Un Malinconico conflitto di interessi
Martedì, 29 Novembre 2011Il presidente della federazione degli editori, Carlo Malinconico, è stato nominato sottosegretario all’editoria! ma il conflitto di interessi (non) valeva solo per Berlusconi? temis
Il presidente della federazione degli editori, Carlo Malinconico, è stato nominato sottosegretario all’editoria! ma il conflitto di interessi (non) valeva solo per Berlusconi? temis
su un tema sono tutti d’accordo, destra e sinistra: il male dell’Italia sono le lobby. anche se poi ognuna ha le sue. eppure, le lobby sono il sale della democrazia. purchè, ovviamente, siano trasparenti. le lobby, che derivano il loro nome dalle sale d’attesa dove stazionano coloro che intendono parlare con il potente di turno, sono portatrici di interessi di parte. lo scontro tra le lobby crea quel contraddittorio che consente al decisore di formarsi una opinione. è la stessa logica del processo. il problema non sono le lobby, ma il decisore che, invece, di confrontarsi con le lobby con l’obiettivo di formarsi una opinione rispetto a quello che, stando alla sua concezione politica, considera il meglio per la collettività, fa propria l’opinione che gli è più utile per la propria sopravvivenza. temis
IPoteri Forti hanno smesso finalmente di interferire col basilico della Riviera? Il silenzio della Cia (non l’Intelligence: la Confederazione Italiana Agricoltori), che diede la tessera di socio onorario al governatore genovese «come apprezzamento per le iniziative assunte a difesa del pesto e del basilico liguri» contro l’Europa «suddita dei Poteri Forti», rassicura. Almeno su quel fronte, forse, non si avvistano complotti. Per il resto, dicono gli archivi di questi mesi, siamo immersi negli intrighi. Quando Roberto Calderoli accusa generici Poteri Forti («non sono così ben definiti da poterli nominare per nome e cognome…») di essere «impegnati in una manovra nella quale il Corriere della Sera sta ricoprendo una parte di spicco», non solo sopravvaluta forse quei poteri che spesso sono divisi e qualche volta impotenti. Ma arriva in coda a centinaia di denunce così allarmate e contrastanti da commentarsi da sole. Sostiene ad esempio il verde Angelo Bonelli che no, mica è vero che questi complottaroli ce l’hanno con Berlusconi perché «vedono un governo che tocca i loro privilegi» (tesi del ministro bergamasco) ma anzi «è evidente che dietro il federalismo demaniale si nasconde la più grande speculazione immobiliare della storia» per «fare la fortuna dei Poteri Forti». E se Renato Brunetta si lagna che «questo governo con la riforma della scuola e della giustizia ha contro i Poteri Forti» Nicola Mancino sentenzia l’opposto: «I Poteri Forti sono tanti. E l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono indebolite dalle interferenze di questi poteri». Di qua Stefania Craxi vede nell’inchiesta di Trani «la prova della congiura della magistratura politicizzata» proprio «come nel 1992, con magistrati e Poteri Forti a menare le danze», di là Luigi De Magistris ribatte che «vogliono rendere i magistrati vassalli del grande feudatario Berlusconi e dei Poteri Forti che non tollerano il controllo della legalità » Antonio Di Pietro è indagato per la gestione dei rimborsi elettorali? Spiega che «l’Idv è da mesi target di un bombardamento politico e mediatico da parte dei Poteri Forti». Guido Bertolaso non si dimette? Paolo Ferrero si chiede se non sia «coperto dai veri Poteri Forti». L’Economist propone ironico di separare il Sud dall’Italia associandolo alla Grecia in uno Stato denominato «Bordello »? Raffaele Lombardo ribatte che il magazine è «espressione dei Poteri Forti della globalizzazione ». Finché il neofascista Roberto Fiore, cui non garba che Roma destini 13 milioni al museo della Shoah, strilla che perfino questo è «un omaggio ai Poteri Forti ».
