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Mancuso, falso maestro (by Livi)

Venerdì, 4 Novembre 2011

Il problema più grave che affligge la cultura cattolica in tutto l’Occidente è il disorientamento dottrinale provocato dal poco ascolto che i fedeli prestano al magistero ecclesiastico (quello solenne del Vaticano II e quello ordinario dei pontefici), mentre troppo ascolto viene prestato al confuso vociare dei teologi, quasi tutti legati a interessi ideologici di parte e tutti coinvolti nel conflitto tra progressisti e conservatori, pro e contro la “nuova teologia”. Questa pretesa “nuova teologia” altro non è, in sostanza, che una riproposizione, da parte dei teologi cattolici, di quelle teorie sulla fede, sulla Trinità e sulla figura di Cristo che erano state elaborate nell’Ottocento dal luterano Hegel e poi nel Novecento dal cattolico Heidegger. Come spiego in un mio trattato che sarà presto in libreria (Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa, Casa Editrice Leonardo da Vinci), la vera teologia è un sapere scientifico che mira alla sempre maggiore comprensione della fede della Chiesa. Come ogni sapere scientifico, la teologia ha le sue regole, e la prima di queste regole è la salvaguardia della materia di studio, che è fede di tutti. Il teologo parte dal presupposto che la fede della Chiesa – che egli condivide con tutti gli altri fedeli – corrisponde esattamente a quello che Dio ha rivelatosi nella storia della salvezza. Se il teologo non accetta i dogmi della fede cattolica e si adopera piuttosto per ri-formularli, cambiarne il senso o addirittura negarli apertamente, allora egli abusa del suo titolo scientifico, la sua non è vera teologia. Chiunque può liberamente esporre le sue teorie su Dio e sulla religione, ma se uno non assume i dogmi come verità rivelata, non si deve presentare come un teologo ma come un filosofo: non si devono trarre in inganno i fedeli, che dai teologi si aspettano giustamente di essere confermati nella loro fede, non di esserne distolti. Nel mio libro faccio molti esempi di “falsa teologia”, e faccio anche dei nomi, come Teilhard de Chardin, Karl Rahner, Hans Küng e Klaus Hemmerle; alla fine, tra gli italiani, cito un discepolo di Hemmerle, Piero Coda, che si rifà alla filosofia religiosa di Hegel per re-interpretare la dottrina cattolica sulla Trinità e sull’Incarnazione con le categorie concettuali della dialettica idealistica. Il metodo di reinterpretazione del dogma insegnato da Coda è stato ripreso da molti suoi scolari, tra i quali Vito Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea all’Università San Raffaele di Milano. Mancuso parla e scrive di teologia, e i suoi libri hanno avuto in Italia una vasta e chiaramente interessata eco nei mass media di orientamento laicistico: evidentemente, alla cultura anti-cattolica non può che far piacere che un autore che si proclama cattolico e teologo demolisca uno per uno tutti i dogmi della fede cattolica (era già successo anni or sono con i libri di Hans Küng). In uno dei suoi primi saggi Mancuso pretende di dare un senso al dramma del dolore umano innocente ricorrendo alla categoria dell’assurdo: «La creazione porta con sé la necessità che Dio soffra; di più: che Dio venga sacrificato. Dentro qui, dentro questa rivelazione assurda, sta l’assurdità dei bambini che nascono handicappati. Il rapporto di Dio col mondo fa prendere a Dio la forma dell’agnello, fa sorgere la figura dell’Agnello destinato al sacrificio. Dio, che è amore, scegliendo di porre il mondo e di porlo libero, diventa agnello sacrificale. E’ un’assurdità che l’onnipotenza divina debba soffrire, essere sgozzata, e questo proprio nell’atto che più di ogni altro rivela la sua onnipotenza. Ma questa assurdità è l’unico spazio concettuale per pensare l’assurdità dei bimbi nati malformati» (Vito Mancuso, Il doloro innocente. L’handicap, la natura e Dio, Mondadori, Milano 2002, pp. 156-157). Di fronte al mistero del male, il teologo che all’inizio cercava ostinatamente uno “spazio concettuale” che valga a riportare in un quadro logico di necessità gli eventi della storia, alla fine non trova di meglio che rinunciare a ogni razionalità; il mistero diventa così l’assurdo, e dall’assurdo del dato rivelato si passa a definire come assurdità, come “aporia” e come “contraddizione” tutta la realtà naturale, ragione per cui la metafisica e la logica classica vanno eliminate dalla teologia. Non occorre rimarcare che la grande novità prospettata da questo discorso teologico è di… tornare a Hegel! Quasi due secoli di critica della dialettica hegeliana da parte della teologia cattolica, e anche della stessa filosofia religiosa luterana (si pensi a Kierkegaard), sono tranquillamente ignorati. Qualche anno dopo, nel 2007, Mancuso pubblica L’anima e il suo destino e Rifondazione della fede, che vuole essere una sua personale interpretazione dell’escatologia cattolica, con particolare riguardo per i dogmi del peccato originale e della Redenzione. All’inizio del saggio l’autore dichiara che il suo intento non è di «distruggere la tradizione» dogmatica ma di «rifondarla», e a questo scopo egli propone un compromesso dottrinale che serva a tenere insieme «la bontà della creazione e la necessità della redenzione». Subito dopo, però, non esita ad affermare che il dogma del peccato originale, così come viene presentato dalla dottrina cristiana, va messo da parte, perché è «un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina»; peggio ancora, è «un autentico mostro speculativo e spirituale, il cancro che Agostino ha lasciato in eredità all’Occidente». Qui, come altrove e sempre, l’autore presenta il dogma come un’opinione teologica qualsiasi, senza avvertire la necessità di metterlo in rapporto con la dottrina del Magistero e con la Scrittura, ed è questo modo di affrontare gli argomenti della fede cristiana che non consente di considerare Mancuso un teologo (il giudizio, poi, sulla consistenza della sua filosofia religiosa è un discorso a parte). La proposta di Mancuso, impegnato come tanti altri filosofi religiosi a re-interpretare il dogma, è che per “peccato originale” occorre intendere semplicemente «la condizione umana, che vive di una libertà necessitata, imperfetta, corrotta, e che per questo ha bisogno di essere disciplinata, educata, salvata, perché se non viene disciplinata questa nostra libertà può avere un’oscura forza distruttiva e farci precipitare nei vortici del nulla» Mancuso non sembra accorgersi che l’abolizione del dogma del peccato originale, così come egli la propone, è la riproposizione di una vecchia tesi razionalistica, che sul piano teologico è stata già più volte condannata, e sul piano filosofico è stata dimostrata debitrice di una arbitraria scelta naturalistica all’interno del pensiero cristiano (vedi ad esempio Augusto Del Noce). Fatto sta che, in conseguenza di queste premesse, Mancuso arriva alla completa dissoluzione della soteriologia cristiana: negato il peccato originale e la sua azione devastante nella condizione umana, la salvezza della quale parla il Vangelo si risolve in un pagano esercizio di vita morale, senza più alcun bisogno di un soccorso dall’alto, ossia della grazia divina, frutto della Redenzione. In effetti, senza accorgersi che la sua teoria ripropone, senza sostanziali novità speculative, la vecchia eresia pelagiana, Mancuso afferma che la cristiana «salvezza dell’anima» va intesa come una vera e propria “auto-redenzione” da parte dell’uomo “illuminato”: «La salvezza dell’anima – scrive Mancuso – dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo; [essa] non dipende dall’adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo, né tanto meno dipende da una misteriosa grazia che discende dal cielo». La risurrezione di Cristo risulterebbe così del tutto superflua: essa, per Mancuso, «non ha alcuna conseguenza soteriologica, né soggettivamente, nel senso che salverebbe chi vi aderisce nella fede visto che la salvezza dipende unicamente dalla vita buona e giusta; né oggettivamente, nel senso che a partire da essa qualcosa nel rapporto tra Dio e il genere umano verrebbe a mutare». Vanificata così la soteriologia, ne consegue la negazione della possibilità di una condanna eterna, e così anche il dogma dell’Inferno viene contraddetto: esso sarebbe «un concetto [...] teologicamente indegno, logicamente inconsistente, moralmente deprecabile». Si notino i termini: se parlare, a proposito dell’Inferno, di «un concetto logicamente inconsistente, moralmente deprecabile» appartiene al linguaggio della filosofia, di quella filosofia che esprime la sua opinione (legittima, in linea di principio, anche se priva di giustificazione razionale) anche su temi religiosi, parlare di «un concetto teologicamente indegno» rivela invece la pretesa inaccettabile di presentare la sua tesi come “teologica”, ossia come legittima interpretazione della fede della Chiesa, il che è letteralmente una mistificazione.  Il motivo conduttore dell’ultimo libro di Mancuso, Io e Dio (Garzanti, Milano 2011) è il sogno di un cristianesimo senza dogmi e di una teologia «liberante, non opprimente», le cui categorie non sono più il divieto, il peccato e la pena, ma la libertà, la responsabilità e la felicità. Così ai fedeli non verrebbe più inculcato il terrore dell’inferno: la teologia diventerebbe una serie di “consigli per gli acquisti” utili a vivere «la vita buona». Per realizzare questo sogno Mancuso arriva a negare addirittura l’idea di un Dio come “persona”: un Dio che comanda, che giudica, che condanna, un Dio cioè che esercita un potere esterno e assoluto. L’episodio biblico del sacrificio di Isacco (Dio ordina ad Abramo di offrigli il figlio come vittima sacrificale; Abramo obbedisce ma Dio all’ultimo lo ferma) è presentato dalla Chiesa come un esempio di fede perfetta, ma Mancuso ne prova disgusto, sia per l’immagine d’un Dio spietato che l’esempio di disumanità di un padre disposto a sacrificare il figlio. Da questa arbitraria interpretazione della Scrittura Mancuso passa poi alla solita deprecazione (già abbondantemente svolta in Italia da Gianni Vattimo) del potere temporale della Chiesa, anzi anche del potere spirituale della Chiesa stessa, che eserciterebbe, in nome di Dio, una ingiusta violenza sulle coscienze. Ecco allora la ripresa dei vecchi temi della morale autonoma (Kant), dell’identificazione della coscienza soggettiva con Dio (Hegel): «Il mio assoluto, il mio Dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me. […] Credendo in Dio, io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie […], capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà». Un intellettuale laicista commenta il libro di Mancuso (Gustavo Zagrebelsky, «Mancuso: il primato della coscienza contro la chiesa dell’obbedienza», in la Repubblica, 9 settembre 2011, p. 12) e finge di essere interessato a come possa essere accettato dalla Chiesa: «Le sue tesi si sviluppano dall’interno del messaggio cristiano, della “buona novella”. Vito Mancuso, che tenacemente si professa cattolico, cerca il confronto, un confronto non facile. Lui si considera “dentro”; ma l’ortodossia lo colloca “fuori”. […] La teologia di Mancuso sarebbe una riedizione dell’orgoglio di chi si considera “illuminato” da una grazia particolare che lo solleva dalla bruta materia e lo introduce al mondo dello spirito e alla conoscenza delle verità ultime, nascoste agli uomini semplici. La Chiesa ha sempre combattuto la gnosi come eresia, peccato d’orgoglio luciferino». Poi, con disinvolta ipocrisia, il laicista Zagrebelsky fa l’avvocato difensore: «Nelle pagine di Mancuso non mancano argomenti per replicare. Dappertutto s’insiste sull’intrico di materia e spirito e sulla loro appartenenza a quella realtà (che aspira a diventare) buona, cioè vera, giusta e bella, che chiamiamo creazione o azione che va creando. Se mai, il dubbio che potrebbe porsi è se, in quest’unione, non vi sia una venatura panteista: Dio come natura. Punto, probabilmente, da approfondire». Altro che «venatura»! Quello di Mancuso è genuino panteismo (anche se teoreticamente inconsistente). Ma, mi domando: perché il recensore (o meglio, il propagandista) del libro di Mancuso storce il naso se sente odore di panteismo? Per lui che è agnostico e contrario a qualsiasi dogma religioso, che differenza fa un’eresia cristiana in più o in meno? La teologia di Mancuso consentirebbe di tracciare nuovi e sorprendenti confini, non più basati sull’obbedienza e sulla disciplina. Così, si scoprirebbe forse che molti, che si dicono dentro, sono fuori; e molti, che si dicono fuori, sono dentro. “Dentro” vuol dire: in una comune tensione verso quel logos del mondo che è la giustizia, appannaggio di nessuno e compito dei molti “di onesto sentire”». Insomma, la pseudo-teologia di Mancuso piace ai miscredenti perché porta acqua al mulino della polemica contro la Chiesa e ripropone (proprio come aveva fatto in precedenza Hans Küng con la sua Welthetik) i progetto massonico di una religione universale “laica” senza gerarchia e senza dogmi, quella religione che alla fine del Settecento era stata teorizzata dal massone Gotthold Ephraim Lessing con Nathan der Weise. Ein Dramatisches Gedicht (1779), opera alla quale Mancuso ricorre più volte. E allora si capisce il senso della conclusione cui arriva il commento sulla Stampa: «Nella “vita buona” di Mancuso, il primato è della coscienza; nella “vita buona” della Chiesa il primato è dell’ubbidienza. Libertà contro autorità: una dialettica vecchia come il mondo. Scambiare la libertà di coscienza con la gnosi è un artificio retorico. Vale per persistere nell’accantonare i molti problematici aspetti della vita della Chiesa impostati su dogmi e gerarchia. Non solo: rende difficile il rapporto con i credenti di altre fedi, religiose e non. Riporta in auge il prepotente principio extra Ecclesiam nulla salus». a.livi labussolaquotidiana

