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Filippetti, ecco cosa significare fare il ministro della cultura (in Francia)

Venerdì, 23 Novembre 2012

Signora Filippetti, suo nonno Tommaso lasciò l’Italia tra le due guerre mondiali per lavorare nelle miniere del Lussemburgo e poi della Lorena, lei torna a Gualdo Tadino da ministra della Cultura della Repubblica francese. È orgogliosa del salto sociale?
«È una soddisfazione doppia, sia per le mie origini sociali sia perché vengo dall’immigrazione. Mio nonno era un minatore italiano ed è morto nei campi di concentramento perché era entrato nella Resistenza ai nazisti, si è battuto per la libertà in Europa. A Gualdo Tadino riceverò una medaglia in suo onore. E il fatto stesso che io sia riuscita a diventare ministro lo sento come un riconoscimento per lui».

Incontriamo la ministra Aurélie Filippetti, 39 anni, tra gli stucchi del suo ufficio in rue de Valois, alla vigilia della sua visita in Italia.

Lei è la prova che l’ascensore sociale in Francia funziona ancora?
«Anche qui ci lamentiamo molto della società bloccata, ma la scuola repubblicana ha grandi meriti. È per questo che Hollande e il governo di cui faccio parte hanno deciso di rilanciarla con 60 mila assunzioni in cinque anni. Solo la scuola pubblica può permettere l’integrazione e dare speranza a tutti».

I tagli hanno colpito anche il suo ministero. La politica culturale è un lusso in tempi di crisi economica?
«Al contrario, penso che se c’è una risorsa preziosa in Europa è la cultura e sarebbe una follia non cercare di svilupparla e sostenerla».

Anche per questo ha intrapreso la battaglia con Google?
«Non è un conflitto, però se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell’anno, a gennaio la Francia varerà la legge per obbligare la società di Mountain View a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione. Vale per le reti tv, gli operatori telefonici, i provider Internet, i siti, le piattaforme digitali».

Il modello è quello del cinema?
«In Francia i film da decenni sono finanziati dal Cosip (Conto di sostegno all’industria dei programmi audiovisivi) che ridistribuisce parte degli incassi dei film di maggiore successo e anche i soldi messi a disposizione dagli operatori che poi diffondono i film, per esempio le tv».

In Italia, quando si parla di sovvenzioni di Stato al cinema e alla cultura in generale, vengono in mente sprechi e film che poi nessuno va a vedere.
«Ma noi non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d’autore, molti film di budget medio (sui 3 o 4 milioni di euro) ma anche film di cassetta come Asterix o successi mondiali come The Artist o Intouchables . E sono questi ultimi a sostenere gli altri. I Paesi che hanno fatto la scelta dell’austerità nella cultura, per esempio la Spagna, si trovano oggi in una pessima situazione. All’ultimo Festival di Cannes invece i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia, siamo lo Stato al mondo con il maggior numero di co-produzioni: oggi siamo a quota 52 Paesi. E la gente non è mai andata tanto al cinema, a vedere ogni tipo di opera: dai kolossal americani ai nostri film».

È la riedizione dell’eccezione culturale francese, della politica di intervento dello Stato nella cultura promossa da André Malraux in poi?
«L’eccezione culturale è ancora di attualità e sono convinta che lo Stato debba intervenire per sostenere la creazione. Non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura. Non è una questione morale, semplicemente a mio avviso solo così il sistema può funzionare, anche dal punto di vista economico».

Ma il vostro modello è esportabile? O semplicemente i francesi amano di più il cinema, leggono più libri e frequentano di più i musei?
«Non penso affatto che i francesi siano diversi dagli altri. È una politica volontaristica che fa sì che non ci sia città francese senza un cinema, che le piccole librerie resistano e siano il polmone di ogni quartiere, che migliaia di persone vadano alle mostre, come quella di Edward Hopper in questi giorni al Grand Palais».

Quando ci sono le file alle mostre da noi c’è sempre qualcuno che storce la bocca perché sarebbero fenomeni di massa o turismo, non cultura.
«I grandi numeri non sono tutto, d’accordo, ma è una lamentela che non capisco. Bisogna aiutare le persone che ne hanno voglia ad avvicinarsi all’arte. Per questo ho incoraggiato i musei a usare le nuove tecnologie per spiegare le opere, per accompagnare il visitatore che vuole saperne di più».

Lei parla di librerie di quartiere, in Italia quasi del tutto scomparse da tempo. In Francia librai ed editori anche grandi, come Gallimard, parlano di Amazon come del nemico. È d’accordo?
«Sono molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente».

Che cosa rimprovera alla Commissione europea?
«Ha una visione un po’ troppo unilaterale della libera concorrenza. La Commissione preferisce fare le pulci agli editori che si organizzano per sopravvivere alla minaccia di Amazon, e non si allarma invece per il fatto che un colosso basato in Lussemburgo fa vendita a distanza con strategie fiscali inaccettabili e facendo dumping sulle spese di distribuzione. Amazon può permettersi di vendere a basso prezzo per mettere fuori mercato i suoi concorrenti, ma naturalmente rialzerà i prezzi appena avrà conquistato il monopolio o quasi. Di questo dovrebbero preoccuparsi a Bruxelles. La Francia vigilerà affinché Amazon pratichi una concorrenza leale».

La Francia è stata all’avanguardia nella lotta contro lo scaricamento illegale di musica, film e poi libri, con la legge Hadopi voluta dalla presidenza Sarkozy. Lei prende le distanze da Hadopi. Come mai?
«È un approccio diverso, io vorrei sviluppare l’offerta legale. Se uno vuole scaricare un film non troppo recente, magari degli anni Cinquanta, nelle piattaforme legali non lo trova, mentre illegalmente sì. Non considero i consumatori come dei teppisti che vogliono rapinare gli artisti, ma persone che hanno voglia di ascoltare, vedere, leggere. Credo che la colpa sia anche dell’industria, che è in ritardo. Bisogna offrire un catalogo ampio e a prezzi ragionevoli. Qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la musica».

Allude ai siti di streaming Deezer e Spotify?
«Sì, anche se la parte versata agli artisti è ancora troppo bassa. Bisogna riconsiderare la percentuale versata agli autori, e lo stesso vale anche per il libro digitale, che in genere affianca quello di carta e ha costi di produzione molto inferiori».

Lei, ministra Filippetti, che cosa legge?
«Tra gli italiani Erri De Luca e Niccolò Ammaniti, tra i francesi Jean Echenoz e Jérôme Ferrari che ha appena vinto un Goncourt molto meritato».

In «Gli ultimi giorni della classe operaia» ha raccontato la storia della sua famiglia, in «Un homme dans la poche» una storia d’amore. Tornerà a scrivere?
«Non finché sono ministra». corriere della sera Stefano Montefiori

 

La sfida degli eroi agli dei dell’Olimpo (by Citati)

