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Che follia criminalizzare le veline (by Mughini)

Giovedì, 18 Luglio 2013

Spiace che a scorrazzare ancora una volta lungo le acque del Banal Grande sia un personaggio di rilievo delle nostre istituzioni democratiche. Il presidente della Camera, Laura Boldrini. È stata lei a dire che sarà un gran cosa ai fini del rinnovo dell’immagine della donna nella tv pubblica che non si faccia più il concorso di Miss Italia, e questo perché già l’idea di cercare e valorizzare la Bellezza femminile sarebbe un modo di ridurre la donna ai suoi attributi fisici e dunque in qualche modo sminuirla se non offenderla. A me questa crociata contro l’idea stessa di una gara fondata sulla Bellezza femminile, della gara che rivelò al nostro immaginario Lucia Bosè e Sophia Loren e cento altre, sembra una sciocchezza inimmaginabile.

Ciò che è tutt’altra cosa dal riconoscere che le ultime annate televisive di Miss Italia erano di una noia soporifera oltre che sprovviste di qualsiasi spezie che elettrizzasse quanti di noi se ne fanno un faro dell’adorazione della Bellezza femminile. Quel concorso, quella gara, quella cernita e valorizzazione di belle ragazze del tempo nostro andava mille volte ammodernata, aggiornata, resa meno insipida e prevedibile. Alla volta (più di dieci anni fa) che feci parte di una sorta di giuria del concorso lo avevo ripetuto non so quante volte che nell’epoca delle “veline” inventate da Antonio Ricci per esibirsi sul palco di “Striscia la notizia”, le candidate abituali di Miss Italia (non tutte!) sembravano le loro nonne. Un «numero sulla schiena» ha detto la Boldrini, e in questo aveva ragione. Non ha ragione nemmeno un po’ nel pronunciare che una cosa è la strada alta della Donna moderna e delle sue prerogative morali e professionali, e tutt’altra la strada della Bellezza della donna, e come se la donna moderna fosse in antitesi con la donna che è bella e lo sa e se ne vanta e conta a migliaia noi che ne siamo gli umili ammiratori. E a non dire che senza la Bellezza femminile e i suoi corifei, sarebbe stata tutt’altra la storia della letteratura, della pittura, della poesia. Come ha scritto una volta Carlo Dossi, Francesco Petrarca era un autore noioso prima di incontrare Laura. E non è che la Bellezza femminile parla solo a noi maschietti bavosi (io bavoso non lo sono nemmeno un po’), e bensì anche alle donne tutte. Non solo le belle e impudenti ragazze degli anni Sessanta italiani si sono identificate in Valentina, l’eroina del disegnatore principe Guido Crepax di cui è in corso una bella mostra a Milano. A tutte le ragazze italiane dei Sessanta Valentina ha insegnato qualcosa quanto all’esser libere e fiere.

La Boldrini prende in mano delle statistiche e dice che solo il 2 per cento delle donne che compaiono in televisione parla a dire una sua opinione e un suo giudizio. Se stanno lì è per fare sfoggio di scollature (e relativo silicone) e di minigonne sul cui contenuto la camera non si perde un primo piano che sia uno. Sfumatura più sfumatura meno, è esattamente così. Con l’aggiunta di una terza tipologia, le donne siliconatissime che in tv ripetono all’infinito che i valori su cui devono puntare le donne sono tutt’altri, valori dello spirito e della conoscenza intellettuale. Solo che il discorso qui è più complesso di quanto appaia. Non mi pare che ci sia qualche milite appostato in tv a impedire alle donne di prendere la parola. Serena Dandini, Milena Gabanelli, Federica Paninucci, Lucia Annunziata, Lilli Gruber, Miriam Leone (un’ex Miss Italia recente), Simona Ventura, Daria Bignardi e cento altre la parola la prendono eccome. Molte, moltissime altre invece non sono lì per prendere la parola e bensì solo per scenografia, e tavolta non solo in trasmissioni di serie B. Una bella donna ci sta sempre e ci starà sempre, in un prodotto della comunicazione di massa, a dare all’occhio e all’immaginazione la sua parte.

Del resto se in molti accendono la televisione è per vedere una ragazza che abbia le movenze di una lap dancer e non il volto di una donna segnata dalle rughe e dagli affanni. Non per questo diremo che la Bellezza femminile è una colpa e la malediremo. Non per questo scenderemo così in basso da prendercela con le ragazze che vanno in giro strizzate da shorts corti e aderentissimi sino a dire che se ci sono in giro dei sottouomini che ne sono accesi negativamente, è colpa di quegli shorts. Mai diremo una sola parola contro la Bellezza femminile, che è invece la prova definitiva dell’esistenza di Dio. Lo so, lo so benissimo che negli spot pubblicitari le ragazze sono sempre invitanti e seminude. È una semplificazione atta al pubblico babbeo, meglio quella che sparare alle ragazze che vogliono studiare come pure avviene da qualche parte. Quanto alle semplificazioni del linguaggio pubblicitario, in quegli stessi spot c’è sempre un maritino che torna a casa gongolante e chiede alla moglie quali cibi succulenti abbia preparato. Ogni volta a me, che per trenta o quarant’anni ho cucinato e messo in tavola per le mie amiche (molte delle quali non sarebbero entrate in una cucina neppure morte), me ne veniva un singulto. Non per questo chiedevo l’abolizione degli spot pubblicitari, spot di cui non è mai morto nessuno. Così come non morirà mai nessuno a causa dell’una o dell’altra sfilata di Miss. Semmai il contrario. Rinascerà.

di Giampiero Mughini libero

Boldrini, la mater dolorosa della Camera

Lunedì, 20 Maggio 2013

Per Laura Boldrini non è stato semplice cambiare vita. Dopo circa 25 anni passati nelle Agenzie delle Nazioni Unite ha lasciato Il suo ultimo incarico (portavoce dell’Alto commissariato per i rifugiati, l’Unhcr) solo dopo essere stata eletta alla Camera grazie a Sinistra ecologia e libertà.

