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Scalfari, de profundis (by Pannunzio)

Sabato, 3 Novembre 2012

‘’La sola storia possibile è quella che si ricostruisce da dentro, attraverso la memoria di sé”. La sera andavamo in via Veneto: tra Mario Pannunzio, Franco Libonati, Sandro De Feo, Ercole Patti, Moravia e Paolo Pavolini, il convitato di pietra era Marcel Proust. Poi c’era lui, Eugenio Scalfari, che di questo libro datato 1986 è proprio Swann, io narrante di un’età dell’oro che comincia alla fine degli anni Quaranta. Qualcuno ha notato che curiosamente il memoir scalfariano – il lavoro più famoso, assieme a Razza padrona – manca nella poderosa opera omnia, uscita a settembre per i prestigiosi Meridiani Mondadori. Frugando tra le pagine leggere leggere – a sfogliarle c’è sempre il timore di romperle – ci s’imbatte in una nota dell’editore che spiega come, nel Meridiano, si è proceduto per sottrazione: risultano, nel testo definitivo, “dolorose esclusioni”. Tra cui La sera andavamo in via Veneto, di cui però il lettore troverà “ampli stralci nel Racconto autobiografico” che precede la selezione dei testi. Ampi, ma non esaustivi.

Per esempio al rapporto con Mario Pannunzio, intellettuale liberale e fondatore del Mondo, Scalfari dedica nel Meridiano poche righe, peraltro in condominio: “Pannunzio e Arrigo Benedetti furono i miei maestri. A entrambi debbo moltissimo. Con entrambi e in modi diversi ebbi una rottura forte, come avviene tra padri e figli. A tanti anni di distanza ne porto ancora nel cuore l’insegnamento e la memoria”.

Di quella rottura si trova invece traccia in un epistolario tra Pannunzio e Leo Valiani che in questi giorni l’editore Aragno dà alle stampe: 17 anni di lettere che s’intitolano “Democrazia laica”. Dentro: la politica, motore per nulla immobile di tutto, gli amici (e i nemici) che attorno al giornale gravitavano, discutevano, (si) dibattevano, fondavano il Partito radicale, organizzavano furiose sessioni di lavoro (i famosi Convegni dell’Eliseo). In due missive, entrambe dei primi anni Sessanta, Pannunzio racconta la sua frattura con Scalfari a Valiani (azionista, padre costituente, collaboratore del Mondo e de L’Espresso). I giudizi sono definitivi, le conclusioni sofferte: “Instabile, femmineo, esuberante. Non ha veri legami o affinità ideali e morali con nessuno. Tutto è strumentale, utilitario; tutto deve servire alla sua splendida carriera. Ma ha sempre avuto la sensazione di perdere tempo stando con noi”.

E poi: “Un pasticcione e libertino, politico, economico, che nel campo della sinistra democratica ha portato i sistemi scarfoglieschi e angiolilliani”. Pannunzio ce l’aveva, e parecchio, con Renato Angiolillo. Il suo Taccuino in risposta alla provocazione del Tempo contro la “malapianta azionista” e i visi pallidi acidi, moralisti, calvinisti, è ancora oggi celebre. È l’invettiva contro i “visi rosei”, qualunquisti, indifferenti, pronti a commuoversi se la nazionale di calcio perde, pieni di una comprensione che si scioglie di fronte “a un piatto di spaghetti alle vongole”. Voilà, il battesimo degli “italiani alle vongole”: espressione carissima al fondatore di Repubblica, che in ‘La sera andavamo in via Veneto’ dedica invece molte pagine al discepolato contrastato e all’ultimo strappo con il padre-maestro. Gli anni Sessanta albeggiano e gli screzi tra il Mondo e il partito radicale, che tante firme del giornale avevano contribuito a far nascere, cominciano a diventare scontri: sulla politica estera e su quella interna, soprattutto in merito ai rapporti con quel Psi che Scalfari avrebbe poi sposato, diventando deputato nel 1968.

