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De Magistris: storia di un fallito di successo

Mercoledì, 29 Aprile 2009

Luigi De Magistris è candidato alle elezioni europee ma anche alla poltrona di peggior magistrato italiano della storia recente. Sin dal 1996, appena insediato alla Procura di Catanzaro, si occupò di reati contro la pubblica amministrazione, però nessuno dei suoi indagati è stato mai condannato per reati, appunto, contro la pubblica amministrazione. Neanche uno. Mai.

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I messaggi in codice di Genchi

Mercoledì, 4 Febbraio 2009

Ieri sera, negli studi di Telelombardia nel programma Iceberg condotto da David Parenzo, è intervenuto il dott. Giocchino Genchi, consulente del dott. De Magistris nell’inchiesta "Why Not" .
Il "super consulente" ha ricostruito alcuni passaggi chiave dell’inchiesta e ha svelato alcuni fatti inedite sull’inchiesta "Why Not":

"Nelle indagini che ho seguito in Calabria centinaia di conversazioni segnate come non-utili sono diventate utili con le acquisizioni dei tabulati: quelle conversazioni sono diventate oro per l’inchiesta.

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L’archivio “illegale” di De Magistris

Lunedì, 8 Dicembre 2008

I magistrati di Catanzaro impegnati nella «guerra» con Salerno sostengono di aver scoperto, nelle carte del processo Why not sottratto all’ex pubblico ministero Luigi de Magistris, la «illegale costituzione e conservazione, ad opera del consulente tecnico dr. Genchi, di una banca dati, telefonica e telematica, per molti aspetti acquisiti in modo illegale ed in spregio di guarentigie costituzionali, nei confronti delle massime autorità dello Stato, di parlamentari, appartenenti all’ordine giudiziario, ai Servizi informativi e di sicurezza».

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Il complotto contro De Magistris: nomi e cognomi di magistrati, giornalisti, politici

Giovedì, 5 Giugno 2008

Novecento pagine. La richiesta di archiviazione per il pm Luigi de Magistris ha vagliato mtutta la sua attività investigativa e i suoi «discussi» rapporti con i giornalisti. Novecento pagine che, come una medaglia rovesciata, da un lato «assolvono» il pm di Catanzaro, ma dall’altro lasciano intravedere un pesante impianto accusatorio. Sullo sfondo si staglia una sorta di complotto che, se fosse provato, innescherebbe un’autentica bomba all’interno della magistratura, della politica, dei rapporti con il mondo dell’informazione.

«È al vaglio di questo ufficio – scrive la pm Gabriella Nuzzi – la presunta strategia delegittimatoria ideata e attuata in danno di De Magistris e dei principali testi delle sue inchieste, per bloccare la sua azione inquirente». Si legge di un’altra ipotesi investigativa: quella «sulla indebita strumentalizzazione dell’attività di indagine, coordinate dalle procure di Matera e Catanzaro, nei confronti di collaboratori di polizia giudiziaria e giornalisti di cronaca giudiziaria». Procure che hanno indagato e perquisito, in procedimenti diversi, il giornalista del «Corriere della Sera» Carlo Vulpio e del «Quotidiano di Basilicata» Chiara Spagnolo.

Al centro dell’inchiesta di Salerno figurano almeno tre indagini condotte da De Magistris: Poseidone (revocatagli dal suo capo, riguardava la depurazione delle acque in Calabria), Why Not (avocatagli dal procuratore generale, riguardava l’utilizzo dei fondi europei) e infine Toghe Lucane, l’ultima inchiesta nelle mani del pm, che ipotizza un comitato d’affari, in Lucania, composto da magistrati, politici e forze dell’ordine.

E la maggior parte delle accuse per le quali si chiede l’archiviazione provengono proprio da Toghe lucane: lo hanno denunciato la pm Felicia Genovese, il procuratore capo di Potenza Vincenzo Tufano e il suo aggiunto Gaetano Bonomi, l’ex capo della squadra mobile di Potenza Luisa Fasano. Tutti indagati da De Magistris nell’inchiesta.

