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Grillo, volto della gnosi

Lunedì, 11 Giugno 2012

Per comprendere il fenomeno montante della cosiddetta antipolitica sarebbe utile riprendere l’immensa lezione di uno scienziato della politica e filosofo politico tedesco, naturalizzato statunitense, oggi quasi del tutto dimenticato: Eric Voegelin, la cui prospettiva è stata ricuperata solo da uno sparuto numero di commentatori – tracce voegeliane in Italia si rinvengono principalmente nei testi del compianto don Gianni Baget Bozzo, nell’approfondimento prezioso di Giovanni Cantoni e del suo seguito associativo, nella poderosa opera composta in una vita da don Ennio Innocenti, nella produzione copiosa di Piero Vassallo, in La speranza nella rivoluzione di Vittorio Mathieu, nel prematuramente scomparso Emanuele Samek Lodovici e nei lontani scritti di Augusto Del Noce nonché in quelli dei suoi (non molti) allievi.Perché tale lezione sarebbe così importante? Innanzitutto, perché fornisce una solida, argomentata e comprovata chiave di lettura della Modernità nel suo complesso (e, indirettamente, della Post-Modernità), tale da poter rilevare le caratteristiche tipiche di quei movimenti che, pur diversi, ne sono stati componenti. L’analisi di Voegelin muove da una premessa di cui si è già parzialmente detto (in Il ruolo della politica di fronte al declino “coriandolare” del moderno): prima della Modernità la politica si muove all’interno di una cornice di principi trascendenti, dati per presupposti e non discutibili, lasciandone la discussione solo all’ambito dell’approfondimento filosofico e teologico. In tale contesto, la comunità politica si trova con l’abbracciare una meta religiosa, ma ovviamente posta nell’aldilà: la perfezione terrestre naturalmente non è ricercata come raggiungibile in terra perché la perfezione non è di questo mondo, limitandosi così a porre la perfezione come stimolo per l’azione umana, ma pur sempre come stimolo umanamente irraggiungibile (l’agostiniana «Città sul monte», la Gerusalemme Celeste che è solo una Civitas Dei).La politica, dunque, non essendo divisione sui principi – ma solo incontro/scontro tra interessi concreti –, non punta al perfezionamento della realtà sulla base di un’ideologia utopica. Ma, una volta che con la secolarizzazione venga contestato il collante religioso della comunità politica e della società intrise di religiosità, il vuoto di principi che ne risulta viene riempito da mete ideologiche, vale a dire da disegni immanenti, o terreni, che trasportano la perfezione dall’aldilà (trascendente) all’aldiquà (immanente), facendo della politica uno scontro tra diversi modelli ideologici. In altri termini, perdendo la consapevolezza della propria condizione di creatura – vale a dire la consapevolezza di essere imperfetto e dipendente da un Essere superiore che è Dio –, l’uomo, messo da parte Dio, tratta se stesso come una divinità: l’uomo, eliminato il Creatore, si spoglia del suo ruolo di mero cooperatore alla creazione – il professor Tolkien avrebbe parlato di «sub-creatore» – e prova l’ebbrezza di farsi creatore egli stesso, dominatore della realtà, assecondando la propria «libido dominandi», così come individuata da Voegelin.Partendo da un’analisi di questo tipo, il tedesco ha il merito di individuare l’essenza di tale immanentizzazione della perfezione celeste: la trasposizione della perfezione dal cielo alla terra – sottolinea Voegelin – non è altro che un recupero (immanente, temporale) dell’antica prospettiva del pensiero gnostico. Scriveva, infatti, Nicolás Gómez Dávila nel primo volume dei suoi Nuevos escolios a un texto implícito: «la Gnosi è la teologia satanica dell’esperienza mistica. Nell’interpretazione gnostica dell’esperienza mistica si genera la divinizzazione dell’uomo». Insomma, ove l’uomo non si apra all’Altro (e, quindi, agli altri), si chiuderà egoisticamente in se stesso, trattandosi come degno degli onori divini, idolatrandosi e, non pensandosi più limitato dall’esistenza di Dio, si crederà essere illimitato che – secondo il celebre adagio di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov – tutto può permettersi di fare.Se questo è ciò che è avvenuto nella Modernità sotto varie forme – ma con medesima sostanza –, per poter rinvenire tracce gnostiche nel fenomeno “antipolitico” è necessario individuare velocemente le caratteristiche di tale gnosticismo di ritorno, talvolta evidentissimo – è il caso del marxismo e del nazionalsocialismo che, come evidenziato da Alain Besançon (in Novecento. Il secolo del male), lungi da essere dottrine realmente “nuove”, hanno recuperato in modo pedissequo (e, per lo più, inconsapevole) le antichissime eresie gnostiche: l’una riprendendo il nocciolo di moltissimi tipi di gnosticismi, l’altra riproducendo quello della gnosi specificamente marcionita. Ci si può limitare a soffermarsi su tre delle caratteristiche fondamentali dello gnosticismo antico (e moderno):

a) la pretesa di conoscere (da cui la «gnosi», la “conoscenza”), o la pretesa di possedere, le categorie complete e definitive di comprensione della realtà e la conseguente pretesa di potere risolvere i problemi del reale, eliminandone le storture, distruggendo la realtà esistente e costruendone una nuova priva dei difetti della vecchia;

b) la pretesa dei suoi portatori di essere “eletti”, “puri”, di non essere contaminati dalle storture del reale – e non essere (così come lo sono gli altri) in qualche modo causa delle medesime – che si pretende di poter eliminare e che, di conseguenza, sono frutto dell’esclusiva azione scorretta di altri;

c) la logicamente successiva individuazione di qualcuno quale causa dei problemi, causa del male, la quale va eliminata, in un modo od in un altro, per risolvere i problemi stessi.

Sebbene, per confusione concettuale-spirituale, possa non esserne immune anche il credente cristiano, tale prospettiva è esattamente l’opposto di quella cristiana che, sulla base dell’insegnamento evangelico, chiede al singolo di vedersi per quel che è realmente: un peccatore, un imperfetto che non può pretendere di essere privo di difetti e non deve guardare alle colpe altrui, bensì alle proprie, riformando ad ogni momento se stesso e non la società e gli altri che gli sono intorno. Ma ciò che più conta è che tale prospettiva è tipica delle ideologie moderne ed è stata sfruttata ampiamente dall’attività propagandistica dei partiti moderni e anche post-moderni.Osservando la storia politica – e, prima ancora, religiosa – moderna, si rinviene facilmente l’individuazione di categorie di eletti portatori della palingenesi della storia, o della salvezza temporale – dalla razza ariana con i suoi sogni pangermanisti di ritorno ad una immaginaria età aurea, fino alla classe proletaria con il suo ritorno all’ipotetico e inesistente stato anarchico attraverso il comunismo, passando per le élites borghesi, portatrici dei “Lumi” in mezzo alla presunta oscurità precedente –, così come si rinviene la demonizzazione di altre categorie viste quali origine dei mali del tempo – dall’aristocratico e dal chierico nella Rivoluzione francese, alla generica figura del borghese e ai kulaki russi nella puntiforme Rivoluzione socialcomunista, passando per gli ebrei nel nazionalsocialismo –, senza dimenticare, anche in epoca più recente (e ormai post-moderna), il purismo progressista – la cosiddetta e mai esistita «superiorità morale» –, nonché la raffigurazione della persona dell’avversario politico come criminale ed immorale, dotata, da sola, della capacità di ammorbare i comportamenti della società.Sebbene si rinvengano anche “a destra” movimenti dotati di tali caratteri, ciò avviene a causa della formazione di “destre” falsate, mere ibridazioni con i progressismi, ma, come rilevato benissimo dal politologo ungherese-statunitense Thomas Molnar (in La Sinistra e ne Il vicolo cieco della sinistra), è solo presso questi ultimi che la tendenza gnostica si “reincarna” pienamente, perché è la sinistra che si fa prima e convinta promotrice di visuali di tal fatta, tramite un insaziabile «messianismo temporale» che le è proprio, come scriverebbe Jean Madiran in La destra e la sinistra. Questa tendenza non è altro che la proposizione, perenne e sempre rinnovata, di uno schema che divide tra (presunti) “buoni” e (presunti) “cattivi”, uno schema che astrae dalla concreta realtà – in cui ogni uomo, anche il peggiore, ha i suoi pregi accanto ai suoi difetti – e che pretende di individuare il “nemico” malvagio (variamente inteso e connotato); è una tendenza che, per ciò stesso, è intrinsecamente corrosiva – perché corrode la realtà –, aggressiva e necessariamente violenta – a prescindere come tale violenza si sfoghi –; è, in ultima analisi, una tendenza terribilmente settaria (in senso stretto), in quanto, dimenticando l’ineliminabile imperfezione umana, tende a raffigurare il proprio gruppo politico come privo di macchia e, una volta che le inevitabili macchie umane vengono allo scoperto in tale gruppo, costringe il suo portatore più ideologizzato a chiudersi ulteriormente in se stesso, rigettando dal proprio gruppo il vecchio alleato (divenuto reprobo), in nome della propria presunta superiorità.Così si spiegano le non infrequenti lotte intestine nei partiti e nelle coalizioni della sinistra, dove nuovi soggetti si presentano come i volti puliti e come i portatori della integrità ideologica, contro la vecchia dirigenza ormai “corrottasi” nel tempo. Eppure, nonostante il meccanismo diabolico – in senso tanto trascendente quanto letterale (diabolico in greco significa letteralmente “divisivo”) – che ne è alla base, tale tendenza è egemone da qualche secolo a questa parte nella società e nella politica. Ed è egemone anche nei fenomeni più recenti – tecnocrazia, ambientalismo, vegetarianismo, salutismo, animalismo, professionismo dell’antimafia, fino a giungere al nuovo fenomeno del cosiddetto «trans-umanismo» –, non risparmiando appunto nemmeno l’antipolitica.Una volta individuate le caratteristiche gnostiche, si può, infatti, facilmente vedere come esse siano esattamente quelle che caratterizzano il fenomeno “antipolitico” che, a ben guardare, non è altro che una nuova faccia della medesima medaglia gnostica costituita dalla politica successiva all’instaurarsi della Modernità: se si osserva il fenomeno “antipolitico”, si vedrà come le sue direttive si muovano sulla base del convincimento (e dell’entusiasmo/risentimento), conscio o inconscio, di poter ribaltare la realtà decadente odierna. Inoltre, in tal modo, i suoi aderenti si vedono come i salvatori di tale realtà, individuandosi come la “cura” di tale realtà e individuando come causa unica del suo degrado non la complessiva azione delle persone in seno alla società, bensì l’azione di una categoria specifica: quella dei governanti, della classe politica attuale. Non è niente di diverso dalla prospettiva – teoreticamente inconsistente – degli «indignados» e di quei movimenti simili che, non a caso, vengono spronati da autori provenienti dalla sinistra – come Stéphane Hessel (autore del libercolo Indignatevi!).L’indignato, come l’antipolitico, presuppongono sempre, come ogni gnostico, di non essere capaci di fare il male che gli altri hanno fatto, dando per presupposto di non poter mai cadere nell’errore altrui: sicché, se si parla di questioni sessuali, presuppone che lui, grande accusatore, non si possa sentire minimamente toccato da tali questioni, come se, alla prima occasione utile, non potesse cadere anch’egli come ogni altro/a uomo/donna e come se non potesse essere scoperto, se posto sotto i riflettori come la propria classe dirigente è posta; se si discute di corruzione, dà per scontato che lui mai sarebbe corruttibile e disonesto; se si ragiona di cattiva amministrazione, ritiene che lui non potrebbe che fare meglio, perché portatore del disegno efficace per risollevare il Paese. Quand’anche si raffiguri come scettico e agnostico, si può ben notare come – almeno a livello pubblico – questo soggetto non sia mai minimamente sfiorato da un dubbio sulla propria condotta: è quel vizio ideologico che Voegelin chiama «divieto di fare domande». Ciò che pretende lo gnostico di ieri, di oggi e di domani è che, senza alcun dubbio o domanda, siano abbattuti gli “imperfetti”, che vengano epurati i “difettosi”, così che tutto possa andare per il verso giusto: il metodo muta contingentemente – purghe staliniane, manganellate fasciste, lager, GULag, laogai, o anche soltanto insulto, violenza verbale, pregiudizio, rimozione, vessazioni e ghettizzazione –, ma il contenuto è sempre il medesimo.Ciò che, nello specifico, non comprendono gli “antipolitici”, nella loro furia neognostica, è che i problemi finanziari, economici e politici italiani non sono esclusivo frutto della politica e della cattiva gestione della cosa pubblica da parte dei governanti, ma anche del clientelismo e dell’elefantiasi statale di cui la gran parte degli italiani ha per decenni beneficiato all’ombra della politica e/o della pubblica amministrazione, nonostante oggi molti di tali italiani – magari gli stessi – si trovino a protestare dentro di sé o nei dibattiti pubblici o a reclamare in piazza contro il nuovo capro espiatorio per gli effetti di una politica di cui pure hanno beneficiato. Ma soprattutto, ciò che non comprendono è che, nonostante si ritengano diversi – e nonostante la loro ondata venga considerata di “antipolitica” –, essi sono un movimento pienamente politico, perché eguali a tutti i movimenti gnostici di massa moderni e post-moderni e perché le loro premesse concettuali non possono che avere gli stessi drammatici effetti mostrati sinora da secoli di gnosi politica. Le radici dell’antipolitica, dunque, non sono altro che radici profondamente politiche, di una politica – quella moderna – pericolosa e violenta, così come pericoloso è il messianismo temporale, la gnosi, che segretamente la ispira. f. giorgianni loccidentale

Berlino comprerà imprese italiane con soldi italiani. E’ troppo!

