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Estinzione dell’Occidente e istruzione femminile…

Martedì, 6 Dicembre 2011

«ti auguro una morte lunga e dolorosa», mi scrive Alessio. «Coglione di merda!», mi definisce Francesco. «Dimostri di essere proprio un deficiente totale!!!», scrive qualcuno che si firma “Iscritto PD”. «Sei un poveretto che di libri sicuramente non ne legge e di figli sicuramente non ne ha», mi fa sapere Erika, con la kappa. Angela mi considera «un’idiota», con l’apostrofo. Marta mi dà dell’impotente e Marco del lassativo: «Fai cagare». Decine di messaggi iniziano o finiscono con la stessa parola, «Vergogna», differenziandosi solo per il numero di punti esclamativi. E poi ovviamente sarei fascista, razzista, sessista e, forse un po’ meno ovviamente, «ignorante all’ennesima potenza», «pezzente», «laido figuro», «mentecatto troglodita». Ma cosa ho fatto per meritare cento mail di insulti e la riprovazione di tutti i social network? Ho semplicemente dato un’informazione, ovvero che c’è una relazione diretta fra estinzione dell’Occidente e istruzione superiore femminile. Che laddove le facoltà si affollano si svuotano le culle, che più lauree significano meno matrimoni e meno bambini. Ne hanno scritto tre ricercatori della Harvard Kennedy School of Government: Ina Ganguli, Ricardo Hausman e Martina Viarengo. Mentecatti trogloditi pure loro? Lo ha affermato pubblicamente David Willetts, il ministro inglese dell’Università e della Scienza. Anche lui, che fra l’altro ha studiato a Oxford mica a Fisciano, ignorante all’ennesima potenza? Mi domando come mai la realtà venga subito scambiata per provocazione. Secondo Marcella (anche stavolta tralascio per pietà il cognome), il mio articolo denunciava «un desiderio profondo di istituzionalizzazione della violenza sessuale, un progetto che Berlusconi, di cui lei e il suo padrone siete stati tra i più viscidi servi, aveva osato intraprendere». È sempre colpa di Berlusconi e quindi, di riflesso, di Belpietro, che da questa mail apprendo essere il mio padrone (la prossima volta che mi telefona gli rispondo «Sì, buana») Schiere di laureate e laureande si sono dichiarate offesissime, ipotizzando che col mio articolo volessi imporre l’analfabetismo femminile per difendere il mio privilegio di maschio laureato. (A criticarlo anche Selvaggia Lucarelli, sempre su Libero. Clicca per leggere l’articolo). Mi tocca deluderle: non sono laureato. Di più: non ho mai frequentato l’università. Ancora di più: non ho mai nemmeno messo piede in un liceo. Ciò non mi ha impedito di leggere alcune migliaia di libri e di scriverne otto (il nono è in gestazione) pubblicati presso i più prestigiosi editori italiani. Io sono felice che le donne leggano e sarei felicissimo se leggessero Roberto Volpi. Chi è costui? È lo statistico che ha creato, presso il ministero del Lavoro, il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, è l’autore di un tot di libri fra i quali La fine della famiglia (Mondadori), è un pozzo di scienza demografica che oggi sarebbe come minimo sottosegretario se il governo Monti fosse davvero tecnico come millanta di essere. È lui il vero ispiratore dell’articolo tanto contestato. Volpi mi ha concesso di leggere in anteprima il suo prossimo libro, Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, da cui traggo il seguente virgolettato: «Il decennio che dai venti porta ai trent’anni, il decennio d’oro delle donne per concepire dei figli, è diventato un decennio poco utilizzato e che tende ad esserlo sempre meno per questa funzione. Quando le coppie arrivano alla scelta del figlio la donna nella grande maggioranza ha già alle spalle il periodo fecondo per eccellenza». Volpi fa lo scienziato, io invece faccio il giornalista e ho bisogno di sintesi per cui gli ho subito telefonato: «Questo rimandare la riproduzione discende per caso dal fatto che sempre più donne bruciano il loro decennio d’oro fra università, post-università, master ed Erasmus?». Risposta (sintetizzata): «Sì». Insisto: «La causa principale del crollo demografico non potrebbe essere invece la mancanza di sostegni alla maternità, di asili nido, bonus bebè eccetera?». Risposta (non sintetizzata): «No. Le politiche nataliste degli Stati nordeuropei sono riuscite a recuperare appena due o tre decimi di punto nei tassi di fecondità, che rimangono sotto la soglia di sostituzione». Questa è la realtà dell’estinzione prossima ventura: la si può guardare in faccia oppure mi si può augurare una morte lunga e dolorosa. Chissà quale dei due atteggiamenti è il più proficuo. (Leggi anche l’articolo di Nicolas Farrell: mia moglie è una marziana, casalinga, colta con 5 figli). c.longoni libero