Tra gli atti inseriti nella richiesta di archiviazione anche un’intercettazione tra un membro del Csm, Antonio Patrono, e la pm Felicia Genovese, indagata da De Magistris. «Si richiama al riguardo il contenuto della intercettazione telefonica acquisita agli atti, intercorsa tra la Genovese e altro noto esponente di Magistratura Indipendente, Patrono, presidente della prima commissione del Csm, deputata a verificare l’apertura di una pratica di trasferimento di incompatibilità ambientale incolpevole di De Magistris».

«Io dalla Procura me ne voglio andare – dice la Genovese – ma io non me ne devo andare solo io da là… perché qua se io me ne vado…. Se ne devono andare anche gli altri… quelli che valuterete che hanno fatto cose che non dovevano fare… che io vi dirò…». «Va bene – risponde Patrono – ma questa è una cosa più che ragionevole… (…) adesso ne parliamo anche a Giulio Romano (membro del Csm, ndr)…». Lo stesso Romano che, mesi più tardi, sarà relatore della sentenza contro De Magistris al Csm.

Intanto, scrive la procura di Salerno, la Genovese «chiede l’intervento della Prima Commissione»: «(…) Però da quello che mi risulta voi siete stati invasi da informazioni di vario genere e di vario tipo… voi sapete qual è la situazione di Potenza e questo è uno degli effetti della situazione di Potenza che è stata già denunciata non da me che sono l’ultima ruota del carro, ma… da persone che hanno ben altra valenza basta detto questo non ti dico niente più…». Patrono risponde: «La situazione per chi se ne intende è abbastanza chiara… Insomma stai tranquilla».

Al vaglio degli inquirenti anche l’escalation di controlli, ispezioni ministeriali, interrogazioni parlamentari che, nell’arco di due anni, hanno portato alla condanna di De Magistris da parte del Csm (Il pm ha fatto ricorso in Cassazione). Nelle carte si fa il nome del procuratore aggiunto di Catanzaro Salvatore Murone: «Il suo insediamento ai vertici della Procura segnava cronologicamente l’inizio di un’articolata serie di azioni "ostative" all’operato del pm De Magistris esterne e interne agli ambiti giudiziari».

I pm di Salerno hanno avviato procedimenti penali «per gravi reati» a carico, tra gli altri, di Mariano Lombardi (capo della procura di Catanzaro), dell’aggiunto Murone, del presidente del tribunale del riesame Adalgisa Rinardo, «attualmente in fase d’indagini coperte da segreto».

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Mastella denuncia il complotto magistratura- sinistra

Mercoledì, 2 Aprile 2008

Mancavano i presupposti per indagare Clemente Mastella. Per un suo coinvolgimento nell´inchiesta della procura di Catanzaro denominata "Why not" e avviata dal pm Luigi De Magistris. All´indomani della richiesta di archiviazione della procura di Roma per un´altra indagine, quella che relativa al volo di Stato per il Gp di Monza, il giudice delle indagini preliminari di Catanzaro, Tiziana Macrì, ha chiuso quest´altro capitolo. Lui invoca l´intervento del Quirinale, minaccia azioni giudiziarie, ma soprattutto per annuncia che, dismessi i panni del parlamentare (per ora), indosserà quelli dell´investigatore e quasi urla: «Ora chi mi pagherà i danni».

Clemente Mastella, vuole indagare ma per scoprire cosa?
«Farò l´investigatore o tornerò a essere il giornalista di un tempo, l´unico mio impegno sarà cercare di scoprire e denunciare chi c´è dietro il disegno, il complotto ordito ai miei danni. Perché ormai è chiaro che tutto questo non può essere avvenuto per caso».

Il Gip di Catanzaro sostiene che non c´erano i presupposti per l´indagine per abuso d´ufficio e lei dice: «Hanno lavorato per la mia eliminazione politica, un attentato alla libertà e alla Costituzione». Non crede di esagerare?
«E lei come lo chiamerebbe quello che ho subito? La mancanza di presupposti è un fatto enorme. E ora che sono stato riconosciuto innocente che dovrei fare? Chi mi ripaga?»

Resta aperta l´indagine campana in cui è coinvolto con sua moglie Sandra.
«Ma anche lì dimostreremo la nostra estraneità. Per cosa dovremmo essere processati, perché abbiamo detto di un tizio che è politicamente morto? o per una mia nomina segnalata a Bassolino?»

