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Schiava sessuale di Gheddafi

Mercoledì, 16 Novembre 2011

Muammar Gheddafi ha saccheggiato la mia vita”. Safia ha 22 anni ma se ne sente il doppio addosso. Al quotidiano Le Monde la giovane libica racconta cinque anni di calvario trascorsi nell’harem dell’ex rais. Anche se per lei testimoniare, dice, è pericoloso.Racconta di come è stata rapita da ragazzina, violentata, picchiata, obbligata a partecipare a festini a base di sesso, droga e alcool, insieme ad altre ragazze, anche italiane – precisa -, belghe, egiziane.Una testimonianza, la sua, che sembra integrarsi con il racconto fatto al britannico Daily Mail dall’ex chef del defunto rais, il ventinovenne Faisal, che racconta della sua dipendenza dal sesso, che lo induceva a ingoiare grandi quantitivi di Viagra, tanto da indurre un’infermiera a metterlo in guardia sui pericoli per la salute. Secondo Faisal, poche ore prima di incontrare il principe Andrea nel 2008, Gheddafi si portò a letto quatro donne. A volte, dice Faisal, ce n’erano cinque.Le sue famose ”amazzoni”, le pretoriane di cui si circondava, dicono di aver dovuto fare sesso con lui. Alcune, le più scaltre, si facevano regalare ville e grosse somme in denaro, dice il Mail. Le altre donne che lui notava erano invece costrette e subire la sua violenza e basta. Un destino, quest’ultimo, toccato anche a Safia.Aveva solo 15 anni, nel 2004, quando Gheddafi la vide per la prima volta, mentre visitava il liceo dove la giovane studiava. Il colonnello, racconta, si fermò ad accarezzarle i capelli e fece un segno alle guardie del corpo, come per dire: ”Questa, la voglio”.Il giorno dopo ”tre donne in uniforme al servizio del dittatore” andarono a prenderla per consegnarla al rais, che all’epoca aveva 62 anni. Era l’inizio di un incubo: ”Non basterà raccontare, nessuno saprà mai cosa ho vissuto davvero, nessuno potrà mai immaginarlo”, confida la giovane a Le Monde, che l’ha incontrata a Tripoli a fine ottobre dopo la morte del dittatore.”Quando ho visto il cadavere esposto alla folla – confessa – ho avuto un breve piacere, poi ho sentito un gusto amaro in bocca”. A 15 anni Safia era la più giovane di quella sorta di harem, composto da una ventina di ragazze tra i 18 ed i 19 anni. Mentre lei singhiozzava e si dibatteva, qualcuno la obbligò ad indossare un completo di biancheria sexy e le mostrò come sfilarlo sensualmente, a tempo di musica.Quel giorno Gheddafi la violentò dopo che lei aveva tentato di fuggire: ”Sono diventata la sua schiava sessuale. Mi ha violentata per cinque anni”, racconta. Il suo tempo lo passava a piangere e a farsi bella, perché doveva essere sempre pronta a ricevere il rais. Dopo alcuni anni, lui la reclamava ancora, due, tre volte a settimana. Il suo corpo portava il segno di morsi, di colpi. I seni erano graffiati. Aveva continue emorragie.Un giorno del 2009 il colonnello, vedendola depressa, le concesse di andare a trovare i genitori. E fu il papà a organizzare la sua fuga. Ora Safia, che continua a fare incubi di notte, piange e si sente ”demolita”, vorrebbe testimoniare in un tribunale. Ma ha paura: ”Gheddafi ha ancora dei fedeli e poi – aggiunge – qui le donne sono sempre colpevoli”.blitzquotidiano.it

