morto da dieci anni, non può più difendersi. Saviano ha riesumato un’intervista di Miglio del 1999, impiccandolo a un’affermazione lapidaria a proposito della costituzionalizzazione delle mafie. Si trattava di una delle provocazioni intellettuali alle quali il giacobino nordista, che ha tenuto a battesimo la Seconda Repubblica, ci aveva abituato. Come l’esaltazione del linciaggio come forma di giustizia politica «nel senso più alto della parola», ai tempi in cui Gabriele Cagliari, il socialista Moroni e altri si suicidavano travolti dall’onda di Tangentopoli e Miglio esortava a non provare pietà.Il paradosso della mafia-Stato andrebbe meglio contestualizzato, anzitutto per aiutare a comprendere il personaggio. Che cosa disse, in quella famosa intervista? Il Professore prese le mosse da una rivendicazione orgogliosa della “diversità” padana.«Noi abbiamo nelle vene sangue barbaro, siamo legati al negotium, al lavoro. I meridionali invece vivono per l’otium, il dolce far nulla, i sollazzi, un totale disprezzo per la fatica. Questa è la storia dei due popoli. Una differenza antropologica, inutile star lì». Miglio riconobbe che il Sud fosse stato danneggiato dal processo di unificazione nazionale. Poi l’affondo: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate».Si può, anzi si deve dissentire da una provocazione così luciferina. Ma essa prese le mosse dallo studioso e dallo storico delle dottrine politiche, più che dall’uomo politico. Miglio, poi, quando pronunciò quella dichiarazione, aveva già rotto da un pezzo con Bossi, quindi l’affermazione non può essere usata oggi come arma contundente contro la Lega. Ma, al di là della sostanza, ci preme cogliere la radice della provocazione. Le mafie non si sconfiggono con i balli in piazza. Le mafie, oltre che essere imprenditrici, sono istituzioni politiche parallele: offrono protezione a tutti gli italiani che non vogliono diventare cittadini e inchinarsi alla legalità repubblicana, ma si accontentano di restare sudditi. È questa “statualità” delle camorre che va spezzata, altrimenti dobbiamo dare ragione a Miglio. Il quale già molto prima, nel 1992, all’epoca delle stragi, aveva seminato scandalo dichiarando che in fondo Cosa Nostra era un affare dei siciliani. Del resto, l’isola raffigurata da Forattini come la testa di un coccodrillo rappresentava, per il Prufesùr, un modello ideale di repubblica indipendente centro-mediterranea, per sua natura estranea alla Penisola che egli immaginava “elvetizzata”, cioè divisa in Cantoni.
Il problema riguardante Miglio, però, è un altro. Come mai, a parte la “sparata” di Saviano, attorno a questo figlio di Radetzky è calato un assordante silenzio? Per quale ragione nessuna cultura politica, nemmeno quella leghista di cui pure fu profeta, vuole associare al proprio Pantheon questo visionario antiitaliano rimasto senza eredi?Oggi, un giovane di vent’anni forse non sa neppure chi era Gianfranco Miglio. E a penetrarne i segreti non ci hanno certo aiutato i “chierici” della cultura, vecchi e nuovi, che non l’hanno mai amato e non aiuteranno certo a riscoprirne la personalità eclettica e pirotecnica. Intestarsi Miglio non conviene a nessuno, tanto il personaggio – il cui pensiero e la cui profondità restano in gran parte inesplorati – è complesso e non riconducibile a una univoca matrice culturale e politica. Nell’era post-ideologica, il Professor Sottile va stretto a tutti, nel senso che la sua produzione dottrinale è per definizione ridondante in un Paese asfittico e allergico alle contaminazioni come il nostro.Nemico giurato delle etichette, Miglio non potrebbe stare oggi in nessuna “casa” politica: non certo nella famiglia socialista, o democratica che sia, perché l’uomo ha combattuto tutta la vita le posizioni di sinistra, tenendosi stretta la definizione di “reazionario” che gli veniva rovesciata addosso a ogni piè sospinto. Diffidente di Berlusconi, tanto da aver inutilmente tentato di dissuaderlo dallo scendere in campo, Miglio non starebbe comodo nel centrodestra convenzionale, né si farebbe “parcheggiare” nella variamente composta galassia di partitini e sigle di centro, Fini compreso, anche se fin dal 1994 vaticinò per l’attuale leader di Futuro e libertà un avvenire al Quirinale. Infine, la “sua” Lega, che oggi non lo ricorda, non lo pensa, non lo ama, così come nessun altro nutre affetto per questo padre putativo della Seconda Repubblica. E, del resto, come si può conciliare il patrimonio ideale di Miglio – in un anticipo di un secolo sulla storia – con gli intrighi, i maneggi e il piccolo cabotaggio dell’era delle escort?Purtroppo, duole ammetterlo, è l’anoressia mentale del presente ad aver sfrattato Miglio dal nostro panorama culturale. Il politologo del Gruppo di Milano, già negli anni Settanta-Ottanta, aveva previsto il tramonto dello Stato moderno, l’estensione dell’area del contratto-scambio, cioè del mercato, a spese della sfera dell’obbligazione