“Il mio cuore e il mio cazzo vi fanno i più teneri complimenti” (by Voltaire)

Giovedì, 13 Gennaio 2011

tumblr_lewofv26oM1qzclizo1_500Voltaire mandava alla sua amante Madame Denis pizzini amorosi in un italiano abbastanza decente, dal punto di vista grammaticale: “Il mio cuore e il mio cazzo vi fanno i più teneri complimenti. Stasera la vedrò sicuro”. Prosper Mérimée scriveva a Stendhal su certe serate “altamente spermatiche trascorse in compagnia di puttane nelle pose più complicate”, precisando “le stesse pose che disegnavate con compiacimento, scandalizzando un vostro amico inglese” (il che fa pensare non si trattasse di una copia dal vero, ma non ne siamo del tutto sicuri) Il diarista seicentesco Samuel Pepys – antenato dei blogger per la disinvoltura con cui annota i fatterelli privati, dedicando al Grande incendio di Londra meno righe di quelle dedicate a un pollice slogato mentre bastonava un servitore – era gelosissimo della moglie, sospettata di avere una tresca con il maestro di ballo (prova a carico della fedifraga: presentarsi a lezione senza mutande). La gioia del pettegolezzo letterario compete con quella del pettegolezzo e basta. Purché il pettegolezzo sia davvero tale. Aneddoto, storiella, curiosità, scambio di battute, non la solfa periodica che scopre nei grandi scrittori gentaglia moralmente reprensibile e fa pensare “avvertitemi quando qualcuno scrive bene e ha una vita specchiata, questa sarebbe una notizia”. Esclusi i contemporanei, naturalmente, e gli italiani soprattutto, che non sembrano neanche lontani discendenti dei romanzieri che frequentavano i bordelli, consideravano la sifilide un rito di passaggio, bevevano fino a svenire e si sfidavano a duello. Trovarli da sé si può, perlustrando memoriali e corrispondenze. Trovarli già catalogati è meglio, per esempio nelle 250 pagine di “Writers Gone Wild”, scritto da Bill Peschel e pubblicato da Perigee Books. L’elenco dei fuori di testa va da Hans Christian Andersen (ospite a casa Dickens per cinque settimane che alla famiglia sembrarono secoli) a Virginia Woolf, che a 18 anni si travestì da principe abissino, con turbante e caftano, per fare uno scherzo alla marina britannica. Erano in quattro, più un finto interprete e un finto funzionario del Foreign Office. Mandarono un telegramma al capitano, che non ebbe sospetti neanche quando il gruppetto salì a bordo, parlando un misto di swahili e latino, e gridando “Bunga bunga!” (in italiano nel testo) ogni volta che vedevano qualcosa di interessante. Quando la beffa fu scoperta, con tanto di interrogazione parlamentare, i mocciosi urlavano “Bunga bunga” ai marinai che giravano per Londra in uniforme. Oscar Wilde andò una volta in un bordello (un amico gli aveva consigliato di ampliare gli orizzonti) e ne uscì dicendo: “Come mangiare montone freddo”. Il poeta gallese Dylan Thomas, negli Stati Uniti per un giro di letture, si rivolgeva alle ammiratrici carine con un diretto: “Can I jump on you?”. Chiese “posso saltarti addosso?” anche alla scrittrice di storie horror Shirley Jackson. Consumarono mentre il marito, al piano di sotto, guardava la partita di baseball in tv. Mariarosa Mancuso per “Il Foglio

