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Scalia, un abuso l’attivismo dei giudizi

Lunedì, 27 Maggio 2013

«L’attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge». Lo dirà stamane Antonin Scalia a Torino nel «Discorso Bruno Leoni», la conferenza che l’omonimo istituto organizza in occasione del centenario della nascita del filosofo liberale. Il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, punta di lancia della cultura conservatrice, parlerà del rapporto tra democrazia, attivismo giudiziario e libero mercato.

Il suo sarà un atto di accusa, come sempre diretto ed esplicito, alle «agende politiche di moda» che portano molti magistrati a sottovalutare le protezioni costituzionali dei diritti economici. Scalia ha in mente gli Usa, ma il suo messaggio sulla necessità per i giudici di «interessarsi di più ai diritti proprietari e alle libertà economiche» previste dalla Costituzione americana, acquista valore di appello universale.

 

Con Antonin «Nino» Scalia, nato nel 1936 a Trenton, New Jersey, da immigrati siciliani, abbiamo parlato al telefono alla vigilia dell’appuntamento torinese.

Mr. Justice, il presidente Obama ha detto di recente che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, dovrà finire, ammettendo anche che gli Stati Uniti in questi anni sono stati in conflitto con i propri stessi principi. Lei crede che dopo l’11 settembre l’America, in nome della sicurezza, sia stata in difetto con la sua Costituzione? 
«La nostra Costituzione protegge i non-americani quando sono in America, ma non limita le attività del governo all’estero, eccezion fatta quando si tratta di cittadini americani. Questa è la legge. Naturalmente il presidente decide quale politica debbano seguire i militari».

Ma non esistono dei diritti universali? 
«Io non applico diritti universali. Io devo applicare la legge americana, espressa nella Costituzione e nelle leggi approvate dal Congresso. Non applico le leggi di Dio o di chiunque promulghi la cosiddetta legge internazionale».

Ma ci sono convenzioni internazionali, cui gli Stati Uniti aderiscono… 
«Certo. E nella misura in cui le abbiamo sottoscritte, sono diventate leggi americane che vincolano l’esecutivo. Ma non ne conosco una, in tema di guerra al terrorismo, che limiti le azioni degli Stati Uniti contro i nemici che ci attaccano. Certo, c’è la Convenzione di Ginevra. Ma non si può invocarla, se non si è un esercito, soggetto al comando di qualcuno, che indossa un’uniforme. I terroristi non indossano uniformi, giusto? Ginevra si applica nel caso di una guerra e non si applica a chiunque decida di far esplodere una scuola o un grattacielo».

Lei non pensa che nella guerra al terrore l’America abbia violato principi che sono alla base della sua democrazia?
«Troppo generale. A me interessa sapere se l’America abbia violato la sua Costituzione».

Ma è possibile mettere qualcuno in prigione per sempre senza giudicarlo? 
«Sta parlando di Guantánamo?».

Sì.
«Non è una descrizione accurata. Il tema non è se uno possa essere detenuto laggiù, ma se vi possa rimanere senza un processo civile. I detenuti a Guantánamo sono stati giudicati da commissioni militari, cosa normale in guerra. Nessuno delle centinaia di migliaia di tedeschi catturati nella Seconda guerra mondiale ebbe un processo civile negli Usa, furono giudicati da tribunali militari. Questa nozione che stiamo facendo qualcosa di inaudito è assurda. Quando parlo con i miei amici europei e mi dicono che non possiamo tenerli in prigione per sempre, rispondo: “Bene, ci stiamo pensando. Vorreste prenderne qualcuno in Italia, in Germania, in Francia, visto che siete così ligi ai principi del rispetto dei diritti umani?”. La risposta è sempre no. Trovo questa polemica molto ipocrita».

