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Il Papa, grandezza di un Pontefice (by Magister)

Martedì, 10 Luglio 2012

Il punto critico di questo pontificato non è la contestazione, anche aspra, che lo martella ininterrottamente su vari terreni. Ma è l’avvenuta rottura di quel patto di lealtà interno alla Chiesa che si manifesta nella fuga di documenti riservati, dai suoi uffici più alti. Dalla contestazione, papa Joseph Ratzinger non si lascia intimidire. Non la subisce, anzi, sui casi cruciali la provoca, volutamente. La memorabile lezione di Ratisbona ne è stata la prima dimostrazione.Benedetto XVI mise a nudo la carica di violenza presente nell’Islam con una nettezza che stupì il mondo e scandalizzò nella Chiesa gli amanti dell’abbraccio tra le religioni. Invocò per i musulmani la rivoluzione illuminista che il cristianesimo ha già vissuto. Anni dopo, la primavera di libertà sbocciata e subito deperita nelle piazze arabe ha confermato che aveva visto giusto, che il futuro dell’Islam si gioca davvero lì.Gli abusi sessuali commessi da preti su bambini e ragazzi sono un altro terreno sul quale Benedetto XVI si è mosso controcorrente, già prima d’essere eletto papa. Ha introdotto nell’ordinamento della Chiesa procedure da stato di eccezione. Per suo volere, da una decina d’anni tre cause su quattro sono affrontate e risolte non per le vie del diritto canonico, ma per quelle più dirette del decreto extragiudiziario spiccato da un’autorità di maggior grado.Marcial Maciel, il diabolico fondatore dei Legionari di Cristo, fu sanzionato così, quando ancora era universalmente riverito e osannato. Un’intera Chiesa nazionale, l’irlandese, è stata messa dal papa in stato di penitenza. Vari vescovi inetti sono stati destituiti. Sta di fatto che oggi al mondo non c’è alcun governo o istituzione o religione che sia più avanti della Chiesa di papa Benedetto nel contrastare questo scandalo e nel proteggere i minori dagli abusi.E’ un errore confondere la mitezza di questo papa con la sua remissività. O col suo estraniarsi dalle decisioni di governo. Anche la burrasca che sconvolge l’Istituto per le Opere di Religione, la “banca” vaticana, ha la sua prima origine proprio da lui, dal suo ordine di assicurare la massima trasparenza finanziaria. Non c’è governo al mondo le cui decisioni non siano discusse e contrastate, prima e dopo che siano diventate legge, in pubblico o in via riservata. Anche per la Chiesa di papa Benedetto è così. I conflitti interni documentati dalle carte fuoriuscite dal Vaticano fanno parte della fisiologia di ogni istituzione chiamata a prendere decisioni.Non il contenuto dei documenti, quindi, ma la loro fuga è la vera spina di questo pontificato. E’ tradimento di quel patto di lealtà che tiene insieme chi è parte di un’istituzione, a maggior ragione della Chiesa, dove l’inviolabilità del “foro interno” e ancor più del segreto della confessione ispira una generale riservatezza nelle procedure.Gli ammutinati sostengono, anonimi, di farlo per il bene della Chiesa stessa. E’ una giustificazione ricorrente nella storia. Dallo scandalo dicono di voler ricavare una rigenerazione del cristianesimo. Ma a tanti loro sostenitori “laici” interessa che la Chiesa collassi. Non che sia rigenerata, ma umiliata. I conflitti entro le istituzioni si governano. Ma il tradimento molto meno.Esso è il segnale, piuttosto, di un governo che non c’è, che ha lasciato crescere nella curia romana la ribellione occulta di alcuni suoi “civil servant” e non ha saputo fare nulla per neutralizzarla. La segreteria di Stato vaticana, che da Paolo VI in poi è il primo attore del governo centrale della Chiesa, è inevitabilmente anche la prima responsabile di questa deriva.Benedetto XVI ne è così consapevole che, per rimettere ordine nei Sacri Palazzi, non ha incaricato il suo primo ministro, il cardinale Tarcisio Bertone, ma ha chiamato a consulto un collegio di saggi tra i più lontani da lui: per cominciare, i cardinali Ruini, Ouellet, Tomko, Pell, Tauran. Per un cambio di governo nella curia vaticana le pratiche sono già avviate. s. magiste l’espresso

Consacrazione, i verbi al futuro sono stati tradotti al passato

Venerdì, 22 Giugno 2012

I problemi di traduzione non sono poca cosa e stanno emergendo ogni giorno di più nella loro drammatica problematicità.
Per rimanere nel rito della messa, basterebbe pensare al “Padre nostro”: è un testo biblico o liturgico? Se è testo liturgico, va tradotto dal latino liturgico e non dal greco, con criteri liturgici e non biblici. “Et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo”.
(Nel novembre del 2011 i vescovi italiani votarono per cambiare il “non ci indurre in tentazione” in “non abbandonarci alla tentazione”, con 111 voti contro 68 dati a “non abbandonarci nella tentazione” – ndr).
Oppure al “Gloria”: cosa significa “bonae voluntatis”? Così come è tradotto adesso parrebbe la “buona volontà” degli uomini, quando invece si tratta della buona disposizione di Dio verso gli uomini, con tutto quello che consegue.
(Ancora nel novembre del 2011 i vescovi italiani votarono per cambiare il “pace in terra agli uomini di buona volontà” con “pace in terra agli uomini che egli ama”, con 151 voti contro 36 andati alla versione in uso – ndr).
Ma tornando alle parole della consacrazione nella grande preghiera eucaristica non si percepisce la gravità teologica della traduzione italiana, che ha reso con due participi passati ciò che nel testo latino è addirittura al futuro:
– corpo “offerto in sacrificio” al posto di “tradetur”, “che sarà consegnato”;
– e sangue “versato” al posto di ” effundetur”, “che sarà versato”.
Ne va della comprensione stessa della messa e del suo rapporto con l’ultima cena e con la passione, morte e risurrezione di Cristo.
Il traduttore italiano ha sciaguratamente pensato che il fedele italiano, se avesse ascoltato quei due verbi al futuro avrebbe potuto immaginare che il Signore non avesse ancora donato la sua vita per noi…
In realtà è proprio quel futuro che ci aiuta a comprendere il rapporto tra eucaristia e Pasqua: gli apostoli, nell’ultima cena parteciparono realmente alla Pasqua di Gesù, prima che avvenisse storicamente, esattamente come noi oggi vi partecipiamo dopo che è avvenuta.
L’eucaristia non è memoriale dell’ultima cena, con enfatizzazione del “banchetto”, ma della passione, morte e risurrezione del Signore, attraverso il rito compiuto da Gesù nell’ultima cena. L’eucaristia spezza la barriera del tempo cronologico, e ci rende partecipi “qui e ora” del mistero pasquale.
Se un fedele italiano avesse avuto dei dubbi su quel futuro, sarebbe stata una occasione preziosissima di catechesi semplice e persuasiva sul significato del sacramento.
(nota inviataci da monsignor Juan Andrés Caniato, incaricato per la pastorale delle comunicazioni sociali nell’arcidiocesi di Bologna) s. magister Fonte: Settimo Cielo, 08/05/2012 Pubblicato su BASTABUGIE n.247

Andrea Ricciardi, ecco perchè un cattolico è diventato ministro di Monti

Lunedì, 19 Dicembre 2011

Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, è dal 16 novembre ministro. Non degli affari esteri, come lui stesso aveva sussurrato qua e là di desiderare, ma pur sempre della cooperazione internazionale, un incarico in rima con l’epiteto di “ONU di Trastevere” applicato ad arte alla sua comunità. [...] Di lui esistono ricche e radiose biografie. Ma ce n’è anche una non autorizzata, mai oggetto di alcuna smentita, la cui lettura è stata sempre proibita ai seguaci di Sant’Egidio.
Propriamente, più che una biografia di Riccardi, è una storia della sua comunità, che però con lui fa tutt’uno. Quando uscì su “L’Espresso” era il 1998. Ma chi la rilegge oggi, scopre che anche ciò che allora veniva scritto al futuro si è puntualmente adempiuto:

SANT’EGIDIO STORY. IL GRANDE BLUFF di Sandro Magister
(Da “L’Espresso” del 9 aprile 1998)

Hanno la loro cittadella a Roma Trastevere, in piazza Sant’Egidio, in un ex convento di monache carmelitane con la chiesa. Ma non tengono nessuna targa sul portoncino. Lì a fianco c’è una caffetteria snob, “Pane amore e fantasia”, con l’insegna tipo pellicola da cinema e la foto di Gina Lollobrigida, ma non c’è scritto che è della comunità. Anche la loro messa del sabato sera è da qualche tempo clandestina. La dicono a porte chiuse dentro la vicina basilica di Santa Maria, che raggiungono attraverso un labirinto di locali e cortili interni. Perché ormai sia la basilica, sia quasi tutti gli edifici attigui sono loro dominio, compresi i due palazzi antichi sulla piazza grande. In uno c’è un mercatino di cose vecchie e curiose, “La soffitta”. Anche di questo non c’è scritto che è della comunità.
Sant’Egidio si vede e non si vede. Si sa che servono minestre calde ai barboni e aiutano i vecchi rimasti soli. Si sa che in Mozambico hanno messo d’accordo governo e guerriglieri e che nel Kosovo fanno la spola tra il despota serbo Slobodan Milosevic e gli albanesi maltrattati. La segretaria di Stato americana Madeleine Albright, quando all’inizio di marzo è passata da Roma, ha speso più tempo da loro che dal papa. E uscendo li ha beatificati: “Wonderful people”, meravigliosi. Sono candidati al Nobel per la pace. Hanno un efficientissimo servizio di pubbliche relazioni e tutti ne dicono un gran bene.