Langone contro Mancuso per il Papa

Venerdì, 2 Luglio 2010

“Albero che cade dàgli dàgli”, con questo detto popolare e insieme girardiano si può perfettamente circoscrivere l’attività di Vito Mancuso, tarlo della Chiesa cattolica. In un articolo apparso su Repubblica il noto filosofo animista chiede alla Sposa di Cristo di autodistruggersi e lo fa perché la vede debole e indifesa: fosse stata trionfante, avrebbe brigato per diventare cardinale e certo ci sarebbe riuscito, insinuante com’è. Stiamo vivendo un assalto al cristianesimo e sottolineo cristianesimo perché si attacca la Chiesa per negare Cristo, per liberarsi dei dieci comandamenti e pure dell’undicesimo (non c’è traccia di amore in un Mancuso che incoraggia le delazioni), per fare del Vangelo carta da cesso o da libero esame, la medesima cosa. La mia amica commercialista mi dice che i clienti disertano l’otto per mille, facciamoli morire di fame questi pedofili; i magistrati belgi profanano le cattedrali a colpi di martelli pneumatici; i tribunali americani vogliono portare il Papa alla sbarra. Che cosa sarà mai Mancuso di fronte a tutto ciò? Giusto la foglia intellettuale di fico degli ateisti che leggono Repubblica e che, immaginando la Chiesa come Umberto Eco e Dan Brown l’hanno immaginata per loro, fremono di sdegno quando leggono che Benedetto ha “pubblicamente umiliato il cardinale Schönborn” costringendolo “a una conciliazione forzata con il cardinal Sodano”.
Pensate un po’ quale tremenda tortura medievale ha dovuto subire il cardinale in carriera: chiedere scusa a un collega ultraottantenne e pensionato sul quale aveva pubblicamente gettato fango per la gioia dei giornalisti. Al lettore di Mancuso piace ignorare l’anarchia che regna nella Chiesa: i preti si vestono come gli pare e quindi da pastori protestanti (clergyman o peggio), sindacalisti Cisl o animatori di villaggi vacanze a basso costo, impipandosene degli infiniti richiami alla dignità dell’abito ecclesiastico prima wojtyliani ora ratzingeriani; la comunione nella gran maggioranza dei casi continua a essere data alla maniera luterana, ostia in mano, anche qui a dispetto dell’esempio petrino; i seminaristi anziché sui Padri si formano su Erri De Luca (pagina 171 di “Vita da preti” di Carlo Melina, Vallecchi); i vescovi calpestano l’Ordinamento del Messale Romano commissionando nuove chiese senza inginocchiatoi, senza crocefissi e con tabernacoli disassati o peggio nascosti; i frati ad Assisi negano l’esistenza del peccato originale (“la sola parte della teologia cristiana che possa davvero essere provata”) protetti dal lassismo o dalla complicità dei superiori. Mancuso è rimasto sorpreso per la paterna correzione del Papa nei confronti di Schönborn, sono rimasto sorpreso anch’io, è proprio vero che la Chiesa è sorretta dallo Spirito Santo, altrimenti come potrebbe ottenere qualche minimo risultato un sant’uomo isolato in una curia di fatui, vanesi, ignoranti, rampichini, tifosi juventini, i soggetti meno mistici che si possano immaginare.
All’inizio ho usato l’aggettivo “girardiano” perché Vito Mancuso è una voce della folla in preda a “crisi mimetica”, la gigantesca intuizione di René Girard per descrivere il delirio di imitazione e invidia che periodicamente imbestia i pagani e non soltanto loro se ben due dei dieci comandamenti mosaici sono impegnati a contenere il desiderio: Non desiderare la roba d’altri, non desiderarne la donna. La cosiddetta pedofilia è il pretesto sollevato da plebi dedite alla pedofobia (contraccezione, selezione genetica, aborto) per distruggere la Chiesa la cui bellezza è uno scandalo, la cui origine divina suscita brama di saccheggio e stupro.  Le croci vengano abbattute, le campane tacciano, le cattedrali diventino musei e centri commerciali: qualcosa che dura da duemila anni risulta insopportabile a chi non riesce a camparne cento. La Chiesa è freno e quindi sembra ostacolo, opponendo la legge naturale alla tecnica cieca, incarnando il katechon (per dirla con san Paolo e Carl Schmitt) ovvero la diga che impedisce il dilagare dell’Apocalisse. Dice Emanuele Severino che “un tempo il precetto era: seguire la verità. Oggi non si crede più in essa, resta lo scontro fra le forze”. Quando Mancuso bombarda il magistero è per sostituirlo con la dittatura dei sondaggi, della finanza e dei laboratori scientifici. Quando parla utilizza il linguaggio del linciaggio, il lessico seriale della massa fanatizzata dai media, e non sa far altro che accusare e aizzare. Perché “Satana è l’altro nome della tendenza all’estremo c. langone foglio

Mancuso contro il Papa

Venerdì, 2 Luglio 2010

Ieri il papa ha sottolineato che il pericolo più grande per la Chiesa viene dal fronte interno: “Il danno maggiore lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità”. Ma allora perché, due giorni fa, ha pubblicamente umiliato il cardinale Christoph Schönborn, finora il più coraggioso degli uomini di Chiesa nel lottare contro il terribile inquinamento interno che è la pedofilia del clero? Io quasi non volevo crederci, non poteva essere vero che Benedetto XVI, dopo aver più volte affermato di voler fare tutto il possibile per stabilire la verità e perseguire la giustizia nello scandalo pedofilia, avesse costretto l’arcivescovo di Vienna a una specie di Canossa vaticana. Eppure era vero. Benedetto XVI aveva costretto il presule, nonché stimato teologo di orientamento conservatore a lui molto vicino, a una conciliazione forzata con il cardinal Sodano. La logica del potere romano è la forza che ancora domina la Chiesa cattolica. Quello che però a mente fredda colpisce di più è il disinteresse mostrato dal papa per il merito delle accuse mosse pubblicamente da Schönborn il 28 aprile scorso contro il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II, accusandolo di aver insabbiato il caso Groer. Hans Hermann Groer (1919-2003), monaco benedettino, arcivescovo di Vienna e cardinale, fu costretto a dimettersi nel 1995 per aver molestato un seminarista minorenne (in seguito a suo carico emersero molti altri casi). Immediato successore di Groer nella diocesi di Vienna, Schönborn quando accusava Sodano parlava di cose che conosce molto bene. Ma diceva la verità oppure mentiva? È vero o non è vero che Sodano da Roma ostacolò le indagini di Vienna? Il papa semplicemente non se ne è curato, non è entrato nel merito, alla verità ha preferito la forma ricordando che solo a lui è concesso accusare un cardinale. Così il comunicato ufficiale: “Nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al papa”. Ma se è così, allora il papa è tenuto ad andare fino in fondo verificando se le accuse di Schönborn a Sodano sono fondate o sono solo calunnie. Lo farà? Non lo farà, per il motivo che dirò alla fine di questo articolo. Nella predica a conclusione dell’Anno sacerdotale a piazza San Pietro l’11 giugno Benedetto XVI aveva detto di “voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più”. Alla luce del trattamento riservato a Schönborn queste parole appaiono molto sfuocate, mera retorica di stato. Di che cosa stiamo parlando, infatti? Stiamo parlando (occorre ricordarlo sempre!) di migliaia e migliaia di giovani vittime. Oltre all’Austria scandali sono emersi ovunque. Negli Stati Uniti finora sono stati pagati indennizzi per 1.269 miliardi di dollari, con il conseguente fallimento di non poche diocesi. In Irlanda nel 2009 sono usciti documenti come il Rapporto Murphy e il Rapporto Ryan, quest’ultimo sugli abusi del clero dagli anni ’30 agli anni ’70 (notare: anni ’30, altro che responsabilità della rivoluzione sessuale del postconcilio come scrive Benedetto XVI nella “Lettera ai cattolici irlandesi”): il risultato è che la Chiesa irlandese deve versare 2.100 milioni di euro di risarcimenti. Poi c’è la Germania del papa: abbazia benedettina di Ettal in Alta Baviera, coro di Ratisbona, dimissioni di mons. Mixa vescovo di Augusta per molestie sessuali su minori, collegio Canisius dei gesuiti a Berlino… C’è il Belgio con le dimissioni del vescovo di Bruges per i medesimi tristi motivi e le perquisizioni delle tombe nella cattedrale di Malines con le conseguenti deplorazioni pontificie. Ci sono Polonia, Svizzera, Olanda, Danimarca, Norvegia, Inghilterra, Australia… Don Ferdinando Di Noto, il prete da anni in prima linea contro la pedofilia, simbolo della rettitudine della gran parte dei preti, dichiarava il 18 febbraio scorso che in Italia i casi accertati sarebbero un’ottantina. Da allora, vista la frequenza delle notizie sui giornali, temo che la cifra sia aumentata non poco. Di fronte a questi dati due cose sono sicure. Primo: se non fosse stato per la forza dei giornali e delle tv tutto sarebbe rimasto sconosciuto e insabbiato; se la Chiesa riuscirà un giorno a fare pulizia al proprio interno lo dovrà alla forza delle scomode verità fatte emergere dalla libera informazione. Secondo: fino a poco tempo fa la linea tenuta dal cardinal Sodano sul caso Groer era la prassi abituale, come appare anche dalla Epistula de delictis gravioribus inviata il 18 maggio 2001 dall’allora cardinal Ratzinger ai vescovi di tutto il mondo che imponeva il secretum Pontificium per tutte le gravi trasgressioni del clero (notare: il caso Groer risale a sei anni prima!). È proprio questa la peculiarità dello scandalo, non tanto la pedofilia di preti e vescovi, quanto l’insabbiamento da parte delle gerarchie, il fatto incredibile che i vertici ecclesiastici sapevano di questi crimini e, per non indebolire il potere politico della Chiesa, tacevano e insabbiavano. Per anni e anni. Per interi decenni è stata preferita l’onorabilità della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime, e quindi verso Dio. Le dichiarazioni del cardinal Sodano che riduceva a “chiacchiericcio” le accuse erano esattamente in linea con questa politica dell’insabbiare, e l’umiliazione inferta dal papa al cardinale Schönborn per averlo criticato è una conferma che questa politica non è terminata. La subdola peculiarità di questo scandalo mondiale è purtroppo ancora in vita. Salvare la Chiesa prima di tutto. Prima dei bambini e della loro vita psichica e affettiva. Prima dei genitori e del loro inestirpabile dolore. Prima del senso di giustizia di tutta una società. Prima della giustizia di cui rendere conto davanti a Dio. Prima di tutto, la Chiesa e la sua immagine, e il conseguente potere che ne deriva. Per questo l’ordine era (anzi è, perché altrimenti non si sarebbe salvata l’onorabilità del potente cardinal Sodano) coprire, insabbiare, dissimulare, mentire, negare, comprare. Tra l’ottantina di cardinali della Chiesa solo uno aveva avuto il coraggio e l’onestà di puntare il dito contro il vertice della nomenclatura. Il papa l’ha messo a tacere, l’ha fatto rientrare tra le fila, imponendogli una bella dichiarazione di facciata. Ma com’è possibile che nella Chiesa tanti crimini siano stati occultati e che all’interesse delle vittime sia stato preferito quello dei loro aguzzini? La risposta a mio avviso consiste nella teologia elaborata lungo i secoli che ha condotto a una vera e propria idolatria della struttura politica della Chiesa, a una sorta di sequestro dell’intelligenza da parte della struttura per affermare se stessa sopra ogni cosa, il cui inizio si può emblematicamente collocare, come già intuito da Dante, nella stesura del falso documento conosciuto come “Donazione di Costantino” da parte della cancelleria papale (documento svelato come falso da Lorenzo Valla nel 1440). Questa teologia ecclesiastica ha condotto a fare dell’obbedienza alla Chiesa gerarchica il segno distintivo dell’essere cattolico: il cattolico è anzitutto colui che obbedisce al papa e ai vescovi. Se non obbedisci, non sei cattolico. Dante non lo sarebbe più, neppure san Paolo, che ebbe l’ardire di opporsi pubblicamente a Pietro, non potrebbe far parte di questa Chiesa cattolica. Al termine degli Esercizi spirituali così Ignazio di Loyola illustrava il rapporto con la verità che deve avere il cattolico: “Quello che io vedo bianco, lo credo nero se lo stabilisce la Chiesa gerarchica” Da tempo immemorabile la bilancia è il simbolo della giustizia. Su un piatto della bilancia ci sono le vite di migliaia di bambini, ragazzi e giovani irrimediabilmente deturpate da uomini di Chiesa. Sull’altro, che cosa mette la Chiesa? Oggi è costretta a mettere i nomi dei colpevoli, e tantissimi soldi. Ma si ferma qui, e non basta. Essa infatti deve aggiungere se stessa, la struttura di potere che l’ha fatta precipitare in questo abisso. Solo a questa condizione i due piatti possono tornare in equilibrio e generare la vera giustizia, quella che Gesù diceva di cercare sopra ogni altra cosa. (di Vito Mancuso repubblica)

