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L’ideologia dei tecnici (by Lerner)

Domenica, 1 Aprile 2012

Il disincanto con cui Monti il tecnico si rivolge dall’ estero al Paese malato che gli tocca governare – considerandolo impreparato a comprendere del tutto la terapia da lui somministrata, e però ben allertato contro la malapolitica dei partiti – ormai sta assumendo i tratti di una vera e propria ideologia. Poco importa se il premier la lasci trasparire per passione, per stanchezza o per calcolo: anchei tecnici hanno un cuore e, dunque, un credo. Resta da vedere se tale ideologia tecnica, niente affatto neutrale, risulti adeguata a corrispondere e guidare lo spirito dei tempi, in una società traumatizzata dalla crisi del suo modello di sviluppo. O se invece si riveli anch’ essa retaggio di un’ epoca travolta da una sequenza di avvenimenti nefasti che non aveva previsto e che ha contribuito a provocare. Per prima cosa Monti insiste a comunicarci la sua provvisorietà, e non c’ è motivo di dubitare che sia sincero. Che sia per modestia o al contrario per supponenza, poco importa, egli si compiace di descriversi quale commissario straordinario a termine: «Sarà fantastico, per me il dopo Monti», scherza. Né difatti ha alcuna intenzione di dimettersi da presidente dell’ Università Bocconi, la vera casa cui intende fare ritorno. La forte motivazione implicita in questo annuncio ripetuto è il disinteresse. Immune da ambizioni personali di carriera che non siano il prestigio “di scuola”, egli rivendica di stare al di sopra e al di fuori degli interessi di parte delle rappresentanze sociali e politiche. Sa bene che alla lunga non può esistere governo neutrale rispetto agli interessi in campo, e anche per questo allude continuamente alla sua provvisorietà. Ma non gli basta per essere creduto: anche lui ha una biografia, non viene dal nulla. Ha partecipato da indipendente ai consigli d’ amministrazione di grandi aziende; manifesta una convinta lealtà alle istituzioni dell’ Unione Europea in cui ha operato per un decennio; ha frequentato da protagonista i think thank del capitalismo finanziario sovranazionale. Un pedigree autorevolissimo che, unitamente al suo percorso accademico, lo connota quale figura cosmopolita organica a un establishment liberale conservatore, che in Italia è sempre rimasto minoritario. La cui pubblicistica da un ventennio raffigura (a torto o a ragione) le rappresentanze sociali e politiche del nostro Paese come cicale, se non addirittura come cavallette. Qui s’ impone il passaggio successivo dell’ ideologia montiana o, se volete, l’ idea di giustizia sociale di cui è portatore il tecnico di governo. Dovendo “scontentare tutti”, almeno in parte, con le sue ricette amare, non basterebbe certo a legittimare cotanta severità il fatto che ci venga richiesta dalla troika (Fmi, Bce, Commissione europea) e dai mercati finanziari. L’ italiano Monti, per quanto provvisorio, non può presentarsi a noi come il “podestà forestiero” di cui nell’ agosto scorso aveva paventato l’ avvento. Ecco allora l’ autorappresentazione di sé come portatore di un interesse mai rappresentato al tavolo delle trattative con le parti sociali: i giovani, i nostri figli, i nostri nipoti, addirittura le generazioni future. Prima d’ ora solo la cultura ambientalista si era concepita come portavoce lungimirante dei non ancora nati, dentro le controversie del presente. Declinata in prosa tecnica, tale ambiziosa pretesa di redistribuzione intergenerazionale cambia decisamente di segno; com’ è apparso chiaro nelle motivazioni pubbliche che hanno accompagnato il varo della riforma delle pensioni, prima, e del mercato del lavoro, poi. Retrocessa in subordine, o addirittura liquidata come obsoleta la contraddizione fra capitale e lavoro, negata ogni funzione progressiva alla lotta di classe, il tecnico di governo assume come impegno prioritario il superamento di una presunta contrapposizione fra adulti “iper-garantiti” (parole testuali di Monti) e giovani precari. Riecheggia uno slogan di vent’ anni fa, “Meno ai padri, più ai figli”. Come se nel frattempo non avessimo verificato che, già ben prima della recessione, i padri hanno cominciato a perdere cospicue quote di reddito e posti di lavoro; mentre la flessibilità ha generalizzato la precarietà dei figli. Qui davvero l’ ideologia offusca e mistifica il riconoscimento della vita reale, fino all’ accusa rivolta ai sindacati di praticare niente meno che l’”apartheid” dei non garantiti. In una lettera aperta a sostegno della modifica dell’ articolo 18, promossa da studenti della Bocconi e pubblicata con risalto dal Corriere della Sera il 21 febbraio scorso, leggiamo addirittura: “I nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie a un dispetto generazionale”. Bambagia? Davvero è questa la rappresentazione del lavoro dipendente in Italia che si studia nelle aule dell’ ateneo del presidente del Consiglio? Corredata magari dal rimprovero ai giovani che aspirano alla monotonia del posto fisso? Ben si comprende, in una tale visione culturale, che la negazione del reintegro per i licenziamenti economici (anche se immotivati) venga considerata un “principiobase” irrinunciabile dal capo del governo. Così come si capisce la sintonia con le scelte di Sergio Marchionne in materia di libertà d’ investimenti e rifiuto della concertazione. La stessa “politica dei redditi” concordata fra le parti sociali, auspicata mezzo secolo fa da La Malfa e in seguito messa in atto da Ciampi, viene liquidata come un ferrovecchio. Mario Monti non è paragonabile a Margaret Thatcher, come ci ha ben spiegato ieri John Lloyd. Ma l’ afflato pedagogico con cui si propone di cambiare la mentalità degli italiani per sottrarli a un destino di declino e sottosviluppo, sconfina ben oltre la tecnica: che lo si voglia o no, è biopolitica. Ha certo la forza sufficiente per tenere a bada gli attuali partiti gravemente screditati; ma al cospetto del malessere sociale rischia di manifestarsi come ideologia a sua volta anacronistica. Non a caso il presidente Napolitano si prodiga nel tentativo di attutirne gli effetti di provocazione. Padri e figli potrebbero indispettirsi all’ unisono. g. lerner repubblica

