Articolo taggato ‘libertà’

Ma la Madonna non è ecumenica

Giovedì, 18 Luglio 2013

Gaude Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Rallegrati, Vergine Maria: tu solo hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero. Questo si leggeva, sino al Concilio Vaticano II, nelBreviarium Romanum. La Madonna era celebrata come debellatrice di ogni errore dottrinale, come custode e garante indiscussa della Fede cattolica.

Poi certi termini sono caduti in disuso, ritenuti ormai superati e poco adatti al mondo contemporaneo. E negli ultimi decenni la Madonna è diventata semplicemente Maria, l’umile ragazza di Nazareth, più o meno illibata, servizievole, buona moglie e madre di famiglia e niente più. È il mito della “ferialità” della Vergine Santissima. Sia chiaro, la Madonna è stata anche tutto questo, ma non può assolutamente essere ridotta a ciò. Secoli e secoli di Teologia cristiana hanno fatto sì che davvero de Maria numquam satis, con buona pace dei modernisti. Di Maria Santissima non diremo mai abbastanza. Di qui i dogmi e i privilegi mariani riconosciuti dalla Chiesa nel corso della storia: la Verginità perpetua, la Maternità divina, l’Immacolata concezione, l’Assunzione, senza dimenticare la proclamazione della sua Regalità e in attesa del riconoscimento dogmatico di Maria come Mediatrice di tutte le grazie e Corredentrice.
La Madonna, già nel protovangelo (cf. Gen 3,15) ha visto delineata la missione affidatagli da Dio. Ipsa conteret caput tuum: è Maria Santissima che, cooperando all’opera della Redenzione in maniera tutta speciale, schiaccia il capo dell’infernale nemico. Proprio Lei assicura la vittoria sul demonio ad ogni singolo cristiano che le è devoto e alla Chiesa, di cui è Madre. La storia lo dimostra in modo inequivocabile. E testimonia pure come gli interventi della Madonna siano stati tutt’altro che feriali e dimessi. Anzi, potremmo dire, forse banalizzando un po’, che Nostra Signora è stata, è e sarà sempre tutt’altro che politicamente corretta. Basti prendere ad esempio alcuni episodi.
Chi ha assicurato la vittoria della Cristianità sul nemico islamico che minacciava di invadere l’Europa e persino la Basilica di San Pietro? A Lepanto (1571), così come a Vienna (1683), è stata proprio la Madonna a proteggere e guidare l’esercito cristiano. I Papi delle due battaglie hanno visto il suo materno intervento nelle vittorie conseguite. Infatti, dopo Lepanto san Pio V istituì la festa della Madonna del Rosario (la vittoria era stata ottenuta con questa potentissima ed efficacissima preghiera) e inserì nelle litanie lauretane l’invocazione Auxilium christianorum, ora pro nobis; dopo Vienna, invece, il beato Innocenzo XI riconobbe l’intervento della Madonna e istituì la festa del Santissimo Nome di Maria, che tanto era stato invocato dai buoni soldati cristiani. A quanto pare, dunque, la Vergine Maria non gradisce l’islamizzazione europea e non si è mai mostrata favorevole, ovviamente facendo la volontà del Figlio suo, verso il dialogo interreligioso così come lo si intende oggi. Che debba essere accusata di islamofobia e intolleranza?
Poi vi sono altri eventi. Forse non tutti conoscono uno splendido intervento mariano nella Guerra dei Trent’anni, che vide opporsi cattolici e protestanti. Nel 1620, l’esercito cattolico ottenne una vittoria epocale nella battaglia della Montagna Bianca. In questo modo, il dilagare della rivoluzione protestante venne frenato. Il successo si ebbe grazie ad una tavoletta raffigurante la Madonna e trovata in Boemia da un padre carmelitano scalzo. Dopo essere stata portata in trionfo in tutta Europa, oggi questa immaginetta si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Anche questo fatto, che i modernisti evitano di ricordare, sta con ogni evidenza a sottolineare che la Madonna non è ecumenica. E forse proprio per questo oggi verrebbe scomunicata. Così come verrebbe seriamente redarguita da certe autorità ecclesiastiche per quel che si è permessa di fare con Alfonso Ratisbonne, il 20 gennaio 1842. Mentre visitava la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma, il Ratisbonne, che era ebreo, ebbe la visione della Madonna, che in pratica lo portò a convertirsi al Cattolicesimo e addirittura a farsi sacerdote. La Madre di Dio ha quindi confermato che solo in Cristo c’è Salvezza e che pertanto anche gli ebrei devono convertirsi a Lui. La comunità ebraica di oggi griderebbe allo scandalo, purtroppo insieme a molti cattolici, e sosterrebbe che la Vergine Maria è antigiudaica e, forse, persino un po’ antisemita.
Non bisogna poi dimenticare i miracoli mariani avvenuti durante l’invasione giacobina dell’Italia alla fine del Settecento. Numerosi dipinti della Madonna, anche davanti allo stesso Napoleone, girarono gli occhi e piansero. La Vergine dunque non era contenta della Rivoluzione francese, né degli ideali da essa scaturiti. Una Madonna rivelatasi antimoderna, quindi, e contro quei presunti “diritti” dell’uomo voluti dalla massoneria…
Prima di queste vicende, ce n’è anche un’altra che merita di essere menzionata: l’apparizione della Madonna di Guadalupe, in Messico, nel 1531, quindi nell’epoca dei conquistadores spagnoli. La Vergine apparve ad un azteco convertito al Cristianesimo, san Juan Diego. Anche qui non si può non intravedere la benedizione che la Madonna diede all’opera di evangelizzazione delle Americhe portata avanti soprattutto dalla Spagna. Eppure oggi c’è chi ancora parla di imposizione della Fede con la forza, di colonialismo becero e quant’altro. Come in tutte le opere umane, ci sono luci e ombre. Ma l’aver condotto a Cristo un intero Continente è stato davvero un capolavoro della grazia divina, confermato, per l’appunto, dall’apparizione mariana tanto cara ai messicani e non solo.
Infine, ma l’elenco sarebbe ancora molto lungo, non si può non parlare di Fatima. Innanzi tutto perché a Fatima, nel 1917, la Madonna ha messo in guardia l’umanità dal comunismo, con buona pace di quei tanti cattolici che, ieri come oggi, cercano un dialogo con le forze di sinistra. In secondo luogo perché proprio a Fatima la Vergine, oltre a esortare alla penitenza per la conversione dei peccatori (altro concetto risibile per i modernisti), ha profetizzato la crisi di fede che sarebbe avvenuta nella Chiesa e di cui siamo oggi testimoni diretti. Accanto a questo ha promesso il Trionfo del suo Cuore Immacolato. Un Trionfo che, si deve pensare, non sarà solo nei cuori dei suoi devoti, ma anche su tutta la società. Un Trionfo che porterà finalmente al cosiddetto Regno di Maria, un regno in cui la regalità sociale di Cristo sarà pienamente attuata, sempre con buona pace di chi ora straparla di laicità positiva e di libertà religiosa.
D’altronde, alcuni prodromi li si è visti, per un po’, nelle vicende politiche del Portogallo. Nel 1931, dopo un periodo di grande caos e anticlericalismo diffuso, l’episcopato portoghese, rispondendo all’invito della Vergine, consacrò la Nazione al suo Cuore Immacolato. E il Portogallo non solo fu preservato dalle guerre, ma nel 1933 vide diventare capo del governo il prof. Antonio de Oliveira Salazar, fervente cattolico e amico di suor Lucia, la veggente superstite di Fatima. Con Salazar si ebbe un ritorno all’ordine sociale cattolico, aumentò il numero di matrimoni in chiesa e crebbero le vocazioni religiose. Tra l’altro, fatto che farà storcere il naso a molti, la stessa suor Lucia ebbe da Dio l’incarico di esortare i vescovi portoghesi a sostenere Salazar alle elezioni del 1945. Pur rilevando alcuni limiti, la Veggente fece sapere che «Salazar è la persona che Dio ha scelto per continuare a governare la nostra patria, è a lui che saranno accordate la luce e la grazia per condurre il nostro popolo per le strade della pace e della prosperità». Dal che si evince l’approvazione dall’Alto, almeno relativa, di un governo di destra corporativa, certo non corrispondente ai canoni democratici prevalenti. E Salazar si recava a visitare suor Lucia, le telefonava e implorava le sue preghiere quando si trovava schiacciato da pesanti preoccupazioni.
Che aggiungere dopo questo breve excursus? Come scriveva Plinio Corrêa de Oliveira, Maria è «la patrona di quanti lottano contro la Rivoluzione. La mediazione universale e onnipotente della Madre di Dio è la più grande ragione di speranza dei contro-rivoluzionari. E a Fatima Ella ha già dato loro la certezza della vittoria». Dovremo passare attraverso i castighi, ma alla fine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. E per diventare davvero i soldati e gli apostoli della guerra contro satana, affrettando così la preannunciata primavera, dobbiamo consacrarci alla Madonna, farci suoi schiavi, diventare suoi cavalieri. Cor Jesu, adveniat Regnum tuum! Adveniat per Mariam! f. catani

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio via libertaepersona

Come Satana corrompe la società

Venerdì, 2 Novembre 2012

Sono passati quasi cinquant’anni da quando per definire l’epoca contemporanea venne coniato il termine “società dello spettacolo”. In questo lasso di tempo i mezzi di comunicazione di massa si sono ulteriormente sviluppati, arrivando a raggiungere un grado di incisività costante e capillare. Oggi, tutto è spettacolo, filtrato dal principale apparato di cui questa società si serve: la televisione. Lo spettatore, inerte innanzi allo schermo, è viepiù vulnerabile, espone la sua mente a un meccanismo persuasivo che, operando su vasta scala anche mediante messaggi subliminali, manipola le masse.
Ne deriva che chi controlla i palinsesti televisivi possiede il più efficace strumento di controllo mai esistito, capace di orientare le opinioni, le scelte, i comportamenti di milioni di persone.
A margine di queste considerazioni sorge qualche quesito, ovvero: dove vanno ricercati i poteri che dispongono di una simile risorsa? Quali messaggi veicolano tra le masse? In ultimo, che interesse ne traggono? A queste tre e ad altre domande prova a rispondere Annalisa Colzi, una scrittrice che da anni studia i fenomeni televisivi e pubblicitari per snidare le torbide finalità che vi si celano dietro. Nel 2009 ha dato alle stampe Come Satana corrompe la società (ed. Città Ideale), un libro che già nel titolo indica il sinistro aspetto che la scrittrice ritiene abbiano i manipolatori delle masse, propugnatori di mefistofeliche ideologie che quotidianamente ci avvelenano.

