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Market & Love (by Leozappa)

Mercoledì, 6 Giugno 2012
Libero amore e libero mercato. Sono i due slogan, o meglio le due parole d´ordine che hanno segnato le più radicali trasformazioni sociali degli ultimi cinquanta anni. Libero amore: attraverso la sessualità sono state abbattute convenzioni, si è portata avanti l´emancipazione della donna e, con essa, le rivendicazioni dei diritti civili delle minoranze. Libero mercato: attraverso l´economia sono stati sradicati vincoli comunitari, è stato ridotto il welfare state ed è stato dato un determinante impulso ai trasferimenti di sovranità a favore della Unione europea. Dal libero amore al libero mercato: la parabola descrive la società italiana, che non scende più in piazza per gestire il proprio utero perché, anche durante le festività, passeggia o lavora nei megastore. Non occorre necessariamente riconoscersi nelle idee di Jean-Claude Michéa per convenire sul nesso tra libertarismo dei costumi e l´economia liberistica, che costituisce una sorta di compimento degli assiomi ideologici del primo. Ho qualche dubbio, però, che a trionfare sia stata la libertà (almeno nella accezione, politico-culturale, di chi si riconosce nelle premesse ideologiche dell´individualismo metodologico, che non tollera limiti verticali all´interesse egoistico). Di recente, il presidente Barack Obama, riconsiderando le proprie posizioni, si è dichiarato favorevole al matrimonio degli omosessuali. Quella che lui stesso ha definito una “evoluzione” ha meritato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, destando grande emozione e una impennata dei finanziamenti della campagna per la rielezione. Eppure, l´istituzionalizzazione del matrimonio degli omosessuali segna la sconfitta del libertarismo. Non è stato abbattuto l´ordine. Come spesso accade nella storia, una regola ha sostituito (o, più precisamente, sostituirà) un´altra ma, sempre, secondo la medesima logica funzionale di quello specifico sociale che è l´ordinamento. Il regno dell´anomia è ancora di là da venire. Una maggiore onestà intellettuale porterebbe a riconoscere che, sotto la bandiera della libertà, una visione della vita, una politica ha prevalso (peraltro, del tutto legittimamente e democraticamente) su un´altra. L´istituto del matrimonio non è stato soppresso, ma potenziato (e, secondo alcuni, snaturato) in quanto esteso alle coppie omosessuali. Alla libertà si richiamano simboli e denominazioni sia delle forze di sinistra sia di quelle di destra (per non dire del partito più longevo della Repubblica, la Democrazia cristiana, di ispirazione cattolica, il cui simbolo era uno scudo crociato con la parola: libertas). Non c´è, quindi, da sorprendersi che del concetto si faccia un uso demagogico. Temo che ciò accada anche con riferimento al libero mercato. È vero che con l´abrogazione dell´una o dell´altra misura cessano restrizioni e vincoli alla concorrenzialità del mercato, ma non è vero che ciò determini la liberalizzazione del mercato e il trionfo del libero mercato. Sino a quando ci saranno regole che difendono i diritti dei lavoratori, che riservano l´attività bancaria a operatori qualificati, che determinano i requisiti dei prodotti, il mercato non sarà mai (e per fortuna) libero. Il libero mercato non esiste né in natura (Marcel Mauss ha dimostrato che il dono, e non il baratto, regolava la quotidianità delle prime popolazioni) né nella storia. Il traffico economico incide anche su altri beni della convivenza civile e la loro tutela o realizzazione richiede misure di protezione che concorrono a regolare lo spazio proprio del mercato. Anche le liberalizzazioni pertanto, ben lungi dall´instaurare il regno del possibile, si risolvono nella sostituzione di una regola con un´altra, ossia nell´affermazione di una visione politica. Nel nostro sistema, il lavoro dei minori è consentito solo in rigorosi limiti. In via eccezionale è permesso quello dei quattordicenni, con maggiore flessibilità quello dei sedicenni. La riforma del mercato del lavoro mantiene (grazie a Dio) questi limiti. Ne consegue che, del tutto impropriamente, si parla di liberalizzazione, soprattutto se si considera che, ancora ai primi del secolo scorso, i minori lavoravano e che i successivi divieti costituiscono una conquista di civiltà. a.m.leozappa formiche

 

La deriva liberista (by Leozappa)