La “primavera araba” dopo G8

Lunedì, 30 Maggio 2011

Il primo vertice del G8 dall’inizio della cosiddetta “primavera araba” si è concluso due giorni fa a Deauville, in Francia. Sin dalla vigilia, è aleggiata aria da “Piano Marshall” per i Paesi che negli scenari nordafricano e mediorientale «sostengono le aspirazioni democratiche della loro popolazione» (così Nicolas Sarkozy appena prima dell’apertura della due-giorni di lavori). Tradotto, ciò significa che i grandi del mondo intendono accollarsi la “richiesta di danni” avanzata da Egitto e Tunisia a cui la “democratizzazione” costerà una lunga stagione turistica disastrata: Il Cairo rivendica una cifra tra i 10 e i 12 miliardi di dollari fino a metà 2012 e Tunisi chiede 25 miliardi di dollari per cinque anni. Ora, pagato il conto degli ombrelloni disdetti sulle spiagge delle coste sud del Mediterraneo, sarebbe auspicabile che i “grandi del mondo” passassero a ragionare con realismo di quell’area così pericolosamente instabile. In Nordafrica e Medioriente, infatti, la primavera non è mai sbocciata davvero, e in troppe situazioni il clima è già torrido. La contraddizione fra la pletoricità dei discorsi e le situazioni sul campo non potrebbe infatti essere più stridente, superata forse solo dalla confusione  con cui i Paesi occidentali affrontano la questione. Se la Libia ha infatti improvvisamente meritato l’attenzione, la censura e le bombe di una Francia a cui è andato dietro mezzo Occidente diversamente riluttante, le violente repressioni di cui da mesi sono quotidianamente oggetto le “piazze” di Siria, Yemen e anche Bahrein sembrano non interessare alcuno. Della Tunisia, retta dopo il cambio da un regime militare, nessuno più parla da settimane; l’Egitto è congelato in un limbo surreale che ha cambiato tutto per non cambiare nulla, salvo introdurre la legge islamica a furor di popolo e incrementare le violenze sui cristiani copti; ed evidentemente il resto di quell’enorme e magmatico quadrante (dal Maghreb agli Emirati del Golfo, dall’Arabia Saudita alla Giordania) dev’essere di specchiata democraticità visto che nessuno ne parla più. George Friedman, lo scienziato della politica che nel 1996 ha fondato ad Austin, in Texas, l’autorevole agenzia di intelligence globale Stratfor (Strategic Forecasting, Inc.), dice bene che «di rado coerenza morale e geopolitica vanno disinvoltamente a braccetto», e questo perché «la geopolitica non è una esercitazione astratta». Ma allora ciò significa che dietro il mito della “primavera araba” si cela un machiavellico calcolo delle opportunità che spinge anzitutto l’Amministrazione statunitense a prodigarsi sì in proclami teorici di libertà a 360 gradi, ma subito dopo a muoversi con i piedi di piombo. Osserva infatti Friedman che se «appoggiare il cambio di regime in Libia costa agli Stati Uniti relativamente poco», appoggiare invece un cambio della guardia per esempio nel Bahrein «si sarebbe dimostrato assolutamente costoso», mettendo gli Usa a rischio di «perdere una delle loro più importanti basi navali nel Golfo Persico» e al contempo propiziando una improvvida e pericolosa «impennata delle proteste sciite nella regione orientale dell’Arabia Saudita, ricca di petrolio». Quanto all’Egitto che ha cacciato Hosni Mubarak con il plauso di tutti, per Friedman «si è trattato più della preservazione del regime che non del suo rovesciamento»: se infatti appoggiare la rivolta lì «avrebbe potuto comportare qualche costo», la cosa è stato invece brillantemente risolta con i «militari in veste di levatrici e oggi ben in grado di mantenere il controllo». Perché la questione vera è che in quelle regioni l’Occidente continua ad avere spasmodicamente bisogno di alleanze e di punti di appoggio da utilizzare soprattutto contro le mire ancora forti dell’ultrafondamentalismo jihadista. Ora, che ciò sia più facilmente ottenibile con il vecchio sistema delle alleanze con i regimi autoritari di ieri (ma in molti casi ancora oggi ben in salute) o costruendo una nuova rete di rapporti con i governi che potrebbero sorgere dal completo rimescolamento dell’area è la spada di Damocle pendente dal soffitto che sta sopra ogni tavolo di lavoro occidentale, attorno al quale nessuno se la sente di assumere scomode posizioni univoche. Persiste allora la retorica. Uno dei punto nodali, peraltro, è che quell’angolo di mondo resta assolutamente enigmatico. Come nota Friedman, infatti, «non tutte le dimostrazioni sono rivoluzioni; non tutte le rivoluzioni sono democratiche; e non tutte le rivoluzioni democratiche portano allo Stato di diritto». I circa 300mila manifestanti egiziani dell’“epopea” della piazza Tahrir a Il Cairo, per esempio, «hanno rappresentato solo una minuscola porzione della società egiziana». Per quanto convinti e bene intenzionati essi fossero, «la grande massa degli egiziani non li ha seguiti». Nonostante l’attenzione riservata loro dai media, cioè, per l’analista statunitense la vera notizia venuta in quei giorni dall’Egitto è stata l’enorme maggioranza di persone che non ha manifestato affatto. In questo modo, «la catena delle manifestazioni ha fornito all’esercito egiziano la copertura necessaria a quello che è equivalso a un golpe». Là dove invece si sono avute rivoluzioni vere, tutto esse sono state tranne che democratiche. Leggi Libia. Qui i ribelli antigovernativi insorti nelle regioni orientali del Paese «restano ambigui», né «si può presumere che essi [….] rappresentino il volere della maggioranza dei libici», e nemmeno dare per scontato «che intendano creare, o siano capaci di creare, una società democratica». I ribelli libici vogliono cioè «disfarsi di un tiranno, ma ciò non significa che non ne instaureranno un altro». In un Paese come il Bahrein, invece, dove le contestazioni di piazza rappresentano sì il volere della maggioranza sciita discriminata dalla famiglia reale sunnita, è chiaro che si mira a costruire un nuovo regime rappresentativo di quella maggioranza: ma resta altresì oscuro «se si voglia creare o meno anche uno Stato di diritto». Del resto, «immaginiamo per un attimo che la rivoluzione del Bahrain finisca per dare vita a un Paese strettamente allineato con l’Iran e ostile agli Stati Uniti. Forse che Washington lo giudicherebbe un modello soddisfacente di democrazia?». Insomma, la smania con cui nei mesi scorsi l’Occidente si è affannato ad appoggiare acriticamente e indiscriminatamente la “piazza” insurrezionale, anzi a creare il “mito” stesso della “primavera araba” unitaria e democratica, è stato sin troppo scopertamente il tentativo di farsi perdonare il lungo appoggio accordato a certi regimi autocratici e dispotici del passato (o in serio declino), ma alla fine si è risolto solo in una gaffe ben più indecorosa, emblematizzata dai due casi-limite di Libia e Siria: l’una frettolosamente aggredita in nome di pretestuose ragioni umanitarie, l’altra silenziosamente sopportata per inesistenti motivi di prudenza. Di fronte a questa grave mancanza di una visione strategica d’insieme, Friedman fa bene a insistere: «Non esiste alcuna “primavera araba”, solo alcune manifestazioni accompagnate da massacri e da qualche straordinariamente vuoto osservatore». Occorre cioè passare dalla politica dei desideri a una politica desiderabile. Per questo quello di Friedman è un memo-tac che al G8, dove si pensa la democrazia cercando di implementarla a vantaggio di tutti, farebbero bene a studiare scrupolosamente. m. respinti La Bussola Quotidiana