Lei è considerato la maggiore forza intellettuale dietro la cosiddetta lettura «originalist» della Costituzione americana. Può un testo redatto quasi due secoli e mezzo fa essere applicato, senza interpretazione, a una società radicalmente cambiata ed evoluta da allora? 
«Ovviamente dev’essere interpretato. Quando ci sono nuovi fenomeni che non esistevano al tempo in cui la Costituzione fu scritta, uno deve calcolare in che modo lo spirito di quel testo si applica a loro. Per esempio, il diritto di espressione: come si applica alla radio, alla tv, ai social media. Ciò che non accade, secondo gli originalist , è che i fenomeni che esistevano al tempo vengano improvvisamente trattati diversamente poiché lo pensano i giudici di oggi. L’esempio migliore è la pena di morte. C’è qualcuno che pensa che la pena di morte sia diventata incostituzionale. Assolutamente incomprensibile per me: il popolo americano non ha votato per renderla incostituzionale. Ogni Stato se crede può abolirla e 17 di questi lo hanno fatto. Ma non c’è alcuna base per dire che la nostra Costituzione proibisca la pena di morte, chi lo dice è un incendiario».

E questo si applica anche al diritto di portare armi? 
«Esattamente».

Ma allora l’autodifesa aveva senso, oggi ci sono istituzioni che proteggono il cittadino. 
«Bene, allora cambino il secondo emendamento. E sarebbe anche più facile, perché il suo scopo era di consentire ai cittadini di difendersi dalla tirannia del potere. Se la gente non lo ritiene più necessario, allora si cambi la Costituzione, ma non mi dite che qualcosa sia cambiato. Ci sono molte proposte di legge che riguardano quali armi possano essere portate. Per esempio, armi a spalla che possono lanciare missili in grado di abbattere un aereo. Ma il principio generale che i cittadini possano avere armi, incluse armi da guerra, è chiaro nel testo del secondo emendamento. Se si vuole essere onesti e non si vuole che siano i giudici a scrivere la legge, i cittadini americani hanno il diritto di portare armi, come difesa dai tiranni».

Ma è un fatto che sempre più di frequente queste armi sono usate per uccidere persone innocenti… 
«Nonsense. Non c’è nessuna prova che le combat arms o le “armi d’assalto” siano la causa di questi episodi. Ogni cacciatore in America ha un fucile automatico».

Paolo Valentino corriere.it

Magistrati eversivi, qual è la differenza con le BR?

Domenica, 17 Aprile 2011

Per Silvio Berlusconi, la magistratura è eversiva. Su alcuni manifesti diffusi a Milano si legge: le BR in Procura. Qual è la differenza? eppure chi ha fatto affiggere i manifesti è indagato. Temis

Sui magistrati (ir)responsbaili (by De Cataldo)