Venerdì, 2 Dicembre 2011
È, questa, l´assoluta e impietosa onestà che, oggi, si chiede a chi ha responsabilità di governo: prendere atto che il modello sul quale, negli ultimi anni, è stata costruita l´unità europea è imploso.
Si possono richiedere ai cittadini sacrifici per il “bene comune” e, al contempo, professare un modello di società basato sulla libertà individuale e sulla concorrenza? In un consesso civile che assume a riferimento l´individuo (e non già l´essere umano naturalmente sociale di Aristotele, uomo tra uomini) e che regola i rapporti tra individui su principi competitivi (e non già cooperativi e solidaristici) per quale ragione i cittadini dovrebbero accettare di con-dividere il proprio se non si riconosce nell´altro il prossimo con cui con-vivere ma, piuttosto, il com-petitore che limita e costringe la realizzazione del proprio particolare? Nel momento in cui la libertà individuale costituisce non più lo strumento (da considerare alla luce del fine perseguito), ma l´obiettivo ultimo delle politiche sociali, come è pensabile pretendere la rinuncia ai diritti individuali (proprietà) in nome dei doveri sociali (patrimoniale, prelievo forzoso, contributo di solidarietà)?La crisi che stiamo vivendo mostra le intrinseche contraddizioni del modello di società che si è imposto negli ultimi decenni del XX secolo. Un modello basato sulla autonomia del mercato e sulla pretesa di eleggere il metodo competitivo a principio organizzativo dell´intera società. “La libertà economica è essa stessa una componente essenziale della libertà in generale. Il capitalismo competitivo, in quanto è il sistema più favorevole alla libertà economica, è per questo un fine in sé”. Dinanzi alla crisi che imperversa, le parole di Milton Friedman suonano ancor più sinistre. I ripetuti interventi dei governi americani ed europei a sostegno delle banche e dei loro debitori ha dimostrato la fallacia dell´ideologia della sovranità del mercato. Non è possibile abbandonare le banche al loro destino, secondo la legge del mercato. Il crollo delle banche travolgerebbe il sistema socio- economico. Come evidenziato dalla scuola di Friburgo, il mercato è un ordine tra gli ordini della società, è strettamente legato alle altre sfere del vivere comune, è una importante componente, ma pur sempre una componente del tessuto sociale.Per fronteggiare la crisi, ora, i governi sono costretti a tassare i cittadini. Si chiede alla società civile di salvare il mercato per essere salvata dal mercato. Ma già Max Weber aveva osservato che “dove il mercato è lasciato alla sua autonomia, conosce solo una considerazione delle cose, non delle persone, non doveri di fratellanza e devozione, non una delle relazioni umane originarie arrecate dalle comunità personali”. Si svela così all´aporia del sistema. Il metodo competitivo ? che da tecnica di mercato è divenuto ordine della società ? si basa sul primato dell´individuo. Nella società di mercato, l´individuo è indifferente al prossimo, che incontra solo nello scambio al fine di soddisfare le rispettive utilità. Adesso, però, la crisi impone all´individuo sacrifici in nome di quei doveri di fratellanza e devozione che proprio le leggi del mercato hanno contribuito a cancellare dalla coscienza civile. Occorre, allora, trarne le conseguenze. Quella che stiamo vivendo non è una crisi economica, ma una crisi del sistema: la crisi della cosiddetta società di mercato, impostasi a fine XX secolo.È, questa, l´assoluta e impietosa onestà che, oggi, si chiede a chi ha responsabilità di governo: prendere atto che il modello sul quale, negli ultimi anni, è stata costruita l´unità europea è imploso, in quanto i suoi presupposti ideologici non sono stati in grado di garantirne la tenuta e ? tenendo conto delle misure che si sono rese necessarie per fronteggiare la crisi ? procedere, senza pregiudizi o suggestioni ideologiche, a rifondarlo. Non necessitano rivoluzioni, ma restaurazioni. Occorre tornare al paradigma “comunitario” (il Noi-tutti di Benedetto XVI) e ai principi dell´economia sociale di mercato, che a suo tempo hanno ispirato il Trattato comunitario, abbandonando quella deriva liberistica che ne ha connotato l´attuazione e restituendo al mercato la sua funzione di regolazione dell´economia, quale strumento di realizzazione del bene comune. a,.m.leozappa formiche

Lavorare per realizzarsi non per far soldi (by Leozappa)