TRA OPUS DEI E DALAI LAMA
Ma per il resto sono come la leggendaria Opus Dei. Impenetrabili. Nemmeno in Vaticano sanno bene che cosa fanno quando sono tra loro. Neanche il papa lo sa, nonostante sia loro amico. Se sapesse che quelli di Sant’Egidio hanno praticamente abolito il sacramento della penitenza sostituendolo con i mea culpa pubblici nelle assemblee di gruppo, li redarguirebbe severo. Se conoscesse le loro stranezze in materia di matrimonio e procreazione, sobbalzerebbe sulla cattedra. Se sapesse che nelle loro messe l’omelia la tiene sempre Andrea Riccardi, il fondatore e capo, che prete non è e quindi non dovrebbe predicare (divieto assoluto ribadito di fresco da un’istruzione vaticana), li richiamerebbe subito all’obbedienza.
Questioni interne di Chiesa? Sì e no. Perché quella che oggi è detta “l’Onu di Trastevere” non è un’organizzazione laica tipo “Médecins sans frontières”, ma è nata come comunità cattolica integrale. E tuttora si presenta così: come cittadella di Dio in un mondo invaso dai barbari. È in forza di questa identità e della benedizione papale che Sant’Egidio si offre ´urbi et orbi´ come peacemaker sui fronti di guerra. Oltre che come ponte di dialogo tra le religioni.
Sono stati quelli di Sant’Egidio a organizzare il meeting interreligioso del 1986 ad Assisi, con il papa in preghiera fianco a fianco col Dalai Lama, con metropoliti ortodossi, pastori protestanti, monaci buddisti, rabbini ebrei, muftì musulmani, guru e sciamani d’ogni credo. Da allora, Sant’Egidio replica il modello di Assisi ogni anno: l’ultima volta a Padova e Venezia, altre volte a Roma, Firenze, Milano, Bari, Varsavia, Bruxelles, Malta, Gerusalemme. Con un crescendo di coreografie spettacolari. Con cerimonie ritrasmesse in mondovisione. Con un roteare di ospiti insigni, chiamati dai cinque continenti, spesati, coccolati. Minimo mezzo milione di dollari per meeting, coperti da sovvenzioni governative e private.
Con questi precedenti, Sant’Egidio non avrà rivali per il prossimo Giubileo. Sua sarà la regia dell’Assisi bis, questa volta di nuovo col papa, già annunciata dal Vaticano.

IN PRINCIPIO FU CL
Eppure, nonostante queste credenziali e le sue suggestive liturgie, il profilo cattolico della comunità di Sant’Egidio resta sfuggente. I suoi percorsi tortuosi. La sua data di nascita ufficiale è il 7 febbraio 1968. Ma a quella data non succede proprio niente di nuovo. I futuri membri di Sant’Egidio fanno semplicemente parte di un raggio, di una cellula di Gs nel liceo Virgilio di Roma. Gs è la sigla di Gioventù Studentesca, l’organizzazione fondata da don Luigi Giussani che più tardi, passata la bufera del Sessantotto, prenderà il nome di Comunione e Liberazione. Riccardi vi si era avvicinato negli anni di ginnasio, a Rimini. Dopo di che, tornato a Roma, aveva legato con i ´giessini´ del Virgilio, del Dante, del Mamiani. Tra quei compagni di liceo c’è già il nocciolo duro di Sant’Egidio d’oggi. Ma con loro ci sono anche Rocco Buttiglione e la sua futura moglie Maria Pia Corbò, che rimarranno con don Giussani. Se il gruppone si disfà, tre, quattro anni dopo, è perché se ne va via il prete che l’aveva tenuto assieme, Luigi Iannaccone. È solo a quel punto, inizio 1972, che Riccardi e i suoi si mettono in proprio. Con astio nei confronti dei fratelli separati di Cl, che infatti spariranno per sempre, anche in memoria, dalle storie autorizzate di Sant’Egidio.

MONACI DEL NUOVO MILLENNIO
Manca ancora una sede. E per un poco Riccardi e compagni, tutti di famiglia bene, meditano di traslocare in baracche di periferia. Ma poi per i poveri scelgono solo di lavorare, senza conviverci. Nel settembre del 1973 fissano finalmente il loro quartier generale a Sant’Egidio, a Roma Trastevere. Sparite le ultime monache, l’edificio era rimasto vuoto. È di proprietà del ministero degli Interni, che lo cede a loro in cambio d’un affitto di poche lire. Chiavi in mano compreso il restauro, eseguito prontamente a spese del ministero.
Segue la fase monastica. Con una spruzzata d’orientalismo. In vacanza, quelli di Sant’Egidio vanno in Belgio, a Chevetogne, un monastero che celebra raffinate liturgie bizantine, e se ne innamorano. Di ritorno a Roma, arricchiscono le loro liturgie con tocchi orientali e alla loro vita comune danno un’impronta monastica. Anche per via della giovane età, nessuno di loro è sposato. E allora s’immaginano “celibi per il Regno dei cieli” e “monaci nel deserto della città”. Danno ai loro capi i nomi di priore e priora, con i rispettivi vice. Abitano in piccoli gruppi divisi per sesso. Vestono tutti in modo austero, riconoscibile: gonne ampie e lunghe, maglioni abbondanti e colori castigati le donne; giaccone blu scuro i maschi; borsa di pelle a tracolla per tutti, modello Tolfa. Le giornate sono all’insegna dell’”ora et labora”, dove il “labora” sono il pasto ai poveri, le pulizie ai vecchi, il doposcuola ai monelli di periferia.

LA SCOPERTA DEL SESSO
Ma anche la fase monastica si spegne presto. Nell’estate del 1978, in un ritiro collettivo nelle Marche, nell’eremo di Macereto, un po’ tutti svuotano il sacco. E confessano di condurre tra loro una vita sessuale sin troppo movimentata. Da lì in poi cade il silenzio sul “nuovo monachesimo” e prendono il via i primi matrimoni. Resta l’obbedienza assoluta a quello che era di fatto l’abate indiscusso, Riccardi.
Il quale, intanto, s’è laureato in legge, ma si è subito dopo tuffato, da autodidatta, negli studi di storia, in particolare di storia della Chiesa, fino ad aggiudicarsi rapidamente una cattedra in università. Come per incanto, si danno agli studi di storia anche gli altri membri importanti della comunità, maschi. Ma quello che li distingue è che la storia non vogliono solo studiarla, ma farla. Specie la storia presente della Chiesa. Il 1978 è l’anno dei tre papi: muore Paolo VI e dopo l’interregno di papa Albino Luciani sale al trono Giovanni Paolo II. Nei due preconclavi, specie nel secondo, Sant’Egidio è tutto un via vai di cardinali d’ogni continente, di conciliaboli, di manovre elettorali.
La comunità fa campagna per il cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti. Ma il conclave li delude. A vincere è il polacco Karol Wojtyla, per loro uno sconosciuto. Bastano poche settimane per ribaltare la sconfitta. Quelli di Sant’Egidio studiano a puntino la mappa della prima uscita del nuovo papa, alla parrocchia romana della Garbatella. Sul tragitto c’è una scuola materna, con un’aula che dà proprio sulla strada. Per una settimana occupano quell’aula e insegnano ai bambini canti in polacco. Li tengono lì dentro a cantare anche la domenica, col papa che arriva. Finché il papa passa, sente, si ferma, entra, vuol sapere. L’idillio tra Giovanni Paolo II e Sant’Egidio sboccia così. L’innamoramento è l’estate dopo a Castelgandolfo, una sera di luglio, in giardino, con le lucciole. Cantano e ballano con lui. Fanno ´serpentone´ tra le aiuole. Non si lasceranno più.

ALLA CONQUISTA DELLA CHIESA
Gli anni Ottanta sono la fase della conquista della Chiesa, posizione dopo posizione, fino ai più alti gradi. Il riconoscimento canonico Sant’Egidio l’ottiene nel 1986. Ma più importanti sono i legami diretti stabiliti con alcuni personaggi chiave del Vaticano.
Tre di questi sono tuttora i più grossi sostenitori della comunità. Uno è il segretario personale di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, onnipotente factotum. Un altro è il cardinale Roger Etchegaray, ambasciatore volante del papa sui fronti caldi del globo. Il terzo è il cardinale Achille Silvestrini, curiale di prima grandezza. Anche le parentele pesano. Una nipote di Silvestrini, Angela, è dentro la comunità. Mentre altri due membri di spicco di Sant’Egidio, don Matteo Zuppi e Francesco Dante, sono a loro volta nipoti di due porporati defunti: rispettivamente dei cardinali Carlo Confalonieri ed Enrico Dante. Quanto a Riccardi, il suo albero di famiglia è ancor più dotato: ha come zio non un cardinale ma un beato “che fu maestro del futuro cardinale Ildefonso Schuster”, un monaco di San Paolo fuori le Mura di nome Placido, elevato agli altari nel 1954. Ed è già lui stesso un santo in terra, per i suoi fan.

MARTINI FOLGORATO
Altro cardinale protettore di Sant’Egidio è Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano. Martini lo dicono addirittura loro membro onorario, perché nel 1975, quando era a Roma come rettore del Pontificio istituto biblico, li incontrò, ne restò folgorato e per quattro anni fece la sua parte nella comunità: accudiva a un vecchietto di Trastevere e andava a dir messa in un locale della borgata Alessandrina. Ad accompagnare Martini passo passo era stata incaricata una giovane della comunità, Gina Schilirò. Un’altra, Maura De Bernart, aveva a sua volta conquistato alla causa pochi anni prima un sacerdote, Vincenzo Paglia, che oggi è assistente ecclesiastico ufficiale di Sant’Egidio e aspirante vescovo. Sfortunatamente, sia Schilirò che De Bernart hanno poi avuto storie tormentate. La prima è uscita dalla comunità e poi rientrata con la cenere sul capo. La seconda, che all’inizio era leader di spicco, finì presto retrocessa con l’etichetta di donna traviata. “La nostra Maria Maddalena”, la definivano i suoi censori.

IN GUERRA PER LA PACE
C’è forte contrasto, in Sant’Egidio, tra il proscenio e il retroscena, tra le attività ´ad extra´ e la comunità ´ad intra´. Prendiamo le iniziative di pace, quelle degli anni Novanta, la fase geopolitica della storia della comunità. Sulla ribalta del mondo, Sant’Egidio si batte indiscutibilmente per la pace e la democrazia. Se una critica le viene fatta, è che sceglie i suoi teatri con fin troppa cura di sé. Sì in Burundi, in Algeria, in Sudan, anche a costo di contrariare le Chiese del luogo. No a Timor Est e nel Chiapas. Questione di concorrenza. Il Nobel per la pace assegnato nel 1996 al vescovo di Timor, Carlos Filipe Ximenes Belo, è stato per Sant’Egidio una doccia gelata. Quanto al Chiapas, tra i candidati rivali al Nobel c’è anche lì un vescovo star, quello di San Cristóbal de las Casas, Samuel Ruiz García.
Ma la democrazia vale per quelli di fuori. Dentro la comunità non ce n’è ombra. “Perché anche la Chiesa dev’essere così, non democratica”, teorizza con i suoi discepoli Riccardi. La gerarchia interna è rigidissima e in trent’anni di vita della comunità lui solo è sempre stato al comando. Ma rigide sono anche le divisioni per sesso: ai maschi la diplomazia, la geopolitica, il pulpito, la cattedra, l’altare; alle femmine il sociale, le mense, gli anziani, i bambini. E così le divisioni per generazione e per classe.
La struttura della comunità di Sant’Egidio ha al culmine il gruppo dei fondatori, oggi tra i 40 e i 50 anni. Sono 120 circa, ma è come se fossero i dodici apostoli: un ´unicum´ cui nessuno può aggiungersi. Poi, in subordine, viene la seconda generazione. Che è a sua volta divisa in due rami: da una parte la Pentecoste, i borghesi, quelli che hanno fatto gli studi; dall’altra la Resurrezione, il popolino, quelli di borgata. Il reclutamento dei giovanissimi è anch’esso separato: per la Pentecoste nei licei, per la Resurrezione nelle scuole professionali di periferia.

