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Negozi che tolgono le gomme dalla strada – Big society

Giovedì, 1 Settembre 2011

Pessima e dannosa abitudine quella di buttare le gomme da masticare per strada. Però, mentre da noi si incrostano sui marciapiedi rovindandoli per sempre, a Londra i negozianti di King’s Road si sono accordati e ogni mattina c’è un inserviente che le toglie. un esempio di bis society. in italia staremmo tutti a lamentarci senza fare nulla…temis

Con Londra è finito il multiculturalismo (by Introvigne)

Mercoledì, 10 Agosto 2011

THAILAND RAMADANla rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati – in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l’uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna. Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che – spiazzati dalla concorrenza degli iPhone – sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce – e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette “primavere arabe” – dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della “vie chère” in Francia, che – abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati – prepararono la Rivoluzione francese del 1789.Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento – ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica – del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell’immigrazione.La parola “multiculturalismo”, in realtà, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l’esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito “una narrativa comune”, un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità – cinese, italiana e giamaicana – che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d’ordine della sinistra e dei cosiddetti “professionisti dell’anti-razzismo” dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una “narrativa comune” alla canadese.I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere – all’interno, appunto, di una “narrativa comune” – in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l’uso di certe droghe “etniche” e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.In tempi di prosperità economica, era almeno mantenuto un certo ordine pubblico, non senza rivolte occasionali. In tempi di gravissima crisi economica e di disoccupazione maggioritaria tra i giovani, i quartieri “ingestibili” dalla polizia esplodono e la presunta gestione responsabile e separata da parte delle singole comunità etniche si rivela inaffidabile.Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L’alternativa, tuttavia, non è l’uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall’ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato. Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa  è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un’affermazione forte dell’identità e della storia della maggioranza – che in Europa è cristiana – e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d’ingresso a una “narrativa comune”.In Italia la situazione potenzialmente non è meno esplosiva che in Inghilterra. A Torino, per esempio, il venticinque per cento dei giovani tra i quindici e i ventinove anni non ha genitori italiani, e il problema della disoccupazione non è meno grave che a Londra. Quello che finora ci ha salvato da rivolte sullo stile di Tottenham – dove muore il multiculturalismo – e delle banlieue parigine, dove è morto l’uniculturalismo, è una “terza via” italiana che ha cercato di evitare i quartieri-ghetto monoetnici e, senza forzature alla francese, si è sforzata di proporre una offerta d’integrazione alle singole famiglie immigrate piuttosto che delegare un’ambigua “gestione separata” alle singole comunità. Ma anche la nostra non è solo una storia di successi, e la tentazione di percorrere strade sbagliate – per esempio, non mancano nel nostro Parlamento tardivi cantori del multiculturalismo – è sempre dietro l’angolo. M.INTROVIGNE LABUSSOLAQUOTIDIANA (foto via toscanorriverente)