Sabato, 29 Ottobre 2011
L´Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo recita solennemente l´art. 1 della Costituzione, invocato da quanti, vittime della peggiore propaganda sindacale, continuano a credere che sussista un “diritto” all´occupazione. Nella Carta costituzionale il lavoro è un paradigma di valutazione, che elegge il merito (lavorativo) rispetto agli altri indici sui quali, storicamente, è ordinata la comunità civile, come il censo, il sesso, la forza, la religione. L´ideologia della sovranità del mercato ha, poi, ulteriormente confuso il valore del paradigma, identificando, e con ciò riducendo, il lavoro all´attività utilitaristica con fine il guadagno. Si è persa, così, quella nozione del lavoro come actus personae, come strumento di auto-realizzazione dell´uomo.È evidente che il lavoro serva, ai più, per procurarsi i mezzi per vivere; ma solo la peggiore demagogia liberista può portare a ritenere che serva solo a ciò. Nel 2009 ha riscosso un emblematico successo il saggio L´uomo artigiano di R. Sennet. Il sociologo americano scrive: «Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso. Svolgono un’attività pratica, ma il loro lavoro non è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine di un altro ordine. Se lavorasse più in fretta, il falegname potrebbe vendere più mobili; la tecnica del laboratorio potrebbe cavarsela demandando il problema al suo capo; il direttore d’orchestra sarebbe forse invitato più spesso dalle orchestre stabili se tenesse d’occhio l’orologio. Nella vita ce la si può cavare benissimo senza dedizione. L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno».Oggi, che la crisi ha raggiunto il suo apice si dà per scontato che il criterio per decidere gli investimenti a favore del lavoro debba essere, secondo il mainstream liberista, quello economico dell´efficienza e dell´efficacia: da incentivare sarebbero le sole attività economicamente più redditizie. Ma, così, si condannano alla perdizione quei lavori che si connotano per la capacità di produrre ricchezza ma, soprattutto, di realizzare valori sia per chi le esercita sia per la collettività. Il filosofo A. MacIntyre li designa come pratica: «qualsiasi forma coerente e complessa di attività umana cooperativa socialmente stabilita, mediante la quale valori insiti in tale forma di attività vengono realizzati nel corso del tentativo di raggiungere quei modelli che pertengono ad essa e parzialmente la definiscono». Per intenderci, il lavoro del muratore non è una pratica; l´architettura sì. Si tratta di quel genere di attività umane che costituisce “l´arena in cui le virtù si manifestano” (in senso aristotelico) in quanto conformando i comportamenti personali ai modelli di eccellenza si ottengono i valori insiti nel modello medesimo.Questi valori sono di due tipi: estrinseci ed intrinseci. I primi ? che appartengono solo a chi li ottiene ? sono connessi in modo contingente (“per circostanze sociali fortuite”): si tratta della posizione sociale, del prestigio e del denaro che una determinata pratica può far acquisire. I secondi, invece, sono i valori strutturali, che si ottengono esercitando l´attività, “sono il risultato di una competizione al fine di eccellere, ma sono caratterizzati dal fatto che il loro conseguimento è un valore posseduto dall´intera comunità che partecipa alla pratica”. Avverte, però, il filosofo che le pratiche abbisognano delle istituzioni ? come gli ospedali, i laboratori, le università ? perché sono questi che si occupano necessariamente dei valori esterni. “Nessuna pratica può sopravvivere a lungo se non è sostenuta da istituzioni”, chiarisce MacIntyre, per il quale il rapporto fra pratiche e istituzioni “è così intimo che esse formano in modo caratteristico un unico ordine causale”. Scendendo dai rilievi teorici al terreno pratico, c´è il rischio che politiche di sviluppo che trascurino interventi su artigianato, lavoro autonomo e professioni possano anche sostenere l´economia ma senza arrecare ben-essere della collettività. a.m. leozappa formiche

 

Sugli Ordini mettiamo al bando l’ideologia (by Leozappa)

Sabato, 27 Novembre 2010