LE SACRE GERARCHIE
La messa del sabato sera, quella del top della comunità, è da sempre una fotografia perfetta delle gerarchie interne. Sull’altare c´è il gruppo dei fondatori, da una parte le donne, dall’altra i maschi, ciascuno al suo posto prefissato. Nella navata ci sono una rappresentanza scelta della Pentecoste più qualche elemento della Resurrezione e gli ospiti di riguardo. Riccardi è alla regia: non solo tiene la predica, ma comanda anche le luci da una piccola consolle. E chi nella comunità cade in disgrazia perde sia il suo ruolo nella messa che il suo posto in chiesa: Claudio Cottatellucci, uno dei capi della prima ora, che per anni aveva avuto l’onore di leggere dall’ambone l’Antico Testamento, si ritrovò di punto in bianco cacciato giù nella navata. La processione d’uscita al termine della messa è anch’essa un rito gerarchico. Tornati i preti in sacrestia, il primo ad alzarsi è Riccardi, seguito in fila indiana dagli altri maschi dell’altare, in ordine d’autorità. Poi ecco Cristina Marazzi, la numero uno delle donne, con le altre dietro in fila. Infine il rompete le righe per quelli della navata.

QUINTA COLONNA AL “CORRIERE DELLA SERA”
Il terremoto più grosso, al vertice di Sant’Egidio, risale a sei anni fa. Riccardi annunciò che avrebbe lasciato a un altro la presidenza per dedicarsi con più libertà alla cura spirituale della comunità. Ma quando si arrivò al voto nel comitato centrale, la sua indicazione non cadde su Andrea Bartoli, che da sempre era stato il numero due e in gioventù era stato di Riccardi l’amico intimo, ma su Alessandro Zuccari.
Di norma l’indicazione di Riccardi è legge. Non si discute, si esegue. Ma quella volta accadde l’inaudito: l’unanimità fu infranta. Zuccari fu eletto, ma anche Bartoli ebbe dei voti. E i suoi sostenitori uscirono allo scoperto: Agostino Giovagnoli, l’intellettuale fine del gruppo, quello a cui spettava tenere le omelie ogni volta che Riccardi era assente; sua moglie Milena, numero due delle donne; Paola Piscitelli, futura compagna dello stesso Bartoli; Roberto Zuccolini, giornalista al “Corriere della Sera”, il primo quotidiano italiano.
Questa fronda non chiedeva maggior democrazia dentro la comunità: perché quanto a dispotismo, Bartoli aveva fama di terribile maestro dei novizi. Il dissenso era di strategia. Bartoli e i suoi contestavano un chiodo fisso di Riccardi: l’idea che la comunità di Sant’Egidio dovesse restare marcatamente papalina e romana, anche nelle sue filiali estere d’Europa, d’Africa, d’Asia e d’America. Volevano più autonomia per le periferie della comunità. Mentre Riccardi era ed è un accentratore estremo.

LA GUERRA DEI DUE ANDREA
La guerra tra i due Andrea durò per tutto il 1992, con i fautori di Riccardi che tenevano i loro conciliaboli al Caffè Settimiano, a Trastevere. E alla fine il gruppo antipartito fu sgominato. Bartoli fu spedito in esilio a New York, dove è tuttora. Suo fratello, Marco, fu cacciato dalla filiale di Napoli, di cui era il primo responsabile. Altre filiali a Genova e in Germania, che erano pro Bartoli, furono commissariate. A Giovagnoli furono tolti il pulpito e la cura delle relazioni con l’Asia. Zuccolini invece lo recuperarono: al “Corriere della Sera” era troppo prezioso e il partito di Riccardi ci teneva ad averlo dalla sua.
Salirono così di grado, assieme a Zuccari, solo i fedelissimi del fondatore. Sono gli stessi che oggi compongono il gruppo dirigente, ciascuno con le sue mansioni: Marco Impagliazzo, Mario Giro e don Vittorio Ianari si occupano di Islam e mondo arabo, dall’Algeria al Sudan; Roberto Morozzo Della Rocca e don Paglia dei Balcani; don Marco Gnavi e Adriano Roccucci dell’Oriente ortodosso, dalla Serbia alla Russia; don Zuppi dell’Africa; Valeria Martano, moglie di Zuccolini, di Istanbul e dell’Asia; don Ambrogio Spreafico, che è anche diventato rettore della Pontificia Università Urbaniana, degli ebrei; Alberto Quattrucci e Claudio Betti degli annuali meeting interreligiosi sul modello del papa ad Assisi; Gianni La Bella di sponsor e sovvenzioni; Cristina Marazzi, intramontabile numero uno delle donne, di assistenza; Mario Marazziti, suo marito, di pubbliche relazioni.
E i preti? Sant’Egidio ne ha oggi una dozzina. Tolti Paglia e Spreafico, venuti da fuori, gli altri sono cresciuti tutti in casa, senza passare per i seminari diocesani. A decidere chi deve diventare prete è la comunità, ossia Riccardi. E a consacrarli basta un vescovo amico, nell’attesa che vescovo lo diventi uno di loro. Paglia è il candidato. Fermo al palo da anni. Se in Vaticano esitano a dare il via libera alla sua ordinazione è perché c’è finora un solo, troppo discusso precedente di comunità con un suo vescovo speciale: l’Opus Dei. Il timore è che Sant’Egidio diventi un’altra Chiesa nella Chiesa.
Ma la spunteranno. Quelli di Sant’Egidio sono pochi di numero. Faticano a reclutare nuovi seguaci e subiscono molti abbandoni. Ma si definiscono “la formica capace di imprese grandi con piccoli mezzi”. Sono una lobby potente. Condizioneranno il conclave che eleggerà il prossimo papa. Nessun magnate di Chiesa li vuole avere nemici. Riccardi lo dice spesso ai suoi: “Dobbiamo apparire più di quello che siamo. È il nostro miracolo. Il grande bluff”. via bastabugie.it

Romano Guardini e Benedetto XVI

Giovedì, 2 Ottobre 2008

In questo stesso giorno, quarant’anni fa giusti, a Monaco di Baviera moriva Romano Guardini (1885-1968), il filosofo e teologo italo-tedesco che la sua biografa Hanna-Barbara Gerl definì "un Padre della Chiesa del XX secolo".

I libri di Guardini hanno nutrito la parte più viva del pensiero cattolico del Novecento. E tra i suoi allievi ve ne fu uno speciale, oggi papa. È Joseph Ratzinger, che quand’era studente, poco più che ventenne, ebbe modo non solo di leggere ma anche di ascoltare dal vivo colui che elesse come suo grande "maestro".

Da teologo, da cardinale e anche da papa, Ratzinger ha confessato più volte, nei suoi libri, di voler proseguire sulle strade aperte da Guardini. In "Gesù di Nazareth" dichiara fin dalle prime righe d’avere in mente un classico del suo maestro: "Il Signore". E in "Introduzione allo spirito della liturgia" mostra fin dal titolo di ispirarsi a un capolavoro dello stesso Guardini, "Lo spirito della liturgia".

Nel quarantennale della scomparsa, in Italia, in Germania e in altri paesi europei saranno a lui dedicati simposi, seminari, convegni che cercheranno di analizzare il suo straordinario contributo al pensiero filosofico e teologico.

Ma uno dei campi più interessanti da esplorare è l’intreccio tra la biografia e il pensiero di Guardini e quelli dell’attuale pontefice.

È quanto fa nel saggio che segue uno dei maggiori esperti in materia, Silvano Zucal, professore di filosofia all’Università di Trento e curatore dell’edizione critica integrale delle opere di Guardini, edita in Italia dalla Morcelliana.

L’articolo è uscito sull’ultimo numero di "Vita e Pensiero", la rivista dell’Università Cattolica di Milano.

Ratzinger e Guardini, un incontro decisivo

di Silvano Zucal

In questo saggio vorremmo porre l’attenzione sul rapporto tra Romano Guardini e Joseph Ratzinger, ora papa Benedetto XVI. Il quale ha definito Guardini una "grande figura, interprete cristiano del mondo e del proprio tempo" e a Guardini torna spesso in quasi tutti i suoi scritti.

In realtà, per Ratzinger, quella di Guardini è una voce ancora attuale che semmai va resa nuovamente udibile. Il pensatore italo-tedesco infatti non ha scritto solamente molti libri tradotti in molte lingue, ma nel suo tempo è riuscito a plasmare un’intera generazione, la generazione alla quale lo stesso pontefice si sente di appartenere.

Prima di addentrarci compiutamente nella visione di Guardini, riproposta dall’attuale pontefice, soffermiamoci sul sorprendente intreccio biografico delle due personalità.

Nel viaggio di Benedetto XVI a Verona del 19 ottobre 2006 si è disvelato un "incontro" particolare tra i due. Non si può infatti dimenticare che Verona è la città che il 17 febbraio 1885 ha dato i natali a Guardini. E con grande commozione il papa ha ricevuto in dono proprio a Verona una copia dell’atto battesimale di Guardini, il cui battesimo era avvenuto nella chiesa di San Nicolò all’Arena. C’è in tal senso un singolare incrocio di destini tra Romano Guardini e Joseph Ratzinger. Guardini se ne andrà fin dalla primissima infanzia dall’Italia e diventerà "tedesco" per formazione intellettuale e spirituale. Dopo gli anni dell’insegnamento a Berlino dal 1923 al 1939, nel secondo dopoguerra, dopo i tre anni di docenza a Tubinga dal 1945 al 1948, egli insegnerà ininterrottamente "christliche Weltanschauung", visione cristiana del mondo, a Monaco di Baviera. La città elettiva di Guardini è quindi proprio Monaco, dove appunto morirà nel 1968.