Gentile Annalisa, quando e come scocca la scintilla che la fa interessare a questo tema?

Nel momento in cui mi sono resa conto che l’utilizzo della droga, dell’alcool e del sesso era divenuta abitudine per tanti giovani. Ho cominciato a pensare che vi fosse qualcuno dietro a questo annientamento della personalità. Qualcuno di potente in grado di cambiare le opinioni personali e della coscienza.
E così, dopo varie ricerche, ho scoperto che il colpevole è rappresentato dal mondo mediatico in tutte le sue sfaccettature.

Può fornirci qualche esempio di programmi televisivi oggi in voga che rispondono all’inquietante descrizione che fa nel suo libro?

Per esempio Pollon, uno dei cartoni animati più amati dai bambini, dove si parla di cocaina come se nulla fosse. Il ritornello della canzoncina è molto chiaro “Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria, se lo mangi o lo respiri ti dà subito l’allegria”. D’altra parte anche il gesto che compie Pollon con gli orsetti mentre la canta è eloquente.
Ma si può parlare anche dei Simpson, il cui protagonista è un ubriaco cronico dalla battuta macabra: “Evviva l’alcool, la causa di… e la soluzione a… tutti i problemi della vita!”. Battuta considerata ironica ma motivo di goliardia fra ragazzini che oggi cominciano a bere fin dall’età di 11 anni.
Vi è anche un altro aspetto inquietante legato ai media: i messaggi esoterici e satanici. Yu-Gi-Oh ne è un esempio. In questo cartone animato si parla di “attaccare con il mago nero”; di sprigionare lo “Spirito maligno dell’anello” e via di questo passo. Questi cartoni animati sono causa di incubi notturni per tanti bambini che spesso devono ricorrere all’esorcista per una benedizione.

La musica moderna è molto diffusa, specialmente tra i ragazzi. È anche in questo campo che si insinua il fumo corruttore?

Certo, anzi è la strada preferenziale utilizzata dai manipolatori della coscienza, perché certi personaggi diventano il punto di riferimento per tanti adolescenti. Ed ecco perché molti cantanti vengono istruiti appositamente per uccidere l’anima, e a volte anche il corpo, di tanti giovani fans.

Esempi in questo senso?

Lady Gaga, grande amica di Marylin Manson, canta testi insignificanti ma con video pieni di simbologie. Basta guardare il finale di Alejandro, dove viene strattonata dai ballerini che devono abusare di lei, esattamente come avviene nelle messe nere. Ma ancora più inquietante il video che viene proiettato durante i suoi concerti, dove la si vede mangiare un cuore di bue mentre il sangue le scorre sul corpo. Questo è esattamente quello che viene compiuto durante le messe nere.
Molti gruppi metal, come gli Slayer, gli Acheron, i Deicide e altri cantano testi pieni di riferimenti satanici. “Noi ci affidiamo nelle mani del nostro signore Satana” (Christ IllusionSlayer). Oppure urlano di uccidere: “Nessun apparente motivo, semplicemente uccido e uccido ancora” (Kill Again – Slayer).
Ma anche i cantanti italiani non scherzano e, se anche non parlano di satanismo esplicito, istigano al suicidio, all’omicidio, all’utilizzo di droghe, di alcool, al sesso, all’anticlericalismo, alla perversione. Fabri Fibra – tanto per citarne uno – nel suo testo Cento modi per morire, ci dice che il “modo migliore per morire è con la droga, un mix di pasticche, eroina e altra roba”, ma anche che “visto che il triste Dio esiste la mia voglia di inferno non resiste, insiste, c’è che fa e c’è chi assiste, ma stare al mondo in fondo in che cosa consiste?”. Lo sparo finale di una pistola ci fa capire molto bene qual è la filosofia di questo cantante.
Di questi esempi se ne potrebbero fare a centinaia e sono in continuo aumento.

Chi sono i registi di tutta questa produzione mediatica che seduce e perverte gli spettatori?

Secondo il mio parere è la Massoneria guidata da Lucifero. Persone che stanno dietro le quinte al servizio del male.

Può aiutarci a capire meglio?

Si pensa diffusamente che la Massoneria sia un’associazione filantropica. Nulla di tutto questo, basta dare uno sguardo al carteggio massonico finito nelle mani del Papa Pio IX per capire la reale natura dei massoni. “… Non stanchiamoci, dunque, mai di corrompere. (…) Ora, è deciso nei nostri consigli, che noi non vogliamo più cristiani; ma non facciamo dei martiri uccidendoli, bensì rendiamo popolare il vizio nelle moltitudini. Occorre che lo respirino con i cinque sensi, che lo bevano, che ne siano saturi. Fate dei cuori viziosi e voi non avrete più cattolici (…). Ma perché sia profonda, tenace e generale, la corruzione delle idee deve cominciare fin dalla fanciullezza, nell’educazione”.
Parole scritte nel 1824 ed oggi pienamente realizzate. Se ne deduce che ai grandi vertici mediatici si sono fatti spazio loro, i massoni. Come potevano altrimenti corrompere, instillare il vizio nei cuori se non attraverso potenti mezzi di comunicazione? Televisione, Internet, case editrici e case discografiche sono tutti organi controllati dalla Massoneria con compiti di propaganda antimorale.

In che modo, concretamente, gli effetti rovinosi che certi input causano soprattutto nei giovani favoriscono chi decide di promuoverli?

Potere e danaro sono certamente gli obiettivi principali a cui aspirano i massoni. Ma anche al trionfo del loro signore Satana. Il combattimento – ce lo ricorda San Paolo – non è contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti.
Quindi vi è in atto una battaglia tra i figli di Dio e i figli delle tenebre. L’obiettivo principale dei figli delle tenebre è di distruggere il progetto che Dio ha sul mondo, che è un progetto di pace e di salvezza eterna, rendendo i giovani come degli zombie non più in grado di ragionare. Tolta la lucidità di pensiero non rimane che manovrarne i fili.

Mi pare di capire che lei ritiene che lo scopo dei massoni sia debellare ogni residuo di cultura cristiana dalla società. Se è così, spetta alla Chiesa impedirne la riuscita…

Ecco, secondo il mio punto di vista, la Chiesa non lo adempie a sufficienza questo compito. Non so esattamente la motivazione di tanta arrendevolezza, posso solo azzardare una ipotesi. Ho l’impressione che quel “fumo di Satana” di cui parlava Papa Paolo VI, si riferisse ad una infiltrazione massonica all’interno delle Gerarchie. Questo non deve né meravigliarci né scandalizzarci, basti ricordare che anche Giuda Iscariota era tra i dodici prescelti da Gesù, ma deve aiutarci a saper attuare un sano discernimento. Oggi la verità la possiamo conoscere attraverso tre canali: Catechismo della Chiesa Cattolica, Magistero, Santo Padre.

Siamo in prossimità della notte del 31 ottobre, molti giovani si riverseranno nelle strade e nelle discoteche per festeggiare Halloween. Come si è arrivati a trasformare la vigilia della solennità d’Ognissanti in una sorta di rituale neopagano?

Secondo me, il problema è sempre legato all’ignoranza, al non conoscere la verità dei fatti se non attraverso ciò che giornali, internet e televisione ci propinano. Ma non sempre ci propinano la verità, anzi il più delle volte ci regalano falsità di ogni genere. E questo è avvenuto anche con la festa chiamata, erroneamente, Halloween. Già, perché Halloween, il cui significato è “Vigilia di Ognissanti”, non ha niente a che vedere con la festa macabra che viene fatta in quella notte e non c’entra niente neppure con i celti e con Samhain (la festa celtica della “fine dell’estate”), la quale, seppur esistita realmente, non corrisponde ad Halloween. Questa connessione tra celti e il 31 ottobre è stata messa in circolo probabilmente dalla Congrega delle Streghe (gruppo neopagano dedito alla magia, ndr) o da qualche altra potenza il cui intento era di persuadere i giovani alle pratiche di spiritismo. Cosa che oggi avviene in abbondanza grazie al fascino dell’aldilà. Alcuni giovani credono realmente, come raccontano tante pagine su internet, che in questa notte la barriera tra i vivi e i morti si assottigli talmente tanto da permettere ai morti di oltrepassarne la soglia del nostro mondo. Pura illusione! Certo, è probabile che alcuni giovani entrino in contatto con qualcuno, ma questo qualcuno è sempre ed esclusivamente Satana.

Il suo lavoro d’informazione, seppur solerte ed approfondito, da solo non basta. A quali deterrenti bisogna dare impulso nella società per impedire la diffusione mediatica del maligno?