Poi scoppia il caso Piccardi (Leopoldo, soprannominato dagli amici del Mondo “Papiniano” per le sembianze solenni). Renzo De Felice scrive che Piccardi aveva preso parte a un convegno sulla razza, organizzato nel ‘38 in Germania: boom. Nell’autunno del ’61, la rivelazione diventa casus belli e scatena una tempesta all’interno del Partito radicale (di cui Scalfari è vicesegretario): i rapporti tra Eugenio e Mario vanno in frantumi. “La rottura del ’62 non coinvolse soltanto il nostro piccolo partito (…). Mise fine all’amicizia tra Pannunzio e me, o meglio al rapporto padre-figlio che tra noi era cominciato in un pomeriggio del settembre ’49, ed era cresciuto rapidamente fino a diventare – almeno per me – uno degli elementi essenziali della mia vita intellettuale e politica. Nel cupio dissolvi che lo prese (…) ritenne fermamente che, una volta distrutta quella che in gran parte era stata l’opera sua, nessuno avrebbe potuto proseguirla (…). Dopo la rottura – così credo che pensasse – non ci sarebbe potuto esser altro che una recherche del passato, la memoria volontaria e involontaria celebrate da Proust, via della Colonna Antonina e il caffè Rosati come il cortile di palazzo Guermantes in Faubourg Saint- Honoré”.E fu la fine del Mondo, nella versione di Scalfari: “Mario troncò consapevolmente tutte queste cose e tutti questi rapporti il giorno in cui s’accorse che ciascuno di essi si stava affrancando dal complesso del padre nei suoi confronti. Forse capì che i figli non sarebbero stati in grado di liberarsi di lui”.

La metafora del padre mutuata dalla psicanalisi – una teoria che per un secolo ha fatto incalcolabili danni spacciandosi per scienza – è una via d’uscita come tante, forse la più semplice. “La memoria di sé, assunta come fatto centrale dell’esistenza e della sensibilità, crea un problema d’importanza enorme che Proust solleva quasi senza accorgersene (…). L’immagine che io ho di me stesso, l’immagine che ho degli altri che mi circondano, l’immagine che suppongo che gli altri abbiano di me, l’immagine di sé che gli altri pensano che io abbia di loro. Basta che vi sia, in uno qualunque di questi specchi, un piccolo mutamento dovuto a un fatto, una parola, un ricordo, che subito quel mutamento si dipana su tutta la galleria degli specchi” Così è lo stesso Scalfari, scomodando la Recherche (sempre in ‘’La sera andavamo in via Veneto”), a illuminare la prospettiva della “madeleine bifronte”: si può essere discepoli di Pannunzio e insieme “reprobi” votati solo alla propria, “splendida”, carriera. E in qualche modo risponde anche a Roberto D’Agostino che qualche settimana fa – riportando sul suo sito un editoriale domenicale (“Io sono liberale di sinistra per formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa. Poi ho votato il Pci di Berlinguer, il Pds, i Ds e il Pd”) – si domandava come mai Scalfari avesse dimenticato il Psi che l’aveva mandato, seppur da indipendente, in Parlamento. Colpa di Proust. Silvia Truzzi per Il Fatto

La parità di sessi per legge è contro la teoria liberale

Domenica, 13 Marzo 2011

Laddove la cultura civile si mostra sonnolente, interviene, come una scure gelida, la legge. Accade così per le quote rosa. Non c’è dubbio che il nostro paese, mediterraneo, mammocentrico, familistico, e un tantino bigotto, segni dei ritardi sul tema dell’emancipazione femminile: poche donne nei posti chiave della politica, dell’imprenditoria, delle professioni; poche donne là fuori a dimostrare ciò che valgono, blindate come sono nelle routine domestiche. Non c’è dubbio tuttavia che imporre per legge – per quanto graduale possa esserne l’attuazione – la parità tra i sessi, ci lascia in bocca un retrogusto un po’ “bolscevico”, che ci insospettisce. In effetti imporre per legge un valore sociale sa già di dogma tecnocratico; non foss’ altro perché obbliga una scelta che altrimenti sarebbe libera. Invece che un’intervento impositivo ex-post, ci piacerebbe vedere un intervento costruttivo ex-ante. La forza della teoria liberale infatti si basa sull’emancipazione dal concetto di uguaglianza. L’uguaglianza di per sé è qualche cosa da cui rifuggire perché nemica del merito, della volontà intima, in una parola, della libertà individuale. La storia ci ha insegnato che ogni tentativo di istituzionalizzazione dell’uguaglianza ha degenerato nella dittatura; la società aperta e democratica ci ha insegnato che ciò che conta non è l’uguaglianza ma l’uguaglianza di opportunità. Tenendo ben saldo questo principio – evitando di cedere al fascino della sociologia scolastica preconfezionata a Bruxelles – si deve agire sui protocolli del nostro stato sociale cercando di attivare politiche di redistribuzione dei compiti tra uomo e donna e di agevolazione del lavoro femminile. Lo stato sociale dovrebbe attivare una serie di meccanismi correttivi che puntino ad emancipare il gentilsesso, ma che siano in grado di costruire attorno a questa emancipazione un senso civico ed un destino condiviso. Solo in questo modo lo Stato e le istituzioni che lo rappresentano, si smarcano dall’immagine del Leviatano tiranno e divengono costruttori di civiltà. Queste politiche dovrebbero agire in tre direzioni principali : sostegni alle aziende che assumono le donne; pacchetti pater familas per incentivare la partecipazione domestica maschile, e infine servizi statali e agevolazioni economiche alle madri lavoratrici. In questo modo il sesso non sarà più materia discriminatoria: i consigli di amministrazione verranno scelti in base al merito, la gestione della famiglia verrà decisa in base ad un’equa ripartizione delle fatiche, e la questione – d’interesse puramente algebrico – di quanti posti di comando siano o meno occupati da donne, verrà dimenticata. La differenza tra i “regimi intellettuali- tecnocratici” e quelli liberali sta proprio in questo : i primi intervengono direttamente sul fine, i secondi discutono sul metodo per raggiungere tale fine. La differenza? La libertà della società civile. m. saccone l’occidentale