Denuncia e cerca giustizia. Ce l´ha col pm De Magistris?
«Nei suoi confronti esprimo un perdono cristiano. Ma chi ha orchestrato questa cosa immorale deve solo vergognarsi. Lui? Certo, sembra non ci sia stata buona fede, imparzialità. Verificherò».

Chi ha ordito il complotto di chi parla e per cosa?
«Io lo chiamo il trittico: un disegno politico, giudiziario e mediatico. Con un solo obiettivo: farmi dimettere dal ministero della Giustizia e aprire una nuova fase politica. Al disegno politico non sono state estranee frange della maggioranza di cui facevo parte e mi riferisco alla sinistra. Quello giudiziario ha fatto di me il ministro della Giustizia più intercettato della storia: 50 mila intercettazioni a carico mio e dell´intera famiglia. Infine un attacco mediatico concentrico, condotto da giornali e tv che per mesi non hanno perso occasione per aggredirmi».

Familiari in politica e quel volo di Stato erano fatti da documentare. Non crede?
«Cos´è, per 30 anni ho fatto politica onestamente e negli ultimi due sarei entrato nelle nebbie del disfacimento morale? Hanno fatto credere a milioni di italiani che il capo della casta fosse il leader di un partito dell´1,4%. Una cosa vigliacca e immonda».

 Se era così convinto della sua innocenza, perché si è dimesso? Confessi: se n´è pentito e così di aver fatto cadere il governo.
«Certo, col senno di poi forse non l´avrei fatto. Ma poi razionalmente rispondo che no, l´arresto di mia moglie era un messaggio chiaro di chi ha ordito il disegno. Avrebbero trovato comunque il modo di costringermi a questo suicidio indotto. E Prodi non l´ho fatto cadere io».

Pensa davvero di tornare in politica? Come?
«Dopo tante schifezze subite ingiustamente, la voglia di ritornare è tanta. E rientrare dove stavo. Ora, non dico al ministero, ma in un posto di tutto rispetto certamente sì. L´Udeur avrà perso i colonnelli ma ha ancora un esercito e un generale. L´anno prossimo torno con le Europee e intanto il 13 vado a votare. Per chi sento più vicino a me».

Non Berlusconi, che l´ha tagliata fuori a sorpresa.
«Non lo sento da un mese e mezzo e da gennaio non ho più contattato Prodi. I potenti si sono dileguati. Mi è rimasta vicina la povera gente».

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Prodi e Mastella parlavano con gli indagati Why not con utenze intestate a terzi

Giovedì, 20 Dicembre 2007

"Adesso vi spiego come sono emerse le utenze telefoniche di Romano Prodi, Clemente Mastella e di altri personaggi della politica, finiti nell’inchiesta sui fondi Ue. Sono stanco di leggere falsità sul mio conto e sul mio lavoro". Rompe gli indugi Gioacchino Genchi, consulente tecnico di numerosi uffici giudiziari e del pm di Catanzaro Luigi De Magistris nell’inchiesta Why not (poi avocata dalla procura generale) che tanti grattacapi ha dato al governo, al presidente del Consiglio e soprattutto al guardasigilli.

Togliamoci subito il pensiero: ha intercettato oppure no il presidente del Consiglio? No, in vita mia non ho mai intercettato nessuno. È vero, invece, che lavorando sui tracciati telefonici di soggetti coinvolti nell’inchiesta Why not sono finito sul telefonino del premier. La sua utenza si rapportava con altri indagati. La sim card non era intestata a Prodi, che all’epoca dei fatti non era nemmeno parlamentare. Quella scheda, come altre, era intestata a una società di telecomunicazioni, che l’aveva girata all’ex presidente della Commissione europea e al suo staff.

Poi si è scoperto che quel telefonino lo utilizzava il premier, anche quando aveva assunto lo status di deputato. Le acquisizioni dei tabulati si fanno per accertare le circostanze che non si conoscono e nessuno di noi è un oracolo. Lo stesso è accaduto per il cellulare di Mastella, che non era nemmeno intestato a lui. Quando ne furono acquisiti i tabulati, non si conosceva neppure l’intestazione all’ente che aveva attivato la scheda. Se per ogni utenza, nel sospetto che possa essere stata utilizzata da un parlamentare, si chiedesse l’autorizzazione alle Camere, si bloccherebbero di fatto le indagini e l’attività legislativa.