Ha detto addio a un contratto da dirigente ma è caduta in piedi, perché è passata dai quasi 8mila euro netti al mese della sua vecchia attività ai circa 17.600 che spettano alla terza carica dello Stato, prontamente ridotti a 12.500 dopo la sobria sforbiciata decisa col suo omologo a Palazzo Madama, Piero Grasso. Un taglio che ha entusiasmato i grillini e che ha galvanizzato i fan di questa acerrima rivale dell’ultimo governo di centrodestra, troppo duro – a suo dire – con gli extracomunitari.

A sessant’anni – gliene mancano otto – la dottoressa Boldrini avrà già diritto a una

pensioncina che, assicurano dal suo efficientissimo staff, non è stata ancora calcolata con precisione ma senza dubbio sarà «contenuta». D’altronde l’ha maturata in soli quindici primavere.

Nulla di strano, per certi ambienti. Quelli delle organizzazioni internazionali sono contratti
particolari, che di solito durano da uno a tre anni e possono essere rinnovati. Spesso i
funzionari hanno benefit come l’affitto della casa e il rimborso della retta scolastica dei figli, oltre a correzioni alla busta paga in base al costo della vita e la copertura finanziaria per alcuni viaggi privati.

Ma com’è stata la carriera dell’attuale presidente della Camera? Negli anni Ottanta aveva

cominciato a lavorare per la Fao, accantonando una sommetta ogni mese per ottenere il
vitalizio. I fondi non furono sufficienti per acquisire il diritto: al termine dell’incarico le vennero restituiti. Nel 1993 è passata al Programma alimentare mondiale. Ruolo di portavoce per l’Italia. Un incarico che non prevedeva copertura previdenziale.

Poi, il grande salto: portavoce dell’Alto commissariato. Contratto importante, tecnicamente

inquadrato come P4, step XI. Dodici mensilità tra i 7 e gli 8 mila euro. Netti. Senza trattamento di fine rapporto. A differenza di altri colleghi, non ha avuto il rimborso per gli studi della figlia ventenne (che Chi ha descritto impegnata sui libri in quel di Londra per laurearsi in Scienze politiche). Ovviamente, i viaggi per attività istituzionale (con alberghi
e ristoranti connessi) sono stati a carico dell’Agenzia. E meno male per lei, visto che la
terza carica dello Stato non s’era risparmiata.

Ha girato come una trottola. Non solo in Europa o nell’area del Mediterraneo. Missioni su missioni. Anche in luoghi di crisi. Pakistan, Afghanistan, ex Jugoslavia, Caucaso, Iran, Angola, Ruanda, Sudan.

Dalla mezzanotte (ora di Ginevra) del 16 maggio sono scaduti i termini per farsi avanti e
sperare di occupare il posto lasciato libero dalla dottoressa Boldrini. Sul sito dell’Unhcr sono snocciolati i compiti di chi vuole cimentarsi in un incarico così delicato. Sul web sono elencati con precisione. Tra le altre cose, il prescelto dovrà mantenere i contatti con le autorità nazionali e i mass media e curare le missioni diplomatiche. Il tutto con un obiettivo primario: il bene dei rifugiati. Che l’Unhcr vuole ovviamente «proteggere e assistere» per «trovare soluzioni durevoli».

Il successore dell’attuale presidente della Camera dovrà affrontare seminari, conferenze,

tavole rotonde sui temi umanitari. E poi, come chiarisce il sito internet ufficiale, dovrà
produrre comunicati stampa. Evidenziare i problemi dei rifugiati. Organizzare corsi di formazione per giornalisti. Condurre gruppi di cronisti nella aree di emergenza per «aumentare la visibilità dell’Unhcr». Informare il personale.

Mica tutti possono ambire a un ruolo del genere. È richiesta la laurea, almeno dieci anni

d’esperienza, la perfetta conoscenza dei problemi dei rifugiati e le leggi dei diversi Paesi. Ottima padronanza dell’inglese e dell’italiano. Oltre, ovviamente, a «eccellenti capacità relazionali». E attitudine a parlare in pubblico. Laura Boldrini era così brava da meritarsi la definizione di personaggio dell’anno nel primo numero del 2010 di Famiglia cristiana.

Era diventata un punto di riferimento per chi s’indignava contro il centrodestra, in particolare per i respingimenti dei barconi in arrivo dall’Africa. Solo Nichi Vendola

poteva far cambiare vita alla dottoressa Boldrini. Originaria di Macerata, in una delle sue
prime uscite pubbliche ha deciso d’andare al funerale di una coppia d’anziani suoi corregionali.

Si erano suicidati per problemi economici. La fresca presidente della Camera, già portavoce dell’Alto commissariato, aveva spiazzato tutti: «Non immaginavo tanta povertà». Dopo tutto quel girovagare, bentornata in Italia. M. Pandini per “Libero

 

 

Gheddafi, a letto con le donne dei capi di stato

Martedì, 9 Aprile 2013

Sesso con le first lady per tenere in pugno i mariti. Impossibilitato a diventare “re dei re d’Africa”, come avrebbe desiderato, il predatore Muammar Gheddaficercava con ogni mezzo di possederne le consorti. Un modo per schiacciare gli avversari, attirando i potenti in una rete sordida di ricatti e umiliazioni. Il Colonnello “governava, umiliava, asserviva e puniva attraverso il sesso”, racconta un suo stretto collaboratore nel libro-inchiesta Le Prede, della reporter di Le MondeAnnick Cojean.