Le finte privatizzazioni dei falsi liberali

Mercoledì, 20 Ottobre 2010

Ci sono libri che fanno male. O forse fanno bene. Dipende da come ci si pone di fronte alla vita e alle proprie convinzioni. Il vero liberale è colui che, pur avendo una forte identità ideologica e radicate convinzioni, si sforza di verificarle nella realtà, anche a costo di dover ammettere verità scomode. Pochi ci riescono. La maggior parte dei giornalisti e degli intellettuali è mainstream e gregaria, ovvero preferisce leggere il mondo applicando parametri e dogmi consolidati, dunque rafforzando visioni già acquisite. Janine R. Wedel, docente della George Mason University, appartiene senza dubbio al club, ristrettissimo, dei veri liberali. Ha scritto un libro che dovrebbe essere al centro della riflessione pubblica, ma che, al contrario, è schivato sia dalla destra conservatrice e liberista, sia dalla sinistra liberal in quanto scalfisce la visione sia dell’una sia dell’altra. S’intitola Shadow Elite, ovvero L’élite nell’ombra ed è pubblicato in lingua inglese da Basic Group, ma non è un pamphlet cospirazionista, né scandalistico. È un saggio. Autentico, preciso, documentatissimo. Frutto delle intuizioni di una politologa che però di formazione è antropologa e che in quanto tale, come scrive nella prefazione, è abituata ad «andare dietro le quinte e oltre quel che la gente o i governi o le organizzazioni internazionali dicono di fare». Una studiosa che scava e verifica, senza pregiudizi.
Il risultato è eccellente, benché molto amaro. L’élite nell’ombra è composta da gruppi di potere che la Wedel definisce i flexians, i flessibili, e che operano attraverso le flex net, ovvero le reti elastiche. Perché i loro membri assumono simultaneamente più identità, ricoprono più ruoli, operano a più livelli. Esistono ma non si vedono, occupano la scena pubblica ma non si dichiarano, essendo per loro natura ambigui e sfuggenti. Sono di destra o di sinistra a seconda delle convenienze. Esaltano il capitalismo e la libera concorrenza, ma tendono a essere monopolisti e ad arricchirsi a spese dello Stato. Sono imprenditori e al contempo politici o alti funzionari o studiosi. Si dicono patriottici, ma favoriscono la globalizzazione e i poteri transnazionali poiché indeboliscono regole, controlli o semplicemente la verifica delle responsabilità. Sono fedeli esclusivamente al proprio gruppo di riferimento e perseguono un solo obiettivo: l’accumulazione di potere e l’arricchimento personale. Shadow Elite non è un saggio astratto e teorico. La Wedel esemplifica con tanto di nomi e cognomi. La sua tesi, ampiamente comprovata, è che la fine della Guerra fredda, l’avvento di nuove tecnologie soprattutto nel campo dell’informazione e della comunicazione, la diffusione della retorica di un finto neo liberismo, che solo in apparenza porta alla deregolamentazione e alla riduzione del ruolo dello Stato, abbiano permesso l’affermazione di queste nuove reti di potere. Le quali si distinguono dalle vecchie proprio per la loro flessibilità, non essendo partitiche né meramente lobbistiche, né nazionalistiche. Il nuovo potere è transnazionale, non ideologico e svincolato dal territorio.
Perché apparente liberismo? Perché buona parte delle privatizzazioni sono finte. Non portano a una vera concorrenza per abbattere i costi e migliorare i servizi, ma a incredibili regalìe monopolistiche. Oggi, a esempio, negli Stati Uniti grazie a una legge approvata non da Bush, ma da Clinton a metà degli anni Novanta, un ente statale può dare in appalto a società esterne servizi di propria competenza, senza pubblico concorso. Sono mandati discrezionali, spesso di lungo periodo, monopolistici, di cui il pubblico non è consapevole e che si risolvono in colossali sprechi con un’esplosione di costi. A carico del contribuente. Perché alla fine paga sempre lui, come dimostra l’esplosione del deficit Usa.
Il fenomeno è così diffuso che oggi addirittura alcune funzioni vitali delle istituzioni statunitensi sono affidate a privati. A esempio, il 50 per cento dei servizi di intelligence Cia e addirittura il 90 per cento del segretissimo National Reconnaissance Office, la gestione del Database per la Sicurezza nazionale. Tutto questo mentre i controlli sono di fatto inesistenti. Aumentano le privatizzazioni, diminuiscono i funzionari pubblici, a fronte di leggi obsolete e della cecità dei media, che di questi temi non parlano mai. Le flex net approfittano delle zone grigie. I loro membri sono dentro e fuori le istituzioni. I primi operano sul versante legislativo e decisionale, i secondi beneficiano delle loro decisioni, mentre altri creano gli adeguati supporti nei think tank, nelle fondazioni, nei giornali, nelle istituzioni internazionali, negli altri governi. Così il problema non è più il conflitto di interessi, ma, paradossalmente, la coincidenza di interessi, che non essendo dichiarata sfugge al radar dell’opinione pubblica. Nomi e cognomi, dicevamo. Quelli di Bill Clinton, finto eroe della sinistra, quello della rete Neocon che ruota attorno a Richard Perle, quella di personaggi sconosciuti come Bruce P. Jackson, fra gli artefici dell’allargamento a est della Nato, pur essendo stato un semplice consulente informale del governo, fondatore di una Ong, uomo d’affari, lobbista.
Leggendo Shadow Elite si apprende con sconcerto del ruolo giocato dalla Harvard University nella più grande truffa degli ultimi vent’anni, la finta liberalizzazione della Russia che, come sappiamo, anziché introdurre una vera economia di mercato si è risolta in un gigantesco trasferimento di ricchezze nelle mani di pochi oligarchi. Una flex net russo-americana che ruotava attorno ad Anatoly Chiubais, ma anche a Larry Summers, all’epoca numero due del Tesoro Usa, ma anche docente ad Harvard, di cui poi è diventato rettore. Tra l’altro: il governo Usa, dopo anni, ha comminato a Harvard una megamulta da 26 milioni di dollari. Di cui nessuno, naturalmente, ha parlato. Trattasi dello stesso Summers che poi è stato nominato da Obama superconsigliere economico. Il suo è un tipico esempio di flexian: traffica, si arricchisce, entra ed esce dalle istituzioni, premia i sodali, riuscendo sempre a non assumersi responsabilità. A pagare è stata Harvard, non Summers. Le flex net, secondo Janine Wedel, sono molto più diffuse di quanto immaginiamo. Così radicate e influenti da minare la democrazia, i governi e persino, paradossalmente, il libero mercato. m. foa giornale

