Articolo taggato ‘mafia’

Lo scandalo Napolitano

Lunedì, 25 Giugno 2012

Napolitano: lo scandalo non è che il Presidente – almeno stando alle conversazioni telefoniche intercettate del suo consigliere giuridico (D’Ambrosio)-  abbia ritenuto di promuovere il coordinamento tra procure. Ma che lo abbia fatto su sollecitazione/pressione di uno degli indagati e nella consapevolezza dell’indagine in corso (Mancino). TEMIS

 

Napolitano, senza più limiti

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Avocazione. La parola che configura giuridicamente l’incubo di ogni pm, cioé lo scippo di un’inchiesta al titolare da parte del suo superiore, compare su un verbale del 19 aprile 2012 della Procura generale della Cassazione e riguarda l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.Quel documento, composto di tre pagine, dimostra che le manovre del Quirinale per mettere sotto tutela i pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene nel loro duro lavoro sulla trattativa Stato-mafia del 1992-93 non erano solo millanterie di un consigliere giuridico del capo dello stato, come Loris D’Ambrosio, o vagheggiamenti di un politico in pensione, come Nicola Mancino.

Il documento del 19 aprile è il verbale della riunione che si è tenuta quel giorno nel palazzo di piazza Cavour. Alla riunione partecipano quattro persone, oltre al procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci sono i due segretari generali, Antonio Mura e Carmelo Sgroi.Il passaggio chiave del verbale che pubblichiamo è: “Il Procuratore nazionale (il capo della Dna Piero Grasso, ndr) evidenzia la diversità dei vari filoni d’indagine (su stragi a Palermo e Firenze e sulla trattativa a Palermo, ndr) e la loro complessità (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale). Precisa (sempre Grasso, ndr) di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis cpp”.Piero Grasso insomma dice al procuratore generale Ciani, suo superiore, che dopo avere fatto una prima riunione con le tre procure su questo tema il 28 aprile 2011, nella quale aveva fissato dei paletti, non ha nessuna intenzione di avocare l’indagine sulla trattativa, togliendone il coordinamento alla Procura di Palermo.L’unica cosa che Grasso si impegna a fare è una relazione: “Il Procuratore nazionale antimafia rimetterà al Procuratore generale un’informativa scritta”. La riunione verbalizzata è il frutto delle insistenti telefonate dell’ex presidente del Senato al consigliere giuridico del Capo dello Stato Loris D’Ambrosio e del lavorio di quest’ultimo su Giorgio Napolitano. Il presidente però, stando a quanto dice D’Ambrosio al telefono, condivide integralmente la sua impostazione gradita a Mancino e segue passo passo il tentativo di intervenire – tramite il Pg della Cassazione e il procuratore nazionale Piero Grasso – sulla Procura di Palermo, proprio come voleva Mancino.Per capire il clima è utile riportare la telefonata del 12 marzo tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino. D’Ambrosio afferma che il presidente si interessa personalmente della questione al punto che parlerà con Grasso personalmente . Alle ore 18 e 49 Mancino chiama D’Ambrosio.

D: eccomi presidente… io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso

Mancino (M): si

D: Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo, perché no… ma adesso probabilmente il presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma non…. la vediamo difficile insomma la cosa ecco

M: oh… ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure?

D: ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto va bene. Ma io in realtà, il consiglio superiore mi ha fatto una normativa, però non mi serve niente. Questa è il… in realtà è lui che non vuole fare…

M: eh… ho capito

D: è chiaro?

M: e io non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni, 3… non lo so insomma

D: per adesso, dunque, mi ha detto il presidente di parlare con Grasso di vederlo eh… e vediamo un po’

M: eh, perché io vedo che per Macaluso (Emanuele, direttore del Riformista, molto vicino a Napolitano Ndr) batte sulla tesi dell’unicità dell’indagine

D: si, si, ma questo gliel’ho detto al Presidente… l’ho visto

M: eh, perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra direzione? Ma non lo so se c’è serietà… poi da questo punto di vista, ecco…

D: ma, io riesco, guardi, io adesso ripeto, dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni, vediamo un po’. Però, lui… lui proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ma sai lo so non posso intervenire… capito, quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il presidente parlava di… come la procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito (procuratore generale della Cassazione uscente Ndr).

D: Certo. Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente questa è la verità

M: No perché poi la mia preoccupazione e che… ritenere che dal confronto con Martelli… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale

D: ecco, io insomma, noi, ecco, parlando col presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo, lo possiamo rivedere magari lo vede il presidente un giorno di questi, più di questo non… (….)

D: qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto cioè… la posizione di Martelli…. tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh… indipendentemente dal processo diciamo, così…

M: ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa

D: no no… dico no… io ho detto guardi non credo…ho detto signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato (presidente del consiglio all’epoca dei fatti Ndr) giusto…e anche con Scalfaro… (….)

Grasso al Fatto precisa: “Ho incontrato il Presidente Napolitano solo in occasioni ufficiali, l’ultima volta il 23 maggio a Palermo e non mi hai mai parlato di Mancino. Come ho già detto me ne ha parlato D’Ambrosio e io ho sempre risposto sul piano giuridico spiegando che ho poteri di avocazione delle indagini ma nel caso in questione non sussistevano i requisiti perché il coordinamento tra Procure si era svolto secondo regole”.

Quanto al verbale della riunione del 19 aprile, alla domanda del Fatto se fosse stato lui a parlare di avocazione o se ci fosse stata una richiesta del pg Ciani in tal senso, Grasso replica: “Nessuna richiesta palese. Mi chiesero come esercitavo i poteri di coordinamento. Mi sono limitato a ribadire che non vi erano i requisiti per un’avocazione e che il coordinamento si era svolto secondo le regole”.Marco Lillo per Il Fatto

Genchi, la rivincita!

Venerdì, 22 Aprile 2011

Il 24 gennaio 2009 Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, annuncia a reti unificate: “Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica, cioé un signore che ha spiato 350 mila persone”. Il signore in questione é Gioacchino Genchi, vicequestore di polizia, da venti anni consulente informatico di procure, tribunali e corti d’Assise per quasi tutte le più delicate indagini e processi di mafia.Il suo lavoro consiste nell’incrociare intercettazioni e tabulati telefonici disposti e acquisiti dalla magistratura per stabilire chi, quando, dove e possibilmente perché ha rapporti con criminali. Dunque Genchi non ha mai intercettato una mosca in vita sua.
Ma un’opposizione inesistente e disinformata (salvo rare eccezioni) e una stampa sciatta e gregaria si bevono d’un fiato la bufala, anzi l’assecondano sparacchiando cifre a casaccio e accusando il presunto “spione” di ogni nefandezza senza uno straccio di prova.I politici, noti garantisti, emettono unanime condanna. Schifani: “Tutelare istituzioni e cittadini”. Alfano: “Difendere gli apparati di sicurezza”. Gasparri: “Roba da corte marziale”. Rutelli (allora nel Pd e presidente del copasir): “Caso molto rilevante per la libertà e la democrazia”. Cicchitto: “Inquietante grande fratello”. Quagliariello: “Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello stato”. Bocchino (ancora pdl): “Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana”. Mastella: “Licio” Genchi è un pericolo per la democrazia”.Tenaglia (pd): “Vicenda grave”. Violante: “Intollerabile”. Zanda: “Tavaroli e Genchi, tante analogie” (l’uno spiava illegalmente migliaia di persone per Telecom, azienda privata, l’altro opera legalmente al servizio dello stato, su mandato dei magistrati). “la Stampa” e il “Corriere” titolano: un italiano su 10 nell’archivio Genchi (6 milioni di persone schedate, roba che nemmeno la Cia). “Il Giornale”: “Grande orecchio, miniera d’oro. “Libero”: “L’intercettatore folle”.La profezia del premier, sostenuta da cotanto battage, si rivela azzeccata: due mesi dopo, nel marzo 2009, la procura di Roma indaga Genchi per accessi abusivi alla Siatel (l’anagrafe tributaria) e sguinzaglia il ros a perquisirgli e sequestrargli l’archivio informatico. L’accusa riguarda i più importanti accertamenti svolti da Genchi negli ultimi anni su stragi, narcotraffico e mafia. Compresi quelli sui telefoni del maresciallo del ros Giorgio Riolo (arrestato e poi condannato come “talpa” alla procura antimafia di Palermo) e sulla scheda gsm coperta, intestata a una signora, che il mafioso poi pentito Campanella passò all’allora governatore di Sicilia Cuffaro per i contatti riservati con Riolo e un’altra talpa.In seguito la stessa procura di Roma farà pure rinviare a giudizio Genchi per abuso d’ufficio per la presunta acquisizione di tabulati di parlamentari non autorizzata dalle camere nell’indagine “why not” di Luigi de Magistris (reato impossibile: l’abuso presuppone un tornaconto patrimoniale e poi, per sapere che un’utenza è di un parlamentare, bisogna prima acquisire il tabulato e verificare chi usa il telefono). Indagato e sputtanato, Genchi si vede revocare gli incarichi da vari uffici giudiziari e addirittura destituire dalla polizia: sanzione, quella decisa da Antonio Manganelli, mai adottata per uno solo delle decine di funzionari condannati per le torture al G8 di Genova.Ora la notizia è che nel processo seguito alla profezia del premier, Genchi è stato prosciolto dal gup Marina Finiti, su richiesta della stessa procura: “il fatto non sussiste”. Ce ne sarebbe abbastanza perché politici e giornalisti che lo infangarono con quelle assurde calunnie chiedessero scusa e facessero pubblica ammenda. Per molto meno, in casi analoghi, si scatenano interrogazioni parlamentari, ispezioni ministeriali, richiami al caso Tortora, editoriali accigliati dal titolo “E ora chi paga?”. Per Genchi, silenzio di tomba. Ecco: una classe politica e giornalistica che fa cose del genere è, essa si, “il più grande scandalo della storia della Repubblica”. m. travaglio l’espresso