C’è bisogno di formazione riguardo a certe tematiche. I genitori, gli educatori, i catechisti, i professori, i maestri, i sacerdoti e gli stessi giovani devono essere messi in guardia su certi poteri forti e certi messaggi. È importante ricreare la coscienza del giovane attraverso la conoscenza. Aiutarli a ragionare con la propria testa e non con la testa di un Fabri Fibra o di un altro cantante di grido. Il mio più grande obiettivo è quello di istruire le famiglie e dire loro che “prevenire è meglio che curare”.

di Federico Cenci Fonte: Agenzia Stampa Italiahttp://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10945:come-satana-corrompe-la-societa-intervista-ad-annalisa-colzi&catid=19:interviste&Itemid=46 via libertàepersona

Gingerino, tra libertà e tutela (by Leozappa)

Giovedì, 1 Novembre 2012
Quello della tassazione delle bevande gassate e zuccherate è stato uno dei temi più caldi dell´estate appena trascorsa. Il ministro della Salute, Balduzzi, aveva proposto un aggravio di imposta per scoraggiarne il consumo e promuovere uno stile di vita più sano. Le reazioni sono state durissime, tra chi lo accusava di attentare alla libertà individuale (come Porro) o di voler realizzare lo Stato etico (Ostellino) e chi rivendicava il diritto a preferire la felicità alla salute (Ferrara). La proposta non è passata. Nel blog avevo preso posizione a favore della misura; viste le critiche, è opportuno tornare a parlarne più diffusamente.
 Qui non interessa la vera ragione della proposta Balduzzi. È probabile che fosse dettata da esigenze di bilancio, ma è indubbio che è stata posta una questione che sarebbe un grave errore considerare solo balneare. La letteratura scientifica ha dimostrato i potenziali effetti benefici di una tassazione dei cibi gassati e zuccherati (Il Messaggero, 28.8.2012); l´opposizione alla misura ha carattere ideologico: seppur con argomentazioni diverse, tutte le critiche muovono da un assunto di principio: la promozione di stili di vita corretti non rientra nei compiti dello Stato perché attiene alla libertà individuale. Va, anzitutto, sgombrato il campo da un equivoco. La proposta non vietava le bevande gassate e zuccherate, ma aumentando la tassazione ne disincentivava il consumo. Il “diritto alla panza” (copyright di Porro) non risulta conculcato ma è solo divenuto più oneroso (il che, a sua volta, apre altri problemi, non potendo dipendere l´efficacia della misura dal reddito del consumatore). L´amministrazione Obama si ispira, dichiaratamente, alla dottrina del Paternalismo libertario, che rivendica il diritto di definire l´architettura della scelta quando migliori la qualità della decisione. Ne è espressione la legislazione che prevede la donazione degli organi salvo diversa, espressa volontà del testatore. Nel nostro ordinamento, ci sono numerosissime disposizioni che orientano lo stile di vita o tutelano la salute, individuale e collettiva. Per fare sport è richiesto il certificato medico; per guidare si devono mettere le cinture o il casco. La proposta del ministro non era rivoluzionaria (anche se ci sarebbero ben altre priorità).
l’articolo su: http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=32217&id_sezione=68

Monti, ma quando è nato il governo?

Martedì, 10 Luglio 2012

Com’è nato il Governo Monti? Per quale ragione? Secondo la stampa internazionale – come riferisce anche Wikipedia – si tratta di un «governo tecnico d’emergenza» [1]. In effetti, come sappiamo, la nomina dell’ex rettore della Bocconi alla Presidenza del Consiglio è avvenuta il 16 novembre 2011, quattro giorni dopo le dimissioni di Berlusconi, reduce dal progressivo deterioramento della propria maggioranza parlamentare, e in una fase di altissima instabilità finanziaria. Il Paese sembrava sull’orlo del precipizio come testimoniano i giornali di quei mesi, primo fra tutti Il Sole 24 Ore che il 10 novembre uscì con un titolone a caratteri cubitali – FATE PRESTO – che ben riassumeva il clima in corso. Mario Monti fu quindi nominato senatore a vita dal Presidente Napolitano nel tardo pomeriggio di mercoledì 9 novembre [2] (per poi essere nominato premier pochi giorni dopo) allo scopo di salvare il Paese dal naufragio. Questa la versione ufficiale. Sì, perché – ancorché ignorata dalla grandissima parte dei cittadini – c’è anche un’altra storia sulla nascita del Governo Monti. Una storia che parte molto prima, addirittura di mesi, eppure mai raccontata o forse, più probabilmente, dimenticata in fretta. E’ una storia pubblica, nel senso che è stata pubblicata, ma i cui contenuti a tutt’oggi rimangono in buona parte privati. Alludiamo all’articolo del giornalista Fabio Martini, pubblicato sull’insospettabile quotidiano “La Stampa” domenica 24 luglio 2011 [3]. Martini riferisce di «un incontro di cui nulla si è saputo, riservato a pochi e selezionatissimi invitati» tenutosi al Ca’de Sass, storico palazzo della finanza milanese alcuni giorni prima, precisamente alle 19 di lunedì 18. Chi erano gli «invitati» all’incontro? Romano Prodi, Carlo De Benedetti, Corrado Passera, Giovanni Bazoli e, naturalmente Mario Monti. Sul quale in quei giorni iniziava a soffiare una strana aria governativa, per così dire, come se la sua ascesa a Palazzo Chigi fosse ormai prossima. Una sensazione davvero singolare che Martini, navigato retroscenista della politica italiana, riassume così: «Da quale settimana attorno a Monti si è creato un convergere di interessi e di simpatie da parte dei “poteri forti”, che potrebbero rendere più concreta del solito l’epifania tante volte annunciata del professore della Bocconi» [4]. Il tutto è piuttosto strano perché, come non manca di puntualizzare il giornalista, «il governo Berlusconi è in seria difficoltà, ma non in crisi» [5]. Ciò nonostante – stando sempre all’articolo de “La Stampa” – in quel convegno si respirava un clima particolarmente ottimista. Tanto che «poco prima che il convegno avesse inizio in un angolo si erano appartati Prodi e Monti. Il primo dice al secondo: “Caro Mario, secondo me Berlusconi non se ne va neppure se lo spingono, ma certo se le cose volgessero al peggio, credo che per te sarebbe difficile tirarti indietro”. Monti resta colpito. Conosce bene Prodi, sa che il professore non è tipo da sprecare parole, soprattutto non è mai uscito dai giri che contano» [6]. Curioso: Monti, secondo quando scrive Martini, non si sbilancia, mentre Romano Prodi, che «non è mai uscito dai giri che contano», appare molto sicuro di ciò che afferma. E, anche se non lo dice apertis verbis, lascia intendere all’economista che non solo Berlusconi cadrà, ma sarà “costretto a farlo” da circostanze esterne talmente gravi ed allarmanti da non lasciargli alternative. Questi, in sintesi, gli elementi che emergono dall’articolo di Martini. Elementi in linea con quel che accade in Parlamento nei giorni successivi e anche in quelli precedenti all’incontro al Ca’de Sass. Giorni nei quali si avverte un cambiamento del clima e ci aspetta che sarà il Presidente della Repubblica Napolitano – come effettivamente avverrà mesi dopo – il regista del nuovo governo. Lo riferisce Geremicca, altro giornalista de “La Stampa”, che il 16 luglio 2011 scrive di un «vero e proprio proliferare di velenosi sospetti attorno» al Quirinale. «”E’ chiaro, il presidente lavora ad un «governissimo»”, si è cominciato a sussurrare tra Camera e Senato. E i soliti ben in formati hanno spiegato:”Vorrebbe perfino intervenire sulla scelta dei nuovi ministri”» [7]. Teniamo presente che tutto questo – le voci sull’interventismo “politico” di Napolitano e l’incontro «riservato a pochi e selezionatissimi invitati» – si verifica ben prima dell’emergenza spread, indice che non inizierà a salire prima di fine agosto. Come se non bastasse, c’è un altro articolo che anticipa con sorprendente tempismo la nascita del futuro Governo Monti. Questa a pubblicarlo è stato il quotidiano “La Repubblica”, che con la penna di Francesco Bei il 16 luglio 2011 riprende la voce secondo cui dovrebbe nascere prossimamente «un governo tecnico» e «a guidarlo dovrebbe essere l’economista Mario Monti» [8]. Un’altra profezia! Ricapitolando, nella seconda parte dello scorso mese di luglio circolavano queste voci: a) che un nuovo governo (tecnico) fosse alle porte, nonostante il governo Berlusconi apparisse «in difficoltà, ma non in crisi»; b) che a guidarlo sarebbe stato il prof. Mario Monti, come afferma sicuro Romano Prodi, il quale, una volta che il Governo Monti si formerà davvero, non mancherà di esprimersi positivamente rispetto alla sua nascita [9]; c) che sarebbe stato esplicitamente propiziato dal Presidente Napolitano; d) che tale governo sarebbe sorto una volta che «le cose» (con ciò intendendo, evidentemente, la situazione economica) sarebbero volte «al peggio». Voci che nel giro di qualche mese – senza eccezioni – si avvereranno. Ora, considerando che la gran parte dei cittadini, oltre che dei mezzi di comunicazione, considera la nascita del Governo Monti come figlia dell’”emergenza spread”, e visto che invece tante (troppe?) cose erano nell’aria da tempo, la domanda con la quale abbiamo esordito appare più che mai lecita: quando è nato (davvero) il Governo Monti? Non ci sono elementi tali da far ritenere che sia stato il prodotto di un complotto – né ci interessa esplorare l’ipotesi -, ma ce ne sono indubbiamente a sufficienza per supporre che tutto abbia avuto inizio prima del 16 novembre 2011. Decisamente prima. Note: [1] http://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Monti; [2] Cfr. Lancio “Ansa” – 19:17; [3] Martini F. L’investitura di Monti per il dopo Berlusconi, “La Stampa”, 24/7/2011, p.11 [4] Ibidem; [5] Ibidem; [6] Ibidem; [7] Geremicca F. E Napolitano insiste: adesso confronto aperto, “La Stampa”, 16/7/2011, pp. 2-3; [8] Bei F. E il Cavaliere disse “Umberto ripensaci”, “La Repubblica” 16/7/2011, p.3; [9] Pira M. Prodi, il governo guidato da Monti va bene, “ItaliaOggi”, 18/11/2011, p.9 g.guzzo libertàepersonale