Perchè Friedman libererà il mondo

Mercoledì, 15 Settembre 2010

Ha quasi cinquant’anni, ma li porta benissimo. Capitalismo e libertà di Milton Friedman torna in libreria in una nuova edizione (IBL Libri, pagg. 296, euro 24), a riprova del fatto che il volume è ormai un classico del liberalismo contemporaneo: vitale come quando apparve, nel 1962. E questo in primo luogo perché le sue tesi continuano a essere in qualche modo «controcorrente» in moltissimi Paesi, a partire dal nostro. L’origine di questa opera è interessante, perché alcune sue parti erano state esposte e discusse fin dal 1956 all’interno dei seminari del «William Volker Fund» da cui emersero – oltre al libro di Friedman – anche La società libera di Friedrich von Hayek e La libertà e la legge di Bruno Leoni. In questo piccolo gruppo di capolavori, il lavoro di Friedman si caratterizza per essere un’opera di alta divulgazione dei maggiori argomenti liberali e, al tempo stesso, perché rappresenta un formidabile tentativo di sviluppare una riflessione teorica sulla società di mercato e sui suoi presupposti. L’economista non ci offre qui le sue ricerche più accademiche in ambito macroeconomico, ma suggerisce invece quelle riforme politiche – dall’istruzione alla sanità, dal fisco all’assistenza – che possono permettere a una società di crescere in libertà e prosperità. L’impatto fu straordinario. Non soltanto perché in America il volume riuscì a vendere ben 400mila copie già nei primi vent’anni di vita, ma anche perché la chiarezza espositiva e il rigore della riflessione l’hanno presto trasformato in una «piccola Bibbia», in grado di offrire un’agenda per gli anni a venire a larga parte del mondo culturale e politico variamente liberale, conservatore e libertario: oltre Atlantico e non solo. Quando il crollo del muro di Berlino portò lo storico Mart Laar alla guida dell’Estonia e questi avviò riforme economiche orientate verso il mercato, molti si stupirono di tanto coraggio e si domandarono come fosse possibile che un’idea come quella della flat-tax, ad esempio, potesse essere nota a un intellettuale uscito dal mondo sovietico. La risposta fu semplice: «Ho letto Friedman».
L’economista americano, insignito del premio Nobel nel 1976, percepì chiaramente l’influenza a largo raggio esercitata dalle sue idee. E così, quando i semi piantati con Capitalismo e libertà iniziarono a produrre frutti significativi (negli anni del thatcherismo e del reaganismo), egli decise di prolungare quel primo volume scrivendo altre due testi di analogo tenore: Liberi di scegliere, del 1980, e La tirannia dello status quo, del 1984. In Italia Capitalismo e libertà arrivò abbastanza presto grazie a Renato Mieli. Dopo aver lavorato a l’Unità ed essere stato uno stretto collaboratore di Palmiro Togliatti, Mieli aveva lasciato il Pci a causa dei fatti di Ungheria e negli anni Sessanta era divenuto l’animatore del Ceses, un istituto liberale che sviluppava ricerche sull’Europa centro-orientale. Oltre a ciò, egli curava presso Vallecchi una collana, intitolata «Cultura libera», che presentò ai lettori italiani fondamentali testi di Hayek, de Jouvenel e altri, tra cui appunto Friedman. In quegli anni il clima culturale era tale, però, che nel 1967 a nessuno parve opportuno usare la parola capitalismo nell’accezione elogiativa adottata dall’autore. Per questa ragione il libro apparve come Efficienza economica e libertà e solo nel 1987 – grazie a una riedizione curata da Antonio Martino e dal Crea presso l’editore Studio Tesi – riottenne il suo titolo più appropriato.  