politica. Miglio prevedeva addirittura il lento tramonto della democrazia elettivo-parlamentare, a vantaggio della promozione di nuove (ma, in realtà, antiche) forme di “delega”, legate alla organizzazione della rappresentanza per ceti, per strati sociali, con il progressivo abbandono della formula “una testa, un voto”. Miglio era un federalista e neocorporativista che giudicava con favore il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo nell’ambito di una radicale ridefinizione degli istituti della cittadinanza contemporanea. Perciò, fanno molto male tutti coloro che ne hanno dimenticato la grande lezione, per difetto di cultura. Ci sia consentito di ricordare Miglio, ma a modo nostro. Il principe dei politologi italiani, il secondo Machiavelli, non fu soltanto un uomo di dottrina, ma anche un insigne enogastronomo, di gusti sofisticati nella scelta della varietà del suo abbigliamento, tanto che si può forse parlare di un Miglio’s style, che vale la pena di raccontare.Cominciamo dagli abiti. Si narra che, il sontuoso guardaroba del Professore, nella casa comasca di Salita dei Cappuccini (biblioteca di trentamila volumi, in stile “gotico”, con tanto di pulpito e confessionale adibito ad appendiabiti), fosse fornito di non meno d’un centinaio di camicie d’ogni foggia. Le preferite erano quelle a righine, che Miglio portava con il papillon alle sessioni d’esame in Università Cattolica.Durante il quotidiano rito della vestizione, assistito dalla moglie Myriam, il Professore indossava giacche impeccabili che lo hanno consacrato nell’Olimpo dei gentiluomini mitteleuropei. Ricca la varietà di cappotti invernali, con pelliccia o senza, in pellame, e dei beretti, molto curiosi, con pon pon, alla scozzese, e così via.
Noi studenti, nelle giornate corte e nebbiose, a Milano lo vedevamo salire e scendere dal convoglio delle Ferrovie Nord, a Piazza Cadorna, oppure lo incrociavamo lungo il suo abituale tragitto da e verso la Cattolica, che sembrava Amundsen, l’esploratore dei ghiacci. Sul cranio calvo calava una coltre di pelo tipo colbacco. Leggenda vuole che il Professore calzasse, nei rigidi climi invernali, mutandoni di lana, un genere di capo praticamente estinto. E, con i pochi fidati che aveva intorno, se ne lamentava: «Ormai non si trovano più. Li ha in dotazione soltanto l’esercito».Il treno era un must, nella vita di Miglio. Saliva alla stazione di Como Borghi e viaggiava, sempre e rigorosamente in prima classe, nelle vecchie carrozze della Nord, residuati svizzeri dell’anteguerra, con i sedili foderati di velluto rosso. Imprecava anche lui, come noi comuni mortali, per i ritardi e per il maltempo.
Anche a Roma, nell’ultimo decennio della sua vita, quando fu senatore della Lega e poi del Polo, si recava sempre in treno letto. L’aula di Palazzo Madama lo imbaldanziva: «Sembra un club inglese», diceva con una punta di civetteria, lui allergico da sempre al clima romano. Appena passata la linea gotica avvertiva il disagio. E si sentiva a casa soltanto quando, dal finestrino del suo scompartimento, poteva finalmente intravedere la cupola del Duomo di Como.Le sue radici, cattoliche con una punta di luteranesimo, erano infatti ben piantate nell’alto Lario, a Domaso, dove da sempre la famiglia coltiva la vigna e produce il mitico Domasino, un vinello a bassa gradazione. La nonna materna era teutonica e lo fu anche la sua trisavola paterna, che contava le galline in tedesco: ein, zwei, drei. La sua patria era a Settentrione, il suo zenit puntato costantemente a Nord.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Miglio si dedicò a una delle sue più ciclopiche imprese, la realizzazione della Treccani padana, l’enciclopedia Larius in sei volumi, opera interamente dedicata al territorio e alla cultura del lago di Como, indivisibile patrimonio di memoria e di identità. La sua forza di volontà fu granitica e il parto prodigioso. Uno dei supplementi riguardava le varietà di pesci lacustri e il loro modo di cucinarli. Le ricette erano riprese da un testo cinquecentesco di un grande ittiologo italiano, Ippolito Salviano. Un autentico distillato di scienza allo stato puro, che culminava con la regina delle preparazioni culinarie: la carpionatura.Prima di morire, il 10 agosto 2001, a 83 anni, il Professore volle lasciare un’ultima lezione di stile, recandosi personalmente nel Vercellese, accompagnato dal figlio Leo, a scegliere il marmo per la sua tomba. Alla morte di Carl Schmitt, da lui definito «il grande vegliardo della politologia europea», Miglio, il 17 aprile 1985, aveva scritto, sul Sole 24 Ore, un articolo che fu poi intitolato “Sulla bara di Carl Schmitt”. Celebrandone la scienza, aveva sentenziato: «Come tutti i predecessori, egli ha visto legata la sua grandezza alla contemporaneità con una fase drammatica dell’evoluzione delle istituzioni e del sistema politico». Lo stesso si potrebbe dire per Gianfranco Miglio. f. festorazzi riformista