Venerdì, 3 Febbraio 2012

Il mito greco, a cura di Giulio Guidorizzi, è un libro bellissimo. Il primo volume, Gli dèi, è uscito nel 2010: il secondo, Gli eroi, è in uscita (I Meridiani, Mondadori). Non saprei se elogiare di più la conoscenza illimitata della letteratura greca e latina, che Guidorizzi possiede, o la sapienza nella costruzione del libro, divisa in parti mentali, o la bontà della maggior parte delle traduzioni, o la precisione delle note, o la liquidità e l’eleganza dello stile, che cercherò di imitare. Ciò che incanta i lettori è poter percorrere il libro non come un manuale, sia pure ottimo, come quello antico dello Pseudo-Apollodoro o quello moderno di Karl Kerenyi: ma come un corpo vivo, che vibra, si muove, ha echi e aloni, dove la Grecia racconta se stessa e la sua sterminata fantasia mitica.La mitologia greca non è una costruzione sistematica: non lo è almeno nei grandi poeti, come Omero e Ovidio; se mai, lo è soltanto nei tardi (e spesso eccellenti) mitografi, che razionalizzano ciò che non dovrebbe venire razionalizzato. Non si può immaginare una costruzione più mobile e vasta. Tutti gli dèi ed eroi hanno rapporti con altri dèi ed eroi: ogni personaggio ed evento trova un’eco in una parte lontanissima della costruzione; e persino ogni figura è mobile, perché si presenta in molte forme e varianti, che posseggono tutte lo stesso grado di realtà e verità, non importa se registrate in un grande poema o in un meticolosissimo manuale come la Guida della Grecia di Pausania o in uno scolio in margine a un testo minore. Le vicende e i personaggi hanno conosciuto dapprima una lunga esistenza orale, poi una lunghissima esistenza scritta. Non sono state raccolte per essere credute (non esiste una fede negli dèi greci), ma per venire raccontate senza interruzione, con sempre nuove aggiunte e metamorfosi. Sono trascorsi più di tremila anni dalla mitologia del periodo miceneo; eppure tutto vive, muove, palpita, si agita, si esibisce, si contraddice, come nel libro di Guidorizzi che ricostruisce così fedelmente il mito greco. Sia gli ebrei sia i cristiani hanno dedicato un culto ai primi capitoli della Genesi, che raccontano la creazione dell’universo, la separazione delle cose, la doppia creazione, spirituale e fisica, dell’uomo, quella della donna, e il peccato di Adamo ed Eva, che generò una specie di seconda creazione. Nella mitologia greca, non esiste nulla di simile alla creazione biblica originaria: esistono creazioni o ricreazioni successive, come quella di Deucalione e Pirra, mirabilmente raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi. Ma i rapporti tra dèi, eroi e uomini sono complicatissimi. Da un lato, la distanza tra loro resta incolmabile: dall’altra, sebbene non sia stato creato dagli dèi, l’uomo e tanto più l’eroe è una creatura nobilissima, che leva lo sguardo verso il cielo e le stelle; mentre gli dèi osservano le sue vicende, vi partecipano con passione, lo proteggono, lo guidano, lo sorreggono, lo condannano, talvolta senza ragione o per ragioni che ci restano incomprensibili.Nei tempi più antichi, gli dèi, gli eroi e gli uomini vivevano insieme. Discendevano dalla stessa razza: conducevano un’esistenza comune; avevano comuni «le mense e i concili». Allora gli uomini vedevano gli dèi nel loro «sembiante» e nel loro «splendore». Ancora ai tempi dell’Iliade e dell’Odissea, popolazioni arcaiche, gli Etiopi e i Feaci, vivevano insieme agli dèi, banchettavano con loro, e li guardavano nel loro «sembiante». Il più famoso tra gli eroi greci, Achille, forma un caso particolare. Come dice il primo verso dell’Iliade, che è al tempo stesso il primo verso della letteratura greca, viene posseduto da una passione, la mènis, l’ira, che appartiene soltanto agli dèi: è una parola tabù che né gli dèi né gli uomini possono pronunciare. Questa passione, in Achille, esclude tutte le altre, ed egli non può trascurarla o dimenticarla un solo istante. Omero considera la mènis con un doppio sguardo. Da un lato, essa rivela lo splendore divino di Achille: la sua identità con gli dèi; e Omero, come tutti i greci, venera la rivelazione divina negli spiriti eroici e umani. D’altra parte, Omero sa che gli eroi e gli uomini non sono dèi e non possono nutrire i loro stessi sentimenti: quindi la mènis incombe su di lui come una colpa sinistra, una catastrofe.Se dèi e uomini appartengono alla stessa razza, tanto più gli eroi sono affini alla natura umana. Non posseggono poteri soprannaturali, non sono polimorfi, non compiono nulla che un uomo non possa compiere, sia pure con le sue forze limitate. Poche generazioni separano l’eroe capostipite dai suoi discendenti, che nei tempi storici abitano la città. Dal profondo della tomba, gli eroi emanano le loro forze sotterranee: proteggono il territorio, guariscono, compiono miracoli, rendono oracoli: ma possono anche inviare malattie e punire gli empi. In primo luogo, gli eroi sono dei mediatori. Sebbene la differenza tra mondo divino e umano sussista, gli uomini entrano in rapporto con gli dèi attraverso il riflesso, il barlume, il profumo che colma il mondo eroico. Col passare del tempo, gli eroi si trasformano: i guerrieri di Omero, dominati dal senso della gloria e dell’onore, diventano, nella tragedia classica, uomini lacerati e sofferenti. Così Eracle arcaico è colui (come dice Bacchilide) che mai nessuno vide asciugarsi una lacrima: mentre l’Eracle tragico esperimenta nella propria anima i morsi del dolore, che piega l’uomo più forte e temprato.Infine, avviene la totale separazione tra i mondi. Il sacro diventa proibito. Se qualcuno compie la follia di fissare gli dèi negli occhi si perde senza rimedio. Con l’ Odissea, gli dèi si allontanano, si ritirano, abbandonano la terra: nessuno li vede più nella loro figura, ma soltanto nella loro maschera umana. Quando appare Ulisse, l’eroico si scioglie completamente nell’umano: egli è l’ultimo degli eroi, il primo degli uomini. Non appartiene né al mondo degli dèi, come Achille con la sua mènis, né a quello per metà utopico dei Feaci. Vuole essere uomo: nient’altro che uomo: uomo effimero; sebbene il suo orizzonte sia attraversato dalle lampeggianti rivelazioni divine. Nemmeno noi uomini, che non discendiamo come lui da Ermes, possiamo rinunciarvi. La nostra vera esistenza consiste in questi bagliori, che ci giungono dall’alto.Come racconta Angelo Brelich in un libro famoso, la luce radiosa o sinistra dell’eccezionale avvolge spesso gli eroi greci. Talvolta sono reietti: figli di amori irregolari, bambini abbandonati, rischiano di venire uccisi appena nati, oppure sono salvati e sopravvivono in modo prodigioso. Alcuni sono segnati, mutilati: zoppi o ciechi, o portano nel corpo l’impronta di una ferita, come Ulisse, o punti vulnerabili, come Achille; oppure la loro mente è visitata da una follia intermittente o continua. Non sono virtuosi. Compiono incesti o parricidi o matricidi o stupri o assassinii: o massacrano i figli. Sempre, o quasi sempre, sono vittime della hybris: si scontrano contro i limiti del destino, della natura o degli altri esseri umani; e lo scontro è così terribile, che ne vengono travolti: travolti dagli altri, ma in primo luogo dalle forze immense che portano dentro se stessi. Tutto, in loro, è eccessivo: passioni, imprese, io, destino. Cercano di realizzare l’impossibile, e talvolta, attraverso strade straordinarie, ci riescono. Così diventano i grandi colpevoli, e debbono venire purificati dagli dèi, che spesso, come Apollo, hanno conosciuto le loro stesse colpe. Nemmeno la loro morte è comune: fulminati, smembrati vivi, inghiottiti dal terreno.Non tutti gli eroi sono guerrieri, come insegna persino l’Iliade. Tra di essi, ci sono inventori, medici, sciamani indovini, profeti; Palamede inventa le leggi scritte, le lettere, i metri e le misure, il numero, i segnali di fuoco, i dadi, gli scacchi. Alcuni, tra i più venerati, fondano città: vengono da molto lontano, fuggiaschi o esiliati, e portano con sé il ricordo di un delitto compiuto, o il presagio di sciagure nelle quali saranno coinvolti. Appena giunti sulla nuova terra, aboliscono il passato: i criminali diventano prescelti, i perseguitati indossano le vesti dei re; e la terra selvaggia e incolta riceve una legge, un ordine, un’armonia.Tutti gli eroi greci, senza eccezione, desiderano la gloria, nella quale vedono il solo compimento e la sola giustificazione della loro esistenza terrena. In primo luogo, la ama Achille: con la stessa purezza e intensità con cui la amava Hölderlin. Come a esaudire la sua attesa, l’ultimo libro dell’Odissea gli edifica il supremo monumento. I Greci lo piangono: dal mare vengono la madre e le ninfe marine, gridando: le Nereidi gemono: le nove Muse intonano il lamento, «per diciassette giorni e diciassette notti ininterrottamente»; e la diciottesima notte i Greci lo ardono insieme a pecore e buoi. Achille viene cremato: bagnato di unguento e di miele; le sue ossa sono raccolte nel vino e chiuse in un’anfora insieme a quelle di Patroclo. Infine i Greci innalzano sopra di esse un tumulo nell’Ellesponto:
«perché da lontano fosse visibile agli uomini in mare,
a quanti vivono ora, e a quanti vivranno in futuro».Come vuole la legge della gloria, il tempo è vinto, l’immortalità conquistata. Eppure Achille, che ama ed esalta la gloria e in apparenza non può fare a meno di lei, denigra la religione della gloria nella quale credono gli eroi greci. «Che peso hanno – dice nell’Iliade ai messi di Agamennone – la gloria, la ricchezza, lo splendore? Ciò che conta è soltanto la vita: questa cosa così fragile e leggera: dura un istante: esce così presto dalla bocca; vale così poco davanti alla forza e alla bellezza degli dèi – ma niente vale la vita. Nulla può pagarla, o sostituirla o farla dimenticare». Questo è il più sublime paradosso della civiltà eroica greca, che Giulio Guidorizzi ha così accortamente fatto rivivere. p. citati corriere della sera

 

I libri nell’Illuminismo, veramente sono stati un bene per la società?