“Piove (forte) sul bagnato”: il miglior titolo per i tanti luoghi comuni della vulgata liberista riproposti da questo, peraltro  stimolante, commento alla riforma della professioni forensi ospitato su 2+2, blog di economia e finanza del Foglio. Non intendo difendere le singole misure, ma discutere dei principi che dovrebbero informare l’impianto normativo. Confrontarsi con le parole di Sileoni è a tal fine utile perché, nelle stesse, è forte la eco di quella ideologia della “sovranità del mercato” che mal tollera le professioni perché estranee al paradigma assiologico dell’impresa capitalistica (comunità verso individuo; solidarietà verso profitto; responsabilità verso libertà) Nell’articolo si sostiene che quella dell’avvocato è una “operazione commerciale” come tante altre perché prevede uno “scambio”: beni intellettuali verso denaro. E’ corretto. Mentre non lo è il corollario che se ne trae, ossia che – “pertanto” – nulla distinguerebbe il lavoro dell’avvocato dagli altri scambi praticati sul mercato. Innanzitutto, come insegna Natalino Irti, è forse il caso di ricordare che non c’e un (solo) mercato – mitologicamente ordinato da “leggi naturali” -  ma tanti mercati quante sono le norme che li regolano (il mercato è locus artificialis, non naturalis). Quindi, che nei mercati ci possono essere attività sottoposte a regimi speciali in ragione della natura e portata degli interessi sui quali incidono. Si tratta delle attività “pericolose” per la collettività. Il principio è lo stesso che impone la patente a chi vuole guidare. Perché condurre una automobile è una attività pericolosa (per sé e) per la collettività. Di qui, la legge che riserva la guida a chi abbia la patente, ossia a chi abbia dimostrato di avere la necessaria abilità. Lo stesso dicasi per attività “pericolose” come quelle di cui si occupano il medico o l’avvocato.
Rimanendo al tema, avanti al Tribunale sono in gioco valori e diritti fondamentali per la persona, uno per tutti: la libertà. E’ pensabile che, in questi casi, il cittadino possa difendersi da solo? No, come non è pensabile che sia chiamato a decidere, motu proprio, se avvalersi o meno di un professionista. Sono troppe le incognite di un processo perché una persona non esperta posa valutarle tutte preventivamente. Ecco perché, nel nostro sistema, la legge prevede che l’’attività di difesa in giudizio sia riservata a chi ha titoli e capacità adeguate e l’obbligo di farsi assistere da un avvocato (stabilendo per chi non ha i mezzi la difesa d’ufficio). Per Sileoni la circostanza che in altri Paesi un tale obbligo non sia previsto sarebbe la prova che non è necessario. L’’argomento è debole, debolissimo. In Europa ci sono delle norme che stabiliscono materiali e qualità dei giocattoli a tutela dei bambini. La Cina è priva di queste norme. Significa, forse, che queste norme, per ciò stesso, siano ingiustificate? Credo che nessuno possa sostenerlo, piuttosto la questione è se siano o meno utili e funzionali alla tutela dell’interesse (legittimo) che dovrebbero proteggere.  Lo stesso ragionamento vale per la riforma della professione di avvocato. Lo riconosce anche l’’ordinamento comunitario che non esclude pregiudizialmente che la disciplina più rigorosa prevista da uno Stato membro possa essere compatibile con i suoi principi. Al contempo, è indubbio che nella normativa italiana in materia di professioni si siano stratificate norme corporative. Ma questo non significa né comporta che il sistema abbia perso la sua ragion d’essere (tra l’altro, quando si colpevolizzano gli Ordini per le barriere all’accesso alla professione – smentite dalla crescita esponenziale degli iscritti agli ordini- non si tiene conto che l’esame di Stato non è gestito dai professionisti, che sono minoranza nelle commissioni ministeriali). Anche perché non bisogna dimenticare che quando si sostiene che quella dell’avvocato sia niente altro che una attività commerciale si accetta l’idea che la stessa possa essere esercitata secondo i criteri utilitaristici che presiedono l’attività commerciale. Si accetta in altri termini che l’avvocato, come l’idraulico, possa decidere – per riprendere le parole della Sileoni – di non vendere più la sua prestazione ad un determinato cliente perché, quel giorno, ritiene più remunerativo impegnare tempo ed energie a favore di un altro più remunerativo. Se non è questo il risultato che, come mi auguro, si vuole ottenere dalla riforma del settore, non si può fare a meno di riconoscere la specificità delle professioni che come quella dell’avvocato incidono su interessi generali e da qui partire, rinunciando a pregiudizi e suggestioni ideologiche, per costruire un ordinamento che, debitamente depurato dalle incrostazioni della storia, sia utile alla collettività. a.m.leozappa ilfoglio-2+2