L’intervista è stata realizzata da Fabrizio Colarieti per “Notte Criminale” (http://nottecriminale.wordpress.com/)Dottor Genchi, cominciamo dalla fine. Il 15 febbraio scorso è stato destituito dalla Polizia dopo aver indossato quella divisa per 26 anni. Una lunga istruttoria condotta dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza non le ha perdonato alcune esternazioni dopo la bufera per le indagini condotte con il pm De Magistris, che l’hanno anche fatta finire sotto inchiesta per una presunta violazioni della privacy. Come mai ce l’hanno così tanto con lei?
Hanno cercato di tutto per impedirmi di continuare la mia attività. Si era creata col tempo, partendo da Giovanni Falcone, una figura professionale incontrollabile e incontrollata. Ho collaborato alle più importanti indagini che si sono svolte in Italia, dalle stragi allo scandalo Fastweb.E’ stata un’operazione che dal proclama di Berlusconi: “sta per scoppiare il più grande scandalo della Repubblica” di Olbia del gennaio del 2009, è iniziato il conto alla rovescia per delegittimarmi e in questo senso è stato chiesto, chiaramente, addirittura è stato minacciato il Capo della polizia – sono delle dichiarazioni di autorevoli politici, autorevoli a casa loro ovviamente, tipo Gasparri. La cosa interessante è che hanno cercato di tutto nella mia vita privata e nella mia vita professionale. Non sono riusciti a trovare nulla e quindi hanno dovuto destituirmi semplicemente per aver espresso delle opinioni in un consesso pubblico, esercitando un diritto costituzionale.Lei è considerato uno dei massimi esperti in analisi delle reti e indagini collegate all’impiego delle intercettazioni. E’ il consulente di decine di procure, intrecciando tabulati e localizzando cellulari ha risolto centinaia di casi, ci può spiegare in cosa consiste il suo lavoro?Oggi non c’è più un’indagine in cui non ci siano tabulati, intercettazioni, cellulari, sim, traffico imei, e-mail, dati dei computer, quindi tracce informatiche che bisogna mettere insieme e leggere al pari di tante tracce biologiche, come dna e impronte. Vede, io metto insieme diverse professionalità: una cultura giuridica, formata anche come giovane avvocato prima di entrare in polizia; una cultura informatica messa insieme con la passione per le tecnologie, che ho avuto sin da bambino, e un po’ il cipiglio dell’investigatore. Queste tre professionalità, se vuole queste tre mediocrità, quindi da uno a dieci mettiamo il valore di 5, hanno dato un valore assoluto che valeva 15, che riusciva a mediare in quel linguaggio giuridico tecnico processuale fattori assolutamente complessi.Parliamo del fallito attentato alla villa del giudice Falcone, all’Addaura, era il 1989. Lei si dedicò a quelle indagini per capire quali fossero le «menti raffinatissime» (così le definì Falcone) che organizzarono l’attentato.Quello è un attentato pieno di ombre e di misteri. Misteri che hanno un parallelo con quello accaduto in Via D’Amelio: fu fraudolentemente distrutto il congegno di quell’attentato, quel congegno che doveva svelare se quella borsa era un’intimidazione o doveva essere effettivamente utilizzata con quell’esplosivo. Perché quell’esplosivo è rimasto, però l’esplosivo senza il detonatore non porta a nulla.E il detonatore doveva essere attivato con un congegno quindi un telecomando, e probabilmente se l’esplosivo non ha nome, un telecomando e un congegno per attivare un esplosivo hanno la possibilità e danno la possibilità di risalire a chi l’ha congegnato e non a caso fu fatto esplodere. Fu distrutto da un maresciallo dei Carabinieri che rese poi false dichiarazioni ai pubblici ministeri, che accusò un funzionario di polizia che è stato condannato per queste false dichiarazioni.E questa è una cosa che forse alcuni ben precisi appartenenti all’Arma dei Carabinieri non mi hanno mai perdonato. Come non mi hanno perdonato di averli sgamati, ad esempio, nell’indagine sulle talpe alla DDA di Palermo. Le indagini che hanno portato alla condanna di Salvatore Cuffaro, ma non solo di Cuffaro ma anche di alcuni infedeli appartenenti all’Arma dei Carabinieri.Quando fu ucciso Falcone, a Capaci nel 1992, la procura di Caltanissetta le affidò l’analisi dei computer e dei databank da cui il giudice non si separava mai. Fu proprio lei a scoprire che in epoca certamente successiva alla strage erano stati manomessi alcuni file editati da Falcone, altri modificati o cancellati.Sì, è un dato di fatto. Quelli che per primi hanno toccato quegli appunti, quei reperti informatici di Falcone, hanno fatto carriera e sono ai vertici della Polizia di Stato. Io che ho scoperto le loro malefatte sono stato destituito dalla Polizia, questo mi sembra basti già a dimostrare quello che è accaduto.55 giorni dopo toccò a Borsellino. In via D’Amelio, in quell’inferno, vide movimenti strani o persone sospette? Mi riferisco alla vicenda dell’agenda “rossa”, scomparsa nel nulla e mai più ritrovata, su cui Borsellino annotava tutto.Borsellino annotava tutto quello che stava facendo, stava sentendo Gaspare Mutolo che ha parlato di Contrada, che ha parlato di Signorino. Contrada è stato condannato, Signorino dopo che l’abbiamo interrogato a Caltanisetta si è suicidato. Questo già la dice lunga. Sono arrivato quando già l’agenda rossa era già scomparsa, è stata repertata una borsa dove c’era l’agenda, che era integra. L’agenda era dentro la borsa, la batteria di un cellulare Motorola che è questa che le sto mostrando è rimasta, un costume di nylon molto più infiammabile della pelle è rimasto, l’agenda è sparita.Quell’agenda rappresenta la scatola nera della seconda repubblica, partendo da quell’agenda si può capire chi voleva fermare Borsellino a Roma, l’incontro al Ministero dell’Interno organizzato da Parisi. Io ho dimostrato con i tabulati che Contrada era a Roma quel giorno, e questa è una circostanza che non era mai emersa prima d’ora. E questo segue quel cambio di rotta al Viminale, che segue le elezioni dell’aprile del ‘92, quando c’è una svolta nella lotta alla mafia, con due alternanze: Rognoni, l’ingresso di Mancino al Ministero degli Interno e la messa da parte di Scotti, che aveva fatto tantissimo nella lotta alla mafia. Era l’artefice di quel famoso decreto di cattura nel ‘91, quando la Cassazione aveva messo fuori i boss mafiosi con una scusa e che furono riportati in carcere.E aveva dato ausilio a Falcone affinché potesse attuare, con Martelli, quella famosa rotazione dei Giudici di Cassazione che salvò il Maxiprocesso e che decretò la morte di Falcone. Scotti doveva uscire dal Ministero dell’Interno, perché c’era qualcosa che era cambiato nel rapporto tra la politica e la mafia. E Mancino era andato a sostituirlo all’Interno, con una scusa e qualche settimana dopo la strage di Via D’Amelio si dovette dimettere pure da Ministro degli Esteri. Questi sono i segni evidenti di come la politica abbia agito in perfetto raccordo con quelle che sono state le trattative con gli elementi stragisti di Cosa Nostra.Lo stesso Mancino, poi, che ho rincontrato al Csm nella vicenda “Why Not?” e nella vicenda di Salerno, in cui non mi faccio certo prendere dagli atteggiamenti trionfalistici di De Magistris, che ha fatto una marea di errori ma è una gran persona perbene. Una persona onesta che forse avrebbe bisogno solo di un bel bagno d’umiltà. Mentre ero in via D’Amelio fui chiamato dal Capo della Polizia, Parisi, che mi aveva affidato un incarico importante alcuni giorni prima. Dovevo occuparmi, in gran segreto, proprio quella notte, di eseguire i trasferimenti dei detenuti a Pianosa. Fu l’attuazione del 41 bis. Contrastato in quelle ore della sera, del 19 luglio, fino a quando Martelli firmò il decreto.Il Capo della Polizia, che vedevo quasi una volta alla settimana a Roma, in incontri assolutamente riservati con il dirigente della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera, mi manifestò la sua fiducia, che era la fiducia dello Stato, con una lettera. Di uno Stato che voleva combattere la mafia, ed era lo Stato dei governi Andreotti, occorre dirlo con estrema onestà a persone come Violante che nell’attaccare Andreotti hanno intenso falsificare la storia, perché le collusioni di Andreotti con la mafia e con i mafiosi, che ci sono, erano sicuramente in termini diversi da quelli che sono stati poi portati in un processo farsa con cui si è solo celebrato Andreotti e lo si è reso immortale per la politica italiana.Torniamo a via D’Amelio. Anche in questo caso fu incaricato di indagare sulla strage e fu lei a scoprire che il telefono della madre di Borsellino era stato intercettato, abusivamente, del resto era l’unico modo per capire quando il giudice si sarebbe recato a trovarla.Sì, questo è un elemento di partenza, come lo sono una serie di dati che riguardano i contatti telefonici di Borsellino, quello che Borsellino stava facendo, perché quello che ancora qualcuno non vuole capire è che quella strage deve essere cercata in quel che Borsellino stava facendo in quel momento, in quello che si voleva impedire che Borsellino facesse. E’ inutile andare a cercare sulla Luna o su Marte le causali di una strage. Una persona viene uccisa in quel modo e con