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Luttwak: l’Italia o esce dall’euro o muore

Mercoledì, 12 Giugno 2013

Di euro si muore». Edward Luttwak scandisce questo motto così, con l’aria di chi forse sta un po’ esagerando, ma neppure tanto. Perché l’Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una «non vita da zombie»nel segno di un’austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un’opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l’Europa.

L’economista di Arad a volte è spietato, ma se lo fa è perché non crede nelle illusioni. Non ha mai pensato che l’euro fosse la mossa giusta per l’Italia. Siamo finiti, per scelta, nella casella sbagliata. E lui lo dice dal 1996. Scriveva. «Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva, anche allora, tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo for­se di serie B? E così l’Italia commise un grande errore».

Luttwak come Cassandra?

«Spero di non fare la stessa fine. Non sono un veggente e non dialogo con gli dei. Forse so leggere la realtà».

Una moneta non è una guerra?
«Sì, ma le conseguenze economiche a volte sono le stesse ».

L’Italia è in un vicolo cieco?
«No. Può scegliere».

Cosa?
«Va via dall’euro. Sceglie un’altra moneta. Potrebbe tornare alla lira, ma io consiglio il baht thailandese. Questo significa che i ricchi italiani pagheranno molto di più le vacanze a St. Moritz e una Mercedes costerà un occhio della testa, però vedremo i muri tappezzati di avvisi con scritto: cercasi operaio specializzato.

Le aziende italiane tornano a esportare, la Fiat farà 34 turni di lavoro, la produzione cresce, la disoccupazione scende e finalmente l’economia italiana torna a vivere. Adesso è praticamente morta».

Sembra facile.
«Non è facile per niente. Perché c’è un prezzo da pagare altissimo. Farà male».

Tipo?
«Le banche falliranno».

C’è già la fila a ritirare i soldi.
«Ho detto che le banche falliranno, come imprese. I correntisti non rischiano. Non perdono i soldi».

L’alternativa?
«Restare nell’euro, con un’economia da morti viventi. Non si uscirà mai dalla crisi. Immagini questa situazione che si protrae per cinquanta, cento anni o per sempre».

Apocalittico.

«Non posso farci nulla. L’Italia ha firmato un patto con l’Europa. Il primo dovere è portare il deficit annuale a zero. Questa è già un’impresa. Significa tasse e tagli insopportabili.

Ammettiamo però che ogni italiano accetti di diventare sempre più povero e senza futuro. Tutto questo non basta. L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 40 miliardi. Sa cosa significa? Equivale a 10 Imu. Non ti riprendi più».

I patti con l’Europa si possono rivedere, cambiare.
«Non c’è dubbio. Ma ai tedeschi non conviene. Non vogliono cambiare nessun parametro. A costo di uscire loro dall’euro. E senza la Germania questo euro non è più l’euro».

 

O noi o loro?
«Esatto. Vede, ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario.
Ma la zona euro fatta su misura per i paesi del Nord Europa, fosse in un’area monetaria più adatta alla sua economia. Siete come chi vive in un’isola del Mediterraneo e vuole frequentare un club di Amburgo. Il solo andare e venire ti manda in rovina».

Può esserci euro senza Italia?
«Ma all’Italia conviene l’euro? Io penso di no. Tu staresti in un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il tuo futuro? Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è uno stupido. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso».

Siamo diventati così periferici?
«Per niente. Non è una questione di periferia, ma di interessi. Quelli italiani non sono gli stessi del Nord Europa. L’Inghilterra sta fuori e non è periferica. Ritiene invece che gli affari della Germania sono diversi dai suoi. L’economia italiana è così poco periferica che sta creando guai in tutto il mondo».

 

Cioè?
«L’Europa e l’Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti. Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L’Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l’Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito.

Certo, gli italiani possono appiccicarsi la medaglietta dell’euro, ma non esportano più. Se questi politici rispettabili si guardassero in giro e facessero una scelta razionale, cambierebbero subito valuta. I greci avrebbero dovuto farlo subito. Gli spagnoli ancor prima ».

Non le piace l’Europa, confessi.
«Non mi piace un’oligarchia che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli individui, di notte, come fanno i ladri».Vittorio Macioce per “Il Giornale

 

La cultura malata di “melandrite”

Sabato, 20 Ottobre 2012

La melandrite non arriva mai per caso. Era un ve­nerdì 13, di aprile. La no­tizia che il Maxxi è stato commissariato non è più un segre­to.