La flotta islamica che sbarca. Un cavallo di Troia?

Mercoledì, 6 Aprile 2011

itstud13Sulla Stampa di ieri uno scrittore, poeta e pensatore dalle forti venature pessimistiche, una delle figure più riverite nel panorama culturale italiano come Guido Ceronetti ha squarciato con un colpo di sciabola, con “un’opinione-pirata”, il velo dell’ipocrisia umanitarista, che avvolge il dibattito – se dibattito si può definire, sull’ondata di profughi e clandestini dal nord Africa che sta raggiungendo l’Italia. Gettando un allarme. Ceronetti in “Dal mare il pericolo senza nome”, scrive: “Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. ‘Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro’. (…) Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare”. Invece, per Ceronetti è “strano”, “che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. (…) Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione”.Eppure, prosegue Ceronetti, “un senso di inconscio risveglio dell’istinto difensivo mi pare di leggerlo in questa perdurante spontanea esposizione del tricolore. C’è come un grido silenzioso dell’anima profonda. Queste bandiere non celebrano un passato, ma sono talpa che non vuole diventare casa loro e grida aiuto”. Ceronetti coltiva il sospetto che la “flotta da sbarco squisitamente islamica” che sta arrivando ondata dopo ondata, per spandersi in tutta la penisola, “sia stata pianificata, per l’occasione prevista della rivolta tunisina”. Che i sommovimenti politici e sociali che stanno squotendo il nord Africa e il medio oriente, quelli che la vulgata e l’opinione pubblica hanno prontamente etichettato come la “primavera araba”, siano qualcosa di più diverso e meno promettente. Ad esempio perché “hanno schiodato Israele dal suo ruolo fisso di centro di una ‘questione mediorientale’ stanca di essere diventata uno sgangherato luogo comune”. Un’invasione, “pianificata: non si sa da chi”, ma “il mio non è che un sospetto fondato”.Fondato su alcune evidenze, che lo scrittore non nasconde: “Il popolo che sbarca è di uomini validi, tra i diciotto e i quaranta, che pagano un esoso biglietto. (…) In qualità di profughi da guerre, lo scenario di guerra è da trovare. Le folle di veri profughi le conosciamo: prevalgono le donne e i bambini, ci sono immagini strazianti di vecchi che si trascinano… Qui l’anomalia è sbadigliante: di vecchi neanche l’ombra, e di aneliti a trovare lavoro non ce n’è spreco. Allora, c’è un plausibile scopo? Portare scompiglio politico e sociale in una Italia afflitta da sgoverno cronico? Saldarsi ad una comunità religiosa islamica preesistente già forte di voce, e da tempo? Azione in vista di un sogno, che potrebbe prendere corpo, di califfato europeo in cui l’europeo autoctono diventerebbe dhimmi (cristiano o ebreo tollerato, pagante tassa)?”.“Puoi pensarle tutte. La verità, nelle predicazioni unanimemente buoniste, è certamente impossibile trovarla”. Per nulla consolante, per lo scrittore, è “la soluzione del governo, dominato dai vantoni celoduristi della Lega, e promossa dal loro stesso ministro dell’Interno, è sconcertante: lo sparpagliamento lungo tutta la penisola della promettente piena umana in arrivo mediante una flotta di mezzi navali”. Infine chiude, da sublime Cassandra, evocando “un paragone classicissimo”: “La faccenda del cavallo di legno che sorprese l’eccessiva credulità dei poveri Troiani, che per metterselo in casa avevano addirittura squarciato le mura. Difficile, più che mai, capire; ma intelligere è essenziale. E una volta compreso prendere decisioni giuste è difficilissimo. Volerle giuste e umane, e insieme battere un nemico oscuro, un’armata disarmata, che ha per unica micidiale arma il numero, è una canzone di gesta”. ilfoglio.it