Quando la realtà supera la fantasia

Mercoledì, 28 Settembre 2011

giannelli 2008

parlamento 2011 (via nonleggerloblogspot.com)

Gianfranco Miglio, schmittiano più che leghista

Mercoledì, 10 Agosto 2011

È scomparso ormai da dieci anni (il 10 agosto 2001), ma intorno alla vicenda intellettuale e politica del Professore comasco resta ancora molto da dire che non sia soltanto l’umana memoria. Non è un caso infatti che tra pochi giorni escano per i tipi de “Il Mulino” due volumi della sua esperienza accademica. Introdotti dagli allievi Lorenzo Ornaghi e Pierangelo Schiera (e curati da Davide Gianluca Bianchi e Alessandro Vitale) riportano fedelmente i suoi corsi universitari di “Storia delle Dottrine Politiche” e di “Scienza della Politica” tenuti con rigore e passione per oltre trent’anni all’università Cattolica di Milano, dove Gianfranco Miglio restò sempre il preside della facoltà di Scienze Politiche.Certo l’immagine pubblica è rimasta condizionata dal diretto impegno politico degli anni Novanta, vicino alla Lega e a Bossi, con il quale vi furono alternativamente consenso di idee e litigate furibonde, in particolare nel 1994, quando il Profesùr eletto in Senato fu all’improvviso “tagliato” dalla diffidenza dell’Umberto dalla nomina a ministro per le Riforme, incarico al quale appariva logicamente destinato per indiscussa autorevolezza scientifica e per indubbia capacità progettuale. I cronisti del Palazzo rimpiangono ancora gli incontri sul marciapiede, quando, con il capo protetto da un berretto di lana tirolese con al centro un pon-pon rosso, il Professore si divertiva, luciferino, a forzare il quadro politico con affermazioni al limite dello scandalo, tali da sconvolgere il linguaggio dominante del “politically correct”. Eppure sotto l’ostentato cinismo dei ragionamenti sul potere traspariva comunque un amore sincero per il suo Paese al quale aveva dedicato un’intera esistenza di studioso e di ricercatore.Perché, pur spesso solitario nella comunità scientifica dei costituzionalisti troppo spesso ammalata dalle ideologie, Gianfranco Miglio aveva condotto per mezzo secolo una inesausta indagine sui misteri e i poteri della politica. Con la spoglia consapevolezza del “realismo” (ovvero scegliendo di studiare i meccanismi dell’arte di governo per come si manifestavano nella concretezza e non per come si sognava che fossero) e quindi con l’importazione dei lavori del tedesco Carl Schmitt e soprattutto con l’incrocio del diritto istituzionale con la corposa esperienza che veniva dalla Storia. Di qui la sensibilità al tema della “forza” (che ricavava fin dai racconti antichi del greco Tucidide) e insieme la comprensione che “l’arcano della politica” non poteva essere compiutamente sottomesso e racchiuso nel diritto e nella regolamentazione giuridica.E tuttavia lo “scienziato della politica” era ben lontano dal rinchiudersi nella torre d’avorio intellettuale: semmai organizzava istituti di ricerca e di approfondimento (a cominciare da quelli sulla scienza dell’amministrazione) ove convogliare le giovani intelligenze più promettenti ed educare intere generazioni di studiosi e professionisti