Il semplice incrocio di alcune telefonate non significa necessariamente che è stato commesso un reato. È ovvio. Io non l’ho mai ipotizzato. Per di più, in tutte le mie relazioni, quasi fino alla noia, quando mi sono accorto che dietro un’utenza c’era un deputato o un senatore, ho segnalato al pm la necessità di chiedere l’autorizzazione al Parlamento. Questo ho scritto allo stesso modo per Prodi e per Mastella. Per il ministro della Giustizia, addirittura, si trattava di contatti telefonici indiretti e la pronuncia della Corte costituzionale, che è intervenuta dopo il deposito delle mie relazioni, ha pure sancito che non ce ne sarebbe stato nemmeno bisogno.
Del ministro della Giustizia, però, esistono più intercettazioni… Il ministro Mastella è stato intercettato incidentalmente mentre parlava con Antonio Saladino, il principale indagato del presunto comitato d’affari sul quale si è concentrata l’attenzione di De Magistris. L’intercettato era Saladino, non il guardasigilli. E anche qui vale il ragionamento fatto prima per Prodi: se Mastella entra nell’inchiesta, è solo perché intrattiene rapporti con l’indagato. Queste frequentazioni sarebbe stato utile chiarirle, soprattutto nell’interesse del ministro, approfondendo il tutto, anziché inviare a De Magistris gli ispettori e togliergli il fascicolo nel momento clou dell’inchiesta.

Io, come tanti, mi chiedo: chissà cosa sarebbe successo se fosse stato intercettato Silvio Berlusconi e se l’allora ministro Roberto Castelli, intercettato pure lui, avesse mandato gli ispettori per togliere l’inchiesta al pm che indagava su di loro. Ecco, è questa giustizia a due marce che non mi piace.
Mastella l’ha definita un «mascalzone». Altri esponenti politici, di centrodestra e di centrosinistra, ipotizzano che lei custodisca archivi con milioni di dati delicati. Io non ho mai posseduto alcun superarchivio. Lavoro esclusivamente sui dati e sugli atti processuali che mi girano le procure, incrocio i risultati e traggo delle conclusioni che poi metto nero su bianco. Né più né meno di quello che fanno legittimamente i consulenti della difesa e gli avvocati, con i miei stessi dati e con gli interi carteggi dei processi.

Questo procedimento va bene per far condannare all’ergastolo i mafiosi, per catturare i latitanti e i trafficanti di droga. Non va bene se spuntano nomi di politici o di ministri. Quanto a Mastella, doveva essere più cauto prima di definirmi un mascalzone, ipotizzando che sia stato io a divulgare determinati atti che lo riguardavano, quando ci sono le prove che sono stati altri, molto vicini alla difesa di indagati, che avevano ricevuto la copia di quella relazione dal tribunale del riesame.
Secondo i suoi detrattori, lei dovrebbe solo tradurre i dati, non interpretarli. Io lavoro sulle carte, incrocio i dati e con questo aiuto i magistrati, a cui offro un quadro d’insieme, poi sono loro che mettono la firma in calce ai provvedimenti, fondati anche, e non solo, sulle risultanze dell’indagine informatica. Pensare che io non debba fare deduzione sui dati analizzati sarebbe come chiedere a un medico legale che ha eseguito un’autopsia di riversare sul tavolo del magistrato gli organi prelevati dal cadavere, senza alcuna considerazione sulle cause della morte.
Dica la verità: quante persone sono state intercettate in Why not? Quanti politici? Non posso risponderle, visto che sono ancora vincolato al segreto. Posso solo dire, e sono sicuro di non sbagliarmi, che, nella storia giudiziaria italiana, si tratta dell’indagine che in assoluto può vantare il record del minor numero di intercettazioni. Aggiungo che le uniche intercettazioni disponibili non le aveva nemmeno disposte De Magistris. Capite, adesso, cosa è stato fatto credere per mesi agli italiani, pur di bloccare quelle indagini?
Vada per le intercettazioni, ma nelle inchieste di De Magistris avete acquisito centinaia di tabulati telefonici. Premesso che io mi limito solo a eseguire i provvedimenti, posso garantire che non è così. Anche qui si gioca con i numeri e con i nomi. Le acquisizioni sono state disposte dal pm con assoluta oculatezza, tenuto conto delle fondamentali esigenze di riscontro. Non farlo e considerare per buone le accuse che venivano mosse, anche nei confronti di politici e uomini delle istituzioni, ritengo sarebbe stata la cosa più grave.