La versione che giunge ora sugli scaffali si avvale di una nuova traduzione di David Perazzoni ed è impreziosita da un’introduzione dello stesso Martino, che sottolinea il radicalismo di quella proposta culturale ed enfatizza l’utilità di quella lezione anche ai fini di comprendere l’ultima crisi finanziaria: assai più correlata a una politica monetaria espansiva e lassista – del tutto anti-friedmaniana – che non a quel libero mercato messo sul banco degli imputati da tanta pubblicistica. Le tesi teoriche formulate dall’economista di Chicago sono oggi, ovviamente, al centro di aspre discussioni. Gli autori liberali della cosiddetta Scuola austriaca, ad esempio, hanno espresso critiche piuttosto nette alla sua metodologia positivista e alle sue idee in materia monetaria. Ancor più negativi verso Friedman, ovviamente, sono i post-keynesiani, che giudicano irragionevole ogni proposta di tenere sotto rigoroso controllo l’espansione monetaria: magari anche grazie a vincoli costituzionali. Tornando oggi a sfogliare il volume scritto quasi mezzo secolo fa da Friedman salta però subito agli occhi come su molti temi il suo successo sia stato impressionante. Quelle pagine uscirono entro un mondo occidentale che era largamente dominato dalla psicanalisi, dal marxismo, dallo strutturalismo. Oggi quell’universo si è in larga misura inabissato, mentre le questioni su cui Friedman invitava a dibattere rimangono più vive che mai. In particolare, è evidente ai più che non vi può essere alcuna società libera se le fondamentali libertà economiche vengono negate, e che è sempre più cruciale affrancare l’educazione dai poteri pubblici e dai programmi ministeriali: come attestano pure le polemiche di queste settimane che scuotono il Regno Unito. La persistente attualità di Capitalismo e libertà è dettata, in linea generale, dall’intrinseca vitalità degli ideali libertari propugnati dal libro, ma è pure rafforzata dal fatto che, almeno nel lungo periodo, il tempo si rivela galantuomo. L’intero Occidente si trova infatti alle prese con la crisi strutturale di un welfare statale – dalle pensioni alla sanità, per citare due voci cruciali – da cui si potrà uscire soltanto grazie a quel drastico ridimensionamento del settore pubblico che Friedman suggeriva. Anche chi in passato non ha condiviso la passione friedmaniana per la libertà, ora è chiamato a fare i conti con la dura legge dei fatti. E a trarne tutte le conseguenze. c.lottieri giornale

I liberali della domenica

Martedì, 20 Aprile 2010

Su Il Mondo, la rivista di Mario Pannunzio pubblicata dal 1949 al 1966, è calata da tempo una aureola di sinistra. A ciò hanno contribuito in primo luogo Eugenio Scalfari e la Repubblica, che hanno sempre presentato il settimanale pannunziano come il luogo d’origine delle loro posizioni; e vi hanno contribuito da ultimo alcuni esponenti del più fanatico giustizialismo robespierrista, i quali hanno rivendicato Pannunzio come loro ispiratore e maestro: un Pannunzio tutto schierato a sinistra, secondo questi Soloni.