da “prestare” poi alla quotidianità della vita collettiva delle istituzioni e degli apparati pubblici.Di suo riteneva di essere uno sperimentato artigiano, se non un ingegnere costituzionale: in grado quindi di offrire la “prestazione professionale” di meccanismi giuridici e di governo adatti al mutare dei tempi e alle esigenze di una classe dirigente che avesse il buon senso e l’umiltà di sollecitarli. Così, con il “gruppo di Milano” negli anni Ottanta aveva lavorato sul rafforzamento dell’esecutivo e dei suoi poteri decisori (e un Craxi riformatore ne era rimasto ampiamente sensibilizzato). E così pure, nella prosaica comprensione del ruolo insopprimibile del territorio, la strategia federalista sfociata poi nell’idea delle “macro-regioni” (Padania, Centronia e Mediterranea) e costruita più con l’ordinato rigore asburgico che attraverso il tradizionale empirismo anglosassone.D’altra parte sempre il realismo portava a leggere l’Italia come un mix disordinato e irriducibile tra la cultura regolata di stampo mitteleuropeo e la creatività levantina e familista di origine mediterranea: per cui il vestito istituzionale da confezionare anche per il futuro doveva liberarsi dai pesanti centralismi burocratici e avere l’interesse sensato di inglobare comunque le infinite “società parallele” prodotte nella storia peculiare del Paese. Perché, contro le astrattezze e i moralismi giacobini, non esisteva “morale” nei meccanismi di organizzazione dello stato, per sua natura del tutto indifferente agli elementi valoriali. E semmai l’etica (pur necessaria) poteva scaturire soltanto dai comportamenti personali e collettivi e dalle rispettive responsabilità.Da “consigliere del principe” Miglio fu in realtà sempre uno sconfitto: ma in fondo poco gli interessava, se poteva scalfire o compromettere il metodo scientifico del ricercatore che accendeva un faro su una materia così imprendibile e affascinante come gli “arcana imperii”. E il gioco del potere lo avrebbe costretto a un sia pur minimo esercizio di ipocrisia, così estranea al suo carattere, frizzante e asprigno come il vinello bianco che produceva (da “coltivatore diretto”) nel suo “buen retiro” di Domaso, in cima al Lario e a un passo da quella Svizzera che, quanto a meccanismi istituzionali, era così precisa e puntuale come un orologio.Dieci anni dopo, rinchiuderlo nel Pantheon padano o definirlo “l’ideologo della Lega” (lui che aborriva le ideologie) sarebbe fargli solo torto. Perché resta attuale non solo il ruolo di educatore ma una produzione accademica e intellettuale proprio sulla “scienza del potere” che sfida il tempo. L’intuizione sulle relazioni umane, entrambe originarie e strutturalmente irresolubili l’una nell’altra, ovvero “l’obbligazione politica” e il “contratto-scambio” (che meriterebbero ben più di un accenno) manifesta tutt’ora una accresciuta validità, nella temperie incerta del XXI secolo. Dove la lezione di Miglio parla ancora, pur se era un “grande conservatore”, ma di quelli che sanno e provano con il loro metodo che il modo più efficace di conservare è quello di saper testardamente innovare…  g.baiocchi linkiesta