Liberisti di tutto il mondo uniti

Lunedì, 4 Ottobre 2010

La crisi non è una colpa da addebitare al mercato, ma tutt’al più “la reazione naturale della mano invisibile”, troppo a lungo bacchettata maldestramente dalla politica. E ribadire tale tesi, sia chiaro, non serve soltanto per confutare “la narrativa dominante” sullo stato del capitalismo. Così almeno la pensano decine di autorevoli economisti e giuristi, europei ed americani, da ieri riuniti a Washington per il “Trasatlantic Law Forum”. Il simposio internazionale, cui partecipano esponenti del mondo conservatore e liberale, è ospitato dall’American Enterprise Institute e durerà fino a stasera, prima di spostarsi a Berlino per un secondo appuntamento. “Non si tratta di scrivere la storia. Questo è il momento, piuttosto, di fare un bilancio su come le istituzioni, sulle due sponde dell’Atlantico, hanno reagito alla recessione”, dice al Foglio Michael Greve, membro dell’Aei e professore alla Johns Hopkins University: “Sia negli Stati Uniti che in Europa abbiamo assistito a un ricorso massiccio a procedure emergenziali”. Esempi non ne mancano: “La settimana scorsa – nota Greve – la stampa ha portato alla luce l’operato di un ‘comitato segreto’ organizzato da alcuni burocrati e ministeri europei per gestire, all’insaputa dei più, un ipotetico salvataggio dell’euro. Anche negli Stati Uniti, d’altronde, i salvataggi finanziari sono stati realizzati con una discrezionalità assoluta e a tratti incomprensibile ai più”. Così però cresce il rischio di ulteriori errori politici, con annesse ricadute sui mercati. Al seminario di Washington ricorre spesso l’esempio di Fannie Mae e Freddie Mac, i colossi semistatali delle ipoteche immobiliari: “Le politiche governative di garanzia dei mutui, assieme a una politica monetaria estremamente espansiva – dice al Foglio Enrico Colombatto, economista dell’Università di Torino e unico invitato italiano assieme ad Antonio Martino – hanno indotto all’indebitamento tante persone che non potevano permetterselo”. Come dire che alla radice della bolla dei mutui subprime c’era un movente politico – “creare una società fondata sulla proprietà della casa”, era lo slogan – e per di più bipartisan, condiviso da Bill Clinton come anche da George W. Bush. Lo sa bene Peter Wallison, anche lui presente al Forum: oggi avvocato settantenne, negli anni Ottanta fu chiamato da Ronald Reagan alla guida dell’ufficio legale del dipartimento del Tesoro. Uno spregiudicato liberista, dunque? Forse. Fatto sta che già nel 2004 Wallison, in un libro, provò a mettere in guardia dai rischi di una crisi sistemica che sarebbe potuta nascere dai comportamenti irresponsabili di Fannie e Freddie. Ma schierarsi contro la commistione tra pubblico e privato evidentemente costa: Wallison ha raccontato infatti di essere stato costretto alle dimissioni dall’impresa finanziaria per cui lavorava – un gruppo in affari con Fannie Mae – dopo che il presidente dell’agenzia parastatale fece sapere di non sopportare più la presenza di quell’avvocato. Non è un caso, osserva qualcuno, che mentre la stampa segue attentamente la vicenda di Aig – che ieri ha annunciato di avere raggiunto un accordo con il Tesoro per restituire i soldi ricevuti durante la crisi –, poca attenzione è stata riservata al fatto che proprio questa settimana Congresso e Senato hanno approvato in poche ore un ulteriore innalzamento della soglia dei prestiti che possono essere assicurati da Fannie e Freddie. Ancora una volta: tutto il potere ai politici. “La crisi è stata una reazione del mercato ad anni di scelte sbagliate, ma i veri vincitori oggi sono proprio i regolatori, che hanno poteri mai visti prima; i politici, ai quali ci si rivolge per chiedere sicurezza e garanzie; i manager, che hanno addossato le colpe al mercato invece che a se stessi”, dice Colombatto. La nuova enfasi sulla regolamentazione, sostengono però in molti, serve a metterci al riparo da eventuali crisi che verranno: “In realtà siamo già in una fase due: le regole frettolose ed errate di un tempo, una volta fallite, ora inducono l’opinione pubblica a chiedere ancora più regole – spiega al Foglio il professore Michael Zöller, presidente del Council on Public Policy della tedesca Bayreuth University che assieme all’Aei cura l’evento – Per questo, paradossalmente, l’Europa si trova adesso in una situazione un po’ migliore. Il Vecchio continente non è caduto vittima della frenesia legislativa, non foss’altro perché a Bruxelles gli stati membri faticano a mettersi d’accordo su qualsiasi cosa”. Ma a poco più di due anni dal fallimento di Lehman Brothers, le istituzioni americane ed europee saranno valutate soprattutto alla luce della ripresa economica che riusciranno ad assicurare. Ieri gli Stati Uniti hanno rivisto al rialzo il tasso di crescita del pil del secondo trimestre (più 1,7 per cento da più 1,6), mentre le richieste di sussidio per la disoccupazione sono tornate a scendere. Sufficiente? Non proprio. Tra gli analisti americani circola un po’ di sfiducia per il mancato “rimbalzo” dell’economia, al quale invece si erano abituati in altre fasi delicate della storia recente del paese. Il timore – come emerso in particolare dai lavori di un panel su “Bailouts, competition and moral hazard” – è che nel rispondere alla crisi si sia consentita la nascita di un sistema di “capitalismo di stato” o “economia mista” che d’ora in poi frenerà il normale processo capitalista di “distruzione creatrice”. E’ anche un problema culturale: “Fasi di interventismo statale prolungato, l’abitudine alla presenza del welfare, sono fattori che contribuiscono a spegnere lo spirito imprenditoriale – dice Colombatto – e ora ciò accade anche negli Stati Uniti. Non è un processo irreversibile, ma certo anche l’attuale sistema educativo, con il suo sistema di incentivi tutt’altro che meritocratico, non aiuta a ribaltare la situazione”. Da dove ripartire, dunque, è evidente: “Per alimentare questo spirito imprenditoriale, serve facilitare la nascita delle imprese. Le crisi del capitalismo ci sono sempre state e ci saranno sempre – dice Colombatto – ma agendo su imposte e regolamentazioni, queste fasi critiche possono essere abbreviate, riducendone anche i costi sociali”. Musica per le orecchie degli organizzatori statunitensi. I quali, senza bisogno di farsi influenzare dalla polemica anti Obama dei Tea Party, notano come anche in America, secondo gli ultimi dati della Banca mondiale rielaborati dal Cato Institute, l’imposta effettiva sul reddito delle imprese sia lievitata negli anni al 35 per cento. A fronte di una media dei paesi Ocse che è al 19,5 per cento. di Marco Valerio Lo Prete ilfoglio