 

Giovanna Melandri scrive su Twitter: «Mi dispiace molto per il Maxxi ma confido che il ministro Ornaghi sappia trovare una solu­zione ». Veggente. Non dite adesso che è solo questione di fortuna. Queste cose le melandrine le stu­diano fin da piccole. Sono strategi­che. Sanno sentire il vento. Non sbagliano mai una scia. Sanno quando è il momento di arricciare il naso, muovere lentamente i ca­pelli biondini dolcemente ondula­ti e dire la frase giusta quando ser­ve. Sentono che non verranno ri­candidate, si dimettono da deputa­te si riciclano in un museo. Sono na­te con il paracadute incorporato. Le melandrine scrivono su Twit­ter per testimoniare al mondo: io ci sono. È così che Ornaghi l’ha vista. È stata la prima ad alzare la mano. Nella vita in fondo è questo ciò che conta. Il resto è noia. Le melandri­ne le trovi sempre negli incroci giu­sti. C’è un teatro occupato? Ci so­no. C’è una manifestazione al Co­losseo dove si può gridare «abbrac­ciamo la cultura »?Subito l’abbrac­ciano. C’è un aperitivo all’Audito­rium? Cin Cin. Hanno cominciato a leggere Franzen quando hanno scoperto che tifava Obama e han­no provato anche a buttarsi nel bird watching , ma non fa per loro. L’ambientalismo è bello in città,do­ve ti vedono tutti. Le melandrine so­spirano per la sorte di Wallace, ma di lui hanno letto solo le cose brevi.Infinite Jest no, quello si può legge­re solo quando uno ha molto tem­po e rigorosamente in lingua origi­nale. Capita poi che le melandrine cadano nella loro parte oscura. Fanno cose trasgressive di cui ci si deve vergognare. Tipo ballare sui tavoli in un locale di Briatore con la scusa del mal d’Africa, che fa tanto Karen Blixen. Le melandrine han­no occhiali viola e le ballerine per­ché sono giovani dentro, sono gio­vani sempre. Lo capisci da quello che scrivono. I loro tweet sono una litania infinita di wow, grande, me­raviglioso, stupefacente, dairagaz­ze che siamo le migliori! Sono le ve­stali della religione esclamativa. Leggono tutto, proprio tutto. Basta che stia negli scaffali dei libri da au­togrill o nei mercatini certificati dal­la sinistra veltroniana. Va bene Ascanio Celestini ora che non puz­za più di periferia. Vanno bene i rea­ding su Gadda ma solo se c’è Fabri­zio Gifuni. Va bene il Valle ma se è occupato e la Guzzanti che però ogni tanto fa la pazza. Il calcio è bel­lo quando parla Zeman. Sono così tenere che hanno perdonato a Elio Germano di aver fatto un film con Carlo Vanzina. Poi lui si è riscattato e lo invitano in tutti i luoghi e in tutti i laghi dove la cultura è social. Tutto quello che passa da Fazio è da non perdere. Non perdono Sa­viano. Non perdono un Toni Servil­lo, uno Stefano Benni, un Roberto Cotroneo conosciuto da giovane quando sul Sole 24Ore stroncava tutti e si firmava Lancillotto e si commuovono quando Renzo Pia­no ricorda la sua amicizia con De André. Un tempo amavano Baric­co, ora lo trovano troppo leggero. I romanzi sono come la moda, pas­sa. Adesso hanno scoperto Walter Siti e se a cena le insulta, ridono. In certi momenti di malinconia dico­no di sentirsi come in certi quadri di Hopper, scoperto una mattina d’inverno in via del Corso a Roma. Hanno perdonato a Ferdinando Adornato ogni cambio di casacca, tranne quello di essere stato berlu­sconiano.La solidarietà femminile vale per tutti tranne che per la Minet­ti. Forse perché hanno paura di trovare qualco­sa di loro in lei o di lei in loro. Poi si rassicurano a vicenda dicen­do che non han­no mai fatto l’igienista den­tale. Arrivate a una certa età si svelano filantro­piche e lancia­no fondazioni che pubblicizza­no con concetti di alta filosofia. Tipo questo, scritto dall’ono­revole Melan­dri in persona il 27 agosto: «Quantoèuma­na la filantro­pia ». C’è del ge­nio, alla Fantoz­zi. Un mese pri­ma, giorno di inaugurazione delle Olimpia­di, un’altra illu­minazione: «An­che la Namibia come il Kenya ha portabandie­ra bianco… Glo­bal melting pot… Mica ma­le… ». Notare i puntini. Li ado­rano. Per giusti­fi­carli sostengo­no che sono co­melepauseedo­ardiane. In real­tà è che pensa­no che così si crei un’emozio­ne. Quando poi si sentono metafisiche li mettono per sottolineare il mistero e l’incan­to dell’universo. Una volta sono an­date tutte a sentire Margherita Hack e tornando a casa, sbadiglian­do, continuavano a ripetere: che donna! Tanto che Giovanna non è riuscita a resistere e ha abbracciato la cultura (scientifica), scrivendo: «Questa cosa che l’universo potreb­be espa­ndersi all’infinito o contrar­si in un puntino… grande Margheri­ta Hack su cosa scommetti?». Sul pareggio.Ecco perché Ornaghi ha fatto la scelta giusta. Giovanna Melandri è perfetta per il Maxxi perché il Ma­xxi è una scatola vuota. È perfetta perché, come ricorda lei stessa, è «la madre del Maxxi». Ed è un nor­male che un ministro battezzi un museo per poi andarlo a dirigere. È perfetta perché ora che l’hanno li­cenziata da parlamentare del Pd non aveva nient’altro da fare. Ma soprattutto se l’è meritato. Come a scuola. È stata la più veloce ad alza­re la mano. v. macioce ilgiornale