Domenica, 4 Dicembre 2011

Il XVIII secolo, il secolo del Lumi, si vanta, fra le altre cose, di avere impresso un impulso straordinario, mai visto prima, alla diffusione dei libri e della lettura; specialmente dei libri di argomento scientifico e filosofico. Uomini e donne che, prima, non leggevano nulla o quasi, adesso se ne vanno in giro con il loro Voltaire o con il loro Rousseau sotto il braccio, cui la censura conferisce un ulteriore elemento di fascino; le teorie fisiche di Newton circolano nei salotti, fioriscono sulle belle labbra delle dame, accendono animate discussioni nei palazzi dell’aristocrazia, nelle botteghe del caffè; rappresentano, per così dire, l’ultimo grido della moda. Anche il “giovin signore” di Parini tiene Voltaire e Rousseau sullo scaffale della propria biblioteca; li legge stando a letto, per conciliarsi il sonno, poi li presta alla sua dama; essere aggiornati sulle teorie dei “philosophes”, disputare di morale e di diritto, di economia e di ottica, di medicina e di agricoltura, è divenuto obbligatorio, come essere informati delle ultime novità della moda parigina o dei più recenti progressi della scienza e della tecnica. Si legge molto; vi sono dei librai che vendono delle tessere, mediante le quali si può consultare sul posto, oppure portare via in prestito, tutti i volumi che si vuole; i caffè offrono ai propri clienti una vasta scelta di riviste e di giornali; il mercato librario è in fortissima espansione, si moltiplicano le traduzioni di opere straniere; e si conversa sempre più non di fatti e di persone, ma di libri e di idee, che vengono più o meno da lontano. Si vogliono portare i popoli verso la felicità; si vogliono diffondere i benefici della salute, della ragione, della buona cittadinanza; si vuol costruire un mondo nuovo, fatto di curiosità, spirito d’iniziativa, fiducia nel progresso; non si vuol più ascoltare le voci della tradizione, le voci del passato, giudicate improvvisamente noiose, inutili e soffocanti; e il libro, la lettura, la condivisione della nuova filosofia, sembrano a ciò gli strumenti migliori.
Si legge in salotto, come in giardino; si legge al mattino, si legge alla sera; si comprano occhiali da lettura, per aiutare la vista affaticata; si inventano pantografi per scrivere lettere o documenti in duplice copia; si fabbricano “ruote di lettura”, per leggere più libri contemporaneamente; si legge presso il fuoco del caminetto, nelle lunghe serate d’inverno, oppure seduti all’ombra fresca delle siepi, lungo i vialetti erbosi, nelle calde e soleggiate mattine d’estate. Una volta si leggeva poco: poco e intensamente; ora si legge molto, in fretta, sempre inseguendo le ultime novità del mercato editoriale; una volta c’erano, nelle case delle persone di media cultura, pochi libri, ma consolidati dalla tradizione – la Bibbia, i classici, qualche libro devozionale: ora di libri se ne comprano parecchi e se ne prestano e scambiano anche di più, li si sfoglia in fretta, si cerca di catturare un’idea, una concetto, per poterne poi fare mostra nel corso della conversazione con gli amici, fare colpo su una colta e raffinata dama. Ha scritto Roger Chartier in «Libri e lettori» (in: «L’Illuminismo. Dizionario storico», a cura di V. Ferrone e D. Roche, Laterza, Roma-Bari, 1997, p. 292 sgg.):
«Possiamo definire l’età dei Lumi come l’epoca di una “rivoluzione della lettura”? A tale quesito i contemporanei avrebbero senza dubbio risposto in modo affermativo, essendo fortemente consapevoli delle trasformazioni che avevano modificato la produzione a stampa e le pratiche di lettura. Soprattutto, a partire dalla metà del secolo si moltiplicano i riferimenti alla lettura che esprimono l’acuta percezione di un tale sconvolgimento. I racconti di viaggio come i quadri di costume insistono sull’universalità nuova della lettura, presente in tutti gli ambienti sociali, in tutte le circostanze  e i  tutti i luoghi del vivere quotidiano. A sentir loro una vera e propria “mania della lettura”, degenerata in “febbre di lettura” o in “furore di leggere” (i testi tedeschi parlano infatti di Lesesuscht, Lesefieber e Lesewut) si è impadronita delle popolazioni. Nel discorso medico la constatazione assume la forma di una diagnosi inquieta, che sottolinea gli effetti distruttivi del’eccesso di lettura, avvertito come una sregolatezza individuale e un’epidemia collettiva. Essa provoca l’indebolimento  fisico, il rifiuto della realtà, l’inclinazione all’illusione poiché unisce l’immobilità del corpo e l’eccitazione della fantasia. Da qui l’accostamento ad altre pratiche solitarie  di natura sessuale e la corrispondenza tra la lettura e l’onanismo di cui parlano i trattati di medicina e i romanzi erotici, dove la lettura delle opere licenziose è spesso descritta come il preludio a dei piaceri molto astratti. Dopo tutto, l’una e l’altra pratica accusano gli stessi sintomi: il pallore, l’inquietudine, l’indifferenza, la prostrazione. Il pericolo si fa estremo laddove la lettura di un romanzo e chi legge è una lettrice nella solitudine del suo ritiro, lontana dagli sguardi altrui. Ma l’eccesso minaccia tutti i lettori, in particolare i più avidi, poiché le ragioni che la rendono pericolosa (la congestione dello stomaco e dell’intestino associata a disturbi nervosi) sono le stesse che causano l’ipocondria, malattia dei letterati per eccellenza.» Del resto, dobbiamo ricordare che il primo pazzo della letteratura moderna, Don Chisciotte della Mancia, è divenuto tale per aver concesso troppo spazio alla lettura dei romanzi cavallereschi; per essersi sprofondato, con insaziabile voracità, nei gorghi insondabili di quel mondo virtuale, misterioso e inafferrabile, che si cela fra le righe dei caratteri stampati, che aleggia dietro le pagine del libro e che può risucchiare tutta l’attenzione, tutto l’interesse del lettore, fino a spegnere in lui ogni altro interesse rivolto alla vita “vera”?
Il libro come una droga, dunque, fino a quella “malattia della letteratura” che divamperà in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, con la fulminea velocità di una pandemia, e che erige come un diaframma fra gli uomini (e le donne) e la loro vita di tutti i giorni? Si pensi a Madame Bovary, malata di letture romantiche; si pensi a Svevo, i cui personaggi si sorprendono a pensare e a parlare come se stessero scrivendo un romanzo; si pensi a Pirandello, che riassume tale malattia dicendo amaramente: «La vita, o la si vive o la si scrive». E quanto all’accostamento al piacere sessuale solitario, fatto dai medici che primi, nel XVIII secolo, registrano l’epidemia della lettura e i suoi effetti negativi sull’organismo e sullo stato d’animo dei loro pazienti, accentuandone l’umor nero e la malinconia: è proprio così sbagliato, così assurdo, così scandaloso, come può sembrare a noi, cittadini del ventunesimo secolo? Non è forse vero che lasciarsi prendere dalla smania della lettura è come cadere sotto la malia di una dipendenza, di uno stupefacente; e che la vita sedentaria e cerebrale del lettore (o della lettrice) accanito, significa un abbandono delle sane abitudini, del moto, del lavoro manuale, dell’esercizio fisico, delle salutari passeggiate all’aria aperta, del conversare con gli amici, del lasciare in riposo la sensibilità nervosa e l’immaginazione? Se, poi, si tratta di romanzi libertini; se si tratta di saggi filosofici che diffondono idee radicalmente contrarie alla tradizione, irriverenti del passato, beffarde verso tutto ciò che, fino a ieri, era ritenuto sacro; se si tratta di libri che scaldano il cervello senza alimentare la prudenza, il senso del limite, la ponderatezza, che eccitano la febbre del nuovo senza fornire gli strumenti per amministrarlo con saggezza e con bontà, ma solo predicando una sorta di crociata contro quel valore della stabilità, che ha tenuto insieme la società per secoli e secoli: come non vederne i possibili pericoli, le possibili aberrazioni? Le memorie degli avventurieri, le imprese spericolate dei libertini, gli amori disinvolti di Casanova, le perversioni innominabili e compiaciute di Sade, le farneticazioni pseudomassoniche di Cagliostro, le satire violente di Voltaire, le beffe anticlericali di Diderot, il materialismo ateo di d’Holbach: come stupirsi se una miscela del genere dà la febbre a più d’un cervello?
Ma è soprattutto il romanzo che penetra in tutte le case, che rende malinconici e sentimentali, che si apre una breccia nel cuore dei giovani e delle fanciulle, che semina inquietudine e senso di straniamento dalla realtà: non è forse vero che, alla pubblicazione dell’«Ortis» di Foscolo, una vera epidemia di suicidi si diffonde tra i giovani lettori? Il lettore (o la lettrice) di romanzi si immerge nella storia di fantasia, si immedesima con il protagonista, vive come proprie le sue avventure, le sue speranze, le sue delusioni; e questa identificazione, che continua ad essere fortissima anche nel pubblico smaliziato della tarda modernità, quando il libro trova una seria concorrenza nel cinema, nella televisione e nei giochi di ruolo elettronici, doveva essere addirittura schiacciante nel XVIII secolo e all’inizio del successivo, quando esso offriva quasi l’unica alternativa d’evasione alla vita reale. Per quello che riguarda la saggistica e, più in generale, il mondo delle idee, ci si può legittimamente domandare se l’aumento quantitativo delle letture sia stato un bene in se stesso, sia per i singoli individui, sia per la società nel suo complesso. Noi, figli di una società totalmente alfabetizzata e scolarizzata, nonché profondamente permeata di ideali democratici, siamo portati a rispondere comunque in modo affermativo; ma questo non è un buon metodo storico: dovremmo chiederci, piuttosto, se fu un fatto positivo in quel contesto sociale e culturale, non per noi uomini d’oggi, ma per gli uomini (e le donne) di allora. La domanda potrebbe anche essere posta in questi termini: è proprio vero che la filosofia, la scienza, siano alla portata di tutti; che possano essere comprese da chiunque, pur sprovvisto di alcuna preparazione specifica, senza che ciò possa generare malintesi, fraintendimenti, errori concettuali che si riflettono, poi, in errori del giudicare e dell’agire? Già il pedagogista Comenio aveva sostenuto che si può insegnare tutto a tutti, purché gradualmente; e, dunque, che anche ai bambini si possono trasmettere contenuti difficili, se spiegati nella maniera opportuna: ma è proprio vero? Siamo sicuri che tutte le intelligenze, che tutte le sensibilità, siano ugualmente capaci di accogliere qualunque verità, e che la diffusione del sapere in senso orizzontale sia un bene in se stessa, indipendentemente dagli effetti che produce? Non è forse verro che una persona di intelligenza limitata, o di cultura limitata, o inesperta della vita (come lo sono i giovani e i bambini), non può assimilare nel modo giusto cose troppo difficili per lei; e che, nello sforzo di renderle accessibili a tutti, certe sublimi verità finiscono per corrompersi, per distorcersi, per capovolgersi nel loro esatto contrario? Era davvero così abietta, così meschina, così stupidamente repressiva, la Chiesa cattolica, quando difendeva il principio che non chiunque può pretendere di leggere e interpretare a modo suo le Sacre Scritture; che non tutte le letture fanno bene all’anima e alla mente; che certe verità scientifiche e filosofiche devono essere presentate con cautela e con prudenza, e non gettate in pasto al volgo, indiscriminatamente, come degli ossi buttati in pasto ai cani? Siamo proprio certi che la lettura, la cultura, le idee, se si traducono in letture disordinate, in una mezza cultura presuntuosa, in concezioni superbe che ubriacano l’orgoglio umano, siano un bene per il lettore semplice e sprovveduto, il quale, senza di esse, avrebbe continuato a condurre un’esistenza forse più monotona e passiva, ma nel complesso più felice, perché più vicina alle cose vere, ai sentimenti veri, agli affetti, alle realtà immediate della vita d’ogni giorno; una vita, nel complesso, più soddisfacente, più ordinata, più serena, più benefica per gli altri? Non stiamo facendo l’apologia dell’ignoranza; il discorso è molto più sottile: ci stiamo chiedendo se il sapere pratico dell’artigiano, della massaia, se la fede semplice della vecchietta, siano davvero una disgrazia e se la conoscenza, magari banale e superficiale, di qualche filosofema da strapazzo, oppure di qualche verità anche profonda, ma compresa solo per metà e mal digerita, sia davvero un bene, un fattore positivo in se stesso. E non ci si venga a dire, magari citando Don Milani, che questa è la solita strategia delle persone colte per tenere sottomesse e per sfruttare le persone incolte. No, la domanda è un’altra; posto che ci sono libri che fanno bene e libri che fanno male, e posto che non tutte le persone possiedono gli strumenti per rendersene conto: è stato un bene che l’Illuminismo abbia messo un libro in mano a tutti, così come ora la tecnica mette un computer davanti a ogni bambino? f.lamendola arianna.it