Perchè Friedman libererà il mondo

Mercoledì, 15 Settembre 2010

Ha quasi cinquant’anni, ma li porta benissimo. Capitalismo e libertà di Milton Friedman torna in libreria in una nuova edizione (IBL Libri, pagg. 296, euro 24), a riprova del fatto che il volume è ormai un classico del liberalismo contemporaneo: vitale come quando apparve, nel 1962. E questo in primo luogo perché le sue tesi continuano a essere in qualche modo «controcorrente» in moltissimi Paesi, a partire dal nostro. L’origine di questa opera è interessante, perché alcune sue parti erano state esposte e discusse fin dal 1956 all’interno dei seminari del «William Volker Fund» da cui emersero – oltre al libro di Friedman – anche La società libera di Friedrich von Hayek e La libertà e la legge di Bruno Leoni. In questo piccolo gruppo di capolavori, il lavoro di Friedman si caratterizza per essere un’opera di alta divulgazione dei maggiori argomenti liberali e, al tempo stesso, perché rappresenta un formidabile tentativo di sviluppare una riflessione teorica sulla società di mercato e sui suoi presupposti. L’economista non ci offre qui le sue ricerche più accademiche in ambito macroeconomico, ma suggerisce invece quelle riforme politiche – dall’istruzione alla sanità, dal fisco all’assistenza – che possono permettere a una società di crescere in libertà e prosperità. L’impatto fu straordinario. Non soltanto perché in America il volume riuscì a vendere ben 400mila copie già nei primi vent’anni di vita, ma anche perché la chiarezza espositiva e il rigore della riflessione l’hanno presto trasformato in una «piccola Bibbia», in grado di offrire un’agenda per gli anni a venire a larga parte del mondo culturale e politico variamente liberale, conservatore e libertario: oltre Atlantico e non solo. Quando il crollo del muro di Berlino portò lo storico Mart Laar alla guida dell’Estonia e questi avviò riforme economiche orientate verso il mercato, molti si stupirono di tanto coraggio e si domandarono come fosse possibile che un’idea come quella della flat-tax, ad esempio, potesse essere nota a un intellettuale uscito dal mondo sovietico. La risposta fu semplice: «Ho letto Friedman».
L’economista americano, insignito del premio Nobel nel 1976, percepì chiaramente l’influenza a largo raggio esercitata dalle sue idee. E così, quando i semi piantati con Capitalismo e libertà iniziarono a produrre frutti significativi (negli anni del thatcherismo e del reaganismo), egli decise di prolungare quel primo volume scrivendo altre due testi di analogo tenore: Liberi di scegliere, del 1980, e La tirannia dello status quo, del 1984. In Italia Capitalismo e libertà arrivò abbastanza presto grazie a Renato Mieli. Dopo aver lavorato a l’Unità ed essere stato uno stretto collaboratore di Palmiro Togliatti, Mieli aveva lasciato il Pci a causa dei fatti di Ungheria e negli anni Sessanta era divenuto l’animatore del Ceses, un istituto liberale che sviluppava ricerche sull’Europa centro-orientale. Oltre a ciò, egli curava presso Vallecchi una collana, intitolata «Cultura libera», che presentò ai lettori italiani fondamentali testi di Hayek, de Jouvenel e altri, tra cui appunto Friedman. In quegli anni il clima culturale era tale, però, che nel 1967 a nessuno parve opportuno usare la parola capitalismo nell’accezione elogiativa adottata dall’autore. Per questa ragione il libro apparve come Efficienza economica e libertà e solo nel 1987 – grazie a una riedizione curata da Antonio Martino e dal Crea presso l’editore Studio Tesi – riottenne il suo titolo più appropriato.  La versione che giunge ora sugli scaffali si avvale di una nuova traduzione di David Perazzoni ed è impreziosita da un’introduzione dello stesso Martino, che sottolinea il radicalismo di quella proposta culturale ed enfatizza l’utilità di quella lezione anche ai fini di comprendere l’ultima crisi finanziaria: assai più correlata a una politica monetaria espansiva e lassista – del tutto anti-friedmaniana – che non a quel libero mercato messo sul banco degli imputati da tanta pubblicistica. Le tesi teoriche formulate dall’economista di Chicago sono oggi, ovviamente, al centro di aspre discussioni. Gli autori liberali della cosiddetta Scuola austriaca, ad esempio, hanno espresso critiche piuttosto nette alla sua metodologia positivista e alle sue idee in materia monetaria. Ancor più negativi verso Friedman, ovviamente, sono i post-keynesiani, che giudicano irragionevole ogni proposta di tenere sotto rigoroso controllo l’espansione monetaria: magari anche grazie a vincoli costituzionali. Tornando oggi a sfogliare il volume scritto quasi mezzo secolo fa da Friedman salta però subito agli occhi come su molti temi il suo successo sia stato impressionante. Quelle pagine uscirono entro un mondo occidentale che era largamente dominato dalla psicanalisi, dal marxismo, dallo strutturalismo. Oggi quell’universo si è in larga misura inabissato, mentre le questioni su cui Friedman invitava a dibattere rimangono più vive che mai. In particolare, è evidente ai più che non vi può essere alcuna società libera se le fondamentali libertà economiche vengono negate, e che è sempre più cruciale affrancare l’educazione dai poteri pubblici e dai programmi ministeriali: come attestano pure le polemiche di queste settimane che scuotono il Regno Unito. La persistente attualità di Capitalismo e libertà è dettata, in linea generale, dall’intrinseca vitalità degli ideali libertari propugnati dal libro, ma è pure rafforzata dal fatto che, almeno nel lungo periodo, il tempo si rivela galantuomo. L’intero Occidente si trova infatti alle prese con la crisi strutturale di un welfare statale – dalle pensioni alla sanità, per citare due voci cruciali – da cui si potrà uscire soltanto grazie a quel drastico ridimensionamento del settore pubblico che Friedman suggeriva. Anche chi in passato non ha condiviso la passione friedmaniana per la libertà, ora è chiamato a fare i conti con la dura legge dei fatti. E a trarne tutte le conseguenze. c.lottieri giornale

L’impresa e l’alibi dell’art. 41 (by Aimis)

Martedì, 8 Giugno 2010

La Carta costituzionale è al contempo la carta d’identità di un popolo. Ne elenca i tratti culturali, anziché quelli somatici. Poiché in Italia nessuno la conosce, significa che non abbiamo idea di cosa siamo. Peggio: significa che ci sentiamo liberi di plasmare ogni mattina i nostri connotati, senza preoccuparci della fotografia scattata dai Costituenti. Ma c’è un’insidia più grave dell’oblio: il falso ricordo, tanto più se procurato con l’inganno. Un esempio potrà forse aiutarci a risvegliare la memoria.