Lunedì, 28 Marzo 2011

Proviamo a esaminare i principali argomenti portati a sostegno dell’ormai famoso emendamento-Pini. Numero uno: i giudici che sbagliano devono pagare. Da come la cosa viene presentata, sembra che non esista alcuna forma di responsabilità. Falso. La responsabilità esiste, e prevede che, in caso di dolo o colpa grave, sia lo Stato a indennizzare il cittadino. Obiezione, e argomento numero due: appunto, il giudice non paga mai di tasca propria. Falso. Lo Stato ha diritto di rivalsa sul giudice.Obiezione, e argomento numero tre: allora godete di un privilegio castale che vi rende diversi da tutti gli altri cittadini, medici, architetti, ingegneri, i quali, si sa, pagano di tasca propria. Falso. Ci sono almeno due categorie di cittadini che non pagano “di tasca propria”. Il personale direttivo, docente, educativo e non docente delle scuole materne, elementari, secondarie e artistiche risponde dei danni provocati dagli alunni soltanto in caso di dolo o colpa grave nella vigilanza degli stessi. La causa si propone contro lo Stato che, se ha torto, paga.E poi, sempre che esistano dolo o colpa grave, si può rivalere sul singolo, dirigente, insegnante o bidello che sia. Motivo: evitare che la scuola, della quale si riconosce la preziosa, essenziale funzione sociale, diventi una palestra di ritorsioni. Quanto alla seconda categoria di cittadini che “non pagano di tasca propria”, ne fanno parte gli amministratori dei partiti politici, i quali, in virtù di un articolo della legge sul finanziamento, “rispondono delle obbligazioni assunte in nome e per conto del partito solamente nei casi di dolo e colpa grave”. A pagare per il partito insolvente, in altri termini, è lo Stato. Che adempie alle obbligazioni dei partiti attraverso un fondo di garanzia costituito presso il Ministero dell´Economia e delle Finanze, per la precisione presso il Dipartimento del Tesoro. Motivo: il riconoscimento del ruolo centrale dei partiti nella vita politica. Scuola e partiti sono dunque essenziali al funzionamento della società, e godono di un regime particolare. I giudici no.Quarto argomento: dolo e colpa grave non bastano. Deve essere sanzionato l´errore giudiziario in sé. E infatti l´emendamento Pini introduce la categoria della “violazione manifesta del diritto” come fonte della pretesa di risarcimento. Osservazione di buon senso: il concetto di “manifesta violazione del diritto” è un motivo di ricorso in Cassazione. L’ultimo grado di giudizio esiste proprio per questo, per porre rimedio, all’interno del sistema, ai possibili deficit interpretativi delle norme. Per dirla in termini d’altri tempi, la famosa funzione “nomofilattica” della Cassazione. Qui l’emendamento Pini smaschera il suo autentico sostrato culturale. Lo fa nella parte in cui prevede l´abrogazione di un´altra norma, quella che esenta il giudice da responsabilità per “l’attività di interpretazione di norme del diritto e valutazione del fatto e delle prove”.Il diritto secondo l’on. Pini è mera applicazione della legge. Tesi antica e quanto mai controversa, cara, per intenderci, a Robespierre: in era cibernetica la si potrebbe declinare affidando il giudizio alle macchine e mandando l’uomo a casa. Ci sarà pure un motivo se ancora non ci siamo arrivati. Quinto argomento: l’ampliamento della responsabilità ci viene imposto dall´Europa. Falso, e decisamente tendenzioso. Gli organismi consultivi del Consiglio d´Europa, a partire dalla Carta di Strasburgo del 1998, raccomandano a tutti gli Stati membri di evitare la citazione diretta in giudizio del magistrato, e sconsigliano l’adozione di formule vaghe e indeterminate come “negligenza grossolana” e via dicendo.La sentenza della Corte di Giustizia Europea che si invoca oggi tratta della responsabilità per violazione del diritto comunitario non del singolo, ma dello Stato. Circostanza che fu autorevolmente ribadita dal governo attualmente in carica quando, il 20 novembre 2008, rispose a un’interpellanza parlamentare degli onorevoli Mecacci, Bernardini e altri, testualmente affermando che “la normativa posta dalla legge 117/88 (sulla responsabilità dei magistrati) come rilevato anche dalla dottrina, non è in contrasto con la decisione della Corte di giustizia richiamata nell´interrogazione”.Tutti possono cambiare idea, ovviamente. Nel 2000 cambiarono il codice penale perché i giudici davano pene troppo basse agli incensurati, e bisognava dare un segnale repressivo. Oggi agli incensurati offrono il processo breve. Tutti possono cambiare idea. Ma è bene saperlo.Sesto, e ultimo argomento: il popolo vuole che il giudice paghi di tasca propria. Vero. Contro questo argomento c´è poco da opporre. Trent’anni di bombardamento mediatico hanno scavato a fondo nelle coscienze degli italiani. Da che mondo è mondo ogni processo è una scelta fra due parti. Alla fine c´è sempre chi vince e chi perde. Da che mondo è mondo lo sconfitto se la prende con il giudice che gli ha dato torto. Da domani avrà al suo fianco, in questa nobile battaglia, la legge. de cataldo repubblica

