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Pilato e l’abolizione del valore legale del titolo di studi (by Leozappa)

Domenica, 1 Aprile 2012
E´ stata lanciata la consultazione web sulla abolizione del valore legale del titolo di studio. Ne “Il ‘Crufige!´ e la democrazia”, Gustavo Zagebrelsky denuncia la decisione di Pilato di rimettere alla piazza la liberazione di Barabba o Gesù. Sappiamo come è andata a finire. Ha vinto chi era meglio organizzato e gridava di più. Non ha trionfato la giustizia, ma la forza. Ora, a che titolo i risultati della consultazione web possono essere fonte di legittimazione per il Governo? Il web è un fantastico terreno di coltura per gli zeloti del XXI secolo: è il regno dei contatori: è, tipicamente, preordinato a registrare la vittoria di chi grida e non di chi ha ragione, della quantità e non della qualità. Può un governo tecnico vincolarsi all´opinione pubblica? Delle due, l´una: o la questione della abolizione del valore legale del titolo di studi è politica e allora, almeno in via di principio, non dovrebbe essere affrontata dal governo tecnico; o è tecnica e, allora, non dovrebbe essere soggetta ad una verifica di consenso (per di più, mediatico). Se è vero che la società post-moderna rinnega il reale a favore del consenso, è altresì vero che il consenso può essere fonte di legittimazione solo se “misurabile” sulla base di regole preventivamente definite. La storia insegna che il metodo Pilato ha avuto un grande successo nei regimi non propriamente democratici. E´ per questo che, anche quando sussistono le migliori intenzioni, non può essere avallato. Io non voterò perché qui – ancora prima del già rilevante oggetto della consultazione (l´abolizione del valore legale del titolo di studio) che meriterebbe, secondo i principi della democrazia partecipativa, un dibattito informato prima della consultazione pubblica – ad essere messe in discussione sono le stesse regole del gioco democratico. A prescindere dai risultati, una massiccia partecipazione alla consultazione web segnerebbe il trionfo del metodo Pilato. Ed è un rischio, questo, che non possiamo permetterci di correre. A.m.leozappa formiche.net

Paradossi dell’Europa in crisi (by Leozappa)

Giovedì, 22 Marzo 2012
Ogni giorno si attende il “giudizio dei mercati” sull´azione di governo. Ma i mercati non giudicano: speculano. Con le operazioni di acquisto e vendita non valutano se i governi abbiano operato per il bene comune, ma scommettono su potenziali occasioni di guadagno (a breve termine) che possono, del tutto, prescindere dalla validità delle misure adottate.
 
Il dibattito politico è tutto incentrato sulla crescita economica. Ma il paradosso della felicità ci insegna che quest´ultima non aumenta con il reddito, ma anzi ad un certo livello diminuisce. In altri termini, la ricchezza non, necessariamente, porta con sé il ben-essere.
 
Le liberalizzazioni sono considerate la panacea di tutti i mali. Si dimentica, però, che regole e limitazioni alla libertà possono essere giustificate da un ordine superiore di fini. Se si abolisse la patente, tutti potrebbero guidare e, quindi, molto probabilmente si determinerebbero effetti positivi sulla vendita di automobili, sui consumi di carburante e… sui servizi sanitari e di pompe funebri (che contribuiscono, anch´essi, al calcolo del Pil). Le liberalizzazioni sono uno strumento opportuno e, in moltissimi casi, necessario in un sistema ingessato come quello italiano, ma la loro utilità non può essere considerata solo su base economica.
 
Si invocano le privatizzazioni per far cassa e perché la gestione pubblica è inefficiente. Ma parlare di “privato”, nella società di mercato, vuol dire parlare di “profitto”. Bisogna, allora, intendersi. Le annunciate privatizzazioni mirano ad una efficientizzazione delle attività secondo i principi dell´economica civile, ovvero alla loro mercatizzazione? Negli ospedali pubblici, l´assistenza sanitaria è il fine (che dovrebbe essere perseguito secondo regole di economicità); nelle cliniche private, l´assistenza sanitaria è lo strumento attraverso il quale si perseguono (leciti) fini lucrativi.
 
Il cittadino-consumatore viene posto al centro delle politiche socio-economiche. Ma così facendo si sviliscono e riducono le conquiste della modernità. Il cittadino è fine della politica non in quanto componente del processo produttivo (con la funzione di consumare beni e servizi e, così, alimentare nuova domanda), ma perché fonte ultima di legittimazione della politica stessa. Il cittadino, nelle democrazie, è sovrano e, come tale, ha una dignità che prescinde dalla sua capacità di creare reddito e/o sostenere la domanda di consumi.
 