quella accelerazione che viene dimostrata, sono elementi incontrovertibili.E in quel contesto io mi opposi decisamente a dei “farlocchi” che stavano entrando nell’indagine. C’è una mia lettera del 7 Dicembre ‘92 al Questore di Palermo Matteo Cinque, questore insufficiente pure nel cognome, che è la cartina tornasole di come in effetti io denunciai, sin da allora, quelli che erano stati gli errori d’impostazione in un sistema che voleva solo creare a tutti i costi dei colpevoli per addebitare solo alla mafia quella strage. E questo avviene dopo la decodifica di quel databank di Falcone che io avevo eseguito qualche settimana prima. E quando tornai con la decodifica e trovai i contatti di Falcone con uomini della politica, il viaggio negli Stati Uniti e altri elementi nel databank cancellato, fui trasferito.Da che dirigevo due uffici fui trasferito al Reparto Mobile e il mio incarico più importante fu quello di andare a fare ordine pubblico allo stadio la domenica pomeriggio. Questo per dire quello che è stato lo Stato di quel Ministro dell’Interno, che si chiama Nicola Mancino, che decapitò la Squadra Mobile trasferendo La Barbera e costrinse i magistrati di Caltanisetta alla creazione del famoso gruppo d’indagine “Falcone-Borsellino”. Salvo poi la piega che prese La Barbera, con la promessa di diventare questore. Abortì tutto basandosi su Scarantino.Parliamo del monte che sovrasta Palermo e in particolare via d’Amelio, il monte Pellegrino, secondo lei è proprio da lì che partì l’impulso che azionò l’autobomba?Questo non l’ho mai detto. Il castello Utveggio era un’ipotesi di lavoro. Una cosa è certa: l’impulso è partito da chi aveva la perfetta visione del luogo della strage. Quindi bisogna cercare un luogo distante da Via D’Amelio, perché se fosse stato in Via D’Amelio sarebbe stato travolto dall’esplosione, da cui è stato azionato il congegno. Quella era un’ipotesi di lavoro come tante. In quel castello, comunque, c’erano molti amici di Contrada e dell’alto Commissariato per la lotta alla mafia.Ci sono dei contatti telefonici di persone che sono state condannate con sentenza definitiva per quelle stragi, mi riferisco a Scotto, ci sono dei contatti con un altro boss di Bagheria, Scaduto, che chiamava il castello di Utveggio, che doveva essere un centro per eccellenze e mi pare che costoro non erano certo delle eccellenze.Se lor signori mi spiegano il perché di queste chiamate, mi spiegano cosa facessero quelle persone là, e spiegano perché quando sono iniziate le indagini queste persone sono scappate, se ne sono andate e hanno chiuso questa struttura, probabilmente è un punto di partenza per mettere la parola fine a questa vicenda, a questa storiella del castello Utveggio.Quello che è certo è che in quella strage ci sono dei mandanti esterni, ci sono esecutori esterni che non hanno niente a che vedere con Cosa Nostra. I pentiti hanno detto qualcosa su tanti delitti eccetto due: la strage di Via D’Amelio e l’omicidio Agostino, insieme a quello di Emanuele Piazza. Tutto si riconnette a due episodi: l’attentato dell’Addaura e l’attentato di Via D’Amelio.E’ lì che casca l’asino, in quel 1989 in cui molti di quei signori, che in questo momento sono ai vertici della Polizia di Stato e dei Servizi di Sicurezza, probabilmente dovrebbero chiarire meglio qualche cosetta, di qualche mese precedente a quella strage. Ma questa è materia che vedremo e spero di campare per avere il tempo di poter vedere tutto questo film fino alla fine.Parliamo degli attentati del ’93 (Roma, Milano e Firenze).Sono l’escalation della strategia stragista. Strategia stragista a cui Riina non vuole aderire perché si rende conto dell’errore che ha fatto con Via D’Amelio. Riina che viene catturato nel gennaio del 1993 a cui segue la mancata perquisizione del covo, le mancate indagini, a cui segue quel Di Maggio che viene creato a posta per far catturare Riina e per poi portare al processo Andreotti. La polpetta avvelenata del famoso bacio con Riina, a cui solo i magistrati di Palermo hanno potuto credere. Andreotti, probabilmente non ha mai baciato nemmeno sua moglie, non c’è nessuna foto di Andreotti che bacia una persona, immaginiamoci se andava a baciarsi con Toto Riina.Toto Riina che per altro era quella persona che insieme ai corleonesi gli aveva ammazzato i suoi amici. Dopo l’omicidio Bontade, dopo l’omicidio Inzerillo, dopo la strage di Viale Lazio, gli amici di Andreotti in Sicilia, mi riferisco ai fratelli Salvo, scapparono e si fecero la macchina blindata. Quindi questo già ci dimostra come si tratta di due contingentamenti completamente diversi, quello che ha fatto Andreotti contro Riina e contro la mafia, quello che hanno fatti i governi presieduti da Andreotti, con Scotti di cui ho appena finito di parlare, non l’ha fatto nessuno.Quindi andare a ipotizzare un concorso di Andreotti con quei mafiosi è un assurdo. E quindi è lì che bisogna andare a indagare nel fare i processi a Mori o alle altre cose. Cosa è accaduto con Di Maggio. Perché è tutto lì il problema, però siccome c’è qualcos’altro che è accaduto con Di Maggio, con il ritorno di Di Maggio a San Giuseppe Jato, e probabilmente di ritorni a Palermo ce ne sono due che si sono annullati: uno è il ritorno di Contorno nell’89 e l’altro è il ritorno di Di Maggio alcuni anni dopo. E hanno fatto il pareggio e purtroppo con il pareggio, uno a uno, non si è potuto assegnare la vittoria a nessuno, e nemmeno la sconfitta.Secondo lei ci fu una trattativa tra lo Stato e la mafia? C”è sempre stata una trattativa tra lo Stato e la mafia. Io non sono un mafiologo. Possiamo partire da Notarbartolo, possiamo partire dall’omicidio dell’investigatore americano a Piazza Marino, Joe Petrosino, possiamo partire dal Prefetto Mori. Perché il Fascismo, affermandosi come dittatura, non consentiva che potessero esistere altri poteri oltre se stesso. Poi però Mori viene cacciato dalla Sicilia e fatto senatore quando tocca la mafia che si era fatta regime.Oggi una nuova mafia avanza, mentre un’altra mafia viene apparentemente sconfitta da uno Stato che celebra delle vittorie per celebrare se stesso, rinforzando altri referenti mafiosi che si dimostrano sempre più pericolosi, più cattivi e senza meno scrupoli dei precedenti che vengono sconfitti.Fu lei a segnalare alla procura di Palermo il traffico telefonico di un cellulare, che era in uso a Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, cosa c’era in quei tabulati?
C’erano e ci sono degli elementi importanti che consentono di capire e riscontrare sotto certi profili e sotto certi altri di ridimensionare le dichiarazioni di un soggetto che non doveva essere considerato un mito, un dio, un santo, ma che era il figlio di un criminale che era Don Vito Ciancimino.Nei mie tabulati, che io feci acquisire alla Procura di Palermo moltissimi anni fa, ci sono dei riscontri ineguagliabili sui contatti di Ciancimino con apparati dello Stato, con la Presidenza della Consiglio, col Ministero dell’Interno, con apparati giudiziari in circostanze precise che riguardano anche la vicenda giudiziaria di suo padre: la storia del passaporto, i suoi rapporti con le istituzioni di cui poi ha riferito. Io sono dell’avviso che mai bisogna sposare i pentiti, uno i fidanzamenti li deve fare fuori dall’ambito dei pentitismi.Nel suo libro, tra le tante cose che racconta, c’è un passaggio importante di quando indagò sulle stragi del ’92 al fianco di Arnaldo La Barbera. Furono le ultime indagini che lei ha compiuto da funzionario di Polizia. Cosa accadde? Eravate a un passo dalla verità o qualcuno vi fermò? Perché lei, in una notte molto agitata, abbandonò quegli uffici, abbandonò quella vita, per fare la vita che fa ora, il consulente dell’autorità giudiziaria.Con La Barbera c’era un rapporto di amicizia, non c’era solo un rapporto professionale. Abbiamo quasi convissuto per cinque anni della mia vita, che sono stati anni difficili, travagliati. Ho pagato un prezzo personale, io e la mia famiglia, per quello che è stato l’impegno professionale al fianco di La Barbera, per far fare carriera, guarda caso, a tutti quelli che oggi sono ai vertici della Polizia e che hanno fatto carriera a Palermo e sui morti di Palermo.E quando capii che La Barbera aveva ceduto all’invito di appiattire quell’indagine su Via D’Amelio sui soliti mafiosi, come il pentito “farlocco” Scarantino, quando capii sostanzialmente di essere stato tradito da La Barbera sbattei la porta e andai via. C’è una lettera che uscirà, e sarà pubblicata, che i due magistrati titolari dell’indagine, Ilda Boccassini e Fausto Cardella, scrivono, è una riservata, al Procuratore della Repubblica di Caltanisetta su quella vicenda. E quella lettera è fortunatamente la mia assicurazione sulla vita, perché dimostra qual è stata la correttezza del mio operato.E per tutto questo ci sono voluti diciotto anni, per accertare tutto questo. E quando è stato accertato la risposta della Polizia di Stato e di Manganelli è stata quella di destituirmi. Probabilmente gli è stato utile quello che gli ha chiesto Berlusconi, ma non penso che sia stato solo Berlusconi l’autore della mia destituzione dal servizio della Polizia. by dagospia