Ratzinger compirà esattamente il cammino inverso. Dopo l’insegnamento di dogmatica e di teologia fondamentale presso la Scuola superiore di Frisinga, egli continuerà la sua attività di insegnamento a Bonn (1959-1969), la città della formazione e degli esordi di Guardini, a Münster (1963-1966) e infine a Tubinga per un triennio (1966-1969) come accadrà proprio allo stesso Guardini. Dal 1969 Ratzinger insegna invece dogmatica e storia dei dogmi presso l’Università di Ratisbona, ma il 25 marzo 1977 papa Paolo VI lo nominerà arcivescovo di Monaco e Frisinga. Come già per Guardini, Monaco sembrava anche per Ratzinger la tappa definitiva.

Invece le due strade si divaricano. Se il filosofo veronese sarà chiamato per sempre al Nord, in quella Monaco che egli tanto amava perché la sentiva come una sorta di città-sintesi in cui anche la sua anima italiana poteva trovarsi a casa, il teologo tedesco vedrà invece il Sud come destino. E non tornerà più a casa anche quando il desiderio del ritorno alla sua Baviera era impellente e sembrava poter essere soddisfatto. Roma e l’Italia diventeranno la sua definitiva "patria" spirituale.

Al di là di questi itinerari insieme incrociati e opposti nelle direzioni, queste due figure straordinarie avranno modo di incontrarsi anche personalmente. Ratzinger sarà non solo lettore di Guardini ma anche in qualche occasione "uditore", come lo era stato a Berlino anche il grande teologo Hans Urs von Balthasar. Negli anni che vanno dal 1946 al 1951 – proprio gli stessi anni in cui Ratzinger studiava presso la Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga, nelle immediate vicinanze della capitale bavarese, e poi all’Università di Monaco – Guardini assume in quella stessa città, nell’università e nella Chiesa di Monaco, quel ruolo di leadership intellettuale e spirituale che tutti gli riconoscono. Per Ratzinger, allora poco più che ventenne, il fascino di una figura come quella di Guardini è indiscutibile e ne segnerà fortemente il suo stesso profilo intellettuale. Quando, a partire dal 1952, egli inizia la sua attività didattica nella medesima Scuola di Frisinga dove era stato studente, l’eco delle lezioni di Guardini arrivava ben forte nella cittadina, che respirava quanto di culturale e intellettuale accadeva nella vicina capitale bavarese. E il rapporto intellettuale tra il futuro Papa e il "maestro" Guardini si fece straordinariamente intenso.

Sono infatti molteplici gli elementi che accomunano i due pensatori, che diventeranno poi figure decisive della Chiesa del Novecento. Se l’uno diventerà cardinale e poi papa, anche a Guardini verrà offerto il cardinalato a cui poi rinuncerà. Entrambi sono preoccupati di ritrovare l’essenziale del cristianesimo cercando di rispondere alla provocazione di Feuerbach. Su questo Guardini scriverà nel 1938 la splendida opera che porta il titolo "L’essenza del cristianesimo", mentre Ratzinger dedicherà al tema la sua "Introduzione al cristianesimo" scritta nel 1968, indubbiamente la sua opera più celebre e anche, con ogni probabilità, la più importante.

Egualmente accomuna i due la preoccupazione per la Chiesa, il suo senso e il suo destino. Se Guardini profetizzava nel 1921 che "un processo di grande portata è iniziato: la Chiesa si sveglia nelle coscienze", in modo più drammatico Ratzinger si poneva con eguale radicalità il problema ecclesiologico a partire da quello che egli riteneva l’avvenuto capovolgimento della tesi guardiniana: "Il processo di grande portata è che la Chiesa si spegne nelle anime e si disgrega nelle comunità".

Basti pensare, in tal senso, alla vastissima risonanza che ebbe l’accorato intervento pronunciato da Ratzinger il 4 giugno 1970 all’Accademia cattolica bavarese di Monaco davanti a mille persone sul tema "Perché oggi sono ancora nella Chiesa?". Egli disse allora: "Io sono nella Chiesa per gli stessi motivi per i quali sono cristiano: poiché non si può credere da soli. Si può essere cristiani solo nella Chiesa, non accanto a essa".

Analoga anche la preoccupazione dei due per il futuro di un’Europa che tende a ripudiare il suo passato. Basti pensare alle lezioni sull’Europa di Guardini e agli interventi di Ratzinger, che anche da papa ha voluto ricordare il senso dell’Europa e delle sue radici, ritenendo l’Europa "un’eredità vincolante per i cristiani".

LA QUESTIONE LITURGICA

Un punto cruciale d’incontro tra l’attuale papa e Guardini è indubbiamente la liturgia. Entrambi sono uniti dalla comune passione per essa. Per chiarire il suo debito nei confronti di Guardini, Ratzinger titolò il suo libro sul tema liturgico, uscito nella festa di sant’Agostino del 1999 e che ebbe uno straordinario successo (4 edizioni in un anno), "Introduzione allo spirito della liturgia", proprio ricordando il celebre "Lo spirito della liturgia" di Guardini uscito nel 1918.

Scrive lo stesso Ratzinger nella premessa al suo libro: "Una delle mie prime letture dopo l’inizio degli studi teologici, al principio del 1946, fu l’opera prima di Romano Guardini ‘Lo spirito della liturgia’, un piccolo libro pubblicato nella Pasqua del 1918 come volume inaugurale della collana ‘Ecclesia orans’, a cura dell’abate Herwegen, più volte ristampato fino al 1957. Quest’opera può, a buon diritto, essere ritenuta l’avvio del movimento liturgico in Germania. Essa contribuì in maniera decisiva a far sì che la liturgia, con la sua bellezza, la sua ricchezza nascosta e la sua grandezza che travalica il tempo, venisse nuovamente riscoperta come centro vitale della Chiesa e della vita cristiana. Essa diede il suo contributo perché si celebrasse la liturgia in maniera ‘essenziale’ (termine assai caro a Guardini); la si voleva comprendere a partire dalla sua natura e dalla sua forma interiori, come preghiera ispirata e guidata dallo stesso Spirito Santo, in cui Cristo continua a divenire a noi contemporaneo, a fare irruzione nella nostra vita".

E il confronto prosegue. Ratzinger paragona il proprio intento a quello di Guardini e lo ritiene del tutto coincidente nello spirito anche se in un contesto storico radicalmente diverso: "Vorrei arrischiare un paragone, che come tutti i paragoni è in gran parte inadeguato, ma che aiuta a capire. Si potrebbe dire che la liturgia era allora – nel 1918 – per certi aspetti simile a un affresco che si era conservato intatto, ma che era quasi coperto da un intonaco successivo: nel messale, con cui il sacerdote la celebrava, la sua forma era pienamente presente, così come si era sviluppata dalle origini, ma per i credenti essa era ampiamente nascosta da istruzioni e forme di preghiera di carattere privato. Grazie al movimento liturgico e – in maniera definitiva – grazie al Concilio Vaticano II, l’affresco fu riportato alla luce e per un momento restammo tutti affascinati dalla bellezza dei suoi colori e delle sue figure".

Dopo la ripulitura dell’affresco, però, il problema dello "spirito della liturgia" per Ratzinger oggi si ripropone. Rimanendo nella metafora: per l’attuale papa diversi ed errati tentativi di restauro o di ricostruzione, disturbo arrecato dalla massa dei visitatori, hanno fatto sì che l’affresco sia stato messo gravemente a repentaglio e minacci di rovinare se non si prendono le misure necessarie per porre fine a tali dannosi influssi. Non si tratta per Ratzinger di tornare al passato e infatti egli dice: «Naturalmente non si deve tornare a coprirlo di intonaco, ma è indispensabile una nuova comprensione del messaggio liturgico e della sua realtà, così che l’averlo riportato alla luce non rappresenti il primo gradino della sua definitiva rovina. Questo libro vorrebbe proprio rappresentare un contributo a tale rinnovata comprensione. Le sue intenzioni coincidono quindi sostanzialmente con ciò che Guardini si era proposto a suo tempo; per questo ho volutamente scelto un titolo che ricorda espressamente quel classico della teologia liturgica". E anche nel prosieguo del testo, soprattutto nel primo capitolo, egli si confronta con le tesi di Guardini e con la sua celebre definizione della liturgia come "gioco".

Nell’intervento commemorativo del 1985 Ratzinger si soffermava invece sulla fondazione storico-filosofica del rinnovamento liturgico proposto da Guardini. Nell’opera "Formazione liturgica" del 1923 il filosofo salutava con spirito liberatorio la fine dell’epoca moderna giacché essa aveva rappresentato lo sfacelo dell’essere umano e, più in generale, del mondo, una divaricazione schizofrenica tra una spiritualità disincarnata e menzognera e una materialità abbrutita che è solo uno strumento nelle mani dell’uomo e dei suoi obiettivi. Si aspirava al "puro spirito" e si incappò nell’astratto: il mondo delle idee, delle formule, degli apparati, dei meccanismi e delle organizzazioni. L’allontanamento dal moderno coincideva in Guardini – sottolineava Ratzinger – con l’entusiasmo rivolto al paradigma medievale ben illustrato nel libro del martire del nazismo Paul Ludwig Lansberg, "Il Medioevo e noi", uscito nel 1923. Ciò non significava per Guardini abbandonarsi a un romanticismo del Medioevo ma coglierne la permanente lezione. Nell’atto liturgico è il vero autocompimento del cristiano e allora nella lotta sul simbolo e sulla liturgia ciò che è in gioco – annota Ratzinger sulla scia della lezione di Guardini – è il divenire stesso dell’uomo nella sua dimensione essenziale.

Il futuro papa andrà poi anche a soffermarsi sulle affermazioni espresse da Guardini nella famosa sua lettera inviata nel 1964 ai partecipanti al terzo Congresso liturgico di Magonza, che conteneva la celebre domanda: "L’atto liturgico, e con esso soprattutto quello che si chiama ‘liturgia’, è forse tanto storicamente vincolato all’antichità o al Medioevo che per onestà lo si dovrebbe oggi abbandonare del tutto?". Una domanda che nascondeva in realtà un quesito drammatico: l’uomo del futuro sarà ancora in grado di compiere l’atto liturgico che richiede un senso simbolico-religioso ormai in estinzione oltre che la sola obbedienza della fede?