Ferrara, se questo è un genio

Giovedì, 24 Marzo 2011

giuliano ferraraE’ ufficiale: ogni volta che appare in televisione, un milione di italiani afferrano il telecomando e cambiano subito canale, per tornare su Raiuno appena lui se n’è andato. Nonostante questo, qui di seguito “l’Espresso’ sfida le severe leggi dell’audience proponendo un altro Giuliano Ferrara show: una breve ma succosa antologia del suo alto pensiero politico – tutti dicono che è intelligentissimo – attraverso una selezione di sue dichiarazioni. L’eroico Ratzi «Avanzare i diritti di Dio nella vita pubblica è un messaggio di gigantesco coraggio da parte di Benedetto XVI». Due carati così «Insomma, se non posso uccidere per ragioni di principio io, illuminista a quaranta carati, dovrò pure interrogarmi con qualche coerenza etica e logica sull’aborto e sull’indifferenza verso le forme di vita embrionale che caratterizzano la cultura della liberta procreativa, e magari anche sull’eutanasia. O no?» Scusi, ha da accendere?
«Noi stiamo facendo di tutto per consumare come un cerino il senso stesso della famiglia».Forse non lo sai ma pure questo è amore «In realtà l’amore civile è un modello culturale prescrittivo, che vuole rubare la famiglia e l’antropologia cristiana e laica del matrimonio antico e moderno sotto il falso mantello dei diritti». Crocifisso da guardia «Noi siamo il paese delle libertà e della laicità cristiana. E’ anche il crocifisso che fa la guardia a queste libertà». Abrogazione gay «Ma il matrimonio omosessuale, nelle sue diverse forme e nei suoi diversi stadi, realizza anche di più: abroga un’idea di società e di giustizia che per alcuni valeva la pena o vale la pena di una difesa». No, per favore, no! «Penso che pubblicherò anche la fotografia dei miei testicoli». Imposta nazionale sugli embrioni
«Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario».E anche modesto
«Mi ritengo un uomo leale, intelligente, spiritoso, malizioso e piuttosto belloccio». L’outlet delle mestruazioni
«L’abrogazione mediante pillola del ciclo mestruale ?‹ parte di un pacchetto della contemporaneit?€? offerto in saldo commerciale alle donne in nome del primato universale del corpo desacralizzato». Mamma mia come sono intelligente «Il relativismo è una forma di dogmatismo laico, perché affermare che non esiste una verità assoluta equivale ad affermare una verità assoluta. Seconda Repubblica o quarto Reich? «Sta risorgendo l’eugenetica, una visione del mondo che ebbe la sua fortuna anche nel mondo libero, ma sulla quale il nazismo avrebbe dovuto aver detta l’ultima parola». Hic sunt leones «Se diventasse ovvio, scontato, di buon senso, scegliere un figlio e fabbricarlo come lo si desidera, in prima battuta sano e poi vediamo quali caratteristiche debba o non debba avere, sarebbe abrogato il confine che ci separa da una sofisticata rupe Tarpea». Vedo, prevedo, stravedo «Noi vediamo nel seno delle gestanti quel che non vedevamo prima, che non esistono feti ma bambini». Per non parlare del bacio con la lingua «Il preservativo è il viatico dell’aborto». Sono l’ispettore Ferrara, della omicidi
«Le interruzioni di gravidanza sono un omicidio perfetto. Punto». Giulià il Chimico «Siamo tornati a immettere il veleno nel corpo delle donne per abortire: cos’altro è la Ru 486 se non il prezzemolo moderno?». Ad amarlo, invece, si guadagnano 3000 euro a puntata «A odiare Berlusconi che cosa ci si guadagna, a parte il fremito e il parossismo che ogni odio gratuito comporta? Niente». a. capriccioli espresso

Niente pubblicità in centro – consigli ad Alemanno

Mercoledì, 5 Gennaio 2011

Londra è la capitale del consumismo. Eppure nessuna pubblicità deturpa le vie del centro. niente cartelloni sui muri, niente cartelloni sui marcepiadi. se la volete, la trovate negli appositi spazi nella metropolitana. non ci sembra che il commercio subisca alcun pregiudizio. anzi. Perchè, illustre sindaco Alemanno, non trascorre un w.e. di studio a Londra?

Leggi via internet a Londra

Mercoledì, 29 Dicembre 2010

La democrazia diretta sbarca a Westminster e il Parlamento britannico diventa come X Factor, il popolare talent show televisivo: per recuperare i consensi perduti a causa dei tagli al Welfare, il premier David Cameron lancia l’e-petizione popolare sul web, e assicura che una proposta sottoscritta da almeno 100mila cittadini sarà discussa dal governo, avrà una corsia preferenziale e verrà trasformata in disegno di legge. Nessuna garanzia di approvazione, ma di attenzione sì. “In un tentativo dei sempre più preoccupati strateghi di Downing Street – scrive il Guardian – di avvicinare gli amministratori inglesi alla vita quotidiana dei cittadini”. L’iniziativa è un pallino del Manifesto conservatore di Cameron, ma viene demolita dai laburisti, che parlano di “proposta populista”. Downing Street non se ne cura e prepara lo sbarco sul web. L’idea sarà lanciata all’inizio del prossimo anno sul sito del governo (Direct. gov. uk), e a presentare le petizioni popolari online, potranno essere solo i cittadini con diritto di voto. Il governo medita anche di coinvolgere Facebook e altri social network, in modo da creare spazi di discussione su tutti gli argomenti. “Certo, è un progetto che potrebbe portare dei rischi – spiega al Guardian una fonte vicina al premier – potrebbero arrivare alla Camera dei Comuni proposte molto gettonate, come il ritiro della Gran Bretagna dall’Europa, ma non possiamo rinunciare a più trasparenza e ad ascoltare le istanze che arrivano dai cittadini”. La  democrazia diretta, però, rischia di trasformarsi in un boomerang per l’alleanza tra lib-dem e conservatori. Grazie al potere di Internet, il Parlamento potrebbe essere costretto a discutere proposte scomode, come l’abolizione delle tasse, o politicamente scorrette, come l’introduzione della pena di morte. “La blogosfera – attacca il deputato laburista, Paul Flynn – non è un’area riservata ai discorsi sensati. Ci troveremo davanti a petizioni che chiedono la nomina a premier di Jeremy Clarkson (un popolare presentatore televisivo, ndr), o il riconoscimento ufficiale delle religioni animiste”. I laburisti, infatti, hanno solide ragioni per dubitare del potere di Internet. Durante il vecchio governo progressista, fu introdotto uno spazio di proposte online, che provocò non poche difficoltà all’ex inquilino di Downing Street: una petizione sottoscritta da due milioni di persone, chiedeva l’abolizione dei pedaggi autostradali. In centomila, invece, firmarono per le dimissioni da premier di Tony Blair. A. mattone repubblica