Quanto, poi, alle utenze dei parlamentari, ribadisco che da un numero non si può stabilire in nessun modo che l’utenza è utilizzata dal parlamentare, specie quando questa è intestata a enti, società o persone diverse. L’assurdo è poi che se un parlamentare si intrattiene a conversare con un indagato, l’indagato e il parlamentare diventano le vittime e i mascalzoni sono il pubblico ministero e il consulente. Questo non è giusto, non foss’altro per il rispetto che è dovuto a quanti, grazie ai tabulati e alle intercettazioni, stanno scontando anni di carcere, senza che a loro favore si siano mossi politici e ministri gridando allo scandalo.
Gian marco Chiocci Panorma in edicola

Con i giudici in parlamento i politici si proteggono dalla magistratura

Giovedì, 6 Dicembre 2007

E’ di oggi la notizia che Di Pietro corteggia De Magistris, il p.m. che ha messo sotto inchiesta Prodi e Mastella. Non vogliamo valutare l’opportunità di questo corteggiamento che delegittima il governo di cui Di Pietro fa (ancora) parte. Ma sottolineare come questa notizia si affianchi alle dichiarazioni della Forleo su D’ambrosio, giudice di Mani Pulite eletto con i DS oggi senatore del PD. La Forleo ha accusato (vedi i post di ieri) D’Amrbosio si essere la lunga mano dei DS per fare pressioni sul Tribunale di Milano con riferimento alla vicenda UNIPOL che tiene sotto scacco D’Alema e Fassino. Non sappiamo se l’accusa sia fondata (per il CSM a quanto pare no), ma certo i pranzi tra D’ambrosio e i giudici di un tribunale che ha messo sotto inchiesta i vertici del partito al quale appartiene non ci sembrano opportuni e, soprattutto, non fanno onore nè a lui nè agli altri commensali. Il sospetto è che questi ex magistrati siano la cerniera tra i palazzi della politica e quelli della giustizia. Che siano il trait d’union attraverso il quale i politici fanno arrivare le loro ragioni a chi li incalza o potrebbe incalzarli con inchieste e indagini. Durante la prima repubblica, le accuse a Violante, l’ex magistrato poi politico, di essere il grande manovratore delle inchieste sulle mafia che hanno decapitato la Dc si sprecavano.Ora la sua stella sembra essere tramontata e nuovi nomi, primo fra tutti quello di D’ambrosio, salgono alla ribalta. E’ un problema serio. TEMIS è da sempre convinta dell’esigenza di introdurre una norma che vieti ai magistrati, anche in pensione, di candidarsi in politica. Siamo consapevoli che così impoveriamo il sistema e che sarebbe utile che le menti più eccelse della magistratura possano continuare a servire il Paese in politica; ma siamo fermamente convinti che ancora più importante è sgombrare il campo dai sospetti che avvelenano il rapporto tra politica e magistratura. Come evitare che un magistrato che si avvicina alla pensione sia tentato di accreditarsi con il politico di turno usando le sue funzioni (è l’accusa che fu mossa a un ex p.m. leccese a proposito di una indagine contro un ex segretario del PCI che lo ha poi pubblicamente voluto sottosegretario nel suo governo)? come evitare che si conducano processi senza fondamento per acquisire la visibilità che apre le porte del parlamento  (è l’accusa mossa a un pretore sempre di lecce che su vicende di malasanità ha costruito  la sua carriera politica)? Vietare l’elezione dei magistrati in parlamento non risolverà tutto i problemi, ma sicuramente toglierà ai malati di dieotrologia la possibilità di screditare le istituzioni con insinuazioni e veleni.  