Ingroia in aula è peggio che ai comizi

Mercoledì, 6 Aprile 2011

ingroiaIl procuratore aggiunto Antonio Ingroia è un magistrato mediaticamente molto noto e politicamente molto controverso. L’ultima volta che gli è capitato di raccogliere consensi entusiastici e critiche inferocite è stata quando è intervenuto con un appassionato discorso ad una grande manifestazione romana contro il governo e in particolare la riforma della giustizia annunciata da Berlusconi. È innegabile che qualche ragione i suoi accaniti detrattori l’avessero pure. Un comizio non si addice a un magistrato, l’immagine di imparzialità ne soffre. È pur vero che immaginarsi i magistrati come persone che vivono in una bolla di vetro è un’utopia.È ancor più vero che i suoi sostenitori possono con qualche efficacia rintuzzare le critiche sostenendo che uno che lealmente espone le sue idee in una pubblica riunione è sempre meglio di un magistrato che intrattiene cordiali rapporti telefonici con intrallazzatori dai quali per di più si fa familiarmente chiamare Fofò.E poi la questione della liceità del comizio di Ingroia al fondo delle cose tocca la questione della libertà di espressione che è sempre sgradevole limitare. In ogni caso è decisivo andare a vedere come Ingroia esercita la sua attività di magistrato inquirente, al di là delle sue opinioni sia pure espresse sotto forma di comizio.
Prima però è assolutamente necessaria una premessa. Ingroia è procuratore aggiunto a Palermo, non a Bolzano o in una tranquilla provincia del centro Italia. E sicuramente non è un inquisitore poco attivo nei confronti della mafia. In parole povere rischia la pelle per garantire la legalità. Tutto ciò merita rispetto e gratitudine. Ma non impedisce di criticarne, se del caso, l’operato.Prendiamo una recente intervista televisiva rilasciata dal procuratore aggiunto ad Antonello Piroso. Il discorso cade sulla cosiddetta trattativa fra stato e mafia su cui la Procura di Palermo sta indagando. Il pubblico ministero evoca il ruolo del generale Mori nella mancata perquisizione del covo di Riina subito dopo la sua cattura. Il giornalista obietta che per quella vicenda il generale è stato processato e assolto. La replica di Ingroia, davvero singolare, è che «sì, certo che è stato assolto ma bisogna avere l’attenzione di leggere la motivazione: “il fatto non costituisce reato”. Dunque la sentenza non dice che Mori non ha fatto il favoreggiamento a vantaggio di Riina, dice anzi che l’ha fatto ma non costituisce reato». Che il favoreggiamento verso il capo della mafia possa tecnicamente non essere un reato è una possibilità che appare lunare anche a chi non è un docente di diritto penale. E infatti la sentenza sostiene un’altra cosa e cioè che l’aver aspettato a perquisire la casa di Riina non ha intenzionalmente danneggiato le indagini né favorito i mafiosi.Non resta che chiedersi cosa abbia spinto il magistrato a sostenere una tesi così disinvolta, sia pure in uno studio televisivo e non in un’aula di giustizia, dove sicuramente avrebbe scelto parole diverse. E una spiegazione possibile sta nell’ennesimo procedimento aperto a Palermo contro il generale Mori, stavolta per “concorso esterno”. Per aprire l’istruttoria la procura ha elencato gli indizi a carico dell’indagato, fra essi… la mancata perquisizione del covo di Riina. Evidentemente non basta essere assolti con formula piena. . Del resto, su questa faccenda della perquisizione tardiva sono fiorite sulla stampa leggende a tutto vantaggio dell’ipotesi accusatoria.La più suggestiva è stato possibile leggerla su diversi giornali e libri in cui si è raccontato che i mafiosi avevano avuto il tempo di portare via tutto a cominciare da una cassaforte, dove Riina nascondeva i suoi segreti, che fu divelta addirittura dal muro e così furono portati via anche i mobili e i quadri la cui sagoma era distinguibile sulle pareti, oltre al buco lasciato dalla cassaforte, nel momento in cui finalmente arrivarono i carabinieri. Alcuni hanno anche scritto che per cancellare ogni traccia erano stati usati potenti aspiratori e le pareti erano state addirittura riverniciate, il che non va d’accordo con la storia delle sagome dei quadri mancanti. Ma poteva sempre essere che la squadra di imbianchini mafiosi si fosse limitata solo ad alcune stanze. Tutto può essere. Solo che se si legge il verbale della perquisizione si scopre che i mobili c’erano e c’erano perfino degli oggetti personali, altro che aspirapolveri giganti. Naturalmente c’era anche la cassaforte, visto che i mafiosi sono dei criminali ma non dei cretini e si erano limitati a svuotarla del contenuto appena saputa la notizia dell’arresto di Riina, divulgata quasi subito e comunque prima che i carabinieri di Mori potessero individuare il villino da dove era uscito il capomafia.Questa storia, pur mettendo in conto la sempre possibile fantasia sbrigliata di qualche giornalista, fa comunque pensare che un uso disinvolto della comunicazione sia stato tollerato se non addirittura promosso dagli inquirenti. Ma è il momento di osservare il procuratore aggiunto nelle aule di giustizia.Due processi, trascurati dalla grande stampa, possono essere utili a capire. In essi il procuratore aggiunto Ingroia ha il ruolo chiave nella gestione della pubblica accusa in dibattimento anche se si avvale, come è ormai uso, della collaborazione di alcuni sostituti. Il primo processo è quello per il rapimento e l’uccisione di Mauro De Mauro, giornalista del quotidiano palermitano L’ora. Il fatto risale al settembre del 1970, più di 40 anni fa. Il dibattimento è iniziato nell’aprile 2006 ed è durato 5 anni. Ora siamo alla fase finale, si tirano le somme. Giusto un mese fa il procuratore aggiunto ha iniziato la requisitoria, che poi ha continuato a svolgere un sostituto. Quella di Ingroia è stata una premessa metodologica, per certi versi sorprendente. Va notato che si tratta di un processo assolutamente singolare. Il tempo trascorso fa sì che molti testimoni della vicenda non siano più al mondo. Due personaggi diversamente significativi di quell’epoca come Graziano Verzotto e Mimì La Cavera hanno fatto in tempo a rendere la loro testimonianza ma non ad ascoltare l’inizio della requisitoria.
I cinque anni di dibattimento sono serviti a scandagliare non solo la vicenda umana e professionale di De Mauro ma hanno fornito uno spaccato di grande interesse sulla storia siciliana dal dopoguerra fino agli anni 80. Di grande interesse per gli storici. Dal punto di vista strettamente processuale l’oggetto della decisione della corte è molto ristretto. Sul banco degli imputati c’è una sola persona, il solito Totò Riina. È imputato come mandante, ma più per il ruolo già allora da lui rivestito che per un suo specifico interesse. L’assunto accusatorio, suffragato da alcuni pentiti è che il delitto sia stato ideato ed eseguito da Cosa Nostra. L’ipotesi è ragionevole, naturalmente. Solo che nessuno degli esecutori materiali del sequestro e dell’omicidio siede sul banco degli imputati. Sono tutti morti, la gran parte di morte violenta, dopo 40 anni e due guerre di mafia.Ciò paradossalmente risolve un problema per l’accusa. Infatti i pentiti hanno fornito tutti nomi diversi sugli esecutori materiali e perfino sul luogo dell’omicidio e della sepoltura del povero De Mauro, il cui corpo non è mai stato trovato. Le contraddizioni sull’esecuzione del crimine sono praticamente indistricabili. Resta la responsabilità comunque ascrivibile a Cosa Nostra, organizzazione centralizzata e verticistica.All’epoca il vertice mafioso era composto da un triumvirato, come raccontò a Falcone Tommaso Buscetta, che peraltro sull’omicidio De Mauro parlò in termini molto vaghi. Sul triumvirato invece c’è assoluta certezza: era composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio. Solo che il primo è stato ucciso nel 1980, gli altri due sono morti in tempi relativamente più recenti in carcere, Badalamenti negli USA, Liggio in Sardegna. E che c’entra Riina? Faceva il triumviro supplente, dicono alcuni pentiti. La tesi si presta a controversie. Riina, raccontò Buscetta, sostituì sicuramente Liggio nel vertice mafioso quando quest’ultimo fu arrestato. Solo che il sequestro De Mauro è nel 1970 e Liggio venne arrestato nel 1974 a Milano.Alcuni pentiti sostengono però che Liggio da latitante, e per di più al nord, non poteva più ricoprire quel ruolo di vertice e appunto per questo Riina lo sostituì. Per la verità Buscetta ammise un incontro con Liggio a Catania nell’estate 1970. Dunque a poche settimane dal sequestro De Mauro, Liggio era in Sicilia ed esercitava a pieno il suo ruolo di gran capo, tanto è vero che prese a male parole Buscetta che era andato a proporgli a nome di Bontate nientemeno che la partecipazione della mafia al golpe Borghese, un tema che, come vedremo fra un attimo, ha la sua importanza proprio nel caso De Mauro. Prima però non si può non osservare che la retrodatazione al 1970 della supplenza di Riina è comunque provvidenziale per la tenuta stessa del processo che in caso contrario, andati all’altro mondo tutti i possibili imputati, non sarebbe potuto nemmeno iniziare.