Quelle risate tra nemici che l’Italia non capisce

Lunedì, 26 Marzo 2012

La foto. Lui ha gli occhiali, i capelli bianchi, il sorriso quasi tenero e la guarda senza girare del tutto il volto, comunque divertito, spezzando per un attimo ogni traccia di austerità.

 
Lei è più alla mano, si vede, la testa è leggermente tirata indietro, la risata è più vera- non ha le inibizioni dell’uomo – con le meches, il collo arrossato e gli occhi chiusi che non trattengono l’allegria. Lei ha davanti l’acqua, lui un bicchiere di vino mezzo vuoto (o mezzo pieno). Davanti, come dimenticato, un vassoio di dolci, s’intravedono tre marron glacè. La foto, si diceva, e uno potrebbe pensare che come questa se ne sono viste tante. È una pausa conviviale sul lago di Como, a Cernobbio, durante un forum della Confcommercio, solo che un attimo dopo l’anomalia si fa evidente, c’è qualcosa che non torna, non nella foto, ma nell’atmosfera. Quei due ridono. Ridono, porca della miseria. Come se tutto il resto non esistesse o stesse dall’altra parte della parete, sul palcoscenico, lì dove si apre il sipario della finzione e, come cantava il Caruso di Dalla, ogni dramma è un falso. Lì, nella contea nordica dei Gallio, nobiltà scomparsa, la politica arriva solo come un rumore di scena. Fuori c’è un mondo, con il suo canovaccio dove ogni commediante ha la sua parte e recita a soggetto, e gli spettatori si accapigliano e rumoreggiano,tifando per l’uno o per l’altra, discettando di diritti e morale, come se quelle parole e quei gesti fossero vita. E il bello è che gli spettatori siete voi. Siamo noi. Ecco cosa c’è di stralunato in quella foto. Lui sorride, lei ride. E i due sono Mario Monti e Susanna Camusso.Allora a noi spettatori all’improvviso increduli viene con un po’ difastidio da urlare:ma che ridete? Che c’avete da ride . Non c’era là, fuori da Cernobbio, il muso a muso sull’articolo 18? Che fine ha fatto la contraddizione insanabile sulla riforma del lavoro, con la Cgil che evoca i fantasmi dell’operaio massa e il governo dei tecnici con il loro bagaglio di cattedre bocconiane, di buona borghesia metropolitana e nordista, di regolamentari camicie azzurre e giacche blu libere finalmente dal rigore invernale del loden? Non c’è.O meglio,esiste come rappresentazione. È simbolismo, è narrazione, è interessi, è identità, è senza dubbio soldi e perfino sopravvivenza, custodia della poltrona, che poi è l’istituzionalizzazione del ruolo. Ma la vita è altrove. Questo non significa che la politica sia solo un’inutile menzogna, ma che quando si presenta nuda, senza i costumi,spiazza l’elettorespettatore. La foto di Cernobbio è un fuori onda. E sembra irreale perché abbiamo bisogno dei nostri mostri. È chi sta dall’altra parte del palcoscenico che sente il bisogno di mettere la maglietta con scritto «la Fornero al cimitero». Sono per noi i litigi a cena con gli amici su destra e sinistra. È al di là del teatro che gli antiCav disprezzano i Cav. Questo non capita ai commedianti. O davvero credete che Di Pietro sia l’acerrimo nemico di Berlusconi? No, anzi, Tonino per un momento ha tremato quando il Cav ha lasciato Palazzo Chigi.Si è sentito come l’attore a cui stavano sforbiciando la parte. È come nell’epopea dei Pupi siciliani. A cosa serve Gradasso senza Orlando o Agrimante senza Rinaldo? È così che Di Pietro senza Berlusconi deve inventarsi un altro canovaccio. Solo qualche volta capita che l’antipatia personale, la vita, prenda il sopravvento sulla messinscena. Accadde con Berlinguer e Craxi, e questo segnò il destino della sinistra italiana. È successo nel divorzio tra Fini e il Cavaliere. Un colpo di scena irrazionale dove l’attore per una volta ha vinto sul personaggio. Non si sopportavano più, non si vedevano,urticanti l’uno per l’altro, senza fiducia, senza rispetto. Il paradosso è che critici e spettatori fecero di tutto per far credere che quel litigio fosse solo un’improvvisazione, un artificio, la brutta storia di cinici sceneggiatori.