Monti, come ti costruisco il premier che seppellirà l’Italia

Venerdì, 11 Novembre 2011

da un mesetto andava alle trasmissioni televisive, come quella di gad lener. da un mesetto, scriveva di politica e ai politici, come nel caso di berlusconi. iniziative singolari per un uomo riservato come monti, ma necessarie per renderlo noto al grande pubblico. nel suo attivismo mediativo aveva un solo concorrente tra le riserve della repubblica: giuliano amato e non è un caso che quello di amato sia il solo nome che gli ha fatto concorrenza per la successione a berlusconi (a dimostrazione che il piatto servito al cavaliere era stato cucinato da tempo e per temnpo). poi, la nomina senatore a vita per spazzare ogni rivalità e incertezza. monti, una carriera costituita a tavolino. viene alla mente il libro di n. klein: shock economy: le crisi “economiche” sono utilizzate per imporre misure “politiche”. la crisi è stata creata. il decisore sta per essere varato. la valanga è pronta a cadere a valle sommergendo gli italioti (come sempre consenzienti. ben gli sta, allora!). cari lettori, le misure di monti formalmente “saneranno l’economia italiana” (tutti dicono che non siamo la grecia e che non siamo terminali, ma allora cosa c’è da sanare?), ma nei fatti “trasformeranno la struttura socio-economica del Paese”. sono aperte le scommesse…  temis

Cioran, l’anti-profeta

Lunedì, 17 Ottobre 2011

Emil Cioran, lucidissimo pensatore e filosofo rumeno, amico di Mircea Eliade e Eugène Ionesco e componente con questi suoi connazionali di una triade culturale del Novecento di spicco internazionale, scomparve nel 1995 a Parigi. “Barbaro dei Carpazi”, come si definì egli stesso, riferendosi ad un carattere ed a una forma dell’espressione congeniti che gli si imprimevano nel pensiero e nella scrittura, mescolandosi peraltro ad una forza poetica superiore, straordinaria, emigrò in Francia nel 1937, all’età di 26 anni, vincitore di una borsa di studio dell’Università di Bucarest per un dottorato in filosofia.Ma non fu mai frequentatore a Parigi  dei salotti degli intellettuali. Convisse e condivise piuttosto il destino di una società a margine: degli studenti universitari, studente egli stesso e senza progetti di vita che non fossero quelli della lettura e della scrittura; dei barboni, che stimava in quanto esonerati dalla storia e dalle follie del progresso; delle prostitute che ebbe come coinquiline dei palazzi degradati dove abitò, e la cui figura emerge dalle sue pagine come modello di vita e di pensiero, per il loro “pirronismo da marciapiede”, per il “sorriso stanco” e per l’ “amarezza” rispetto al mercato che è il mondo, per essere “le creature meno dogmatiche” che “accettano tutto e rifiutano tutto”, che “sono distaccate da tutto e aperte a tutto”.La sua opera ci viene restituita oggi in italiano dall’editore Adelphi. Dai suoi libri più importanti, in cui pure qualcuno vi ha ravvisato la miglior prosa francese del Novecento, come La chute dans le temps, Précis de décomposition, Histoire et utopie, Le mauvais démiurge, De l’incovénient d’être né, Écartèlement, Syllogismes de l’amertume, Des larmes et des saints, Exercices d’admiration, emerge il ritratto di un filosofo radicalmente pessimista, eppure corroborante con i suoi lancinanti aforismi, un ilare nichilista, un dissacratore esultante nella sua implacabile furia corrosiva della metafisica, dei valori, degli ideali e di tutto il bagaglio storico e culturale del nostro piccolo pianeta. Perché così gli appariva il nostro mondo: un insignificante pezzo di “materia tetra”, una “lacrima pietrificata” caduta dal “primo fremito di Dio” contro la quale i nostri umani pianti non possono nulla e si infrangono inascoltati. Così gli appariva in una pagina di quel Sommario di decomposizione intitolata In una delle mansarde della Terra.Era appunto questo il punto di vista da cui Cioran ha guardato il mondo in tutti i suoi scritti: egli osservava dall’alto della sua “mansarda” sovrastorica e metatemporale, anzi sotto-temporale avrebbe detto lui che predicava e auspicava per tutta l’umanità, vittima già della Caduta e della perdita dell’Eden, una nuova risolutiva ed ora infernale caduta in una eternità inferiore, dove necessariamente doveva arenarsi sfinito ed inane il “disormeggio” che è la storia. Caduti nel tempo, egli ci vedeva destinati a cadere anche dal tempo, liberati per sempre dalla maledizione del divenire, ma non per questo redenti e salvati, ed anzi rinchiusi ora in un paradiso rovesciato, un giardino sinistro e spaventevole, disabitato da Dio, nel quale si conclude miseramente la storia e il suo male.Questo suo distacco dal mondo, dalla storia che contemplava da lontano, con disincanto atarassico, costituisce la cifra di una “lucidità” disincarnata e totalmente altra dalla “coscienza” hegeliana intrinseca invece alla dialettica dello spirito e del processo storico: “dentro al cerchio che rinchiude gli esseri umani in una comunione di interessi e speranze, lo spirito nemico dei miraggi si apre una strada dal centro verso la periferia. Non può più udire da vicino il brulichio degli uomini: vuole guardare da più lontano possibile la simmetria maledetta che li collega”. Il suo occhio rapace ci ha scrutato dall’alto come quello di Albert Caraco, per ricordare un suo ideale consanguineo novecentesco con cui pure è stato confrontato; e tuttavia Cioran è meno cupo, meno freddo, più mescolato alla vita, più attaccato allo scheletro e alla carne ai quali era incatenato peraltro da un’insonnia cronica che solo con la terapia della scrittura cercò di esorcizzare nelle lunghe, e profonde, notti di veglia.  E se Caraco si suicidò programmaticamente, Cioran non vi riuscì mai, e anzi confidò una volta a Costantin Noïca: “ascolta, non parlarne a nessuno, ma io amo molto la vita”.Nichilista, o meglio pessimista, per usare un termine più vicino e familiare, più leopardiano diciamo… di quel Leopardi che egli pure amava e conosceva (Cioran è prefatore d’eccezione di un saggio del corrispondente e amico Mario Andrea Rigoni su Leopardi), Cioran è stato definito anche uno gnostico, per le sue riflessioni intorno a Dio, alla Caduta, al Demiurgo, al Tempo ed altri. Amava la filosofia orientale e la cultura gnostica antica appunto. Squartamento si apre con una “favola di origine gnostica” nella quale si narra degli Angeli di Michele che battagliarono contro quelli del Drago e di quelli che, rimanendo invece irresoluti e non decidendosi per nessuno schieramento, furono cacciati dal Regno Celeste: di qui, di nuovo, la Storia, intesa come perdita tragica di un’unità inenarrabile e immemorabile che dovette precederla.Forse lontane immagini degli Angeli e degli Arcangeli armati di spada quali si vedono affrescati nelle Chiese cristiano-ortodosse della sua amata Romania, magari della piccola chiesa di R??inari, il piccolo villaggio dov’era nato e che costituiva per lui il paradiso personale e perduto della sua infanzia, o le visioni suscitate dalle letture del padre, un prete ortodosso, dovevano essergli rimaste scolpite nella memoria. Ad ogni modo uno gnostico negativo, un demolitore, un distruttore. Un Angelo sterminatore, secondo Fernando Savater. Un incendiario. Non possedeva in casa una biblioteca ben ordinata, ma un cumulo disordinato di carte e di libri sparsi per tutta la stanza e “pronti per il rogo”, ha scritto Friedgard Thoma, sua biografa e intima amica. E tuttavia i roghi con cui egli brucia tutto l’Occidente e la sua cultura non sono i roghi dell’Inquisizione o del Nazismo. La sua penna, deliziosa e terribile in uno, è pur sempre quella di un intellettuale geniale, anche se gli piaceva dire di aspirare all’idiozia, alla vacuità dell’ebetudine, il cui gesto creativo e la cui eredità vanno cercati dunque nella stessa pars destruens del suo discorso.Allora, Cioran può essere letto senz’altro come pensatore della crisi, anzi della fine, o dell’Apocalisse meglio ancora, un pensatore del frammento, maestro dell’aforisma, un filosofo asistematico con le stigmate del post-moderno se si vuole, incapace di elevarsi al sistema, ad una visione compiuta, ad una nuova e rinnovata intuizione del mondo. Ma il più profondo significato storico che egli adempie con la sua opera è quello appunto di annunciare la fine di tutti i sistemi e di tutte le visioni del mondo, o addirittura la fine della storia del pensiero o della storia tout court come ha osservato Rigoni. “In sé stessa ogni idea è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l’uomo la anima, vi proietta i propri ardori e le proprie follie; impura, trasformata in convinzione, essa si inserisce nel tempo, assume forma di evento: il passaggio dalla logica all’epilessia è compiuto… Nascono così le ideologie, le dottrine e le farse cruente”: con chiaroveggenza, nel 1949, allorché scrisse questa pagina con cui si apre il Sommario, Cioran intravedeva già il tracollo, tremendo e grottesco insieme, di tutte le ideologie, di destra e di sinistra, come chi ne intuisse segretamente la logica inafferrabile e profonda del fallimento: “mi si indichi una sola cosa quaggiù che, cominciata bene, non sia finita male”.Alla fine dell’età delle ideologie, od anzi al termine della lunga “sfilata di falsi Assoluti” che è la storia intera, Cioran ci ritorna come l’Anti-profeta che abiura tutte le Verità, rivelate o terrene. In una pagina del Sommario intitolata, appunto, L’Antiprofeta, egli sa che gli uomini “idolatri per istinto” sono pronti a trasformare in “Incondizionato” gli oggetti dei loro sogni e dei loro interessi, a costringere gli altri sulla propria strada, a sterminarli se si rifiutano, ad innalzare templi a dei pretesti, e la loro capacità di adorazione è responsabile di tutti i loro crimini: “in ciascuno di noi sonnecchia un profeta…. quando si sveglia c’è un po’ più di male al mondo”. Ma questa sua denuncia è anche un congedo, inevitabile e definitivo, dalla comunità degli uomini, se non addirittura dall’umana natura: “dopo aver ucciso in me il profeta”, si chiede Cioran, “come potrei avere ancora un posto tra gli uomini?”.E’ proprio in questa solitudine, in questo rifiuto di aderire a vecchie e nuove verità o, peggio, di costruire nuove architetture del pensiero, che si ritrova anche l’attualità di questo anti-profeta. Perché, al di là del suo radicale pessimismo, e anzi forse proprio attraverso di esso, la sua pagina trasmette, assieme alla forte esigenza di liberazione dal mondo, dalla storia, dai suoi fardelli, dal peso stesso dell’esistenza, ed anche per questo stesso, un forte senso di libertà: “Mi basta sentire qualcuno parlar sinceramente di ideale, di avvenire, di filosofia, sentirlo dire ‘noi’ con tono risoluto, invocare gli ‘altri’ e ritenersene l’interprete, perché io lo consideri mio nemico”. a. de lauri l’occidentale