Anche la sinistra è omofoba (by Concia e Mancuso)

Lunedì, 3 Maggio 2010

gayCaro direttore, siamo due persone molto diverse: una lesbica, l’altro gay, una agnostica l’altro cattolico, una solare e appassionata, l’altro misurato e brusco, una sportiva e l’altro pigro; una parlamentare, l’altro impegnato nel movimento gay. Ma entrambi non ci stiamo a vederci incasellati nelle comode nicchie dei diritti civili negati: né in quella della minoranza caciarona tutta lustrini e carri allegorici, né in quella ideologica e ferma a linguaggi buoni per un glorioso passato.

Altro che chiacchiere, altro che Comitato di liberazione nazionale. Noi vogliamo un Paese migliore. E dalla battaglia sui diritti civili vogliamo contribuire a cambiarlo.

Non vogliamo più “diritti a parte” ma “diritti parte di un’idea di società”. Anche se questa idea di società complessiva, quella che tiene insieme sogno ed efficacia dalle nostre parti non la vediamo ancora. Per questo siamo a disagio nei confronti di una sinistra culturale e politica che per molti versi non capiamo più.

Una sinistra che sembra principalmente concentrata sui suoi riti, le sue adunate rassicuranti, che non aprono reali conflitti, che non alimentano speranza in chi ormai da alcuni anni sente un po’ autocelebrative le chilometriche sottoscrizioni su documenti pomposi in cui appaiono i soliti testimonial di professione. Le piazze si riempiono, i palchi sono zeppi di cantanti, attori, intellettuali sempre pronti a svolgere la propria parte, con diligenza, generosità e senso civico. Ma una constatazione amara dobbiamo farla, che ci viene anche dalla fatica quotidiana di una battaglia solitaria: mai una volta che questi grandi personaggi abbiano risposto concretamente alla richiesta di aiuto che si sollevava dalla comunità lgbt. Meglio ci è andata con Simona Ventura, Maria Grazia Cucinotta e tante altre figure note del mondo dello spettacolo non schierate a sinistra: per il resto il silenzio. I tanti personaggi pubblici che giustamente vogliono essere esempi di civismo si sono sempre tenuti a debita distanza. I gay, le lesbiche e i trans, saranno pure simpatici, ma meglio non schierarsi, meglio stare in compagnia con i soliti amici e compagni di tante edificanti battaglie. Tra le poche eccezioni ci piace ricordare Lella Costa e Ottavia Piccolo, che si sono sempre fatte trovare al telefono, sono state con noi in tanti momenti duri o di festa. Sarà un dettaglio che sono tutte donne? La sostanza è un’altra: in troppi, forse altrimenti impegnati, non hanno mai mosso un dito! Non sono bastati morti, violenze, aggressioni, campagne d’odio ripetute e costanti anche in questi giorni, per smuovere alcuna anima bella della sinistra a fare, magari spontaneamente, sì vivaddio spontaneamente, un gesto, una raccolta di firme, una riflessione. Possibile che non vi veniamo mai in mente? Tra la foca monaca e Emergency, tra la desertificazione dell’Amazzonia e la difesa della Costituzione, della libertà di stampa e della democrazia, vi saremo venuti in mente una volta o no?
Sui media della sinistra intellettuale non va meglio. Grande spazio quando c’è l’efferata aggressione, poi il nulla, non c’è una volontà culturale e politica di trarre le conseguenze di quello che avviene nella società profonda, dilaniata da un odio sempre più lacerante su cui imperano le risposte della destra più razzista e omofoba.

Ma, forse, anche la sinistra è omofoba, ce lo possiamo dire? Nel peggior modo, ovvero nel silenzio e nell’imbarazzo. Un silenzio evidente nei talk show come Ballarò e Annozero, che discutono davvero tutto, ma mai di noi. Del resto culattone, finocchio o frocio, sono termini che sentiamo spesso evocare dai tanti comici alternativi di Zelig piuttosto che dai vignettisti di grido. Tutto fa ridere, tanto loro sono i nostri maledetti amici, che guardiamo e ascoltiamo con disgusto.
È in questo quadro generale che opera un movimento lgbt annichilito dalla sconfitta, un fuscello con solide radici, in balia dei venti del minoritarismo rabbioso oppure della bonaccia del conformismo rinsecchito dal rapporto con partiti ipocriti e indifferenti. Si chiede il matrimonio, mentre la Corte costituzionale risponde come Ponzio Pilato, rimandando tutto al Parlamento; si grida, giustamente, all’omofobia dilagante, incuranti che il suono si perda nella steppa delle reciproche sordità.
Per tornare all’origine di questo intervento, la notizia è questa: esattamente come noi i gay, lesbiche e i trans italiani non vogliono riconoscersi né con la sinistra saccente, né con i proclami utopici, né con il minoritarismo, né con il conformismo. Alla sinistra proponiamo un confronto alla luce del sole, vogliamo stanare questa indifferenza e insipienza, che prima che essere dilagante nei partiti della sinistra, è consolidata nei suoi salotti, tra i suoi intellettuali. Bene: è ora di dirsi le cose in faccia, perché noi davvero questo Paese lo vorremmo migliore, non bearci perché noi ci sentiamo i migliori. E gli altri sono solo trinariciuti perché votano Berlusconi. Un dubbio ci assale: non sarà che pensate che i diritti civili siano diritti borghesi? O che Romano Prodi ha perso per colpa delle coppie di fatto? Non sarà che pensate ci siano cose più importanti nel nostro Paese che occuparsi di gente che si diverte e fa una vita glamour, vero?

Siamo cattivi? No siamo incattiviti. Vogliamo smuovere le acque impantanate della sinistra, metterci in gioco e accettare la sfida vera del cambiamento. Nello stesso tempo abbiamo la consapevolezza che anche noi gay lesbiche e trans che fanno questa battaglia di errori ne facciamo e ne abbiamo fatti. Vogliamo dire al movimento, con amore e condivisione frutto del nostro essere sorelle e fratelli di un’unica storia collettiva, che è ora di uscire dall’angolo non tanto con l’unità delle sigle associative (cosa di per se importante) ma con una convinzione comune. È tempo di costruire la comunità invece che privilegiare il pur nobile confronto interno al movimento. Anche noi siamo d’accordo che le lesbiche e i gay in Italia devono poter essere cittadine e cittadini uguali, con stessi diritti e doveri. Ma è prima di tutto dentro la comunità che deve maturare questa consapevolezza, se no la politica e i poteri non ci daranno mai ascolto. Basta con i distinguo, i personalismi, le piattaforme articolate e mai considerate dal Parlamento. Il movimento lgbt così come è, risulta agli occhi di molti un ostacolo. Trent’anni di battaglie lgbt hanno cambiato questo Paese ma non abbiamo ottenuto uno straccio di diritto in più. Di questo abbiamo il dovere di essere consapevoli. Noi siamo convinti della necessità di un percorso nuovo: la costruzione di una rete popolare di eguaglianza e libertà che parli fuori dal movimento, che crei utili alleanze e faccia parte di un concreto progetto di cambiamento riformista. Incalzando la sinistra arrogante e autocelebrativa.

Ma non solo. Di liberali di destra ce ne sono in Italia. Rivolgiamoci anche a loro, rompiamo steccati se vogliamo vincere. In altri Paesi è andata così, i nostri diritti non sono né di destra né di sinistra, sono diritti fondamentali, che stanno prima, sui quali tutti ma proprio tutti dovrebbero essere d’accordo. Noi la vediamo così, è giunta l’ora di agire, di cambiare passo e sguardo, nella certezza che tanti gay e tante lesbiche si domandano se gli ostacoli che non ci hanno permesso di ottenere neanche un risultato legislativo siano solo esterni. Ci piacerebbe discuterne con i rappresentanti delle associazioni, con spirito di ascolto e di piena apertura. Nel caso contrario ognuno andrà per la propria strada, che almeno per ora sarà differente.

p. concia e a. mancuso
riformista

La disputa su Dio tra Augias e Mancuso è farlocca!

Martedì, 28 Aprile 2009

E’ impossibile che un ateo erudito e un paleocristiano, incrociandosi, non si sorridano complici. La stessa febbre chiamata Dio li affratella in una comunità di destino. Nel caso di Corrado Augias e Vito Mancuso non si può dire che l’intesa produca espressioni identiche nella foto in bianco e nero sulla quarta di copertina del loro libro, scritto a quattro mani e con propositi agonistici medievalizzanti: "Disputa su Dio e dintorni", Mondadori, 269 pagine per 18 euro e 50 centesimi. Ma questo accade perché uno dei due, il teologo Mancuso, ha già vinto in partenza e rilassa i muscoli; l’altro, l’erudito Augias, si contrae nel godimento sensuale della propria sconfitta. Entrambi sono programmaticamente fuori posto, ciascuno a modo suo, e appunto per questo interessanti. Mancuso è un credente acattolico a proprio agio nella chiesa cattolica contemporanea. Augias rivendica sangue ebraico per parte di madre, denuncia un incontro traumatico con la religione galilea (certe carezze di un prete), patisce lo scarto tra la tesi nullista che deve sostenere e la sensibilità con la quale affronta la pugna. Verrà sedotto e travolto senza clangore di ferri.