A che titolo Luxuria viene chiamata a parlare in nome delle “donne”?

Giovedì, 3 Aprile 2008

Ieri all’Infedele a confrontarsi con il ghigno di Lerner c’era Luxuria. La sua presenza e i suoi interventi erano sempre all’insegna del "noi donne". In altre parole, Luxuria era considerato e si considerava rappresentante del gentil sesso. La sua (gradevole) fisionomia e (vivace) intelligenza hanno reso piacevole lo spazio generosamente concessogli, ma poi ci siamo chiesti: ma a che titolo parla? ci risulta che Luxuria siamo (ancora?) uomo. Basta avere l’aspetto femminile e vestirsi da donna per poter rappresentare il gentil sesso? abbiamo letto che il deputato della Sinistra Arcobaleno si "sente donna". Forse è questa la ragione per cui ritiene e si ritiene che possa rappresentare le donne. Ma ci chiediamo come faccia Luxuria a sentirsi donna se non lo è. non parliamo solo del dato biologico, ma di quello diciamo così spirituale. Luxuria non può sentirsi donna perchè non essendo nato donna non conosce il modello di riferimento. La sua è pura sim-patia: interpretando il mondo femminile ipotizza che il suo sentire sia maggiormente affine a quello delle donne che a quello degli uomini. Ma chi può confermarlo? e ancora, è stato mai chiesto alle donne se si sentono rappresentate da Luxuria? tutta la conversazione di ieri ruotava intorno a un concetto cardine: gli uomini non possono rappresentare le donne. E Luxuria perchè le rappresenta? perchè ha un volto e abiti femminili (mai come in questo caso, non è detto che l’abito faccia il monaco)? perchè ne sposa le tesi (ma lo fanno anche tanti uomini)? qualcuno ci dia una risposta, altrimenti dobbiamo ritenere che sia solo folklore.

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Dall’eskimo al doppio petto: con quale faccia Mieli, Lerner Riotta etc, bacchettano Fanny Ardant?

Lunedì, 27 Agosto 2007

"Sono d’accordo con la massima parte dei commentatori italiani che l’attrice francese Fanny Ardant sia un po’ sciocchina. La diva, che ha il solo merito di essere abbastanza bona, ha incautamente dichiarato che il fondatore delle Br Renato Curcio è stato un eroe e che il terrorismo (degli anni ’70) fu un fenomeno coinvolgente e appassionante. Certe cose è meglio non dirle anche perché fanno girare le scatole a chi, in quel periodo, era sotto scorta e rischiava la pelle oppure è rimasto orfano o vedovo.

Conviene ricordare all’oca transalpina un particolare: le P38 non sparavano a salve ma hanno steso centinaia di persone. E non bisogna dimenticarne un altro, di particolare: quelli che adesso esprimono sui giornali indignazione per le bischerate della Ardant, all’epoca le facevano o le approvavano. In altre parole. La bella Fanny e i suoi critici appartenevano alla stessa risma, avevano il medesimo denominatore: la voglia di rivoluzione rossa.