Senza più il pàthos ottimistico della prima ora, Guardini intravedeva il volto del postmoderno con tratti ben diversi da quelli da lui in precedenza auspicati. Un vero e proprio choc spirituale dovuto alla civilizzazione tecnica invasiva di tutto, come già testimoniavano le sue "Lettere dal Lago di Como" del 1923. Per questo, sottolinea Ratzinger, "qualcosa della difficoltà degli ultimi tempi si trova, nonostante la gioia per la riforma liturgica del Concilio sviluppatasi a partire dal suo lavoro, nella sua lettera del 1964. Guardini esorta i liturgisti radunati a Magonza a prendere sul serio l’estraneità di coloro che considerano la liturgia come non più eseguibile e a riflettere su come si possa – se la liturgia è essenziale – avvicinarli a essa".

L’OPZIONE TEOLOGICA FONDAMENTALE

Guardini, ricorda Ratzinger, si trovò nel pieno del dramma della crisi modernista. Come ne uscì? Fedele alla lezione del suo primo maestro, il teologo di Tubinga Wilhelm Koch, ma anche attento ai limiti e ai rischi di quella prospettiva, andò alla ricerca di un nuovo fondamento e lo trovò a partire dalla sua conversione. "La breve scena – sottolinea il futuro papa – di come Guardini dopo la perdita della fede penetra di nuovo in essa, ha qualcosa di grande ed emozionante proprio nella modestia e semplicità con cui egli descrive il processo. L’esperienza di Guardini nella mansarda e sul balcone della casa dei genitori mostra una somiglianza davvero stupefacente con la scena del giardino nel quale Agostino e Alipio trovarono l’apparizione della propria vita. In entrambi i casi si schiude la parte più interiore di un uomo, ma nel guardare all’interno di ciò che vi è di più personale e più nascosto, nell’ascoltare il battito del cuore di un uomo, si percepisce a un tratto il rintocco della storia più grande, poiché è l’ora della verità, perché un uomo ha incontrato la verità".

Un incontro non più con Dio inteso in senso universale ma con "il Dio in concreto". In quel momento Guardini, sottolinea Ratzinger, capì che teneva in mano tutto, la sua vita intera, e disponeva di essa e anzi doveva disporne. La scelta fu quella di dare la sua vita alla Chiesa e da qui viene la sua opzione teologica fondamentale: "Guardini era convinto che solo il pensare con il soggetto Chiesa renda liberi e, soprattutto, renda possibile la teologia. Programma che oggi è nuovamente di attualità e dovrebbe essere preso in considerazione nel modo più approfondito, come richiesta alla teologia moderna".

Per Guardini una conoscenza teologica costruttiva non può mai realizzarsi allorché Chiesa e dogma appaiono soltanto "come limite e chiusura". Di qui il suo motto provocatorio, dal punto di vista teologico: "noi eravamo decisamente non liberali", motto che allude al fatto che per lui la Rivelazione divina si poneva come criterio ultimo, "fatto originante" della conoscenza teologica, e la Chiesa ne era la "sua portatrice".

Il dogma diventava così l’ordinamento fecondo del pensiero teologico. Effettivo fondamento della sua teologia fu dunque l’esperienza della conversione, che per Guardini costituì il superamento dello spirito moderno e, in specie, della sua deriva soggettivistica post-kantiana. Per il nostro pensatore dunque "all’inizio non vi è la riflessione, bensì l’esperienza. Tutto ciò che si presentò più tardi come contenuti, è sviluppato a partire da questa esperienza originaria".

Nel descrivere la struttura fondamentale del pensiero di Guardini, il futuro papa si sofferma su quelle che, a suo dire, costituiscono le categorie principali all’interno dell’unità di liturgia, cristologia e filosofia.

Anzitutto il "rapporto tra pensiero ed essere". Un rapporto che implica l’attenzione alla verità stessa, la ricerca dell’essere dietro il fare. Basti pensare alle parole pronunciate da Guardini nella sua lezione di prova a Bonn: "Il pensiero sembra volersi di nuovo indirizzare adorante verso l’essere". Sulla scia di Nicolai Hartmann, di Edmund Husserl e soprattutto di Max Scheler, la proposta di Guardini, per Ratzinger, esprimeva "l’ottimismo per il fatto che ora la filosofia ripartiva come questione dei fatti stessi, un inizio che guidava del tutto da solo nella direzione delle grandi sintesi del Medioevo e del pensiero cattolico da esse formato". Per Guardini – sottolinea il futuro papa – la verità dell’uomo è l’essenzialità, la conformità all’essere, meglio ancora "l’obbedienza all’essere" che è anzitutto obbedienza del nostro essere di fronte all’essere di Dio. Solo in tal modo si perviene alla forza della verità, a quel primato determinante e orientativo del lògos sull’èthos su cui da sempre insisteva Guardini. Ciò che egli voleva, chiosa Ratzinger, era sempre "un nuovo avanzamento verso l’essere stesso, la richiesta dell’essenziale che si trova nella verità".

Con l’obbedienza del pensiero di fronte all’essere – di fronte a ciò che si mostra e che è – sono dunque emerse molte altre categorie del pensiero di Guardini, che così il futuro papa sintetizza: "L’essenzialità, alla quale Guardini contrappose una veridicità meramente soggettiva; l’obbedienza che consegue dal rapporto con la verità dell’uomo ed esprime il suo modo di diventare libero e di essere tutt’uno con la propria essenza; infine la priorità del lògos sull’èthos, dell’essere rispetto al fare.

A esse ne vanno aggiunte altre due che emergono dagli scritti metodologici di Guardini: il "concreto-vivente" e la "opposizione polare".

Il "concreto-vivente", oltre a essere una categoria generale del pensiero di Guardini, assume anche, secondo Ratzinger, una valenza cristologica: "L’uomo è aperto verso la verità, ma la verità non è in qualche luogo, bensì nel concreto-vivente, nella figura di Gesù Cristo. Questo concreto-vivente si dimostra come verità proprio attraverso il fatto che esso è l’unità dell’apparentemente contrapposto, poiché il lògos e l’a-lògon si uniscono in esso. Solo nel tutto sta la verità". "L’apparentemente contrapposto" è ciò a cui allude l’altra categoria metodologica fondamentale, quella della "opposizione polare" degli opposti che, nel mentre si oppongono, insieme si richiamano: silenzio-parola, individuo-comunità. Solo chi sa tenerli insieme può abbandonare ogni forma di pericoloso esclusivismo e ogni deleterio dogmatismo.

UN MONITO PER IL FUTURO

Il 14 marzo del 1978 l’Accademia cattolica bavarese assegnò il "Premio Romano Guardini" al presidente del Land di Baviera Alfons Goppel e a tenere la "Laudatio", come era prassi, venne chiamato Joseph Ratzinger nella sua qualità di presidente della conferenza episcopale bavarese. Fu un testo di straordinario spessore, in cui egli passò in rassegna le varie dimensioni del "politico": la politica come arte, l’appartenenza del politico a un territorio, la responsabilità verso lo Stato, il rapporto tra verità e coscienza in ambito politico.

In quest’ultimo passaggio Ratzinger riprese ancora una volta la lezione di Guardini: "In Germania abbiamo fatto esperienza del tiranno che manda a morte, bandisce e confisca. L’utilizzo senza coscienza della parola è una particolare specie di tirannia, che a suo modo manda a morte, confisca e bandisce altrettanto. Ci sono certamente anche oggi motivi sufficienti per esprimere simili ammonimenti e per richiamare le forze che siano in grado di impedire tale tirannia, che cresce a vista d’occhio. L’esperienza della sanguinaria tirannia di Hitler e lo stare all’erta di fronte a nuove minacce fecero diventare Romano Guardini, nei suoi ultimi anni, quasi contro il suo temperamento, un drammatico ammonitore sulla rovina della politica attraverso l’annullamento delle coscienze e lo spinsero a invitare a un’interpretazione giusta, non meramente teorica, bensì reale ed efficace del mondo secondo l’uomo che agisce politicamente in base alla fede".

Temi di tale rilievo Guardini andò a proporre nel mondo accademico tedesco da Berlino a Tubinga fino a Monaco. Rapporto controverso – afferma il futuro papa – quello del pensatore con l’università tedesca, che fin dai tempi della cattedra a Berlino lo portò a soffrire "per l’impressione di stare al di fuori del canone metodologico dell’università e da essa egli fu in effetti palesemente non riconosciuto. Si consolò con il pensiero che, con la propria lotta per comprendere, giudicare e dare forma, poteva essere il precursore di un’università che ancora non esisteva". Ratzinger fa qui un’annotazione che fa pensare alle recenti polemiche sulla mancata visita del papa all’Università di Roma "La Sapienza": "Va a favore dell’università tedesca il fatto che Guardini poté trovarvi spazio con tutto il proprio cammino e la poté sentire sempre di più come dimora della propria particolare vocazione". Solo il nazismo gli tolse provvisoriamente la cattedra e, memore di quel tragico evento, dopo la guerra – sottolinea il futuro papa – Guardini in un intenso intervento accademico sulla questione ebraica difese in modo appassionato l’università come il luogo dove si indaga sulla verità, dove gli affari e le vicende umane vengono misurati sui criteri del grande passato e senza l’assedio del presente, dove più dovrebbe essere desta la responsabilità per la comunità.

Non avrebbe trionfato il Terzo Reich, ci ricorda Ratzinger con le parole di Guardini, se l’università tedesca non avesse conosciuto il suo "sfacelo" dovuto alla rimozione della questione della verità da parte dei modelli accademici dominanti: "Guardini prese posizione, all’epoca, con un trasporto implorante che di solito sembrava essergli del tutto estraneo, contro la politicizzazione dell’università e la sua penetrazione da parte della regia dei partiti, delle chiacchiere delle assemblee, del chiasso della strada e ha gridato ai suoi ascoltatori: Signore e signori: non permettetelo! Si tratta di qualcosa che riguarda ciò che è comune a tutti noi, la storia futura".

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La rivista dell’Università Cattolica di Milano su cui è uscito l’articolo:

> Vita e Pensiero

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Una memorabile pagina di Guardini, in un servizio di www.chiesa:

> "Settimana Santa a Monreale", autore Romano Guardini (12.4.2006)

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Per altre notizie e commenti vedi il blog SETTIMO CIELO che Sandro Magister cura per i lettori italiani. Ultimi titoli:

Note di lettura: "www.chiesa" sul taccuino di due cardinali

I Wiener conquistano il papa. Con la sesta di Bruckner

Dura lex sed lex. Ruini si schiera con Bagnasco

(continua…)

“Le mie estati segrete con il Papa a Castel Gandolfo”

Domenica, 28 Settembre 2008

A fine mese Benedetto XVI lascerà le Ville Pontificie di Castel Gandolfo e rientrerà in Vaticano nel Palazzo Apostolico. È dall’inizio di luglio che il papa risiede in questo borgo sulla collina, a una quarantina di chilometri da piazza San Pietro. Il soggiorno estivo a Castel Gandolfo è entrato nel costume degli ultimi papi. Ma pochi sanno in che cosa la loro vita quotidiana si differenzia, quando vivono qui.