I due si trovano fin dall’inizio nella scelta di confrontarsi sull’origine della vita e la sua evoluzione, sul suo compimento e sulla libertà individuale d’incatenarsi a questa o quella sorte, a questa o quella morte. Chiamano ciò "Dintorni" ed è già il cuore del libro, il giardino in cui la disputa fiorisce nel dialogo e finisce per rendere quasi superflua la pars maior che segue, dedicata a "Dio (e altri misteri)". Augias muove con generosità, rinuncia alla dissimulazione, non si mette in guardia, consegna se stesso e il senso dell’umano nel "grande flusso dell’Essere" che non è Dio, non ha trascendenza, non giustifica dogmi fuori dall’orizzonte morale dell’io federato al consesso civile. La legge morale "dentro di sé" è il salvacondotto kantiano opposto alla metafisica cattolica e alla sua proiezione mondana gerarchizzata, la chiesa vaticana, ed è il frutto di un’evoluzione giocata dalla sorte sulla ruota della casualità. Numerose, classiche e affidabili – da Darwin ai suoi migliori discendenti – le fonti biologiche e filosofiche che alimentano la narrazione illuminista di Augias. Ma che vale?

(continua…)

La replica di Mancuso: non interessa la verità, ma il dogma 3

Domenica, 5 Ottobre 2008

1. Il contesto odierno e la teologia
È mio dovere replicare alla "Civiltà Cattolica" che ha pesantemente criticato "L’anima e il suo destino". Si tratta di un dovere verso i miei lettori e la teologia stessa. Presto replicherò anche a mons. Bruno Forte che, con maggiore profondità, ha criticato le mie tesi su "L’Osservatore Romano".

Prima della replica analitica ritengo però necessaria un’osservazione di fondo sul contesto odierno e la situazione della teologia, per spiegare perché nel mio libro ho preso la distanza da alcuni dogmi proponendone una ritrascrizione, sapendo benissimo che poi avrei avuto a che fare con il tipo di teologo rappresentato da padre Marucci. Un tempo della teologia si parlava così: "Le scienze teoretiche sono quelle che meritano di essere scelte più di tutte le altre scienze, e la teologia merita di essere scelta più di tutte le altre scienze teoretiche" (Aristotele, Metafisica VI, 1; 1026 a 22-24). Nel medioevo attorno alla teologia nacque l’università. Oggi nelle nostre università la teologia non è neppure tra le discipline contemplate. Se io l’insegno in una facoltà di filosofia è solo in quanto il mio corso viene considerato storia della filosofia. Oggi per lo statuto del sapere codificato dall’ordinamento universitario dire teologia è evocare un fenomeno del passato di cui si può fare tuttalpiù storia, senza però nessuna valenza teoretica per il presente. A che cosa si deve questa emarginazione della teologia?

A mio avviso sbaglia "La Civiltà Cattolica" a scrivere che "appellarsi alla fisica einsteiniana è un’idea perlomeno bizzarra". Per Alberto Magno e Tommaso d’Aquino non era affatto bizzarro riferirsi alla scienza del tempo che era la fisica aristotelica, e per questo la loro teologia fu in grado per secoli di condurre gli uomini a Dio. Con la modernità il paradigma scientifico mutò e la teologia avrebbe
dovuto essere ripensata secondo la nuova immagine del mondo. Invece la chiesa del tempo congelò la teologia in un legame con un’immagine del mondo sorpassata. Perché l’ha fatto? A causa della presenza di personaggi timorosi del nuovo e aridi ripetitori. A loro non importa che il mondo se ne vada lontano, a loro importa il "si è sempre fatto e pensato così". Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. Nell’intera storia mondiale non c’è un fenomeno simile a quello che contraddistingue da qualche secolo l’Occidente, cioè una società priva di religione Per i popoli del passato la religione era davvero "religio", cioè legame che univa gli uomini tra loro rendendoli forti. Così il cristianesimo è stato per secoli, e così è ancora oggi l’islam, buona parte dell’ebraismo, l’induismo, il buddhismo (vedi
Birmania e Tibet). Il cristianesimo al contrario non unisce più l’occidente, anzi, è diventato un fenomeno di divisione, uno dei più acuti. Come reagisce a questo stato di cose la teologia rappresentata dalla "Civiltà Cattolica"? Reagisce nel modo abbastanza immaturo di chi pensa che la colpa sia sempre e solo degli altri, e mai anche almeno un po’ sua. In realtà la causa della scristianizzazione non è solo il
mondo che se ne va, è anche la chiesa che non gli sa più parlare. A partire dalla modernità la chiesa non ha più avuto una filosofia in grado di sostenere speculativamente gli assunti teoretici veicolati dall’evento della rivelazione cristiana, e questo perché il sapere che anticamente era filosofia poi si è sdoppiato in scienza + filosofia. Ne viene che oggi occorre rifare anche con Einstein, Bohr, Darwin ecc. l’operazione fatta a suo tempo con Aristotele. Io, seguendo il gesuita Teilhard de Chardin e altri grandi, ci ho provato e ci proverò per tutta la vita. Sono consapevole che nel mio libro vi sono molti punti da approfondire, qualcosa da correggere, ma questa è la strada.

La vera teologia non nasce a tavolino, in Vaticano o nella redazione della "Civiltà Cattolica"; la vera teologia presuppone l’anima colma di Dio e di amore per il mondo. Per questo senza amare il proprio tempo non si pensa e non si scrive nulla che tocca davvero gli uomini. Oggi la frattura tra chiesa e mondo si allarga sempre di più. La gran parte degli scienziati sono atei o agnostici, la gran parte dei medici sono atei o agnostici, anche molti di coloro che stanno con la chiesa su alcuni valori specifici sono atei o agnostici. Ma l’adesione personale a Dio non è la cosa che la chiesa dovrebbe avere più a cuore?

È davanti a noi lo spettacolo di un continente senza religione, una civiltà senza anima. O si prende coscienza della necessità di rivedere l’impianto dogmatico del cristianesimo, oppure le prossime generazioni parleranno del cristianesimo come noi oggi parliamo della religione dei greci o dei fenici. È per questo che voglio rischiare. Prendere atto del disagio dell’intelligenza di cui soffre la fede
cristiana è il presupposto fondamentale senza il quale è inutile discutere. Con chi come il padre della "Civiltà Cattolica", ritiene che la dogmatica del passato sia perfetta e che il mondo moderno se ne va per la sua strada per un peccaminoso desiderio di emancipazione, io non ho molto da condividere. Forse nulla. Mi devo
solo difendere, ed è quello che ora tenterò di fare.

2. Sul mio metodo teologico

Contrariamente a quanto suggerisce san Giacomo: "Non dite male gli uni degli altri, fratelli" (Giacomo 4, 11), la "Civiltà Cattolica" ha voluto demolire la mia personale credibilità di teologo. Nell’articolo c’è il segno evidente di chi vuole distruggere l’avversario con l’accusa di non saper fare il suo mestiere, la
peggiore di tutte. Padre Marucci non dice che ho sbagliato qua o là, ma che ho sbagliato tutto, che sono approssimativo, confusionario, che non si capisce bene che cosa voglio, quali sono le mie coordinate logiche. Liquida il libro come totalmente privo di un impianto logico. Mi giudica "affastellato", "velleitario", "non sistematico" e cose di questo genere.

Uno studioso di critica testuale come il cardinal Martini la pensa diversamente: "Non posso negare che tu cerchi sempre di ragionare con rigore, con onestà e con lucidità". Umberto Galimberti su "la Repubblica" ha definito il libro "argomentato con logica e rigore", Giorgio Montefoschi sul "Corriere della Sera" ha detto che è "uno dei libri più interessanti e coraggiosi dell’anno", Ferdinando Camon sulla "Stampa" che è "un’opera di vasta cultura", Marco Vannini sul "Manifesto" che è
"un libro ricco di cultura, intelligenza, passione per la verità… destinato a lasciare una importante impronta nella riflessione teologica e filosofica attuale". Il presidente dell’Associazione teologica italiana, mons. Piero Coda, ha dichiarato a questo giornale che il mio libro "solleva la questione di come articolare la verità
cristiana con le scoperte della scienza e dell’autocoscienza contemporanea". E ha aggiunto: "È come se dicesse alla teologia: vai al sodo. E alla cultura: accetta la sfida. Così Mancuso apre un dibattito franco e rigoroso grazie a un libro intelligente e documentato, come del resto tutti quelli che ha scritto". Tutti questi studiosi hanno manifestato anche delle critiche, talora pesanti, ma nessuno ha messo in discussione la serietà del mio metodo di lavoro. Lo stesso vale per molti lettori che mi hanno scritto, tra cui filosofi, fisici, chimici, medici, ingegneri, informatici, musicisti, matematici. Dal Politecnico di Milano mi hanno chiesto il testo elettronico per un corso di "Progettazione Innovativa di Robot Intelligenti e di sistemi autonomi" (non so bene di cosa si tratti, ma forse qualcosa con la logica deve avere a che fare) e il Dipartimento di Informatica mi ha invitato per una lezione. Giuliano Ferrara ha trovato il mio libro degno di una puntata di Otto e mezzo
e poi mi ha offerto di collaborare a questo giornale. Alcuni atei mi esprimono la sorpresa di un libro di teologia che finalmente possono leggere seguendone la logica. Padre Marucci invece no, non rintraccia coordinate logiche. Il fine che intende raggiungere è chiaro: mostrare che Vito Mancuso non vale niente. In questo è significativamente affiancato da una stroncatura dei comunisti di
"Liberazione", il giornale di Rifondazione. La cosa si spiega da sé: i dogmatici di ogni tipo sono irritati dalla mia prospettiva che intende unire fede e scienza, a loro interessa mantenere il rassicurante status quo.