Ma da che razza di parte stanno, questi Poteri Forti? Capiamoci: i Poteri Forti non sono invenzioni cervellotiche come i Savi di Sion dei fantomatici Protocolli. Certo che esistono centri di potere economico, finanziario, massonico, lobbista… Da noi come ovunque. E che cerchino di pesare negli affari del Paese lo diamo per scontato. Ma non è ridicolo pensare che Craxi e D’Alema, Prodi e Berlusconi, per citarne quattro che si sono lagnati, avessero ogni volta «tutti» i Poteri Forti contro, fossero a destra o fossero a sinistra? Ha scritto Ernesto Galli della Loggia che «poche cose come la polemica contro i “Poteri Forti” rivelano la pochezza intellettuale e insieme il primitivismo ideologico di chi se ne fa autore ». Esatto. Di più: rivelano l’incapacità della politica di fare, sul serio, politica. (Gian Antonio Stella corriere.it)
Dopo l’ingresso nel consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore, per il presidente della Confindustria romana, Aurelio Regina, è entrata nel vivo la battaglia per l’aggiudicazione alla Città di Roma dei Giochi Olimpici del 2020.
Si è infatti appena conclusa la tre giorni in pompa magna a sostegno della candidatura della Capitale ad ospitare le Olimpiadi del 2020, candidatura che prima di arrivare sul tavolo del Comitato olimpico, dovrà confrontarsi con quella della rivale nazionale Venezia.
Una battaglia che secondo l’amministratore delegato di Alitalia, Rocco Sabelli, anche solo al primo passaggio, sarebbe in grado di attivare iniziative di sviluppo valutabili intorno ai 40-50 miliardi di euro.
LA SUCCESSIONE
Per gli industriali locali, che non hanno esitato ad affiancare il sindaco della Capitale Gianni Alemanno nella partita contro il nord-est, si tratta di una potenziale miniera d’oro. Il verdetto del Coni è atteso entro un mese e, se dovesse andare a favore di Roma, Regina incasserebbe un importante punto a suo favore nella partita che, secondo i più maliziosi, gli starebbe ben più a cuore. Quella, cioè, per la successione di Emma Marcegaglia al vertice della Confindustria.
Anche se la scadenza è per il 2012, le grandi manovre sembrano infatti già iniziate. E Regina, pur smentendo l’interesse per la prima poltrona di viale dell’Astronomia , sembra molto intento alla creazione del consenso di cui ha bisogno un potenziale leader degli industriali.
Dalla sua, oltre allo storico sostegno di personaggi politici di colori contrapposti, con Giuliano Amato in prima linea, ha quello di un Luca di Montezemolo che ha appena consumato l’attesa restituzione della presidenza Fiat alla famiglia Agnelli.
Del resto si conoscono da tempo e hanno avuto modo di approfondire la loro amicizia grazie alle Manifatture Sigaro Toscano di cui Regina è presidente e Montezemolo detiene il 20 per cento (la maggioranza appartiene al confindustriale bolognese Gaetano Maccaferri).
A favore del manager foggiano, che ai tempi dell’Università Luiss consacrò i propri studi alla Teoria della Guerra per poi diventare assistente del vice segretario generale dell’Onu per il Medio Oriente, gioca anche la lunga amicizia coltivata negli anni con il suo predecessore alla guida degli industriali romani, Luigi Abete.
Nonché un nutrito numero di conoscenze fatte nel corso degli anni trascorsi prima alla Procter&Gamble Italia come responsabile comunicazione e relazioni con le istituzioni, poi alla Philips Morris e, infine, all’interno del leader dei cacciatori di teste di alto livello, Egon Zehnder, dove è tuttora partner e di cui è stato consigliere con deleghe, tra l’altro, alle relazioni esterne e con la stampa.
Chi lo conosce dice di lui che è un vero esperto in strategie e tattiche, ricordandone i trascorsi giovanili alla cattedra di Strategia globale presso la Scuola di guerra dell’esercito. Per questo non appare casuale il suo recente intervento sulla necessità di rivoluzionare Confindustria per farne un’associazione sempre più a servizio delle imprese con un’importante missione di scambio con le Istituzioni. Uno strumento, insomma, attraverso il quale comunicare e quasi suggerire al governo le politiche economiche funzionali al sistema produttivo del Paese.
E, ancora meno casuale, sono il suo ingresso nel consiglio del quotidiano di Confindustria e le bacchettate alla direzione di Gianni Riotta (“Il futuro dovrà essere diverso”), uomo voluto da Emma Marcegaglia alla testa de Il Sole 24 Ore solo un anno fa.