Lo scippo del libero arbitrio

Lunedì, 12 Marzo 2012
Gran parte della storia dell’umanità si è ispirata a una visione dualistica che distingue tra la sfera naturale e la sfera mentale e spirituale. È una visione che ha permeato la struttura del sistema della conoscenza, già nel mondo pagano. Il pensiero di Aristotele è articolato nella considerazione della fisica, della metafisica, della logica, dell’etica e dell’estetica, e non mira a ridurre l’una all’altra. Anche la distinzione medioevale tra “trivio” e “quadrivio”, pur non riconducibile direttamente a quel dualismo, riflette la distinzione tra saperi “scientifici” e saperi “letterari”, senza ordinarli gerarchicamente. Una siffatta gerarchia venne invece introdotta da Galileo quando additò l’Iliade e l’Orlando Furioso come opere di fantasia in cui la verità di quel che vi è scritto è la cosa meno importante. L’attribuzione di un valore di verità alle sole scienze naturali, e la negazione di un valore di conoscenza razionale all’esplorazione letteraria dell’animo umano, riflettono l’entusiasmo suscitato dagli straordinari successi delle scienze fisico-matematiche. Ma, nonostante tutto, siamo ben lontani dalla negazione del dualismo. Per i grandi fondatori della scienza moderna – come Galileo, Descartes, Newton, Leibniz, Keplero – non è in discussione che esista una sfera naturale, esplorata con successo dal metodo matematico-sperimentale, e una sfera spirituale che è dominio della filosofia, della religione, della letteratura e dell’arte. Il monismo materialista ha lontani antecedenti, ma il suo pieno ingresso sulla scena avviene con le teorie settecentesche dell’uomo-macchina di Lamettrie e con la medicina materialista di Cabanis. Si trattò di una parentesi perché il pensiero dominante dell’Ottocento fu prevalentemente dualista. Anche un matematico come Cauchy sosteneva che non bisognava «ostentare le scienze matematiche al di là del loro dominio» e non ci si doveva illudere «che si possa affrontare la storia con delle formule, e sanzionare la morale con dei teoremi». Sono frasi in cui traspare una tensione. La sortita del materialismo settecentesco, se pur in momentanea ritirata, aveva aperto una ferita insanabile. Era di fatto solo una tregua. Agli inizi del Novecento si ripresentò un riduzionismo materialista più agguerrito che mai che trasformò la distinzione tra le due sfere del pensiero in una condizione di conflitto permanente. Circa mezzo secolo fa, il termine “le due culture” fu coniato da C. P. Snow nell’omonimo saggio in cui denunciava l’incomprensione crescente tra scienziati e umanisti: «trent’anni fa le due culture non si rivolgevano la parola, ma almeno si sorridevano freddamente. Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce». Allo scienziato che condanna come una perdita di tempo la lettura di un romanzo, si oppone la sprezzante vanteria dell’umanista di non saper fare neppure una moltiplicazione. Tuttavia il conflitto non si pone in termini astrattamente equivalenti. Non esiste un tentativo riduzionista delle scienze umane. Esiste invece un riduzionismo naturalistico sempre più pervasivo. L’unico progetto in campo è quello che mira a superare il dualismo tra le due culture riducendo l’una all’altra, riassorbendo la sfera umana entro la sfera naturale, riducendo l’uomo a fisica e biologia. Tutto il complesso delle scienze umane consolidato nei secoli deve essere riscritto nel linguaggio delle scienze naturali, ed eventualmente matematico. In attesa che il progetto si realizzi quel complesso è messo in mora, come privo di valore e interesse.
La problematica conoscitiva si salda strettamente con una tematica metafisica: difatti, il progetto riduzionistico non è scientifico, bensì metafisico. L’obbiettivo non è più quello di studiare la natura, bensì di dimostrare che tutto si riduce a processi materiali. Gli sviluppi contemporanei della scienza ne forniscono la conferma più evidente. In un periodo in cui la fisica conosce una stasi, il ruolo di “big science” è assunto dalla biologia, o meglio dalla genetica e dalle neuroscienze; che si ripartiscono in due filoni: uno di direttamente tecnologico e l’altro volto a “dimostrare” l’assunto metafisico di cui si diceva. La dimensione teorica della biologia – già di per sé esile, perché non esiste una biologia teorica analoga alla fisica teorica – è sparita e si è trasformata in una metafisica materialistica che gioca il ruolo di supporto teorico della pratica manipolativa. Come ha osservato Gilbert Hottois, caratteristica della tecnoscienza è l’abbandono dell’approccio “logoteorico” della scienza classica, a favore dell’operatività. Eppure mai come ora la tecnoscienza ambisce a dare risposte metafisiche, proprio mentre predica la fine della filosofia. In realtà, vuole sostituirsi ad essa e fornire risposte alle classiche domande della filosofia gabellandole come risultati scientifici. Lo scopo è di dissolvere la questione antropologica naturalizzando la sfera umana, riducendo l’uomo a un complesso biofisico contingente e modificabile nel genoma e nel cervello. La natura simbolica dell’uomo sparisce e viene ridotta ad altro, a processi materiali: la mente è cervello e null’altro; l’essere è genoma e null’altro; la sfera simbolica è un prodotto tecnobiofisico; la vita e la morte sono l’accensione e lo spegnimento di una macchina; l’uomo-macchina è interamente manipolabile. Con la questione antropologica è dissolta la questione morale, ridotta a una questione di conformazioni neuronali. La religione viene dissolta nella neuroteologia. Si potrebbe obiettare che tutto ciò sarebbe legittimo se fosse scientificamente dimostrabile; se la scienza contemporanea avesse realizzato il miracolo di trasformare i classici problemi della metafisica in problemi scientifici risolubili in termini positivi. Proprio su questo occorre misurarsi senza reticenze. I “risultati” che sosterrebbero queste “scoperte” offrono un panorama di edifici pieni di crepe e la cui stabilità è a dir poco precaria. Non sono in discussione i singoli risultati sperimentali bensì le deduzioni arbitrarie che ne vengono tratte. Quale risultato sperimentale avvalla la tesi secondo cui «tutto è genetico»? Come osservò il biologo Henri Atlan, proprio il successo (pur fortunoso) della clonazione ha demolito conclusivamente quella tesi. Eppure essa viene riproposta come un truismo, tanto che è divenuta un luogo comune. Consideriamo tre esempi relativi all’ossessione dominante nell’ambito delle ricerche neuronali e genetiche: dimostrare che il libero arbitrio non esiste. Esiste un ampio filone di ricerche in tal senso che può essere rappresentato dal libro Mind Time di Benjamin Libet. Si tratta di esperimenti volti a dimostrare che l’esperienza soggettiva della libertà è un’illusione e che le nostre azioni sono prodotte da processi cerebrali inconsci che agiscono prima che noi si sia consapevoli delle nostre intenzioni. Tali esperimenti consistono nel misurare l’attività elettrica cerebrale che si manifesterebbe in concomitanza con l’assunzione di una decisione e nel confrontare l’istante d’inizio di tale attività cerebrale con il momento in cui la decisione viene presa, segnalato dal soggetto mediante la pressione su un bottone, o con un atto analogo. Si sarebbe mostrato che l’attività cerebrale ha inizio prima della pressione del bottone: lo scarto varia tra qualche millisecondo e un decimo di secondo. I ricercatori più scrupolosi, rendendosi conto che un simile esile scarto potrebbe rientrare negli errori di misura, hanno seguito un’altra via: fare una ricerca e uno studio delle aree del cervello che «predeterminano le intenzioni consapevoli», misurarne l’attività con tecniche di risonanza magnetica individuando l’inizio della «fase preparatoria della decisione». In tal caso, lo scarto salirebbe ad alcuni secondi. Non è difficile vedere i vizi di questa procedura. In primo luogo, dare per scontato che esistano aree che «predeterminano» le intenzioni consapevoli indica che la tesi dell’inesistenza del libero arbitrio viene data per dimostrata prima di averlo fatto, anzi viene usata per dimostrarla. Inoltre, è chiaro che è improprio chiedere a una persona di annunciare l’istante in cui egli assume una decisione per confrontarlo con un istante di natura totalmente diversa: quello in cui ha inizio una vaga «attività preparatoria» nel corso della quale viene elaborata la decisione: è evidente che il momento in cui rifletto se uscire o no di casa viene prima del momento in cui decido di uscire. Ma c’è un vizio ancor più grave. Da un lato si misurano grandezze fisiche, osservabili misurabili con apparecchi di laboratorio: intensità di correnti, flussi sanguigni. Dall’altro lato si ha a che fare con qualcosa di diverso, ovvero con un rapporto con cui il soggetto dichiara l’esistenza di uno stato mentale: “premo il bottone o indico una lettera, e così informo di aver compiuto la scelta”. È qualcosa di analogo ai rapporti verbali (un “racconto”) in cui il soggetto descrive quel che prova soggettivamente. È del tutto arbitrario considerarlo come la determinazione esatta dell’istante temporale della presa di decisione, analoga alla misurazione diretta con un apparecchio. Qui vengono identificate cose diversissime: un rapporto dichiarativo e uno stato mentale. Per controllare la coincidenza della “dichiarazione” con lo stato mentale occorrerebbe penetrare direttamente in questo. Ma il rapporto dichiarativo può essere verificato soltanto con altri rapporti dichiarativi, in un’impossibile regressione all’infinito verso il “foro interiore” della persona senza che sia possibile mettere in atto qualcosa di simile alla misurazione diretta di una corrente elettrica. Pertanto mettere a confronto quelle due “misurazioni” del tempo è un grave errore metodologico indotto dalla pressione dell’assunto metafisico. Una situazione analoga si presenta nella teoria dei neuroni specchio, che M. Jacoboni nel suo Neuroni specchio definisce come gli elementi neurali determinanti per il comportamento sociale. Anche qui l’identificazione di aree che si attivano nei rapporti sociali e nelle situazioni di “empatia” non autorizza a considerarle come un fattore causale, come il fattore materiale che «colma il divario tra il sé e l’altro». Soprattutto se si ammette che «sembra esservi nel cervello, oltre al sistema dei neuroni specchio, un altro sistema neurale, il sistema della condizione di default, implicato sia con il sé sia con l’altro, nel quale il sé e l’altro sono interdipendenti». Mentre i neuroni specchio hanno a che fare con gli aspetti fisici del sé e dell’altro, il sistema della condizione di default dovrebbe «concernere aspetti più astratti della relazioni tra il sé e l’altro: i loro rispettivi ruoli nella società o comunità cui appartengono». In attesa di capire di cosa si tratti, l’indimostrata riduzione dell’empatia a neurobiologia deve far fronte al problema del perché talora l’empatia non si manifesti e vi siano piuttosto manifestazioni di insofferenza persino atroci. S’invoca allora l’ipotesi che gli stessi meccanismi che provocano l’empatia diano luogo alla violenza imitativa. La legislazione dovrebbe tenerne conto e modellarsi sui codici sociali descritti dalla neurobiologia. Si lamenta al riguardo che il riconoscimento del ruolo di guida della scienza nell’etica pubblica sia ostacolato dai pregiudizi, in particolare dalla credenza nel libero arbitrio, così svelando che il vero obbiettivo è quello di distruggere questo “pregiudizio” e non di attenersi a risultati positivamente dimostrati. Sorge inoltre il problema di come dovrebbe avvenire la riorganizzazione sociale basata sull’accettazione ufficiale del determinismo biologico.
Un indizio lo fornisce il nostro terzo esempio. Esso è dato da una serie di ricerche sui ratti effettuate dal neuroscienziato statunitense Jean Decety. Egli ha constatato che un ratto cui viene offerto un pezzo di cioccolato davanti a un suo simile imprigionato preferisce spesso liberarlo e dividere con lui il cioccolato anziché comportarsi in modo egoistico. Massimo Piattelli Palmarini riferisce che, secondo Decety, i circuiti cerebrali coinvolti in questi processi sono gli stessi che nell’uomo e così gli ormoni legati all’attivazione di questi circuiti. Il neurofilosofo Peter Singer si è posto allora il problema del manifestarsi di casi reali opposti, e cioè di persone totalmente indifferenti al dolore altrui. Sarebbe un buon motivo per concludere che il libero arbitrio esiste… E invece no. Dando ancora una volta per scontato quel che andrebbe dimostrato, e cioè che l’empatia sia un processo cerebrale, determinato da una struttura neuronale (con meccanismi non univoci o meccanismi sconosciuti, visto che essa può esservi o no), Singer si chiede se non sia possibile fabbricare una pillola dell’empatia che la susciti in chi ne è sprovvisto. Siamo di fronte alla patente alleanza tra metafisica materialista e tecnoscienza manipolatoria. Piattelli Palmarini si ribella di fronte a questa deriva e denuncia la presenza di una «crescente neuromania» e «genetomania», aggiungendo che non è bene assumere «un atteggiamento scientista e potenzialmente manipolatore»: «il libero arbitrio è un peso ma dobbiamo sopportarlo». Non credo che il libero arbitrio sia un peso da sopportare. Penso, al contrario, che sia ciò che rappresenta il fattore distintivo (e nobile) dell’uomo. Ma la pressione del riduzionismo scientista è tale che termini come “libero arbitrio”, “libertà”, “persona” e “dignità della persona” sono visti come relitti di un passato oscurantista. Eppure la fragilità di queste costruzioni pseudoscientifiche non giustifica alcuna soggezione nei loro confronti e tantomeno l’accettare che tutta la conoscenza venga assoggettata al prefisso “neuro-”. È vergognoso dirsi spiritualisti? In verità, per un religioso, che crede in un Dio creatore diverso da un Giove tonante, e che crede che l’uomo porti in sé una scintilla dello spirito divino, non dirsi tale è negare sé stesso. E non esistono scoperte scientifiche che dimostrino la metafisica materialista. Occorre avere il coraggio di dirlo. Anche per il bene della scienza.
(L’Osservatore Romano, 4 marzo 2012) via gisrael.blogspot.com