In parole povere tutta l’impalcatura di un laboriosissimo dibattimento durato cinque anni si regge su questa non solidissima base. Niente esecutori materiali, niente basisti, complici o favoreggiatori, solo un mandante. Sia pure. Ma almeno un movente deve esserci.Ecco, il movente. È stato da subito il problema principale del caso De Mauro. Che sia stata la mafia è subito apparso altamente probabile, praticamente certo. Ma perché? Ed eventualmente, per favorire chi? Leonardo Sciascia, all’epoca dei fatti, formulò una ipotesi con la sua consueta lucidità: «De Mauro deve aver detto la cosa giusta alla persona sbagliata o la cosa sbagliata alla persona giusta». È una trama altamente verosimile. Ma una corte d’assise non può accontentarsene. De Mauro aveva scoperto qualcosa di importante. Nei suoi ultimi giorni se ne vantò, ma nessuno seppe da lui di che si trattasse. Tranne uno, la “persona giusta” appunto o, se si vuole, quella “sbagliata”. È la stessa cosa, e la stessa persona. Ma non si sa chi fosse, né in cosa consistesse la scoperta di De Mauro. Quaranta anni di indagini e cinque di dibattimento non sono riusciti a fare luce. Resta il dubbio fra due possibili ipotesi: la morte di Enrico Mattei o il golpe Borghese, programmato per il dicembre 1970. De Mauro aveva passato la sua ultima estate a lavorare per il regista Francesco Rosi e il suo film su Mattei. Ricostruì le ultime 48 ore del presidente dell’Eni, prima che ripartisse da Catania per morire nel cielo sopra Milano.Scoprì qualcosa? La sua famiglia se ne è sempre mostrata convinta, ma in famiglia non ne parlò o se lo fece non fu capito. E la mafia che c’entra? È probabile che se vi fu un sabotaggio fu fatto mentre l’aereo era parcheggiato all’aeroporto di Catania. Quasi impossibile che la mafia non ne sapesse nulla. Necessariamente però i mafiosi avrebbero dovuto agire, o lasciare agire, per conto di qualcuno. Che poteva importargli di uccidere il presidente dell’ Eni? E poi c’è un ostacolo praticamente invalicabile. Dal punto di vista giudiziario non c’è alcuna sentenza che parli del disastro aereo come di un delitto dovuto a un attentato. Si cimentò sul tema un collega monzese di Ingroia qualche anno fa. La sua lunga inchiesta finì nel nulla, alla fine, dopo accurate perizie effettuate a mezzo secolo dall’evento, il magistrato concluse che l’ipotesi dell’attentato era possibile ma non sicuramente dimostrabile.Dunque per il movente Eni è necessario dimostrare che Mattei è stato ucciso e fornire un movente e un mandante anche per questo omicidio. Diciamo che non è semplice. L’ipotesi di un collegamento fra il rapimento e il golpe Borghese è apparentemente più possibile. È giudiziariamente acclarato dal confronto fra Liggio e Buscetta che la mafia fu interpellata e tentata dall’aderire. È altrettanto pacifico che da giovane De Mauro militò nella X Mas. Per questo nell’immediato dopoguerra dovette rifugiarsi sotto falso nome a Palermo, dove abbandonò l’ambiente fascista e addirittura approdò a un giornale del Pci come L’ora. Mantenne però una qualche ammirazione per il comandante Borghese. È ben possibile che avesse saputo del golpe in preparazione da qualche antico commilitone e che avesse saputo anche dell’idea di coinvolgere la mafia.Il rischio che svelasse in anticipo la trama golpista (era questa la grande scoperta?) e ancor più che svelasse la tentazione di aderirvi da parte dei mafiosi palermitani ne avrebbe potuto fare una vittima assolutamente necessaria per i fascisti e ancor più per i mafiosi che ben volentieri avrebbero cavato di impaccio i seguaci del principe nero per evitare che venisse a galla il veto di Liggio alle velleità golpiste di alcuni di loro. Il ragionamento fila ed è questo in fondo il movente che sembra più convincere il procuratore aggiunto.Ma dal dibattimento non è emerso molto dai testimoni. I dubbi restano, certezze non ce ne sono. E così siamo al momento in cui un mese fa Ingroia propone la sua premessa sul metodo prima che un suo sostituto inizi a svolgere la requisitoria. Non ha esecutori materiali né intermediari, ha solo un mandante la cui posizione si regge con gli spilli e non ha un movente sicuro, ovvero ne ha troppi che è come non averne. A questo punto Ingroia elabora la teoria dei “moventi convergenti” o “movente composito”. Tenta all’inizio del suo ragionamento di convincere la corte che in fondo il codice non ritiene essenziale l’individuazione del movente purché ci siano prove inoppugnabili sul comportamento dell’imputato.Ma non è questo il suo caso e dunque ammette subito dopo che avendo portato ai giudici solo un mandante, un movente ci vuole. «Benissimo – è il passaggio successivo – io il movente ve lo porto. Anzi ve ne porto tanti, perché non sono riuscito a scegliere quello giusto. Ma chi l’ha detto che deve esserci un solo movente? Intanto ce ne sono almeno due che sono i più plausibili». Dice proprio così, «plausibili». «La morte di Mattei e il golpe Borghese. Si delinea uno scenario ampio che coinvolge altre organizzazioni criminali, destra eversiva e golpista, massoneria deviata, ambienti politici, eccetera. Volete un riscontro? Lo dice anche Massimo Ciancimino in un suo recente verbale dove parla di “amici romani” responsabili dell’uccisione di De Mauro insieme ai “compaesani” ovvero i corleonesi. Che si chiede di più? È possibile che De Mauro abbia saputo del golpe, anche se nel processo non abbiamo acquisito questa certezza. Anzi per dirla tutta, processualmente parlando non siamo nemmeno certi che De Mauro avesse davvero trovato una notizia così clamorosa come andava dicendo. Ma non fa nulla, possono sempre averlo ucciso convinti che sapesse qualcosa che in realtà non sapeva. Il golpe è l’ipotesi più probabile. Il guaio è che i familiari insistono sulla pista Mattei. E va bene, anche questo è un movente plausibile. Un movente “concorrente”. E per dirla tutta non si può scartare l’ipotesi di una complicità ambientale anche al giornale L’ora, coraggioso ma non privo di ambiguità. Come si può escludere che De Mauro sia stato tradito dal suo stesso ambiente?».E con questa clamorosa inversione dell’onere della prova Ingroia fa i conti anche con la cosiddetta “pista interna”. Quel che conta nel metodo Ingroia è uno schema fisso che il procuratore aggiunto espone ai giudici del processo De Mauro facendolo precedere da una un po’ goffa giustificazione: «Questo schema non è una scorciatoia, una facile via d’uscita. Anzi è la spiegazione del ruolo predominante di Cosa Nostra che non è una semplice organizzazione criminale ma molto di più. È un vero e proprio sistema di poteri criminali che interagisce con gli altri poteri in funzione sempre sovraordinata».I moventi convergenti sono la manifestazione di una serie di problemi che vanno a formare un unico nodo. Quando l’accumulo dei problemi supera una certa soglia interviene Cosa Nostra e decide di tagliare il nodo. Lo schema è suggestivo e non è nuovo. In fondo l’avevano applicato per primi Rulli e Petraglia, gli sceneggiatori della fiction “la Piovra” e per una ’fiction’ di denuncia civile va benissimo. Per un processo un po’ meno, perchè consente di saltare faticose ricerche di prova limitandosi alla plausibilità dell’intreccio. In parole povere, il metodo Ingroia consente una volta incriminati uno o più mafiosi per un delitto con risvolti politico-sociali di evitare di scegliere un movente preciso. Basta recuperare tutte le ipotesi politiche e giornalistiche formulate in merito e perfino le indagini finite nel nulla. L’essenziale è che rispondano al molto soggettivo criterio di plausibilità o, altrimenti detto, che il ’plot’ funzioni. Si procede per accumulo con la teoria dei moventi convergenti e si costruiscono così per via giudiziaria i tasselli della “vera storia d’Italia”. L’unico inconveniente è che se si esagera si corre il rischio che il processo si concluda con una assoluzione. È capitato.Se il processo De Mauro è alle ultime battute, quello per l’omicidio di Mauro Rostagno è da poco iniziato. Punti di contatto fra due storie così diverse ce ne sono. Il tempo trascorso, intanto. Il delitto Rostagno avvenne nel settembre 1988, ventidue anni fa e diciotto anni dopo il delitto De Mauro. Giornalisti anomali entrambi pur se diversissimi, con trascorsi giovanili agli antipodi, uno repubblichino l’altro dirigente di Lotta Continua. Non hanno fatto in tempo a incrociarsi. Rostagno arrivò a Palermo tre anni dopo la scomparsa di De Mauro. Che Rostagno fosse stato ucciso dalla mafia trapanese, che denunciava instancabilmente dagli schermi della tv locale dove lavorava, apparve chiaro subito a tutte le persone di buon senso.Carabinieri e magistrati però percorsero una pista alternativa e arrestarono la compagna del giornalista ucciso e alcuni ospiti della comunità di recupero per tossicodipendenti dove Rostagno lavorava per disintossicarli. L’iniziativa giudiziaria parve alle esterrefatte persone di buon senso una riedizione fuori tempo massimo di un copione logoro. «Ma quale delitto di mafia,una storia di corna fu». Il remake cercò comunque di stare al passo coi tempi. Il capo della comunità di recupero era grande amico di Craxi, girava per Trapani in Bentley e naturalmente la sua amministrazione lasciava molto a desiderare. La pista politica si saldava a quella interna agli intrecci della comunità. Finì con un buco nell’acqua e la scarcerazione degli indagati.Ci fu allora chi propose un collegamento con l’indagine sul delitto Calabresi partita proprio quell’estate con l’arresto di Sofri e un avviso di garanzia allo stesso Rostagno. Non potevano mancare poi i servizi deviati e proprio vicino Trapani c’era una base della mitica “Gladio” gestita dal Sismi. Con un misterioso aeroporto, forse vettore di un traffico d’armi o forse di rifiuti tossici diretti in Somalia. Rostagno aveva scoperto qualcosa? Insomma, un profluvio di moventi più o meno plausibili. Tutti con un punto in comune. La mafia finisce sullo sfondo. Ingroia ha rimesso le cose a posto. Disponendo una semplice perizia balistica sulle pallottole che hanno ucciso Rostagno, cosa che nessuno in dieci anni aveva pensato di fare, ha portato sul banco degli imputati un killer della mafia trapanese e il suo capofamiglia come mandante.I compagni e gli amici di Mauro Rostagno hanno giustamente plaudito, le persone di buon senso si sono sentite rassicurate. Nelle prime udienze del processo, per la verità, i testi chiamati dalla Procura hanno parlato più delle piste alternative che di quella mafiosa, ma occorre aspettare per capire come intende muoversi l’accusa. Un segnale però è arrivato. Sui “Quaderni dell’Ora” Rizza e Lo Bianco in un articolo che apre un numero monografico dedicato al processo Rostagno – significativamente intitolato “Pista Continua” – avvertono il lettore che «la pista mafiosa non è probabilmente la soluzione finale del caso Rostagno» e che quella pista mafiosa era piaciuta «così subito, così tanto, a così tante persone che non si può non provare perplessità davanti a un consenso così aprioristicamente generalizzato su un esito così “scontato”». Nel corpo dell’articolo è poi riportato fra virgolette l’opinione dei pm Ingroia e Paci che spiegano che «quello che si celebra in aula è solo il processo a un segmento della vicenda Rostagno, quello relativo all’esecuzione del delitto».
Un dettaglio marginale, par di capire. «Un segmento – continuano i pm – per nulla incompatibile con le ipotesi sui mandanti occulti formulate e in passato archiviate per insufficienza di prove, né con le altre ipotesi via via emerse nel corso degli ultimi anni». Non si butta niente. La teoria dei moventi convergenti e il metodo Ingroia promettono ben altro, per sfuggire alla scontatezza di un banale delitto di mafia. E il “quaderno” ha una sua autorevolezza, nel comitato dei garanti non c’è solo Marco Travaglio. C’è anche il procuratore aggiunto Ingroia.Io, se fossi stato un amico di Rostagno, o fossi un ex di Lotta Continua, sospenderei gli applausi e comincerei a insospettirmi. m. bordin riformista