RIVOLUZIONI
Non solo, quindi, volontà di fare sponda con l’amico Montezemolo, di cui Regina è ritenuto da molti l’ultimo baluardo in Viale dell’Astronomia, ma anche di convogliare su di sé le attese di rilancio e rinnovamento fortemente alimentate dalla crisi. E dal malcontento per l’andamento del gruppo editoriale, come nei giorni scorsi ha testimoniato l’insolita kermesse andata in scena durante l’assemblea dei soci del Sole, che ha visto i giornalisti del quotidiano mettere in luce impietosamente tutte le zone d’ombra della gestione dell’azienda.
Secondo i conoscitori dell’uomo, queste sono le prime chiare avvisaglie di una battaglia che sta prendendo lentamente corpo. Ma prima di arrivare al grande scontro finale sulla poltronissima di Confindustria, c’è un’altra partita da vincere: quella per l’espansione dell’Unione degli industriali di Roma che presto potrebbe arrivare a tallonare l’associazione territoriale lombarda sul fronte del numero degli associati.
In queste settimane, infatti, Regina ha mosso le acque per far entrare nel vivo, non senza frizioni, il progetto di fusione tra le associazioni provinciali di Confindustria Roma, Rieti, Viterbo e, forse, Latina, che entro il 2011 dovrebbe dar vita a un’entità che porterebbe la seconda cellula confindustriale da quota 2.500 iscritti a oltre 4.000.
Avvicinandola sempre più, quindi, ad Assolombarda che conta circa 6.000 iscritti. Se l’operazione dovesse andare a buon fine, il peso del presidente romano aumenterebbe notevolmente. E il prestigio raggiunto gli consentirebbe più facilmente di raggiungere mete più ambiziose. Come però ha ricordato lui stesso, il lavoro di numero uno di Viale dell’Astronomia richiede molto impegno.
Regina riunisce un folto numero di incarichi, oltre alla presidenza dell’Unione degli industriali romani ci sono quelle della Manifatture Sigaro Toscano e della Sistemi & Automazione. E ancora: il ruolo di consigliere delegato della British American Tobacco Italia, la vicepresidenza del Centro Studi Americani, i board dell’Aspen Institute Italia, del Comitato Consultivo per la Corporate Governance della Banca Mondiale a Washington e della Camera di Commercio Americana in Italia, nonché la vicepresidenza esecutiva dell’Opce, associazione che riunisce le organizzazioni imprenditoriali delle principali capitali europee . Quindi dovrà forse rinunciare a qualcosa. Forse.
Giovanna Lantini per “il Fatto Quotidiano“
S’interrogavano sbigottiti, Dario Franceschini e i suoi, a proposito dell’incredibile dispiegamento di mezzi a favore di Pier Luigi Bersani nella campagna elettorale per la segreteria del Partito democratico, con l’Italia tappezzata di manifesti. Arrivando alla conclusione che l’«apparato » del vecchio Pci lavorava a pieno ritmo.
Una macchina organizzativa micidiale, che non avrebbe dato scampo agli avversari del «Migliore », come ironizzò dopo il successo alle primarie l’eurodeputato pidiellino Mario Mauro, rivolgendo un perfido augurio di «buon lavoro al novello Togliatti ». Forse la prima volta che qualcuno nel centrodestra ha accostato Bersani a un capo comunista.
E’ un errore la nomina di bersani a segreteraio del pd. per carità la carica l’ha assunta tramite elezioni e quindi nessuno può mettere in discussione il suo diritto di governare. ma secondo noi, bersani segretario del pd è una ottima soluzione per chi crede all’ulivo e vuole superare l’isolazionismo autolesionistico veltronian-franceschiano. ma non farà vincere le elezioni al pd perchè bersani per moltissime categorie produttive è il diavolo. le lenzuolate sono dure a dimenticare e quindi siamo pronti a scommettere che la sua elezione ha regalato alla destra le categorie produttive che vivono di protezionismo.