Per smentire questa immagine del tutto falsa basta consultare, naturalmente, le annate del Mondo. Ma è di grande aiuto ora il Carteggio Pannunzio-Salvemini (1949-1957), edito dalla Camera dei Deputati, per la cura di Massimo Teodori (pagg. 189, s.i.p.). È un documento di grande interesse, questo carteggio, nel quale vediamo il sorgere e il consolidarsi dell’amicizia fra due uomini così diversi e per età e per formazione intellettuale. Salvemini era nato nel 1873, e la sua cultura era sempre stata di ispirazione democratico-radicale; Pannunzio era nato nel 1910, e la sua cultura era crociana e liberale. Eppure fra questi due uomini, così dissimili sotto tutti gli aspetti, nacque una intesa profonda, che si tradusse in una intensa collaborazione di Salvemini al Mondo. Su quali basi si fondava tale intesa? Si fondava sulla ferma, intransigente difesa della democrazia occidentale, contro tutti i totalitarismi, ma in primis contro il totalitarismo più pericoloso e insidioso nell’Italia di quegli anni: il comunismo. Non a caso, del resto, Salvemini e Pannunzio si trovarono dalla stessa parte della barricata nel 1953, a difendere la legge elettorale maggioritaria voluta da De Gasperi e dai partiti laici minori (la famosa «legge truffa», secondo la falsa etichetta affibbiatale dai socialcomunisti), mentre i Parri, i Greppi, i Calamandrei e i Corbino si schieravano a fianco del PCI e del PSI. Scriveva Pannunzio il 13 marzo 1953 a Salvemini: «La propaganda comunista oggi è puntata contro i partiti minori, accusati di servilismo, tradimento, ecc.; sono portati alle stelle, invece i “liberali” alla Corbino, che finiranno per presentarsi in liste paracomuniste, e tradire così la democrazia e il loro passato». Come osserva giustamente Teodori, Salvemini si trovò d’accordo con la linea «girondina» del settimanale di Pannunzio piuttosto che con la politica «giacobina» dei gruppi antifascisti che pure erano stati a lui più vicini. Di qui l’appoggio all’alleanza dei partiti laici con la DC; di qui la battaglia contro gli «utili idioti» che firmavano le campagne “pacifiste” promosse dal blocco socialcomunista, mentre diversi ex-azionisti accettavano di figurare come fiori all’occhiello del frontismo; di qui l’adesione al Patto Atlantico.

La battaglia democratica di Pannunzio e di Salvemini si manifestò anche nella difesa di personalità invise ai socialcomunisti per aver aperto gli occhi sulla realtà del «paradiso sovietico». È il caso di Angelo Tasca, che fu tra i fondatori e i massimi dirigenti del PCI: espulso dal partito nel 1929 (si era schierato a favore di Bucharin contro Stalin), era passato al Partito socialista, e poi, vivendo in Francia, aveva aderito al regime di Pétain; ma, poco dopo, era entrato in contatto con un gruppo della Resistenza franco-belga. Tasca, atrocemente insultato e diffamato da comunisti e socialisti, trovò in Salvemini e in Pannunzio due coraggiosi difensori ed estimatori, e fu un collaboratore prezioso per Il Mondo. La battaglia del Mondo contro le intromissioni clericali nella vita italiana è ben nota. Ma essa non significò mai offesa alla religione e alle convinzioni dei credenti. È un documento splendido in tal senso il «saluto» che Salvemini rivolse nel dicembre 1951 a Luigi Sturzo, per i suoi ottant’anni, dalle colonne del Mondo. Lo storico pugliese rendeva omaggio in primo luogo alla sincerità della fede e alla assoluta integrità morale del prete calatino («Don Sturzo è un prete che crede all’esistenza di Dio. Non soltanto nel senso che Dio esiste, ma nel senso che Dio è sempre presente a tutto quello che egli fa e lui gliene deve render conto strettissimo, ora, e nell’ora della morte, e nella valle di Giosafatte. Perciò fa sempre quello che ritiene essere il suo dovere, e con quel dovere non transige mai»). Ma al tempo stesso Salvemini metteva in forte rilievo la costante disposizione di Sturzo a misurare le proprie idee con quelle degli altri, a sottoporle sempre al confronto: «Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre. È convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull’errore delle altre opinioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique. E questo, credo, era quel terreno comune di rispetto alla libertà di tutti e sempre, che rese possibile la nostra amicizia, al di sopra di ogni dissenso ideologico. Debbo certamente a questa amicizia se don Sturzo accetterà con affetto il saluto che gli mando “dall’altra riva” nel suo ottantesimo anniversario». Il metodo della libertà: ecco il grande credo di Salvemini e di Pannunzio.