L’asse Roma – Mosca – Ankara

Venerdì, 25 Marzo 2011

Un caccia francese ha distrutto un jet della famiglia Gheddafi che tentava di violare la “no fly zone” in vigore sui cieli della Libia. Il raid è avvenuto ieri su Misurata ed è stato confermato da fonti americane. Non è l’unico attacco portato a termine dalla coalizione: gli aerei europei hanno sorvolato Tripoli e si sono spinti sino a Sabha, che si trova a 750 chilometri dalla costa. La maggior parte degli obiettivi militari risulta distrutta dopo una settimana di bombardamenti. La flotta aerea di Gheddafi non esiste più, le strade intorno a Bengasi sono pulite e le strutture difensive del regime hanno ormai ceduto. Ma gli scontri tra l’esercito e i ribelli proseguono da Ajdabiya a Misurata, e i caccia alleati non possono fare molto per fermarli. Questo punto è ben chiaro agli ambasciatori che si muovono da giorni nei corridoi della Nato così come al governo francese, che rimane l’unico, vero sostenitore della guerra contro Gheddafi. Il ministro degli Esteri di Parigi, Alain Juppé, ha domandato pazienza ai partner europei e ha aggiunto che la campagna potrebbe durare “giorni o settimane”. Il numero dei paesi entusiasti cala giorno dopo giorno.Cresce, al contrario, quello dei governi che si preparano a mediare con Gheddafi – o che hanno già cominciato a farlo. Gli impegni assunti con la Nato non impediscono a Roma di cercare una soluzione diplomatica alla crisi: il capo della Farnesina, Franco Frattini, ha avuto ieri un colloquio con il leader dei ribelli e ha rinnovato il sostegno al cessate il fuoco in Libia.Sulla stessa linea è la Turchia, che fa parte della Nato e ha un ruolo di leadership nel medio oriente. Pochi giorni fa, il premier Recep Tayyip Erdogan diceva che non avrebbe mai appoggiato un intervento militare, ma l’attivismo di Nicolas Sarkozy lo ha convinto a cambiare opinione. Erdogan ha compreso che l’unico modo per ridurre il peso dei francesi è trasferire il comando delle operazioni al Patto atlantico.Il governo di Ankara ha garantito quattro navi e un sommergibile alla causa, e il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha annunciato che la guida delle operazioni passerà alla Nato “nel giro di due giorni” – si studia l’ipotesi di un comando formato dai paesi che contribuiscono alla missione, sul modello Isaf. La Turchia ha ancora diplomatici a Tripoli: i quattro giornalisti del New York Times liberati in settimana dall’esercito sono stati consegnati proprio all’ambasciatore turco, segno che i contatti fra i due governi sono costanti.Con Italia e Turchia si muove la Russia, uno dei paesi del Consiglio di sicurezza che si sono astenuti al momento di votare la “no fly zone”. Il presidente, Dmitri Medvedev, ha accolto tutte le decisioni della comunità internazionale, ma ha un canale aperto per la mediazione. Mosca ha appena nominato un nuovo inviato nell’Africa del nord, Mikhail Margelov, lo stesso uomo che ha gestito il dossier Sudan. “Non sappiamo se le trattative porteranno risultati – dice oggi Margelov – Quello di cui siamo certi è che la Russia ci può provare”. l. de biase ilfoglio

I nostri ministri sono manovrati dagli Americani (by Berlusconi)