Quale? L’art. 41 della Costituzione. Urge cambiarlo, ha detto nei giorni scorsi il ministro dell’Economia. Altrimenti la libertà d’impresa rimarrà per sempre una chimera, ostaggio d’uno Stato ficcanaso. Applausi bipartisan, con l’opposizione – da Morando a Violante – pronta a concorrere a questa rivoluzione liberale. E i cittadini? Avranno pensato che quella norma l’aveva vergata di suo pugno Stalin, che la Costituzione italiana del 1947 sia una ristampa anastatica della Costituzione sovietica del 1936. Poiché il professor Tremonti è persona colta, lui certamente sa cosa c’è scritto nei tre commi dell’art. 41. Noi invece dei nostri studi ci fidiamo poco, sicché apriamo un codice e inforchiamo un paio d’occhiali.

Primo comma: «L’iniziativa economica privata è libera». Dunque o stiamo consultando un testo apocrifo, oppure la libertà d’impresa ricade già fra i nostri valori collettivi. Che altro dovremmo aggiungerci per renderla più libera? Forse un termine di comparazione: libera come il vento, come un pesce, come il Popolo della libertà. Ma andiamo avanti, magari l’intralcio sbuca dal rigo successivo. Secondo comma: «Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E che dovremmo dire? Che le imprese d’ora in poi saranno inutili o dannose? Che gli industriali devono esser liberi di brevettare giocattoli pericolosi, auto inquinanti, ecomostri, farmaci nocivi? Che possono trasformare le loro fabbriche in altrettanti lager?

Eppure è questo il gluteo su cui andrebbe a conficcarsi l’iniezione ri-costituente. Non può trattarsi infatti del terzo e ultimo comma: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Perché no? Perché senza controlli ciascuno farebbe un po’ come gli pare, svuotando il secondo comma dell’art. 41. Altrimenti sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando al contempo tutti i vigili urbani. E perché se in tale norma s’individua viceversa la matrice delle leggi di piano, è bene ricordare che la prima e ultima legge di tal genere venne approvata nel 1967. Basta lasciare in sonno il terzo comma, dato che dorme da più di quarant’anni. A meno che il problema non siano i «fini sociali» dell’economia pubblica e privata. Si sa che il Pdl, quando sente menzionare Fini, fa un salto sulla sedia.

Insomma l’art. 41 non è che un alibi, uno schermo. Serve a scaricare sulla Costituzione l’impotenza dei politici a inaugurare una stagione di riforme liberali. Dice: ma l’art. 41 tace sulla libertà di concorrenza. E allora? Sarebbe forse incostituzionale l’Antitrust (per chiamarla col suo nome di battesimo: Autorità garante della concorrenza e del mercato), che bene o male funziona dal 1990? Non c’è forse l’art. 117 della Costituzione, che assegna alla legislazione dello Stato la «tutela della concorrenza»? Non c’è un fiume di norme europee – recepite nel nostro ordinamento – che a loro volta proteggono il libero mercato? Altrimenti non si capirebbe perché mai nella giurisprudenza costituzionale la «tutela della concorrenza» figuri in 131 decisioni, il «libero mercato» in 44, la «libertà di iniziativa economica privata» in 81, e via elencando.

Ma dopotutto non è questo ciò che importa. In Italia non conta la Costituzione scritta, conta quella immaginata. Occorre un bel po’ di fantasia, però i nostri politici ne hanno la bisaccia piena. Come diceva Giambattista Vico, la fantasia tanto più è robusta quanto più è debole il raziocinio. m. ainis, lastampa.it

Il liberalismo? da noi tardivo e teorico

Sabato, 13 Dicembre 2008

Chi studia la storia conosce l’importanza della variabile «tempo»: quanto conta, insomma, non solo che certe cose accadano, ma che accadano in un determinato momento piuttosto che in un altro. Per tanti versi, si potrebbe sostenere che la grande fortuna del Regno Unito sia la sua precocità politica: oltre la Manica la grande rivoluzione della modernità politica è avvenuta prima dell’Illuminismo, l’abolizione del dazio sul grano prima del cataclisma europeo del 1848, l’allargamento del suffragio prima del socialismo, la democratizzazione del sistema politico ben prima della Grande Guerra… Per altrettanti versi, potremmo invece leggere la vicenda italiana come la storia di un Paese sempre in ritardo, e perciò eternamente condannato a una rincorsa affannosa.