Scalfaro, quante bugie sul carcere duro ai mafiosi

Venerdì, 25 Marzo 2011

Non è difficile immaginare il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro davanti ai magistrati venuti da Palermo per interrogarlo, il 15 dicembre scorso, a Palazzo Giustiniani sulla trattativa Stato-mafia. E vederlo mentre con visibile fastidio a domanda risponde: «Nulla so in ordine all’avvicendamento al vertice del Dap (cioè il Dipartimento degli affari penitenziari) tra il dr. Nicolò Amato e il dr. Adalberto Capriotti nel giugno del ’93. Nessuno mi mise al corrente delle motivazioni di tale avvicendamento…».Ecco, c’è una versione che racconta tutta un’altra storia. L’«avvicendamento» di Nicolò Amato, licenziato dalla sera alla mattina dopo 11 anni a capo degli istituti di pena, secondo questa versione, fu decisa proprio dall’allora capo dello Stato che un giorno di maggio ’93 convocò al Quirinale l’ispettore generale dei cappellani, monsignor Cesare Curioni, suo grande amico da quando era cappellano al carcere di San Vittore e Scalfaro era un giovane pubblico ministero alle prese con un’altra vicenda oscura, le condanne a morte dei fascisti. Ad accompagnare monsignor Curioni, il suo segretario, monsignor Fabio Fabbri. Questa versione riposa, confortata da una serie di testimonianze univoche, nei verbali degli interrogatori raccolti – 8 e 9 anni fa – dal sostituto procuratore antimafia di Firenze, Gabriele Chelazzi, prima di morire. Monsignor Curioni è mancato, anche lui per infarto, nel ’96. Ma il suo ex segretario ricorda bene tutto. E davanti ai microfoni del Tg5 ha confermato quell’incontro con Scalfaro. «Ci chiamò al Quirinale», dice monsignor Fabbri, «per dare il nostro aiuto a individuare un nome adatto a quel ruolo. Era un incontro che nasceva dalla grande amicizia tra il presidente e don Cesare».Da mesi c’era maretta tra lo storico direttore del Dap, Nicolò Amato, craxiano di ferro e Scalfaro. Screzi, questioni personali. Ad Amato veniva rimproverato lo sgarbo consumato nei confronti di monsignor Curioni, sfrattato dai suoi uffici e confinato in due stanzette a Regina Coeli. Fatto superato – «i rapporti con Amato erano ottimi, aveva molto aiutato noi cappellani» assicura don Fabio – ma la cui eco era arrivata al Colle. Soprattutto in quell’incontro molto confidenziale – «qui ero seduto io e lì, come dove è lei, il presidente» – Oscar Luigi Scalfaro rievocò la volta che Amato gli aveva fatto fare due giorni di anticamera per riceverlo. «Quando io non ero nessuno, disse lui, ed è tutto da vedere che non fossi nessuno» sorride nel rievocare la scena il nostro testimone. E come venne fuori il nome di Adalberto Capriotti? «Purtroppo o no, fui io a farlo. Lo conoscevo bene, eravamo amici. Già in passato era stato il responsabile della polizia penitenziaria. Mi girai verso don Cesare: ma Capriotti non potrebbe essere? Scalfaro si alzò di scatto. Andò verso una specie di consolle dove consultò un librone con le posizioni di tutti i magistrati. “Può essere” disse».Sia come sia, è così che Adalberto Capriotti, magistrato cattolico e «devotissimo», allora procuratore a Trento, andò a guidare le carceri italiane. Ed è questo il punto. Perché siamo allo snodo nevralgico di ciò che accadde di oscuro tra il governo Ciampi e Cosa nostra, tra Stato e Antistato. Il 26 giugno ’93, tra la strage di Firenze (5 morti, alla fine di maggio) e quella di Milano il 27 luglio (altri cinque morti), Capriotti preparò una nota per il ministro Conso. Nella quale si suggeriva di diminuire del 10% il numero dei boss sottoposti al carcere duro (il «41 bis») e di revocare il regime speciale per le figure di secondo piano. Come «segnale positivo – scrisse – di distensione». E Giovanni Conso, ministro della Giustizia nel governo di centrosinistra guidato da Ciampi, eseguì. Il primo novembre lasciò decadere i primi 140 decreti 41 bis per altrettanti mafiosi, che, tra novembre ’93 e gennaio del ’94, saliranno a circa 400, almeno. Nel più assoluto silenzio. Una decisione che avrà fatto rigirare nella tomba i giudici Falcone e Borsellino, che avevano voluto fortissimamente il 41 bis per piegare Cosa Nostra. Tanto che ora ci si chiede e si indaga se questo passaggio abbia costituito un momento dell’oscura trattativa con la mafia: fine delle stragi in cambio dell’eliminazione del 41 bis.Dopo che avevate fatto da «ponte» su incarico del Quirinale nei primi contatti, Capriotti insediatosi al Dap se aveva qualcosa da dire al presidente passava tramite lei e monsignor Curioni, o aveva suoi canali? «No, assolutamente, aveva propri canali diretti», risponde monsignor Fabbri. E lei pensa che prima di scrivere quella nota abbia informato il capo dello Stato? «A questo proprio non so rispondere».Ai pm di Palermo l’ex presidente della Repubblica ha puntualizzato: «Anzi, non ho alcun ricordo della persona del dr. Amato; non sono neppure in grado di affermare di averlo mai conosciuto». pierangelo.maurizio@alice.it giornale

Confindustria non espelle Berlusconi che paga il pizzo. Perchè?