Walter Veltroni si era olimpicamente congedato 24 ore prima, ma senza confidare a nessuno il suo ultimo cadeau. Quel mercoledì 18 febbraio l’unico che sapeva era Dario Franceschini e toccò a lui annunciare, in una riunione a porte chiuse, le designazioni del Pd per il Cda Rai. Accanto a Nino Rizzo Nervo, spuntò a sorpresa il nome di Giorgio Van Straten (già presidente dell’Agis e del Maggio Musicale), ma anche grande amico (e compagno di vacanze) di Walter Veltroni. Un’indicazione dell’ultima ora che accese la rabbia dei commissari e a quel punto al vicesegretario Franceschini non restò che dire come stavano le cose: «Scusate, ma è l’ultima richiesta fatta da Walter…». C’era del preveggente in quella rivelazione. Nei suoi primi dieci giorni da segretario, Dario Franceschini ha fatto capire subito di voler esercitare appieno il suo potere: i veltroniani doc non sono stati rimossi, ma ricollocati in posizioni più appartate; gli uomini del segretario stanno entrando nelle posizioni-chiave; il nuovo leader prova a dettare l’agenda al governo con proposte, come l’assegno ai disoccupati, che fanno discutere tutti, maggioranza e opposizioni.
Una presa del potere condotta da Franceschini con quel mix di identitario e di moderno, con quell’impasto di cattolicesimo-democratico e di pragmatismo che è la cifra più originale del nuovo segretario del Pd. L’altra sera, da Fabio Fazio, è arrivato a dire: «Non mi considero un leader, sono uno che ha un compito di servizio». Lessico che più democristiano non si potrebbe, un modo antico per avvicinarsi al prossimo scenario: prima o poi il partito democratico dovrà fare un congresso nel quale eleggerà di nuovo il proprio leader. In vista di quell’appuntamento Franceschini si sta organizzando. Partendo dal gruppetto di amici che da anni lo seguono di partito in partito, (la Dc, il Ppi, la Margherita, il Pd) senza mai smarrire la solidarietà strettissima tra di loro. Una squadra stretta, formata da quattro quarantenni: l’ex direttore del Popolo Francesco Saverio Garofani, l’ex sindaco di Belluno Gianclaudio Bressa, il futuro capo della segretaria Antonello Giacomelli e il portavoce Piero Martino, 45 anni, un passato da redattore-capo al "Popolo", mezza vita trascorsa nel Palazzo, da quando era capo-ufficio stampa al Ppi con Franco Marini. Romano, pragmatico, rapporti con direttori e cronisti, Martino è una figura chiave nella fortuna di Franceschini, che nel suo primo discorso da leader del Pd ad un certo punto è arrivato a dire: «Con gran parte dei giornalisti sono amico personale da anni». Un riconoscimento a «gran parte» degli abitanti del Transatlantico che lo hanno aiutato nella sua escalation, ma anche un implicito richiamo ad uno dei suoi deficit.
A differenza di tutti i suoi predecessori (Veltroni, Fassino, Rutelli, per non parlare di Prodi), Franceschini ha un cursus honorum ricco di vita parlamentare e di partito ma privo di esperienze da amministratore, a parte brevissime parentesi. Lo stesso imprinting dei suoi amici. Come Garofani: prototipo del cattolico-democratico serio e serioso, all’appartato ex direttore del "Popolo" toccherà il compito di primo consigliere politico di Franceschini, mentre Antonello Giacomelli, 47 anni, sindaco mancato di Prato, già direttore della tv "Canale 10", dovrebbe diventare il "Gianni Letta" del Pd. Il permaloso Giacomelli – uno da "con me o contro di me" – sarà in grado di svolgere le delicate trame fino a pochi giorni fa ordite da Goffredo Bettini? Per ora della diplomazia segreta si è occupato direttamente Franceschini, è lui che sta trattando con Gianni Letta la partita Rai. Una vita trascorsa senza esperienze fuori del Palazzo ha determinato in Franceschini un vuoto di rapporti nel mondo imprenditoriale e finanziario. Se si escludono gli inviti (da due anni a questa parte) nel salotto romano dell’ingegner Carlo De Benedetti e un rapporto con un banchiere come Giovanni Bazoli, in questo mondo la rete del nuovo leader Pd è tutta da costruire.