Videro la vita e pensarono fosse teatro, magari perché troppo abituati al teatro. E invece non sarà facile vedere Silvio e Gianfranco ridere come Susanna e Mario. La foto, appunto. Se qualcuno di voi si è chiesto, allora, cosa avesseroda ridere lui e lei non deve pensare nulla di male. È quello che accade nel retrobottega del Palazzo. Certo, può anche accadere che due attori non si sopportino davvero. Succede, succede spesso, anche a Hollywood, ma non ha nulla a che fare con la politica. La politica la fate voi, non loro. Voi, spettatori, potete togliere il saluto a un condomino per una scelta di campo, per un commento in più. Non loro. La bella, disillusa verità è che in politica di solito nessuno si odia. V. Macioce ilgiornale

I fighetti di Fini

Mercoledì, 14 Aprile 2010

I fighetti sono tutti come Willy il Coyote. Il rischio è passare tutta una vita a teorizzare, organizzare, studiare trappole e trabocchetti, per arrivare alla fine della storia con il solito finale: Beep Beep è scappato anche stavolta.

Lucia Annunziata nella lettera sul Riformista non ha scritto proprio così, ma il messaggio è un po’ quello. Lei sta dalla parte di Fini. Ne condivide le scelte. Applaude la svolta. Ma tocca un punto sacrosanto. Fini dopo le regionali non fa i conti con la sconfitta. Ha chiuso gli occhi e si è tirato un po’ più in là, scrollandosi la polvere dalle spalle. L’illusione è quella di poter andare avanti come se nulla fosse, come se tutto fosse come prima. Così non è. Le fondazioni non bastano. Non basta Farefuturo. Non basta la corrente virtuale di Generazione Italia. Fini deve chiedersi come mai non prende voti. Il consiglio è guardarsi intorno. Il rischio, appunto, è morire fighetti.
Lucia Annunziata ci ritrova la stessa malattia, la stessa seduzione, della sinistra. È la politica in cachemire. «È quel cantare la stessa canzone, densa di citazioni, libri, cultura. È quella ballata intellettuale che porta lentamente all’autoreferenzialità». È restare distanti, lontani, un po’ antipatici. Questa storia dei fighetti non nasce con l’Annunziata. Basta andarsi a vedere un po’ di blog di destra o ascoltare quelli, spesso incazzati, che nei bar di periferia o di paese si lagnano delle acrobazie finiane. Non le capiscono. Non le seguono. Controllate. Ascoltate. Il termine che ricorre sempre è proprio «fighetti». I fighetti amano Pannunzio e Ozpetek, Alan Ford e Kerouac, Hobsbawm e Melissa P., Asor Rosa e Culicchia, ascoltano Gaber e De Andrè e con Brassens cantano i viaggi di Ulisse. I fighetti amano la vita lenta e si muovono come Sid, il bradipo dell’era glaciale. Si chiedono chi salverà i magici studi di Abbey Road, stanno con Balotelli contro Mourinho, sono presidenzialisti a metà e riscoprono Malraux e Camus. I fighetti sono più francesi che americani, più esistenziali che gipofarassini e come lo scrivano Bartleby dicono troppi «preferirei di no». Ma forse come scrive Filippo Rossi, rispondendo alla lettera dell’Annunziata, sono solo in cerca di una mappa, di un «Mister Livingston, I suppose», di un cartografo: «Perché siamo – per riprendere la tua perfetta definizione – cross border, attraversatori di confini, nomadi di provenienza diversa, come si addice ai tempi “liquidi” in cui viviamo. Uomini di frontiera, emigranti dell’anima, siamo in mezzo al guado. E nel guado non esistono “ex”. Non si guarda indietro, si prova solo ad andare avanti per arrivare dall’altra parte del fiume».