Un primo squarcio sui "papi in campagna" è stato un libro con questo titolo, pubblicato nel 1953 dall’allora direttore delle Ville Pontificie, Emilio Bonomelli. Un altro libro è uscito nel 2000 a firma del suo successore Saverio Petrillo: "Le Ville Pontificie di Castel Gandolfo", edito dai Musei Vaticani. Da esso abbiamo conferma che le Ville Pontificie occupano la parte centrale e più rilevata di una delle più fastose ville dell’antichità romana, la "Albanum Domitianum", residenza dell’imperatore Domiziano, che regnò dall’anno 81 al 96. Otto secoli prima, sulla rocca dell’attuale Castel Gandolfo sorgeva la città di Albalonga, rivale di Roma agli inizi della sua storia.

Ora, però, il direttore delle Ville Pontificie, Petrillo, è tornato sull’argomento con una lunga intervista a "L’Osservatore Romano", nella quale rivela non pochi aspetti inediti dei soggiorni a Castel Gandolfo degli ultimi papi.

Non si sapeva, ad esempio, che durante la seconda guerra mondiale Pio XII alloggiò degli sfollati nel suo appartamento. E una cinquantina di bambini nacquero nella sua camera da letto, prendendo poi i nomi di Eugenio o di Pio.

Non si sapeva che Giovanni XXIII ogni tanto spariva senza avvertire nessuno. E poi lo ritrovavano a spasso nell’uno o nell’altro paese sulle colline o sul mare, mescolato alla gente.

Non si sapeva che Giovanni Paolo II amava giocare a rimpiattino con i bambini dei suoi dipendenti, oltre che nuotare a tutto spiano nella piscina costruita apposta per lui.

Di Benedetto XVI, la sera, si odono le sonate al pianoforte. Specie dei suoi autori preferiti: Bach. Mozart, Beethoven.

E poi, accanto alla Villa, c’è la fattoria agricola creata da Pio XI, con le coltivazioni, il pollaio e le mucche da latte. Che rifornisce giornalmente dei suoi prodotti la Città del Vaticano, e non solo.

Insomma, un’intervista tutta da gustare. L’ha raccolta Mario Ponzi ed è uscita su "L’Osservatore Romano" del 27 agosto 2008:

Cinque papi in campagna

Intervista con Saverio Petrillo

D. – Quando inizia la sua avventura nelle Ville di Castel Gandolfo, in questo mondo tanto singolare?

R. – Sono entrato per la prima volta nelle Ville Pontificie esattamente cinquant’anni fa. Era il giugno del 1958. Devo dire che l’inizio non fu dei migliori. Il 9 ottobre morì Pio XII. Fu un evento che mi rattristò moltissimo e che ho ancora impresso nella mente. Prima di entrare in questo ambiente pensavo che il papa fosse sempre circondato da una folta schiera di persone, pronte a rispondere a ogni suo desiderio. Quando capii che Pio XII stava morendo mi resi conto di quanto fosse invece solo. Non c’era nessuno. Anche perché mancava il segretario di stato e mancava il camerlengo, che fu poi subito eletto dai cardinali durante la sede vacante. Con stupore vidi che la salma di quel grande pontefice veniva trattata in modo approssimativo. Il medico del papa, Riccardo Galeazzi Lisi, fece una sorta di imbalsamazione, usando solo alcune pomate. Il corpo fu provvisoriamente sistemato nella Sala degli Svizzeri. Solo il giorno dopo, prima dell’esposizione al pubblico, fu rivestito con gli abiti pontificali. Ci rimasi proprio male. Mi consolò la grande fiumana di persone che dal giorno dell’esposizione della salma sfilò davanti al feretro. Ricordo una manifestazione popolare splendida. Tantissimi tornavano per la seconda volta in questo palazzo. Come è noto Pio XII aprì le porte delle Ville per dare rifugio a quanti tentavano di sfuggire alle retate dei tedeschi nei giorni dello sbarco degli alleati ad Anzio. C’erano anche molte delle mamme alle quali il papa aveva ceduto la propria stanza da letto perché erano incinte. In quella stanza nacquero cinquanta bambini. Moltissimi, oggi uomini fatti, si chiamano proprio come lui, Eugenio o Pio. Per due di loro, gemelli, c’è anche un grazioso aneddoto. La donna che si prese cura di loro appena nati inavvertitamente tolse i laccetti al braccio con i nomi dati loro durante il battesimo. Quindi era divenuto impossibile distinguerli. Fu la mamma in un certo senso a ribattezzarli, poiché stabilì autonomamente chi si sarebbe chiamato Eugenio e chi Pio.

D. – E di Giovanni XXIII cosa ricorda in particolare?

R. – È stato un periodo che definirei innovativo. Papa Giovanni ogni tanto spariva. Usciva da uno dei cancelli delle Ville senza avvertire nessuno e senza scorta. Se ne andava in giro per i Castelli, tra la gente. Una domenica mattina ci arrivò una telefonata che segnalava la presenza del papa ad Anzio. Può immaginare la nostra sorpresa che lo credevamo nel suo appartamento. Più tardi una voce concitata ne annunciava la presenza a Nettuno. Successivamente ci avvertirono che il papa era stato visto al lago. Immagini che momenti vivemmo quella mattina! Lui rientrò tranquillamente in tempo per guidare la recita dell’Angelus dal balcone di Palazzo. Un’altra volta a Genazzano ha rischiato di rimanere schiacciato dall’affetto della folla che lo aveva riconosciuto. E sarebbe andata male se non fosse stato per la presenza casuale di un capitano dei carabinieri che lo infilò in macchina per riportarlo alle Ville. Ma per lui era come se non fosse accaduto nulla. Al contatto con la gente non rinunciò mai.

D. – Poi venne l’epoca di Paolo VI.

R. – Di papa Giovanni Battista Montini ho un ricordo particolare. La settimana prima del conclave che lo elesse, il cardinale arcivescovo di Milano era ospite qui da noi dal suo vecchio amico, il direttore delle Ville di allora, Emilio Bonomelli. Si era rifugiato qui per nascondersi dalla curiosità dei tanti cronisti che lo assediavano poiché si parlava di lui proprio come del prossimo papa. Io ricordo perfettamente quella mattina del 19 giugno del 1963 quando partì per andare alla messa di apertura del conclave. Noi eravamo tutti schierati davanti al cancello per salutarlo. Il portiere, che aveva una certa confidenza con lui lo salutò dicendogli: "Padre Santo, tanti auguri!". Bonomelli incenerì quel buon uomo con lo sguardo: guai fare un simile augurio a un cardinale che entra in conclave! Ma quando Montini tornò da noi era papa. Di lui ricordo la grande riservatezza. Quando veniva, trascorreva la prima settimana dedicandosi a un suo personalissimo ritiro spirituale. Pregava e basta. Poi riprendeva la sua naturale attività. Con commozione ricordo la festa dell’Assunta del 1977 quando il papa inaugurò la chiesa della Madonna del Lago. In quella occasione, al termine dell’omelia, a braccio disse: "Chissà se avrò mai più la possibilità di trascorrere ancora questa bella festa con voi. Colgo comunque questa occasione per abbracciarvi tutti e per ringraziarvi per quanto mi avete dato". Si commosse e trasmise a tutti noi quella sua stessa commozione. E fu proprio l’ultima festa dell’Assunta che passò con noi; morì infatti il 6 agosto dell’anno successivo. Solo allora ripensammo alle sue parole di un anno prima. La sua morte si annunciò sin dal mattino di quella domenica. Non ebbe la forza di pronunciare l’Angelus. Non ne fummo stupiti. Ci fu un grande via vai di medici, di infermieri che portavano bombole d’ossigeno dal vicino ospedale. Sperammo fino all’ultimo di veder smentiti i nostri timori. Ma quando il via vai cessò ci mettemmo tutti spontaneamente a pregare. Abbiamo accompagnato così la sua morte. Per tre giorni la salma è rimasta esposta qui da noi. È stata una processione continua sino a quando un semplice carro funebre del Comune con un nastro nero trasferì la salma a Roma.

D. – Papa Albino Luciani invece qui non è mai venuto neppure da cardinale?

R. – Per Giovanni Paolo I abbiamo un grande rimpianto; quello di non essere riusciti a mostrargli il nostro affetto.

D. – È stata poi la volta di papa Karol Wojtyla.

R. – La mia storia con Giovanni Paolo II è iniziata ancor prima della sua elezione. La domenica prima del conclave che lo avrebbe eletto, mi telefonò monsignor Andrzej Deskur. Mi chiese se poteva venire qui alle Ville in compagnia dell’arcivescovo di Cracovia – "Un bravo cardinale, grande lavoratore", mi disse – perché aveva desiderio di trascorrere qualche ora in solitudine per pregare. Naturalmente vennero insieme. Pranzarono nella trattoria che è proprio qui sotto al Palazzo – tra l’altro successivamente in un’udienza ad alcuni castellani il papa riconobbe la signora proprietaria della trattoria e la ringraziò ancora per "quelle squisite fettuccine" – e poi si trattenne nella Villa a passeggiare pregando. Quando annunciarono il nome dell’eletto, mentre molti pensavano si trattasse di un africano, io mi sentii orgoglioso di poter spiegare a tutti chi fosse in realtà. Con lui è un po’ cambiata la destinazione d’uso di questa residenza. Nel senso che è realmente diventata la residenza alternativa del papa. Veniva in periodi diversi dell’anno, soprattutto di ritorno dai viaggi o durante le feste. Faceva anche brevi soggiorni per preparare documenti, discorsi. Soprattutto nei primi anni ha rivitalizzato questo luogo. La sera incontrava i giovani. Ma era un modo per conoscere a fondo i diversi movimenti giovanili cattolici. Erano momenti veramente di festa. Si facevano falò, si cantava, si raccontava la propria vita e la propria esperienza. Ma soprattutto molti giovani hanno imparato a vivere "cum Petro", con il papa. E questo è stato molto importante.