Chi li tocca muore: anche la Forleo via !

Martedì, 4 Dicembre 2007

Condanna annunciata quella del Csm su Clementina Forleo. E anche per Luigi De Magistris, si mette male. «Cattivi magistrati», li definisce il membro laico del Pdci a Palazzo de’ Marescialli, Letizia Vacca.
Il trasferimento per incompatibilità ambientale e forse anche funzionale è quasi una certezza per il gip milanese dell’inchiesta Unipol-Bnl. Su di lei, come su De Magistris, pende già un procedimento disciplinare ma, a quanto sembra, arriverà prima il trasferimento per incompatibilità.
«Cosa devo dire? Niente. Niente da dire», è l’unico commento della Forleo.
La decisione sarà presa oggi a Palazzo de’ Marescialli dalla prima commissione, ma ieri l’orientamento sarebbe stato unanime sulla necessità si spostare il gip che ha denunciato pressioni e intimidazioni dalle istituzioni, dopo la sua denuncia di «complicità» di leader del centrosinistra come Massimo D’Alema e Piero Fassino nelle scalate bancarie. Vacca, vicepresidente della commissione, già prima della sentenza usa toni inusuali e durissimi sulla Forleo. «Dire "ho fatto il nome di D’Alema e per questo mi perseguitano", non è un sillogismo che può valere. Questa non è una magistratura seria, e questi comportamenti sono devastanti. I magistrati devono fare le inchieste e non gli eroi». E quando i giornalisti le chiedono se lo stesso discorso vale per De Magistris, sul quale il Csm si confronterà oggi, lei ammette: «Sì, anche per lui. Che è comunque diverso, molto più lucido».
Il gip di Milano e il pm di Catanzaro, che si è visto avocata l’inchiesta Why not nella quale indagava sul premier Romano Prodi e sul Guardasigilli Clemente Mastella, per la Vacca meritano un giudizio tutto negativo: «Credo che sia necessario che emerga che sono cattivi magistrati, e non perché fanno i nomi dei politici, ma perché si basano su posizioni e non su prove».
Ieri la commissione ha esaminato i fatti che riguardano la Forleo e la sua denuncia di pressioni alla stampa, poi ripetuta a Palazzo de’ Marescialli il 4 ottobre. Dichiarazioni spontanee che sarebbero non solo «insussistenti», ma «lesive della magistratura», secondo la Vacca. Dichiarazioni che avrebbero determinato una situazione «sconcertante» negli uffici milanesi. E che consiglierebbero l’allontanamento del gip. La Forleo ha tirato in ballo lo stesso Procuratore generale Mario Blandini, che le avrebbe riferito di una telefonata in Procura di D’Alema, preoccupato della divulgazione di brani delle intercettazioni con giudizi poco lusinghieri su compagni di partito, come Fassino. Per utilizzare quelle intercettazioni il gip aveva chiesto il via libera alle Camere e molto è finito sui giornali. Blandini ha poi smentito, mentre avrebbe rettificato le circostanze Ferdinando Imposimato, che per la Forleo l’ha messa in guardia da pressioni sul Pg della Cassazione, Mario Delli Priscoli, per fargli aprire contro di lei un procedimento disciplinare. L’ex magistrato avrebbe precisato al Csm che fu la Forleo a sollecitare l’incontro e che lui le avrebbe prospettato soltanto delle ipotesi. Fatto sta che il 27 novembre il Pg ha contestato al gip milanese l’ordinanza con cui chiese alla Camera l’autorizzazione per telefonate tra parlamentari e alcuni indagati nell’inchiesta Bnl-Unipol, ritenendola «abnorme» per il giudizio «anticipato», «non dovuto» ed «espresso in termini perentori», nei confronti di D’Alema, Fassino e Nicola Latorre, che non erano indagati.Quanto influirà tutto questo sull’inchiesta di Brescia sulle denunce di pressioni della Forleo? «Il nostro problema – dice tagliente Vacca – è riportare la serenità negli uffici di Milano. Non possiamo preoccuparci dell’impatto che la nostra decisione avrà. A noi non interessa il merito, ma capire la situazione. Il comportamento del gip è devastante per la magistratura». E, ancora assimilandola a De Magistris: «Si tratta di figure negative».
Oggi la prima commissione preciserà i capi di contestazione contro la Forleo e stabilirà se è incompatibile con Milano o anche con la sua funzione di gip. Aprirà poi una nuova istruttoria e la riascolterà, questa volta accompagnata dal difensore. E nella stessa giornata si occuperà di De Magistris.