E allora perché sanno di destra al caviale? Cosa dà fastidio? Bocchino che dice, come ha fatto ieri, meglio un premier gay che leghista. «Un premier leghista sconta un limite territoriale: non può governare un intero Paese che ne rappresenta solo una parte». Il braccio destro di Fini si becca gli applausi di Grillini, ma spiazza i suoi elettori di riferimento. Dà fastidio quel senso di superiorità. Quel non volersi mai sporcare la mani. Quel sentirsi una destra diversa che piace alla sinistra. La sintesi di tutto questo è la battuta ricorrente su Fini capo dell’opposizione. Quando poi Alessandro Campi prova a spiegare le ragioni dei finiani la situazione peggiora. Quando Sofia Ventura provoca e scantona di lato, radicaleggiando, genera irritazione. Il neofemminismo di Flavia Perina non scalda i cuori del Pdl. Questa non è una critica. È un dato di fatto. Le battaglie culturali e politiche dei finiani si possono condividere o meno, forse però qualcosa a livello di percezione non funziona.

Lo stesso Fini sconta un immaginario freddo, lontano dall’uomo qualunque come un’auto presidenziale. Un paio di mesi fa Vittorio Messori, che difendeva le ragioni cattoliche sulla bioetica, liquidava Fini con queste parole: «Ho conosciuto il Fini fascista. Lui non manganellava, è stato sempre un “fighetto” con cravatta e completi Facis, non era “er Pecora”, ma incitava i suoi a darsi da fare. Con le mani e, se del caso, con le spranghe». Messori non è certo l’uomo della strada, ma in questo caso fa suo un luogo comune.

Attenzione: nella vita pubblica i luoghi comuni non sono irrilevanti.
I «fighetti finiani» dicono che non vogliono morire leghisti. Quello che non dicono è che non vogliono morire berlusconiani. Questo spiega quasi tutto. È vero che è più facile per loro dialogare con la sinistra. Non c’è quel muro. Non c’è quel tabù estetico, morale, culturale. Il berlusconismo gli fa schifo, visceralmente. Come gli faceva schifo Drive In. Come sono allergici alle prime note di «Meno male che Silvio c’è». Nella lettera di Lucia Annunciata c’è una domanda non espressa e la richiesta di una scelta politica chiara: perché Fini è ancora alleato con Berlusconi? Cosa lega Willy il Coyote e Beep Beep?