Venerdì, 25 Marzo 2011

Non ho niente da dire». Berlusconi attraversa a passo spedito la hall del Conrad. Evita i giornalisti italiani che, almeno questa volta, non vogliono chiedergli di cucina politica nostrana, del rimpasto di governo, ma di Libia, del «povero Gheddafi da salvare», di una nostra possibile mediazione, del «saccente Sarkozy», dei nostri interessi petroliferi.E invece lui si nega (vedremo se oggi farà una conferenza stampa al termine del vertice europeo).Si nega per il momento perché sa che potrebbe dire quello che non può dire in pubblico e cioè di essere «angosciato», di essere stato trascinato in questa avventura libica. A trascinarlo «obtorto collo» sarebbero stati Franco Frattini, Gianni Letta e Ignazio La Russa. Con l’autorevole sponda del presidente della Repubblica Napolitano.Il kingmaker, a suo giudizio, sarebbe innanzitutto il ministro degli Esteri, in presa diretta con l’Amministrazione americana e il Segretario di Stato Hillary Clinton, la quale non perde occasione per elogiare la politica estera italiana (la Farnesina) in questa circostanza. Gli stessi elogi che ieri ha scritto il capo dello Stato in una lettera. «Cosa del tutto inusuale – osservano sospettosi a Palazzo Grazioli – visto che di solito Napolitano prende carta e penna per bacchettare il governo…».Alle cinque del pomeriggio Berlusconi, che in mattinata aveva dato forfait alla riunione del Ppe («per studiare i dossier europei», spiegano i suoi collaboratori), s’infila in macchina e di fronte alle telecamere nemmeno un sorrisino. Via verso Justus Lipsius, il palazzo dove lo attendono i colleghi europei, anche il «Napoleone dell’Eliseo». E qui lo raggiunge la buona notizia dell’accordo di affidare il completo controllo delle operazioni militari alla Nato. Adesso il Cavaliere ha tutte le ragioni per vendersi questa decisione come una sua vittoria (in effetti è sempre stata la linea di Roma).Buone notizie anche da Parigi dove il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, fa sapere che oggi al vertice di Addis Abeba ci saranno pure esponenti degli insorti libici e del regime. Un flebile spiraglio di una possibile mediazione con Gheddafi per arrivare al cessate il fuoco e convincere il raiss a passare la mano. Ma è lo stesso Berlusconi a non crederci molto. È convinto che il suo vecchio amico del deserto non mollerà mai e poi mai «e prima di arrendersi farà una carneficina».Eppure, ancora oggi alcuni contatti con Tripoli sono in piedi e passano attraverso quadri intermedi della nostra diplomazia. L’unica vera finestra di mediazione c’è stata la notte in cui è stata votata la risoluzione dell’Onu. Anche la mattina successiva c’era ancora una chance se si fosse messa in moto una forte azione diplomatica. Ma quell’occasione si è persa. E il Cavaliere è «angosciato».Dice di non conoscere i leader dei ribelli, anzi alcuni li conosce bene e sono persone che fino all’altro ieri stavano con il Colonnello. E non gli sembrano quindi stinchi di santo, amanti della democrazia e della libertà. Quindi «non è il caso di avere facili entusiasmi», perché in quel governo di insorti non tutte le componenti sono il nuovo. Il riferimento è a figure come Mustafa Abdel Jalil (presidente del Consiglio nazionale di transizione libico ed ex ministro della Giustizia con Gheddafi) e ad Addel Fatah Yunis (ex ministro dell’Interno).«E poi – ragiona Berlusconi – è mai possibile che il nostro interesse è portare democrazia e libertà sempre nei Paesi dove c’è il petrolio? Allora se dovessimo seguire questo criterio dovremmo dichiarare guerra a mezzo Medio Oriente…». Insomma, il premier si sente trascinato dentro una missione che non riesce a sentire propria, che non corrisponde a una vera finalità di pace, ma è solo legata a interessi economici e di egemonia politica nel Mediterraneo.Angosciato per quello che potrà accadere a Gheddafi per il quale teme una fine come quella che è toccata a Saddam Hussein. Sembra che l’altra sera a palazzo Grazioli con i parlamentari Responsabili abbia sfogliato l’album delle fotografie con il raiss. Tempi d’oro, costellati di accordi che hanno fermato gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste. E ora quella sua opera d’arte politica viene frantumata dalle bombe. Angosciato e deluso dal suo amico della tenda nel deserto che si ostina a non ascoltarlo.Ora i contatti diretti si sono interrotti da tempo e Berlusconi è vincolato da una parte del suo governo e da un voto. Frattini e La Russa gli ripetono che l’Italia aveva di fronte una strada obbligati. «Ma come possiamo fidarci di quelli di Bengasi?», è la sua domanda fissa. E il Capo della Farnesina, che ha ottimi rapporti con il presidente del governo provvisorio Jabril, lo rassicura. «Te li farò conoscere, vedrai che potremo fidarci».Qui a Bruxelles deve mettere da parte questi dubbi e angosce e fare in modo che l’Europa accetti di fare uno sforzo sul fronte immigrazione. I Paesi dell’Ue devono accettare di contribuire agli sforzi economici per la gestione dei migranti e dei profughi. E dividerseli, perché l’Italia non può essere invasa e sopportare gli effetti di quello che sta accadendo nel Maghreb. Il premier si aspetta ben poco: al di là delle dichiarazioni di intenti e qualche «spicciolo», difficilmente i Ventisette decideranno misure concrete per alleggerire la pressione sul nostro Paese.Amedeo La Mattina per “La Stampa

Un mondo vecchio in guerra (by Vattimo)