In tempi di crisi si chiedono sacrifici, imponendo contributi e prelievi di solidarietà. Ma la società di mercato conosce e riconosce solo individui, assume la concorrenza a principio regolatore dei rapporti sociali ed economici, premia i vizi privati come l´avidità o l´ambizione in quanto, secondo la favola delle api, si risolvono magicamente in pubbliche virtù. L´aporia è evidente. In una società di individui (homo homini lupus) l´imposizione di una tassa di solidarietà non può che essere percepita come una vessazione, l´ennesima vessazione, e non come un dovere civico, che presuppone il riconoscersi in una comunità nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati al bene comune (homo homini sacer).
Tempo fa la bandiera dell’Unione europea è stata bruciata. È la prima volta ed è accaduto a Budapest: il 14 gennaio 2012. Il falò è stato appiccato da attivisti della destra estrema. Ma il gesto, per la sua carica altamente simbolica, non può essere sottovalutato, soprattutto se si considera che la crisi economica e istituzionale dell´Europa continua ad essere affrontata secondo i paradigmi dell´ideologia della sovranità del mercato che ne hanno regolato il funzionamento negli ultimi vent´anni. a.m.leozappa formiche

 

Consumatore, le parole che disincantano il mondo – 1 (by Leozappa)

Mercoledì, 15 Febbraio 2012
E´ entrato nel lessico comune il termine “consumatore”. In origine si parlava dei diritti dei consumatori; oggi spesso capita di sentire persone che si qualificano pubblicamente come consumatori e nel dibattito politico sempre più spesso ci si riferisce ai “cittadini-consumatori” (e non già ai “cittadini”). Consumatore,
è un termine che abbiamo importato dalla burocrazia europea. E´ una parola concettualmente sgradevole, perché definisce una persona per la sua capacità di erodere. Come le termiti! Eppure nessuno sembra accorgersene (salvo Natalino Irti, a cui si devono brillantissime considerazioni sul tema). Devo, però, riconoscere che è un termine onesto. Senza infingimenti, rende evidente la ragione per la quale un soggetto viene preso in considerazione dal sistema: la sua capacità di consumare, erodere beni e servizi: una capacità preziosa e indispensabile per ricreare la domanda che è alla base del processo produttivo. Come è ovvio nei processi economici, si tratta di una parola censuale. Di qui, il grave rischio di porre il cittadino-consumatore al centro dell´azione politica. Non tutti possono essere cittadini-consumatori, perché sono tali solo coloro che hanno capacità di spesa. Pertanto non è indifferente parlare di cittadino o di cittadino consumatore. I diritti dei consumatori attengono alla dimensione economica, quelli del cittadino a quella politica. La prima è naturalmente selettiva, la seconda inclusiva e omnicomprensiva. Omia munda mundis. Ma in un tempo nel quale l´economia governa la politica è, forse, il caso di ricordare come una delle grandi conquiste della modernità è stato il superamento del censo come fonte di legittimazione politica. a.m.leozappa formiche.net

Caos da tariffe (by Leozappa)