Il severo padre gesuita, che detesta la mescolanza dei generi etterari e delle discipline, se leggerà questo articolo mi scuserà, ma io quando parlo amo farmi capire e poi ho precedenti illustri di mescolanza dei generi letterari, Platone con i miti, Gesù con le parabole. A grandissima distanza ecco la mia. Un uomo entra dai
carabinieri: "C’è un incendio terribile, i pompieri non rispondevano e io ho rubato loro un camion, presto venite". Il maresciallo: "Ho scoperto che lei ha rubato un camion!". L’uomo: "Sì, gliel’ho appena detto io, c’è un incendio terribile a due passi da qui". Il maresciallo: "Lei ha rubato un camion, io la dichiaro in arresto!".

Ho scritto a pagina 2 del mio libro: "Sono consapevole del fatto che il metodo del mio argomentare, che si basa anche sulla filosofia e sulla scienza oltre che sulle fonti tradizionali della teologia, può ingenerare notevoli perplessità sia in ambito teologico sia in ambito scientifico. Oggi vige lo statuto della netta separazione tra i due ambiti". Sapevo fin dall’inizio che personaggi come padre Marucci si
sarebbero irritati. Ma non potevo immaginare che dopo aver detto "guardate che ho rubato un camion ai pompieri perché quelli dormono e l’incendio avanza", il maresciallo padre Marucci mi avrebbe accusato proprio di aver rubato un camion. Che ho praticato un metodo nuovo e criticato alcuni dogmi l’ho detto io per primo, auto-denunciandomi. Il punto non è il camion, ma i pompieri che dormono e l’incendio che avanza. C’è o non c’è l’incendio? Io lo vedo nel nichilismo che
divora la voglia di vivere e svuota la fiducia nella vita. E sono convinto che il magistero e la teologia non riescono più a comunicare al cuore del mondo a causa della loro superata visione dell’essere, con la conseguenza che ciò che trasmettono è perlopiù solo una serie di edificanti storie lontane e di precetti etici quasi sempre sotto forma di no.

Un’ultima annotazione a livello metodologico. Il mio modo di citare ha irritato particolarmente padre Marucci perché non concepisce che si possano accostare frasi di tempi e contesti diversi. Io al contrario vado alla ricerca di queste analogie, per me preziose indicazioni della verità, dato che la prima caratteristica della
verità è l’universalità. Quanto poi all’accusa che citerei solo quello che serve alla mia tesi, primo non è vero (si vedaSchopenhauer), secondo è proprio lo stesso padre Marucci ad agire così con la lettera del cardinal Martini, di cui riporta la frase in cui il cardinale dice di "sentire parecchie discordanze su diversi punti", e non invece quella dove dice "sarà difficile parlare di questi argomenti senza tenere conto di quanto tu ne hai detto con penetrazione coraggiosa".

3. Risposta puntuale alle critiche

A livello di contenuti la critica principale è che io non avrei "dimostrato" l’esistenza dell’anima: "Quello che stupisce è la completa assenza di argomenti veri e propri che dimostrino l’esistenza di quella realtà che in tutta la tradizione cristiana si è chiamata anima o spirito". A parte l’errore di porre come sinonimi anima e spirito che denota una superficiale antropologia (con l’incapacità di comprendere lo spirito su cui tornerò), quello che voglio sottolineare è che qui padre Marucci dimostra di non aver capito il mio discorso. Egli pensa l’anima e lo spirito come "realtà decisamente soprannaturali", e con questo concetto nella mente ne cerca la dimostrazione nel mio libro. È del tutto evidente però che di quella cosa lì io non offro nessuna dimostrazione, per il semplice motivo che ne nego l’esistenza. Ho scritto: "L’anima pensata come soffio divino che scende dall’alto ed entra nell’utero della donna per andare a legarsi allo zigote appena insidiato ancora prima che si
possa definire un embrione, non esiste. Se esistesse, non dovrebbero esistere le malattie genetiche, perché che cosa me ne faccio di un soffio spirituale se poi quella stessa divina personalità che me lo infonde, vedendo che il mio corpo o la mia mente si vengono formando in modo anomalo, non interviene a guarirmi?". E poi continuo: "Ma se non discende direttamente da Dio, non per questo l’anima spirituale non esiste. Esiste, e se ne può pensare l’origine a partire dal basso, cioè dall’analisi dell’esistenza naturale nella sua concretezza", e da qui conduco il mio ragionamento che non posso certo rifare, ma il cui nucleo devo esibire per difendermi dalle critiche infondate della "Civiltà Cattolica".

Comunemente l’anima la si contrappone al corpo, ma questo è sbagliato. "Anima" è un termine coniato per esprimere la complessità della vita umana in "tutta" la sua stupefacente complessità. Per questo "spetta al fisico considerare anche alcune parti dell’anima, cioè quelle che non stanno senza materia" (Metafisica, VI, 1; 1026 a 5). Vi sono parti dell’anima che stanno con la materia, ve ne sono altre che stanno senza materia. Non è l’anima in quanto tale a essere immateriale, ma solo il suo vertice: lo spirito Si comprende cos’è in gioco col termine anima se non si trascura nulla della vita, dalla dimensione materiale a quella spirituale, senza soluzione di continuità ma insieme nella discontinuità evolutiva, senza cesure ma con differenti livelli qualitativi via via configurantesi. E per non correre il rischio di risultare "vago e poetico" come mi accusa padre Marucci, ora mi spiego.

La sostanza è una sola ed è l’energia, ma questa energia si dispone in molti modi dentro l’uomo a seconda del livello di complessità delle relazioni atomiche, molecolari, cellulari: è materia minerale (carbonio, calcio, ferro, potassio…), è vita biologica di livello vegetativo (la digestione, il sistema immunitario…), è vita animale a livello sensitivo (libido, emozione, immaginazione…), è vita razionale a livello della mente (capacità di calcolo, astrazione, progettualità…) ed è, al suo vertice, pura energia spirituale, quella raffinatissima disposizione dell’essere-energia per designare la quale Aristotele parla di "nous poietikos", che è il nostro più intimo Io e insieme la nostra partecipazione ontologica al divino. È decisivo considerare il cammino verso l’alto dell’energia umana, che, partendo dai livelli materiali, giunge alla dimensione spirituale, e vi giunge in modo tale da poter essere pensata, alla fine, come "separata", cioè dotata della condizione ontologica dell’immortalità. Scrive Aristotele a proposito dell’intelletto attivo (traducibile anche "spirito creativo"): "Separato, solo esso è quel che realmente è, e questo solo è immortale ed eterno". La separazione dello spirito dalla materia, garanzia ontologica della sua immortalità, non è tale perché lo spirito discende dall’alto, ma perché è salito dal basso, dalla materia-mater, dal continuo cammino evolutivo, la creatio continua sempre all’opera nel mondo. L’equivalenza materia-energia ci
consegna una visione unitaria del cosmo che impone di superare il dualismo tradizionale corpo-anima che campeggia ancora nella mente di padre Marucci (ma non in altri suoi confratelli gesuiti notevolmente più aggiornati). Sulla base dell’equivalenza materia-energia diviene possibile pensare il dogma cattolico dell’immortalità "naturale" dell’anima, il quale va fondato sulla ragione se si vuole proporlo sensatamente al mondo d’oggi, e non affidarlo, come vorrebbe padre Marucci, alle improbabili "numerose conferme bibliche" (ma quando mai, caro padre? Ma se Oscar Cullmann ha scritto un libro per dimostrare proprio il contrario, cioè l’inconsistenza alla luce della Bibbia del concetto di immortalità naturale dell’anima? Io non dico che Cullmann abbia ragione, dico però che se la Bibbia non riesce a mettere d’accordo sull’anima neppure i teologi, vuole che risulti credibile al mondo?).

Se non si distinguono le diverse forme vitali non si dà ragione della vita concreta e della sua esperienza, e si finisce inevitabilmente per produrre quel concetto di anima che alla coscienza contemporanea appare "la cosa più eterea, più imprendibile che ci sia, tanto che si giunge a dubitare che essa esista" (cardinal Martini). Occorre liberarsi del retaggio della deleteria tradizione dualista e ristabilire una visione del mondo unitaria e insieme duale cioè evolutiva.

L’errore è stato abbandonare Aristotele, che la chiesa aveva seguito per secoli (scrive Gregorio di Nissa: "la potenza dell’anima si manifesta in proporzione alla grandezza del corpo"), e collocare l’anima razionale fin dal concepimento. Il punto fondamentale è proprio questo: collocare l’anima razionale nel concepito è tradire la verità dell’esperienza e consegnare il concetto di anima alla fantasia. È chiaro che in un esserino di otto cellule c’è l’anima, altrimenti non sarebbe vivo, tutto ciò che vive ha l’anima in quanto surplus di energia libera rispetto all’energia solidificata come massa. L’anima risulta dal totale dell’energia cui si sottrae l’energia come massa: E – M = A. Una pietra invece dà: E – M = zero, e per questo non si muove, è in-animata. (Spero di essere sufficientemente chiaro e poco poetico). Nel concepito siamo in presenza di quel livello di energia libera per esprimere il quale Aristotele parlava, in fedeltà all’esperienza, di anima "vegetativa". Poi, con lo sviluppo del sistema nervoso a partire dalla terza settimana di vita, appare un più alto livello di vita per esprimere il quale si parla di anima "sensitiva", e così sempre più su fino al livello dell’anima definibile "razionale", poi "spirituale" e infine "spirituale santa" (cioè perfettamente unificata nel volere solo il bene e la giustizia quindi divinizzata).