Fu Del Noce che aprì i cattolici alle libertà moderne

Lunedì, 23 Maggio 2011

Poiché la politica italiana sta attraversando una fase di sostanziale paralisi della proposta e pare si navighi a vista, ci pare necessario recuperare l’insegnamento del filosofo cattolico Augusto Del Noce (1910 – 1989). Un’ottima occasione ci viene offerta dal volume Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno, pubblicato da Marietti 1820, in vendita dalla prossima settimana. È stato scritto da Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, già autore, tra l’altro, di saggi su Hegel e Romano Guardini.  L’opera racconta e analizza il percorso culturale di Del Noce negli anni ’40 e ’50 trovandone un “intento fondamentale”: “liberare i cattolici, usciti dalla dittatura e dalla guerra, dalle nostalgie reazionarie e di aprirli ad un rapporto positivo con le libertà moderne”. Abbiamo intervistato il professor Borghesi per comprendere meglio la figura di Del Noce e per tentare di leggere l’attualità politica attraverso gli stimoli offertici dal suo pensiero.Professore, Noberto Bobbio scherzando ma forse non troppo, chiamava il suo amico-nemico Del Noce “il De Maistre italiano”. Era una definizione motivata? Del Noce aveva qualcosa in comune con il pensatore savoiardo? Era, insomma, un reazionario?No, non era motivata. La definizione, infelice, di Bobbio obbediva all’intento di delegittimare il suo amico-avversario, l’intellettuale che più di ogni altro aveva contribuito a smontare il modello azionista della storia contemporanea. Del Noce conosceva, naturalmente l’opera di De Maistre, ne apprezzava la critica al modello e alla mentalità rivoluzionaria. Criticava, però, in De Maistre, così come nel pensiero reazionario in genere, l’impostazione “reattiva” incapace di distinguere, nel moderno, tra il momento razionalistico e quello liberale. Per Del Noce il nucleo positivo della modernità consisteva nell’idea di libertà. Il cattolicesimo, fuori da ogni integralismo, doveva  incontrarsi con questo ideale.Ultimamente alcuni intellettuali “neofuturisti” vicini a Gianfranco Fini e lo scrittore Premio Strega Antonio Pennacchi hanno rilanciato il “fasciocomunismo”. Che giudizio avrebbe dato Del Noce riguardo tale proposta? A sentir loro, si tratterebbe di uscire finalmente dal Novecento; ma fascismo e comunismo non esprimono proprio l’essenza del secolo scorso?Distinguerei tra la prospettiva di Fini e quella di Pennacchi.  Del Noce vedrebbe, probabilmente, nel postfascismo di Fini il tentativo di legittimarsi assecondando le dinamiche della secolarizzazione che conseguono al post-’89, al tramonto delle speranze rivoluzionarie. Nel “fasciocomunismo” di Pennacchi c’è invece l’incontro tra due realtà popolari sconfitte, un tentativo irreale di opporsi al processo di atomizzazione e di svuotamento della dimensione politica. In realtà noi siamo fuori dal ‘900, sia di quello totalitario imperante tra le due guerre, che di quello ideologico caratterizzante il secondo dopoguerra.  In una prospettiva delnociana il ‘900, però, non è definitivamente trascorso. Continua ad agire nel presente attraverso la decomposizione dei suoi ideali. Il vuoto attuale, il nichilismo diffuso, è l’eredità della crisi delle ideologie postbelliche.A sinistra, invece, il Partito Democratico tende a rivendicare la tradizione “cattocomunista” di Dossetti e Rodano. Quali erano i principali punti di dissenso fra Del Noce e questa proposta politica?Il rapporto con Franco Rodano, oltre che con Felice Balbo, è, in realtà, un rapporto complesso. Nel mio volume mostro come Del Noce, dopo la partecipazione all’esperienza della sinistra cristiana, nel 1943-’44, riannoda, negli anni ’60, il suo rapporto con Rodano. In questo contesto prende forma la critica alla società opulenta e alla sua mentalità positivistica. Una società che combatte il comunismo in quanto fede religiosa in nome di un materialismo più integrale di quello marxista. Questa collaborazione si interrompe alla fine degli anni ’60. L’accusa che il Del Noce degli ultimi anni muove a Rodano è quella per cui la sua sintesi tra cattolicesimo e comunismo porta allo svuotamento di ambedue e alla resa alla società opulenta. Il progetto rodaniano portava, paradossalmente, al trionfo della destra tecnocratica.Per quale motivo Del Noce ruppe con l’ambiente de “Il Mulino”?Del Noce in realtà non rompe con “Il Mulino”, la rivista e l’editrice con cui collabora dal 1957 al 1974.  Il rapporto con Nicola Matteucci, esponente di un liberalismo laico fautore di un dialogo con i cattolici, rimane costante fino alla fine. La rottura è con i cattolici divorzisti, al tempo del referendum, presenti nella redazione della rivista, in primis con Pietro Scoppola. La cosa singolare è che Del Noce prenderà poi le distanze da Gabrio Lombardi e dal comitato per il referendum, in nome di un doppio tipo di unione, per i laici e per i cattolici, perché l’indissolubilità del matrimonio aveva significato all’interno di una posizione religiosa e non poteva essere trattata come un valore autonomo civile.Sono in corso i festeggiamenti per i centocinquant’anni d’unità nazionale. Quali limiti vedeva Del Noce nel processo unitario?Del Noce era soprattutto preoccupato di due cose: che la DC come partito di governo rappresentasse la coscienza nazionale del Paese e che i cattolici, deposte le pregiudiziali antiliberali, si ritrovassero nei valori del liberalismo etico. Allo scopo, tra il 1961 e il 1963, viene immaginando un nuovo giobertismo, una revisione del Risorgimento in chiave cattolica. Un progetto presto abbandonato allorché, studiando Gentile, si accorge che il vero continuatore del pensiero è proprio Gentile, il filosofo del fascismo. Dal 1964 Antonio Rosmini, e non Gioberti,  diviene il modello delnociano dell’incontro tra cattolicesimo, libertà, coscienza nazionale.Del Noce fu eletto senatore, anche se indipendente, nelle file della Democrazia Cristiana; ma non fu mai tenero con il partito unico dei cattolici. Cosa gli rimproverava maggiormente?Del Noce ha sempre avuto la segreta ambizione di essere l’ideologo della DC, una sorta di Gramsci del cattolicesimo politico, il filosofo che De Gasperi non ebbe. Da qui il suo amore-odio per la DC vista ora come il perno della vita democratica del Paese, ora come incapace di intendere il processo di secolarizzazione che stava dissolvendo il cattolicesimo in Italia. Va detto come nella critica Del Noce fosse perfettamente consapevole del fatto che il limite democristiano, il suo “guicciardinismo”, era strettamente correlato ai limiti della cultura cattolica la quale, nella mancata revisione della filosofia della storia dell’800, oscillava continuamente tra progressisti e reazionari. Era questo vuoto alle spalle che obbligava la DC a volare basso, a farsi partito pragmatico senza che i due termini, “Democrazia” e “cristiana”, potessero avere un senso compiuto.Il centrodestra italiano, e più in generale il pensiero liberale, hanno la possibilità di imparare molto da Del Noce. Quali aspetti in particolare sarebbero più urgenti da rinverdire? Direi che il Del Noce più attuale, in termini storico-politici, è quello che, già a partire dal 1963, intuisce che il nuovo avversario, per la prospettiva cristiana e liberale, non è più il marxismo ma la società opulenta post-marxista. Quella che poi è andata affermandosi con la globalizzazione degli anni ’80-’90, la resa ad un capitalismo senza regole, il primato della ragione strumentale, l’affermazione di una dissacrazione-mercificazione integrale. Comte, il padre del positivismo, prende il posto di Marx. Con quel che ne consegue: il mito dell’efficienza da un lato, un vuoto ideale senza precedenti, dall’altro. Un’analisi lucida che interpella sia il centro-destra che il mondo della sinistra, impotenti ambedue, in qualche modo, di fronte all’universo scaturito dal post’89. Sarebbero qui da rileggere, per la loro attualità, le pagine del 1970 dedicate a “Un nuovo discorso su destra e sinistra”. Ne esce fuori un Del Noce inedito, fuori dagli schemi con cui taluni hanno cercato di catalogarlo. l.negri loccidentale