Giovedì, 7 Giugno 2012

“La Germania agirà?”, si chiede il Wall Street Journal. Chissà! Ma a questo punto e per come stanno andando le cose a livello europeo per l’Italia, Berlino ha già agito. Eh sì, perché a parte l’attualità cerebralmente ingolfante delle ultime settimane – il rischio Spagna, Grecia e Cipro – , quello che si sta delineando è uno scenario che ha dell’incredibile e che rischia di mettere l’Italia di fronte a un bivio in cui le varie soluzioni sono tutte dolorose, sebbene con diversa intensità.Partiamo da tre notizie che ci paiono di notevole interesse per ragionare su Italia, Germania e progetto europeo.La prima, riportata ieri su MF con un articolo dell’economista Guido Salerno Aletta, “E Berlino lavora al fondo pigliatutto”, dà conto di come lo stato tedesco stia manovrando per creare un mega fondo di gestione degli asset dei paesi maggiormente indebitati, Grecia in primis ma non solo (l’Italia è poco sotto nella lista, immaginiamo). Si chiamerà Eureca e l’impresa di consulting Roland Berger se ne sta occupando.Si tratterebbe di una soluzione tesa a coordinare in uno strumento simile a quello impiegato al tempo della riunificazione tedesca, Treuhandanstalt, “che coordinò la vendita delle aziende della ex DDR”, per usare le parole di Salerno Aletta, la (s)vendita del patrimonio dei paesi più indebitati, ma che di fatto fungerebbe da cavallo di Troia tedesco per fare incetta di patrimonio immobiliare europeo a basso prezzo, quello spagnolo in primis, e di know how imprenditoriale europeo.Seconda notizia. Nell’ultimo anno, circa 274 miliardi di euro in risparmi hanno lasciato l’Italia, per lo più in direzione Germania, Lussemburgo e Olanda. Un fenomeno, quello della fuga dei capitali italiani, che purtroppo non riguarda solo la nostra nazione. Anche la Spagna, la Grecia e il Belgio pagano la precarietà delle proprie finanze pubbliche e della loro politica in generale.Di questi centinaia di miliardi d’euro in fuga da parti significative dell’Europa, in particolare meridionale, gli istituti di credito germanici hanno conquistato circa il 70%, per un totale di 380 miliardi di euro solo negli ultimi 12 mesi.Terza notizia, di cui lo scorso Sabato ha dato conto anche il Wall Street Journal. Continua il braccio di ferro tra il gruppo dirigente di Unicredit e l’Autorità bancaria tedesca, la BaFin, acronimo della Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht. Ai tedeschi non va giù che Piazza Cordusio dreni risorse dalla Hypovereinsbank (HVB), la banca acquisita nel 2005 per 15 miliardi di euro dal gruppo bancario italiano allora amministrato da Alessandro Profumo.Ai tedeschi, in sostanza, piace fare la ‘spesa’ in giro per l’Europa ma non piace che la si faccia nel loro cortile. Un problema che, dal punto di vista del sistema bancario intereuropeo, s’inserisce in un processo di ri-nazionalizzazione delle catene di comando delle banche del Vecchio Continente.Traiamo le conclusioni da queste tre notizie. La prima è che la Germania sta lucrando politicamente, economicamente e commercialmente dall’attuale crisi, e si prepara prendersi molto patrimonio a due lire, o meglio euri. Secondo dato, che conferma il primo, è che più l’Europa meridionale s’inaridisce sul piano creditizio, più le banche tedesche diventano destinatarie dei capitali in fuga dal Sud Europa e dunque possono concedere credito alle imprese tedesche per acquisire le imprese del Sud e prestare allo Stato federale e ai Länder per finanziare programmi sociali. Dunque più austerità viene imposta dal governo tedesco ai paesi con finanze pubbliche disastrate, più la Germania nel suo insieme si arricchisce di credito.Terzo dato. In Italia si pensa che appartenere al mercato unico europeo, voglia dire mettersi in brache da mare mentre gli altri indossano ancora la tuta da sci nella tormenta. Siamo tutti sulla stessa barca (che affonda), sì certo, ma gli interessi industriali nazionali e il posizionamento geografico dei centri di comando imprenditoriali e bancari contano, e come!Sempre più pezzi industriali, infrastrutturali, commerciali dell’Italia finiscono in mani straniere. Edison in quelle francesi. Ansaldo in mano ai giapponesi. I cinesi si stanno impadronendo del porto di Napoli. E poi banche e medie imprese, sempre più hanno controllo estero. L’Italia si sta sgretolando e l’attuale governo, se non azzardiamo l’accusa di compiacenza, almeno è impotente. E’ colpa di questo governo? Certo che no. Si potrebbe scrivere un mega volume per elencare le cause del perché l’Italia stia collassando. Accenniamo solo due o tre capitoli. Spesa pubblica eccessiva ed inefficiente. Obsolescenza del sistema educativo. Classe dirigente impreparata. Deficit infrastrutturale. Controllo delle nascite. E tanto altro.A condizioni date, l’Italia è, almeno nel breve periodo, spacciata. A questo punto bisogna solo stabilire l’estensione temporale di tale condizione e le condizione di operatività: si vuole patire per un periodo di dieci anni a sovranità ritrovata, o per venticinque – come noto per convenzione una generazione – a sovranità limitata. A noi la scelta.Per intenderci. Se la Repubblica italiana – e il suo governo – dovesse ostinarsi a far rimanere l’Italia nell’eurozona, di fatto la nostra nazione non resterebbe in Europa, bensì entrerebbe a far parte di una grande zona commerciale a dominazione tedesca, con leve di spesa e tributarie in mano a potenti burocrati europei eterodiretti dal governo di Berlino.Questo nella speranza che in una generazione gli italiani abbiano imparato il tedesco e siano in condizione di adeguarsi alla ‘visione del mondo’ che il sistema culturale germanico sarà riuscito lentamente ad imporre al resto d’Europa e che nel frattempo avrà contribuito a creare il ‘nuovo italiano’, ritagliandogli un qualche ruolo industriale dentro la ‘grande’ Germania.Secondo via. L’Italia abbandona l’eurozona e ri-italianizza il proprio debito pubblico – oggi per più del 40% detenuto all’estero e cosa più importante, remunerato all’estero! – attraverso una grande operazione di finanzia pubblica straordinaria. La Lira italiana torna a essere valuta nazionale, la quale per dieci anni sarà debole, molto debole, almeno fino a quando quaranta punti percentuale di debito pubblico italiano non saranno abbattuti.Alti livelli d’inflazione (a due cifre?) per almeno una decade – ma sempre meglio del trend deflazionistico in corso, si dica – e perdita di valore di tutte le posizioni patrimoniali espresse in Lire. Rischio alti livelli di disoccupazione. Blando protezionismo industriale e immobiliare. Sovranità monetaria ritrovata e leve fiscali di nuovo in mano al governo nazionale. Sospensione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, per riacquisire in una generazione un equilibrio intergenerazionale appropriato e potenzialmente tornare a far giovare l’Italia di quello che viene definito “dividendo demografico”.

Uno scenario questo che può funzionare solo se una completa riforma politico-amministrativa sarà compiuta e solo se, ancor più importante, la pressione fiscale totale sarà abbattuta di almeno 15 punti percentuale, partendo dalle norme tributarie che pesano su imprese, lavoro e famiglie. A tale alleggerimento fiscale dovrà corrispondere una draconiana diminuzione degli attuali livelli di spesa pubblica, oggi al 54% del Pil, giù almeno fino al 38-37% in dieci anni.

Vere “lacrime e sangue”. Questo è il costo politico, economico e sociale che dovremmo sostenere se uscissimo dall’euro. Potremmo però sostenerlo con più margine di successo se i paesi dell’Europa mediterranea attualmente nella zona euro e in difficoltà – Italia, Spagna, Portogallo e Grecia – decidessero di unire le proprie forze, creando una zona commerciale e monetaria propria che possa interagire (e anche competere) con maggiore potere negoziale presso il blocco tedesco centro-europeo.

Non resta ora che attendere un partito che offra agli italiani la scelta, comunque dolorosa, tra queste opzioni. Meglio prima che dopo. A quel punto ognuno di noi dovrà scegliere che nazione dare ai propri figli: la grande pizzeria Italia per i tedeschi o la rinascita delle Nazione italiana. A noi decidere. e. ferrazzano loccidentale

L’esercito tecnocratico dell’UE sta divorando la cultura europea (by Israel)

Mercoledì, 2 Maggio 2012

Europa, forza gentile” è il titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata. Oggi, la formula della “forza gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante: bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso. Dunque, la “forza gentile”, la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più scatenato sinistrismo “liberal”. Certo, nell’anno in cui uscì il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono, simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese” intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante, poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco – ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione politica era impensabile. Non si trattava in fondo di inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il “programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche imparando alcune delle lingue principali del continente. Il mio amico francese enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua (l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza. È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee “portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia, Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue “fondamentali”. Ma il realismo non è stato, e sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti – l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe legate dalle regole comunitarie. Basta guardarli quei biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes, di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”. L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”… Sono ben noti gli effetti grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano. Prendiamo il caso del programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno, di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada. Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf? Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a Barcellona o a Berlino». Inutile dire che i giovani europei non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro, e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto “competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006. Lo abbiamo detto: la via maestra per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità. Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche: infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva, scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la «cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa. Ricordiamone rapidamente l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4) competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione culturale. Chiunque può leggere i documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla: parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza – l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale, nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale, scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante dell’identità europea. Nulla di nulla. Come accade sempre, il vuoto concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il “saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti. Si è così prodotto un fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e architettoniche. Questa è la “forza gentile” che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea. (Tratto da Il Foglio) via loccidentale

Università e società. La fine del pluralismo (by Cofrancesco)