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De Magistris trasferito: se ha sbagliato, perchè può fare ancora il Pubblico Ministero?

Martedì, 13 Novembre 2007

La Commissione del CSM incaricata di istruire il caso de Magistris ne ha proposto il trasferimento come sostituto a Napoli. Lo prevede, a quanto pare, la legge. Ma per quale motivo un magistrato che ha sbagliato o si è messo in condizioni di incompatibilità con il contesto territoriale nel quale lavora deve essere "solo" trasferito? forse  – per il rimanere al caso in questione, che qui però ci interessa solo come spunto di riflessione – si confida nel fatto che il trasferimento operi una catarsi e De Magistris risorga a nuova vita solo per fatto di essere salito al Nord? E’ evidente che la legge che ha introdotto una misura siffatta è frutto di una pressione corporativa. Con quale credibilità potrà operare a Napoli De Magistris nella delicatissima funzione dell’accusa? c’è chi lo considererà un martire e chi un magistrato manovrato da oscuri burattinai. Nell’uno e nell’altro caso, mancheranno le condizioni per consentire un sereno svolgimento del suo importante e delicato ufficio in una terra come Napoli che certo non ha bisogno di questi equivoci. Il CSM assume una decisione degna del suo ruolo istituzionale. Se del caso, si assume la responsabilità di chiamare a responsbailità De Magistris e in tal caso lo trasferisca ad altra funzione. Diversamnete è giusto che continui a fare il PM a casa sua.

Spiati d’Italia: in 2000 intercettati da De Magistris – Prodi Berlusconi Marini Mastella

Giovedì, 4 Ottobre 2007

  "Il capo del governo italiano, Romano Prodi. Il presidente del Senato, Franco Marini. Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Il ministro dell’Interno, Giuliano Amato. Il capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi. E poi, altre duemila e passa personalità istituzionali: senatori e deputati, questori e presidenti di commissioni parlamentari, i componenti dell’Antimafia, i consulenti per i problemi della sicurezza. I tabulati contenenti tutte le telefonate di questi personaggi sono stati consegnati, su ordine del pubblico ministero di Catanzaro Luigi de Magistris, al superperito Gioacchino Genchi. I gestori di Tim, Vodafone, Wind e Tre hanno ricevute le richieste che – visivamente – riguardano un semplice numero di telefono. Richieste che portano in calce la firma di un magistrato e, quindi, non resta che ottemperare. Tutti i tabulati sono affluiti nell’archivio e nella disponibilità di Gioacchino Genchi che può così incrociarli e sapere chi ha chiamato chi, quando e per quanto tempo. Non sono registrazioni di telefonate, non si conosce il contenuto delle conversazioni. Ma si può capire quale genere di relazioni, di contatti, di frequenza esistano tra i vertici del nostro Stato.

Ovviamente, questo genere di indagine ha riguardato anche la stessa magistratura. E così risultano acquisiti anche i tabulati del capo della Direzione investigativa antimafia, dell’Antiterrorismo. Ci sono in questo archivio che odora di illegittimità i tabulati di telefoni riconducibili al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e di alcuni consiglieri. Di cinque procuratori antimafia, del presidente dell’Associazione magistrati, dei vertici di tutte le correnti sindacali dei giudici italiani. Non mancano i tabulati di alcuni generali dei carabinieri, del prefetto Luigi De Sena, vicecapo della Polizia, di Gianni de Gennaro, del viceministro dell’Interno Marco Minniti. Tutto nell’archivio-monstre di Genchi, tutto nel database a disposizione di De Magistris. Già domani il bubbone è destinato a esplodere. Alte cariche dello Stato, esponenti del Governo e dei partiti, magistrati e forze dell’ordine dovranno necessariamente prendere posizione. Per De Magistris e Genchi si preannuncia una giornata campale.

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