Dai venerati maestri ai guru ultranarcisisti

Domenica, 15 Maggio 2011

«Può esistere un Salone del Libro senza Umberto Eco?» chiede il direttore della manifestazione, Ernesto Ferrero, alla platea più scelta del Lingotto. «Noooooooooo», intona la platea della nuovissima sala Oval, aspiranti scrittori, studenti e professoresse democratiche. Il tema della lectio magistralis del professore è «Libertà e coercizione dello scrittore», ma il direttore della kermesse scommette che si parlerà più delle coercizioni che della libertà. Intanto si prenota già per il 2012, se non succederà nulla di particolare. «Nel 2012 ci sarà la fine del mondo» butta lì Eco. Però, come diceva il poeta Jerzy Lec, «non aspettatevi troppo dalla fine del mondo». Sicuri che è meglio tenersi Eco con le sue coercizioni?Terminato il fuori programma dell’incipit, il guru prende a leggere il suo intervento – scritto per l’occasione? riciclato da una precedente lectio? – sprofondando nel più erudito narcisismo. Risolini, sbadigli, zero applausi. Il pubblico ascolta, educato e distante. Più o meno stessa situazione con Erri De Luca, Piergiorgio Odifreddi, Franco Cordero. Dall’uscita anti premier di quest’ultimo, che su Repubblica ha anticipato il suo intervento accostando il governo Berlusconi al periodo hitleriano, si è dissociato persino lo stesso Ferrero: «Caro Cordero, il salone è luogo del dialogo, non dell’invettiva», ha detto. Una presa di distanza della direzione dall’intervento di un ospite di cui, da queste parti, non ricordano precedenti. (Segue una barocca dissertazione di Cordero che parte da Leopardi, Manzoni e Gioberti).La 24ª edizione del Salone torinese che si conclude domani ha già battuto il record di guru del pensiero, la maggior parte dei quali trasposti in vetrina direttamente dalle colonne di Repubblica, la testata più rappresentata alla kermesse, oggi consacrata nel dialogo tra Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro. Per questo è il posto giusto per chiedersi che cosa c’è dopo i venerati maestri? Che cosa diventano i maestri dopo essere stati venerati abbastanza? Diventano guru egoriferiti. Cristallizzati nel loro narcisismo, nel culto della personalità: la loro. Il pubblico e le platee di giovani? Inermi, silenti, paralizzati dall’intellettualismo che promana dal palco. Niente comunicazione. Coinvolgimento rasoterra. Vibrazioni non ne passano. Al massimo una tecnica di scrittura, di analisi, di critica. Oppure un certo piacere nel sentirsi parlare, oracoleggiando, come nel caso di Scalfari. «Ho scritto sei romanzi» sbuffa Eco, «ma tutti ricordano Il nome della rosa, maledizione. Non voglio farmi dire bravo» sottolinea prima di declamare il suo lipogramma, un testo scritto per gioco tutto con la «a», intitolato La mamma. E qui l’applauso è d’obbligo. Niente più. Anche le domande le anticipa lui stesso. E marzullescamente si risponde.Nella stessa sala Erri De Luca ha da poco terminato la sua relazione «Sulla traccia di un alfabeto antico», un’ora di «passeggiata nella sacra scrittura» quando, interrogato dal pubblico, è costretto a dire che questi studi non li fa da storico e linguista. Né soprattutto da credente. «Perché io escludo la divinità dalla mia vita – dice proprio così – ma non la escludo dalla vita degli altri». Com’è buono lei direbbe il ragionier Fracchia nei panni del pubblico in sala, messo in confusione dalla prosopopea del guru che esclude l’interferenza divina forse perché divino è egli stesso. Che cosa poi possa conciliare simil impegno sui sacri testi con un dogma tanto negazionista resta domanda irrisolta. Sarà presunzione o protervia? Si resta in zona anche dalle parti di Piergiorgio Odifreddi, il guru del far di conto. Il quale, presentando il suo Caro Papa ti scrivo, ha confessato papale papale che da bambino sognava esattamente di diventare Papa. Nel 1959 in tv c’erano due personaggi, Mike Bongiorno e un altro signore vestito di pizzo e gioielli che avanzava su un trono regale. Lui voleva essere il secondo e poco dopo entrò in seminario, poi ne uscì perché si accorse che la strada era lunga e prima di percorrerla avrebbe dovuto sopportare anni di ordini e comandi altrui. Però un po’ il pallino gli è rimasto e quando, di recente, ha letto Introduzione al cristianesimo scritto da Ratzinger nel 1968, ha pensato bene di rivolgersi direttamente a lui perché, ha detto senza ridere, lo considera «un suo degno avversario».Ambisce invece a entrare nell’empireo dei grandi filosofi, da Platone a La Rochefoucauld, il fondatore di Repubblica ossequiato da una platea in cui, oltre a moglie e figlie, spiccavano Piero Fassino e Alberto Asor Rosa, bramosi di ascoltarlo sull’ultimo lavoro Scuote l’anima mia Eros. «Voi siete la mia famiglia, anzi un campione della mia famiglia» ha concesso Scalfari dopo un po’ che discettava di Giove, Mercurio e Saturno. «Sotto sotto vi aspettate che parli dell’attualità \ ma siete stati audaci perché il mio libro parla d’altro». Però, dài e dài, «nella caverna degli istinti il protagonista è Eros che si esprime attraverso l’amore di sé, l’amore dell’altro e l’amore degli altri. Quando l’amore di sé varca i limiti fisiologici diventa patologico» ha preparato il terreno, flautate, Scalfari. «E gli esiti sono la megalomania, l’egolatria, il narcisismo» ha garantito dal suo pulpito. «Non a caso Silvio ha fondato il partito dell’amore. Vuol essere amato e cooptare chi lo ama. Se io stesso gli telefonassi dicendogli che m’interessa ciò che fa ci proverebbe anche con me. Come ha fatto con Scilipoti» ha concluso il guru più venerato di tutti davanti alla sua famiglia, finalmente appagata perché Eros era precipitato nel presente. Che sorpresa. m. caverzan ilgiornale

Esiste una cultura cattolica? (by Quarantelli)