Martedì, 14 Febbraio 2012

L’abrogazione delle tariffe professionali sta avendo un impatto dirompente sulla amministrazione della giustizia. Il Tribunale di Cosenza ha già sollevato la questione di legittimità avanti la corte Costituzionale ritenendo che i compensi – nell’attesa dei decreti ministeriali che dovranno definire i parametri per le liquidazioni da parte degli organi giudiziari – non possano essere decisi secondo equità (ordinanza 1 febbraio 2012).Il Presidente del Tribunale di Roma ha, invece, raccomandato di continuare a fare riferimento ai valori ricavabili dalla (abrogate) tariffe forensi (comunicazione del 9 febbraio 2012). Il Presidente del Tribunale di Verona, in attesa dei decreti ministeriali, ha prospettato la sospensione della liquidazione delle parcelle relative all’assistenza con patrocinio a carico dello Stato, sia nei giudizi penali che in quelli civili, nonché quelle relative ai difensori d’ufficio ex art. 32 att. C.p.c. (comunicazione del 1 febbraio 2012).“Prassi operative” sono state definite tra l’Ordine degli avvocati di Brescia e il presidente del relativo Tribunale. Invero, è difficile comprendere le ragioni della abrogazione delle tariffe se si tiene presente che, quest’ultima, nulla ha a che fare con il dichiarato risultato di liberalizzare i compensi professionali. La inderogabilità delle tariffe era già stata soppressa dal governo Prodi, con le c.d. Lenzuolate del ministro Bersani.Dal 2006 la definizione dei compensi era rimessa all’accordo tra cliente e professionista (mi riferisco a minimi e fissi, i massimi essendo stati mantenuti a tutela del consumatore). La abrogazione delle tariffe, disposta dal decreto Monti, non poteva liberalizzate, quindi, quanto già risultava (da anni) libero.Ha piuttosto determinato la cancellazione dall’ordinamento dei parametri a cui il codice civile imponeva di fare riferimento nell’ipotesi di mancato preventivo accordo tra le parti. Ma l’utilità e l’esigenza di un riferimento oggettivo è dimostrata, ictu oculi, dal fatto che lo stesso decreto Monti, nell’abrogare le tariffe vigenti, demanda ai ministeri competenti la definizione di nuovi parametri.Perché, allora, non è stato definito un regime transitorio? Forse, si è trattato di una svista, di un errore. O, forse, si è ritenuto di testare gli effetti della abrogazione in modo da poter valutare (se o) in che termini dare attuazione al disposto legislativo sui parametri.Nell’una e nell’altra ipotesi, quella di abrogare le tariffe, ormai da anni divenute meramente orientative, appare una decisione dall’alto, che ha preteso di imporsi sulla società civile, le cui intrinseche dinamiche sono state del tutto ignorate. Il risultato perverso è non solo la fallacia dell’intervento ma l’erosione della fiducia in misure che, rispondendo a concezioni economiche ancora estranee alla cultura del cittadino carnale, richiederebbero un consenso ben altrimenti coltivato. a.m.leozappa nuvola.corriere.it

Ritorno all’ordoprofessionalismo (by Leozappa

Mercoledì, 11 Gennaio 2012
La decisione del governo Monti di prevedere l´abrogazione degli ordinamenti professionali ove non si riesca a riformarli entro il 12 agosto 2012 è emblematica della gravità della rottura che si è consumata tra la società civile e i professionisti. La prima non crede più ai secondi. Non riconosce più la validità di un modello rigorizzante dell´attività economica che appartiene ad una tradizione millenaria e ha segnato la stessa identità italiana (E. Galli della Loggia). È evidente che la minaccia della cancellazione serve a ridurre il rischio che, anche questa volta, i veti incrociati delle lobby (professionali, sindacali e imprenditoriali) blocchino una riforma che l´Unione europea e la Bce considerano fondamentale per il rilancio dell´economia.Ma è altrettanto evidente che, così facendo, si sancisce la fungibilità degli ordinamenti professionali, utili forse, ma certo non più indispensabili all´architettura istituzionale della nuova Italia. È un verdetto storico, ancora prima che politico, che nemmeno il varo della riforma potrà mai cancellare. Tanto più significativo in quanto emesso da un governo tecnico, come tale, espressione della società civile. Società civile che, infatti, ha poco, se non nulla, solidarizzato con la protesta dei professionisti. La disamina delle cause e responsabilità della crisi del modello professionale meriterebbe ben altro spazio di quello riservato a questa rubrica. È indubbio, però, che le professioni sono in-attuali nella odierna società di mercato.Sociologi come E. Freidson ed economisti come W. Ropke hanno, da tempo, evidenziato come le professioni non siano tollerate dalla ideologia della sovranità del mercato. Stefano Zamagni e Luigino Bruni hanno denunciato i processi di isoformismo organizzativo che, con la complicità del vigente sistema socio-economico, condannano alla perdizione forme ed esperienze diverse da quelle dell´impresa capitalistica. Nella delegittimazione del modello professionale un ruolo determinante è stato svolto dalle politiche pro-concorrenziali della Commissione europea e dell´Antitrust, che non hanno esitato ad ignorare la diversa posizione della Corte di giustizia europea che, anche di recente, ha confermato la validità e utilità sociale dell´attività orientata “in un´ottica professionale”. Non rispondendo a logiche di profitto, quest´ultima è in grado di meglio tutelare, rispetto all´impresa, l´interesse della collettività (vedi la giurisprudenza sulle farmacie). Ma è proprio confrontando il ruolo e la funzione riconosciuta dalla Corte europea con quanto risulta nella cronaca quotidiana che appare la ragione ultima della crisi del modello professionale e della rottura con la società civile. Da tempo, i professionisti hanno abdicato alla loro missione (quia sacerdotes appellat, recitava il Digesto), progressivamente arrendendosi alle logiche di quel mercato rispetto al quale continuano a dichiararsi estranei, con il risultato di apparire corporativi e perdere ogni residua credibilità. Già Milton Friedman, sarcasticamente, si chiedeva come mai le misure che i professionisti rivendicano in nome della collettività trovino raramente il sostegno delle associazioni di cittadini e consumatori.Ora, i maestri insegnano che, nei momenti di crisi, occorre tornare alla Costituzione per recuperare valori e principi di riferimento. L´art. 33, comma 5, prevede l´esame di Stato per le professioni che incidono su interessi generali e che, come tali, richiedono di essere esercitate da coloro che hanno dimostrato di possedere le necessarie abilità. Si deve evitare l´errore che la severità del giudizio sulle professioni, che la storia ci ha trasmesso, travolga con sé il modello giuridico. Come ribadito dalla Corte di giustizia, quest´ultimo è (ancora e sempre) utile alla collettività perché dedito ad un valore che trascende il guadagno, quello della conoscenza specifica da applicare in modo socialmente utile. Se si è disponibili a mettere da parte pregiudizi ideologici e pretese corporative, l´art. 33 è, quindi, un prezioso riferimento per creare le condizioni necessarie al proficuo esercizio della delega entro l´agosto del 2012 rinnovando e restaurando i principi dell´ordoprofessionalismo. a.m.leozappa formiche 1/2012