Il potere del sesso - Nell’harem passavano ogni giorno ragazzine del popolo, trasformate in vere e proprie schiave sessuali. Ma la vera sfida di Gheddafi era possedere i “bocconi di prima qualità“: moglie e figlie di leader politici da esibire come “meravigliosi trofei”. “Più che nel sedurre la donna, la posta in gioco consisteva nell’umiliare attraverso di lei l’uomo che ne era responsabile – in Libia non c’è offesa peggiore -, nel calpestarlo, annientarlo o, nel caso in cui il segreto non venisse rivelato, esercitare un ascendente su di lui, risucchiare la sua forza e dominarlo, almeno psicologicamente”. E, per ottenere questo, poteva mandare aerei in capo al mondo, o ricoprirle d’oro dalla testa ai piedi: tentazioni che certe rampolle di leader africani non esitavano a cogliere, chiedendo a “papà Muammar” di finanziare le loro vacanze, i loro studi o i loro progetti d’impresa.

Qualche esempio - La figlia di un ex presidente del Niger, ad esempio, secondo la Cojean, “è stata a lungo una delle sue intime e l’ha accompagnato in numerosi viaggi ufficiali”. Ma al Colonnello “piaceva anche l’idea di sedurre le mogli sotto il naso dei mariti”. E, per far questo, gli incontri internazionali erano l’occasione più ghiotta. Come il summit del 2010 a Tripoli tra Africa e Unione Europea, quando – racconta una donna che ha lavorato per anni al servizio di protocollo – la “terribile” Mabruka Sherif, responsabile del “servizio speciale“, esaminò le foto delle first lady presenti (per ognuna era stato preparato un dossier) e ne scelse una, dotata di “una capigliatura formidabile”. “Mi faccia una fotocopia della scheda. E’ per la Guida”, disse. La signora fu inondata di regali, fra cui una parure di diamanti da mozzare il fiato. E quando Gheddafi decise che avrebbe voluto incontrarla a Bab al-Azizia alle nove dell’indomani, non fece alcuna obiezione. “Alle dieci – si legge nel volume – il marito aspettava la moglie in una sala dell’aeroporto. Alle undici lei non era ancora arrivata. Nè a mezzogiorno. L’imbarazzo degli addetti al protocollo e della delegazione era evidente”. La first lady giunse infine all’una e mezza, “disinvolta e sorridente, con la cerniera lampo del completo aderente strappata sul fianco”.

La beffa - Secondo la reporter, Gheddafi spaziava anche al di là dello stretto recinto delle first lady, fra ministre di Paesi stranieri, ambasciatrici, presidentesse di delegazioni. E persino su una delle figlie di Abdullah, il re dell’Arabia Saudita, di cui si invaghì pazzamente senza successo. Finché la mezzana incaricata dell’abbocco, disperata per i continui dinieghi, assunse una marocchina che si spacciò per la bella principessa. Uno stratagemma che si rivelò vincente: accecato dall’orgoglio, per una volta, il Colonnello si fece abbindolare.  libero.it

Veleno nella vagina per uccidere il marito litigioso…

Giovedì, 31 Gennaio 2013

A Rio Preto, in Brasile, pare che le mogli dopo animate discussioni non scherzino affatto e siano piuttosto vendicative. Un uomo di 43 anni, infatti, ha denunciato sua moglie dopo che lei ha tentato di assassinarlo mettendosi del veleno nella vagina e obbligandolo ad avere un rapporto orale con lei. I due poco prima avevano litigato pesantemente; e il cambiamento d’umore repentino di lei, ha fatto salire i sospetti al marito che prima di praticare sesso orale (che ricordiamo dicono provochi il cancro alla gola) ha avvertito un forte odore intorno all’organo sessuale della moglie, ma non l’ha scampata perché ha comunque inalato i fumi del veleno, sentendosi male quasi subito. L’uomo, successivamente, si è recato in ospedale per capire che cosa fosse successo e le analisi del sangue hanno svelato che erano presenti sostanze tossiche nel suo organismo. L’uomo se l’è cavata con una lavanda gastrica, mentre la moglie è scappata senza lasciare traccia. La donna, adesso, è ricercata per tentato omicidio e in attesa di processo. Occhio uomini (e donne) che il sesso dopo la lite non sempre è riparatore… libero

 

Bankitalia, che sprechi!