Venerdì, 13 Maggio 2011
erica_simone_nue_york_02In occasione della XXIV edizione del Salone del Libro di Torino, apertosi ieri, si è accesa una nuova polemica attorno all’editoria cattolica. Già alcuni mesi fa infatti gli organizzatori del Salone, dedicato quest’anno ai 150 anni dell’Unità d’Italia, stilando un elenco di editori di questo periodo avevano ignorato totalmente la componente cattolica. Dopo le polemiche, gli stessi organizzatori hanno “rimediato” allestendo un angolo per i “libri della fede”, aperto peraltro a soli sette editori ed escludendo perciò marchi storici. Da qui la nuova polemica, lanciata dall’editore Cantagalli, che parla di marginalizzazione e chiusura in riserva per i libri cattolici. 
Prendendo spunto da questa polemica, e constatando che la marginalizzazione del libro cattolico va ben oltre il Salone di Torino, abbiamo voluto allargare il discorso chiedendo il parere del direttore editoriale della Lindau, una casa editrice laica che si distingue però anche per la proposta di autori cattolici, classici (prezioso il recupero di G.K. Chesterton) e contemporanei. (La bussolaquotidiana) di E. Quarantelli
Ho una grande ammirazione per gli editori cattolici. I loro cataloghi sono spesso eccellenti, il loro modo di lavorare è improntato a serietà e abnegazione. Ma è un fatto che non sfondano nelle librerie generaliste, cioè in quelle librerie che realizzano la gran parte del fatturato dell’editoria italiana.Le ragioni sono tante, due però sono davvero importanti. Innanzitutto, nel mondo della cultura e dei media esiste un forte pregiudizio anticattolico, che non sembra per altro importare a nessuno. Poi è anche vero che gli editori cattolici tendono a rinchiudersi nel proprio recinto (cioè in quello delle librerie cattoliche); è come se, sentendosi in una condizione di inferiorità, giocassero sempre in difesa, neppure di rimessa, soltanto in difesa.Questo non serve a nessuno, né ai cattolici, né a tutti gli altri. Ed è tanto più grave in un momento, come l’attuale, di crisi profonda della cultura cosiddetta laica.Non credo però basti un generico invito a fare meglio. O, forse, serve anche questo, ma a condizione che arrivi al termine di una riflessione approfondita e severa. Una riflessione che investa ciò che precede e accompagna il lavoro editoriale, cioè la produzione di cultura.Pongo una questione – piccola piccola – che sarebbe bello venisse rilanciata da questo giornale. Esiste, può esistere, deve esistere una cultura cattolica? E’ una domanda antica, che non bisogna smettere di porsi.Rispondo per me: non mi interessa una cultura cattolica, ma una cultura fatta (anche) da cattolici. Vorrei che chi condivide una fede e un certo orizzonte di valori partecipasse con autorevolezza ed efficacia ai processi di elaborazione della cultura contemporanea, stesse dentro l’arena del confronto, anche aspro, tra modelli di vita differenti.Può darsi che le riserve indiane siano servite, ma osservo che – anche grazie alle riserve – gli indiani sono divenuti attrazioni da circo, mentre la loro cultura rifornisce i supermercati della New Age. Hanno salvato la pelle (molti, non tutti); ma il resto?Se i cattolici vogliono far valere ciò in cui credono (nell’interesse di tutti) devono smettere le etichette, abbandonare (almeno in parte) i terreni di caccia protetti e avventurarsi in quella che, per molti, è una terra incognita.Io dirigo da parecchi anni una casa editrice molto piccola (Lindau) in una città bella e periferica (Torino). Da qualche anno dedico progetti ed energie alla valorizzazione di storie, argomenti e autori cristiani (soprattutto cattolici). E’ una scelta che nasce da un giudizio sullo “stato delle cose“, oltre che da convinzioni personali. Il nostro passato e il nostro modo di lavorare ci garantisce una presenza significativa sui media e nelle librerie di ogni tipo, anche quelle più connotate in senso laico. Vi assicuro che molti cattolici acquistano lì i nostri libri e che li acquistano anche molti non cattolici, catturati da un titolo, da una provocazione, da una tesi audace.Forse è un piccolo seme gettato per un confronto futuro meno angusto e settario, in cui possano trovare spazio le idee in cui crediamo. * Direttore editoriale Edizioni Lindau (foto: erica simone the Nue York)

La P2 nei diari segreti della Anselmi

Venerdì, 25 Marzo 2011

Il 17 marzo 1981 il colonnello Vincenzo Bianchi si presenta a Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, residenza dell’allora quasi sconosciuto Licio Gelli. Ha in tasca un mandato di perquisizione dei giudici milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagano sull’assassinio Ambrosoli e sul finto sequestro di Sindona, mandante del delitto. Dopo qualche ora di lavoro, l’ufficiale riceve una telefonata del comandante generale della Finanza, Orazio Giannini.Si sente dire: «So che hai trovato gli elenchi e so che ci sono anch’io. Personalmente non me ne frega niente, ma fai attenzione perché lì dentro ci sono tutti i massimi vertici» . Poche parole, dalle quali Bianchi è colpito per la doppia intimidazione che riassumono. Cioè per quel «non me ne frega niente», che esprime un assoluto senso d’impunità. E per quel «tutti i massimi vertici», che capisce va riferito ai vertici «dello Stato e non del corpo» di cui lui stesso indossa la divisa.Ed è proprio vero: c’è una parte importante dell’Italia che conta, in quella lista di affiliati alla loggia massonica Propaganda Due, che il colonnello sequestra assieme a molti altri documenti e trasporta sotto scorta armata a Milano. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della guardia di Finanza, 22 dell’Esercito, 4 dell’Areonautica militare, 8 ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, banchieri, imprenditori, manager, faccendieri, giornalisti, magistrati. Insomma: nella P2 ci sono 962 nomi di persone che formano «il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere, o almeno fuori dalle sue sedi conosciute».Una sorta di «interpartito» formatosi su quello che appare subito come un oscuro groviglio d’interessi dietro il quale affiorano business e tangenti, legami con mafia e stragismo, il golpe Borghese, omicidi eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e soprattutto un progetto politico anti-sistema.Quando, dopo due mesi di traccheggiamenti, gli elenchi sono resi pubblici, lo scandalo è enorme. Il governo ne è travolto e il 9 dicembre 1981, anche per la spinta di un’opinione pubblica sotto choc e che chiede la verità, s’insedia una commissione parlamentare d’inchiesta che la presidente della Camera, Nilde Jotti, affida alla guida di Tina Anselmi.Da allora l’ex partigiana di Castelfranco Veneto, deputata della Dc e prima donna a ricoprire l’incarico di ministro, comincia a tenere un memorandum a uso personale oggi raccolto in volume: «La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi», a cura di Anna Vinci (Chiarelettere, pag. 576, euro 16).Tra i primi appunti, uno è rivelatore del clima che investe la politica («i socialisti sono terrorizzati dall’inchiesta») e l’altro del metodo che la Anselmi intende seguire: «Fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge» . Un proposito giusto.Lo sfogo del colonnello Bianchi le ha fatto percepire l’enormità dell’indagine e i livelli che è destinata a toccare. Diventa decisivo, per lei, sottrarsi all’accusa di «dar la caccia ai fantasmi» e di certificare quindi l’attendibilità delle liste (su questo si gioca la critica principale), come pure evitare che l’investigazione si chiuda con il giudizio minimalista accreditato da alcuni, secondo i quali la P2 sarebbe solo un «comitato d’affari» . È un’impresa dura e difficile, per la Anselmi. Carica di inquietudini.Lo dimostrano i 773 foglietti in cui annota ciò che più la colpisce durante le 147 sedute della commissione. Riflette, ad esempio, il 14 aprile 1983: «Strano atteggiamento del Pci… non mi pare che voglia andare a fondo. La stessa richiesta loro di non approfondire il filone servizi segreti fa pensare che temano delle verità che emergono dal periodo della solidarietà. Ipotesi: ruolo di Andreotti, che li ha traditi? O coinvolgimento di qualche loro uomo? Più probabile la prima ipotesi. Mi pare che Br e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro».Altro appunto, del 26 gennaio ‘ 84, con l’audizione di Marco Pannella: «Com’è possibile che Piccoli, Berlinguer e Andreotti non sapessero della P2 prima del 1981?» . Ragionando poi sul fatto che gli elenchi non sono forse completi e che Gelli potrebbe essere solo «un segretario», si chiede se la pista non vada esplorata fino a Montecarlo, sede di una evocata super loggia.E ancora, il 16 dicembre ‘ 81 mette a verbale che il parlamentare Giuseppe D’Alema (padre di Massimo) «consiglia di parlare» con un poco conosciuto giudice di Palermo che cominciava a conquistarsi le prime pagine sui giornali: Giovanni Falcone. S’incrocia di tutto in quelle carte.La fantapolitica diventa realtà. Ci sono momenti nei quali la commissione è una «buca delle lettere»: arrivano messaggi cifrati, notizie pilotate o false, ricatti. Parecchi riguardano la partita aperta intorno al Corriere della Sera, che era stato infiltrato (nella proprietà e in parte anche nella redazione) da uomini del «venerabile» e alla cui direzione c’è ora Alberto Cavallari, indicato da Pertini per restituire l’onore al giornale.In questo caso sono insieme all’opera finanzieri e politici, ossessionati dalla smania di controllare via Solferino. Si agitano anche pezzi del Vaticano, il cardinale Marcinkus, senza che la cattolica Anselmi se ne turbi e lo dimostra ciò che dice al segretario, Giovanni Di Ciommo: «Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore».Ma a intimidirla ci provano comunque. La pedinano per strada. Qualche collega, passando davanti al suo scranno a Montecitorio, le sibila: «Chi te lo fa fare? Qua dobbiamo metterci i fiori». Fanno trovare tre chili di tritolo vicino a casa sua. Lei tira dritto. Quando, il 9 gennaio ’86, presenta alla Camera la monumentale conclusione del suo lavoro, 120 volumi, definisce la P2 «il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale» (il piano di Rinascita Democratica di Gelli).Nel diario aveva profeticamente scritto: «Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4…». Sono passati trent’anni e la testimonianza di Tina Anselmi, dimenticata e da tempo malata, è da riprendere. Magari riflettendo su un dato: nella lista compariva anche il nome di Silvio Berlusconi. All’epoca era soltanto un giovane imprenditore rampante e i parlamentari non ritennero di sentirlo perché era parso un «personaggio secondario». Marzio Breda per “il Corriere della Sera