 

La deriva liberista (by Leozappa)

Venerdì, 2 Dicembre 2011
È, questa, l´assoluta e impietosa onestà che, oggi, si chiede a chi ha responsabilità di governo: prendere atto che il modello sul quale, negli ultimi anni, è stata costruita l´unità europea è imploso.
Si possono richiedere ai cittadini sacrifici per il “bene comune” e, al contempo, professare un modello di società basato sulla libertà individuale e sulla concorrenza? In un consesso civile che assume a riferimento l´individuo (e non già l´essere umano naturalmente sociale di Aristotele, uomo tra uomini) e che regola i rapporti tra individui su principi competitivi (e non già cooperativi e solidaristici) per quale ragione i cittadini dovrebbero accettare di con-dividere il proprio se non si riconosce nell´altro il prossimo con cui con-vivere ma, piuttosto, il com-petitore che limita e costringe la realizzazione del proprio particolare? Nel momento in cui la libertà individuale costituisce non più lo strumento (da considerare alla luce del fine perseguito), ma l´obiettivo ultimo delle politiche sociali, come è pensabile pretendere la rinuncia ai diritti individuali (proprietà) in nome dei doveri sociali (patrimoniale, prelievo forzoso, contributo di solidarietà)?La crisi che stiamo vivendo mostra le intrinseche contraddizioni del modello di società che si è imposto negli ultimi decenni del XX secolo. Un modello basato sulla autonomia del mercato e sulla pretesa di eleggere il metodo competitivo a principio organizzativo dell´intera società. “La libertà economica è essa stessa una componente essenziale della libertà in generale. Il capitalismo competitivo, in quanto è il sistema più favorevole alla libertà economica, è per questo un fine in sé”. Dinanzi alla crisi che imperversa, le parole di Milton Friedman suonano ancor più sinistre. I ripetuti interventi dei governi americani ed europei a sostegno delle banche e dei loro debitori ha dimostrato la fallacia dell´ideologia della sovranità del mercato. Non è possibile abbandonare le banche al loro destino, secondo la legge del mercato. Il crollo delle banche travolgerebbe il sistema socio- economico. Come evidenziato dalla scuola di Friburgo, il mercato è un ordine tra gli ordini della società, è strettamente legato alle altre sfere del vivere comune, è una importante componente, ma pur sempre una componente del tessuto sociale.Per fronteggiare la crisi, ora, i governi sono costretti a tassare i cittadini. Si chiede alla società civile di salvare il mercato per essere salvata dal mercato. Ma già Max Weber aveva osservato che “dove il mercato è lasciato alla sua autonomia, conosce solo una considerazione delle cose, non delle persone, non doveri di fratellanza e devozione, non una delle relazioni umane originarie arrecate dalle comunità personali”. Si svela così all´aporia del sistema. Il metodo competitivo ? che da tecnica di mercato è divenuto ordine della società ? si basa sul primato dell´individuo. Nella società di mercato, l´individuo è indifferente al prossimo, che incontra solo nello scambio al fine di soddisfare le rispettive utilità. Adesso, però, la crisi impone all´individuo sacrifici in nome di quei doveri di fratellanza e devozione che proprio le leggi del mercato hanno contribuito a cancellare dalla coscienza civile. Occorre, allora, trarne le conseguenze. Quella che stiamo vivendo non è una crisi economica, ma una crisi del sistema: la crisi della cosiddetta società di mercato, impostasi a fine XX secolo.È, questa, l´assoluta e impietosa onestà che, oggi, si chiede a chi ha responsabilità di governo: prendere atto che il modello sul quale, negli ultimi anni, è stata costruita l´unità europea è imploso, in quanto i suoi presupposti ideologici non sono stati in grado di garantirne la tenuta e ? tenendo conto delle misure che si sono rese necessarie per fronteggiare la crisi ? procedere, senza pregiudizi o suggestioni ideologiche, a rifondarlo. Non necessitano rivoluzioni, ma restaurazioni. Occorre tornare al paradigma “comunitario” (il Noi-tutti di Benedetto XVI) e ai principi dell´economia sociale di mercato, che a suo tempo hanno ispirato il Trattato comunitario, abbandonando quella deriva liberistica che ne ha connotato l´attuazione e restituendo al mercato la sua funzione di regolazione dell´economia, quale strumento di realizzazione del bene comune. a,.m.leozappa formiche