Toghe, un miliardo di euro l’anno

Venerdì, 7 Gennaio 2011

Pagati, viziati, lentissimi e ipersindacalizzati. La casta dei magistrati continua a lamentarsi, l’ultima richiesta dell’Anm è di pochi giorni fa: “I tribunali rischiano una paralisi complessiva”. Il motivo? Il taglio dei fondi all’assistenza informatica. L’associazione delle toghe ha minacciato lo sciopero e in poche ore il ministro ha aperto il portafogli (una trentina di milioni di euro) e tutto si è risolto. La giustizia costa tanto, si sa. Ma quanto incidono gli stipendi dei magistrati? Tenetevi forte, la cifra fa paura: circa un miliardo di euro. I cugini francesi spendono il 30 per cento in meno e lavorano meglio. Ma i nostri in compenso hanno un primato: la lentezza. Da noi i processi si trascinano a lungo, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ci multa, i cittadini sotto processo fanno ricorso. E poi? Poi lo Stato, tanto per cambiare, paga i danni. Andando a spulciare il “prontuario delle competenze dovute alla Magistratura Ordinaria” ci addentriamo in una selva di numeri e scatti di anzianità che fanno lievitare il monte salari. Prima bizzarria: dov’è la meritocrazia? Latita, per fare carriera basta “invecchiare”. Tutti arrivano al massimo livello di stipendio, anche quando magari non riescono ricoprire un incarico di alto livello. L’organo che valuta ogni quattro anni (ma lo scatto è biennale) la professionalità del giudice è il Consiglio superiore della magistratura, che nel 96 per cento dei casi dà un via libera. Ma la bocciatura, nei rarissimi casi in cui si verifica, non prevede nessun arretramento economico: vige il principio della conservazione dello stipendio maturato. L’orologio dei magistrati continua a correre e lo stipendio a lievitare, qualunque cosa succeda. Per intenderci: è come se tutti i militari diventassero generali. Facciamo i numeri: un magistrato al settimo livello di anzianità, che sarebbe il ventottesimo anno di professione, arriva a portare a casa un lordo di 195.362.33 euro all’anno. Il presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche può mettersi in tasca fino a 260.593.04. Tanto? Non abbastanza, evidentemente, dato che è anche prevista un’indennità che si aggira sui mille euro al mese. Salendo verso le funzioni “apicali”, il vertice della carriera, le cifre aumentano fino a raggiungere il miliardo delle vecchie lire. Queste sono le toghe-paperone, a fronte delle quali ci sono un gran numero di magistrati che portano a casa un’onesta busta paga. Un giudice di primo pelo si accontenta di poco meno di cinquemila euro mensili lordi. Tutto questo ricade sulle nostre spalle. I tribunali costano a ogni cittadino italiano 45 euro all’anno. Il 18 per cento in più rispetto ai francesi e addirittura il 60 per cento in più rispetto ai 28 euro del Regno Unito. Il totale della spesa è un miliardo di euro. In un’Italia in cui tutti tirano la cinghia, una delle poche categorie che non rischia il posto e neppure la decurtazione dello stipendio, è proprio quella dei magistrati. Le toghe piangono quando c’è da chiedere trenta milioni di euro per computer, ma non fanno mai sacrifici. A dispetto della crisi e soprattutto del buonsenso. f.m. del vigo ilgiornale.it