E curiosamente nel "mondo di Dario", cattolico praticante, c’è un vuoto anche dalle parti del Vaticano e della Cei. La giovinezza trascorsa da Franceschini nel Giovanile della Dc anziché nell’associazionismo (scuola di formazione degli attuali vescovi) non ha certo favorito la conoscenza personale con gran parte delle gerarchie, se si esclude un buon rapporto col vescovo di Terni Vincenzo Paglia, padre spirituale della Comunità di Sant’Egidio. Agli anni del "giovanile Dc", dietro l’icona Zaccagnini, risalgono le amicizie con alcuni giornalisti della Rai (David Sassoli, Giorgio Balzoni), azienda-chiave dell’informazione, nella quale Franceschini punta ad avere la direzione del Tg3 o di RaiTre, con la conferma di un personaggio che viene dalla sua stessa cultura: Paolo Ruffini. Nel "mondo di Dario" dunque c’è molto partito e rapporti radi con la società civile. Sostiene Chiara Geloni, vicedirettrice di "Europa", oramai diventato l’unico giornale del Pd: «Quello raccolto attorno a Franceschini non è né uno staff né una corrente, ma una cosa più leggera» e un vecchio saggio come Pierluigi Castagnetti aggiunge: «Il fatto che Dario non abbia rapporti personali impegnativi con nessuna lobby, interna od esterna al partito, è destinata a diventare una grande forza».
Una potente lobby internazionale ha scelto come strategia le iniziative giudiziarie per imporre ai singoli Paesi la legalizzazione di aborto, eutanasia ed unioni omosessuali. Dall’America Latina all’Europa sempre più spesso i giudici scavalcano governi e parlamenti su questo tema. Un orizzonte da tenere presente nel dibattito italiano sul "fine vita".
«Alla legge, alla legge», è il grido che si è alzato dopo la sentenza della Corte di Cassazione dell’ottobre 2007 e della Corte di Appello di Milano del luglio 2008 sul caso Eluana Englaro che, di fatto, aprono la porta all’eutanasia. La Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul caso della giovane lecchese in coma dal 1992 in seguito a incidente stradale e alimentata con un sondino, ha detto che questo si può staccare a due condizioni: se lo stato vegetativo è irreversibile, cioè se la scienza medica stabilisce che Eluana non potrà mai tornare indietro, e se si accerta che lei non avrebbe mai accettato sostegni vitali per vivere in condizioni simili, preferendo piuttosto morire. La Corte di Appello di Milano ha poi decretato che nel caso di Eluana le condizioni ci sono. Da qui la scelta, anche della Conferenza episcopale italiana, di invocare un intervento legislativo in modo da evitare la deriva dell’eutanasia.
La scelta non è stata indolore e numerose sono state le polemiche e i dibattiti al proposito tra chi difende il diritto alla vita, cattolici e non.
Non vogliamo qui entrare nel cuore della discussione sui contenuti di una eventuale legge sul "fine vita" (come la chiamano il presidente delta Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco e il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella) o sul "testamento biologico", come la chiamano un po’ quasi tutti gli altri.
Vogliamo invece affrontare la questione da un’angolazione diversa, iniziando dall’atto che ha dato il via al dibattito, ovvero la sentenza della Cassazione, sono stati in molti a stigmatizzare questa invasione di campo del giudici che – con il pretesto dell’interpretazione – di fatto ridisegnano la legge a modo toro saltando il Parlamento, espressione della volontà popolare e unico organo legittimato a decidere le leggi.
La domanda che dobbiamo porci allora è: possiamo ritenere questa "invasione di campo" un semplice incidente? O è parte di una strategia più ampia per forzare le leggi e imporre in questo modo princìpi e norme che attraverso la volontà popolare non passerebbero così facilmente?
Sicuramente in Italia dai tempi di Tangentopoli assistiamo a un continuo tentativo del potere giudiziario sostituirsi al potere politico, e questo ha senza dubbio creato un’abitudine, un’inclinazione. In questo caso, il discorso sarebbe più o meno questo: "Visto che di testamento biologico ed eutanasia si parla tempo ma in Parlamento non si arriva a nulla, ci pensiamo noi con una bella sentenza, che diventa un precedente per tutti i casi analoghi". In fondo si tratterebbe di un incidente dovuto a una anomalia tutta italiana.
Per verificare la correttezza di questa ipotesi è necessario confrontare ciò che sta avvenendo nel nostro Paese con ciò che avviene altrove. Ed è allora che scopriamo che a livello internazionale già da anni opera una potente ed efficace lobby contro la vita che ha scelto la via giudiziaria per scardinare le legislazioni nazionali che ancora resistono alla cultura della morte. Il massimo dello sforzo si concentra sull’aborto, che si vuole "promuovere" a diritto umano universale, ma per l’eutanasia la strada non è diversa. Senza contare che se davvero l’aborto venisse riconosciuto quale diritto fondamentale, lo stesso principio dell’autodeterminazione si applicherebbe tale a quale all’eutanasia.