Le tariffe son tornate…! (by Leozappa)

Martedì, 15 Novembre 2011

E se il maxi-emendamento alla legge di stabilità avesse reintrodotto le tariffe professionali? Ben lungi dall’essere una boutade, una lettura incrociata del maxi-emendamento, della legge n. 148/2011 (manovra-bis) e del codice civile evidenzia che la misura appena varata dal Governo porta ad un risultato opposto rispetto a quello che ha meritato i titoli dei giornali.Più che abolire le tariffe (minime) le rilancia nella loro funzione di regolazione di supplenza. Occorre, anzitutto, una precisazione. Il carattere vincolante delle tariffe minime era già stato abolito dalle c.d. Lenzuolate del ministro Bersani (legge n. 248/2006). In altri termini, da cinque anni le tariffe esistono ma non sono vincolanti.Ciò detto, né la manovra-bis né il maxi-emendamento hanno abolito le tariffe in quanto tali. Sia la manovra-bis che il maxi-emendamento (ancora un volta) si sono occupate degli effetti delle tariffe esistenti, ossia della loro capacità di regolare la determinazione del compenso.Più precisamente, il maxi-emendamento ha abrogato la disposizione della manovra-bis che prevedeva che la pattuizione dei compensi andasse fatta “prendendo come riferimento le tariffe professionali” e quella che ammetteva “la pattuizione  dei  compensi  anche  in   deroga   alle   tariffe”. A tutta evidenza, le disposizioni della manovra-bis (ora abrogate dal maxi-emendamento) nulla aggiungevano a quanto già disposto dalla legge Bersani: la piena derogabilità delle tariffe professionali!La vera novità della manovra-bis è, piuttosto, la previsione dell’obbligo di pattuire per iscritto i compensi professionali, sopravvissuto al maxi-emendamento. In altri termini, attualmente la disciplina dei compensi professionali è la seguente: “il compenso spettante al professionista e’ pattuito per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale. Il professionista  e’  tenuto, nel rispetto del principio di trasparenza, a rendere noto al  cliente il  livello  della  complessità  dell’incarico,  fornendo  tutte  le informazioni utili circa  gli  oneri  ipotizzabili  dal  momento  del conferimento alla  conclusione  dell’incarico. In  caso  di  mancata determinazione consensuale del compenso, quando il committente e’  un ente pubblico, in  caso  di  liquidazione  giudiziale  dei  compensi, ovvero  nei  casi  in  cui  la  prestazione  professionale  e’   resa nell’interesse  dei  terzi  si  applicano  le  tariffe  professionali stabilite con decreto dal Ministro della Giustizia”.Questa disciplina andrebbe, però, letta alla luce del codice civile. All’art. 2233 si prevede che se il compenso “non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale [l’Ordine, Ndr] a cui il professionista appartiene” (1° comma).Questa disposizione non è mai stata abrogata e, a ben vedere, risulta ripresa, nella sua ratio, dalla manovra-bis che ha esteso l’applicazione delle tariffe, in caso di mancata pattuizione del compenso, ai rapporti tra professionista ed enti pubblici e alle prestazioni rese “nell’interesse dei terzi”.Parimenti, continua a trovare applicazione il 2° comma dell’art. 2233 c.c. che prevede che “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. La norma è stata, ripetutamente, censurata dall’Antitrust per il criterio del decoro della professione, ma le c.d. liberalizzazioni la hanno del tutto ignorata.Infine, è sempre vigente il 3° comma dell’art. 2233 c.c. che prevede che “sono nulli, se non redatti in forma scritta” i patti sui compensi tra avvocati e clienti. Questa disposizione consente di evidenziare come l’obbligo di pattuire per iscritto i compensi previsto dalla manovra-bis per tutte le categorie professionali non sia sanzionato dalla nullità, per cui per valutare, compiutamente, le conseguenze del mancato accordo occorrerà attendere l’esito dei primi (inevitabili) contenziosi.In definitiva, i nuovi interventi legislativi, ben lungi dall’aver liberalizzato il settore, rendono con la loro disorganicità oltremodo complicata la interpretazione della disciplina vigente (con il rischio di implementare il contenzioso in un settore nel quale è già alto) e le tariffe sembrano continuare a trovare applicazione in caso di mancato accordo tra le parti. Insomma, tanto rumore per nulla… a.m.leozappa generazionepropro.corriere.it