Fu Del Noce che aprì i cattolici alle libertà moderne

Lunedì, 23 Maggio 2011

Poiché la politica italiana sta attraversando una fase di sostanziale paralisi della proposta e pare si navighi a vista, ci pare necessario recuperare l’insegnamento del filosofo cattolico Augusto Del Noce (1910 – 1989). Un’ottima occasione ci viene offerta dal volume Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno, pubblicato da Marietti 1820, in vendita dalla prossima settimana. È stato scritto da Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, già autore, tra l’altro, di saggi su Hegel e Romano Guardini.  L’opera racconta e analizza il percorso culturale di Del Noce negli anni ’40 e ’50 trovandone un “intento fondamentale”: “liberare i cattolici, usciti dalla dittatura e dalla guerra, dalle nostalgie reazionarie e di aprirli ad un rapporto positivo con le libertà moderne”. Abbiamo intervistato il professor Borghesi per comprendere meglio la figura di Del Noce e per tentare di leggere l’attualità politica attraverso gli stimoli offertici dal suo pensiero.Professore, Noberto Bobbio scherzando ma forse non troppo, chiamava il suo amico-nemico Del Noce “il De Maistre italiano”. Era una definizione motivata? Del Noce aveva qualcosa in comune con il pensatore savoiardo? Era, insomma, un reazionario?No, non era motivata. La definizione, infelice, di Bobbio obbediva all’intento di delegittimare il suo amico-avversario, l’intellettuale che più di ogni altro aveva contribuito a smontare il modello azionista della storia contemporanea. Del Noce conosceva, naturalmente l’opera di De Maistre, ne apprezzava la critica al modello e alla mentalità rivoluzionaria. Criticava, però, in De Maistre, così come nel pensiero reazionario in genere, l’impostazione “reattiva” incapace di distinguere, nel moderno, tra il momento razionalistico e quello liberale. Per Del Noce il nucleo positivo della modernità consisteva nell’idea di libertà. Il cattolicesimo, fuori da ogni integralismo, doveva  incontrarsi con questo ideale.Ultimamente alcuni intellettuali “neofuturisti” vicini a Gianfranco Fini e lo scrittore Premio Strega Antonio Pennacchi hanno rilanciato il “fasciocomunismo”. Che giudizio avrebbe dato Del Noce riguardo tale proposta? A sentir loro, si tratterebbe di uscire finalmente dal Novecento; ma fascismo e comunismo non esprimono proprio l’essenza del secolo scorso?Distinguerei tra la prospettiva di Fini e quella di Pennacchi.  Del Noce vedrebbe, probabilmente, nel postfascismo di Fini il tentativo di legittimarsi assecondando le dinamiche della secolarizzazione che conseguono al post-’89, al tramonto delle speranze rivoluzionarie. Nel “fasciocomunismo” di Pennacchi c’è invece l’incontro tra due realtà popolari sconfitte, un tentativo irreale di opporsi al processo di atomizzazione e di svuotamento della dimensione politica. In realtà noi siamo fuori dal ‘900, sia di quello totalitario imperante tra le due guerre, che di quello ideologico caratterizzante il secondo dopoguerra.  In una prospettiva delnociana il ‘900, però, non è definitivamente trascorso. Continua ad agire nel presente attraverso la decomposizione dei suoi ideali. Il vuoto attuale, il nichilismo diffuso, è l’eredità della crisi delle ideologie postbelliche.A sinistra, invece, il Partito Democratico tende a rivendicare la tradizione “cattocomunista” di Dossetti e Rodano. Quali erano i principali punti di dissenso fra Del Noce e questa proposta politica?Il rapporto con Franco Rodano, oltre che con Felice Balbo, è, in realtà, un rapporto complesso. Nel mio volume mostro come Del Noce, dopo la partecipazione all’esperienza della sinistra cristiana, nel 1943-’44, riannoda, negli anni ’60, il suo rapporto con Rodano. In questo contesto prende forma la critica alla società opulenta e alla sua mentalità positivistica. Una società che combatte il comunismo in quanto fede religiosa in nome di un materialismo più integrale di quello marxista. Questa collaborazione si interrompe alla fine degli anni ’60. L’accusa che il Del Noce degli ultimi anni muove a Rodano è quella per cui la sua sintesi tra cattolicesimo e comunismo porta allo svuotamento di ambedue e alla resa alla società opulenta. Il progetto rodaniano portava, paradossalmente, al trionfo della destra tecnocratica.Per quale motivo Del Noce ruppe con l’ambiente de “Il Mulino”?Del Noce in realtà non rompe con “Il Mulino”, la rivista e l’editrice con cui collabora dal 1957 al 1974.  Il rapporto con Nicola Matteucci, esponente di un liberalismo laico fautore di un dialogo con i cattolici, rimane costante fino alla fine. La rottura è con i cattolici divorzisti, al tempo del referendum, presenti nella redazione della rivista, in primis con Pietro Scoppola. La cosa singolare è che Del Noce prenderà poi le distanze da Gabrio Lombardi e dal comitato per il referendum, in nome di un doppio tipo di unione, per i laici e per i cattolici, perché l’indissolubilità del matrimonio aveva significato all’interno di una posizione religiosa e non poteva essere trattata come un valore autonomo civile.Sono in corso i festeggiamenti per i centocinquant’anni d’unità nazionale. Quali limiti vedeva Del Noce nel processo unitario?Del Noce era soprattutto preoccupato di due cose: che la DC come partito di governo rappresentasse la coscienza nazionale del Paese e che i cattolici, deposte le pregiudiziali antiliberali, si ritrovassero nei valori del liberalismo etico. Allo scopo, tra il 1961 e il 1963, viene immaginando un nuovo giobertismo, una revisione del Risorgimento in chiave cattolica. Un progetto presto abbandonato allorché, studiando Gentile, si accorge che il vero continuatore del pensiero è proprio Gentile, il filosofo del fascismo. Dal 1964 Antonio Rosmini, e non Gioberti,  diviene il modello delnociano dell’incontro tra cattolicesimo, libertà, coscienza nazionale.Del Noce fu eletto senatore, anche se indipendente, nelle file della Democrazia Cristiana; ma non fu mai tenero con il partito unico dei cattolici. Cosa gli rimproverava maggiormente?Del Noce ha sempre avuto la segreta ambizione di essere l’ideologo della DC, una sorta di Gramsci del cattolicesimo politico, il filosofo che De Gasperi non ebbe. Da qui il suo amore-odio per la DC vista ora come il perno della vita democratica del Paese, ora come incapace di intendere il processo di secolarizzazione che stava dissolvendo il cattolicesimo in Italia. Va detto come nella critica Del Noce fosse perfettamente consapevole del fatto che il limite democristiano, il suo “guicciardinismo”, era strettamente correlato ai limiti della cultura cattolica la quale, nella mancata revisione della filosofia della storia dell’800, oscillava continuamente tra progressisti e reazionari. Era questo vuoto alle spalle che obbligava la DC a volare basso, a farsi partito pragmatico senza che i due termini, “Democrazia” e “cristiana”, potessero avere un senso compiuto.Il centrodestra italiano, e più in generale il pensiero liberale, hanno la possibilità di imparare molto da Del Noce. Quali aspetti in particolare sarebbero più urgenti da rinverdire? Direi che il Del Noce più attuale, in termini storico-politici, è quello che, già a partire dal 1963, intuisce che il nuovo avversario, per la prospettiva cristiana e liberale, non è più il marxismo ma la società opulenta post-marxista. Quella che poi è andata affermandosi con la globalizzazione degli anni ’80-’90, la resa ad un capitalismo senza regole, il primato della ragione strumentale, l’affermazione di una dissacrazione-mercificazione integrale. Comte, il padre del positivismo, prende il posto di Marx. Con quel che ne consegue: il mito dell’efficienza da un lato, un vuoto ideale senza precedenti, dall’altro. Un’analisi lucida che interpella sia il centro-destra che il mondo della sinistra, impotenti ambedue, in qualche modo, di fronte all’universo scaturito dal post’89. Sarebbero qui da rileggere, per la loro attualità, le pagine del 1970 dedicate a “Un nuovo discorso su destra e sinistra”. Ne esce fuori un Del Noce inedito, fuori dagli schemi con cui taluni hanno cercato di catalogarlo. l.negri loccidentale