La contro-rivoluzione di De Maistre (by Introvigne)

Sabato, 5 Marzo 2011

L’importante volume di Marc Froidefont Thèologie de Joseph de Maistre, pubblicato nei prestigiosi Classiques Garnier (Parigi 2010), s’inserisce in un ritorno d’interesse per questo autore, promosso certo in una chiave «regionalista» in Savoia – lo stesso lavoro di Froidefont deriva da una tesi all’Università della Savoia – ma con una dimensione internazionale, come dimostrano le numerose riedizioni e traduzioni che si susseguono in diversi Paesi (fra le più recenti, in Italia, le Considerazioni sulla Francia curate da Guido Vignelli, Editoriale Il Giglio, Napoli 2010). Nonostante una vasta bibliografia, sul conte Joseph de Maistre (1753-1821) c’è infatti ancora molto da dire. Diplomatico al servizio della monarchia sabauda e padre di una delle scuole cattoliche d’interpretazione della storia e della politica, quella detta contro-rivoluzionaria, è stato studiato soprattutto dai cultori di scienze politiche. Benché la sua politica riposi ultimamente su una teologia della storia, gli studi sul suo pensiero religioso sono meno numerosi.
Una delle controversie che hanno in qualche modo frenato questi ultimi studi riguarda l’appartenenza di questo cattolico, secondo tutti i biografi di fede salda, di grande preghiera e di costumi integerrimi, alla massoneria per parecchi anni della sua vita. Maistre cessa di frequentare le logge dopo la Rivoluzione, ancorché in seguito partecipi sporadicamente a riunioni massoniche di diplomatici accreditati presso la corte russa durante il suo soggiorno a San Pietroburgo. Ma non si tratta neppure di un massone che a un certo punto «si pente». Gli scritti massonici di Maistre – a torto esclusi, per non scandalizzare il pubblico cattolico, dai quattordici volumi ottocenteschi delle opere complete, ma quasi tutti riediti nel XX secolo – mostrano chiaramente che il diplomatico sabaudo ritiene le condanne pontificie della massoneria, a partire dalla bolla del 1738 In eminenti di Papa Clemente XII (1652-1740), come riferite a organizzazioni che complottano, come si dice allora, contro il trono e l’altare.  Maistre condivide queste condanne, ma ne ritiene escluse le logge cui appartiene, che semmai operano – in un regime di segreto giudicato necessario a causa delle persecuzioni prima culturali dell’Illuminismo e poi cruente della Rivoluzione francese – a favore della Chiesa e della monarchia. Al di là della questione formale, peraltro non irrilevante, secondo cui la bolla di Clemente XII non era giuridicamente applicabile ai Paesi dove era sprovvista dell’exequatur dei principi di quegli Stati, Maistre ritiene che la sua frequentazione di logge sia giustificabile sotto un profilo sostanziale.  Infatti, alla massoneria illuminista Maistre pensa di opporre una massoneria «bianca» spiritualista, che per di più, ove sia egemonizzata da cattolici, potrà favorire in Paesi come la Russia il ritorno a Roma di cristiani separati tratti dalle fila della più alta nobiltà. Dopo la Rivoluzione francese, e anche dopo le delusioni nei suoi sogni di riunione dell’Ortodossia russa a Roma, Maistre non considera i suoi progetti massonici come un’impresa immorale, ma solo come un tentativo fallito.
Beninteso, oggi possiamo – anzi, dobbiamo – dire che queste idee di Maistre sulla massoneria erano sbagliate: il metodo massonico è intrinsecamente incompatibile con la fede cattolica, il che spiega perché i progetti di massonerie «bianche» non siano mai riusciti nella storia. Ma lo possiamo dire sulla base di un Magistero che dall’enciclica Humanum Genus del 1884 di Leone XIII (1810-1903) alla Dichiarazione sulla massoneria della Congregazione per la dottrina della fede del 1983 ha approfondito il metodo massonico, mentre Maistre aveva a sua disposizione solo sentenze chiare nel loro dispositivo, ma scarne se non scheletriche nelle motivazioni.  Il libro di Froidefont smonta però un mito relativo al pensiero religioso di Maistre, di cui si afferma in una certa letteratura che è debitore di molte idee – che sarebbero originali e nuove nel contesto cattolico – all’ambiente massonico che aveva frequentato e in particolare al mistico eterodosso Louis-Claude de Saint-Martin (1743-1803). Il vertice di questa letteratura è il libro del noto antropologo e specialista dell’immaginario Gilbert Durand, pubblicato presso la casa editrice ufficiale del Grande Oriente di Francia, Un Comte sous l’acacia: Joseph de Maistre (Edimaf, Parigi 2009). Froidefont smentisce l’ardita tesi di Durand che, con un tour de force elegante ma privo di veri supporti testuali, vorrebbe ricondurre all’appartenenza massonica di Maistre persino le sue posizioni a favore del Magistero pontificio. Froidefont spiega che molto di quanto è stato scritto su Maistre va rivisto alla luce degli inediti e in particolare delle annotazioni che accompagnavano tutte le letture del pensatore sabaudo, oggi in gran parte raccolti presso gli Archivi Dipartimentali della Savoia e accessibili ai ricercatori. Queste fonti dimostrano che molto di quanto è attribuito di solito all’influenza di Saint-Martin deriva da testi patristici e in particolare da Origene (185-254), che tra l’altro Maistre conosceva – insieme alle controversie che riguardavano il teologo greco – molto meglio di Saint-Martin. Parecchie idee che oggi appaiono inusuali, inoltre, a partire dalle famose e discusse pagine sulla funzione salutare del boia e sui castighi divini, emergono dalle annotazioni – dove si scopre peraltro che Maistre, cosa rara fra i suoi contemporanei, leggeva anche san Tommaso d’Aquino direttamente nel testo latino – come diffuse in un pensiero teologico oggi dimenticato, quello ortodosso e fedele a Roma del Settecento francese, normalmente conosciuto solo per i suoi autori gallicani e giansenisti. Maistre legge anche volentieri autori inglesi, non solo cattolici, cui è debitore di molti argomenti contro la miscredenza settecentesca.Il tema politico della Rivoluzione e della Contro-Rivoluzione appare così come radicato in una teologia della storia che riposa su un’antropologia e che riposa su tre momenti. Il primo è quello della creazione dove Maistre, in polemica con protestanti e giansenisti e anche con Nicolas Malebranche (1638-1715), nel cui pensiero vede rischi fideisti, esalta la natura dell’uomo creato a immagine di Dio e dotato di ragione, con un pensiero assai meno pessimistico di quanto comunemente si crede. Il secondo è quello della caduta, anzi delle tre cadute perché al peccato originale Maistre affianca il Diluvio Universale e la torre di Babele come momenti dove gli uomini, preda dell’orgoglio, perdono parti importanti dei doni e delle ricchezze che Dio, nonostante il peccato originale, ha loro lasciato. Questo cammino di decadenza continua fino ai giorni nostri e diventa la Rivoluzione, un processo pluri-secolare di negazione storica di Dio che non si riduce alla Rivoluzione francese. Ma nel frattempo la Redenzione, coronando l’Antico Testamento, ha offerto la possibilità di vivere in pienezza il terzo momento, il ritorno a Dio. A un giudizio positivo sullo spirito che animava il Medioevo si accompagna una critica della sua decadenza, dell’assolutismo e dell’Illuminismo. Tuttavia la Rivoluzione, che è anche un castigo di Dio, offre copiosamente la possibilità del pentimento e dell’espiazione, che Maistre legge secondo la teoria della «reversibilità» per cui le sofferenze dei giusti vanno misteriosamente a vantaggio dell’umanità intera: anch’essa una teoria, precisa Froidefont, che il pensatore sabaudo non trae dall’esoterismo ma dalla teologia del suo tempo.  La Rivoluzione, dunque, è sempre anche occasione di Contro-Rivoluzione. Più la Rivoluzione è satanica, più la Contro-Rivoluzione ha l’occasione di essere «angelica e divina». Dove abbonda il peccato potrà sovrabbondare la grazia, e Maistre attende dopo la fine del processo rivoluzionario – che non identifica con la restaurazione post-napoleonica, per lui appena una pallida ombra della vera Contro-Rivoluzione – un «grande avvenimento religioso», un «intervento divino che favorisca il successo della religione cattolica», concepito – Froidefont lo mostra in polemica con altre interpretazioni – non in modo millenarista ma come aiuto speciale per il ritorno degli ortodossi, particolarmente di quelli del Paese cui si era molto affezionato, la Russia, e di molti protestanti alla comunione con il Papa.  È il Papa, infatti, il centro delle meditazioni di Maistre, il cui trattato Du Pape del 1819 eserciterà com’è noto un’importante influenza sul Concilio Ecumenico Vaticano I e sulla definizione dell’infallibilità. La Contro-Rivoluzione non consiste però per Maistre solo nel seguire il Papa nei suoi insegnamenti più solenni, ma nel prenderlo come guida anche per i principi della vita sociale e politica e per il bene supremo delle nazioni. Sono affermazioni in qualche modo profetiche, perché scritte in un’epoca in cui un Magistero pontificio che sistematicamente insegni anche una dottrina sociale ancora non si è manifestato. Ma è in questa «resurrezione del trono pontificio» che Maistre vede, ultimamente, la speranza dell’Europa. m. introvigne la bussola quotidiana