Mercoledì, 23 Marzo 2011

Scrivere qualcosa di sensato sulla guerra in Libia è difficile. Ed è difficile scrivere qualcosa di sensato in generale su guerre come questa, ora più che mai. Lo si poteva forse fare alla vigilia dei primi interventi militari post-guerra fredda, Iraq e seguenti. Ma ora, appesantiti da queste esperienze, non possiamo che leggere e rileggere l’articolo di Massimo Fini, pubblicato dal Fatto Quotidiano e ripreso da MicroMega, e trovarci sostanzialmente d’accordo con lui.Siamo in guerra, con buona pace (appunto…) dell’Onu, del presidente Napolitano e di tutti gli interventisti umanitari. E lo siamo in tutta rapidità, con una facilità disarmante (la guerra s’impadronisce anche del lessico), ci siamo scivolati dentro senza accorgercene. Tanto che, a ben guardare, i veri risultati che otterremo sono proprio quelli indicati da Fini: creeremo un precedente senza precedenti, appunto, quello di un intervento nel dominio riservato di uno stato che non ha invaso alcun vicino, ma il cui potere centrale si ribella alla ribellione di una parte del paese che non ha mai digerito l’unità. Ravviveremo il terrorismo, ben felice dell’evoluzione della crisi, legittimando per altro qualsiasi ritorsione libica. Proteggeremo i nostri interessi, facendoci come al solito portatori di un’ideale di democrazia che è tale proprio perché ci fa comodo, anzi ci permette di fare i nostri comodi.Interveniamo per fini umanitari, contenti di non essere stati chiamati in causa per l’Egitto – agire contro Mubarak sarebbe stato francamente troppo, per gli Stati Uniti e i tanti foraggiatori del tiranno – ma consapevoli dell’impossibilità di veder passare i cadaveri sulle rive – sulle spiagge – libiche. Se il popolo ce la fa da solo, esultiamo. Altrimenti, interveniamo. Imponendo, in entrambi i casi – perché è sempre possibile, dopo, lamentarsi del pericolo dell’estremismo islamico –, lo standard democratico occidentale come regola del brave new world.Il problema principale, come sempre in questi casi, è che bisognerà attendere per sapere che cosa avremmo dovuto fare. Avremmo dovuto applaudire l’invasione della Cambogia polpottiana da parte del Viet Nam, e invece, ai tempi, ci scandalizzammo per la prima guerra tra due paesi comunisti. Avremmo dovuto fermare il massacro in Rwanda, e sicuramente avremmo dovuto intervenire per fermare la guerra in Jugoslavia. Ma avremmo potuto (dovuto) agire prima, non dopo: avremmo dovuto discutere pubblicamente, come Europa, anziché limitarci a osservare attoniti, l’immediato riconoscimento, da parte della Germania e dei paesi europei, delle rivendicazioni nazionali di Slovenia e compagni. Avremmo forse capito che l’adozione di una strategia pura di economic self-interest produce conseguenze non desiderate, e non solo la felice mano invisibile smithiana, ma anche l’irrobustimento di nazionalisti alla Milosevic.Ma ora e qui (in Libia), che fare? Protestare, innanzitutto, per lo smaccato asservimento della politica internazionale agli interessi economici: laddove questi interessi non esistono, il problema dei diritti umani non si pone. Indignarsi per il comodo pretesto, quello dei diritti umani (che purtroppo, anche quando lo si impiega in buona fede, resta un pretesto nella realpolitik internazionale), utilizzato per bombardare un paese – pardon, per salvaguardare una “no-fly zone” – e non semplicemente per bloccare, e al limite persino deporre, un tiranno. Vergognarsi per l’osceno spettacolo della diplomazia internazionale – il terrificante Sarkozy e l’arrivista Cameron; la Nato invocata da chi ne fa parte ma non la comanda, perché chi la comanda ha paura degli effetti che il vessillo provocherebbe; la nostra, inqualificabile, accoppiata tra maestro di sci e cantante da crociera; la formazione della santa alleanza anti-Bric (Brasile, Russia, Cina, India) e, come ricordava Paolo Ferrero, persino l’inserimento di un vero e proprio campione della democrazia, il Qatar, nel gruppo dei crociati.A dirla tutta: non sarebbe ora di smetterla di usare le Nazioni Unite come paravento? Quale legittimità può ormai derivare all’Onu, oggi, da un accordo approvato nel 1945, che assegna esplicitamente alle potenze vincitrici di una guerra mondiale il compito di mantenere la pace, e che come tale non ha mai funzionato (la pace fu assicurata dal regime di terrore freddo retto dalle due superpotenze, e quando questo venne meno, l’Onu finì per autorizzare guerre che non potevano contare sul consenso della parte sconfitta, la Russia post-sovietica). Il Consiglio di Sicurezza è un organo non democratico e, più semplicemente, vetusto. Un’Europa illuminata dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di ridiscutere gli organismi di cooperazione internazionale con i paesi Bric. Allora sì, potremo chiederci legittimamente cosa fare con la Libia e il suo regime. Non avere una guerra mondiale e i suoi vincitori alle spalle può essere una debolezza, ma anche una forza, se sfruttata per creare un’istituzione che sia realmente sovranazionale, che possa guardare (un po’ più) all’interesse generale. In ogni caso, la questione si pone con urgenza. Le tecnologie invecchiano, come Fukushima insegna. Tutto il nostro mondo è troppo vecchio: è vecchio l’Fmi, è vecchia l’Europa, è vecchia l’Onu. E, alla prossima crisi, i Bric non staranno a guardare. g. vattimo fatto quotodiano

Dal baciamano alle bombe, la solita Italietta (by Temis)

Domenica, 20 Marzo 2011

gheddafi berlusconiBerlusconi ripete un copione che ha reso tristemente leggendario il ns Paese. Le guerre l’Italia continua a farle contro i suoi alleati. Così era accaduto nella I e nella II guerra mondiale, per non dire nel Risorgimento. Oggi, date le necessarie differenze, con la Libia con la quale tre mesi fa avevano sottoscritto un trattato di amicizia che aveva clausole di non belligeranza. quando le esigenze della realpolitik non tengono conto della dignità c’è il rischio di confondere il dito con la luna. quale paese potrà più fidarsi nel futuro dell’italia?

Pacifisti, dove siete?! (by Temis)

Domenica, 20 Marzo 2011

i veri orfani di Bush… (temis)