Piove su Tremonti, a Malta

Giovedì, 6 Gennaio 2011

Il ministro dell’economia Giulio Tremonti è stato interrogato dalla magistratura a Napoli. A convocarlo, come persona informata dei fatti, è stato il sostituto procuratore del pool della criminalità economica Vincenzo Piscitelli, che indagando su una frode assicurativa da 30 milioni di euro ha messo sotto inchiesta per corruzione il braccio destro del ministro, il potente deputato del Pdl, Marco Milanese, il suo collaboratore più stretto passato, nel giro di pochi anni, dalla sua segreteria alla Commissione Finanze della Camera. L’INCHIESTA MALTA. L’interrogatorio è il frutto di un’inchiesta, battezzata “Malta”, che a metà dicembre, su disposizione del gip Amelia Primavera, ha portato all’arresto di 12 insospettabili, tra manager, consulenti e avvocati, ritenuti implicati in un grosso giro di attività finanziarie e assicurative abusive. Nei giorni scorsi Tremonti è stato ascoltato per più di un’ora nell’ufficio di Piscitelli. Un interrogatorio delicato, che riguardava soprattutto il suo rapporto con Milanese, a sua volta indagato per presunti legami con il gruppo di professionisti specializzati nel confezionamento di “società cartiere” con sede a Malta. TREMONTI ESTRANEO. La convocazione al palazzo di giustizia di Napoli, per ora, non ha portato strascichi per il ministro. Secondo indiscrezioni non sono infatti emerse responsabilità a suo carico. Sul suo braccio destro, però, si continua a scavare. Secondo l’accusa, gli avvocati e i commercialisti finiti nel mirino dei magistrati napoletani erano abilissimi a costruire mega frodi fiscali grazie a società radicate a Malta e in altri Paesi oltre confine, attive soprattutto nel campo della assicurazioni auto. Ma sopra le loro teste ci sarebbe stato qualcuno, secondo la Procura, che fungeva da copertura. Un intoccabile, è l’ipotesi. PROFESSIONISTI E FACCENDIERI. Tra i 12 destinatari delle ordinanze di custodia cautelare, in carcere o ai domiciliari, ci sono alcuni personaggi noti nel mondo dei faccendieri campani come Paolo e Vincenzo Viscione, padre e figlio. Secondo indiscrezioni proprio da loro sarebbe stato fatto il nome di Milanese. L´anziano Paolo Viscione, di professione avvocato, è un uomo d’affari molto noto a Cervinara, lo stesso paesino irpino diventato ‘crocevia’ della cosiddetta loggia P3 nell´inchiesta condotta dalla Procura di Roma, visto che aveva dato i natali a Pasquale Lombardi l’addetto ai rapporti con la giustizia della nuova massoneria. La stessa Cervinara cui sono legate le origini famigliari (da parte di padre) di Marco Milanese, che però riesiede a Roma, a un passo dal Corso. Arcinoto a Cervinara anche il figlio di Viscione, Vincenzo, casa e ufficio alla Riviera di Chiaia, un affarista con il pallino delle frequentazioni vip e, come Milanese, amante delle barche di lusso. INTERCETTAZIONI COMPROMETTENTI. A mettere nei guai il braccio destro di Tremonti – ex ufficiale della Guardia di Finanza prestato alla politica e passato dal 2002 nello staff del ministro, tre lauree, anche piuttosto recenti come l’iscrizione all’ordine degli avvocati di Milano – è stata una intercettazione. Ascoltando il Viscione senior, i finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria hanno registrato telefonate contenenti frasi tipo: «Dovete finirla di chiamarmi. Io non sono l’azionista. Io mi sono rotto i coglioni», avvertiva l’avvocato Viscione. E ancora: «Io voglio uscire da questa storia perché quando vengo ricattato dalla politica, da questo Milanese per questa storia qua, che si fotte i soldi, io non voglio averci più a che fare. E se stanno i telefoni sotto controllo è buono che il magistrato che ascolta mi chiama e io gli racconto per filo e per segno. Che pezzi di m…». PARLAMENTARE DEL PDL. Per la Procura di Napoli si parlava proprio di quel Marco Milanese, il deputato che fu inserito dal coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino (altro indagato nella P3) nella lista della sua regione per fare un favore a Tremonti, visto che a Milano, regno del Pdl e del suo patron, era interminabile l’elenco dei pretendenti per una poltrona in Parlamento. Tra l’altro Milanese è stato collocato dal ministro dell’Economia nell’ambìto Comitato per la politica economica del Popolo della libertà, tra i membri permanenti insieme con il presidente (lo stesso Tremonti), con i tre coordinatori del partito Ignazio La Russa, Denis Verdini e Maurizio Gasparri e con i capi dei gruppi parlamentari. Un posto che ha fatto rimanere con l’amaro in bocca molti altri colleghi di partito, ministri compresi. MILANESE E IL MINISTRO. Insomma, il 51enne Milanese è considerato l’ombra di Tremonti. Da qui la convocazione del ministro. E i magistrati della terza sezione della criminalità economica della Procura di Napoli, coordinati dall’aggiunto Fausto Zaccarelli, hanno voluto approfondire alcuni aspetti del rapporto. Nell’organigramma graficizzato sul sito del ministero Economia e Finanza, la posizione di Milanese è la più alta, e riporta la definizione di «consigliere politico» del ministro. A Tremonti, quindi, alcune sue iniziative potevano non essere sfuggite, secondo il pm Pisitelli, che lo ha convocato come persona informata sui fatti. All’indomani degli arresti per l’operazione Malta, Marco Milanese, però, è caduto dalle nuvole: «Di questa presunta cricca non so nulla, vedrò di informarmi».  A. Pierucci per Lettera43.it

Gli uomini di Stato martiri dei giudici star (by Sgarbi)