La libertà religiosa a rischio anche in Europa (by Introvigne)

Venerdì, 4 Febbraio 2011

L’incontro di Benedetto XVI ieri con il nuovo ambasciatore dell’Austria presso la Santa Sede è stato occasione di un nuovo discorso molto significativo del Papa sulla libertà religiosa, il tema cui ha voluto dedicare specialmente questo anno 2011. L’Austria, tra l’altro, è il Paese dove ha sede l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, di cui il sottoscritto è Rappresentante per la lotta alla discriminazione e all’intolleranza contro i cristiani. Nelle riunioni dell’Osce si suole talora parlare di problemi a Est di Vienna e a Ovest di Vienna. A Est di Vienna non c’è dubbio che la libertà religiosa, specialmente dei cristiani, sia in pericolo. Mentre l’Osce ha appunto un Rappresentante il cui mandato menziona specificamente – anche se non esclusivamente – la lotta all’intolleranza e alla discriminazione contro i cristiani, recentemente l’Unione Europea si è mostrata reticente di fronte alla prospettiva anche soltanto di menzionare i cristiani in un documento sulle violenze religiose in Africa e in Asia.  Il Papa loda la posizione del governo austriaco, che in sede europea ha appoggiato le proposte formulate per primo dal governo italiano per una condanna esplicita della persecuzione dei cristiani e perché «anche il nuovo servizio europeo per l’Azione esterna osservi la situazione della libertà di religione nel mondo, stili regolarmente un rapporto e lo presenti ai ministri degli Esteri dell’Unione europea». Ma il Papa insiste spesso sul fatto che la libertà religiosa dei cristiani è sotto attacco anche in Occidente, a Ovest di Vienna. Ringrazia dunque l’ambasciatore austriaco anche perché il suo Paese ha preso posizione a favore della presenza del crocifisso nelle scuole, schierandosi pure in questo caso con il governo italiano nel contenzioso che lo oppone alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Questo episodio ha dato occasione al Papa di ribadire in termini più generali che i cristiani hanno un problema di libertà religiosa anche in Europa e non solo in Asia o in Africa. «In molti Paesi europei – ha notato Benedetto XVI – il rapporto fra Stato e religione sta affrontando una particolare tensione. Da una parte, le autorità politiche sono molto attente a non concedere spazi pubblici a religioni intese come idee di fede meramente individuali dei cittadini. Dall’altra, si cerca di applicare i criteri di una opinione pubblica secolare alle comunità religiose. Sembra che si voglia adattare il Vangelo alla cultura e, tuttavia, si cerca di impedire, in modo quasi imbarazzante, che la cultura venga plasmata dalla dimensione religiosa».Libertà religiosa significa dare spazio alle istituzioni educative e caritative cattoliche e rispettarne le specificità, senza considerare la Chiesa solo «uno dei tanti erogatori di prestazioni sociali». Significa anche evitare di censurare la Chiesa quando parla a tutti in nome del diritto naturale e della ragione in tema di vita e di famiglia, e di questi valori chiede «la tutela particolare dello Stato». Il Papa ricorda, sembra perfino con una certa nostalgia, i valori della vecchia Austria. Afferma che «la cultura, la storia e la vita quotidiana dell’Austria, la “terra delle cattedrali” (Inno nazionale) sono profondamente plasmate dalla fede cattolica», in armoniosa coesistenza fra culture diverse e anche con le minoranze religiose. «”Nell’armonia risiede la forza” – ricorda il Papa – come recitava già il vecchio inno popolare del tempo della monarchia. Questo vale in particolare per la dimensione religiosa che è radicata nel profondo della coscienza dell’uomo e perciò appartiene alla vita di ogni singolo individuo e alla convivenza della comunità. La patria spirituale, di cui hanno bisogno come appiglio personale molte persone che vivono una situazione lavorativa di sempre maggiore mobilità e costante mutamento, dovrebbe poter esistere pubblicamente». Anche in Austria, perfino all’interno della Chiesa, questi principi sono talora negati: ma sono molto radicati nel popolo austriaco, come mostra una fioritura di santi fra i quali il Papa ha voluto ricordare, con altri, il beato Carlo d’Asburgo (1887-1922). Forse più riconosciute che altrove in Austria, le radici cristiane sono invece spesso oggetto di rifiuto da parte di istituzioni europee. Eppure, ha detto il Papa, «l’edificazione della casa comune europea può sortire un buon esito soltanto se questo continente è consapevole delle proprie fondamenta cristiane e se i valori del Vangelo nonché della immagine cristiana dell’uomo saranno, anche in futuro, il fermento della civiltà europea». m. introvigne labussolaquotidiana