Lunedì, 17 Settembre 2012
Gli oltre 7mila dipendenti sono pagati mediamente 109mila euro l’anno. I dirigenti costano agli italiani  3,1 milioni di euro l’anno. Visco si mette in tasca 757mila euro.  Si continuano a chiedere sacrifici agli italiani, ma c’è chi spende e spande senza problemi. Un caso su tutti: la Banca d’Italia che disperde ogni anno cifre mostruose sotto gli occhi distratti del governo. Nonostante il suo ruolo sia sempre più ridotto in favore della Bce, il carrozzone di via Nazionale, mantiene un esercito di dipendenti, 7 mila, che costano 819 milioni, e spende per la sua amministrazione qualcosa come 420 milioni di euro.  Il Fatto quotidiano è andato a spulciare le voci del Bilancio di palazzo Koch e sul sito ha pubblicato le cifre degli sprechi, che gridanno davvero vendetta. Un plotone di giardinieri armati di semi, piante ornamentali e annaffiatoi pronti a sparare sul mercato una micidiale raffica di fiori. Fiori per sette milioni di euro. Tanto costa la manutenzione delle piante e dei giardini nelle sedi di rappresentanza e nel parco sportivo del Tuscolano a Frascati, quartier generale dell’istituto con campi da tennis, calcio e piscina. Non mancano progetti per l’orto didattico e la raccolta delle olive made in Bankitalia. Poi ci sono i videocitofoni e campanelli nuovi di zecca da 15 milioni di euro appena acquistati.  Senza contare le poltrone d’oro. A cominciare da quella su cui è seduto il direttorio di nomina governativa che controlla l’autorità bancaria che costa in organi collegiali e periferici 3,1 milioni di euro l’anno in compensi. Ma non si tratta di centinaia di persone ma poche decine: i 13 consiglieri superiori prendono 371mila euro, i cinque componenti del collegio sindacale 137mila. Ed ecco la punta: al governatore Ignazio Visco vanno 757.714 euro, al direttore generale Fabrizio Saccomanni vanno 593mila euro, i quattro vice-direttori (oggi tre, perché il 12 luglio Anna Maria Tarantola ha lasciato l’incarico per assumere la presidenza della Rai) hanno emolumenti da 441mila euro. Non stanno meno male i 7.315 dipendenti con 2mila tra funzionari e dirigenti che costa mediante agli italiani 109.300 euro ciascuno. Non solo. Prima che Draghi lasciasse via Nazionale per andare in Europa, racconta Thomas Mackinson sul sito del Fatto, ha preferito esser certo a Roma, capissero bene quando dall’Eurotower parla di spread e fiscal compact. Così la Banca d’Italia ha affidato a un’agenzia un programma di formazione di inglese da 620mila euro, che per dei corsi di lingua non sono noccioline, soprattutto perché i bandi di assunzione dell’ente richiedono espressamente una conoscenza avanzata dell’inglese. Prima dell’assunzione, non dopo. Senza contare che da anni sette consulenti-traduttori sono a libro paga dell’ente al costo di mezzo milione di euro. E qui si apre il capitolo consulenze, un dossier sempre corposo e soprattutto costoso visto che al 30 agosto i consulenti esterni a libro paga di Bankitalia sono già 112 e totalizzano incarichi per due milioni e mezzo di euro. Ma a gravare sui conti dell’istituto, fa notare il Fatto, sono anche i costi legati alla manutenzione di un patrimonio immobiliare sterminato che la Banca d’Italia ha collezionato dai tempi della sua nascita a oggi: il patrimonio per fini istituzionali ha raggiunto una consistenza pari 4,2 miliardi. Poi ci sono 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza, trattamento del contante, tesoreria dello Stato. Più tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo. Il budget per la manutenzione di questo patrimonio, stando agli affidamenti in corso, ha un budget 30 milioni di euro. Gli edifici del centro storico della Capitale ne impegneranno altri 14,6. Solo per mettere telecamere e citofoni al complesso di via Nazionale 91, Tuscolana e del Centro Donato Menichella a Frascati si stanno per spendere in progettazione, installazione e mantenimento 15 milioni (oltre Iva). Poi c’è l’area di via Tuscolano 417, quartier generale dell’istituto, che ha in corso affidamenti per 21 milioni. Per gli edifici romani e per il “Centro Donato Menichella” di Frascati, che ospita buona parte delle strutture di elaborazione dati, è in arrivo una green revolution: è in corso di affidamento una gara per la manutenzione del verde e il noleggio di piante ornamentali, fioriere, composizioni di fiori recisi e aiuole per sette milioni di euro. Solo gli interventi di manutenzione dell’ex Cinema Quirinale, portone di rappresentanza della Banca, costano 3 milioni di euro. La settimana scorsa al Senato è passato un emendamento per avviare una spendin review anche in Bankitalia: si taglieranno le auto blu, le ferie, i buoni pasto e le consulenze. Ma a guardere le cifre pubblicate dal Fatto sembra veramente una goccia nell’oceano. Libero

Conti truccati contro l’Italia (by Pelanda)