La sinistra di Blair è ancora la “Londra da bere”

Venerdì, 3 Settembre 2010

Potreste criticare Tony Blair per la vita agiata da conferenziere che conduce da quando ha lasciato la politica inglese, oppure per l’attendismo con cui gestisce la complessa crisi mediorientale. Ma ascoltare l’ex premier quando ricorda il New Labour e i lunghi anni trascorsi al potere in Gran Bretagna fa capire perché la sinistra inglese è stata competitiva e vincente per così tanti anni prima dell’arrivo di Cameron. Leggere “Un viaggio”, il nuovo libro di Blair, è un buon viatico per le tristi e appannate classi dirigenti democrats del Vecchio Continente, sempre in affanno dietro a una destra che non cede il passo pur vivendo la fine di un lungo ciclo rivoluzionario. I veri rivoluzionari della nostra epoca sono i riformisti di carisma, e Blair, con il suo sorriso sornione, ha saputo declinare con serietà entrambe le qualità. Il suo successore sconfitto, Gordon Brown, è apparso invece troppo ingessato, “un disastro” dal punto di vista catodico. Ma non di solo look si parla. Blair riuscì a vincere e a governare con una ricetta che è andata misteriosamente perduta nella storia della moderna sinistra europea, nonostante fosse un progetto tattico e strategico vincente. Rubare le parole d’ordine del movimento conservatore per riscriverle in uno spartito progressista. Obama, che ha preso un’altra strada, sta incontrando problemi molto più gravi. Probabilmente ai “social conservative” si drizzerebbero i capelli davanti al Blair-pensiero su race & gender o sulla sessualità, ma prendete il discorso sulla sicurezza: “Ritengo che la cosa più orribile per la gente che vive in aree dove ci sono alti tassi di criminalità, vandalismo e comportamenti anti-sociali, sia sperimentare la natura distruttiva di questo tipo di cultura”, ha detto parlando del suo nuovo libro. “Law and order”, lo slogan che gli elettori amano sentirsi ripetere da 30 anni a questa parte e che probabilmente non è solo retorico populismo ma un bisogno concreto. Blair capì che la rivoluzione conservatrice nasceva dal fatto che l’individuo era tornato al centro della scena sul palcoscenico che gli era stato rubato dall’invadenza dello Stato. Scelse la giusta miscela di Stato e libertà individuali ed è per questo che ancora oggi può difendere orgogliosamente i risultati ottenuti nella riforma del welfare, dell’assistenza sanitaria e dei servizi pubblici, questioni che insieme alle tasse e alla sicurezza determinano l’esito di una elezione. Lo Stato può aiutarmi ma alla fine sarò sempre io a decidere cosa fare, una visione che avrebbe potuto spazzare via il paternalismo tipico della sinistra europea anche se non è accaduto. La domanda che dovremmo sempre farci è “quanto procedono velocemente le riforme?”. Una generazione di giovani europei è rimasta affascinata dalla “Londra da bere” degli anni Novanta, la metropoli dove la disoccupazione si combatteva con mille part-time e con il sussidio quando restavi a secco per un po’. La chiarezza d’intenti di Blair è anche nella decisione di invadere l’Iraq al fianco degli Stati Uniti di George W. Bush. “L’11 Settembre ha modificato del tutto la mia visione delle cose e il calcolo dei rischi”, ricorda. Era la determinazione del cold-war liberal pronto a battersi contro il totalitarismo, senza guardare troppo ai sondaggi che andavano e vanno nelle direzione opposta. “La ragione di questo mio convincimento è che l’11 Settembre fu un evento scioccante in cui in un solo giorno avrebbero potuto morire anche 300.000 persone”, nessuna autocritica, solo qualche dubbio sulle armi di distruzione di massa. In questi otto anni di guerra Blair è rimasto l’unico a difendere George W. Bush e le ragioni progressive della brutta avventura in Iraq. I guru della sinistra la definirebbero una posizione stupida ma proprio chi si sente una spanna al di sopra della gente comune al momento del voto finisce una tacca sotto i suoi avversari. A Blair non è accaduto.  (r.santoro l’occidentale)

I ministri inglesi a piedi e i nostri quando?