Brodo finiano

Sabato, 20 Novembre 2010

Creare “contenitori” di voti sul territorio. Facendo incetta di consensi nel tessuto produttivo del Paese. A cominciare  dalle piccole e medie imprese e poi nell’universo, sempre prodigo, dell’associazionismo e del volontariato. Elezioni o non elezioni, i finiani stanno lavorando. L’appuntamento con le urne potrebbe arrivare nell’arco di qualche mese e non c’è tempo da perdere. Con i suoi Gianfranco è stato chiaro. Adoperando il consueto accento bolognese, che diventa più pronunciato quando s’accalora (proprio come succede a Casini), ha ordinato di lavorare giorno e notte. Un serbatoio di voti, stando ai sondaggi, i “futuristi” lo avrebbero già. Ma, Fini lo sa, sono consensi aleatori. Che vengono dalla pancia di chi in lui vede il più estremo baluardo dell’antiberlusconismo. Ora quei voti ci sono ma tra qualche mese, dopo un’infuocata campagna elettorale e magari con una coalizione di centrosinistra capace di spendere, chissà, un leader credibile, potrebbero non esserci più. O essere assai diminuiti. C’è bisogno, quindi, di consensi “radicati e strutturali” su cui potere contare sempre. Del resto, Fini, nonostante l’abito da grande rinnovatore che sta sforzando di cucirsi addosso (ma che risulta poco credibile perfino ai suoi), è uomo di vecchia scuola politica. Nel Movimento Sociale ha imparato l’importanza delle sezioni locali e quella del tessuto produttivo di cui è essenziale assicurarsi il sostegno. Il primo compito lo ha affidato al fido Italo Bocchino, che lo sta assolvendo con i circoli di Generazione Italia. Il secondo, più complesso, lo ha delegato a due uomini che più diversi non potrebbero essere: Benedetto Della Vedova e Giulio Buffo. Il primo non ha bisogno di presentazioni. Deputato, Bocconiano di lungo corso, un passato nel partito radicale e, soprattutto, liberale doc. L’altro, invece, è semisconosciuto a chi risiede fuori dal Grande raccordo anulare romano. Ex missino del Fronte della Gioventù, un passato da assessore provinciale romano nella giunta di Silvano Moffa, Buffo è da sempre attivissimo nell’area del volontariato e dell’associazionismo. A Della Vedova, economista di razza e “padre”, ai tempi della militanza pannelliana, del referendum (fallito per mancanza di quorum) sull’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, Fini ha consegnato il ruolo di grande tessitore con il mondo dell’impresa. A lui, liberale irriducibile, spetterà il compito di spingere Fli su posizioni che riescano ad accattivare grandi, medie e piccole imprese. Più faticoso, se possibile, sarà invece il lavoro di Buffo. Tra i giovani ex missini romani, Buffo – che proprio come Alemanno porta al collo con orgoglio il simbolo del Fuan –  è un nome assai noto, soprattutto nei quartieri bene della Capitale, come il Trieste ed i Parioli. Ai tempi del Fronte della Gioventù, e poi di An, gli riuscì, assieme ad altri compagni di cordata come Fabio Rampelli (oggi deputato del Pdl), un’impresa non facile: portare anche a destra quel mondo del volontariato e dell’associazionismo che era, ed in parte è rimasto, appannaggio della sinistra. Soprattutto sui temi ambientali. Proprio qui, invece, in primis con l’associazione Fare Verde, Buffo e gli altri sono riusciti nell’impresa. Un’esperienza che Fini, ora, vuole, sfruttare al massimo. Cercando di portare dalla sua parte valori, temi e consensi di buona parte di quel mondo che, elemento da non sottovalutare, aveva ed ha, a Roma e non solo, rapporti radicati con la Chiesa. Un termine che, in questo caso, va inteso in senso molto ampio. Che abbraccia sia gli alti prelati che le piccole parrocchie. In queste settimane Buffo è attivo come non mai. E come base organizzativa può contare su “Arcipelago Nazionale”, la Onlus che riunisce gli operatori del terzo settore di cui è coordinatore. Come e se Gianfranco Fini riuscirà a fare coesistere due anime così diverse, quella liberale di Della Vedova, e quella associazionista, ambientalista e cattolica di Giulio Buffo, sarà uno degli interrogativi dei prossimi mesi. Un dato è certo: non sarà un’impresa facile. Al di là della comune militanza finiana, più in funzione antiberlusconiana che altro, la coabitazione sarà turbolenta. Anche perché si tratta di anime che non accettano compromessi. Al suo liberalismo, con forti derive anticlericali (si pensi ai temi eticamente sensibili come testamento biologico e legge sul fine vita), Della Vedova ed i suoi non rinuncerebbero mai. Idem, al contrario, per i cattolici-militanti di Buffo. Chiamare Fli un partito eterogeneo sembra eufemistico. Non è un caso se alcuni finiani stanno meditando di tornare nella casa madre del Pdl…  a. falciaguerra l’occidentale

Correnti finiane

Giovedì, 21 Ottobre 2010

Il partito non è ancora nato ufficialmente, ma ha già stabilito un record assoluto per la politica italiana: Futuro e Libertà per l’Italia può contare su un leader, Gianfranco Fini e già su sette correnti. Più di quelle che aveva la vecchia Democrazia cristiana, ma con una differenza non da poco: quelle sette correnti devono spartirsi un patrimonio di consensi che oggi vale circa un decimo di quelli della Balena bianca. C’è il correntino dell’entourage di Fini, l’unico staff di fedelissimi legati al leader a doppio mandato. Uno sparuto manipolo di corte, ognuno con il suo compito disegnato. Giulia Bongiorno pensa agli affari legali di Futuro e Libertà e anche a quelli personali di Fini. Donato La Morte pensa al business e ai conti della formazione politica. Alessandro Ruben cura le relazioni internazionali. Francesco Proietti Cosimi è lì, in staff perché questo ha sempre fatto anche se oggi ne capisce poco il motivo. Luca Barbareschi va un po’ per conto suo, ma è anche il portavoce ufficiale del partito. E lì sta. Nella corrente dell’entourage del leader c’è anche una sottocorrente, che va per conto suo. Quella di Giuseppe Consolo, cui sono affidati gli affari legali della compagna del leader. Anche lui starebbe nella cerchia dei fedelissimi. Ma guai a chiuderlo nella stessa stanza della Bongiorno. Sarebbe come mettere uno di fronte all’altro gli ultimi due Higlander rimasti sulla terra: ne resterebbe solo uno vivo. Il correntino dell’entourage sta nella cerchia più alta, quella vicina al leader. Ha potere. Ma non truppe: nemmeno un soldato a riporto. Non che siano tante, ma quelle spettano tutte ai correntoni. C’è quello di Generazione Italia, guidato da Italo Bocchino. Con lui i nomi più noti sono Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Angela Napoli e Antonio Buonfiglio. Sembra un po’ il correntone di Antonio Gava della vecchia dc, ma scrivendo questo paragone il rischio è che Granata e Briguglio ci inviino cento pm in redazione. GRANDI E PICCOLI Altro correntone, quello che forse ha più truppe in giro, si è dato il nome di “Area Nazionale”. Alla guida si possono trovare Silvano Moffa, Pasquale Viespoli e Roberto Menia. Essendo i più lealisti con il governo di Silvio Berlusconi, ne sono soci di diritto anche Andrea Ronchi e Salvatore Valditara. Terza grande corrente, quella dei pensatori. Sparano idee a raffica, ma non sono dei Rambo nella realizzazione: è la corrente di Fare Futuro. La guida Adolfo Urso, e dentro c’è un po’di tutto: pensatori alla Alessandro Campi, giornalisti bohemien come Filippo Rossi, uomini più attenti alla cassa come Ferruccio Ferranti e Pierluigi Scibetta. Da qualche giorno è nata anche la corrente socialista, che non si capisce bene che c’entri lì. Comunque l’ha fondata l’unica appartenente, Chiara Moroni e l’ha chiamata “Socialismo e libertà”. Un po’ l’una e un po’ l’altra cosa, che nella storia hanno fatto un po’a cazzotti. Forse è più azzeccato quel titolo di quello da cui prende le mosse: “Socialismo è libertà”, movimento fondato da Rino Formica nel 2003. Il nome non se l’è ancora dato, ma in Futuro e Libertà è già pronta anche una correntina democristiana. La guiderebbero Giampiero Catone e Potito Salatto, e potrebbe farne parte anche Maria Grazia Siliquini. Sembra niente, però ha un suo peso quando si discute di giustizia. Conoscendo a fondo magistrati e tribunali, da queste parti del gruppo si è meno giustizialisti che altrove. Siamo arrivati a sei correnti. Ma c’è anche la settima, un po’ più trasversale. La chiamano “corrente dei secolari”, e il nome ha un doppio senso. Il primo richiama al Secolo d’Italia, perché da lì provengono i primi due aderenti, Enzo Raisi e Flavia Perina. Il secondo senso è più letterale: “secolari”come contrapposizione a “spirituali”. È il gruppo degli anticlericali e laicisti, che sposa in pieno questo primo antico passo della differenziazione di Fini dal resto della compagnia. Ne fa parte a pieno diritto Benedetto Della Vedova, e avrebbe potuto entrare anche la Moroni, che così però non si sentiva abbastanza importante e ha preferito fondare più che una corrente, uno spiffero tutto suo. Altro che colonnelli, con tanta abbondanza qui Fini rischia di essere circondato da capitani e sottotenenti convinti di comandare ognuno a casa sua. Se ne vedranno gli effetti già domani con la nomina dei coordinatori regionali, un altro modo di dare galloni all’esercito che così rischia di restare senza truppe. ASSENTEISTI Tanta divisione per il momento ha trovato piccolo specchio in Parlamento. Sulle questioni spinose – specie sulla giustizia – il gruppo di Futuro e Libertà marcia unito per colpire diviso. Lo fa quando da meno nell’occhio, ma lo fa. Qualcuno ha preso posizioni apertamente polemiche nei confronti del governo. Altri hanno scelto una tecnica più furba: al voto non vanno. È accaduto quando si è trattato di concedere o meno le autorizzazioni a procedere nei confronti di Berlusconi per le querele di Antonio Di Pietro (su 34 a marcare visita sono stati ben 12 finiani). Ma accade in tutte le occasioni. Da quando è nato il gruppo finiano ha pensato più alla tv che alle aule parlamentari: è il gruppo con più assenteismo alle votazioni parlamentari f. bechis libero.