Lavorare per realizzarsi non per far soldi (by Leozappa)

Sabato, 29 Ottobre 2011
L´Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo recita solennemente l´art. 1 della Costituzione, invocato da quanti, vittime della peggiore propaganda sindacale, continuano a credere che sussista un “diritto” all´occupazione. Nella Carta costituzionale il lavoro è un paradigma di valutazione, che elegge il merito (lavorativo) rispetto agli altri indici sui quali, storicamente, è ordinata la comunità civile, come il censo, il sesso, la forza, la religione. L´ideologia della sovranità del mercato ha, poi, ulteriormente confuso il valore del paradigma, identificando, e con ciò riducendo, il lavoro all´attività utilitaristica con fine il guadagno. Si è persa, così, quella nozione del lavoro come actus personae, come strumento di auto-realizzazione dell´uomo.È evidente che il lavoro serva, ai più, per procurarsi i mezzi per vivere; ma solo la peggiore demagogia liberista può portare a ritenere che serva solo a ciò. Nel 2009 ha riscosso un emblematico successo il saggio L´uomo artigiano di R. Sennet. Il sociologo americano scrive: «Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso. Svolgono un’attività pratica, ma il loro lavoro non è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine di un altro ordine. Se lavorasse più in fretta, il falegname potrebbe vendere più mobili; la tecnica del laboratorio potrebbe cavarsela demandando il problema al suo capo; il direttore d’orchestra sarebbe forse invitato più spesso dalle orchestre stabili se tenesse d’occhio l’orologio. Nella vita ce la si può cavare benissimo senza dedizione. L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno».Oggi, che la crisi ha raggiunto il suo apice si dà per scontato che il criterio per decidere gli investimenti a favore del lavoro debba essere, secondo il mainstream liberista, quello economico dell´efficienza e dell´efficacia: da incentivare sarebbero le sole attività economicamente più redditizie. Ma, così, si condannano alla perdizione quei lavori che si connotano per la capacità di produrre ricchezza ma, soprattutto, di realizzare valori sia per chi le esercita sia per la collettività. Il filosofo A. MacIntyre li designa come pratica: «qualsiasi forma coerente e complessa di attività umana cooperativa socialmente stabilita, mediante la quale valori insiti in tale forma di attività vengono realizzati nel corso del tentativo di raggiungere quei modelli che pertengono ad essa e parzialmente la definiscono». Per intenderci, il lavoro del muratore non è una pratica; l´architettura sì. Si tratta di quel genere di attività umane che costituisce “l´arena in cui le virtù si manifestano” (in senso aristotelico) in quanto conformando i comportamenti personali ai modelli di eccellenza si ottengono i valori insiti nel modello medesimo.Questi valori sono di due tipi: estrinseci ed intrinseci. I primi ? che appartengono solo a chi li ottiene ? sono connessi in modo contingente (“per circostanze sociali fortuite”): si tratta della posizione sociale, del prestigio e del denaro che una determinata pratica può far acquisire. I secondi, invece, sono i valori strutturali, che si ottengono esercitando l´attività, “sono il risultato di una competizione al fine di eccellere, ma sono caratterizzati dal fatto che il loro conseguimento è un valore posseduto dall´intera comunità che partecipa alla pratica”. Avverte, però, il filosofo che le pratiche abbisognano delle istituzioni ? come gli ospedali, i laboratori, le università ? perché sono questi che si occupano necessariamente dei valori esterni. “Nessuna pratica può sopravvivere a lungo se non è sostenuta da istituzioni”, chiarisce MacIntyre, per il quale il rapporto fra pratiche e istituzioni “è così intimo che esse formano in modo caratteristico un unico ordine causale”. Scendendo dai rilievi teorici al terreno pratico, c´è il rischio che politiche di sviluppo che trascurino interventi su artigianato, lavoro autonomo e professioni possano anche sostenere l´economia ma senza arrecare ben-essere della collettività. a.m. leozappa formiche