Venerdì, 20 Aprile 2012
Ci sono tanti modi per sopprimere il pluralismo ma quello più indolore consiste nel circondarlo di leggi e di circolari ministeriali che, ispirate all’imparzialità e all’universalità poste a fondamento della comunità democratica, in pratica ne restringono gli spazi irreparabilmente. In questo campo si manifesta, ancora una volta, tutta la potenzialità totalitaria dell’idea di eguaglianza quando essa non nasce dal basso, ovvero dall’interscambio tra concreti individui portatori di interessi e di valori non sempre compatibili, ma viene imposta dall’alto, per decreto di autorità provvide e benefiche. L’autentico pluralismo crea, di continuo, situazioni di ineguaglianza: il fatto stesso di associarsi mette a disposizione dei soci risorse, anche soltanto simboliche, che li rende ‘diversi’ dagli altri e ne fa, talora, dei privilegiati. L’esprit égalitaire non riesce a tollerare queste separatezze che si costituiscono su iniziativa di individui, che condividono certe caratteristiche, e giustamente vi vede l’ombra della ‘discriminazione’. Per questo i giacobini diffidavano dei partiti, delle associazioni economiche, dei salotti, delle accademie: chi vi stava ‘dentro’ era diverso da chi ne rimaneva ‘fuori’e questo si traduceva in un indebolimento della ‘fraternité’. L’esprit libéral, al contrario, non nega che ogni costituzione del “noi” si traduca in una (potenziale) discriminazione verso di “loro” ma ritiene che l’unico rimedio compatibile con la libertà e la dignità degli esseri umani consista nel rendere possibile a tutti organizzare le proprie specificità distinte.In una società pluralista – nel senso occidentale del termine non nel senso orientale e ottomano dove per pluralismo si intendeva la convivenza, più o meno forzata, di comunità chiuse e incomunicabili garantita dal pugno di ferro della Sublime Porta – le cerchie sociali sono tante e ciascuna ha i suoi codici, i suoi costumi, le sue tradizioni. Si prenda quel vasto campo in cui si colloca “il lavoro intellettuale come professione”. Nell’Ottocento c’erano, come nel secolo successivo, camarille letterarie, consorterie politico-intellettuali, giornalisti impegnati, ‘partiti culturali’ma, accanto ad essi, continuavano a vivere istituzioni accademiche e scuole universitarie, che spesso potevano, sì, fornire alla stampa impegnata nel civile personaggi e penne autorevoli ma non si ‘scioglievano’, per così dire, nella feccia di Romolo della lotta per il potere. Testate autorevoli, come le riviste non conformiste del primo Novecento, potevano far entrare aria nuova nei vecchi Atenei della penisola ma i barbogi rappresentanti delle istituzioni accademiche, a ragione o a torto, ci tenevano a distinguere la scienza, in senso lato, dall’engagement culturale, anch’esso da intendere in senso lato.Nel secondo dopoguerra la dissociazione è continuata: da una parte, il mondo universitario, con le sue regole, i suoi concorsi, le sue norme di reclutamento, dall’altra, la political culture, per lo più laica e, in larga misura ,di sinistra e progressista, con le sue riviste, le sue terze pagine, le sue case editrici. Spesso, anche allora, le due dimensioni si intrecciavano sicché autorevoli studiosi, come Norberto Bobbio o Guido Calogero, potevano fare la spola tra i ‘due mondi’ e consolidare il meritato prestigio acquisito anche in virtù della ‘doppia appartenenza’. Quando, però, si trattava di fare entrare nella vecchia casa del sapere nuovo personale docente, non contavano molto le notorietà dovute a una collaborazione continuativa a grandi (o a prestigiose) testate o alla pubblicazione dei propri lavori in collane editoriali molto apprezzate dalla più ampia ‘repubblica dei dotti’ – che non comprendeva certo i soli baroni universitari.Poteva così accadere che a un noto politologo, autore di neologismi entrati nel linguaggio politico italiano e di libri pubblicati da case editrici doc, venissero preferiti studiosi poco noti i cui scritti erano stati consegnati a imprenditori della carta stampata più simili a tipografi che a veri e propri editori. Nella logica della vecchia accademia erano irrilevanti l’indice di notorietà del candidato, le riviste alle quali aveva collaborato e i nomi del suo stampatore – un libro pubblicato dall’editore Brambillone di Casalpusterlengo stava sullo stesso piano di un (esteticamente) raffinato prodotto di Laterza o di Einaudi. In un’età che non conosceva ancora le delizie di Internet poteva capitare di ascoltare una lectio magistralis di un docente di elevata cifra intellettuale e di dover poi faticare per procurarsene i libri giacché i suoi editori erano semisconosciuti (chi non ricorda i diverbi con i librai che, trattandosi di cifre modeste, non avevano nessuna voglia di far ricerche e ordinazioni?). In teoria, chi faceva parte dell’accademia, non poteva escludere, a priori, che una nuova Critica della ragion pratica potesse veder la luce per i tipi del suddetto Brambillone o che su una rivista di un collegio barnabita si potesse leggere un’analisi della filosofia analitica che sarebbe stato meglio pubblicare sulla ‘Rivista di Filosofia’ di Nicola Abbagnano.In molti casi, i cultori appassionati delle scienze, del resto, non avevano nessuna voglia di fare il giro delle redazioni e vendere le loro ‘merci’ a distratti direttori editoriali che, dinanzi a emeriti sconosciuti, affettavano cortesi dinieghi e sorrisi freddi. D’altra parte, quei cultori, se facevano parte di una scuola stimata e rispettata, sapevano bene che la loro carriera dipendeva dai ‘Maestri’ e che questi, tutt’al più, erano disposti a presentare i lavori degli allievi a editori ‘sotto casa’ e specializzati in certi settori tematici (esempio classico, Giuffré per le scienze giuridiche e politiche) ma di sicuro poco presenti in libreria e lontani dagli orizzonti massmediatici. Due esempi mi sembrano non poco significativi. Una studiosa geniale, come Anna Maria Battista, cattedratica di ‘Storia delle dottrine politiche’in una delle più importanti Facoltà di Scienze Politiche del nostro paese, quella della Sapienza di Roma, ha pubblicato monografie fondamentali – sui libertini, sui giacobini, su Tocqueville – con editori noti solo agli addetti ai lavori (Giuffré, QuattroVenti, Jaca Book etc.) eppure ciò non le impedì di vincere un concorso di ordinariato né di venir considerata assieme al grande Luigi Firpo,a Nicola Matteucci e a pochissimi altri uno dei docenti più autorevoli della materia.Lo stesso vale per Mario Stoppino, lo scienziato politico di Pavia allievo ed erede di Bruno Leoni, i cui scritti, che hanno aperto davvero nuove vie alla riflessione sul potere politico e sul metodo delle scienze storico-sociali, sono apparsi presso grandi editori di nicchia (Giuffré) o piccoli editori universitari (Ecig di Genova) o prestigiosi librai-editori (Guida di Napoli etc.) quasi tutti semisconosciuti nei salons dell’intellighentzia interessata all’attualità politica. Qualche anno fa un valentissimo studioso italiano di Benjamin Constant, Stefano De Luca, per pubblicare la sua pregevole monografia sul principe dei liberali francesi della Restaurazione, s’è dovuto rivolgere a un coraggioso, poco noto, editore calabrese (Costantino Marco) giacché nessuno dei grandi nomi dell’editoria italiana se l’era sentita di ‘puntare’ su uno sconosciuto (grazie a quel libro, però, lo ‘sconosciuto’, che ha superato un concorso a cattedra e ora insegna nella storica Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è stato l’unico italiano invitato a collaborare al ‘The Cambridge Companion to Constant’ edito da Helena Rosenblatt nel 2009).Ricordando queste vicende, non intendo di sicuro fare il processo alla nostra ‘repubblica delle lettere’ ma, al contrario, far rilevare l’esistenza di un ‘pluralismo reale’,fondato su una naturale divisione di risorse e di ‘utilità’. A quanti appaiono spesso nel grande teatro dei dibattiti di ‘politica e cultura’ vanno gli allori della notorietà, i gettoni di presenza, le pingui remunerazioni per gli articoli che scrivono sui grandi quotidiani o gli interventi nelle trasmissioni ‘impegnate’ di maggior successo; a quanti fanno ritirata vita accademica si prospetta una carriera universitaria tutto sommato ben retribuita e la stesura di tomi a ridotta circolazione, destinati ad essere letti prima dai loro commissari concorsuali e poi dai loro studenti. Da una parte il fumo della fama, dall’altra, l’arrosto del posto assicurato che, nel nostro paese, è il sogno nel cassetto dell’80 % degli italiani; da una parte, articoli e interventi brillanti che fanno discutere e spesso danno la stura sui quotidiani a tormentoni che sembrano inesauribili, dall’altra, ricerche filologiche (più o meno utili e riuscite) destinate ad essere citate ‘in nota’ per qualche decina di anni. (Diamo per scontato che i due campi non siano separati da una muraglia cinese e che, ad esempio, un grande filologo classico come Luciano Canfora possa trovarsi a proprio agio sia nell’uno che nell’altro).Fin qui tutto andrebbe ancora bene e sarebbe stolto lamentarsi avendo in vista una società ideale in cui tutti i valori buoni convergono su uno stesso punto (ma poi siamo davvero sicuri che ci piacerebbe?). In Italia, però, c’è un fattore che rende molto problematico il “pluralismo reale” che pur vi si trova : da noi,più che in altri paesi europei, per ragioni storiche che non è qui il caso di ricordare, la political culture contrapposta alla academic culture sembra avere un solo colore, il rosso che può sfumare sino al rosa o accendersi sino al rosso fuoco. Gli intellettuali impegnati appartengono, fin dai tempi del Risorgimento, quasi tutti all’area progressista e fanno parte di una consorteria che, in pratica, decide le linee editoriali delle grandi case (anche quando appartengono a Silvio Berlusconi), dei grandi magazine, delle trasmissioni radiofoniche e televisive che “fanno cultura”. E’ difficile entrare nel ‘sistema’ per chi non fa parte della ‘comunità dei credenti’, e quei pochi che ci sono riusciti (come Marcello Veneziani) sembrano fungere solo da ‘alibi pluralisti’. Mediocrissimi studiosi, seguaci di mode culturali effimere, come il republicanism, in quanto sono dei “nostri”, possono così pubblicare qualsiasi sbrodolatina retorica con gli editori di Benedetto Croce e di Rosario Romeo, di Antonio Gramsci e di Luigi Einaudi, di Gaetano Salvemini e di Adolfo Omodeo.Un esito triste e malinconico di una grande stagione letteraria e filosofica, non c’è che dire: ma anche qui, per un liberale, non ci sono rimedi possibili e praticabili. Se le stelle del firmamento editoriale sono stelle cadenti peggio per loro,non si può, certo, imporre la ‘qualità’ dei manufatti letterari e scientifici per decreto legge.Sennonché, si avvertiva da tempo che dell’esistente non ci si accontentava più, che la sindrome dell’asso pigliatutto si stava impadronendo degli animi e che, con la crescente insoddisfazione per quello che si ha e si è, si assisteva alla liquidazione(non si sa quanto inconsapevole o programmata) del pluralismo: agli intellettuali militanti, invitati e celebrati nei Convegni, esaltati sulle terze pagine, discussi a Fahrenheit, non bastava più il palcoscenico mediatico. Ma come?, constatavano masticando amaro, l’aver pubblicato tre/quattro libri con Laterza non dovrebbe dare un maggior diritto a occupare una cattedra universitaria rispetto a quanti, nei concorsi, presentano libri del CET (Centro Editoriale Toscano) o dell’Editoriale Scientifica di Napoli? Dagli oggi, dagli domani, questa logica sembra essere stata pienamente recepita dal legislatore. Per evitare gli arbitri concorsuali, il Ministero ha redatto un elenco minuzioso di case editrici e di riviste, disposte in ordine di rilevanza scientifica, che dovrebbe assicurare parametri di obiettività nei giudizi comparativi sui candidati. Non più le valutazioni a casaccio, non più la discrezionalità dei commissari, non più il doppiopesismo: ormai si è tutti eguali davanti alla legge e le logiche separate che tenevano in vita il pluralismo culturale vanno cancellate.Come capita, però, spesso in Italia, l’eguaglianza e l’universalismo sono taroccati :la legge che vale ‘erga omnes’, infatti, non viene dettata dall’interesse generale, dal ‘bonum commune’ (posto che esista) ma dalla ‘ragion sociale’ della ‘pars sanior’, dei “pochi ma buoni” che mettono la conoscenza al servizio dell’Umanità – ovvero traducono il sapere in programmi politici – e che vengono riconosciuti dalla stampa e dalla TV come i nuovi principi della Repubblica delle Lettere. A partire dalla riforma universitaria, infatti, saranno i riflettori massmediatici, l’attenzione riservata agli autori sui domenicali vari, il numero di interviste rilasciate ai ‘canali televisivi intelligenti’, a mettere gli studiosi in cattedra : ai commissari resterà una sola funzione, quella notarile. E’ il sogno eterno dei giacobini di ogni colore: eliminare ogni tipo di ‘discrezionalità nei rapporti sociali e affidare tutto alle leggi e alle loro ‘norme attuative’, senza essere minimamente sfiorati dal dubbio che possa esserci un legame ‘naturale’ tra libertà e discrezionalità
In un’ottica liberale, che si esercitino ‘influenze’, che si formino grumi sociali di ineguaglianza, che alcuni (giornali, editori etc.) contino de facto più di altri non può essere oggetto di lamentazione. E non lo può in base al principio che, per quanto spiacevoli e deprecabili siano le ineguaglianze, che si costituiscono nella ‘società civile’, esse risultano sempre preferibili alle eguaglianze imposte dall’alto, per decreto legge e destinate, pertanto, a ricreare altre ineguaglianze e altri privilegi : quelli degli ingegneri sociali incaricati, appunto, di renderci tutti uguali.Quello che è intollerabile, invece, è che le risorse a disposizione dei detentori del ‘potere intellettuale’ (redazioni, TV, case editrici) di una stagione storica diventino parametri di valutazioni che passano per oggettivi e imparziali sicché quanti, ad esempio, hanno libero accesso alle edizioni del ‘Mulino’possono considerarsi, ipso facto, in pole position per il reclutamento universitario. Ci si chiede, però, come faccia uno stato di diritto a conferire un potere riconosciuto, sia pure indirettamente, dalle leggi – il mio libro edito dal Mulino ha più valore del tuo edito da Brambillone – a decisori che sono stati cooptati in una redazione, più che per i loro meriti scientifici , per il loro schieramento ideologico-culturale. (il che non significa necessariamente ‘di partito’). Nulla vieta, beninteso, che del Comitato scientifico di Laterza possa far parte legittimamente anche il tesoriere del SEL o del PD a patto, tuttavia, che quel Comitato non costituisca quasi una pre-commissione concorsuale, tenuta a trasmettere i suoi ‘atti’ – ovvero i testi col marchio della fabbrica libraria à la page – a quella nominata dal Ministero.Facendo parte della corporazione dei (presunti) baroni universitari, so bene che gli Atenei non sono più quelli ereditati dall’età giolittiana e sopravvissuti (in parte) alla dittatura fascista. Demagogia e università di massa hanno fatto a pezzi la serietà degli studi, hanno svuotato il valore dei diplomi di laurea, hanno rinunciato a esigere dai docenti un impegno didattico e scientifico all’altezza dei tempi. Sentendo parlare certi colleghi, mi viene da pensare, talora, che la loro preparazione non sia superiore a quella dei miei vecchi professori di scuola media. Nessuno di questi avrebbe accettato di far da relatore a un allievo che, sostenendo con me il suo ultimo esame (‘Storia del pensiero politico’), prima della discussione della tesi, mi aveva risposto che non sapeva nulla di John Locke, del costituzionalismo inglese e della Gloriosa Rivoluzione del 1688 giacché si stava laureando in Storia contemporanea non….in Storia moderna! Detto questo, però, ribadisco che non c’è illusione più fatale e pericolosa di quella che vuol raddrizzare i costumi con le leggi e far corrispondere all’aumento dei segni di decadenza un aumento parallelo delle norme intese a’ porre un freno’ alla deriva morale dei tempi. E’ una lezione che aveva già dato Alessandro Manzoni nel capitolo sui Promessi Sposi in cui si parla delle grida contro i bravi ma i nostri governanti non sembrano averne fatto tesoro.Invece di ridurre drasticamente il numero dei ‘baroni’ degeneri, eliminando sul serio le facoltà inutili (a cominciare da quelle periferiche) e la moltiplicazione dei pani e dei pesci degli insegnamenti e dei corsi di laurea, i nostri illuminati ministri hanno preferito non toccare i privilegi dei professori – tanto, con l’età,è il loro calcolo, molti se ne andranno in pensione – ma li hanno privati di ogni potere e di ogni discrezionalità valutativa. Chiaramente i docenti non ispirano più alcuna fiducia e, pertanto, non si può più correre il rischio che considerino un saggio pubblicato (per caso) sui ‘Quaderni del Tempietto’ dei Salesiani di Cornigliano più profondo di un’analisi ospitata nei ‘Quaderni di Scienza politica’ fondati dal compianto Mario Stoppino. Mala tempora currunt ma quel che più spiace e fa tristezza è l’applauso dei garantisti, di quanti, equivocando Montesquieu, pensano che più leggi ci sono, più protetti e più liberi ci ritroviamo. Finalmente, esultano, abbiamo regolamenti oggettivi e imparziali ! E quale intima gioia non procura loro la norma che, nella formazione delle commissioni universitarie e nella redazione delle riviste e delle collane editoriali ‘accreditate’ dagli esperti nominati dal Ministero della P:I. e dell’Università, debbono figurare professori stranieri! Ma tale disposizione può davvero costituire una garanzia di serietà e di rigore per i nostri studi superiori? Farebbero un prezioso acquisto in Italia le scienze umane se uno dei nostri maître-à-penser – di quelli che scrivono su ‘Repubblica’ e su ‘Micromega’ e che pubblicano da Laterza qualsiasi cosa venga loro in mente – riuscisse a far cooptare in qualche redazione un suo corrispondente francese o qualche violino di spalla della filosofia rawlsiana, incontrato alla Columbia University? Chi sia lo straniero che fa status, e in base a quali criteri sia stato scelto dai responsabili del periodico e della casa editrice ,che per questo vengono così apprezzati dalle autorità scolastiche, non sembra avere alcuna importanza. E in effetti non ce l’avrebbe se la sua presenza o la sua assenza non facesse collocare, per legge, la rivista in una fascia superiore o in una inferiore.Nella società aperta non ci sono poteri de facto i cui deliberati legis habent vigorem: le decisioni vincolanti per tutti, debbono essere assunte da figure”pubbliche” reclutate in base a precise normative e tenute a rispondere del loro operato, in caso di comportamenti arbitrari e discriminativi, davanti alla magistratura. Se un direttore editoriale, pubblicando il libro di Tizio, dà a Tizio un punteggio concorsuale superiore a quello di Caio – che presenta un libro pubblicato da una casa di serie C – quel direttore editoriale si ritrova a svolgere un ruolo ‘ufficiale’ che non può non porre problemi di legittimità (chi gli ha affidato un incarico così importante?) e di controllo (come garantirsi da eventuali favoritismi?). Ancora una volta, in Italia, tra la ‘via liberale’ e la ‘via statalista’ si interpone la ‘terza via’: nessuna interferenza dello Stato nella nomina di uno staff editoriale – affidata al mercato, a considerazioni di opportunità, a legami familiari, a vincoli di appartenenza ideologica etc. – ma rilevanza pubblica alle decisioni prese dallo staff. Che nella presunta patria del diritto nessun giudice, nessun giurista abbia rilevato tale anomalia la dice lunga sulla nostra civic culture!In realtà, una commissione concorsuale che si rispetti, anche senza i parametri degli esperti ministeriali, prenderebbe in seria considerazione un libro pubblicato dal Mulino ma non sarebbe tenuta a concludere che basti il marchio di fabbrica della premiata ditta bolognese per farlo ritenere superiore al libro pubblicato da Brambillone di Casalpusterlengo; la presenza di uno studioso straniero in un comitato redazionale attesta una indubbia apertura intellettuale agli scambi e alla collaborazione internazionale ma non garantisce, in quanto tale, il raggiungimento dell’obiettivo – il reciproco arricchimento dei saperi che si confrontano e si trasmettono. Poiché di studiosi stranieri mediocri ce ne sono tanti (almeno quanti se ne trovano nel nostro paese), il prestigio di una pubblicazione non è assicurato dagli apporti esterni ma dal valore scientifico dei suoi collaboratori, che potrebbero essere, indifferentemente, in parte italiani e in parte stranieri o, al contrario, tutti italiani. Tra una rivista che avesse un comitato direttivo composto da quattro italiani, due francesi e due tedeschi, tutt’e otto di scadente qualità intellettuale, e un’altra con un direttivo composto da otto italiani, tutti studiosi di cifra elevata, in base alle norme ministeriali, la prima dovrebbe venir considerata più ‘virtuosa’ della seconda. Ha davvero senso tutto questo? Spero proprio, per il bene del nostro paese, di non essere il solo a farsi la domanda. Se le riforme pensate in Italia ci facessero unicamente sprofondare nel ridicolo, potremmo anche sopportarle e fare buon viso a cattivo gioco ma, purtroppo, da noi il ridicolo è sempre, per citare il Canto XIII dell’Inferno dantesco, un “tristo annunzio di futuro danno”. d. coafrancesco annali del centro pannunzio via loccidentale