La destra che verrà (by Campi)

Giovedì, 21 Ottobre 2010

Andare oltre il berlusconismo. Oltre la destra. Oltre Gianfranco Fini, addirittura. “L’impegno di trasformare la destra, di liberarla per sempre dalla sua matrice ideologica che affonda nel fascismo, supera l’esperienza del presidente della Camera. Servirà più di una generazione per avere anche in Italia la normalità che in Europa produce fisiologicamente i Cameron e i Sarkozy”. Arrivati al passaggio decisivo, con l’addio al Pdl e la nascita di Futuro e Libertà, è questa la sfida senza rete di Fini, il sogno di una destra normale e non più aziendale. Ma non è scritto da nessuna parte che sia l’ex leader di An a godere dei frutti della sua battaglia, che questo futuro coincida con il futuro di Fini, ammette Alessandro Campi, origini calabresi, una cattedra di storia del pensiero politico all’Università di Perugia, direttore della fondazione Farefuturo. L’ideologo del finismo, lo definiscono, il più ascoltato dall’inquilino di Montecitorio. Al punto che, sospettano gli ultrà di Arcore, quello che Campi scrive Fini farà, e quello che Fini afferma Campi ha letto. L’eretico da bruciare, per il custode dell’ortodossia berlusconiana Sandro Bondi, che alla direzione del Pdl in cui Berlusconi e Fini vennero quasi alle mani di fronte alle telecamere, elencò i capi di imputazione: “Cupio dissolvi, mania di autodistruzione, bizantinismi… Tentativo di distruggere la figura umana e politica che giganteggia rispetto a chiunque”, ed è inutile specificare di quale Golia con i tacchi parlasse il ministro-poeta. Fino al verdetto: “Intellettuali come il professor Campi sognano un partito di sapienti. Se prevalessero le sue idee il Pdl non sarebbe più casa mia ma non lo sarebbe più neppure per il popolo”.  Il professore è uomo ironico, il contrario del militante del pensiero, fosse anche il suo. Scriverà un libro per confutare le tesi di Bondi e intanto replica: “In questa concezione sparisce l’individuo, la persona, la società, tutto. Restano solo il popolo e il Capo. Una teoria giacobina”. Si sente a disagio in queste settimane di lotta all’ultimo sangue, tra la conta dei fedelissimi e le case di Montecarlo, “il rischio peggiore è che tutto quello che ha detto Fini negli anni passati appaia effimero e strumentale, che si apra una fase puramente tattica, un tatarellismo di risulta”, con riferimento al colonnello finiano Italo Bocchino che di Pinuccio Tatarella, intelligenza volpina del Msi, fu braccio destro. E invece, pensa Campi, il Cavaliere si è rivelato vulnerabile su un fronte imprevisto, quello dello scontro sulle idee, “sulla rivoluzione modernizzatrice che aveva promesso e non ha fatto, sul partito dei moderati che annunciava e che non ha costruito. Al loro posto, c’è il berlusconismo senescente, il rinserramento nelle logiche padronali e paternalistiche”. E il finismo? Il finismo non esiste, predica Campi, che rifiuta l’etichetta di intellettuale organico: “È una figura che presuppone l’esistenza di un partito e di un sistema definito. Cose che non ci sono”.  In effetti, Futuro e Libertà è ancora una nebulosa, tutta da decifrare. E il suo catalogo dei valori è ancora più ibrido. Basta sfogliare il quotidiano diretto da Flavia Perina, “Il Secolo d’Italia”, senza più la dicitura “organo del Pdl”. Il ricordo dello scomparso Piero Vivarelli, parà della Decima Mas e amico di Fidel Castro, un paginone su Lev Trotsky (“Chiese maggiore democrazia nel partito e gli risero in faccia”: e chissà come si sarebbero sganasciati Gasparri e Quagliariello), un pezzo di Angela Azzaro, già curatrice dell’inserto culturale di “Liberazione” “Queer”, l’ultima pagina con la testatina “Noi libertari”. Un caleidoscopio di ispirazione radical-fasciocomunista. Una bella confusione che va ad aggiungersi al già affollato e trasversalissimo Pantheon di icone pop: Guccini, John Travolta, Andrea Pazienza, Nicole Kidman. Mario Balotelli, il testimonial dei nuovi italiani figli di immigrati, ultracitato da Fini sui diritti di cittadinanza. Paolo Borsellino, al pari di Roberto Saviano il simbolo della legalità, oggetto del contendere nella diaspora dei giovani di destra (lo ostentano sulle magliette i ragazzi di Fabio Granata e i boys di Giorgia Meloni rimasti nel Pdl). Il Dr. House, indicato dal mensile di Farefuturo “Charta minuta” come modello di leadership, “capace di offrire il quadro impietoso di un Paese malato. Poco ottimismo, molta sobrietà, niente infingimenti, tattiche dilatorie o compromessi”. Dr. Gianfranco, I suppose. Eclettismo, tendenza ad acchiappare tutto ciò che si muove e che è à la page, leggerezza. Il finismo come veltronismo di destra, con gli stessi difetti dell’originale, superficialità e approssimazione. Con Sarkò al posto di Bob Kennedy e l’insana passione per Saint-Exupéry che accomuna finiani e veltroniani. “A volte c’è un gusto della provocazione eccessivo, una bulimia di miti”, concorda Campi: “Ma a sinistra dovevano ricostruire l’apparato simbolico dopo il crollo del Muro. E noi dovevamo uscire da una biblioteca asfittica, i soliti Gentile-Spirito-Evola”. E l’attrazione esercitata a sinistra dai finiani ha altre motivazioni: l’intuizione che il consenso si conquista non solo con la forza dei numeri, ma con il progetto, la cara vecchia egemonia culturale, già. Lezione gramsciana smarrita dalla sinistra, che da vent’anni preferisce dilaniarsi su primarie aperte o chiuse e altri misteri dolorosi del politichese. E che invece a sorpresa rispunta a destra, dove il duello tra Berlusconi e Fini è molto più che una semplice guerra di potere tra persone. È il conflitto tra due idee di politica, due visioni del mondo, due – orrore – ideologie. “Il berlusconismo ha bloccato la trasformazione della destra”, accusa Campi: “Abbiamo superato la mistica del Capo che portava il Msi a tifare per i colonnelli greci, e ci siamo ritrovati nel Pdl con “Meno male che Silvio c’è”. Abbiamo riconosciuto che la Costituzione garantiva anche noi e Berlusconi si è messo a delegittimarla. Abbiamo superato il comunismo come nemico reale e lui l’ha ricostruito come nemico immaginario. Noi guardiamo avanti, lui ci porta indietro”. Il manifesto del finismo recita l’opposto: “Fare sintesi tra suggestioni antiche e nuove. Parlare a pezzi di società che non si sono mai riconosciuti nella destra. La coesione sociale e nazionale al posto della guerra civile. La ricomposizione dei conflitti invece del berlusconismo come rivoluzione permanente”.  Imprevedibile che a buttarsi a capofitto nella battaglia culturale sia un politico pragmatico e calcolatore come Fini. Il leader che per caso si trovò a trascinare il vecchio Msi in An e al governo. “Fiuggi fu un’operazione di maquillage, un cambio di sigla, che consentì alla destra neofascista di entrare nel gioco della grande politica da cui era sempre rimasta esclusa”, ricorda Campi. “Per gran parte del gruppo dirigente era il punto di arrivo da cui non bisognava più muoversi. Fini, che era stato il protagonista di quel passaggio opportunistico, capisce che invece An è un punto di partenza. E si comporta di conseguenza, la svolta si è compiuta nei 15 anni successivi. Fino a oggi: la vera Fiuggi Fini l’ha fatta a Mirabello”. Sorprendente che in questo percorso accanto a Fini ci siano i reduci della Nuova destra, la corrente di cui Campi faceva parte che tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta provò a innovare la tradizione degli eredi di Salò. Sessantottini di destra, la conquista dell’immaginario, dai fumetti al rock. Un background prezioso per affrontare oggi l’armata comunicativa del Cavaliere con operazioni di sabotaggio corsaro. “In pochi sono entrati in politica, quasi tutti siamo diventati professori, giornalisti, editori”. Anche perché nel partito c’era poco spazio. Nel ’77 Giorgio Almirante sceglie come segretario dei giovani missini un lungagnone di grande fedeltà e di scarso carisma: Fini. Trent’anni dopo, nel 2007, l’ex prescelto che ormai ha percorso tutti i gradini della carriera (segretario, vice-premier, ministro degli Esteri) convoca gli intellettuali in un albergone accanto a villa Borghese. “La diffidenza reciproca era enorme. Quasi non ci volevo andare, non mi aspettavo nulla…”, racconta Campi. E invece gli ex pensatori di Nuova destra si ritrovano finalmente con un leader e Fini con un gruppo di consiglieri fuori dagli schemi. Parte l’avventura della fondazione Farefuturo. Ora, con Mirabello, si apre una nuova fase. “Il tentativo di costruire un’alternativa a Berlusconi dentro il Pdl è fallito. Bisogna riprovarci dall’esterno. Cercare consensi tra i delusi del berlusconismo, il Sud virtuoso, i cattolici, una fetta di sinistra attenta ai diritti civili, i giovani che trovano in Fini un interlocutore credibile”. Un po’ troppe cose insieme, professor Campi… “Ma ogni leader importante deve muoversi come se rappresentasse tutti”. Per farlo, consiglia l’intellettuale finiano, bisogna abbandonare la tattica, la contabilità delle truppe parlamentari (“Sono in arrivo i deputati numero 36 e 37…”). E chiudere con un’altra eredità negativa della destra: “Il divorzio dalla realtà e dalla storia. L’estetica della sconfitta, per cui chi ha vinto ha sempre torto, ad aver ragione sono sempre i perdenti, siano repubblichini o indiani”. Sarà, ma il dubbio è da tremare: e se gli italiani dopo tutta questa fatica si sentissero interpretati più dal populismo di Berlusconi che dal presidente della Camera? “Non so se Fini vincerà o perderà”, risponde Campi: “Di certo ha ragione. Non sarà lui il Cameron italiano, ma la sua battaglia è necessaria perché domani la destra italiana sia finalmente moderna, come tutte le altre”. Il dubbio, però, si sente, inquieta anche lui. m. damilano, espresso