In questa prospettiva, all’opposto di quanto ritiene il dualismo di padre Marucci, la scienza è necessaria per parlare dell’anima, non perché debba farlo lei, ma perché è solo tenendone conto che si fa filosofia e teologia in modo adeguato all’oggi. Su questa base io sono giunto a fondare il concetto di anima come surplus di energia, come energia libera rispetto alla massa. Il padre gesuita, nella sua visione dualista, non può evidentemente capire e scrive che io non do una dimostrazione dell’esistenza dell’anima. Ma la dimostrazione che non do è quella dell’anima che ha in mente lui, che non esiste, e a causa della quale oggi l’occidente si trova senza un concetto plausibile di anima.

All’insegna dell’unitarietà dell’essere io nego ogni sostanza separata e quindi nego l’idea dell’anima come di altra origine rispetto al corpo. L’anima viene dalla stessa sorgente da cui viene il corpo, cioè i genitori. Ma al contempo io colgo il movimento ascendente dell’organizzazione della vita, arrivando a concepire quale fenomeno che sale dal basso la reale sussistenza dell’energia spirituale, la punta dell’anima, il "nous poietikos", lo spirito, che giunge a essere pensabile come "separato", quindi "immortale". A causa del dualismo che ne governa la mente, il padre gesuita però ha delle difficoltà col concetto di spirito e si scandalizza che io possa scrivere che la scienza, l’arte, il pensiero, la musica sono altamente spirituali. Questa preoccupante incapacità di comprendere lo spirito spiega perché molti uomini di chiesa non ne sappiano parlare con efficacia agli uomini d’oggi, quasi costringendo chi vuole fare reali esperienze spirituali a rivolgersi altrove, al buddhismo, all’induismo o a diverse forme di new age.

Prima di passare ad alcuni punti analitici, osservo che coloro cui più conviene l’immobilismo della dottrina sono gli atei militanti, ai quali è molto facile ironizzare sull’inesistente ipostasi dell’anima catechistica. Ma padre Marucci non se cura, lui custodisce il depositum fidei. Attenzione però, cara madre chiesa: il non saper reggere la dialettica delle diversità interne, considerandole una minaccia e non una ricchezza, è un tipico indice di decadenza.

Ora passo ad alcuni punti più dettagliati.

1) Il mio critico dice che io attribuisco alla dottrina della chiesa l’idea che l’anima sia una sostanza mentre è solo "forma substantialis corporis". In realtà è il Concilio di Vienne a parlare dell’anima come sostanza, "substantia animae rationalis seu
intellectivae", detta poi "humani corporis forma". Inoltre padre Marucci dovrebbe sapere che Aristotele conclude la complicata discussione del libro VII della Metafisica col risultato che la qualifica più pertinente di sostanza è da assegnare proprio alla forma, e non, come ritiene il padre gesuita, al sinolo. È la sostanza in quanto forma la causa prima dell’essere (unica condizione, peraltro, per comprendere in che senso nel Cristo Logos sussistono tutte le cose, come dice Colossesi 1, 17). È quindi del tutto corretto parlare dell’anima che è forma come sostanza.

2) La doppia accezione di eternità che distingue tra eternità de iure senza successione temporale ed eternità de facto con successione temporale non è che un’invenzione abbastanza fantasiosa per salvare dogmi precedentemente formulati e poi apparsi improponibili al pensiero, come la presenza di un corpo di carne in cielo. Se eternità è assenza di tempo non vi può essere alcuna successione temporale. La distinzione barocca ricordata dal padre gesuita nega la semplicità che pertiene ontologicamente all’eternità. Ma a padre Marucci non interessa la verità, interessa il dogma.

3) Sulla morte egli definisce la mia posizione "difforme dalla dogmatica cattolica" in quanto questa afferma che la morte è entrata nel mondo a seguito del peccato di Adamo. L’affermazione però, per quanto dogmatica, è falsa, perché la morte c’è dall’inizio della vita animale, non ha aspettato che comparisse Adamo Homo sapiens 160.000 anni fa. Questo è il dato reale, ma a padre Marucci non interessa la verità, interessa il dogma.

4) Io scrivo che "non tutta la Bibbia è Parola di Dio" e padre Marucci mi rimprovera con tanto di punto esclamativo. Ma non è difficile spiegare: "Figlia di Babilonia devastatrice, beata chi ti renderà quanto hai fatto. Beata chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra". Questo versetto del salmo 137 non è parola di Dio, se è vero che "Deus caritas est". Se oggi giustamente facciamo la battaglia per salvare i bambini prima che vengano al mondo, non possiamo poi ritenere che Dio abbia ispirato parole così. Né è lecito uscirsene con la motivazione del contesto culturale che muta, perché questo è relativismo, che non si può rimproverare agli altri e poi applicare a casa nostra per far quadrare i conti. Non si può ragionare così se si ama la verità, ma a padre Marucci non interessa la verità, interessa il dogma.

5) Sulle perplessità etiche avanzate da padre Marucci riporto quanto scrivo a p. 107: "Sopprimendo l’embrione o il feto, si sopprime una vita umana con tutta la sua potenzialità, non ci può essere il minimo dubbio al riguardo". Quanto al fatto che nego che in una persona in stato vegetativo non vi sia più l’anima razionale, la cosa si comprende da sé nel senso che l’energia è regredita al livello per designare il quale si parla di anima vegetativa. Se vogliamo obbedire alla verità dell’esperienza questa è la situazione e occorre chiamare le cose col loro nome. Non vedo però perché questo dovrebbe essere "foriero di gravi conseguenze etiche". La vita è vita umana anche a livello dell’anima vegetativa e va rispettata sempre. Commentando le perplessità etiche di padre Marucci, il filosofo Roberto Mordacci, docente di etica al San Raffaele, ha scritto su Europa: "Che libro ha letto padre Marucci?". Non lo so, ma a lui non interessa la verità, interessa il dogma.

6) Il padre gesuita mi accusa di "silenzio in merito a tutta quella serie ormai ricchissima di studi sulla fisiologia del cervello" e poi rimanda in nota a due articoli di riviste non specialiste di 8 e 9 anni fa. Io stesso potrei dire a padre Marucci come mai invece di quei due articoli preistorici non mi abbia citato "Religione: cultura, mente e cervello", a cura di Mario Aletti, edizione italiana e inglese, Centro Scientifico Editore, Torino 2006, o molti altri titoli, ma con questo metodo di pedante pignoleria che segnala all’avversario le cose che si pensa non abbia letto (praticato spesso da padre Marucci nei miei confronti) non si fa molta strada. Il valore di un pensatore non dipende dalle cose che ha letto. C’è gente che passa la vita a leggere e criticare le cose degli altri, eppure…

Devo chiudere questo articolo forzatamente troppo lungo, tralasciando altri rimproveri infondati ma non senza ringraziare per la corretta segnalazione di un mio errore, quello di p. 218 segnalato nella nota 17 dell’articolo (traduzione del latino "assimilamur"). Comunque, il punto fondamentale su cui tutti dovremmo "serenamente" riflettere riguarda la questione di che cos’è e dove ci porta questa vita. Dato che l’unica sostanza è l’energia, la domanda è "che cos’è l’energia". Non sappiamo rispondere, però possiamo escludere una serie di errori imprimendoci nella mente che tutto si muove, che non ci sono "sostanze", che c’è un’unica sostanza che, aggregandosi secondo un principio di ordine, produce enti sempre più complessi. Non esistono sostanze dotate di "sproporzione ontologica" di cui occorrerebbe dimostrare l’esistenza, come ancora ritiene la Civiltà cattolica. Esiste un’unica sostanza, l’essere è unitario. Dio, gli angeli, i santi, le anime dei nostri cari… tutto è energia, nel loro caso il livello più alto di energia, l’energia spirituale, perfettamente sussistente senza traduzione nella massa. Ben al di là dei consueti scenari antropomorfi, Dio va pensato come la sorgente dell’energia generatrice della vita e come energia egli stesso, "actus essendi" dice Tommaso d’Aquino, "spirito" dice il quarto vangelo (Giovanni 4, 24) cioè energia spirituale e quindi eminentemente personale, Padre nel quale "viviamo, ci muoviamo e siamo" (Atti degli Apostoli 17, 28).

(continua…)

La Chiesa contro Mancuso – 2

Domenica, 5 Ottobre 2008

Nel suo ultimo libro Vito Mancuso (1), docente di Teologia moderna e contemporanea alla Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, espone quello che si può definire un moderno trattato di escatologia. In vari riferimenti sparsi nel corso dell’esposizione, egli concepisce il proprio lavoro come «costruzione di una "teologia laica", nel senso di rigoroso discorso su Dio, tale da poter sussistere di fronte alla scienza e alla filosofia». Questo «discorso» si sviluppa nel testo, dopo la prefazione del card. Martini, nella quale egli afferma, fra l’altro, «di sentire parecchie discordanze su diversi punti», e un capitolo introduttivo sulle coordinate speculative dell’Autore di circa 50 pagine, in nove capitoli che trattano dell’esistenza dell’anima, della sua origine e immortalità, della salvezza dell’anima, della morte e del giudizio, della terna paradiso/inferno/purgatorio e infine di parusia e giudizio universale. Chiudono una Conclusione e l’indice degli autori citati.