Tutti a casa, la guerra costa troppo (sic!)

Domenica, 19 Giugno 2011

Bossia ha chiesto a Berlusconi di ritirare le truppe dalle missioni all’estero non perchè sia diventato pacifista, non perchè ritenga che l’Italia abbia fatto il suo dovere, non perchè ritenga che siano stati degli abusi, ma perchè costano troppo e bisogna risparmiare. un mis in salsa padana della peggior italietta e del liberismo da due soldi. temis

La Lega e la Chiesa by Introvigne

Sabato, 7 Maggio 2011

Specialista dell’islam, il sociologo padovano e opinionista di Repubblica Renzo Guolo ha pubblicato con il suo Chi impugna la Croce. Lega e Chiesa (Laterza, Roma – Bari 2011), un saggio con il quale, a proposito dei rapporti fra Chiesa Cattolica e Lega Nord, si dovranno d’ora in poi fare i conti, come dimostra il vivace dibattito che sta suscitando in questi giorni.Anzitutto, un’avvertenza. Guolo non fa mistero della sua scarsa simpatia per la Lega e l’opera oscilla spesso fra lo stile descrittivo e quello prescrittivo. A volte, cioè, non si capisce se l’autore descriva un conflitto tra Chiesa e Lega ovvero auspichi che questo conflitto ci sia. Il duplice registro spiega i due aspetti che, da un punto di vista sia dottrinale sia metodologico, appaiono nel volume più deboli. Il primo è la mancanza di una gerarchia all’interno delle opinioni di ecclesiastici riportate nel volume. Sembra che le voci del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, del presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l’arcivescovo Rino Fisichella, o dell’ex-presidente della Conferenza Episcopale Italiana e vicario del papa per Roma, cardinale Camillo Ruini, stiano sullo stesso piano rispetto a sacerdoti marginali, spesso apertamente ostili al Magistero del Papa e qualche volta da anni noti su Internet e sulla stampa per posizioni estreme che lasciano veramente perplessi. Ovviamente non è così, a prescindere dai contrasti con la Lega – puntualmente annotati nel volume – di esponenti (o ex esponenti) del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e dell’arcivescovo di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi. Questi ultimi – proprio nell’attenta ricostruzione di Guolo – appaiono però qualche volta alimentati, più che dal porporato, da esponenti locali della Lega, i quali evidentemente ritengono di trarre dagli scontri visibilità e consenso elettorale. Gli elementi descrittivi alla fine portano a concludere che in Italia, se esiste un piccolo numero di sacerdoti – sostenuto da qualche vescovo in pensione – che auspica una severa ma improbabile condanna della Lega da parte della gerarchia ecclesiastica, ai livelli più alti di questa stessa gerarchia è invece in corso da anni una strategia dell’attenzione e del dialogo.Il secondo punto debole del discorso di Guolo è la mancanza di gerarchia, all’interno della dottrina sociale della Chiesa, tra temi diversi che non sono tutti sullo stesso piano. Il cardinale Joseph Ratzinger prima e Benedetto XVI poi hanno dato un significato molto tecnico all’espressione «principi non negoziabili», che si riferisce alla vita, alla famiglia e alla libertà di educazione. Gli altri temi non sono certamente irrilevanti, ma vengono dopo i principi non negoziabili. Non è dunque sorprendente che autorità ecclesiastiche – nel giudicare quali rapporti debbano intrattenere con un movimento politico – esaminino prima le sue posizioni sull’aborto, sulla pillola abortiva, sull’eutanasia, sul riconoscimento delle unioni omosessuali e sulla libertà di educazione, passando solo in seconda battuta alla valutazione delle proposte di quel movimento sulla legalità, l’immigrazione o l’economia: temi, è bene precisarlo, importanti e tutt’altro che secondari, ma che non fanno parte della sfera primaria dei tre principi non negoziabili, su cui negli ultimi anni la Lega ha manifestato particolare vicinanza alla posizione sostenuta dalla Chiesa. Guolo, a dire il vero, si rende conto di questo problema. Cita sia la lettera del cardinale Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ai vescovi americani in occasione delle elezioni del 2004, dove distingueva tra temi come la guerra in Iraq, dove un cattolico, scriveva, poteva legittimamente dissentire dal Papa, e altri come l’aborto su cui nessun dissenso era ammissibile, sia le prese di posizioni di Benedetto XVI sui principi non negoziabili. Cerca però di dare voce a chi – e fra questi qualche vescovo italiano – ha cercato di definire «non negoziabili» anche gli imperativi dell’accoglienza in materia d’immigrazione. Ma così si ritorna alla prima delle due debolezze dell’opera: all’interno della Chiesa le voci non sono tutte uguali, e definire quali siano i principi non negoziabili è un problema dottrinale, la cui soluzione spetta in prima battuta al Magistero pontificio.L’opera di Guolo non ha però soltanto debolezze. La ricostruzione delle posizioni del movimento di Umberto Bossi in materia di religione è condotta senza simpatia, ma con uno schema ingegnoso. Questo parte da una prima fase in cui la Lega e lo stesso Bossi facevano volentieri riferimento a una religiosità pagana incarnata nel mito dei Celti, talora opponendola esplicitamente al cristianesimo. In una seconda fase, la Lega ha recuperato un rapporto organico con le radici cristiane dell’Europa e dell’Italia – specie, come hanno fatto altri movimenti europei, dopo l’11 settembre 2001 di fronte alla sfida islamica –, ma ha incontrato come