Domenica, 22 Luglio 2012

Da un paio di mesi sto cercando di capire perché il costo di rifinanziamento del debito italiano sia il doppio di quello che sarebbe giusto in base ai dati economici fondamentali ed alle azioni recenti del governo. Il Centro studi di Confindustria stima che il differenziale realistico – appunto, basato sull’analisi dei fondamentali –  tra titoli di debito italiani e tedeschi (spread) dovrebbe essere di 164 punti e non di quasi 500. E avverte che se i tassi teorici e reali convergessero, l’Italia, nel medio termine, tornerebbe in crescita invertendo la tendenza recessiva e, soprattutto, la crisi del credito, e bancaria, che dipende direttamente dall’eccesso di sfiducia sul nostro debito. Se non convergeranno, invece, la recessione sarà devastante, in avvitamento. Per evitare tale scenario catastrofico - Confindustria ritiene necessario uno scudo anti-spread più efficace di quello ora in discussione nelle sedi europee. Sensato. Ma l’efficacia dello scudo anti-spread risentirà comunque dell’opinione del mercato in relazione all’Italia. Con questo in mente ho chiesto spiegazioni ai principali attori del mercato finanziario. La risposta concorde è stata: leggiti cosa scrive il Fondo monetario sull’Italia, che è la fonte dati principali a cui si ispirano tutti quelli che devono valutare i rischi sovrani, e, visto che sei del mestiere, capirai perché pretendiamo un premio di rischio del 6% e oltre per comprare titoli decennali di debito italiano, e perché siamo incerti se acquistarli o meno. Ma è immotivato l’eccesso di negatività del Fmi sull’Italia, ho risposto. Prova che sbaglia, hanno ribattuto scettici. Per questo sono andato a confessare parecchi analisti e funzionari del Fondo, raccogliendo le confidenze che qui sintetizzo.L’estate rovente – Nella tarda primavera del 2011, quando la crisi si estese all’Italia, una parte dello staff del Fmi, in particolare quello di nazionalità italiana, voleva che il Fondo rendesse pubbliche le analisi sulla sostenibilità del debito e sui fondamentali dell’economia italiana che non giustificavano l’inasprirsi della pressione dei mercati e il conseguente innalzamento dello spread. Questa posizione uscì sconfitta per due motivi. Primo, si formò un asse occulto tra il direttore generale Lagarde e il rappresentante tedesco presso il Fmi, con la benedizione di quello francese, volto a mantenere altissima la pressione sul’Italia. Non solo il Fmi non dischiuse le  valutazioni favorevoli sull’Italia ma chiese, con il sostegno tacito della Germania, un monitoraggio rafforzato sull’Italia,  strumento che dal 2004 a oggi è stato utilizzato solo per Nigeria e  Giamaica. Tale mossa, nelle intenzioni dell’alta direzione del Fmi e della Germania, doveva essere il precursore per costringere l’Italia ad accettare un «programma» di circa 90 miliardi: non tanto per rifinanziare il debito pubblico italiano, ma finalizzato a mettere sotto controllo totale (un prestito serve ad imporre condizioni) le decisioni economiche e di bilancio del governo italiano. Infatti nel vertice G20 di Cannes, nel novembre 2011, Lagarde annunciò una nuova forma di prestito (Precautionary and Liquidity Line; PLL) che molti analisti e giornalisti – si vedano le agenzie Bloomberg e Reuters  di quel periodo – valutarono concepita specificamente per mettere in gabbia l’Italia. Secondo motivo. Il governo italiano non intervenne a sostegno degli analisti che volevano ripristinare la verità tecnica sull’Italia e questi, non sentendosi sostenuti dal governo interessato, smisero di insistere. Ed è ancora così, misteriosamente.Tesi tedesca – Da allora le pubblicazioni ufficiali del Fmi tendono fedelmente a riflettere la posizione tedesca sull’Italia: consolidamento fiscale e riforme strutturali in tempi ed intensità insostenibili. Non trovano spazio in tali pubblicazioni le analisi interne del Fondo che mostrano come nella crisi dell’euro l’effetto contagio sia dirompente; come i tassi italiani si muovano in risposta ad analoghi movimenti di quelli spagnoli. Se si fosse dato spazio a queste analisi, la conclusione sarebbe stata che l’Italia era vittima di contagio e che avrebbe dovuto beneficiare del supporto sistemico della Bce, cosa che la Germania assolutamente non voleva. Nelle analisi pubblicate, inoltre, non vi è traccia delle preoccupazioni dello staff per gli alti tassi di interesse italiani che, lungi dal facilitare le riforme, ne ostacolano la loro realizzazione proprio per mancanza di accesso ai mercati a costi sostenibili. Ugualmente, non vi è alcuna critica pubblica o semipubblica alla Bce, che, invece, dallo staff Fmi viene percepita come elemento del problema, non della soluzione. Anzi, in ossequio alla volontà tedesca, la Bce viene inserita nella troika che impone e controlla la condizionalità dei Paesi membri dell’euro, un fatto assolutamente inedito nella storia del Fmi e che trova la ferma opposizione degli Stati Uniti. In tutte le pubblicazioni, con l’eccezione – per altro insufficiente – dell’ultimo numero del Fiscal Monitor,  non vi è alcun tentativo di analizzare in forma separata e specifica l’Italia che, invece, viene sempre appaiata alla Spagna o ad altri Paesi periferici. Quest’approccio metodologicamente infondato e politicamente distorto, in quanto i problemi dell’Italia sono diversi dagli altri, nonché molto minori,  continua in questi giorni in cui l’Italia continua a essere associata alla Spagna senza che si faccia chiarezza sul percorso di riforme intrapreso da Roma in una condizione strutturalmente molto più solida rispetto a quella di Madrid.Colpe e assedi – L’Italia è certamente colpevole di disordine economico, per esempio la lentezza delle riforme e l’inconsistenza di gran parte dei politici, partiti e sindacati. Inoltre non possiamo nasconderci che nel 2011 ha perso credibilità in modo totale. Ma i suoi fondamentali sono decenti, ha fatto riaggiustamenti economici, pagati con il sangue del popolo produttivo, come nessuna altra nazione. E, pur se da poco, comincia a tagliare spesa pubblica invece che alzare le tasse ed a valutare, pur ancora timidamente, operazioni patrimonio contro debito. Francamente non si merita uno spread così alto e devastante né tantomeno che le valutazioni del Fmi non riconoscano gli aspetti positivi e specifici della nazione. Si tratta di guerra economica condotta dalla Germania contro l’Italia, per  indebolirla e meglio condizionarla, o  solo di una diversità o di errori analitici, per la loro tipica ansia che distorce le visioni, dei tedeschi? Alcuni indizi fanno propendere per la prima ipotesi, dal momento che sono in atto tentativi di conquista di posizioni di controllo nei settori industriali, dell’energia (Ansaldo) e bancario e forti compressioni della presenza italiana nei mercati esteri.Linea prudente – Il governo Monti non vuole rispondere, e un suo esponente mi ha suggerito di non portare questo tema sulla stampa dopo un primo articolo pubblicato su Il Foglio, perché  sta tentando una strategia non conflittuale di convincimento della Germania, nella paura che Berlino possa «catastrofarci» se la denunciamo e sfidiamo. O preferisce tenere nascosti i difetti di gestione dell’immagine italiana presso il Fmi e altrove? Per questo chiedo alle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa, se possibile in sessione congiunta in quanto il problema è di sicurezza nazionale, di chiamare in audizione chi può dettagliare ed espandere gli indizi qui riferiti per decidere se siamo oggetto di un attacco o meno e se, in caso, il governo sia attrezzato per la giusta difesa. Secondo me la nazione è sotto attacco e dovrebbe reagire con massima durezza e determinazione. Ma è meglio che siano le istituzioni ad accertarlo in modi approfonditi, vigileremo che lo facciano. www.carlopelanda.com libero

Mughini, come Temis, la Minetti? è bravissima (a fare il suo)