Le rivolte arabe? dietro c’è un americano

Domenica, 27 Febbraio 2011

Uno degli eroi delle rivolte mediorientali è un oscuro signore di ottantatrè anni di Boston. Si chiama Gene Sharp. I militanti democratici egiziani, secondo quanto riportato dal New York Times, lo paragonano a Martin Luther King e al Mahtma Gandhi. Le sue idee hanno influenzato le rivoluzioni democratiche e nonviolente in Serbia, quelle colorate in Ucraina, in Georgia, in Kyrgyzstan e ora quelle tunisine ed egiziane. Libri tradotti in 28 lingue e studiati dalle opposizioni di Zimbabwe, Birmania e Iran Quattro anni fa, era stato l’autocrate venezuelano Hugo Chavez ad accusare Sharp di aver ispirato le rivolte antigovernative nel suo paese. Nel 2007, in Vietnam, i militanti dell’opposizione sono stati arrestati mentre distribuivano un suo libro del 1993, From Dictatorship to Democracy, un manuale strategico per liberarsi dalle dittature (93 pagine scaricabili dal sito dell’Albert Einstein Institution). A Mosca, nel 2005, le librerie che vendevano la traduzione in russo dello stesso libro sono state distrutte da incendi dolosi. Gli scritti di Sharp, tradotti in 28 lingue, sono stati studiati dalle opposizioni in Zimbabwe, in Birmania e in Iran. Nel 1997, racconta il Wall Street Journal, un militante polacco-americano, Marek Zelazkiewicz, fotocopiò le 93 pagine di Sharp e le portò con sé nei Balcani, insegnando le tattiche di resistenza nonviolenta in Kosovo e poi a Belgrado. A Sharp si ispirano gli attivisti di Otpor, “mercenari della democrazia” Il testo di Sharp è stato tradotto in serbo e distribuito segretamente tra i militanti dell’opposizione, in particolare tra gli iscritti di Otpor, un gruppo di opposizione giovanile anti Milosevic. Otpor, grazie anche ai 42 milioni di dollari americani, ha esportato le tecniche di opposizione, apprese dal libro di Sharp, nelle ex repubbliche sovietiche, organizzando seminari di resistenza democratica in Georgia, in Ucraina, in Ungheria. Nel 2000 la Casa Bianca ha aperto un ufficio a Budapest per coordinare le attività dell’opposizione democratica serba, fornendo anche strumenti e tecnologia per diffondere notizie e informazioni alternative a quelle del regime. Nel 2003, sei mesi prima della rivoluzione delle rose, l’opposizione georgiana ha stabilito contatti con Otpor con un viaggio a Belgrado finanziato dalla Fondazione Open Society del finanziere americano George Soros. I militanti di Otpor hanno addestrato gli attivisti georgiani e in Georgia è nata Kmara, una versione locale di Otpor. I soldi sono arrivati da Soros e da una delle tante agenzie semi-indipendenti di cui si serve il Congresso americano per finanziare i gruppi democratici in giro per il mondo. In Ucraina è nato Pora, un altro gruppo democratico con forti legami con l’Otpor serbo e finanziato con 65 milioni di dollari dall’Amministrazione Bush. I militanti di Otpor sono diventati mercenari della democrazia, hanno viaggiato per il mondo a spese del governo americano per addestrare le opposizioni a organizzare una rivoluzione democratica. Otpor e Sharp hanno influenzato i ragazzi delle piazze di Tunisi e del Cairo Il modello Otpor e le idee di Gene Sharp, racconta il New York Times, hanno influenzato i ragazzi delle piazze di Tunisi e del Cairo. Promuovere la democrazia non è una politica facile da imporre. Deve seguire una strategia diversa paese per paese, calibrata su un ampio arco temporale e centrata sui diritti umani, sulla rappresentanza politica, sullo stato di diritto, sulla trasparenza, sulla tolleranza, sui diritti delle donne. Ma le tecniche di opposizione, redatte da un anziano signore di Boston, possono essere facilmente trasmesse. c. rocca il sole 24 ore