primi interlocutori sacerdoti «anticonciliaristi» – l’espressione è di Benedetto XVI –  come quelli della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) e altri che hanno lasciato la stessa Fraternità per assumere posizioni di ostilità al Concilio Ecumenico Vaticano II ancora più radicali. Guolo ha così buon gioco nel collezionare citazioni di esponenti della Lega e del quotidiano leghista La Padania critiche del Vaticano II con accenti in effetti «lefebvriani». Solo con il pontificato di Benedetto XVI è emersa una terza posizione, che cerca di rimanere in sintonia con le posizioni del Papa e d’interpretare il Concilio secondo quella che Guolo chiama in modo impreciso «ermeneutica della continuità»: un errore, peraltro diffuso, perché il Papa nel suo celebre discorso del 22 dicembre 2005 ha parlato in realtà di «ermeneutica della riforma nella continuità», e la differenza non è irrilevante.
A proposito di questa terza posizione Guolo cita – evidentemente – il governatore cattolico e leghista del Piemonte Roberto Cota e il suo «Patto per la vita e per la famiglia» stipulato prima delle elezioni regionali del 2010. Il sociologo ha anche ragione quando afferma che i tre atteggiamenti leghisti nei confronti della Chiesa – neopagano, «lefebvriano» e fedele al Magistero di Benedetto XVI – non sono semplicemente cronologici, ma rimangono tutti compresenti nella Lega di oggi. Guolo però, che ha lavorato sulle dichiarazioni dei dirigenti e su qualche articolo de La Padania, sottovaluta la presenza della terza posizione nella Lega di oggi. Per esempio, i testi tratti dal quotidiano leghista – dove certamente appaiono testi anche di segno diverso –  e raccolti nel volume appena uscito di Emanuele Pozzolo La sfida federalista (Italian University Press, Genova 2011) mostrano un accostamento al cattolicesimo che certo non ha gli accenti del cardinale Tettamanzi, ma è coltivato con un riferimento costante alla dottrina sociale della Chiesa.Manca poi nel testo di Guolo, come ha notato nella sua recensione su La Stampa del 30 aprile il sociologo torinese Franco Garelli, uno sforzo d’indagine quantitativa sui quadri intermedi della Lega, per non parlare degli elettori, dove la terza posizione – quella fedele al Pontefice – emergerebbe probabilmente con un  peso assai maggiore delle altre due, e l’accusa centrale del volume alla Lega, quella dell’uso strumentale di un «cristianesimo senza Cristo», apparirebbe senz’altro più ingiusta.La stessa interazione fra le tre identità della Lega – che è il punto più interessante del libro di Guolo – può forse essere letta anche in una chiave diversa. Mentre l’Italia, come ha ricordato Benedetto XVI in occasione dei centocinquant’anni dall’unità politica, era unita già molto prima del 1861 dal suo ethos cattolico, i leghisti all’inizio della loro avventura politica affermavano apertamente di voler fondare il loro nuovo progetto politico non su un ethos ma su un ethnos, sulle presunte caratteristiche etniche tradizionali dei popoli della Padania.Certamente la Lega è cambiata rispetto a queste origini, ma qui è importante riflettere su un elemento importante. Anche un certo fascismo aveva cercato di sostituire l’ethos con l’ethnos, ma il progetto della Lega delle origini non può essere paragonato a quello fascista, come fanno un po’ troppo frettolosamente alcuni dei sacerdoti anti-leghisti cui Guolo dà voce. Anzi, la Lega si è sempre detta antifascista, perché identifica il fascismo con il centralismo e l’anti-federalismo. Il fascismo cercava d’inventare un ethnos «italiano», mentre la Lega anche dei primi anni andava a cercare i tanti ethnos locali «padani» nelle tradizioni locali di Varese, di Bergamo, delle valli del Cuneese e così via. La ricerca procedeva talora in modo incerto, ma dove non vi erano – o si superavano – pregiudizi ideologici cercando gli ethnos locali non si poteva che ritrovare l’ethos. Perché le caratteristiche che avevano dato vita al popolo varesino, cuneese o bergamasco – per poco che si scavasse nelle tradizioni locali – non potevano che fare riferimento all’eredità cattolica, alle parrocchie, ai santi, ai santuari mariani: presenze ben più forti rispetto a più antiche eredità precristiane o «celtiche» che del resto, ove esistevano, erano state incorporate e reinterpretate dal cristianesimo. L’incontro fra ricerca leghista dell’ethnos e riscoperta dell’ethos cattolico era dunque in un certo senso inevitabile, ed è di fatto in molti luoghi avvenuto, in modo naturale e non semplicemente strumentale.Sbaglierebbe però la Lega se rispondesse al libro di Guolo – che certo ha un tono spesso polemico – in chiave meramente difensiva. Il saggio del sociologo di Padova può essere uno stimolo a ripensare il legame necessario fra ricerca dell’ethnos locale e riscoperta dell’ethos delle radici cristiane. E a far prevalere consapevolmente il terzo modello, quello del rapporto di ascolto con il Magistero in cui parla la Tradizione viva della Chiesa, rispetto al secondo – quello dei legami con ambienti «anticonciliaristi» marginali, che esponenti della Lega coltivano talora in pura perdita – e ai residui più o meno folkloristici del primo, neopagano. Un ascolto che coincide con le più autentiche tradizioni delle nostre terre, che potrebbe smussare certi angoli con la Chiesa Cattolica su temi «difficili» per la Lega, e che molti leghisti già oggi si mostrano interessati a coltivare. m.introvigne bussolaquotidiana