 

Dalle pene ai premi? (by Leozappa)

Martedì, 5 Luglio 2011
“Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita una per premiare le virtù”. Così Giacinto Dragonetti nel libello Delle virtù e dei premi che diede alle stampe, a Napoli, nel 1766 poco dopo la pubblicazione Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Nel riconoscere che “un altro mezzo di prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtù”, Beccaria osservava che: “Se i premi proposti dalle accademie ai scopritori delle utili verità hanno moltiplicato e le cognizioni e i buoni libri; perché i premi distribuiti dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbero altresì le azioni virtuose? La moneta dell´onore è sempre inesausta e fruttifera nelle mani del saggio distributore”. Per Luigino Bruni, Dragonetti, però, intendeva andare oltre Beccaria “immaginando cioè una vera e propria legislazione dei premi alle virtù, in particolare alle virtù politiche”.Per lo studioso napoletano il sistema penale è fondamentale per prevenire i delitti, ma non è sufficiente a creare le condizioni necessarie per lo sviluppo civile. La riflessione di Dragonetti si colloca nella tradizione del repubblicanesimo romano. Nel Digesto si legge: “Bonos non solum metu poenarum, verum etiam praemiorum quoque exhortatione efficere capientes”, anche se scrive sempre Dragonetti “i Legislatori romani conobbero la necessità delle ricompense, le accennarono, ma non ebbero il coraggio di formarne il codice”. Un codice dei premi, quindi, che affianchi quello delle pene. L´intuizione di Dragonetti (e di Rudolph Von Jhering) è, oggi, approfondita da Bruni nel saggio L´ethos del mercato (da cui sono, anche, tratte le citazioni) che la ritiene “solo in parte” in linea con la teoria economica dell´incentivo e con l´attuale diritto premiale, incentrati sull´interesse privato che produce, solo in via indiretta, benefici comuni. Per Dragonetti, il codice premiale è piuttosto uno strumento per funzionalizzare l´azione individuale al bene comune. Bruni si prova a sviluppare l´intuizione di Dragonetti e prospetta diverse soluzioni per immaginare “il premio alla virtù come via allo sviluppo economico e civile”. Tra queste: “Si premiano le virtù ricompensando correttamente le virtù civili, creando o riformando istituzioni che favoriscano comportamenti cooperativi, e scoraggino quelli non cooperativi e opportunistici”, sia nell´ambito politico che nella società civile. Si istituiscono premi “all´azione civilmente virtuosa… che aumentano il benessere o la felicità di chi li riceve, e che hanno il principale scopo di far aumentare queste azioni rispetto a quelle incivili”. La riforma della giustizia e delle regole dei mercati sono due grandi temi del dibattito, culturale e politico, del nostro Paese. La riforma dei mercati è entrata anche nella agenda dei vertici internazionali. Le intuizioni della tradizione tutta italiana della economia civile, alla quale Bruni riconduce la riflessione di Dragonetti, sono, però, ignorate dalle proposte su cui si è incanalato il confronto tra tecnici e politici. Si tratta di proposte che non vanno oltre i presupposti ideologici dell´individualismo metodologico e dell´homo oeconomicus. Nessuno vuole disconoscere i meriti dell´ideologia della sovranità del mercato. Ma Ernst-Wolfgang ha mostrato come le radici della crisi siano nella stessa logica del sistema. “Il capitalismo soffre del suo punto di partenza, della sua idea-guida in quanto razionalità strumentale e della forza costruttiva del sistema. Pertanto la malattia non si può debellare con rimedi palliativi, ma solo attraverso il rovesciamento del suo punto di partenza. Al posto di un invadente individualismo proprietario (…) devono subentrare un ordinamento normativo e una strategia d´azione che prenda le mosse dall´idea che i beni della terra (…) non spettano ai primi che se ne impossessano e li sfruttano, ma sono riservati a tutti gli uomini, per soddisfare i loro bisogni vitali e ottenere il benessere. Questa è una idea-guida fondamentalmente diversa; ha quale punto di riferimento la solidarietà degli uomini nel loro vivere insieme (e anche in concorrenza)”. Perché allora non provare a ripartire con un codice dei premi? a.m. leozappa formiche