v. macioce giornale.it

Il partito di Fini

Sabato, 13 Marzo 2010

Il partito sulla carta c’è. È una suggestione, una tentazione, una possibilità. Ma si farà. Qualcuno dice che dipende dal voto: se il Pdl inciampa e la Polverini s’inabissa allora bye bye. Un altro sostiene che ormai è inevitabile. Gli intimi smentiscono, i meno intimi sussurrano, gli informati te lo raccontano, tutti gli altri ne parlano. Ma solo una cosa è certa: le elezioni sono uno spartiacque. Come dice un ex senatore di An: il partito di Fini è qui davanti a noi. Basta immaginarlo. Eccolo, in chiaroscuro.
Il primo problema è il colore. Non è che ce ne siano tanti liberi in circolazione. Il rosso? Occupato da almeno due secoli. Il nero? Anarchico o fascista e poi Gianfranco ha già dato. L’azzurro è di Berlusconi. Il blu confonde. Il verde se l’è preso la Lega, il bianco è della Dc e dei suoi balenotteri, il viola è giacobino, l’arcobaleno è pacifista, il tricolore va bene con la nazione ma sa troppo di Forza Italia, il marrone ricorda le camice brune, l’arancione è riformista, ucraini e Hare Krishna, il giallo è degli immigrati (e quasi quasi potrebbe andare bene). Niente mezze tinte, un partito non può andare in giro con i colori pastello, indaco, lilla o cose così. Gli elettori non capirebbero. Che resta? Resta il grigio. Magari un grigio progresso, metallico, quasi argento. Ma un grigio. Poi sopra ci puoi anche mettere la cravatta gialla. Grigio Fini. Grigio giacca di Fini. Grigio sopra con i blue jeans sotto, nel weekend.
Sul nome bisogna lavorarci. Il partito della nazione non va bene. Sa di vintage. E poi lo ha tirato in ballo Casini quando pensava di fare il comitato di liberazione nazionale. Troppo antiberlusconiano. Servirebbe qualcosa di liberista, liberale e libertario. Ma quanto si fa pagare Pannella per il partito radicale? Non è in vendita. Il vecchio Marco, al massimo, ti cede un franchising, ma poi comanda lui. Tutto il resto è serio. Idee, uomini e identità. Il partito ha un leader e su questo non ci sono dubbi. Fini a casa sua sarà padre e padrone. Quando dice che non ha bisogno di un nuovo partito perché ce l’aveva già non bisogna credergli fino in fondo. An non era più il suo partito. Non lo sentiva come suo. Non ci si riconosceva. Fine di un amore. E certe storie non puoi tirarle avanti sperando di cambiare qualcosa. Troppo compromesse. La verità l’ha detta Granata a Micromega intervistato da Camilleri. Quel partito aveva già perso la sua identità. Si era berlusconizzato. Gasparri, La Russa, Matteoli, e via via gli altri: tutti berlusconizzati. Gli elettori? Pure. A quel punto tanto vale fondare il Pdl con lui, con Berlusconi. Aspetti, speri, poi ti scocci, litighi, non ci stai più, non ti convince più, non ti ci vedi più e pensi ad altro, al futuro. Cominci a pensare a un nuovo partito e sorridi. Ovunque vai, qualsiasi cosa fai, non ci sono santi: quelli, i colonnelli, non te li porti appresso. Il futuro riparte con Bocchino, Urso, Granata, la Perina e Della Vedova come fuori quota. Alemanno non lo vorrebbe, ma non ne può fare a meno. Quello ha i voti di Roma e le porte aperte in Vaticano. Il resto è quasi una zavorra.
La scommessa è sul dopo Berlusconi. È lontano, ma Fini vuole prepararsi. Senza Cavaliere il sistema politico italiano impazzisce. La sinistra si ritrova nuda, la destra senza sole. A quel punto Fini con la sua scialuppa indica un punto fermo da cui ricominciare. Chissà se funziona. Se deve scegliersi un alleato è pronto Casini. Due cuori e due partiti. Poi un sistema istituzionale alla francese aggiusta tutto. In cambio si becca la simpatia di Caltagirone.
Sulle idee no problem. È tutto scritto. La battaglia d’inverno sapeva di bioetica e cittadinanza. La laicità come bussola, la società multietnica come sestante, Balotelli sulla sinistra, Almodovar sulla destra. Quella di primavera è molto più ambiziosa. Riforma del welfare, riforma della previdenza, riforma del mercato del lavoro, riforma fiscale, riforma del diritto di famiglia, riforma delle istituzioni. I giovani e la famiglia come soggetti sociali di riferimento. Se sono furbi punteranno sul popolo delle partite Iva, artigiani e commercianti, ma è un partito forse troppo snob per parlare con i meccanici. E poi i voti romani stanno al ministero.
Fini si è guardato intorno in questi anni. È stato spesso all’estero. Dialoga con Aznar, va a cena con quelli della fondazione Adenauer, si sente spesso con Nancy Pelosi, che gli sta aprendo contatti interessanti laggiù in America, e invidia Sarkozy. Il francese fa le roi su una destra senza caporioni e pacchetti di voti, senza Cosentini, senza residui da ancienne république. Sarkozy ha l’Ena, una scuola d’élite che sforna dirigenti pubblici e politici di professione. Gianfranco vuole un partito così. Un partito di professori e trentenni in carriera. E se l’amico Montezemolo lascia la Fiat magari si può fare qualcosa insieme, con Farefuturo, con il mondo che conta, con le nuove generazione che arrivano dalla Luiss o dalla Bocconi, con un esercito di politologi ed economisti. Ragazzi che quando s’indignano dicono: queste cose in Francia non succedono. E nello zaino un bignami con le citazioni di Hannah Arendt e Zygmunt Bauman, Hayek e Berlin, Koestler e Fourier, Scuton e Beck, Lazar e Furet, Gluksmann e Renan. Tutte scelte, digerite e rimpastate da Alessandro Campi in persona. Fini e gli altri dovranno leggere e rileggere tutto. È il futuro, bellezza. Altro che saluti romani.