L’infamia leghista

Venerdì, 18 Marzo 2011

aul_99_672-458_resizesono andati al bar – si ribadisce: al bar – mentre nell’aula della regione lombardia veniva suonato l’inno nazionale. questa scelta non può essere perdonata ai leghisti e all’erede designato di quella monarchia repubblicana è che è la lega. possono politicamente comprendere la scelta di non partecipare alla celebrazione, ma la decisione di andare al bar e farsi fare una foto come quella qui postata esprime una volontà di umiliare i simboli della storia italiana che non può essere fatta passate in silenzio. temis

Tricolore al vento!

Giovedì, 17 Marzo 2011

20100603_luciamassarotto01Esponiamo la bandiera tricolore: – perchè siamo orgogliosi di essere italiani; – per omaggiare coloro che sono morti per noi; – perchè siamo una nazione: – per educare le nuove generazioni; – perchè la bandiera è del popolo e non solo delle istituzioni - per isolare la Lega (e teniamocelo per tutto l’anno!!). Temis  (in foto: Lucia Massarotto, la veneziana che per 12 anni ha esposto la bandiera in Riva Sette Martiri di fronte al palco dove ogni anno si festeggiano i “popoli padani”)

Federalismo all’italiana (by Leozappa)

Mercoledì, 2 Marzo 2011
“Una bestemmia”. Così il presidente della Corte costituzionale, Ugo De Siervo, ha commentato il decreto sul federalismo municipale sollevando un tema che non può essere confinato alle gazzette: la dissoluzione della funzione antropologica del linguaggio. De Siervo parlava ad un convegno sulla riforma costituzionale del 2001 che ha promosso il decentramento e l´autonomia degli enti territoriali ma che, nei fatti, ha scatenato una “conflittualità impressionante e irrisolta” tra Stato e Regioni per le rispettive competenze. “Il federalismo spiega De Siervo è un processo di unificazione progressiva di Stati, che erano sovrani, verso un unico Stato gestore. Che cosa c´entra questo con l´autonomia finanziaria dei Comuni, decisa dal Parlamento?”. Per De Siervo, il provvedimento del governo è “una legge di autonomia finanziaria dei Comuni”; pertanto “è molto improprio usare il termine federalismo per tutto ciò che sta accadendo in Italia”. Prima che giuridica la questione è linguistica. Ma perché il tema è stato sollevato da un presidente della Corte costituzionale? “Quel che mi turba un pochino osserva De Siervo è che ogni abuso linguistico è indice di una scorretta rappresentazione della realtà”. Ora, chiamare federalismo fiscale l´autonomia finanziaria dei Comuni serve alla Lega per evocare la bandiera sulla quale ha costruito il suo successo. Siamo nel campo della propaganda, se non della demagogia politica che dovrebbe interessare poco o nulla i giuristi. Ma, allora, perché De Siervo è intervenuto così duramente tanto da scatenare una polemica politica (“la Corte costituzionale è nelle mani della sinistra”)? Non credo di far torto al presidente De Siervo nel sostenere che quella da lui posta è una questione che va oltre la politique politicienne. Il significato delle parole è tutto nel Diritto. “Nell´applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore”, così recita l´art. 12 delle Preleggi. Ma se alla legge va attribuito il significato che emerge dal testo e dal contesto, cosa accade se è la stessa legge a forzare il senso delle parole? “Il legislatore della lingua” scrive Platone è “degli artefici il più raro a trovarsi tra gli uomini”. La lingua ha una funzione antropologica. Essa dà all´uomo lo strumento per pensare e dialogare e, così facendo, gli consente di costruire il suo mondo e di dare un senso alla propria vita. Epperò, “ogni linguaggio come rileva Antonio Gramsci contiene gli elementi di una concezione del mondo e della cultura”. Quindi l´uomo è, a sua volta, condizionato dalla lingua perché la lingua dà forma al suo pensare. L´aristotelico principio di identità e non contraddizione è alla base del modo di ragionare dell´occidente ma come mostra Francois Jullien non dell´oriente, che ha altre credenze dogmatiche. Chiamando federalismo l´autonomia finanziaria dei Comuni si mistifica la realtà, ma al contempo la si forgia. Se gli abitanti del Belpaese crederanno di vivere in uno Stato federale disconosciuto dalla scienza giuridica, al contempo si codificherà una via italiana al federalismo che ne metterà in discussione la nozione. Attraverso il dis-ordine si passerà ad un nuovo ordine. La storia già conosce questo processo che, anzi, spesso la alimenta. Ma allora perché l´allarme di Di Siervo? Tocqueville considerava i giuristi il ceto della conservazione. Ma non è solo questo. Lo stravolgimento del linguaggio che il dis-ordine porta con sé ne dissolve la funzione antropologica. La sua capacità di legare le persone perché il dialogo è possibile solo se tutti si adeguano ai limiti che danno un senso alle parole. E questa dissoluzione è un prezzo molto alto da pagare perché mina le stesse basi della convivenza civile, che non è detto venga ricomposta dall´instaurazione del nuovo ordine. a.m.leozappa formiche

Alle quote latte i soldi delle cure per il cancro

Sabato, 26 Febbraio 2011

sono stati tolti alle cure anti cancro i soldi per la proroga alle quote latte voluta dai leghisti! lo denuncia Dario Franceschini