L’educatore giacobino

Sabato, 31 Marzo 2012

Il governo Monti rappresenta un’idea italiana e profondamente liberal: il mito del riformista rivoluzionario. Si tratta della fattispecie politica meno conservatrice che si possa immaginare. Il riformista rivoluzionario è un intellettuale (nel senso più vario e ampio del termine: dall’uomo di cultura all’uomo politico, incluso l’uomo di chiesa) che si sente autorizzato a collocare la propria visione del mondo fuori dalla storia e ad imporla agli altri come verità assoluta.Se, da un lato, il riformista rivoluzionario potrebbe prendere il volto progressista del nuovo costruttivismo antropologico (fare un’umanità nuova, questa volta senza l’aiuto dello strumento totalitario, ma solo attraverso un programma biopolitico che sostituisce il diritto con l’arbitrio dei desideri); dall’altro esso assume l’aspetto sottile del tecnico, dell’ingegnere sociale, che vuole mutare il modello economico e politico a priori, seguendo un progetto prestabilito e – per la gran parte – ideologico.Nessun governo degli ultimi anni – neppure i famigerati governi Amato o Ciampi – ha mai avuto un profilo tanto chiaramente riformista e rivoluzionario come quello di Monti. Ne è dimostrazione il modo in cui certi osservatori esteri plaudono al suo operato: secondo il WSJ, per esempio, Mario Monti dovrebbe riuscire nell’impresa suprema di educare gli italiani.Ora, lasciando stare il fatto – spesso assai dimenticato – che lo spirito italiano non ha bisogno di maestri (li ha, e molti, già nella sua storia: San Francesco, Dante, Parini, i due Spaventa, Croce…), nella frase degli amici americani si tradisce un retropensiero abnorme e orrendo. Quale? L’idea infausta secondo la quale il gran tecnico dovrebbe educare i popoli, portarli alla forma desiderata (dal grande mainstream internazionale) e poi godere del trionfo ottenuto grazie all’eternità conferita da qualche copertina patinata stampata oltre Atlantico.Si tratta, appunto, del mito del riformista rivoluzionario, che è in fondo il nemico vero del liberale classico (quello, per intenderci, che non pensa che la libertà esista per cambiare tutto, ma solo per esercitarsi nell’ambito di valori e condizioni condivise). Il drammatico vuoto di politica e rappresentatività, ma anche di conflitto tra interessi opposti, nel quale il sistema italiano si è affossato, è in fondo il sogno ultimo di ogni riformista rivoluzionario: in questo contesto si ha la possibilità di agire dall’esterno (nel senso più figurato del termine), per imporre a una comunità quel che in altre circostanze essa non avrebbe mai accettato.In concreto, sotto ogni punto di vista, il governo Monti sta effettuando una rivoluzione che proviene dall’esterno: dall’esterno della politica, del consenso, delle tradizioni italiane, del nostro modello di sviluppo. Lo sta facendo con tutti i caratteri del dirigismo rivoluzionario e giacobino, mettendo in campo provvedimenti mirati a colpire (cioè a ridurre nei termini del progetto costruttivista di una nuova Italia) tutte le categorie sociali.Nessuno più di Monti, con quel suo modo di fare trafelato, i suoi discorsi appiccicosi, in cui emerge un disprezzo costante dell’Italia che c’è, rappresenta la furia intellettuale di chi ha guardato sempre al proprio paese dall’alto verso il basso, come una tribù da rendere civile. Civile, l’Italia lo era già, anche senza il professor Monti e i suoi capitolari riformisti; libera, purtroppo, lo è sempre di meno, anche a causa delle sua pedagogia rivoluzionaria. a. bellantone loccidentale