Venerdì, 29 Ottobre 2010

È una storia lunga e vergognosa. Comincio con le accuse naturalmente da Santoro di Leoluca Orlando nei confronti del maresciallo Lombardo, accusato di essere colluso con la mafia. Il maresciallo Lombardo era il comandante dei Carabinieri di Terrasini. Infamato, senza fondamento e senza prove, si uccise. Analoghe accuse furono fatte dal procuratore Caselli al tenente dei Carabinieri Canale, uomo capace, che godeva l’assoluta fiducia di Borsellino. Ucciso Borsellino, anche Canale fu ritenuto colluso con la mafia. Forte e coraggioso, ha resistito, per anni, difendendosi nei tribunali. Qualche mese fa, dopo essere stato mortificato e umiliato per anni, è stato riconosciuto innocente. Destino diverso è toccato a Bruno Contrada, condannato senza prove e difeso strenuamente da un avvocato «coraggioso e radicale» come Pietro Millio. Non si è mai capito che cosa abbia fatto Contrada, in che modo abbia favorito la mafia. Si sa soltanto che investigava in epoche e con metodi in cui non c’erano pentiti à gogo e intercettazioni ambientali capillari; e occorreva utilizzare i confidenti, garantendo loro favori e parziali impunità. Per la stessa ragione fu arrestato l’allora colonnello (poi promosso generale) Conforti, comandante dei Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico. Cosa aveva fatto Conforti? Aveva, con grande abilità, ritrovato la reliquia della mandibola di Sant’Antonio da Padova sottratta al tesoro del santo dalla cosiddetta mafia del Brenta, per volontà di Felice Maniero detto «Faccia d’Angelo». Naturalmente Conforti ottenne lo straordinario risultato attraverso confidenti avvicinati con l’abilità di non farsi riconoscere e con gli espedienti del mestiere di ogni buon investigatore. Operazione non corretta. Dopo averlo difeso in televisione con grande veemenza, lo andai a trovare nel carcere militare di Peschiera dove stava in una cella stretta e profonda, come Silvio Pellico. Lo vidi in maniche di camicia, desolato, ma non umiliato, sconcertato ma non pentito, e lontano dall’idea di avere compiuto un qualsivoglia delitto. Era in carcere per aver compiuto il suo dovere. Sull’aereo che mi portava a Verona, il destino mi fece sedere a fianco di un ragazzotto dall’aria furba e tranquilla: era lo stesso Felice Maniero, pentito e quindi libero, autore del furto per cui il colonnello era in galera. Un rovesciamento tipico della giustizia malata. Avendomi riconosciuto, e conoscendo il mio temperamento, Maniero cercò di farsi piccolo nel suo sedile, forse temendo che io lo aggredissi. Ero più che indignato. Andavo a trovare un uomo onesto in galera, mentre il delinquente era libero e impunito. Dopo qualche tempo, a forza di urlare, Conforti fu liberato. Inutile dire che l’accusa era senza fondamento e che dopo qualche tempo fu completamente prosciolto (e, appunto, promosso). Erano comunque tempi difficili. Un uomo da tutti riconosciuto onesto e capace, e un valoroso magistrato, Luigi Lombardini, si convinse, al di là delle sue competenze dirette, a occuparsi del rapimento di Silvia Melis. La situazione appariva drammatica, perché non c’erano precedenti di rapiti in Sardegna che fossero stati liberati senza pagare il riscatto. Ci fu dunque una trattativa e Lombardini fece la sua parte, trattando e forse incontrando i rapitori. Nichi Grauso, con la tipica valentia dei veri sardi, mise la somma necessaria e andò direttamente a consegnarla. La Melis fu così liberata trovando il modo di far credere che fosse scappata. Indagati tutti, per non aver lasciato morire l’ostaggio e, in particolare, incriminato Lombardini per essersi messo in mezzo e aver tentato una trattativa. Fu così messo sotto inchiesta dalla Procura di