Gioco della parti sul 17 marzo

Sabato, 19 Febbraio 2011

«Angelino, spieghi bene questa cosa del referendum sulla giustizia?». Un lampo, una messinscena concordata con la Lega sul 17 marzo, il rilancio su giustizia e “legge bavaglio”. Berlusconi è convinto di essere in piena remuntada. La rimonta impossibile del Cavaliere riparte della giustizia. L’aveva detto incontrando il Capo dello Stato una settimana fa, che avrebbe «rimesso mano a tutti i provvedimenti per una giustizia giusta, a cominciare dal ritorno al testo originario sulle intercettazioni». E ieri, all’indomani degli ultimi “colpi” di una campagna acquisti parlamentare che ha ridotto i ranghi di Futuro e libertà, il premier è passato all’azione. Ma per essere perfetto, il piano aveva bisogno di un colpo di genio. Una messinscena, insomma. E così, quando alla fine del consiglio dei ministri Roberto Calderoli scrive una nota per bollare come «follia incostituzionale» la scelta del governo di trasformare il 17 marzo (150mo anniversario dell’Unità d’Italia) in un giorno festivo, nella war room del premier i berluscones si godono lo spettacolo di chi pensa all’ennesima spaccatura tra Pdl e Lega. Non è cosi. È vero, come dirà più tardi Ignazio La Russa (uno dei protagonisti della messinscena), che Bossi e Calderoli – Maroni era assente – hanno votato contro il decreto sul 17 marzo. Ma, a differenza del cruento botta e risposta andato in scena sui media, tutto s’è svolto secondo copione. Un copione scritto da Gianni Letta. Un decreto già previsto, come previsto era che pidiellini e leghisti si posizionassero sulle parti opposte della barricata per tenere buoni i rispettivi elettori (e i rispettivi sondaggi) senza fare danni. Infatti, nel chiuso della sala del consiglio dei ministri, quando si discute del 17 marzo Calderoli si limita a dire: «Ricordatevi di annotare sul verbale che io e Bossi siamo contrari». E non è una quisquillia. Perché, come sostiene un parlamentare leghista che ha raccolto le confidenze pomeridiane del ministro della Semplificazione, «questa scenetta sull’Unità d’Italia serviva anche per bloccare il dialogo della corrente di Maroni con l’opposizione». Della serie, «adesso vogliamo vederlo Bersani che ripropone il patto a chi è contrario a celebrare l’Unità d’Italia con un giorno di festa». Berlusconi è convinto di aver sminato la bomba Fini, di aver stretto nuovamente i bulloni dell’intesa con Tremonti e di aver avvelenato i pozzi del dialogo tra il titolare del Viminale e l’opposizione. Per questo, nell’attesa intervenire a piedi uniti sul tema del processo di Milano («Lo farà presto», assicura Roberto Formigni), rimette al centro dell’agenda politica quella riforma della giustizia che gli consentirà di convocare l’ennesimo referendum su sé stesso. E di lanciare la successione verso l’erede designato, Angelino Alfano. Tocca al guardasigilli, ovviamente, leggere ai colleghi ministri la relazione sul ddl che contiene la riforma costituzionale sulla giustizia, approvata all’unanimità (Maroni e Tremonti erano assenti), e annunciare un consiglio dei ministri straordinario per il via libera definitivo. «Questa riforma è basata su principi di civiltà», scalpita ogni tanto il Cavaliere che comunque, a dispetto dei rumors, è ancora prudente sul ripristino dell’immunità parlamentare. Nel testo ci sono separazione delle carriere, inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, responsabilità civile dei magistrati, doppio Csm e la riforma del titolo IV della seconda parte della Costituzione, che stando ai desiderata berlusconiani si chiamerebbe «La giustizia» e non più «La magistratura». «Angelino, ci spieghi meglio questa cosa del referendum?», chiede a un certo punto Berlusconi. E Alfano sciorina il piano che prevede l’accellerazione sulla riforma che, gioco forza, finirà di fronte agli elettori. A quello che qualche membro dell’esecutivo ribattezza il «giudizio definitivo del popolo italiano sul berlusconismo». Magari da celebrare in contemporanea alle elezioni politiche. «Basta cambiare la legge che impedisce la concomitanza tra le politiche e le consultazioni referendarie», scandisce il ministro della Giustizia. E il gioco è fatto.
Un piano a lunga gittata, ambizioso ai limiti dell’impossibile. Che vede Berlusconi&Alfano, il Capo e l’Erede, determinati a riportare a galla il testo originario sulla “stretta” alle intercettazioni telefoniche. Quella legge bavaglio «per cui adesso abbiamo i numeri in Parlamento», confida il premier. Che poi scappa all’incontro bilaterale con la Santa Sede e trova il modo di parlare a quattr’occhi con il presidente della Cei Bagnasco. A cui anticipa un’altra accelerazione: quella sui temi etici, a partire dal testamento biologico. t.labate riformista