g. bedeschi ilgiornale

Il liberalismo? da noi tardivo e teorico

Sabato, 13 Dicembre 2008

Chi studia la storia conosce l’importanza della variabile «tempo»: quanto conta, insomma, non solo che certe cose accadano, ma che accadano in un determinato momento piuttosto che in un altro. Per tanti versi, si potrebbe sostenere che la grande fortuna del Regno Unito sia la sua precocità politica: oltre la Manica la grande rivoluzione della modernità politica è avvenuta prima dell’Illuminismo, l’abolizione del dazio sul grano prima del cataclisma europeo del 1848, l’allargamento del suffragio prima del socialismo, la democratizzazione del sistema politico ben prima della Grande Guerra… Per altrettanti versi, potremmo invece leggere la vicenda italiana come la storia di un Paese sempre in ritardo, e perciò eternamente condannato a una rincorsa affannosa.

Il paradigma interpretativo del «ritardo» può servire pure a capire i destini del pensiero liberale italiano, sul quale, a partire dell’articolo pubblicato lunedì scorso da Vittorio Macioce, si stanno ora interrogando le pagine del Giornale. Al liberalismo insomma l’Italia pare essere giunta nel momento in cui alcune delle finestre storiche di opportunità per quel pensiero si andavano, se non proprio chiudendo, quanto meno facendo più anguste. In più, quando infine al liberalismo è riuscita ad arrivarci, e seppure con imponenti riserve mentali, il nostro Paese ci è arrivato ben più nella teoria che nella prassi politica. In questo scorcio di 2008, così, ci troviamo con un’elaborazione ricca ma assimilata tardi dal Paese, un clima storico non proprio favorevole, e ben poco ancora di fatto sul terreno della pratica politica. E non possiamo allora meravigliarci troppo di come i maestri liberali – insieme ai loro allievi, e forse pure al loro pubblico – siano stanchi di fare ancora, dopo vent’anni, la voce di chi grida nel deserto.

Non può esservi dubbio che la vera età dell’oro del liberalismo siano stati gli anni Ottanta: il momento in cui si infrangeva infine l’«onda lunga» del consenso keynesiano postbellico, i cui aspetti più deteriori erano stati per giunta aggravati dal populismo e dalla «rivoluzione dei desideri» degli anni Sessanta. Ferme restando le ovvie differenze, la situazione economica italiana dei tardi anni Settanta presentava più che qualche punto di contatto con quella inglese. Nel periodo in cui però, affrontando immensi rischi politici e sociali, Margaret Thatcher metteva severamente in ordine l’economia inglese, nella Penisola – malgrado sul terreno culturale fiorissero non poche novità, e basti pensare al ripensamento del socialismo – un sistema politico a fine corsa impilava il più mastodontico e illiberale dei debiti pubblici.
In Italia ci vollero gli anni Novanta, il crollo del Muro di Berlino, e poi quello della Prima Repubblica, perché finalmente il liberalismo diventasse di moda. Venne così l’epoca nella quale non soltanto Berlusconi poté vincere le elezioni promettendo una rivoluzione individualistica, ma perfino i bolscevichi più incalliti non resistevano al vezzo di definirsi liberali. Seppure aggiungendo, magari, «di sinistra». Quell’epoca però – l’epoca in cui Fukuyama profetizzava la fine della storia e la globalizzazione economica pareva soprattutto un’opportunità – non è poi durata tanto a lungo. E quando della fase storica succeduta alla Guerra Fredda le opinioni pubbliche occidentali hanno cominciato a percepire i rischi più che i vantaggi, nel nostro Paese la breve stagione della moda liberale si è conclusa.

(continua…)

Dove sono finiti i liberali? intervista a Antiseri

Mercoledì, 10 Dicembre 2008

Dario Antiseri è uno dei più noti filosofi italiani (leggi la scheda), a partire dalle sue molte opere di divulgazione. È anche uno dei più importanti pensatori liberali del nostro Paese, che ha portato a una vera e propria riscoperta del pensiero di Karl Popper e della scuola di Vienna. Abbiamo chiesto il suo parere sul silenzio dei liberali «denunciato» ieri su queste pagine da Vittorio Macioce.