L’unica differenza tra lei e gli altri consiste in questo: lei è rimasta sentimentalmente ed idealmente legata alle idiozie di trent’anni orsono, quando il partito armato imperversava, mentre gli editorialisti che la contestano, intuito il mutar del vento, sono passati dall’eskimo al doppio petto, dal collettivo alla redazione senza batter ciglio. Sfoglio i quotidiani, guardo le firme dei soloni che condannano tardivamente gli Anni di piombo e scopro tanti altarini: questo era di Lotta continua, questo pure, quest’altro era di Potere operaio, quest’altro di Servire il popolo. Non ce n’è uno che non fosse ultracomunista, non uno che non abbia fatto il ’68.

Con quale faccia si permettono di redarguire la Ardant perché afferma: «Il terrorismo è stato un fenomeno coinvolgente e passionale»? Razza di ipocriti, falsi, sepolcri imbiancati che non sono altro. Furono i primi a farsi coinvolgere dalle farneticazioni leniniste. Furono i primi a vivere passionalmente la schifezza comunista e se ne sono scordati, lanciandosi contro la Coscia Lunga francese soltanto perché rammenta il loro fanatismo giovanile contrastante con l’opportunismo borghese grazie al quale hanno conquistato il posto da direttore o vicedirettore.

Se le Brigate rosse spopolavano e massacravano tanti innocenti è colpa loro. Loro e soltanto loro erano i fiancheggiatori dei clandestini armati, producevano il brodo di coltura che consentiva agli assassini di uccidere nell’illusione di abbattere lo Stato amico delle multinazionali e di instaurare la dittatura marxista. Se invece di occupare università e scuole, di picchiare i professori, di organizzare cortei allo scopo di sprangare presunti avversari politici, si fossero impegnati nello studio e nella difesa della democrazia; se invece di giustificare gli espropri e le rapine e i sequestri proletari avessero incoraggiato le forze dell’ordine a soffocare le sommosse del sabato pomeriggio, il terrorismo non sarebbe mai stato un «fenomeno coinvolgente» né «passionale».

Pirlacchioni che non sono altro. Anziché con la bonazza Ardant se la prendano con loro stessi, intellettuali e progressisti mai stanchi di stare in cattedra. Una volta erano professori di comunismo, ora insegnano liberalismo a noi che eravamo già liberali quando brandivano entusiasticamente la falce e il martello."

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Gad Lerner non può più condurre un programma politico

Giovedì, 24 Maggio 2007


Si parla tanto di conflitto di interessi. In prima linea, i giornalisti politici e la sinistra. Gad Lerner ha la fortuna di essere sia giornalista che di sinistra. Apprendiamo che avrà l’onore e l’onere di promuovere la costituzione del Partito Democratico. Siamo felici per lui, ma lo invitiamo anche ad essere coerente ed astenersi dalla conduzione di programmi politici (vedi L’Infedele). Da portavoce del cadidato Prodi si rifiutò di riconoscere l’incompatibilità ed, anzi, fece una lunga intervista al leader dell’Ulivo. Ora il suo contributo non è più di carattere tecnico, ma politico: dia quindi il buon esempio e si astenga da qualunque lavoro giornalistico.
Riferimenti: Il ritratto al vetriolo di Lerner firmato Ferrara

Gad Lerner: ritratto al vetriolo a firma di Giuliano Ferrara.

Martedì, 28 Novembre 2006


Il caso Mucchetti è l’occasione per Ferrara di tinteggiare un (gustoso) ritratto a tinte fosche di Gad Lerner: “si sa che è stato per anni a menarla in Lotta continua, ma ha imparato poco del meglio di quell’esperienza generazionale. Ha imparato qualcosa di più alla Stampa, dove si faceva portare dall’avvocato Giovanni Agnelli, padrone di casa, a vedere i buzzurri della Lega sul Po, in elicottero (cose tipiche della deontologia di Einaudi e Albertini). Si sa che ha incamerato 7-8 miliarsi senza lavorare, perché quando Tronchetti è arrivato alla Telecom e alla tv della Telecom, al posto di Roberto Colaninno e del grupo della tv di sinistra, ha detto che non gli reggeva l’anima per il cambiamento della linea editoriale, e ha incassato. Poi si è fatto riassumere da quel padrone delle ferriere che mette sotto controllo il computer del suo sodale Mucchetti e ha continuato a prendere il resto, ma sempre con l’idea che la sua è una cattedra di specchiata moralità giornalistiva, che lui è l’unico contro la mafia, l’unico difensore dei giudici, degli immigrati, del multicultirualismo e del multiparaculismo. Anche per lui è arrivato il momento buono, e via con l’ennesimo assalto maramaldo di una carriera votata alla verità e all’integrità professionale. Dicendo e non dicendo, così nei giochini di potere per bambini si fa largo la sontuosa moralità del giornalismo italiano” (Panormane, 24 novembre). TEMIS non giudica, ma segnala solo che manca il raccontino delle dimissioni dal tg con fogliettino delle raccomandazioni.
(in foto: Ferrara e Lerner)