Il disincanto del mondo è il vero male dell’Occidente

Lunedì, 5 Marzo 2012

La grandezza di Max Weber è oggi riconosciuta da tutti. L’intera sua opera è percorsa dalla tensione irrisolta tra l’esigenza di scientificità che egli impone al suo discorso, e il riconoscimento dei limiti che la razionalità tipica della scienza incontra quando l’uomo si accinge a specificare quali siano i significati ultimi in base ai quali organizzare la propria vita. Ne deriva, da un lato, l’ottimismo scientista dei positivisti, e dall’altro l’acuta consapevolezza weberiana che il progresso scientifico degli ultimi secoli costituisce la radice del particolare genere di razionalizzazione che impronta le società dell’Occidente industrializzato. E’ proprio questa consapevolezza della difficoltà dei tentativi volti a definire in modo preciso la razionalità a rendere Weber più che mai attuale.Si può immediatamente notare che il sociologo tedesco adotta sin dall’inizio un particolare punto di vista: gli preme, per l’appunto, stabilire quali siano i tratti caratterizzanti che ci consentono di parlare di una razionalità occidentale, il che significa che è in partenza disposto a riconoscere che vi sono “altre” forme di razionalità. Il risultato di una simile assunzione è duplice. Da un lato, essa gli consente di individuare nello sviluppo della scienza (e della tecnologia) uno dei tratti principali – e forse il principale in assoluto – delle società occidentali, mentre dall’altro gli permette di rilevare che un sistema sociale può evolversi anche in assenza del progresso scientifico come noi oggi lo intendiamo. Si tratta di una visione pluralista: non nega che la razionalità occidentale abbia prodotto dei risultati pratici assai più abbondanti di quelli conseguiti da differenti tipi di razionalità. Al contempo gli interessa notare che la stessa nozione di risultato “pratico” migliore è ambigua, in quanto dipende dal punto di vista scelto dall’osservatore. Chi può infatti negare che un modo alternativo di organizzare la vita individuale e sociale possa – in linea di principio – consentire di raggiungere minori risultati pratici, ma una maggiore armonia tanto collettiva che interiore?Weber riconosce la poliedricità dell’idea di razionalità, ma usa frequentemente il termine “razionale” senza spiegare esattamente il suo significato, e ciò causa disorientamento. Un esempio di razionalità è suo avviso fornito dal capitalismo. In quest’ambito, è razionale (nel senso di “deliberata”) la ricerca del profitto; è razionale (nel senso di “sistematica” e “calcolabile”) l’organizzazione del lavoro; è razionale (nel senso di “impersonale” e “strumentale”) lo scambio di mercato; e sono parimenti razionali (nel senso di “regolamentate” e “prevedibili”) le strutture politiche e legali che affiancano l’ordinamento economico capitalistico. E’ dunque naturale, giunti a questo punto, chiedere che cosa intenda quando usa il termine “razionale”: sistematico? Calcolabile? Impersonale? Strumentale? Regolamentato? Prevedibile? In effetti, la lettura dei suoi scritti offre appigli per una risposta positiva a ciascuna delle precedenti domande.Una delle grandi novità introdotte da Weber nello studio delle discipline storico-sociali è la rottura dello schema illuministico che invoca l’illimitata fiducia nella razionalizzazione pratica e teorica della realtà. Afferma infatti che il benessere materiale indotto dal progresso scientifico non sempre, e non necessariamente, coincide con il benessere spirituale dell’individuo e del sistema sociale di cui fa parte. Si tratta di una distinzione indubbiamente difficile da precisare in termini sia linguistici che concettuali: che cosa significa, infatti, “benessere spirituale”, e in quale misura esso può venir effettivamente scisso da quello materiale? Per chiarire il senso della questione gli schemi precostituiti non servono, e occorre invece esaminare dei casi concreti.Weber prende in considerazione soprattutto il capitalismo, notando che esso ha certamente consentito un enorme sviluppo del benessere materiale e la crescita della quantità e qualità dei beni a disposizione dei cittadini; d’altra parte, a suo parere, il sistema capitalistico ha pure dato vita a una sorta di “gabbia di ferro”, in grado di determinare la vita dei singoli attraverso una coercizione più o meno mascherata. Il fatto è che “qualsiasi” ordinamento economico, sociale e politico nel quale l’individuo si trova inserito in un certo momento storico è destinato a produrre una “gabbia di ferro” che indirizza la vita del singolo attraverso una coercizione di qualche tipo.Occorre prestare attenzione quando si discute questo problema, giacché, se si esamina la storia dell’umanità secondo il suo corso effettivo, e non usando schemi creati “ad hoc”, ben presto è facile accorgersi che soltanto gli utopisti possono seriamente sostenere che siano esistite società del tutto prive di coercizione, nelle quali gli uomini vivevano in completa armonia. Il recupero di questa (presunta) perduta felicità costituisce, per l’appunto, la base su cui gli utopisti, da Platone a Marx, hanno sempre costruito il loro sogno di “società ideale”. Weber non è certamente un utopista: a impedirgli l’adozione di schemi utopici sono il suo realismo disincantato e l’evidente pessimismo circa i limiti negativi della natura umana. E tuttavia, si avverte qua e là nelle pagine delle sue opere una nostalgia sottile per un mondo pre-industriale in cui gli esseri umani vivevano felici.Anche dal punto di vista legale e amministrativo, le esigenze di razionalità e di efficienza tipiche del capitalismo conducono, a suo avviso, alla “disumanizzazione” delle mansioni: il funzionario burocratico agisce escludendo dalla propria sfera d’interessi l’amore e l’odio, e in genere tutti gli elementi affettivi puramente personali. E’ del resto ben nota la geniale caratterizzazione weberiana del burocrate che è ridotto a mero ingranaggio di un meccanismo complesso, il quale funziona senza interruzioni e rispettando tabelle di marcia rigidamente vincolanti. Si può discutere se questa analisi della moderna burocrazia sia in effetti esaustiva; Ludwig von Mises, esponente della Scuola economica austriaca, ritiene che gli aspetti negativi del funzionamento dell’apparato burocratico non vadano attribuiti alla peculiare natura dell’organizzazione capitalista, bensì al fatto che, negli ultimi due secoli, l’ispirazione originaria del capitalismo è stata inquinata dal crescente interventismo statale in economia e dal controllo sempre più capillare esercitato dai partiti politici (in Europa più che negli Stati Uniti) sulla sfera economico-sociale.Weber adotta una concezione più “tragica” di quella liberale. Per lui la scissione tra razionalità formale e materiale conduce a conflitti di valori che si rivelano irrisolvibili attraverso le libere regole della dialettica democratica. Tuttavia non bisogna essere troppo pessimisti circa la capacità dell’uomo di giudicare la realtà che lo circonda. Anche chi aderisce a un ben strutturato sistema di valori e di credenze è in grado di comprendere, in un certo momento dello sviluppo storico, se tali valori e credenze hanno o meno dato vita ad un ordinamento politico, economico e sociale “vivibile”. L’inamovibilità di alcuni valori, che sembra assoluta in un dato periodo, può crollare repentinamente in un periodo successivo grazie al confronto non più rinviabile con sistemi sociali diversi. E abbiamo di proposito sottolineato l’aggettivo “vivibile”, preferendolo a “razionale”. Se infatti ci accingiamo a formulare dei giudizi su una certa società partendo da criteri di razionalità, rischiamo di restare ben presto avviluppati nelle aporie che lo stesso Weber individua dichiarandole irrisolvibili. Se, al contrario, sostituiamo il requisito forte della conformità a schemi razionali con quello più debole della vivibilità, possiamo evitare dette aporie individuando una serie di condizioni generali in base alle quali organizzare la società.La tragicità della concezione weberiana impedisce in una certa misura l’applicazione dei suoi criteri metodologici. Quando afferma che la vita conosce soltanto il conflitto insanabile fra posizioni ultime, quando insiste sul disincantamento del mondo, Weber sembra essere prigioniero di schemi mentali assai diffusi nella sua epoca, ma che difficilmente possono essere applicabili nella nostra. Il sociologo tedesco usa spesso espressioni come “il destino della nostra epoca” (la quale sarebbe senza dei e senza speranza). Al pari di Heidegger – si rammenti la sua celebre frase “ormai solo un Dio ci può salvare” – egli ipotizza che soltanto nuovi profeti potranno redimere le nostre società dal razionalismo strumentale che le pervade. Meglio abbandonare siffatte espressioni per definire criteri di vivibilità i quali, pur modesti, consentano agli individui di costruire sistemi sociali in cui benessere materiale e spirituale risultano effettivamente compatibili. m. marsonet loccidentale

Popper, senza speranza per l’Università italiana

Domenica, 26 Febbraio 2012

Del mercato dovrebbe dirsi ciò che si dice della democrazia: che è il peggior modo di assegnare premi e castighi, ad eccezione di tutti quanti gli altri. In una società seria ed operosa, sono i cittadini-consumatori a stabilire quali prodotti scegliere e quali evitare, per quali marche d’auto    sborsare migliaia di euro e da quali,invece, tenersi alla larga, anche se i prezzi sono inferiori.E’ un discorso che vale anche per la fornitura di servizi sociali particolarmente pregiati come un’elevata istruzione universitaria. Le Facoltà d’eccellenza costano di più giacché, reclutando i migliori cervelli, affrontano spese di gestione di gran lunga maggiori rispetto alle facoltà meno attrezzate e meno esigenti.Una caratteristica tipica dei paesi, in cui la ‘malapianta’ del liberalismo non è mai attecchita, invece, è quella di affidare la valutazione delle merci, materiali e culturali,non agli uomini della strada, titolari in astratto della sovranità sia politica che economica, ma a commissioni di esperti, nominate dall’alto, insediate in ministeri, sepolte nei bunker di pratiche infinite, che richiedono sempre più spazi, più impiegati, più ruoli.E il bello è che queste esplosioni di metastasi burocratiche vengono presentate come una grande conquista, un progresso di cui essere orgogliosi. Così lo presenta Simonetta Fiori su ‘Repubblica’,con toni trionfalistici che ricordano le veline di tanti anni fa: “Una rivoluzione silenziosa sta per scuotere l’accade­mia italiana, minacciando di intac­care feudi consolidati, blasoni fa­sulli e inutili diplomifici. Per la pri­ma volta i sessantamila docenti ita­liani – dai ricercatori agli ordinari -di novantacinque università pub­bliche e private dovranno sottopor­re a un giudizio esterno l’attività di ricerca svolta nell’arco di sei anni (dal 2004 al 2010). Sulla base dei lo­ro lavori sarà stilata una classifica degli atenei e dei dipartimenti, che indicherà per ciascuna disciplinale eccellenze e le vergogne. Una map­patura da cui dipenderanno la di­stribuzione di 832 milioni di euro e soprattutto il futuro della ricerca italiana – meno isolata rispetto al contesto internazionale – e anche degli studenti, che disporranno di uno strumento certo per orientare le proprie scelte”.Verranno, in tal modo, valutati 200 mila ‘prodotti’(avete letto bene: 200 mila!) “sia con metodi bibliometrici sia con la peer review” dove il criterio bibliometrico misura l’interesse suscitato nella comunità scientifica da un lavoro – articolo, libro etc. -mentre la peer review si riferisce alla  valutazione che studiosi di pari grado danno di quel lavoro. Come si vede, è in via di allestimento un enorme e costosissimo apparato centralizzato a ulteriore dimostrazione del fatto che la retorica delle autonomie, se sotto non c’è il mercato, serve solo a smantellare quel che resta dello Stato risorgimentale e a creare nuovi poteri e nuove istituzioni illiberali, al di fuori di qualsiasi controllo democratico. Al fondo, c’è la grande illusione di rimediare alle insufficienze a alle inaffidabilità degli uomini con criteri chiari, razionali, oggettivi. Le Commissioni della bibliometria e della peer review come i cardinali riuniti in Conclave, si presume ispirate dallo Spirito Santo della Scienza: niente più favoritismi, niente più nepotismi, nessuno spazio riservato alla ‘discrezionalità’. Nella fattispecie, i Pari, competenti per le facoltà umanistiche,  possono stabilire che la produzione scientifica di un collega è superiore a quella di un altro, in considerazione del numero di pagine di uno scritto, della rivista o della casa editrice che lo ha accolto.E non sono, questi, parametri oggettivi, si dirà? In realtà, non lo sono: non lo erano nell’Italia di autentici ‘luminari’ come Norberto Bobbio e Guido Calogero, quando, per pubblicare La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper ci si dovette rivolgere a una piccola casa editrice di pubblicazioni pedagogiche (Armando); non lo sono oggi che quei ‘luminari’ sono scomparsi ed editori che pubblicarono Kant e Croce, Hegel e Gentile sono monopolizzati da avventurieri delle patrie lettere, abilissimi venditori di fumisterie ideologiche.Nello spirito della ‘società aperta’ sono le singole Facoltà, i singoli Atenei, che debbono assumersi il compito gravoso di reclutare docenti e ricercatori, un compito che comporta la libertà di dare una cattedra  anche all’autore di un saggio di venti pagine che, a loro avviso, abbia  segnato una svolta epocale in un settore scientifico. Sarà il prestigio che ne deriverà all’istituzione non la ‘classifica nazionale delle Università’ a dire se la loro scelta sarà stata saggia e lungimirante.Per questo si dovrebbe (finalmente) accogliere la proposta di Luigi Einaudi di rendere obbligatoria accanto al titolo dottorale l’Università che l’ha conferito:sarebbe la vecchia maniera liberale di  rispettare l’autonomia degli individui e delle istituzioni e di sottoporre le loro opere non al giudizio dei super-esperti, riuniti nella capitale, ma a quello dell’opinione pubblica e del tempo che raramente si sbagliano. d. cofrancesco, loccidentale