D. – Ricorda qualcosa di particolare della sua esperienza accanto a Giovanni Paolo II?

R. – La sua era una presenza viva. Nel senso che quando era qui tra noi, usciva veramente a ogni ora. A volte anche di sera tardi. D’inverno, anche quando era freddo, usciva ugualmente. Si avvolgeva in un mantello nero, e qualche volta indossava anche un cappuccio di lana, sempre nero. Poi ricordo le feste che faceva con i bambini, i figli dei dipendenti. Loro quando lo vedevano arrivare di lontano, si nascondevano dietro i cespugli. E quando il papa passava accanto a loro, uscivano d’improvviso gridando e andandogli incontro. Sembrava che giocassero a nascondino con lui. Ne era felice e si prestava sempre volentieri ai loro giochi. Per i bambini era diventato un appuntamento fisso. Tra l’altro il papa andava spesso anche nelle case dei dipendenti che vivono all’interno delle Ville. Gli piaceva conoscere le loro famiglie, capire come vivessero. Gli offrivano un caffè, un tè, qualche pasticcino, proprio come si fa con un amico che ti viene a trovare. Era molto bello e tutti qui conservano un bellissimo ricordo di questo suo modo di stare tra loro.

D. – Lei ricorderà le polemiche seguite alla sua decisione di fare costruire una piscina nelle Ville.

R. – Furono polemiche strumentali. Il papa la usava soprattutto per motivi di salute. Aveva già qualche problema e gli avevano prescritto ore di nuoto per migliorare o comunque per tenere sotto controllo i suoi disturbi. Era un papa sportivo, ma questo c’entra davvero poco con la piscina. Si tratta di una piscina di soli 18 metri ed è tuttora attiva e funzionante. Papa Wojtyla l’ha usata tantissimo. Mi ricordo che una volta, proprio commentando le critiche circa le spese affrontate per costruire la piscina lui disse con umorismo: "Un conclave costerebbe molto di più". Questo per far capire quanto l’esercizio fisico lo aiutasse a sopportare gli sforzi del suo faticoso pontificato. Amava scherzare sul suo essere un papa sportivo. Spesso ci ricordava che in presenza di altri confratelli ripeteva che i cardinali polacchi erano più sportivi di quelli italiani: il cinquanta per cento di quelli polacchi praticava infatti almeno uno sport. E di cardinali polacchi c’erano solo lui e Wyszynski. Fu durante il suo pontificato, nel 1986, che fui nominato direttore delle Ville Pontificie. Era infatti morto Carlo Ponti, che era stato direttore dal 1971.

D. – E ora papa Benedetto XVI.

R. – Di lui quello che ci impressiona è la straordinaria delicatezza d’animo, la sua estrema sensibilità, la sua profonda spiritualità. Lui conosceva bene le Ville perché almeno una volta l’anno, solitamente per il suo onomastico, si concedeva un giorno di riposo e veniva qui. Dunque in un certo senso ciò ha facilitato il suo inserimento in questo ambiente, al quale si è subito affezionato. A noi per esempio ha fatto un gran piacere sentirgli dire sin da subito: "Castel Gandolfo è la mia seconda casa". Lavora molto in questo ambiente silenzioso. E poi per noi è molto bello sentire le note del suo pianoforte. Non è certo il primo papa che suona uno strumento. Per esempio, Pio XII suonava il violino, ma non ha mai suonato qui nelle Ville, o almeno nessuno lo ha mai sentito. Ora invece ci è dato di poter ascoltare, prevalentemente di sera, sonate di Mozart, Bach o Beethoven, eseguite dal papa. Ed è una cosa che ci riempie di gioia perché significa che Benedetto XVI si sente veramente a casa sua.

D. – Le Ville non solo ospitano il papa ma in qualche modo provvedono anche a fornire per lui alcuni prodotti agricoli. Ci vuole parlare della piccola fattoria ai margini della Villa?

R. – È un’istituzione. Peraltro antica. Quando nel 1929 la Villa Barberini pervenne alla Santa Sede, Pio XI fece acquistare dei terreni confinanti dalla parte di Albano e destinò questi terreni ad attività agricola. L’intento era quello di sottolineare l’interesse della Chiesa per il mondo rurale. Poiché amava fare le cose al meglio, sempre, volle che questa fattoria, seppure piccola nelle dimensioni, fosse dotata di attrezzature d’avanguardia. Una delle prime mungitrici meccaniche, per farle un esempio, fu introdotta nelle Ville al tempo di Pio XI, così come, sempre in quel tempo, furono introdotte le prime incubatrici per i pulcini. Oggi è estesa su una ventina di ettari. La parte più consistente è costituita da ventisei mucche da latte, circa cinque o seicento litri al giorno.

D. – E dove finisce tutto questo latte?

R. – A parte la fornitura per il Palazzo Pontificio, lo vendiamo all’Annona, la dispensa del Vaticano. Ma anche a qualche caffé qui della zona affinché ne possano godere anche i castellani. In passato fornivamo anche l’Ospedale del Bambino Gesù, cosa che ormai non avviene più poiché ormai gli ospedali si servono di catering completi.

D. – Ha parlato di fornitura per il Palazzo. Ciò significa che arriva dal Vaticano una sorta di lista della spesa da soddisfare?

R. – La tradizione di fornire prodotti per il papa comincia nel 1929. Giornalmente ci vengono richiesti dei prodotti tra quelli che produciamo. E noi li inviamo.

D. – La fornitura al Vaticano è giornaliera?

R. – Si, avviene tutti i giorni. Le racconto un episodio. Durante la seconda guerra mondiale temendo che il camioncino che partiva tutte le mattine non potesse arrivare a destinazione per via dei combattimenti – cosa che peraltro non accadde mai – il direttore delle Ville, preoccupato di non far mancare mai il latte al papa, inviò in Vaticano un vaccaro con sette mucche da latte. Così approntarono una stalla nel viale dei Quattro Cancelli, nei giardini vaticani. Le vacche furono trasferite su un camion, a notte fonda. Giunto il veicolo al cancello, il problema fu convincere le guardie svizzere a lasciarlo passare. Temevano infatti un agguato. Solo il muggito delle vacche, stanche per il viaggio e in una situazione non certo comoda, convinse gli svizzeri che effettivamente non c’era alcun pericolo e fecero passare il camion. Così le mucche restarono in Vaticano dal gennaio del 1944 sino alla liberazione di Roma.

D. – Che cos’altro si produce nelle Ville?

R. – Uova, un centinaio; olio, tra i dieci e i quindici quintali all’anno; poi frutta e altri prodotti agricoli. L’esubero viene venduto all’Annona. Molto importante è poi la produzione floreale. Tutte le piante e i fiori che abbelliscono i giardini delle Ville sono prodotti nelle nostre serre. A Natale facciamo una produzione straordinaria di stelle di Natale, e con la loro vendita riusciamo a coprire le spese per riscaldare le serre.

D. – Quante persone lavorano nelle Ville?

R. – Complessivamente abbiamo un organico di cinquantasei persone. Metà sono tecnici per la manutenzione ordinaria in ogni settore, e metà sono quelli che operano nella fattoria. È insomma una grande famiglia che, devo dire, lavora in piena armonia.

s.magister espresso.it

Il quotidiano della Santa sede su cui è uscita l’intevista:

> L’Osservatore Romano

La Geopolitica del Papa

Domenica, 21 Settembre 2008

La Chiesa cattolica è una realtà bimillenaria. Ma l’attuale ruolo politico del papato sulla scena del mondo è una sua conquista recente, di questi ultimi decenni. Per tre secoli, dopo la pace di Westfalia, il papato visse ai margini degli Stati. La sua neutralità tra le potenze coincideva con l’irrilevanza. La denuncia della prima guerra mondiale come "inutile strage" condannò Benedetto XV all’isolamento. Alle conferenze di pace che posero termine alle due guerre globali del Novecento, la Santa Sede non fu neppure invitata.

La risalita cominciò a metà del secolo scorso, col pontificato di Pio XII. E proseguì con i suoi successori, Giovanni XXIII e Paolo VI. Quest’ultimo predicò dalla tribuna delle Nazioni Unite a nome di una Chiesa "esperta in umanità". Nudo di potere temporale, il papato si rivestì di autorità morale. Ma metà del mondo gli restava irriducibilmente ostile. Stalin irrideva una Chiesa priva di divisioni armate. Lo strapotere sovietico costrinse la Chiesa al silenzio, sia dentro la cortina di ferro, sia fuori. Non una parola sul dominio comunista uscì dal Concilio Vaticano II, che pure discusse di tutto. La celebrata Östpolitik vaticana di quegli anni si attenne alla più stretta dottrina realista, a quel minimo necessario per assicurare alla Chiesa perseguitata la chance non tanto di vivere, ma semplicemente di non morire.

Poi venne un papa dalla Polonia e tutto cambiò. La rivoluzione spirituale da lui animata fu il fattore aggiunto che accelerò il crollo del sistema sovietico. Durante il suo pontificato, la Chiesa dispiegò l’intera gamma dei suoi registri. Alternò il realismo geopolitico a un idealismo di sapore wilsoniano. Agli Stati, il papato antepose i popoli. All’inviolabilità dei confini sostituì "il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere". Invocò l’intervento di eserciti internazionali in difesa dei popoli della Bosnia e del Kosovo. In entrambi i casi, si trattava di popolazioni musulmane, reliquie di quell’impero ottomano che tre secoli prima era giunto ad assediare Vienna; e il papa si schierava dalla loro parte.

Giovanni Paolo II era tutt’altro che un pacifista. Chiese interventi militari a Timor Est, a Haiti, nell’Africa dei Grandi Laghi: in quest’ultimo caso senza essere esaudito, col conseguente incontrollato genocidio di intere popolazioni. L’espansione della libertà e della democrazia era uno dei suoi principi guida.

Ma in altri momenti e su altri teatri Giovanni Paolo II optò per il rifiuto delle armi, all’insegna del realismo. Si oppose alla guerra del 1990-1991 contro l’Iraq, nonostante fosse approvata dall’ONU e fosse finalizzata a restituire la legittima sovranità a uno Stato invaso, il Kuwait. Tra gli "interessi" che motivarono questa opposizione del papa alla guerra, il primo fu la difesa della minoranza cristiana in Iraq. Un altro fu il rifiuto di un nuovo ordine mondiale a illimitata egemonia americana. Un altro ancora fu il proposito di instaurare tra la Chiesa e i paesi musulmani un rapporto non di scontro ma di "dialogo", analogo a quello intercorso col blocco sovietico negli anni della Östpolitik, anche a costo di mantenere il silenzio sulle macroscopiche violazioni dei diritti umani perpetrate in quei paesi.