v.macioce ilgiornale.it

Il razzismo sociale di Scalfari

Sabato, 14 Novembre 2009

Il patriarca con la barba bianca non ha ancora comprato una Trabant, ma le vecchie videocassette di «Tribuna politica» probabilmente sì, con la «esse lisca» di Jader Jacobelli e gli occhiali da mister Magoo di certi politici incravattati nelle sere fredde della tv a due canali. Memorabili quegli anni. A quel tempo Eugenio Scalfari scriveva a quattro mani con Biagi Come andremo a cominciare, un carteggio già allora scettico, malinconico, con tutta la buona grazia del pessimismo aristocratico sulle stagioni che passano. È un vezzo che il fondatore di Repubblica porta con sé da una vita. Questa volta lo spleen ha a che fare con il Muro di Berlino. Scalfari ne parla come sempre di domenica. Sono passati vent’anni da quelle notti di novembre e su una cosa, il fondatore, ha ragione: sembra un secolo. È caduto tutto il Novecento, lasciando orfani i suoi sacerdoti e patriarchi. Quelli come Scalfari.

(continua…)

Maestri Liberali battete un colpo

Lunedì, 8 Dicembre 2008

Cari maestri, dove vi siete nascosti? Questo Paese ha nostalgia del Novecento e c’è una gran voglia di «impiccare» i liberali. È la vendetta di tutti gli orfani delle ideologie. Un amico qualche giorno fa raccontava lo strano destino di Von Hayek. È stato indicato come monatto della crisi da vivo e da morto. Nel 1929 fu Rostow a dire: tutta colpa di Hayek e di Mises. Quest’anno Samuelson ha puntato l’indice su Friedman e, tanto per non sbagliare, e ancora su di lui, il viennese maledetto. Quando le cose vanno male certa gente sa sempre dove bussare. Ma non è solo colpa loro. Un po’ i liberali se la cercano. Quando c’è da fare muro, da sostenere la forza di un’idea, loro si rifugiano in ordine sparso, ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, come direbbe Vasco Rossi. Allora, dite, in quale convento siete finiti? Antiseri è quasi un padre, eppure di questi tempi è così disilluso e avvilito che fatica a parlare. Ricossa vive di arte, musica, bellezza e solitudine. Pera dialoga solo con Dio. Martino sogna di fare il suo mestiere, ma il dicastero dell’economia era out con il bel tempo, figurati ora che c’è crisi. Quagliariello è un po’ più vecchio e indossa la toga dei senatori. Panebianco fa prediche inutili sul Corsera e si consola leggendo ancora Einaudi. Ideazione, luogo d’incontro degli ultimi liberali, vive solo on line. Tutti quanti sanno che la cultura liberale di massa è una favola a cui credono solo i piccoli imprenditori. Loro, almeno, sono rimasti sul fronte a combattere. Non c’è un giornale, una televisione, una rivista, un partito che sventoli la bandiera dell’orgoglio liberale. È questa la realtà, a destra come a sinistra. C’è qualche fondazione, come l’istituto Bruno Leoni e un paio di case editrici. Ma è una minoranza di simpatici incoscienti. La rivoluzione liberale è finita. Anzi, non è mai davvero iniziata.

(continua…)