Martedì, 17 Luglio 2012

Su Nicole Minetti le verità possibili sono due. O l’una o l’altra. O lei è una ragazza in gamba che s’è laureata brillantemente, che conosce bene la lingua inglese, che ci sa fare nelle relazioni pubbliche e dunque anche in politica e che meritava ampiamente di essere eletta al seggio di consigliere regionale della Lombardia (così l’ha difesa veementemente e più volte Silvio Berlusconi). Oppure lei è una buona a nulla, solo un portento riuscito del lavoro combinato di madre natura e del chirurgo plastico, una ragazza impudente la cui immagine lorda la fisonomia dello schieramento politico cui appartiene, tanto che il segretario del Pdl le ha adesso chiesto di alzare i tacchi e smammare.E poi c’è un terzo punto di vista. Quello delle intellettuali e delle giornaliste di sinistra che qualche tempo fa accesero un movimento di opinione che volgeva a difendere «la dignità delle donne», e volevano dire che quanto era successo in fatto di bunga-bunga o di burlesque dalle parti di Arcore era stato un togliere dignità a viva forza alle protagoniste di quelle serate, alle ragazze che si addobbavano in perizoma, che si facevano palpeggiare dagli ospiti, che ascoltavano a pagamento le barzellette del padrone di casa.A loro, alla Polanco, alle gemelle De Vivo, alla giornalista Mediaset che ha accettato in dono un appartamento milanese in cambio di qualche sorriso a cena, alla prorompente Nicole Minetti travestita non ricordo più se da poliziotta o da suora, la dignità di cui erano abbondantemente provviste era stata tolta a viva forza dal demoniaco satrapo che le aveva convitate a cena. A viva forza. La dignità. Per tornare alla Minetti, dico subito che la ammiro molto. Nel panorama degli orrori di cui è ricca la nostra vita pubblica, lei non mi sembra affatto il peggio. Lasciamo stare la dignità, termine privo di senso se riferito alla tribù delle olgettine.

NICOLE MINETTI IN SARDEGNA jpeg

E del resto lei per prima non ne ha mai fatto una questione di dignità. A giudicare dalle intercettazioni telefoniche che la riguardano, la Minetti sapeva benissimo quel che stava facendo e perché lo stava facendo e perché si sarebbe ritrovata nei guai giudiziari. Alle ragazze con cui parlava non si rivolgeva in inglese, e bensì nella lingua sapida delle donne che stanno dando un prezzo alla loro bellezza. Ragazza priva di dignità, ma palesemente in gambissima per come riesce in quello che vuole e vuole essere. Diego Volpe Pasini, l’imprenditore friulano che viene indicato come uno dei «consigliori» di Berlusconi, ha detto al Fatto che la Minetti ha «una gran testa».

NICOLE MINETTI IN SARDEGNA

Senza averla mai vista una sola volta, la penso allo stesso modo. A cominciare dalla ferrea coerenza con cui si è proposta ed esposta nei due anni che dura la sua esplosione massmediatica. Mai un solo minuto lei ha recitato la parte della «laureata» che di lavoro faceva il consigliere regionale in Lombardia. In due anni pare che abbia preso la parola in aula solo una volta, e su argomenti marginalissimi. E laddove appena vedeva nei paraggi un fotografo subito si metteva in tiro a tendere allo spasimo quelle camicette che rivelavano più che occultare un seno strabordante.E dunque di tutto la potete accusare fuorché di millantato credito. Vendeva quel che aveva. Mai una volta che la Minetti abbia rivaleggiato con pensatrici contemporanee quali Alba Parietti o Daniela Santanché nel sentenziare sull’uno o sull’altro argomento della Grande Politica. A differenza della Patrizia d’Addario non ha scritto alcuna autobiografia. A differenza di Marianna Madia, la deputatessa del Pd cara a Walter Veltroni, non è che a distanza di quindici giorni abbia dato del governo Monti due giudizi completamente opposti l’uno all’altro.Mai un solo minuto la Minetti ha cercato di puntare sulla sua laurea. Sempre e soltanto ha fatto quello che costituisce il curriculum regale delle odierne dive e divette televisive, da Belen Rodriguez a Melissa Satta, farsi fotografare in bikini tutta frizzante. Quando è andata a fare da testimone al matrimonio della sorella era vestita in modo abbacinante da quanto era fondamentalmente svestita e scoperta: ho guardato quelle foto su Dagospia e ho mentalmente applaudito tanta spudoratezza.Qui nel mio studio, mi sono levato in piedi ad applaudire un suo recente exploit milanese di cui erano zuppi i siti web: una sortita per le strade a fare shopping addobbata con un paio di shorts minimali e una canotta dalla quale traboccava il ben di dio che sapete. Una consigliera regionale laureata e piena di dignità? Certo che no. Epperò il mondo è bello perché è vario, e noi non finiremo mai di gradire la «varietà» rappresentata dagli shorts e dalla canotta indossati da una bella donna («Una statua impressionante» l’ha definita Volpe Pasini, uno che ha l’aria di essere intelligente e furbastro).Quanto al così tanto silicone che adorna la nostra eroina, confesso che il silicone mi spiace ancor di più quando lo vedo innalzare le labbra di giornaliste che stanno parlando con sussiego della guerra in Afghanistan. C’è un silicone di destra e un silicone di sinistra. Né l’uno né l’altro, ovviamente. Ma che c’entra una ragazzona così tanta con l’aula del Consiglio Regionale della Lombardia, mi direte? Naturalmente un beato niente. È accaduto ed è pazzesco che sia accaduto, punto e basta.E del resto chi di noi ci avrebbe creduto, vent’anni fa, se gli avessero detto quel che succede ogni giorno e ogni ora sulla scena pubblica del nostro Paese? Chi ci avrebbe creduto a chi avesse pronosticato i picchi di sciagurataggine e di cafoneria cui assistiamo quotidianamente? Minetti o no, scagli la prima pietra chi ne è immune. Giampiero Mughini per “Libero