L’Apocalisse e la storia da René Girard a noi

Lunedì, 13 Febbraio 2012

Il tema che ci apprestiamo a discutere è piuttosto impervio. Forse è di quelli che, per usare un celebre titolo di René Girard, ci costringe a parlare delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. E’ pur vero tuttavia che l’Apocalisse, almeno quella di Giovanni, parla di queste cose per rivelare il loro senso più profondo, per rivelare la dinamica stessa della storia della salvezza. E’ dunque un libro di luce, non di oscurità. Una luce che a tratti appare persino accecante, ma che certamente è chiara e incontrovertibile; tanto chiara e incontrovertibile, diciamo pure compiuta, che Giovanni può concludere il suo celebre libro profetico con una dichiarazione piuttosto perentoria: “a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro”. Che Dio ce la mandi buona dunque.Dalla Bibbia sappiamo che la letteratura apocalittica nasce in tempi di crisi. Di fronte a un impero, quello romano, decisamente troppo potente per le forze d’Israele, non resta che confidare in un cambiamento cosmico, proveniente da Dio, che possa sconfiggere quella che nel famoso capitolo tredici dell’Apocalisse di Giovanni viene definita la “Bestia dell’abisso”. L’impero romano, reclamando per sé ciò che può essere soltanto di Dio, diventa per ciò stesso, agli occhi di Israele, la personificazione per eccellenza dell’anticristo (Cfr. Oscar Cullmann, Dio e Cesare). Ma Girard, con buoni argomenti, ci dice qualcos’altro: sono i fondamentalisti a pensare che l’apocalisse esprima “l’ira violenta di Dio”; in realtà, “se leggiamo con attenzione i capitoli dell’Apocalisse, capiamo che parlano della violenza dell’uomo liberata dalla distruzione dei poteri secolari, e cioè degli Stati, che è quello a cui stiamo ora assistendo” (PA, 28). Secondo Girard, è stato precisamente il sacrifico di Cristo, il sacrificio di una vittima innocente, a smascherare la natura violenta dei “poteri secolari” e a firmare così la loro condanna. “La storia -egli dice- non è altro che la realizzazione di questa profezia” (PA, 27). E’ dunque Cristo che genera “il potere anarchico presente oggi, dotato di una forza capace di distruggere il mondo. Così che è possibile vedere l’apocalisse avvicinarsi come mai in precedenza” (PA 28-29).La tesi di Girard è molto interessante, ma a mio avviso non è ugualmente convincente in tutte le sue articolazioni. Condivido in pieno la sua idea che il Dio cristiano sia l’unico a non essere violento. “La violenza è contraria alla natura di Dio”, ha detto Benedetto XVI nel suo grande discorso di Regensburg. Suggestiva è anche la sottolineatura dell’inimicizia tra i “poteri secolari” e Gesù. Come dice il Vangelo di Marco, all’udire della nascita di Gesù il re Erode “restò turbato”, quasi a presagire, giustamente, qualcosa di pericoloso per il suo potere, per tutti i poteri. Non sono però convinto che si possa dire che l’apocalisse sia più vicina in un momento storico, piuttosto che in un altro. Svelando il senso della storia della salvezza, l’apocalisse si configura come una speranza possibile in ogni momento della storia, non come un criterio per misurare quanto una certa epoca sia vicina o lontana dal “compimento” realizzato da Gesù Cristo sul Golgota. Proprio come dice lo stesso Girard, “L’apocalisse non ha una connotazione storica ma religiosa, per questo non possiamo farne a meno. E’ questo che il cristianesimo moderno non capisce. Nel futuro apocalittico, il buono e il cattivo sono mischiati insieme in modo che, da un punto di vista cristiano, non si può parlare di pessimismo, si tratta di essere semplicemente cristiani” (PA, 27).
E’ perché condivido in pieno questa posizione di Girard, che non mi convince altrettanto la sua idea che l’apocalisse sia oggi particolarmente vicina. “Ognuno di noi può vedere che l’apocalisse si fa sempre più concreta ogni giorno che passa: una forza distruttiva capace di cancellare il mondo, armi sempre più potenti e altre minacce ancora si moltiplicano davanti ai nostri occhi” (PA, 30). E altrove: “Il riscaldamento climatico del pianeta e l’aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati” (PCA, 312). Ma allora che cos’è l’apocalisse? Parliamo di una “promessa” oppure di una catastrofe imminente?Io credo che l’apocalisse sia il permanere della promessa, nonostante tutte le possibili catastrofi, l’avvento della “Gerusalemme celeste” che si annuncia come certezza in mezzo al dolore e al sangue della storia. Saper leggere i “segni dei tempi” equivale per il cristiano a leggere il tempo con gli occhi di Gesù, ad affidarsi alla sua persona, non consiste certo in un sapere da “iniziati”, accessibile a pochi privilegiati. In questo senso l’apocalisse va depurata di ogni possibile interpretazione gnostica e indirizzata invece verso quella che definisco una sua interpretazione realistica, alla quale peraltro lo stesso Girard mi sembra che offra un contributo importante. Mi spiego.Trovo molto bello e suggestivo ciò che Girard dice a proposito della passione di Cristo che “ha sconfitto il sacro rivelandone la violenza”(PCE, 13), mostrando altresì una santità che potrà avere ormai soltanto i tratti dell’amore. Lo stesso dicasi della sua lettura del terrorismo islamico come espressione religiosa “nella sua forma più arcaica”, la quale, trasformando la violenza in “espressione divina”, “si contrappone al cristianesimo in modo più netto del comunismo”(PA, 31). Come dice espressamente Girard, lo scontro in atto è “fra cristianesimo e islamismo, piuttosto che tra islamismo e umanesimo”(PA, 35).C’è una sorta di “tendenza all’estremo” che si sta manifestando ormai su scala planetaria e della quale la violenza terroristica  di matrice religiosa è soltanto la manifestazione più eloquente. Ad averla vista per primo, secondo Girard, sarebbe stato Karl von Clausewitz, l’autore di Vom Kriege, il quale, ben più di Hegel o di Carl Schmitt, avrebbe intuito come sia precisamente questa tendenza a stabilire il significato più profondo della guerra moderna. Né gli stati, né il diritto, né il sacro sono più in grado di arginarla. La guerra moderna non conosce più limiti di sorta. “La violenza che produceva il sacro, non produce ormai altro che se stessa”(PCE, 13). La stessa reazione armata dell’Occidente al terrorismo islamico non fa che alimentare questa violenza. Per questo, secondo Girard, diventa sempre più evidente che soltanto l’amore di Cristo può salvare l’umanità dalla sua autodistruzione.Mi sembra un’interpretazione ineccepibile del momento storico che stiamo attraversando. E lo è tanto di più, proprio perché condotta alla luce di un principio teologico-apocalittico profondamente cristiano e quindi anche realistico, ma purtroppo poco in uso nelle letture che si fanno della storia contemporanea. Come dice lo stesso Girard in Portando Clausewitz all’estremo, “L’apocalisse non annuncia la fine del mondo, ma fonda una speranza. Chi apre gli occhi sulla realtà non cade nella disperazione assoluta dell’impensato moderno, ma ritrova un mondo dove le cose riacquistano un senso” (PCE, 17).Ecco un ottimo esempio di uso realistico dell’apocalisse, ossia l’uso di questa parola per denunciare, sì, una possibile catastrofe di dimensioni immense, ma soprattutto per cercare, nonostante tutto, una coerente e non fanatica asserzione di senso di fronte ai tanti disastri della storia: il terrorismo, le tecnologie della vita umana, il riscaldamento del pianeta, ecc. Anche i cristiani che resistettero al Nazismo lo fecero in fondo con questo spirito. L’11 settembre 2001 è accaduto senz’altro qualcosa di sconvolgente, eppure, soprattutto quando i fatti storici hanno dimensioni apocalittiche, occorre restare saldamente ancorati, diciamo così, a una “teologia dell’alleanza” tra Dio e l’uomo. Se le cose vanno tanto male, è certo per colpa dei terroristi, ma anche perché tutti abbiamo peccato, abbiamo rotto l’alleanza con Dio. Riconciliamoci, riscopriamo l’amore di Gesù, e avremo qualche speranza di un mondo migliore.Totalmente diverso è invece l’uso gnostico degli elementi apocalittici che viene fatto, ad esempio, sul fronte fondamentalista, dove, mescolando in modo esplosivo disperazione, eccitazione e risentimento, si vorrebbe trasformare il mondo intero in una enorme valle di Ermaghedon dove le forze del bene lottano contro quelle del male: un bene e un male “metafisici”, “astratti”, che hanno perduto qualsiasi riferimento alla realtà.Lo gnosticismo ha sempre guardato con sospetto il senso comune, ossia il mondo che si vede, quello che sta sotto gli occhi di tutti; alla verità del senso comune ha sempre contrapposto qualcosa di arcano, visibile a pochi eletti, capaci di guardare dall’alto della loro “perfezione” gli “Untermenschen” che continuano ad abitare il mondo del senso comune, il mondo delle “sicurezze” borghesi. “Chi vuole soltanto benessere non merita di vivere su questa terra”, scriveva Spengler in uno scritto del 1933 (Anni decisivi, p.18).Orbene, a me pare che ci sia in tutto ciò un inconfondibile odore di zolfo. Del resto il diavolo è “gnostico” fin dalla sua prima apparizione. Fin dall’inizio egli usa una presunta intenzione latente (Dio non vuole che diventiate come Lui), per distruggere quello che sembrava l’ordine manifesto (non si deve mangiare di quell’albero). E da allora continua non a caso a comparire nella nostra cultura in una duplice veste: come fonte del dubbio radicale (si pensi al diavoletto di Cartesio) e come decostruttore del mondo sociale. L’effetto di queste apparizioni è più o meno sempre lo stesso: spingerci a ritirarci nell’anonimato e nell’anomia della prima persona, a sospendere l’idea di un ordine e di una conoscenza oggettiva delle cose, senza la quale gli “illuminati” difficilmente avrebbero buon gioco con i loro deliri sulla realtà “nuova” e sugli uomini “nuovi”, preparati magari grazie alle tecnologie della vita e alla biopolitica. Con le parole di Girard, “La speranza è possibile solo per chi osa pensare i pericoli del momento, e a condizioni di opporsi ai nichilisti, per i quali tutto è linguaggio, e contemporaneamente ai ‘realisti’ (io direi ai ‘cinici’. Nota S.B.) che negano all’intelligenza di saper toccare la verità: i governanti, i banchieri, i militari che pretendono di salvarci, quando invece ci fanno piombare ogni giorno di più nello sfacelo”(PCE, 17).E’ una citazione, questa, che va presa molto sul serio. I “pericoli del momento”, i pericoli del tempo presente -penso alle tecnologie della vita umana, alla miseria scandalosa che attanaglia molti popoli della terra, al terrorismo, alle guerre, alle ingiustizie- indicano tutti quella violenza tendente all’estremo, di cui abbiamo già detto. La speranza, proprio come dice Girard, può scaturire soltanto da chi questi pericoli sa guardarli con uno sguardo cristiano, con uno sguardo pieno d’amore, non certo da chi pensa che la realtà sia semplicemente un gioco linguistico. La realtà è tragica; il male, la violenza e l’ingiustizia la fanno il più delle volte da padroni; i lupi amano mascherarsi da agnelli; e alla fine ci aspetta la morte. Eppure Gesù ci promette che la morte non avrà l’ultima parola; ci esorta a lavorare come “servi inutili”, a fare tutto il bene possibile, senza pretendere che il destino del mondo dipenda da noi. E’ lui che ha vinto il  mondo. “Il peggio –dice Girard- non è per forza di cose inevitabile”(PCE, 121). Non possiamo essere sicuri di riuscirci, ma dobbiamo provarci. “Da bravo apocalittico –è sempre Girard a dirlo-, rifiuto qualsiasi provvidenzialismo. Bisogna battersi fino in fondo, anche quando si pensa che si tratta di un ‘tentativo vano’”(PCE, 125).Del resto, prima o poi, l’entropia annienterà tutto. La vita umana è un soffio. Ma in un tempo sufficientemente lungo (e il mondo fisico di tempo ne ha in abbondanza), possiamo star certi che scomparirà anche tutto ciò che ci circonda. Non resterà traccia dei colli di Roma e nemmeno della basilica di San Pietro. Eppure la fine di tutto non è il fine a cui tutto tende. Se lo fosse, vorrebbe dire semplicemente che siamo nelle mani di ananke, la necessità. E invece la ragione e la libertà –ecco il realismo- ci dicono che Girard ha ragione, che “Bisogna battersi fino in fondo, anche quando si pensa che si tratta di un ‘tentativo vano’”, poiché in realtà non si tratta mai di una battaglia contro i mulini a vento.La cultura greca ha elaborato due risposte a questo problema: la prima è quella di Anassimandro, secondo la quale, prima o poi, tutte le cose torneranno finalmente donde sono venute, espiando in questo modo tutti i loro limiti, anzi, le “colpe”, per essere venute al mondo. La vita è violenza; ciò che vive lo fa sempre a spese di qualcos’altro; qualsiasi forma d’ordine produce disordine intorno a sé; non resta dunque che espiare la colpa di essere nati: una sorta di entropia provvidenziale: la fine di tutto come il fine a cui tutto tende. La seconda risposta è invece quella platonica, la quale, pur consapevole del fatto che anche le cose più belle, più buone e più virtuose sono destinate prima o poi a scomparire, a cadere sotto i colpi di ananke, mostra tuttavia come la loro lucentezza, la lucentezza del bello, del buono e del giusto, resti eternamente, senza essere minimamente scalfita dal loro tramonto: la fine di tutto non coincide con il fine a cui tutto tende.L’escatologia cristiana produce una sorta di combinazione di queste due prospettive. Un po’ come in Anassimandro, anche nel cristianesimo la morte, la fine di tutto rappresenta una sorta di penitenza per una “colpa” commessa all’inizio. Ma la morte non rappresenta l’ultima parola, poiché la risurrezione di Cristo l’ha già sconfitta da sempre e per sempre. Il massimo di entropia, la fine del mondo, ben lungi dal rappresentare la fine di tutto, rappresenta piuttosto l’avvento definitivo della “Gerusalemme celeste”, dove Dio mostrerà la sua onnipotenza e il suo potere di “far nuove tutte le cose”. Non la morte, ma la vita, la vita buona, bella e giusta ha dunque l’ultima parola: questa la sostanza della speranza cristiana, al cospetto della quale persino ananke traballa, mostrando le sue crepe. Il fatto che dobbiamo inevitabilmente morire non significa che le nostre azioni siano indifferenti; il velo tragico che avvolgeva il mondo greco viene come squarciato; e gli uomini vengono chiamati a fare il “bene” ad amare, anche a rischio della morte, anche a rischio di far crescere l’entropia, poiché questo è l’unico modo veramente umano per “dare molto frutto” e per non morire mai.Albert Camus, uno che di tragedie e di assurdità se ne intendeva, ha scritto che “dobbiamo immaginarci Sisifo felice”. Ma non può esserci felicità in una vita dominata dalla necessità, in una vita dove siamo costretti a ripetere sempre la stessa azione. Una vita del genere sarebbe soltanto una condanna; “assurdo” pensare che in essa possa trovar posto la felicità. Felice può essere la fatica di una madre che ogni giorno ripete gli stessi gesti per accudire suo figlio o per tenere in ordine la casa, non la fatica di Sisifo che deve ogni volta riportare in alto la sua pietra. Nessuna struttura di vita buona si afferma e si mantiene senza sforzo, senza una lotta continua col disordine e col caos: questo è indubbio e lo sanno tutti coloro che lavorano e lottano per qualcosa: le madri e i padri di famiglia, al pari degli artisti o dei governanti. Ma, proprio per questo, occorre uscire dall’orizzonte tragico della necessità e dare senso anche allo sforzo e alla fatica. La realtà è quella che è, segnata dal dolore e dalla morte, ma nessun uomo viene al mondo semplicemente per morire. Se così fosse, sarebbe il trionfo dell’entropia. Invece, direbbe Hannah Arendt, veniamo al mondo per incominciare, per generare forme di vita individuali, sociali e politiche capaci di procrastinare la fine che costantemente incombe su tutti noi e su tutto ciò che ci circonda. Guai ad assecondare questa fine. Non lavare i piatti su cui abbiamo appena mangiato, perché tanto domani li sporcheremo di nuovo, o, per la stessa ragione, non rifare il letto sul quale abbiamo dormito o non tagliare l’erba del giardino di casa sono segni di trascuratezza, non di realismo. Il quale, per gli uomini, non consiste nell’assecondare il caos, il disordine o l’entropia, quanto piuttosto nel cercare sempre il “bene possibile” in un mondo segnato dal caos, dal disordine e dall’entropia.Non una fatica di Sisifo, dunque, e nemmeno la pretesa di realizzare un mondo perfetto dove non ci siano più né fatica, né morte, ma solo la ferma determinazione a tenere in scacco, più a lungo e nel modo migliore possibile, la fine che necessariamente arriverà: questo è realismo. Certo, anche le persone migliori o le forme socio-politiche migliori alla fine moriranno, ma proprio la loro vita sta a testimoniare un senso, un fine, che non coincide con la loro fine. La bellezza, la bontà, la giustizia di ciò che avremo saputo realizzare sopravvivranno certamente alla caducità delle nostre povere vite e della vita dell’intero universo. E’ questo, a mio avviso, che ci dicono l’amore di Gesù e la promessa dell’apocalisse. (Pubblichiamo la relazione tenuta da Sergio Belardinelli nell’ambito del convegno organizzato dal Progetto culturale della Cei dal titolo “Gesù nostro contemporaneo” via loccidentale)