Ad esempio, negli Stati Uniti ha sede una organizzazione, The Center for Reproductive Rights (CRR), che può contare sull’apporto di decine e decine di avvocati che studiano sia la singole legislazioni nazionali sia le convenzioni internazionali al solo scopo di trovare i cavilli che permettano di forzare le leggi e di fornire le interpretazioni "corrette" ai documenti firmati dai governi sotto l’egida dell’ONU. Il CRR è collegato a numerose organizzazioni non governative nazionali che si avvalgono della sua consulenza: obiettivo principale sono le legislazioni dell’America Latina – che ancora sono le più favorevoli alla vita – ma il CRR ha avuto una parte importante anche nella prima stesura delta Costituzione del neonato stato del Kosovo, dove si cercava di introdurre in modo subdolo sia l’aborto sia il matrimonio omosessuale. Solo pochi mesi fa, in marzo, il CAR ha pubblicato un documento ("Bringing Rights to Bear", fare dei diritti una realtà) in cui intende dimostrare che, in base a una sane di raccomandazioni fatte dalle Commissioni ONU, i singoli Paesi sarebbero obbligati a legalizzare l’aborto in quanto parte degli impegni giuridici internazionali sottoscritti.
Il CRR, creato nel 1992, è da sempre in prima linea nel condurre una strategia "mascherata" per ridefinire il diritto alla vita, ma è soprattutto dopo la metà degli anni ‘90 che la sua azione ha moltiplicato la propria efficacia. Il motivo e soprattutto nel fatto che l’azione del CRR diventava strategica per un gruppo di agenzie dell’ONU che, dopo le Conferenze internazionali del Cairo (sulla popolazione, 1994) e di Pechino (sulla donna, 1995), aveva deciso una strategia per integrare l’ideologia radicale nel diritto internazionale in materia di diritti umani (della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ai trattati più recenti). Tale strategia è il risultato di una conferenza tenutasi nel dicembre 1996 a Glen Cove, New York, organizzata da Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), Alto Commissariato per i Diritti umani e Divisione Onu per la Promozione della Donna (DAW). Tutti i dettagli di questo incontro e della strategia messa in atto si possono leggere in un interessante libro bianco pubblicato dal Catholic Family and Human Rights Institute (scaricabile dal sito dell’istituto www.c-fam.org) dal titolo "Rights by Stealth". Ciò che è comunque importante sapere è che in questa strategia è fondamentale il ruolo delle organizzazioni non governative che in ogni Paese si incaricano poi di pressare governi e parlamenti, anche attraverso iniziative giudiziarie. L’America Latina è piena di esempi al proposito e non solo per quel che riguarda l’aborto: basti ricordare che in Colombia l’eutanasia è stata introdotta da una sentenza della Corte Costituzionale undici anni fa malgrado la forte opposizione sociale. Tanto che soltanto in questi mesi il Parlamento sta dando seguito a quella sentenza con una legge che, al momento in cui scriviamo, attende l’approvazione definitiva in Parlamento.
La stessa strategia viene seguita nell’ambito dell’Unione Europea, come ad esempio nel tentativo di eliminare la possibilità dell’obiezione di coscienza del personale sanitario in materia di aborto (cfr. Il Timone, n. 51, pp. 18-19) o di imporre la legalizzazione dei matrimoni omosessuali.
Se questo è l’orizzonte in cui ci si muove, appare evidente che se ne debba tenere ben conto in Italia nel momento in cui si propone una legge sul fine vita. Non c’è dubbio che qualsiasi minimo cedimento nella direzione voluta dalla succitata lobby non potrà che incoraggiare altre iniziative giudiziarie e rafforzare il "partito della morte".
Ha fatto discutere per il pullover con il quale si è insediato, Claudio Velardi, neo assesore al turismo della regione campania, ma per il conflitto di interessi. Ai giornlisti è sfuggito (sic!) che Velardi è uno dei più noti lobbisti della capitale. TEMIS si chiede come possa occuparsi di un assessorato come quello al turismo in una regione come la Campania….