Il paradigma interpretativo del «ritardo» può servire pure a capire i destini del pensiero liberale italiano, sul quale, a partire dell’articolo pubblicato lunedì scorso da Vittorio Macioce, si stanno ora interrogando le pagine del Giornale. Al liberalismo insomma l’Italia pare essere giunta nel momento in cui alcune delle finestre storiche di opportunità per quel pensiero si andavano, se non proprio chiudendo, quanto meno facendo più anguste. In più, quando infine al liberalismo è riuscita ad arrivarci, e seppure con imponenti riserve mentali, il nostro Paese ci è arrivato ben più nella teoria che nella prassi politica. In questo scorcio di 2008, così, ci troviamo con un’elaborazione ricca ma assimilata tardi dal Paese, un clima storico non proprio favorevole, e ben poco ancora di fatto sul terreno della pratica politica. E non possiamo allora meravigliarci troppo di come i maestri liberali – insieme ai loro allievi, e forse pure al loro pubblico – siano stanchi di fare ancora, dopo vent’anni, la voce di chi grida nel deserto.

Non può esservi dubbio che la vera età dell’oro del liberalismo siano stati gli anni Ottanta: il momento in cui si infrangeva infine l’«onda lunga» del consenso keynesiano postbellico, i cui aspetti più deteriori erano stati per giunta aggravati dal populismo e dalla «rivoluzione dei desideri» degli anni Sessanta. Ferme restando le ovvie differenze, la situazione economica italiana dei tardi anni Settanta presentava più che qualche punto di contatto con quella inglese. Nel periodo in cui però, affrontando immensi rischi politici e sociali, Margaret Thatcher metteva severamente in ordine l’economia inglese, nella Penisola – malgrado sul terreno culturale fiorissero non poche novità, e basti pensare al ripensamento del socialismo – un sistema politico a fine corsa impilava il più mastodontico e illiberale dei debiti pubblici.
In Italia ci vollero gli anni Novanta, il crollo del Muro di Berlino, e poi quello della Prima Repubblica, perché finalmente il liberalismo diventasse di moda. Venne così l’epoca nella quale non soltanto Berlusconi poté vincere le elezioni promettendo una rivoluzione individualistica, ma perfino i bolscevichi più incalliti non resistevano al vezzo di definirsi liberali. Seppure aggiungendo, magari, «di sinistra». Quell’epoca però – l’epoca in cui Fukuyama profetizzava la fine della storia e la globalizzazione economica pareva soprattutto un’opportunità – non è poi durata tanto a lungo. E quando della fase storica succeduta alla Guerra Fredda le opinioni pubbliche occidentali hanno cominciato a percepire i rischi più che i vantaggi, nel nostro Paese la breve stagione della moda liberale si è conclusa.

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Maestri Liberali battete un colpo

Lunedì, 8 Dicembre 2008

Cari maestri, dove vi siete nascosti? Questo Paese ha nostalgia del Novecento e c’è una gran voglia di «impiccare» i liberali. È la vendetta di tutti gli orfani delle ideologie. Un amico qualche giorno fa raccontava lo strano destino di Von Hayek. È stato indicato come monatto della crisi da vivo e da morto. Nel 1929 fu Rostow a dire: tutta colpa di Hayek e di Mises. Quest’anno Samuelson ha puntato l’indice su Friedman e, tanto per non sbagliare, e ancora su di lui, il viennese maledetto. Quando le cose vanno male certa gente sa sempre dove bussare. Ma non è solo colpa loro. Un po’ i liberali se la cercano. Quando c’è da fare muro, da sostenere la forza di un’idea, loro si rifugiano in ordine sparso, ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, come direbbe Vasco Rossi. Allora, dite, in quale convento siete finiti? Antiseri è quasi un padre, eppure di questi tempi è così disilluso e avvilito che fatica a parlare. Ricossa vive di arte, musica, bellezza e solitudine. Pera dialoga solo con Dio. Martino sogna di fare il suo mestiere, ma il dicastero dell’economia era out con il bel tempo, figurati ora che c’è crisi. Quagliariello è un po’ più vecchio e indossa la toga dei senatori. Panebianco fa prediche inutili sul Corsera e si consola leggendo ancora Einaudi. Ideazione, luogo d’incontro degli ultimi liberali, vive solo on line. Tutti quanti sanno che la cultura liberale di massa è una favola a cui credono solo i piccoli imprenditori. Loro, almeno, sono rimasti sul fronte a combattere. Non c’è un giornale, una televisione, una rivista, un partito che sventoli la bandiera dell’orgoglio liberale. È questa la realtà, a destra come a sinistra. C’è qualche fondazione, come l’istituto Bruno Leoni e un paio di case editrici. Ma è una minoranza di simpatici incoscienti. La rivoluzione liberale è finita. Anzi, non è mai davvero iniziata.

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Il liberismo e la speranza

Mercoledì, 30 Aprile 2008

Da una quindicina d’anni su questo giornale mi batto per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo. Sostengo i benefici della concorrenza e dell’apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché penso che mercati aperti e concorrenza siano lo strumento per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, non dal loro impegno o dalle loro capacità. Nel frattempo nel mondo sono successe alcune cose. La globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel 1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano, nel mondo, una su tre; oggi poco meno di una su cinque.

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