Domenica, 28 Novembre 2010

Emma Marcegaglia ha un problema. Anzi due. Il padrone del gruppo più importante della sua associazione di categoria, Silvio Berlusconi, e il vicepresidente di Confindustria Fedele Confalonieri. La questione è spinosa. Soprattutto perché Emma Marcegaglia ha contraddistinto la sua presidenza con un forte impegno antimafia con lo slogan: “Espulso da Confindustria chi non denuncia il pizzo”. Sotto la sua presidenza è stato approvato il nuovo codice etico che recepisce il regolamento della Confindustria siciliana ove si legge: “Le aziende associate e i loro rappresentanti riconoscono fra i valori fondamentali della Confindustria Sicilia il rifiuto di ogni rapporto con organizzazioni criminali, mafiose e con soggetti che fanno ricorso a comportamenti contrari alle norme di legge e alle norme etiche per sviluppare forme di controllo e vessazione delle imprese e dei loro collaboratori e alterare la libera concorrenza. Gli imprenditori associati adottano quale modello comportamentale la non sottomissione a qualunque forma di estorsione, usura o ad altre tipologie di reato poste in essere da organizzazioni criminali e/o mafiose. Gli imprenditori associati sono fortemente impegnati a chiedere la collaborazione delle forze dell’ordine e delle istituzioni preposte, denunciando direttamente o con l’assistenza del sistema associativo, ogni episodio di attività direttamente o indirettamente illegale di cui sono soggetti passivi. La verifica dell’uniformità a tali comportamenti che integrano il codice etico è demandata ai Collegi dei Probiviri – costituiti da Confindustria e da tutte le Associazioni aderenti – che determineranno l’applicazione delle sanzioni statutariamente previste”. (Codice etico su: http://bit.ly/ejwdma ) Tra le sanzioni in questione rientrano la censura e nei casi più gravi, come Emma Marcegaglia ha più volte sottolineato nelle sue dichiarazioni ai giornali, l’espulsione. Già erano note le telefonate nelle quali Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri commentavano con l’attuale vicepresidente di Confindustria le minacce estorsive di Mangano. In quelle telefonate Silvio Berlusconi rivendica la scelta di pagare il pizzo. Ora però pure i giudici della Corte di appello di Palermo, che hanno condannato Dell’Utri a sette anni di carcere per fatti di mafia, confermano che i pagamenti ci sono realmente stati. Che cosa farà dunque Confidustria? Lo abbiamo chiesto a Emma Marcegaglia. Ecco come è andata. “Il Gruppo Berlusconi, secondo i giudici di appello di Palermo, ha pagato il pizzo alla mafia. Cosa dice Confindustria? Pensate di espellere il gruppo Fininvest?” “Questa è una cosa che dovranno decidere i magistrati, la nostra è un’azione diversa. Quando c’è una decisione presa, effettiva, allora noi si va nella direzione dell’espulsione. Ma non mi sembra che siamo in questa condizione. Saranno i magistrati a decidere”. E quando abbiamo ribattuto: “Quindi questa regola vale solo per i piccoli imprenditori palermitani?”. Il portavoce ha detto: “Ora basta”. L’imbarazzo insomma è evidente. Anche perché almeno il contenuto delle intercettazioni è inequivocabile. (il video dell’intervista alla Marcegaglia su: http://bit.ly/erfEMA ) Vediamone qualcuna. Nel 1986, dopo aver subito un attentato alla casa milanese di via Rovani, in una telefonata a tre (ascolta l’audio) con Confalonieri e Dell’Utri, Berlusconi spiegava: “Stamattina gliel’ho detto anche ai carabinieri……gli ho detto: “Ah, si? In teoria, se mi avesse telefonato, io trenta milioni glieli davo!” (ride). Scandalizzatissimi: “Come, trenta milioni? Come? Lei non glieli deve dare che poi noi lo arrestiamo!”. dico:”Ma no, su, per trenta milioni!” (ridono)”. (la telefonata è su Youtube: http://bit.ly/gRIasa ) E nel 1988, dopo aver subito minacce di morte contro il figlio Piersilvio, ribadiva il suo proposito all’amico Renato Della Valle: “Ma io ti dico sinceramente che, se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni”. Emma Marcegaglia chiede però una decisione “presa ed effettiva” dei giudici prima di intervenire. E non importa se in altri casi Confindustria si è mossa anche prima del passaggio in giudicato delle sentenze. Ecco il passaggio sul pizzo pagato da Fininvest, estratto dalla sentenza d’Appello del processo Dell’Utri, a questo link: http://bit.ly/fH6pIl . Una sentenza che in Cassazione verrà discussa solo per gli aspetti di legittimità e non di merito. m. lillo fatto quotidiano

Saviano ricco con la legalità

Mercoledì, 20 Ottobre 2010

savianoIn nome della legalità si diventa ricchi. Saviano prenderà 320.000 euro (80 mila euro a puntata)!! sono cifre impressionanti se paragonate a quanto prende un comune spettatore. Quello dei compensi di Saviano & C.  è un tema di cui nessuno parla (ricordate Travaglio che si rifiutava di dire pubblicamente quanto guadagna a Tetris?). Quando si legge degli appelli dei paladini della legalità contro la censura di Stato a nessuno viene in mente che non si tratta solo di civismo. Si tratta (anche) di lavoro e di lavoro ben remunerato. Il che non è scontato. Non chiediamo ai paladini di lavorare gratis, ma di dimostrare, accontentandosi di compensi ordinari, che quello che li muove e smuove è ancora quell’amor patrio che li ha resi famosi e ammirati. Come non ricordare, dinanzi a questi compensi, che già Sciascia parlava di professionisti dell’antimafia. temis

“Siamo figli della stessa lupa” – Ciancimino su Berlusconi e Dell’Utri

Domenica, 19 Settembre 2010

“Siamo figli della stessa Lupa”. Fa impressione leggere il documento che accomuna il sindaco di Corleone, il senatore palermitano e – indirettamente – il premier sotto le mammelle dello stesso sistema politico-mafioso. Se il documento che Il Fatto pubblica sarà attribuito dai periti a ?Vito Ciancimino, come sostiene la sua famiglia, questa frase entrerà nella storia dei rapporti tra mafia e politica. I documenti sono stati consegnati nelle scorse settimane ai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo dalla signora Epifania Scardino in Ciancimino. Decine di fogli scritti a macchina e in parte annotati con una calligrafia che somiglia a quella del consigliori di Bernardo Provenzano. ?Don ?Vito ricostruisce i suoi rapporti imprenditoriali con Dell’Utri e Berlusconi e si scaglia contro i magistrati, colpevoli di avere condannato lui mentre Dell’Utri è stato prosciolto e Berlusconi è addirittura divenuto Cavaliere. Secondo Ciancimino Jr quei fogli risalgono al 1989 e ora sono studiati con attenzione dalla Scientifica per verificarne l’attendibilità. Dopo mesi di interviste e verbali sugli investimenti del padre e dei suoi amici costruttori Franco Bonura e Nino Buscemi (poi condannati per mafia) nei cantieri milanesi di Berlusconi ora arrivano le carte. E si scopre che il figlio di ?don ?Vito era così spavaldo quando parlava dei tempi lontani in cui Berlusconi girava per Milano armato perché aveva ben presenti gli appunti del padre. Basta rileggere le vecchie interviste per scoprire che le sue parole ricalcano quelle uscite all’improvviso dai cassetti di mamma Epifania. ?Vito Ciancimino nelle lettere racconta di avere investito nelle imprese di Berlusconi ricavandone miliardi di vecchie lire. I magistrati hanno chiesto alla scientifica di fare presto. Se gli appunti fossero riscontrati, in teoria, il nome di Berlusconi potrebbe tornare sul registro degli indagati.
Ora che Il Fatto pubblica le carte su Berlusconi consegnate ai pm di Palermo dalla famiglia Ciancimino, si comprende perché Massimo Ciancimino, l’infamone come lo chiama Totò Riina, non deve andare in Rai. Il direttore generale Masi non gradisce le sue interviste. “C’è un veto contro di me”, dice al Fatto il figlio di don Vito. “Fin quando parlavo di Provenzano e dei mafiosi mi sopportavano. Ora che ho cominciato a parlare dei documenti su Berlusconi, la Rai mi vuole oscurare”. Gli appunti presentati recentemente da sua madre ai magistrati di Palermo contengono rivelazioni su Silvio Berlusconi. Davvero sono stati scritti da suo padre? Sì. Sono scritti a macchina e annotati di pugno da mio padre. Mia madre li ha presentati quando i pm di Caltanissetta mi hanno perquisito. Probabilmente il procuratore Sergio Lari dubitava di me e mia mamma ha pensato di aiutarmi portando queste carte ai pm perché confermano quello che avevo già dichiarato. Nell’appunto consegnato ai pm, che Il Fatto pubblica, suo padre punta il dito contro Berlusconi e Dell’Utri e parla dei soldi siciliani investiti nei cantieri milanesi del Cavaliere. Cosa ci può dire? Nulla, c’è un’indagine in corso. Comunque non scrivete che mio padre accusa Berlusconi. Il suo obiettivo polemico è la magistratura. L’appunto è uno sfogo nel quale don Vito, dopo la conferma in appello della confisca dei suoi beni, si infuria per il trattamento diverso ricevuto rispetto a Berlusconi. Nell’appunto consegnato da sua madre si legge una frase di questo tipo: ‘Sia io, Vito Ciancimino, che altri imprenditori amici abbiamo ritenuto opportuno su indicazione di Dell’Utri investire in aziende riconducibili a Berlusconi. Diversi miliardi di lire sono stati investiti in speculazioni immobiliari nell’immediata periferia di Milano’. Mio padre era arrabbiato perché lui e Berlusconi avevano subìto un trattamento diverso solo e unicamente per motivi geografici. Papà quindi non invocava la condanna di Berlusconi ma era convinto che se anche lui fosse stato indagato a Milano, come Dell’Utri, sarebbe stato assolto. Al Fatto risulta che l’appunto si conclude con una considerazione sui soldi investiti a Milano da suo padre nei cantieri di Berlusconi. Quei soldi, si legge nell’appunto, hanno fruttato miliardi a don Vito che poi sono stati sottoposti a confisca. Mentre a Berlusconi – secondo l’appunto di suo padre – nessuno contestava nulla. A che anno risalirebbe questo scritto? Probabilmente il 1989. In quel tempo Berlusconi era celebrato da tutti e mio padre si vedeva privato dei suoi miliardi. Papà considerava ingiusta questa disparità. L’avvocato Niccolò Ghedini ha già smentito le indiscrezioni su queste carte. Il Cavaliere sostiene di non avere mai conosciuto suo padre. In un secondo appunto consegnato ai magistrati da mia madre si parla di finanziamenti elettorali di Caltagirone, Ciarrapico e Berlusconi a mio padre. Mia mamma ha ricordi diversi su Berlusconi. Saranno i magistrati a stabilire la verità. Forse è di queste rivelazioni che ha paura il Direttore generale della Rai Mauro Masi? C’è un bando nei miei confronti da quando ho cominciato a parlare di Berlusconi. Le mie rivelazioni fanno paura perché permettono di ricostruire la continuità del rapporto tra imprenditori e mafia dai tempi del banchiere Sindona a quelli dei palazzinari legati alla Dc. Fino ai rapporti finanziari del 2000. Il veto di Masi non sembra il problema più grande per lei in questo periodo. L’espresso ha raccontato ieri la conversazione intercettata in carcere tra Totò Riina e il figlio Giovanni. Il boss dice che lei e suo padre siete degli infami e che lei mente per salvare il patrimonio. Riina, sapendo di essere intercettato, dice tre cose. Innanzitutto smentisce che Provenzano lo abbia tradito e in questo modo mantiene la pax mafiosa all’interno di Cosa Nostra, utile a tutti per fare affari. Poi dice che è sempre lui il capo dei capi. Infine, punta il dito contro di me lanciandomi le stesse accuse di Dell’Utri. Entrambi dicono che mento per salvare il tesoro di mio padre. Lei ha paura? Non sono un incosciente e capisco i messaggi di Cosa nostra. Riina e i suoi amici, a sentir lui – sarebbero vittima dei pentiti. Eppure non se la prende mai con uno di loro ma punta sempre il dito contro di me. Quello che sto dicendo colpisce al cuore Cosa Nostra perché ho rivelato il tradimento di un boss all’altro. Il giudice Falcone diceva che la mafia non dimentica. Non sarà oggi e non sarà domani, ma arriverà il giorno in cui me la faranno pagare. n. lillo Il Fatto Quotidiano del 18 settembre 2010