Mercoledì, 26 Maggio 2010

bicici sono stati tre attentati terroristici a londra. eppure i ministri vanno a lavoro a piedi. e i nostri cosa fanno?

Blair: “Avevo paura di convertirmi”

Domenica, 14 Dicembre 2008

Avrebbe voluto avere più coraggio, Tony Blair. Osare un po’ di più. E mostrare apertamente a tutti chi era in realtà: un uomo di fede. Invece ha avuto paura. Della gente, dei media, e di come lo avrebbero giudicato. Così si è tenuto tutto dentro. Compreso il suo spirito d’appartenenza: la Chiesa cattolica, non quella Anglicana. E ha aspettato la fine del suo viaggio politico prima d’attraversare il Rubicone dell’anima: la conversione. «Se l’avessi fatto quando ero ancora premier avrei causato un tale chiacchiericcio», ha confessato Blair in un’intervista alla BBC. Ma non fu solo una questione d’opportunità e apparenza. «La gente – ha confidato l’ex primo ministro britannico – in un certo senso non è a suo agio se pensa che chi li guida ha dei valori spirituali».

Ecco allora che Tony Blair, nei suoi 10 anni a Downing Street, si limita, tentenna, decide di adottare un profilo basso. Ma dietro quel ragazzo che varca il numero 10 con la chitarra in mano e invita a «palazzo» i grandi nomi della Cool Britannia – un nome su tutti, gli Oasis – si cela in realtà un uomo profondamente religioso. «La fede sta alla base della mia vita», ha detto Blair, «e ho trovato triste che, come primo ministro, non ho potuto parlarne apertamente. Forse sono stato troppo sensibile, o troppo cauto, ma ad un certo punto arrivai alla conclusione che se avessi iniziato a parlare di religione tutto sarebbe stato più difficile». Una posizione diventata legge all’interno del suo staff.

Noi non ci occupiamo di Dio», se ne uscì un giorno Alastair Campbell, il suo stratega della comunicazione. Una frase che ha fatto storia. Eppure chi gli stava vicino sapeva che la verità era un’altra. «Non posso dire che la cosa mi sorprenda», ebbe a dire Campbell quando finalmente Blair decise di convertirsi. «La fede conta moltissimo per lui». Tanto che, nelle terribili ore in cui l’ex premier dovette decidere se mandare o meno le truppe in Iraq, Tony Blair si affidò alla preghiera. «Alla fine», rivelò l’anno passato davanti alle telecamere di ITV1, «se credi in questo genere di cose, ti rendi conto che una tale decisione è presa anche da altre persone, e se credi in Dio, anche Dio ne è partecipe».

Detto questo, l’elemento religioso restò un dettaglio privato anche nei momenti più duri e delicati della sua avventura politica. Una scelta che, con il senno di poi, Tony Blair giudica fin troppo «severa». «Probabilmente – ha detto nell’intervista rilasciata al programma Christmas Voices – avremmo potuto essere un po’ più avventurosi su questo punto senza per questo far crollare tutta la casa». Ma è sulle ragioni che lo hanno spinto ad abbracciare la confessione cattolica che Blair si sofferma più a lungo, cercando di far chiarezza. Una volta per tutte. «Non si è trattato di una mancanza di rispetto nei confronti della Chiesa anglicana – ha spiegato Blair – ma una decisione totalmente personale. La mia famiglia va a messa, i miei figli sono stati educati al cattolicesimo – la moglie Cherie è cattolica – e io stesso sono andato a messa per 25 anni: la piena comunione mi è sembrata quindi la mia casa naturale. Non ho mai avuto grandi dispute dottrinali con la Chiesa anglicana. Non è stato niente di tutto questo: solo una decisione personale». Una decisione che, secondo i maligni, non è arrivata prima della sua discesa nell’agone politico per evitare ogni incidente di percorso.

Se, infatti, non vi sono leggi che impediscono ad un cattolico di diventare primo ministro, un premier cattolico la Gran Bretagna non ce l’ha mai avuto. E le consuetudini, all’ombra del Big Ben, contano quanto le leggi scritte. Una teoria, questa, che Blair ha però negato vigorosamente. «Può darsi che a quel tempo stessi attraversando un’altra fase del mio percorso. Spero – ha poi aggiunto – che non ci si trovi in una situazione in cui non si possa avere un primo ministro cattolico. E ad essere del tutto onesti, non credo che alla gente faccia alcuna differenza dal punto di vista politico». E qui le cose si complicano un pochino. Politica e fede (cattolica), in Gran Bretagna, non vanno a braccetto con tanta facilità.