Palermo, ancora una volta Caselli con quattro sostituti procuratori. Appena usciti dalla sua stanza i «colleghi» di Palermo, che erano ancora vicini, e in attesa di essere perquisito e magari arrestato, prese una pistola dal cassetto della sua scrivania e si sparò. La causa scatenante del gesto non mi pare dubbia; ma il Csm che si occupò della vicenda non osservò l’anomalia dell’irruzione e dello scioccante interrogatorio, ma concluse che tutto era stato regolare, che nessuno aveva commesso abusi, e che l’interrogatorio era stato formalmente corretto. Insomma, Lombardini si era ucciso perché era troppo sensibile. Cazzi suoi.
In tempi più recenti abbiamo assistito a l’incriminazione e alla condanna di un altro generale, il generale Ganzer, che io ho anche incontrato e che, essendo stato tutta la vita diligente corretto e operoso nel combattere i trafficanti di droga, improvvisamente ha deciso di farsi complice dei suoi nemici e collaborare con loro a spacciare la droga. Un esempio di pentitismo alla rovescia. Si è pentito di essere onesto, ottenendo grandi risultati, nella zona grigia delle inchieste tra collaboratori e confidenti creandosi con ciò non imprevedibili nemici, è stato condannato a 14 anni di carcere, dunque dire che ha scelto di fare il carabiniere non perché credeva nella giustizia e nell’onestà ma perché non vedeva l’ora di avere l’occasione di diventare un criminale. Non diversamente aveva lavorato nei servizi segreti (da noi sempre sospettati delle peggiori infamie e, per così dire, fisiologicamente deviati) il generale Pollari, cercando di contrastare il terrorismo, non potendo pensare di farlo convertendo fanatici kamikaze islamici. Anche lui un genio del male, per di più servile nei confronti del governo. Perché non chiedere, per Pollari, 12 anni di carcere? Insomma, i criminali vanno cercati tra le forze dell’ordine. L’esempio più luminoso è il generale Mori. Torturato per anni, trascinandolo sotto processo per favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Bernando Provenzano, oggi viene incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, a concorrere a questa attività criminosa, non poteva mancare anche un altro carabiniere, il colonnello Giuseppe De Donno, e anche il capitano Antonello Angeli. Insomma, tre carabinieri che avendo il compito di combattere la mafia, hanno pensato di favorirla. Per favorirla meglio, il generale Mario Mori ha catturato Totò Riina. E per farsi perdonare non ha perquisito bene il suo covo, così come il capitano Angeli non ha aperto la cassaforte di Massimo Ciancimino dove era custodito il «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato. Gente strana questi carabinieri: mettono in galera i mafiosi e non aprono le casseforti. Insomma il figlio e collaboratore del padre Vito Ciancimino mafioso, e il generale Mori, in questa insalata russa hanno le stesse responsabilità nel concorrere a sostenere la mafia. Ma di Ciancimino si capiscono le ragioni. Di Mori, di De Donno, e di Angeli restano misteriose. Inutile pensare alla missione compiuta. Occorre sputtanarli confondendo le carte in una assoluta mancanza di rispetto e di rigore morale per chi ha deciso da che parte del campo stare. Ma, inseguendo i criminali, si è fatto loro simile. Continuo a guardare con indignazione i professionisti dell’Antimafia e credo che la verità l’abbia intuita il colonnello De Caprio, il capitano «Ultimo», che, riconoscendo «le più raffinate manovre Corleonesi» parla di «un attacco da parte di forze oscure che dall’interno di Cosa nostra vogliono distruggere il valoroso generale Mori». Non sarà che Riina si vendica del generale Mori attraverso i magistrati che lo hanno incriminato? v. sgarbi ilgiornale