Professor Antiseri, perché i liberali italiani non sono riusciti a costituire una "rete", a svolgere un ruolo influente nella politica italiana, proprio in un’epoca in cui tutti si dichiaravano pro mercato?
«Io come tanti altri liberali in questi anni ho lavorato eccome, culturalmente abbiamo prodotto, scritto molto. Io stimo Vittorio Macioce ma quando dice che sono disilluso e avvilito, e non parlo, si sbaglia. Io magari sono disilluso ma non certo avvilito. Quanto al parlare: parlo continuamente. Forse il problema è che giornalisti, politici e mezzi di informazione nemmeno se ne sono accorti. Alcuni miei libri come Principi liberali pubblicato da Rubbettino o l’ultimo, L’attualità del pensiero Francescano, sono tradotti persino in arabo o vietnamita. E come me pubblicano Flavio Felice, Roberta Modugno, Carlo Lottieri e tanti altri. Forse il mea culpa dovreste farlo voi giornalisti… Mai nessuna televisione che si sia presa cinque minuti per spiegare la liberalissima idea del buono scuola, che avrebbe innescato la competizione tra istituti scolastici pubblici e privati…».

(continua…)

Maestri Liberali battete un colpo

Lunedì, 8 Dicembre 2008

Cari maestri, dove vi siete nascosti? Questo Paese ha nostalgia del Novecento e c’è una gran voglia di «impiccare» i liberali. È la vendetta di tutti gli orfani delle ideologie. Un amico qualche giorno fa raccontava lo strano destino di Von Hayek. È stato indicato come monatto della crisi da vivo e da morto. Nel 1929 fu Rostow a dire: tutta colpa di Hayek e di Mises. Quest’anno Samuelson ha puntato l’indice su Friedman e, tanto per non sbagliare, e ancora su di lui, il viennese maledetto. Quando le cose vanno male certa gente sa sempre dove bussare. Ma non è solo colpa loro. Un po’ i liberali se la cercano. Quando c’è da fare muro, da sostenere la forza di un’idea, loro si rifugiano in ordine sparso, ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, come direbbe Vasco Rossi. Allora, dite, in quale convento siete finiti? Antiseri è quasi un padre, eppure di questi tempi è così disilluso e avvilito che fatica a parlare. Ricossa vive di arte, musica, bellezza e solitudine. Pera dialoga solo con Dio. Martino sogna di fare il suo mestiere, ma il dicastero dell’economia era out con il bel tempo, figurati ora che c’è crisi. Quagliariello è un po’ più vecchio e indossa la toga dei senatori. Panebianco fa prediche inutili sul Corsera e si consola leggendo ancora Einaudi. Ideazione, luogo d’incontro degli ultimi liberali, vive solo on line. Tutti quanti sanno che la cultura liberale di massa è una favola a cui credono solo i piccoli imprenditori. Loro, almeno, sono rimasti sul fronte a combattere. Non c’è un giornale, una televisione, una rivista, un partito che sventoli la bandiera dell’orgoglio liberale. È questa la realtà, a destra come a sinistra. C’è qualche fondazione, come l’istituto Bruno Leoni e un paio di case editrici. Ma è una minoranza di simpatici incoscienti. La rivoluzione liberale è finita. Anzi, non è mai davvero iniziata.

(continua…)

Il governo liberalizzi i sindacati. I maestri liberali consigliano Bersani -1

Mercoledì, 24 Gennaio 2007

La liberalizzazione del sindacato è tra i punti del programma “liberale” di governo elaborato da Friedrich Von Hayek, uno dei grandi maestri del secolo scorso. L’esecutivo Prodi è alla affannosa ricerca della ricetta vincente per il nostro Paese. Non è facile e quindi ha tutta la ns comprensione. Tanto che ci permettiamo di contribuire riproducendo alcune considerazioni di Von Hayek, che potranno essere tanto utili al ministro Bersani: “Il liberalismo classico aveva appoggiato le rivendicazioni operaie di ‘libertà di associaizone’, ed è forse per questa ragione che più tardi mancò di opporsi efficacemente al trasformarsi dei sindacati operai in istituzioni cui la legge riconosce il privilegio di impiegare la coercizione in modi non consentiti a nessun altro. Questa posizione dei sindacati operai, appunto, ha reso largamente inoperante in materia di determinazione dei salari il meccanismo di mercato ed è più che dubbio che unìeconomia di mercatio possa continuare a sussistere quando la determinazione concorrenziale dei prezzi non vale anche per i salari” (Liberalismo, 1997, p. 95). Bersani e Von Hayek: lo ascolterà?