«Credo che una delle sue preoccupazioni fosse il processo di pace in Irlanda del Nord», ha spiegato Catherine Pepinster, direttrice della rivista cattolica The Tablet. «In quella fase alcune persone avrebbero potuto essere a disagio nel vedere il primo ministro convertirsi alla Chiesa cattolica».

Non solo. C’era pure una sorta di conflitto d’interessi da mettere in conto. Come avrebbe potuto, si domandano altri, continuare a nominare i vescovi della Chiesa d’Inghilterra? La politica, dunque, conta eccome. Tanto che Blair, non appena abbandonato il suo scranno da parlamentare, ha dato vita alla «Tony Blair Faith Foundation», la cui missione è sanare le incomprensioni esistenti tra le maggiori religioni del mondo. «Nel comprendere la fede degli altri s’impara a rispettare – non tollerare, rispettare – anche le altre persone», ha detto ancora Blair nell’intervista. «Il mio punto di vista è che dove c’è ignoranza c’è paura e dove c’è paura c’è conflitto. Al contrario la comprensione porta spesso l’armonia».

(continua…)

Divorzia per tradimento virtuale su Second Life

Venerdì, 14 Novembre 2008

Primo divorzio al mondo, scatenato da un «tradimento virtuale»: una coppia britannica si è separata perchè la moglie si è accorta che il marito aveva una relazione extramatrimoniale nel mondo virtuale di "Second Life".

Non solo l’uomo: ha infranto la sua promessa di fedeltà coniugale con una prostituta… ovviamente virtuale. Entrambi appassionati del mondo virtuale di "Second Life" -la comunità tridimensionale che consente di riprodurre a proprio piacimento una seconda vita on-line- Amy Taylor e David Pollard si erano conosciuti nel maggio del 2003 e innamorati attraverso una chatroom su Internet. I due erano così presi dal mondo virtuale che il giorno in cui si erano sposati, nel luglio del 2005, avevano replicato la cerimonia anche su "Second Life". Ma alla fine proprio la rete on-line che li aveva legati li ha separati.

Secondo il Daily Mail, i due trascorrevano quasi più tempo su Internet che nella vita reale. E un giorno la donna ha scoperto l’avatar (l’alter ego) del marito in una posizione compromettente con una prostituta. «Sono diventata pazza: ero così ferita che non potevo credere a quel che era successo». Ma Amy non ha gettato la spugna: usando la moneta virtuale (il Linden Dollar) utilizzata dai ‘residentì, ha assunto un detective per indagare sull’adulterio. Ma quando nell’aprile di quest’anno ha scoperto il marito (o meglio, il suo avatar…) in un’altra situazione poco edificante non ci ha visto più. «Abbracciava una donna su un sofà e l’atteggiamento era molto affettuoso».

Secondo Amy, il marito faceva cyber-sesso con un’utente in Usa e per quanto i due non si fossero mai incontrati di persona, Amy si è sentita ugualmente tradita: «Gli ho chiesto di farmi leggere le conversazioni, ma lui ha spento il computer: ha confessato che aveva contatti con una donna americana da una settimana o due, ma ha detto pure che il nostro matrimonio era finito, che non mi amava più e che non avremmo mai dovuto sposarci». Domani, la donna andrà dal giudice per chiedere il divorzio. Pur disperata, la signora non si è data per vinta: «Vado ancora on-line, ma non così tanto come prima». E si è già un pò consolata: «Ho conosciuto qualcun altro e viviamo insieme. Sono molto felice: so che suona strano, ma mi fa bene».

Il marito, che ha conversato con il Mail solo su "Second Life", ha detto che «non pensa di aver fatto nulla di male»; e ha aggiunto che il problema non era «Second Life», ma la sua relazione con quella che, per tre anni, è stata la moglie. «Non ha mai fatto nulla in casa: stava solo al computer a fare giochi di ruolo. E se volevo trascorrere un pò tempo con lei, glielo dovevo chiedere, ma lei si staccava sempre a fatica».

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La crociata contro i ritocchi delle foto delle star parte da Londra

Lunedì, 24 Dicembre 2007

LONDRA – Basta con le foto ritoccate sulle riviste di moda, perché danno un’immagine distorta della realtà, presentando modelli irreali e irraggiungibili. Il diktat arriva dalla British Fashion Council, organizzatrice e promotrice della settimana della moda londinese, che ha scritto una lettera alla British Society of Magazine Editors e alla Periodical Publishers Association, ma anche alla Advertising Association per quanto riguarda la pubblicità, affinchè la smettano con la manipolazione digitale delle immagini, chiedendo al contempo cosa si possa fare per risolvere definitivamente la questione.

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