Confessa e sarai libero – la tortura dei magistrati

Domenica, 12 Settembre 2010

Anche per i (presunti) delinquenti della P3, come per i (presunti) delinquenti della cricca, i magistrati non esitano a scrivere nei loro atti che la mancata concessione degli arresti domiciliari è dovuta alla reticenza degli arrestati, al fatto che non collaborano con gli inquirenti. Ma chi viene arrestato ha il diritto di non collaborare e di non confessare! condizionare la libertà alla confessione era proprio dei tribunali della santa inquisizione ed è una gravissima violazione dei diritti costituzionali e dello stato di diritto! temis

Il doppiopesismo del magistrati

Giovedì, 15 Luglio 2010

I magistrati ora si dipingono come la moglie di Cesare: devono essere al di sopra di ogni sospetto. Le cene con Carboni e compagnia stanno, però, mettendo in serio imbarazzo il palazzo delle toghe. L’unica strategia a questo punto è scaricare i «cattivi» per salvare la corporazione. L’Associazione nazionale magistrati non ci pensa un attimo e va giù tempestiva e definitiva: «I magistrati coinvolti facciano un passo indietro». La nota dell’Anm si riferisce all’inchiesta sull’associazione segreta costituita da Flavio Carboni, già chiamata P3. Nei giorni scorsi l’associazione delle toghe aveva commentato con preoccupazione il coinvolgimento nel procedimento della procura di Roma di nomi importanti del sistema giudiziario, sollevando la questione morale. Il problema è che nessuno ha la forza e la voglia di danneggiare davvero i colleghi. Anche perché, fino a prova contraria, sono innocenti. Il clima è questo: morale e imbarazzo. I più estremisti pensano poi che le toghe coinvolte sono più che altro di area moderata. E in questi casi la solidarietà scatta un po’ di meno.  Anche al Csm c’è fibrillazione. La prima commissione deve valutare un’eventuale incompatibilità ambientale del presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra. Di lui si parla nelle intercettazioni, per pressioni da parte dell’arrestato Pasquale Lombardi su alcuni consiglieri a favore della sua nomina. Livio Pepino di Magistratura democratica ha chiesto ieri di dedicare una seduta alla vicenda, ma il vicepresidente Nicola Mancino ha bloccato il tentativo precisando che l’ultima parola sugli argomenti all’ordine del giorno è del presidente della Repubblica. Mancino non ha molta voglia di fare il giustizialista. L’Anm invece afferma che è necessario un «segnale forte». È vero che c’è la presunzione di innocenza, il giudizio disciplinare del Csm e i vari gradi giudiziari, ma il «sindacato» delle toghe questa volta prende subito le distanze, criticando neppure tanto velatamente premier e governo. Ecco allora il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini puntare il mirino su Palazzo Chigi: «Il tentativo di sottovalutare la gravità della vicenda è una linea pericolosa perché questa ha le caratteristiche analoghe a quelle degli anni Ottanta. Le differenze riguardano solo aspetti più grotteschi e poco istituzionali anche rispetto alla loggia P2, ma i fatti che emergono sono chiarissimi, per questo noi abbiamo espresso subito la nostra indignazione». Una presa di posizione alla quale reagisce vivacemente Renato Borzone, difensore di Carboni: «È un giudizio sommario sulla vicenda processuale su cui domani (oggi, ndr) si pronuncerà il tribunale del riesame». Le toghe, insomma, hanno già emesso un verdetto, senza passare dal tribunale. (d. alfieri ilgiornale)

Pm: “Mi sento preso in giro!” (da Brancher): e allora?

Lunedì, 28 Giugno 2010

Il protagonismo dei PM è una delle cause della malagiustizia. Quando la difesa di Brancher ha invocato il legittimo impedimento, il PM – immortalato da tutte le telecamere – è andato in escandescenza gridando: Mi sento preso in giro! e allora? il Pm accusa, la difesa difende. Ognuno ha il suo lavoro. Avesse detto: invocando ingiustificatamente il legittimo impedimento, la difesa di Brancher sta prendendo in giro la Corte, lo avremmo applaudito. Il PM è un magistrato, ma non un giudice e come tale dovrebbe ricordarsi che nella arena del processo non ha privilegi.

Di Pietro indagato dalla Corte dei Conti

Mercoledì, 9 Settembre 2009

Più esposti e le inchieste del Giornale sulle stranezze della gestione finanziaria dell’Idv sono confluiti in un fascicolo della Corte dei conti. I magistrati contabili della procura generale stanno indagando sul «tesoro» dell’Idv e su quale soggetto abbia effettivamente richiesto e percepito i fondi elettorali destinati al partito di Antonio Di Pietro: la notizia viene confermata dalla Corte dei conti: «L’istruttoria – spiega un alto magistrato – concerne varie questioni, ma non posso dire di più».

(continua…)