Perchè nessuno crede ad Obama? (by Leozappa)

Giovedì, 2 Giugno 2011
Osama Bin Laden è morto. Lo ha solennemente annunciato a tutto il mondo Barack Obama. Il presidente degli Stati Uniti, non Carneade. Eppure in tanti non ci credono. Come San Tommaso vorrebbero toccare il corpo del capo di Al-Qaeda, che però giace in fondo al mare alimentando altri sospetti. Perché c´è chi non crede alla parola del presidente degli Stati Uniti? La guerra al terrore è stata voluta da George W. Bush. Obama è un democratico, è stato insignito del Nobel per la Pace e, sin dal suo insediamento, ha promosso il ritiro delle truppe. Dovrebbe bastare per contare su un minimo (sic!) di credito. No, a quanto pare, non basta. Non solo ai complottisti della rete, ma a fior di intellettuali (ironia della sorte, soprattutto della sinistra democratica). Ma perché in tanti non credono alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti? Certamente si può scomodare Machiavelli, che insegnando l´arte del governo ai principi ne ha svelato l´intrinseca amoralità. Dal Cinquecento è conclamato: il principe è un centauro, ossia metà uomo e metà animale, perché la politica deve rispondere a logiche diverse dalla morale e azioni eticamente riprovevoli possono essere politicamente utili ed efficaci. La vera ragione, però, è che è venuta meno la fiducia nell´altro perché, nella società liberale, non si ha il dovere di essere onesti, ma di rispettare le leggi. Lo aveva teorizzato già Fichte: “Ciascuno può pretendere soltanto la legalità dell´altro, non la sua moralità (…) la volontà buona verrebbe resa non necessaria per la realizzazione esterna del diritto, in quanto la volontà malvagia, e avida delle cose altrui, verrebbe condotta a perseguire lo stesso fine di quella buona dal suo proprio desiderio illegittimo”. Così, da tempo, siamo avvezzi non solo a non chiamare a responsabilità i politici per essere venuti meno alle promesse fatte nelle campagne elettorali, ma ad accettare condotte e stili di vita dai quali continuiamo a mettere in guardia i figli adolescenti perché “ognuno è libero di fare quello che vuole a casa sua” (soprattutto se ha successo mediatico o è ricco). Sembra che l´onestà e le virtù non interessino più a nessuno. L´Antitrust arriva a censurare il valore dell´onore, come principio guida della deontologia dei professionisti. Eppure già Tocqueville aveva ammonito che l´onore, “molla” del regime aristocratico, dovesse essere salvaguardato anche nelle democrazie perché espressione del pubblico riconoscimento, da parte della comunità, del possesso da parte del singolo delle virtù nelle quali quest´ultima si riconosce. In una scuola è stato istituito un premio in denaro per gli studenti con una certa media. Si è lungamente discettato se fosse opportuno dare contanti o se non fosse preferibile riconoscere dei buoni in modo da indirizzare lo studente a mostre, eventi culturali, ecc. A nessuno è venuto in mente che, forse, anche i ragazzi di oggi possono essere stimolati a studiare dal conferimento di medaglie o attestati, come accadeva un tempo. Li considerano, tout court, insensibili a quelle forme di pubblico riconoscimento che hanno accompagnato gli studi di altre generazioni. Eppure nello sport basta una coppa per sostenere tanti sacrifici.Sono i giovani del XXI secolo ad essersi inariditi tanto da credere solo nella vile pecunia o siamo noi a proiettare su di loro la nostra sfiducia nel prossimo? Certo è che, se la virtù non costituisce più un merito e la società non le tributa il giusto onore è chiaro che altre ambizioni ed egoismi prendono il suo posto, determinando quel clima di generale scetticismo che caratterizza la convivenza quotidiana. Poco serve promuovere il merito, se poi questo non viene considerato un valore a cui dare pubblico riconoscimento (l´onore), così stimolando l´emulazione. Per gli antichi l´educazione è mimesi e René Girad ha dimostrato come anche la società contemporanea sia governata dal desiderio mimetico. Si tratta di una lezione che non va dimenticata. Ogni giorno si discute della riforma della giustizia, ma quanti processi potrebbero essere evitati se lo stare pactis fosse ancora considerato un dovere sociale, prima che giuridico, la cui violazione espone alla pubblica recriminazione? a.m.leozappa formiche