Bruxelles capirà che le culture non sono tutte eguali? (by Scruton)

Domenica, 12 Febbraio 2012

Il mio primo viaggio in Grecia risale a cinquant’anni fa, ci arrivai dall’Inghilterra facendo l’autostop insieme a un compagno di scuola. Andavamo in cerca della mitica terra di Omero, Platone, Tucidide. Ovviamente, non la trovammo. Però scoprimmo qualcosa di quasi altrettanto stupefacente: un posto in cui la chiesa e il clero dominavano la vita rurale e dove ogni paese di campagna era la casa di una comunità ben circoscritta, devota ai propri santi e alle proprie feste patronali, dove le antiche danze tradizionali continuavano ad essere ballate, gli uomini di qua e le donne di là, tutti vestiti di abiti sopravvissuti all’epoca ottomana; un ballo che invariabilmente si giocava sulla rappresentazione del classico dramma dei sessi, il matrimonio e i suoi conflitti.Era un paese che doveva ancora entrare nel mondo moderno. I suoi ritmi erano quelli dei villaggi contadini, i suoi diritti e doveri quelli della campagna, un paese dove ogni momento era buono per abbandonarsi al sole, al mare, a una siesta. Era semplicemente inconcepibile, agli occhi di un anglosassone, come un tale paese potesse essere valutato con gli stessi parametri con cui si valutano la Francia o la Germania, o che potesse avere un qualche ruolo in un gruppo economico di cui quei due paesi avessero fatto parte, tantomeno su base paritaria.Un giorno restai senza soldi e mi misi in fila a un ospedale di Atene dove si poteva donare sangue in cambio di qualche dracma. Il dottore di turno balzò dalla sedia per dare il benvenuto all’alto ragazzo dai capelli rossi che entrava nel suo studio; poi mandò via i due uomini – entrambi mingherlini – che erano entrati con me, ritenendo che il loro sangue non servisse a nulla. I nomi dei miei sfortunati “rivali” erano Eracle e Dioniso. Si trattò dell’unico segno colto in quella mia prima visita, della discendenza di quella gente dai Greci ai quali dobbiamo la nostra civiltà.Non ho alcun desiderio di tornare in Grecia, ho paura di quello che i turisti e la speculazione hanno potuto farle. Però so che, qualunque cambiamento ci sia stato, è impensabile che il paese abbia avuto uno sviluppo pari a quello della Francia o della Germania. E’ ovvio che il paese si sia modernizzato, che siano state costruite strade e che le città siano cresciute, che il turismo abbia spazzato via le antiche, buone maniere contadine. C’è stata anche la rivoluzione sessuale – probabilmente più tardi del 1963, data indicata da Philip Larkin – ma con gli stessi, devastanti effetti sul matrimonio e la famiglia. Non c’è dubbio che le antiche canzoni siano andate perdute, o che le insegne delle multinazionali abbiano conquistato tanti negozi in tutto il paese. Ma è altrettanto sicuro che la cultura locale non è scomparsa.La gente continua a considerare il tempo libero più importante del lavoro, i debiti come una cosa secondaria e i creditori come qualcosa di ancor più remoto nella propria rete di rapporti sociali. Se non avete imparato queste cose nei vostri viaggi in Grecia, le potete comunque apprendere leggendo Kazantzakis, Ritzos, Seferis, o qualunque altro scrittore di quel felice momento della letteratura ellenica che coincise con il crollo dell’Impero ottomano; altrimenti è facile da rintracciarsi ne “Il mandolino del capitano Corelli” di Louis de Bernières. Chiunque tenga gli occhi aperti e sia capace di un giudizio sereno capirebbe che la Grecia è il prodotto di una cultura particolare, e una tale cultura, comunque si sviluppi, non potrà che portare il paese in una certa direzione, ad un certo ritmoMa sembra che gli architetti dell’euro che non sapessero nulla di tutto ciò. Del resto, se l’avessero saputo, avrebbero compreso anche che l’effetto di imporre una stessa valuta a Grecia e Germania avrebbe incoraggiato la prima a trasferire i suoi debiti alla seconda, nella convinzione che più ci è lontano il creditore, meno stringente è l’obbligo a pagare. Avrebbero dovuto sapere che, se la classe politica greca può usare il debito pubblico per pagare famiglie, amici e dipendenti e per comprare i voti che le servono per restare al potere, allora è proprio così che si comporterà. Avrebbero riconosciuto che cose come leggi, obblighi e sovranità non hanno uno stesso significato andando dal Baltico al Mediterraneo, e che in una società abituata a un governo cleptocratico la via d’uscita più ovvia da una crisi economica è la svalutazione – vale a dire, rubare equamente da tutti.Perché mai gli architetti dell’euro non erano al corrente di tutte queste cose? La risposta risiede nel profondo del progetto europeo. Un progetto che celava un programma segreto: distruggere, attraverso una lunga negazione, quella realtà fattuale nota come “nazionalità”. E dato che le nazioni sono portatrici di cultura, un tale progetto implicava, alla fine, negare l’importanza delle culture nazionali. I fatti culturali sono sempre stati trascurati dagli eurocrati. Se si fossero permessi il lusso di considerarli, avrebbero corso il pericolo di rendersi conto che il loro progetto era irrealizzabile. Peraltro, una tale prospettiva non sarebbe apparsa poi così tremenda se solo ci fosse stata un’altra ipotesi da seguire. Però – come tutti i progetti radicali – quello dell’Unione europea venne concepito senza un “piano B”. E adesso è destinato a naufragare, e con lui tutto il continente. Attorno al progetto dell’euro si è accumulata un’enorme massa di pretese, i cui confini vengono strenuamente difesi dall’attuale classe politica, che tenta di rintuzzare i costanti attacchi inevitabilmente sferrati dalla realtà delle cose. Ma questa mole di pretese è una piaga purulenta nel cuore del sistema, e un giorno esploderà, sommergendo tutto e tutti con il suo veleno.Eravamo tenuti a pensare che l’antichissima differenza tra Nord protestante e Sud cattolico e ortodosso non avesse alcun peso a livello economico. Era un fatto culturale e quindi irrilevante, nonostante le tesi di Weber che ne fece il cardine della sua storia economica dell’Europa. La differenza tra la cultura della common law (diritto consuetudinario, ndr) e quella del Codice napoleonico, tra le eredità lasciate dall’Impero romano e da quello ottomano, tra un paese dove la legge è certa e i giudici incorruttibili e un paese dove la legge è nient’altro che l’ultima risorsa quando tutte le possibili corruzioni hanno fallito – tutti questi fatti devono essere esclusi a priori. I tempi e le velocità del lavoro, il bilanciamento tra lavoro e tempo libero – fattori al centro della vita di ogni comunità – devono essere ignorati, o al massimo regolati da un futile editto emanato dal centro del sistema.E qualunque cosa deve essere messa in riga da due minacciosi organismi – la Corte di giustizia europea e la Corte europea dei diritti umani – dove siedono giudici non eletti che nessuno può chiamare a rispondere delle loro decisioni, l’agenda dei quali, improntata ai principi “nessuna discriminazione” e “unione sempre più stretta”, è costruita per spazzar via le residue tracce di orgoglio nazionale, moralità basata sulla famiglia, stili di vita tradizionali. Non sorprende affatto che un impero costruito su tali premesse divenga instabile.Fu Marx a sostenere che il fondamento dell’ordine sociale, il meccanismo che lo muove, risiede nella struttura economica, e che la cultura non è altro che una sovrastruttura, fatta di istituzioni e ideologie, le cui fondamenta poggiano sull’economia. Dunque è a Marx che dobbiamo questo primo, disastroso tentativo di organizzare la società esclusivamente in base a principi economici, lasciando la cultura a se stessa. Invece è la cultura che determina l’economia, non il contrario; e se c’è bisogno di una prova, basti guardare ai risultati dell’esperimento marxista. Ancora meglio, basta guardare alle economie di successo del primo mondo – per esempio, quella americana – e considerare quanto esse debbano, per la loro riuscita, al rispetto della legge, a contabilità oneste, all’etica familiare, alle forme di interazione sociale. Per analizzare l’intreccio di tutti i fili che formano la capacità dell’America di sviluppare un’economia virtuosa sul lungo periodo, si dovrebbe passare in rassegna la sua evoluzione culturale, fino alla sua fondazione e oltre. Si dovrebbe tener conto dell’eredità protestante, della common law, di un’istruzione superiore tradizionalmente affidata a college privati, ai tanti piccoli nuclei che formano la galassia del volontariato. Si dovrebbe comprendere lo spirito della frontiera, la profonda fedeltà nazionale, il mix culturale da cui sono nati il jazz, Hollywood, i musical di Broadway.Naturalmente, condivido l’opinione di tanti americani conservatori, secondo i quali una tale cultura è andata perduta e il paese ha già compiuto alcuni fatidici passi nella stessa direzione presa dall’Europa. Quanto accaduto è conseguenza di un cambio culturale. Lasciata a se stessa, l’economia americana non sarebbe incorsa nel fantastico debito pubblico gonfiatosi a dismisura con le amministrazioni Bush e Obama. In entrambi i casi, sono stati fattori culturali a spingere la classe dirigente a fare del paese un ostaggio dei propri fini ideologici. Lo stesso accade in Europa. Non è stata l’economia, è stata la cultura e dar vita all’euro – la cultura di una classe dirigente in guerra con i popoli europei, ansiosa di stabilire ad ogni costo un governo transnazionale e speranzosa di cancellare qualunque traccia residua di sentimento nazionale. Distruggendo le antiche valute con le quali le diverse genti d’Europa avevano gestito le rispettive peculiarità, le elìte europee speravano di compiere un passo decisivo verso l’Unione. Invece hanno caricato il continente di nuovi debiti, nuovi rancori, e della prospettiva di un disastro che non è stato previsto semplicemente perché scartato a priori come impossibile. r. scruton loccidentale (Tratto da American Spectator) Tradotto da Enrico De Simone