Dopo l’11 settembre 2001, papa Karol Wojtyla di fatto approvò le operazioni belliche in Afghanistan. Si oppose invece risolutamente alla seconda guerra contro l’Iraq. La contrastò con tutte le sue forze, ma senza mai condannarla come immorale. La logica di questa opposizione del papa alla guerra era, ancora una volta, realista. Tant’è vero che nel 2003, soprattutto dopo l’eccidio terrorista di Nassiriya del 13 novembre, la linea ufficiale della Santa Sede divenne – ed è rimasta tuttora – di aperto sostegno alla permanenza di truppe occidentali in quel paese, permanenza promossa a "missione di pace", anche a protezione delle minoranze cristiane.

Non sorprese, quindi, che dopo la morte di papa Wojtyla, nel 2005, gli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti si inginocchiassero di fronte al suo corpo e ai suoi funerali accorresse la quasi totalità dei governanti del globo. In un mondo divenuto più anarchico, dopo la dissoluzione dei blocchi, al capo della Chiesa cattolica si riconosceva un’autorità senza precedenti, morale prima che politica.

Uscito di scena un gigante della statura di Giovanni Paolo II, l’interrogativo naturale era se il suo successore sarebbe stato in grado, e come, di mantenere il papato al centro della scena mondiale. L’interrogativo era tanto più naturale in quanto il nuovo papa, il tedesco Joseph Ratzinger, era uomo d’altra tempra, teologo raffinato, difficile da immaginare come epico condottiero. E in effetti, sin da subito, Benedetto XVI rifiutò di imitare il suo predecessore. Ma nemmeno segnò rispetto a lui una rottura. Proseguì nel suo solco, ma con un passo proprio e originale. Anche sul teatro della politica internazionale.

Se Giovanni Paolo II era stato il papa delle folgoranti intuizioni, Benedetto XVI è il papa del ragionare e dell’agire metodico. Il primo era anzitutto immagine, il secondo è principalmente "logos". Di Giovanni Paolo II fecero colpo, all’esordio, queste parole della sua prima omelia: "Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo". In esse balenava già un lampo della pacifica rivoluzione che egli avrebbe suscitato nell’Est dell’Europa, e non solo. Di Benedetto XVI, invece, il primo atto che ha fatto colpo su scala mondiale è stata la poderosa lezione tenuta all’università di Ratisbona il 12 settembre 2006. Ha fatto così colpo da scuotere letteralmente il mondo, a ragione e a torto. In quella lezione erano argomentati il giudizio e il progetto del nuovo papa sulla Chiesa e sull’Occidente, incluso il rapporto con l’islam.

Stando ai canoni del realismo geopolitico, Benedetto XVI non avrebbe mai dovuto pronunciare quella lezione per intero. Avrebbe dovuto prima farla rivedere e purgare da diplomatici esperti, cosa che egli s’era guardato dal fare. E nella curia vaticana parecchi gliel’hanno rimproverato.

Eppure, a distanza di due anni, i fatti parlano diversamente. A dispetto delle cassandre, tra la Chiesa cattolica e l’islam è sbocciato un dialogo che prima di Ratisbona non c’era mai stato e sembrava persino impensabile. Un dialogo non solo intellettuale – rappresentato ad esempio dalle iniziative seguite alla "lettera dei 138 saggi musulmani" – ma anche politico. Quest’ultimo ha avuto un’accelerazione impressionante dopo l’udienza del 6 novembre 2007 in Vaticano, la prima nella storia, tra il papa e il re dell’Arabia Saudita.

Anche dopo Ratisbona, un aspetto che contraddistingue il rapporto col mondo musulmano inaugurato da Benedetto XVI è la sua apparente imprudenza. Papa Ratzinger non teme di alternare ai gesti di apertura – si pensi alla preghiera silenziosa da lui compiuta nella Moschea Blu di Istanbul – atti che fanno a pugni con le cautele diplomatiche. Ha ricevuto tranquillamente in udienza Oriana Fallaci, una delle voci più critiche dell’islam, da lei ritenuto costitutivamente violento. Ha battezzato in San Pietro, la notte di Pasqua del 2008, Magdi Allam, convertito dall’islam e critico radicale della sua religione d’origine. Ma ciò che più stupisce è il cuore del ragionamento di Benedetto XVI. Il papa chiede all’islam che inizi anch’esso a compiere quella impegnativa rigenerazione di sé che la Chiesa cattolica ha compiuto nell’arco di due secoli, a partire dall’Illuminismo.

C’è un passaggio di un discorso di Benedetto XVI – letto alla curia romana il 22 dicembre 2006 – che svolge questa sua tesi nel modo più limpido:

"In un dialogo da intensificare con l’islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell’illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. [...]

"Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l’uomo di suoi specifici criteri di misura.

"D’altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c’è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte.

"Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s’impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà".

Come è facile ricavare da questo e da altri suoi discorsi, la "sinergia tra fede e ragione" è il cardine del pensiero di Joseph Ratzinger teologo e papa. All’origine della fede cristiana, per lui, non c’è solo Gerusalemme, c’è anche l’Atene dei filosofi. I due terzi della lezione di Ratisbona sono dedicati proprio a criticare le fasi in cui il cristianesimo si è pericolosamente distaccato dai suoi fondamenti razionali. E all’islam, il papa propone che faccia lo stesso: che intrecci la fede con la ragione, unica via capace di tenerlo al riparo dalla violenza. La difficoltà dell’impresa – riconosciuta ardua ma doverosa anche da pensatori musulmani di rilievo come Mohammed Arkoun – sta nel fatto che nella storia del pensiero islamico un rapporto fecondo tra fede e ragione si è praticamente interrotto con la morte del filosofo Averroè nel lontano 1198. Dopodiché, nell’islam, ha fino a oggi prevalso quella dissociazione tra fede e "ragionevolezza" da cui il papa ha messo in guardia tutti, musulmani e cristiani, nei passaggi più memorabili della sua lezione di Ratisbona.

Un teorico della politica potrebbe obiettare che le tesi papali esulano dal campo politico propriamente inteso. Ma per Benedetto XVI non è così. Egli è convinto che le società, gli Stati e la comunità internazionale debbano poggiarsi su fondamenti solidi. Come papa, il suo intento è anche di predicare una "grammatica" universale fondata sulla legge naturale, sui diritti inviolabili scolpiti nella coscienza di ogni uomo, quale che sia il credo di ciascuno.

Di questa "grammatica" – nel suo discorso alle Nazioni Unite del 18 aprile 2008 – Benedetto XVI ha sottolineato "il principio della responsabilità di proteggere", ossia "il dovere primario di ogni Stato di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani". Aggiungendo che "se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire". Ma papa Ratzinger non si è fermato a questa enunciazione. È andato al suo fondamento, senza il quale la responsabilità di proteggere cadrebbe in balia degli interessi in contrasto. E ha individuato tale fondamento ultimo nell’"idea della persona quale immagine del Creatore", col suo innato "desiderio di una assoluta ed essenziale libertà".

Benedetto XVI sa bene che questo ancoraggio alla trascendenza non è da tutti accettato. Ed è respinto proprio da una cultura che ha nell’Occidente la sua matrice. Ma ritiene doveroso annunciare incessantemente alle potenze mondiali che "quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l’ordine naturale, lo scopo e il bene comune comincia a svanire". Papa Ratzinger ritiene esaurita la formula "laica" posta da Grozio alla base della convivenza tra i popoli: "etsi Deus non daretur" come se Dio non ci fosse. Propone a tutti, anche a chi non accetta la trascendenza, la scommessa opposta: quella di agire "etsi Deus daretur", come se Dio ci fosse. Perché solo così la dignità della persona trova un fondamento incrollabile.

Ha sorpreso tutti l’accoglienza straordinariamente amichevole data da Benedetto XVI al presidente americano George W. Bush, in occasione della sua ultima visita in Vaticano. Essa ha segnato certamente uno strappo rispetto al tradizionale antiamericanismo di parte della gerarchia cattolica: quello che identifica gli Stati Uniti col capitalismo sfrenato, il consumismo, il darwinismo sociale. Ma la vera molla della simpatia di papa Ratzinger per gli Stati Uniti è che sono un paese nato e fondato "sulla verità evidente che il Creatore ha dotato ogni essere umano di diritti inalienabili", in testa ai quali la libertà. All’ambasciatore degli Stati Uniti Mary Ann Glendon, che gli presentava le credenziali, Benedetto XVI ha detto di ammirare "lo storico apprezzamento del popolo americano per il ruolo della religione nel forgiare il dibattito pubblico", ruolo che invece altrove, leggi in Europa, "è contestato in nome di una comprensione limitata della vita politica". Con le conseguenze che ne derivano sui punti che alla Chiesa stanno più a cuore, come "la tutela legale del dono divino della vita dal concepimento alla morte naturale", il matrimonio, la famiglia.

Su questi punti, la severità con cui Benedetto XVI sferza i governi d’Europa e, viceversa, l’ammirazione che fa trasparire per gli Stati Uniti è un altro elemento che lo contraddistingue. I destini dell’Occidente, materiali e spirituali, sono sicuramente al centro degli interessi geopolitici di questo papa. Ma non solo. Basti pensare alla cura con cui egli segue il capitolo Cina. La lettera scritta dal papa ai cattolici cinesi è anch’essa d’impronta molto ratzingeriana. Anche lì, di prudenze e reticenze diplomatiche ve ne sono poche.

Quanto all’impronta ratzingeriana, è facile ravvisarla anche nei documenti che sono in larga parte il prodotto della segreteria di Stato vaticana. Ogni inizio d’anno, dopo la festa dell’Epifania, il papa riceve l’intero corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e legge un discorso in cui fa il punto sulla geopolitica della Chiesa in tutto il mondo. L’ultimo che ha letto, lo scorso 7 gennaio, era di routine. Ma nel finale Benedetto XVI ha introdotto un paragrafo inconfondibilmente suo:

"La diplomazia è, in un certo modo, l’arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana".

Dalle arti della diplomazia a quel "piccolo bambino" che è Gesù il salto è vertiginoso. Eppure è tutta in questo nesso – secondo il papa – la missione originale della Chiesa, la sua teologia della storia, la sua "politica" nel mondo.
di Sandro Magister, da "Aspenia" n. 42, 2008, pp. 164-170