Perchè gli USA vogliono la morte di Berlusconi

Martedì, 31 Agosto 2010

In “Tutti gli uomini del Presidente”, il film sullo scandalo Watergate, il reporter del Washington Post Bob Woodward, impersonato da Robert Redford, incontra la sua fonte, “Gola Profonda”, e chiede notizie più dettagliate sul ruolo svolto dalla Casa Bianca. Gola Profonda risponde: “Follow the money”. Segui i soldi. È una buona regola del giornalismo e nel nostro piccolo cercheremo di seguirla per raccontarvi come e perché non solo in Italia ma anche all’estero stiano sperando nella caduta del governo Berlusconi e come in una certa maniera si cerchi di alimentarla, la crisi. Partiamo da notizie sparse qua e là, apparentemente slegate, e vediamo di ricomporle in un mosaico che ha un senso.  Quattro senatori democratici il 13 luglio scorso hanno chiesto alla commissione esteri del Senato americano di investigare su un possibile ruolo svolto dalla British Petroleum nel rilascio da parte delle autorità britanniche del terrorista libico Ali al-Megrahi, coinvolto nell’attentato del 1988 all’aereo Pan Am 103 che sorvolava i cieli della Scozia. Alle cronache quell’azione terroristica passò con il nome di strage di Lockerbie, morirono 270 persone e molti erano cittadini americani. Megrahi nel 2001 era stato condannato all’ergastolo, era detenuto in Scozia, ma nel 2009 viene improvvisamente rilasciato e rispedito in patria per ragioni di salute. Si diceva che fosse in fin di vita.  Il suo rilascio ha creato una tensione diplomatica tra Gran Bretagna e Stati Uniti e il disastro ambientale nel golfo del Messico causato dalla fuoriuscita di greggio dalla piattaforma della Bp colata a picco ha alimentato la determinazione degli americani a cercare la verità. I senatori democratici pensano che questa vicenda puzzi di petrolio lontano un miglio. Fantapolitica? Non lo sappiamo, però… British Petroleum nel maggio del 2007 ha firmato un accordo con la Libia del valore di oltre un miliardo di dollari, garantendosi i diritti per l’esplorazione di 54mila chilometri quadrati nel golfo della Sirte e nel deserto vicino alla città storica di Ghadames. L’accordo è stato firmato da Tony Blair in persona. Gli inglesi, come gli italiani dell’Eni, sono a caccia di gas e petrolio.  Il 28 luglio 2009 Finmeccanica e Libyan Investment Authority hanno siglato un accordo di cooperazione strategica. Per fare cosa? Le aziende italiane (Selex, Agusta Westland e ATR) si occuperanno della sorveglianza dei confini libici. Valore della commessa: 400 milioni di euro. Ansaldo Sts invece si è aggiudicata la gara per la fornitura di sistemi per tre linee ferroviarie: 1. Al Khums-Sirth (linea costiera a doppio binario di 320 chilometri); 2. Tripoli-Sirth (tratta costiera di 115 chilometri) 3. Al Haicha-Sabha (linea sud a singolo binario di 810 chilometri). Valore della commessa: 541 milioni di euro.  Lo scorso 6 agosto un consorzio costituito da Ansaldo Sts e Selex Communications (aziende Finmeccanica) ha firmato con la società russa Zarubezhstroy technolgy un contratto per realizzare sulla tratta Sirth-Benghazi i sistemi di segnalamento, telecomunicazione, alimentazione, sicurezza e bigliettazione. Valore della commessa: 240 milioni di euro. Chi erano i nostri potenziali concorrenti? Non gli americani che sulla Libia hanno un blocco commerciale, non gli inglesi per cui in questo caso valgono logiche geopolitiche concordate con Washington, ma il boccone poteva esser prelibato per i francesi con Tales (diretta concorrente di Selex nell’elettronica per la difesa), Alstom (treni e ferrovie) e la partecipata Eads (elicotteri e satelliti). Totale del pacchetto: 1,2 miliardi di euro. Il Financial Times, bibbia della City, è specializzato più di tutti nel gioco del follow the money. Ft segue i soldi come nessun altro. Soprattutto quelli delle aziende inglesi che si muovono su scala globale. Ieri la prima pagina del quotidiano era davvero interessante: la seconda notizia era rappresentata da una foto di Muammar Gheddafi e Franco Frattini, il colonnello e il nostro ministro degli Esteri. Titolo: ‘Friends in Rome. Gaddafi to meet Berlusconi’. Amici a Roma, Gheddafi incontra Berlusconi. Sotto la didascalia c’era un rimando a un editoriale nella pagina dei commenti. Da attento lettore del Ft sfoglio il quotidiano in cerca di un’analisi su Gheddafi e il Cavaliere. Niente. Sorpresa, l’argomento di cui si tratta è Gianfranco Fini. Il giornale britannico scrive che il Presidente della Camera «ora deve decidere se una nuova, luminosa e piena di speranze era post-Berlusconi può avere inizio». Quello di Ft è un vero e proprio invito a far colare a picco la maggioranza e mandare Berlusconi in pensione. Segue di pochi giorni un articolo più o meno dello stesso tenore dell’Economist. Fini ha degli amici molto interessati alla sua azione in Inghilterra. Queste notizie hanno un’importanza fondamentale per capire le dimensioni e lo scenario della partita a scacchi che sta giocando il governo italiano, chi sono i suoi nemici e quali forze all’estero sono interessate alla caduta di Berlusconi. Come spiega Marlowe nell’articolo qui a sinistra, la Libia per l’Italia è un mercato economico di grandi prospettive. Stiamo portando via deliziose fette di torta ad altri concorrenti che usano qualsiasi mezzo per sedersi al tavolo del business internazionale. Questo provoca la reazione di una serie di soggetti che nascondendosi dietro l’ideale hanno invece un interesse economico reale. Il vero capolavoro dell’era berlusconiana è stato quello di aver sganciato la nostra politica estera dallo schema di Yalta e reso autonomo il ruolo dell’Italia su due aree geopolitiche: nel Mediterraneo e nell’Africa del Nord attraverso la stretta cooperazione con la Libia guidata da Muammar Gheddafi; in Eurasia grazie al rapporto con la Russia del primo ministro Vladimir Putin e del presidente Dmitrij Medvedev. Con un lavoro diplomatico molto intenso e un impegno personale fuori dal comune il presidente del Consiglio ha dato all’Italia quello che non aveva mai avuto: un’influenza decisiva in alcune partite diplomatiche molto delicate che riguardano i rapporti economici e militari con questi due Paesi i quali, a loro volta, sono un passaggio obbligato per il Medio Oriente e l’Africa da una parte, l’Eurasia e il Pacifico dall’altra. È grazie a questi legami che l’Italia oggi può far pesare le sue decisioni e assumere iniziative che puntano al proprio interesse nazionale e non a quello di altri. La Libia è il terreno di caccia degli inglesi e dei francesi, la Russia un mercato gigantesco per i tedeschi e l’eterna preoccupazione degli americani. L’Italia di Berlusconi si è infilata in uno scontro fra titani. Cosa un tempo impensabile e con un unico precedente nel passato: Enrico Mattei, il presidente dell’Eni morto in un incidente aereo del quale a tutt’oggi non conosciamo le cause. La caduta di Berlusconi provocherebbe non solo un immediato big bang nella politica interna e nello scenario dei partiti, ma farebbe implodere quel sistema di relazioni internazionali che il Cavaliere ha costruito con tenacia e fantasia. Altro che la Disneyland di cui cianciano i finiani senza aver capito cosa c’è davvero in ballo. A chi conviene? Ci sono le impronte digitali. Risolvere il caso è facile (m. sechi il tempo).