Argenti, gioielli, champagne – i regali a Tarantola di Fiorani

Lunedì, 11 Giugno 2012

Una settimana fa entrata con una giornalista in ascensore al quarto piano di palazzo San Macuto, dove hanno sede le commissioni parlamentari bicamerali, Anna Maria Tarantola, si è fermata al secondo piano. La porta si è aperta e nell’ascensore è entrato un imbarazzatissimo senatore dell’Idv, Elio Lannutti. Lui non ha spiaccicato parola, lei ha sfoderato un sorriso larghissimo: “Buongiorno caro senatore, come sta?”, facendo finta di nulla. Eppure non era un incontro qualsiasi: Lannutti è il nemico numero uno della Tarantola. Basta che sui giornali filtrasse una sua promozione, che lui sfoderava una interrogazione parlamentare velenosa per fermarla. In questa legislatura se ne contano già 22. Dense di notiziole filtrate dall’interno della Banca d’Italia, dove non tutti amavano questa manager in carriera. E talvolta con notizie costruite con sapienza mettendo insieme ritagli di giornale e perfino qualche documento giudiziario. Il più velenoso, quello che più scalfisce l’immagine aurea della superdirigente Bankitalia ora proiettata da Mario Monti alla presidenza Rai per farne una casa di vetro e di indipendenza modello via Nazionale, viene dalle carte dell’inchiesta sulla scalata all’Antonveneta. E’ l’elenco dei regali che l’allora numero uno della Banca popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani, ogni Natale inviava ad alti dirigenti della banca centrale. E a scorrerlo sembra che la sua preferita fosse proprio la Tarantola. Che Fiorani ha inondato di regali un po’ imbarazzanti per un funzionario della banca centrale, senza mai scordarsi un Natale fra il 1985 e il 2003. Nell’elenco che fu sequestrato dagli inquirenti e che fu al centro di uno scandalizzato editoriale del Wall Street Journal nel 1995, c’è di tutto: servizi da tè, piatti, ciotole, vassoi e posate in argento che nemmeno in una lista di nozze se ne sarebbe raccolte tante. Negli ultimi anni, man mano che la Tarantola progrediva nella carriera, anche qualche monile più importante: un bracciale di Pomellato, uno di Tiffany, un prezioso ed elegante orologio nero di Cartier. Regali che crescevano di importanza pari agli scatti di carriera della Tarantola. Che Lannutti nelle sue interrogazioni ripercorre passo dopo passo infilandoci una malizia ad ogni salto di grado: dai primi passi mossi all’ombra di Alfio Noto nella mitica filiale di Milano della Banca d’Italia, al primo salto del 1993 quando diventa direttore della vigilanza nella piazza finanziaria, alla sua firma che accompagna le prime mosse e acquisizioni di un Fiorani con cui aveva radici comune (entrambi originari del lodigiano), al breve esilio di Varese, agli interessi bancari del signor Tarantola: Carlo Ronchi, legittimo consorte. Poi direttrice della filiale di Varese, ancora di Milano, di Brescia (altra piazza fondamentale per le banche), fino al gran salto a Roma dove divenne funzionario generale e grazie a Mario Draghi prima ragioniere generale e poi vicedirettore generale, carica che ancora oggi ha prima di sbarcare in viale Mazzini.Quell’elenco di regali di Natale- che accomuna la Tarantola ad altri alti funzionari della banca centrale- ha sollevato per la prima volta dubbi sulla reale indipendenza dei funzionari della banca centrale, anche se si è trattato solo di un problema etico-comportamentale e mai è stato ipotizzato alcun tipo di reato. La lista Fiorani è saltata fuori per l’inchiesta: il banchiere era esuberante, e con la Tarantola aveva un rapporto di comunanza territoriale se non proprio di amicizia. Possibile che abbia esagerato un po’ alle feste comandate. Anche possibile però che Fiorani non fosse l’unico così’ generoso, e che altri banchieri avessero l’abitudine di relazioni pubbliche con i loro vigilanti un po’ sopra le righe e molto al di sopra della sobrietà. Così proprio il caso Fiorani ha costretto la Banca d’Italia a varare un codice etico per vietare ai propri dirigenti e funzionari di accettare regali di qualsiasi natura dai banchieri vigilati. Piccola guerra che così anche Lannutti ha potuto vincere. Perderà uno degli altri suoi cavalli di battaglia: l’emolumento riservato alla Tarantola, secondo lui eccessivo: 441 mila euro. In Rai non verrà ridotto: il suo predecessore, Paolo Garimberti, prendeva infatti 448 mila euro, 7 mila in più. di Franco Bechis libero

Art. 18, la riforma non potrà essere approvata prima delle elezioni

Lunedì, 26 Marzo 2012

Complice anche la pausa pasquale, l’iter della riforma non potrà iniziare sul serio prima del 21 maggio, cioè fin quando non saranno stati votati i ballottaggi delle amministrative: nessun partito, sino a quel momento, cederà un millimetro su un tema esplosivo come quello del lavoro. Come sempre, poi, le Camere dovranno dare la precedenza ai decreti in scadenza. E se la riforma non sarà già in fase avanzata prima della pausa estiva, il problema si farà serio. Perché alla ripresa autunnale senatori e deputati saranno alle prese con la sessione di bilancio, ma soprattutto perché a settembre sarà iniziata la campagna elettorale per le politiche. Tirando le somme Maurizio Gasparri, che di lavori parlamentari qualcosa ne mastica, ritiene che ci sia «una possibilità su cento che le nuove norme sul lavoro possano vedere la luce». da f. carioti libero

Dio è meglio del PIL per uscire dalla crisi (by Socci)