L’art. 18 va reinterpretato, non abrogato (by Forte)

Mercoledì, 28 Dicembre 2011

L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che si applica alle imprese con più di 15 addetti, e che dice che nessuno può esser licenziato senza giusta causa o fondato motivo,  è tornato al centro della controversia sul diritto a licenziare: ma l’attuale governo è titubante . Esso ha anche commesso l’errore di voler fare la guerra all’articolo 18, come se fosse in sé deprecabile, anziché sostenere che esso è stato stravolto e che non si tratta di abrogarlo, ma di interpretarlo in modo corretto, rispetto al suo spirito originario e al vigente Trattato dell’Unione europea, così come modificato dopo la costituzione dell’Unione monetaria. Possono esistere molte ragioni che si possono definire “giusta causa” o “fondato motivo”, che sarebbero ammesse dall’articolo 18, così come a suo tempo concepito, per consentire il licenziamento ma che non lo sono a causa della sua attuale  interpretazione. Si tratta , in primo luogo del diritto di licenziare i lavoratori infedeli, che non hanno rispettato la causa del contratto, che consiste nella effettuazione della loro prestazione, in cambio della retribuzione pattuita. I lavoratori che, ripetutamente  si assentano da luogo di lavoro senza ragione, che fingono di lavorare ma non lo fanno, che sono disattenti e negligenti e così danneggiano la produzione o fanno perdere all’impresa clienti e fornitori, quelli che rubano o commettono altri reati nella attività di lavoro, dovrebbero poter esser licenziati per giusta causa. Ed ecco ora un elenco di  “fondati  motivi” per cui il datore di lavoro dovrebbe poter avere diritto di licenziare il lavoratore: qualora non sia  più in grado di avvalersi di quel personale per difficoltà economiche che gli impongono di ridurre l’offerta, per un  mutamento delle tecnologie aziendali, per esigenze di riorganizzazione dettate dalla necessità di ridurre i costi o di modificare l’offerta; ed anche  qualora  sia venuto meno il rapporto di fiducia con il lavoratore perché questi ha commesso reati fuori dal luogo di lavoro o perché il reato che lui ha compiuto nel luogo di lavoro, benché non ancora accertato con una sentenza definitiva di condanna, pur tuttavia è di natura palese o perché la sua condotta ancorché non sia catalogabile come un reato appare moralmente condannabile secondo le regole ordinarie della nostra società, come nel caso delle molestie sessuali che un lavoratore pratichi verso  colleghe.Ma nella attuale interpretazione non si possano licenziare i lavoratori che hanno commesso furti di lieve entità o furti  palesi prima della sentenza definitiva di condanna o lavoratori sistematicamente assenteisti, né lavoratori che hanno messa incinta una lavoratrice con atti sessuali nella toilette dell’azienda, durante l’attività di lavoro, né lavoratori in esubero, se non in casi particolari, né lavoratori che hanno insultato in internet la propria azienda o il loro capo.Lo statuto dei lavoratori è stato concepito dal Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, socialista liberale (proveniente dal partito d’azione) ,vice segretario nazionale del PSI,  alla fine degli anni ‘60 , ma vide la luce con la legge n. 300 del 20 maggio 1970, recante “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro , dopo che Brodolini era morto, a causa del tumore che lo minava . Brodolini è stato dipinto da una agiografia para-comunista e vetero-sindacalista come un fautore dell’attuale interpretazione che se ne fa, di garanzia a oltranza dei posti di lavoro, ma ciò è completamente falso. Lo scopo di Brodolini era quello di tutelare i diritti di libertà, come si vede sin dal titolo dello statuto .L’autore in sede tecnica di tale testo giuridico fu il professore di Diritto del Lavoro Gino Giugni con un testo sostanzialmente approvato da Brodolini ma forse non accompagnato dai chiarimenti che Brodolini avrebbe desiderato fossero posti allo statuto. Giugni, comunque, aveva un orientamento diverso da quello di Brodolini e le sue elaborazioni successive non rappresentano il pensiero di Brodolini. Io lo posso testimoniare perché oltre che essere amico di Giacomo, ne ero anche il consulente economico quotidiano. Soggiornavamo entrambi all’hotel Raphael a Roma. Io ero a Roma in trasferta per i miei compiti di membro della Giunta esecutiva dell’Eni e di collaboratore (non retribuito) del Ministro del Lavoro e del vicesegretario del partito e lui perché, colpito dal tumore, aveva bisogno di cure costanti e non poteva più vivere in casa.  Quando si recava al suo ufficio al partito, ci andava a piedi , perché era in via del Corso non lontano dall’albergo. Io lo tenevo sottobraccio, perché lui, che aveva appena avuto l’iniezione, prima di uscire, stava meglio , ma aveva bisogno di aiuto per camminare. Lottava con il tempo, voleva attuare il suo programma, prima di morire. Io portavo la sera all’autista del presidente del Consiglio Mariano Rumor, i documenti per la firma urgente del mattino dopo.A volte, il giovedì li portavo la sera prima che partisse con il vagone letto per il Veneto. Giacomo era stato turbato da un episodio di intolleranza, avvenuto in Sicilia , da parte di un grande agrario nei confronti di un sindacalista della Cgil, militante del Pci, che era impegnato nelle vertenze sui contratti agrari, licenziato in tronco per “dare una lezione” ai braccianti . A noi pareva che fosse importante stabilire i diritti di libertà sindacali, anche se a esercitare l’attività sindacale fossero stati i sindacalisti del Pci, partito che riscuoteva il massimo della nostra antipatia. In particolare Giacomo soffriva della sudditanza del Psi al Pci che lo obbligava anche a comportamenti umilianti , come quello di riscuotere dal Pci un assegno finanziario per il Psi, che, mi diceva lui, forse veniva da Mosca, tramite i commerci Italia-Urss.Era emersa nel ’68 la questione femminile, e si volevano proteggere le donne dalle molestie sessuali dei datori di lavoro e dai capi e capetti alle cui dipendenze lavoravano. Io approvai in linea di massima l’articolo 18 perché accanto al termine” giusta causa” vi era l’ampio termine  “giustificati motivi” che pareva potesse consentire la possibilità di licenziamento per tutte le ipotesi in cui ci fossero valide ragioni economiche. Brodolini era contro l’assistenzialismo e contro il lassismo economico-finanziario. Ad esempio, voleva assolutamente che le pensioni fossero finanziate in regime di pareggio del bilancio e quando fu varata la sua riforma, chiese si aumentasse l’imposta sugli oli minerali per compensare l’onere che essa comportava.Purtroppo egli non visse abbastanza per spiegare ai sindacalisti che non si fa l’interesse reale dei lavoratori con il metodo assistenzialista che essi hanno adottato per le pensioni e per lo statuto dei lavoratori, stravolgendone il senso.Si potrebbe argomentare che quella che conta non è la volontà del legislatore, storicamente inteso, tanto più quando di un legislatore che non ha vissuto abbastanza per firmare la propria legge , ma l’interpretazione oggettiva che se ne può fare, sulla base del suo dettato. Ma  dopo il Trattato di Maastricht  che stabilisce il principio generale del mercato di concorrenza, dovrebbe essere chiaro che quella valida per l’articolo 18 non è la attuale interpretazione ma quella originaria, di tutela dei diritti di libertà.L’attuale  interpretazione contrasta con i principi generali del Trattato Europeo sulla economia di mercato di concorrenza . Una legge interpretazione autentica dell’articolo 18 che stabilisca che è giusta causa o giustificato motivo di licenziamento l’assenteismo ripetuto, l’ esigenza economica  di riduzione del personale  o di quel personale, il furto palese prima della condanna definitiva e così via, appare del tutto in linea con lo spirito originario dell’articolo 18 e conforme al Trattato europeo . Aggiungo che è, per altro fondamentale che si stabilisca che il datore di lavoro  in tale caso debba erogare a proprio carico una sostanziosa indennità di licenziamento, perché ciò induce le imprese a fare un uso prudente di tale diritto.Inoltre è da approvare l’attuazione dell’articolo 8 del decreto del governo Berlusconi che autorizza a derogare, con i contratti aziendali, alle attuali interpretazioni dell’articolo 18. Nato come messaggio di pace sociale e di collaborazione fra le parti sociali, lo Statuto dei Lavoratori  è diventato uno strumento di lotta e di odio di classe e di dirigismo neo corporativo . Ma , da quello che ho scritto, è chiaro che il superamento dell’attuale significato dell’articolo 18 non richiede affatto l’adozione del contratto unico nazionale di lavoro e il modello danese di tutela sociale a carico dello stato, che impedisce la libertà contrattuale nel campo del lavoro. Esso  spostando il costo del licenziamento sulla collettività deresponsabilizza le imprese e genera nuovi oneri per l’economia pubblica, incompatibili con l’economia di mercato, senza dare tutela al principio che “il lavoratore non è una merce”. f. forte loccidentale