Ma in che Paese viviamo?

Giovedì, 2 Settembre 2010

maroni-coppolala foto di Maroni vestito da mafioso. pubblicata da Panorama. temis

Ombre su Schifani

Giovedì, 26 Agosto 2010

Ci sono ombre inquietanti che si dipanano nel passato del presidente del Senato Renato Schifani. Eda questa oscurità sembrano spuntare di tanto in tanto spettri che avvolgono la vita personale e professionale degli ultimi trent’anni dell’avvocato e senatore eletto nel collegio siciliano di Altofonte- Corleone sotto l’insegna di Silvio Berlusconi. Su questo passato ancora poco chiaro il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, è stato molto preciso: «Sappiamo che, secondo molti testimoni, l’avvocato Schifani aveva rapporti con ambienti pericolosi. E il suo ruolo andava ben oltre la semplice assistenza legale. Sono ombre che non lasciano tranquilli». Sgomberare le ombre misteriose e parecchio aggressive che circolano attorno a questo avvocato che ha difeso davanti ai giudici il patrimonio accumulato dai boss mafiosi e che oggi, quando si parla di Pdl difende sempre tutto e tutti, è un ruolo che spetta alla magistratura. Proprio per questo i pm di Palermo vogliono fare luce su questa zona grigia a partire dal contributo che potrebbe offrire il dichiarante Gaspare Spatuzza. Ma non è il solo chiamato dalla procura a parlare di Schifani, vi sono anche altri testimoni in lista d’attesa. L’ex boss del quartiere Brancaccio lo scorso ottobre si è aperto con i magistrati di Firenze ed ha sostenuto, durante un interrogatorio, che l’attuale seconda carica dello Stato nei primi anni Novanta avrebbe avuto un ruolo nel mettere in contatto i mafiosi stragisti Giuseppe e Filippo Graviano con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. La procura fiorentina non ha approfondito il tema perché non è di sua competenza, ed ha inviato a Palermo il verbale top secret. Solo in parte è stato depositato nel processo d’appello a Dell’Utri, ma il fulcro sul quale potrebbero ruotare nuovi scenari giudiziari e politici è ancora coperto dalla massima segretezza. Il boss Giuseppe Graviano di cui parla il dichiarante è lo stesso che nel 1993 subito dopo avere organizzato le stragi di Roma, Milano e Firenze, avrebbe detto a Spatuzza «ci siamo messi il Paese nelle mani» grazie a Berlusconi e Dell’Utri che stavano per entrare in politica.  Ciò che afferma Spatuzza sul ruolo di Schifani nel mettere in contatto i Graviano con Dell’Utri e Berlusconi è solo farina del suo sacco o è stata davvero una confidenza del boss stragista? A sciogliere il nodo saranno i pm siciliani che a settembre interrogheranno Spatuzza per chiarire questo collegamento e valutare eventuali sviluppi giudiziari.
Su Schifani pende infatti un’archiviazione – decisa dal gip di Palermo nel 2002 – per concorso esterno in associazione mafiosa: un procedimento che può essere riaperto solo con l’arrivo di nuovi elementi d’accusa. L’inchiesta archiviata nei confronti del presidente del Senato, all’epoca avvocato civilista, riguardava vicende diverse e prendeva le mosse dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Lanzalaco su un appalto che sarebbe stato pilotato dalla mafia a Palermo. Erano i primi anni Novanta e in quel periodo i lavori pubblici venivano decisi attorno a un tavolo al quale sedevano i boss, gli imprenditori e i politici. Lo studio di progettazione di Lanzalaco preparava gli elaborati per le gare, i politici mettevano a disposizione i finanziamenti, le imprese si accordavano, la mafia eseguiva i subappalti. Inoltre clan e uomini di partito incassavano anche una tangente. Tutt’altra storia rispetto alle trattative condotte dalle cosche nel 1993 per trovare nuovi referenti politici. Ma pur sempre indagini relative all’ipotesi di un sostegno esterno a Cosa nostra e che potrebbero venire quindi riaperte in base alle nuove dichiarazioni di Spatuzza. Il procuratore Francesco Messineo ha deciso che a occuparsi della questione saranno gli aggiunti Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci e i sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido, che hanno già individuato una lista di persone da sentire: oltre a Spatuzza, il collaboratore di giustizia Francesco Campanella, il giovane politico di Villabate, alle porte di Palermo, amico dell’ex ministro Mastella, che fece arrivare a Bernardo Provenzano la falsa carta d’identità per il ricovero a Marsiglia Ma a ricevere la convocazione dei pm potrebbe essere anche un ex cliente di Schifani: un imprenditore condannato per riciclaggio che aveva nominato il presidente del Senato nel consiglio di amministrazione di una sua società, secondo Schifani a sua insaputa. Il senatore, secondo quanto conferma una fonte de “L’espresso”, già verso la fine degli anni Ottanta aveva stretto contatti con Dell’Utri, e sempre in quel periodo erano frequenti i suoi viaggi a Milano. La stessa fonte rivela che Schifani veniva chiamato «il contabile» da Berlusconi. Negli anni in cui frequentava il capoluogo lombardo, Schifani indossava la toga di avvocato esperto in diritto amministrativo e in urbanistica. Come avvocato faceva quanto poteva perché i patrimoni sequestrati ad alcuni mafiosi non venissero incamerati dallo Stato. Nel periodo del maxi processo a Cosa nostra è spesso presente davanti al tribunale per le misure di prevenzione dove si occupava di evitare la confisca dei beni dei boss. Tra i suoi assistiti si ricordano alcuni dei nomi di peso di Cosa nostra dell’epoca, come Giovanni Bontate, fratello di Stefano. Ossia fratello del capomafia al quale Berlusconi negli anni Settanta avrebbe chiesto protezione contro i rapimenti durante un incontro a Milano. Fu allora che venne inviato nella villa di Arcore il mafioso Vittorio Mangano, lo stalliere. Stefano Bontate fu ucciso nell’aprile 1981 dopo avere investito a Milano circa 20 miliardi di lire, in gran parte provenienti dalle casse dei clan palermitani. Che fine abbiano fatto quei quattrini rimane un mistero, ma il boss pentito Francesco Di Carlo – che si dichiara testimone oculare dell’incontro fra Bontate e Berlusconi – nel libro “Un uomo d’onore” di Enrico Bellavia «ha più di un indizio che lo porta a sospettare che Dell’Utri ne sappia qualcosa». Il fratello Giovanni Bontate, condannato per traffico di droga al maxi processo, secondo i pentiti era uno dei più grandi riciclatori di denaro. Venne assassinato insieme alla moglie nel 1988. L’elenco dei clienti professionali di Schifani prosegue poi con Domenico Federico, un socio di Bontate in alcune attività, e il bossimprenditore Ludovico Bisconti.
Ma da tempo il senatore ha abbandonato quelle difese e una volta entrato in politica ha affermato: «La mafia si sconfigge anche inasprendo la legislazione sui patrimoni, aggrendendola al cuore». Una convinzione forse maturata dopo l’esperienza professionale fatta negli anni Ottanta. Invece per la seconda carica dello Stato la presenza del mafioso Mangano ad Arcore è «una vecchia storia» ricordata da «chi è davvero a corto di argomenti seri». Forse per questo motivo lo scorso 19 luglio, nell’anniversario dell’uccisione di di Borsellino e degli agenti della scorta, il presidente del Senato ha preferito non andare sul luogo dell’eccidio dove c’era Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, che ha sempre condannato le affermazioni di Berlusconi e Dell’Utri sul Mangano “eroe”. Comportamento opposto quello tenuto da Gianfranco Fini. Contestato in un primo momento al suo arrivo in via D’Amelio, il presidente della Camera ha poi ricevuto appluasi fragorosi dal “popolo delle agende rosse” quando ha detto che Mangano «non è un eroe». (l. abbate espresso)