Lunedì, 19 Marzo 2012

Monopolizzano la scena ormai da mesi: la “signora crescita” e il “signor Pil”. E inseguiamo tutti drammaticamente il loro matrimonio. Anche in queste ore sono al centro delle trattative fra partiti, governo e sindacati. La politica italiana si è perfino suicidata sull’altare di questa nuova divinità statistica da cui sembra dipendere il nostro futuro. Se però alzassimo lo sguardo dalla cronaca dovremmo chiederci: chi è questo “signor Pil”? I manuali dicono che è il «valore di beni e servizi finali prodotti all’interno di un certo Paese in un intervallo di tempo». Ma fu proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, ad affermare che «il benessere di un Paese non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale».Lo ha ricordato ieri Marco Girardo, in un bell’articolo su Avvenire, aggiungendo che ormai da decenni economisti e pensatori mettono in discussione questo parametro: da Nordhaus a Tobin, da Amartya Sen a Stiglitz e Fitoussi. Girardo ha riproposto anche un bell’intervento di Bob Kennedy, che già nel 1968, tre mesi prima di essere ammazzato nella campagna presidenziale che lo avrebbe portato alla Casa Bianca, formulò così il nuovo sogno americano: «Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».Non è una discussione astratta. Infatti con l’esplosione e lo strapotere della finanza – che nei primi anni Ottanta valeva l’80 per cento del Pil mondiale e oggi è il 400 per cento di esso – questo “erroneo” Pil è diventata la forca a cui si impiccano i sistemi economici, il benessere dei popoli e la sovranità degli stati. Oggi la ricchezza finanziaria non è più al servizio dell’economia reale e del benessere generale, ma conta più dell’economia reale e se la divora, la determina e la sconvolge (e con essa la vita di masse enormi di persone). Anche perché ha imposto una globalizzazione selvaggia che ha messo ko la politica e gli stati e che sta terremotando tutto. La crescita del Pil o la sua decrescita decide il destino dei popoli, è diventata quasi questione di vita o di morte e tutti – a cominciare dalla politica, ridotta a vassalla dei mercati finanziari – stanno appesi a quei numerini.Dunque le distorsioni e gli errori che erano insiti nell’originaria definizione del Pil rischiano di diventare giudizi sommari e sentenze di condanna per i popoli. Per questo, l’estate scorsa, nel pieno della tempesta finanziaria che ha investito l’Italia, un grande pensatore come Zygmunt Bauman, denunciando «un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo», descriveva così l’assurdità della situazione: «C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del Pil. E quando il mercato si ferma la società si blocca».Nessuno ovviamente può pensare che non si debba cercare la crescita del Pil (l’idea della decrescita è un suicidio). Il problema è cosa vuol dire questa “crescita” e come viene calcolata oggi. Qui sta l’assurdo. Bauman faceva un esempio: «Se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. Dobbiamo parlare con gli istituti di credito». Con questa assurda logica – per esempio – fare una guerra diventa una scelta salutare perché incrementa il Pil, mentre avere in un Paese cento Madre Teresa di Calcutta che soccorrono i diseredati è irrilevante.Un esempio italiano: avere una solidità delle famiglie o una rete di volontariato che permettano di far fronte alla crisi non è minimamente calcolato nel Pil. Eppure proprio noi, in questi anni, abbiamo visto che una simile ricchezza, non misurabile con passaggio di denaro, ha attutito dei drammi sociali che potevano essere dirompenti. Ciò significa che ci sono fattori umani, non calcolabili nel Pil, che hanno un enorme peso nelle condizioni di vita di una società e anche nel rilancio della stessa economia. Perché danno una coesione sociale che il mercato non può produrre, ma senza la quale non c’è neppure il mercato. Ecco perché Benedetto XVI nella sua straordinaria enciclica sociale, “Caritas in Veritate”, uscita nel 2009, nel pieno della crisi mondiale, ha spiegato che «lo sviluppo economico, sociale e politico, ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano di fare spazio al principio di gratuità», alla «logica del dono».Ovviamente il Papa non prospetta “l’economia del regalo”. Il “dono” è tutto ciò che è “gratuito”, non calcolabile e che non si può produrre: l’intelligenza dell’uomo, l’amore, la fraternità, l’etica, l’arte, l’unità di una famiglia, la carità, l’educazione, la creatività, la lealtà e la fiducia, l’inventiva, la storia e la cultura di un popolo, la sua fede religiosa, la sua laboriosità, la sua speranza. Se vogliamo guardare alla nostra storia, sono proprio questi fattori che spiegano come poté verificarsi, nel dopoguerra, quel “miracolo economico” italiano che stupì il mondo. Tutti oggi parlano di crescita (e siamo sotto lo zero), ma come fu possibile in Italia, dal 1951 al 1958, avere una crescita media del 5,5 per cento annuo e dal 1958 al 1963 addirittura del 6,3 per cento annuo?Non c’erano né Monti, né la Fornero al governo. Chiediamoci come fu possibile che un Paese sottosviluppato e devastato dalla guerra balzasse, in pochi anni, alla vetta dei Paesi più sviluppati del mondo. Dal 1952 al 1970 il reddito medio degli italiani crebbe più del 130 per cento, quattro volte più di Francia e Inghilterra, rispettivamente al 30 e al 32 per cento (se assumiamo che fosse 100 il reddito medio del 1952, nel 1970  noi eravamo a 234,1). È vero che avemmo il Piano Marshall, ma anche gli altri lo ebbero. Inoltre noi non avevamo né materie prime, né capitali, né fonti energetiche. Eravamo usciti distrutti e perdenti da una dittatura e da una guerra e avevamo il più forte Pc d’occidente che ci rendeva molto fragili. Quale fu dunque la nostra forza?È – in forme storiche diverse – la stessa che produsse i momenti più alti della nostra storia, la Firenze di Dante o il Rinascimento che ha illuminato il mondo, l’Europa dei monaci, degli ospedali e delle università: il cristianesimo. Pure la moderna scienza economica ha le fondamenta nel pensiero cristiano, dalla scuola francescana del XIV secolo alla scuola di Salamanca del XVI. Noi c’illudiamo che il nostro Pil torni a crescere se imiteremo la Cina. Ma la Cina – anzi la Cindia – non fa che fabbricare, in un sistema semi-schiavistico (quindi a prezzi stracciati), secondo un “know how” del capitalismo che è occidentale. Scienza, tecnologia ed economia sono occidentali. L’Oriente copia.Proprio l’Accademia delle scienze sociali di Pechino, richiesta dal regime di «spiegare il successo, anzi la superiorità dell’Occidente su tutto il mondo», nel 2002, scrisse nel suo rapporto: «Abbiamo studiato tutto ciò che è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale». Scartate la superiorità delle armi, poi del sistema politico, si concentrarono sul sistema economico: «negli ultimi venti anni» scrissero «abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Questa è la ragione per cui l’Occidente è stato così potente. Il fondamento morale cristiano della vita sociale e culturale è ciò che ha reso possibile la comparsa del capitalismo e poi la riuscita transizione alla vita democratica. Non abbiamo alcun dubbio».
Loro lo sanno. Noi non più.di Antonio Socci www.antoniosocci.com