Data la mole degli argomenti trattati e lo stile enciclopedico scelto dall’Autore, è praticamente impossibile esporre sinteticamente e commentare le convinzioni, le conclusioni, le proposte, le tirate ironiche e gli stimoli disseminati nel testo (2). Ci limitiamo qui all’essenziale, col rischio di trascurare cose che possono essere sembrate essenziali all’Autore.

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La Chiesa contro Mancuso – il ritorno dello gnosticismo 1

Domenica, 5 Ottobre 2008

"Salvarsi l’anima". Questa espressione antica ha nel linguaggio della fede un senso che appare messo radicalmente in questione dal libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino (Milano 2007). Il volume ha suscitato un dibattito vivace, aperto dalla stessa lettera del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in apertura, che – pur con grande tatto – parla con chiarezza di "parecchie discordanze (…) su diversi punti". L’autore si era fatto conoscere e apprezzare sin dalla sua opera prima, dal titolo suggestivo ed emblematico: Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del "Principe di questo mondo" (Casale Monferrato, Piemme, 1996). Libro significativo, questo, attraversato da una lucida critica al monismo hegeliano dello Spirito e da una drammaticità, che contra Hegel ribadisce l’inesorabile sfida del male che devasta la terra, precisamente nel suo volto diabolico e insondabile. Anche altri saggi di Mancuso mantengono viva questa tensione, che si condensa in pagine profonde lì dove egli tocca il mistero del dolore innocente o scandaglia le profondità sananti dell’amore. Anche a motivo di queste premesse, il libro sull’anima ha suscitato in me un senso di profondo disagio e alcune forti obiezioni, che avanzo nello spirito di quel servizio alla Verità, cui tutti siamo chiamati.

(continua…)

Destra e sinistra tra teologia e politica

Domenica, 28 Settembre 2008

  Come per primo intuì Spinoza, la teologia è molto più politica, e la politica è molto più teologica, di quanto normalmente si pensi. La dimensione teologico-politica concerne qualcosa di molto più profondo delle cosiddette ingerenze della chiesa, dell’unità politica dei cattolici e cose del genere. Concerne le idee che governano la mente occidentale e la sua visione del mondo.

In questo articolo sostengo che la lacerazione che attraversa la politica italiana dipende da una crisi culturale dovuta essenzialmente a due motivi: 1) il non riconoscimento della legittimità etica e culturale della posizione avversa; 2) l’incapacità sia della destra sia della sinistra contemporanee di fondare la propria idea-guida.

L’idea-guida di ogni concezione politica degna di questo nome è la giustizia.

La vera politica è passione della giustizia e impegno concreto per realizzarla. Chiunque faccia della politica non un affare, ma la reale vocazione della vita, è mosso dal desiderio di giustizia. In questo destra e sinistra sono perfettamente uguali: entrambe, quando sono veramente fedeli a se stesse, vogliono la giustizia. E’ segno di immaturità civile ritenere che gli avversari politici siano a priori ingiusti ed eticamente riprovevoli, come purtroppo avviene spesso in Italia dove domina una concezione moralistica dell’azione politica. La vera differenza sta nelle idee, non nell’ispirazione etica, che va concessa a priori a ogni soggetto dell’azione politica. La partita si decide sulle idee, ed è essenziale sapere che senza comprendere onestamente l’idea dell’avversario non si comprenderà mai compiutamente la propria, perché ognuno è definito anche dalla sua alterità, ognuno capisce chi è quando sa chi non è e chi non vuole essere. L’antitesi è sempre determinante per chiarire la tesi. Sapere ciò è essenziale per giungere a ciò che manca in modo spaventoso alla politica del nostro paese, cioè il rispetto degli avversari politici, rispetto che può nascere solo dall’aver compreso l’idea che muove l’azione politica altrui. Tutto ciò naturalmente non implica in nessun modo la cessazione della lotta politica e della competizione, ma solo fa sì che si tratti davvero di lotta politica, e non di liti condominiali o di qualcosa di ancora più volgare.

Se entrambe vogliono la giustizia, ovviamente destra e sinistra si dividono subito non appena si tratti di indicare il volto concreto della giustizia perseguita. L’idea-guida della destra è la giustizia in quanto ordine gerarchico: una giustizia verticale. L’idea-guida della sinistra è la giustizia in quanto uguaglianza: una giustizia orizzontale.

La destra basa la propria idea di giustizia sull’autorità e la differenza; la sinistra sulla solidarietà e la cancellazione di ogni differenza.

Se non esclusivamente, di certo in ampia proporzione, tutto ciò ha delle precise radici nella tradizione ebraicocristiana.

La mia tesi consiste nel sostenere che le due contrapposte prospettive politiche della destra e della sinistra che strutturano le società occidentali, derivano dalla secolarizzazione delle due opposte visioni del mondo presenti nella Bibbia. Nella Bibbia ebraica vi sono pagine che danno un giudizio positivo dell’autorità monarchica e ve ne sono altre diametralmente opposte; vi sono pagine con una visione positiva dell’ordine del mondo (il libro dei Proverbi) e ve ne sono altre diametralmente opposte (il libro di Qoelet).

Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo scrive che "non c’è autorità se non da Dio, quelle che esistono sono stabilite da Dio" (Romani 13, 1-2); l’apostolo Giovanni invece parla dell’Impero Romano come "covo di demoni, carcere di ogni bestia immonda e aborrita" (Apocalisse 18, 2). Da qui per i due apostoli consegue un modo di relazionarsi all’autorità imperiale diametralmente opposto: san Paolo dice che "chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio" (Romani 13, 2), san Giovanni invece esorta a relazionarsi all’autorità in questi termini: "Pagatela con la stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti" (Apocalisse 18, 6).

Per questo il cristianesimo (come anche l’ebraismo, anche se con minore influsso a causa del suo statuto particolare) ha potuto generare sia perfette ideologie al servizio del potere costituito sia i più intransigenti rivoluzionari, ed è stato ed è tuttora religione tanto dei generali quanto dei guerrieri. Ed è ancora per questo che esso è da sempre diviso al suo interno tra conservatori e progressisti. Di solito si ritiene che sia la politica a provocare questa divisione interna al cristianesimo.

E’ vero il contrario: è stato il cristianesimo a generare la divisione fondamentale della politica occidentale tra destra e sinistra. Dal primo filone teologico infatti, quello sostanzialmente positivo nel suo giudizio sul mondo, è scaturita la destra, e dal secondo filone, quello sostanzialmente negativo e critico verso lo stato del mondo, è scaturita la sinistra.

Ma c’è qualcosa di più: mentre l’ideologia politica della destra è ben rintracciabile anche al di fuori del contesto occidentale plasmato dal cristianesimo, l’ideologia politica della sinistra è un prodotto intrinsecamente cristiano, nasce esclusivamente in occidente, non esiste nessuna grande religione mondiale che l’abbia generato oltre l’ebraismo e il cristianesimo.

Senza l’ebraismo e il cristianesimo, senza la loro carica contestatrice nei confronti dei "dominatori di questo mondo" (vedi 1 Corinzi 2, 8), mai la sinistra avrebbe potuto ottenere la legittimità spirituale e culturale di cui gode agli occhi dei popoli.

La destra nasce da un rapporto positivo nei confronti del mondo e della sua storia, che per questo essa intende conservare. La sinistra nasce da un rapporto negativo nei confronti del mondo e della sua storia, che per questo essa intende riformare. Per questo la destra assegna alla politica un ruolo molto meno preponderante, perché il mondo già di per sé è in grado di produrre ordine e giustizia; e per questo al contrario la sinistra assegna alla politica un ruolo ben più significativo, perché essa ha il compito di correggere le ingiustizie di cui il mondo è colmo.

Vengo ora alla seconda tesi di questo articolo, e cioè all’incapacità della destra e della sinistra contemporanee di fondare la propria idea-guida. Inizio dalla sinistra. Essa, ancor più della destra, è lacerata da una grave crisi culturale di cui la continua mutazione partitica è l’epifenomeno. Tale crisi si può definire come incapacità di dare un fondamento alla propria idea-guida della giustizia in quanto uguaglianza.

Dopo la caduta del comunismo e la definitiva smentita della filosofia di Marx, la sinistra è oggi concettualmente dominata dal darwinismo, il quale non sa che cosa sia l’uguaglianza e meno che mai la solidarietà. L’esito naturale del darwinismo è la politica della destra, anzi della destra più dura, quella che scaturisce dalla filosofia di Spencer e di Nietzsche, entrambi attenti lettori di Darwin. La convinzione che la lotta per la sopravvivenza sia la logica dominante del mondo naturale, e quindi anche di noi uomini perché anche noi siamo natura, genera necessariamente a livello politico ciò che Nietzsche chiama "volontà di potenza", e non certo la giustizia e la solidarietà che sono l’idea-guida della sinistra.

L’idea della giustizia come uguaglianza che pervade l’anima della sinistra, la sinistra non la sa fondare a causa del matrimonio speculativo col darwinismo. Dall’idea della natura come teatro sanguinoso del predominio del più adatto si può argomentare a favore della giustizia quale uguaglianza e solidarietà solo a patto di sradicare completamente l’uomo dalla natura e dal mondo, generando in lui un perenne stato di conflitto con la realtà.

Gli appelli al sentimento di solidarietà molto presenti nella sinistra riformista, su che basi si fondano visto che anche noi siamo natura? Si risponde che noi siamo esseri culturali. Ma il nostro essere cultura su che cosa è fondato, se non sul nostro essere natura? In base a che cosa si istituisce tale consueta soluzione di continuità tra la logica della natura (che si ritiene egoista) e la logica della cultura (che dovrebbe essere non egoista)? La teologia tradizionale potrebbe rispondere indicando la grazia, ma che cosa può indicare la sinistra, che si rifà al darwinismo? E poi, siamo davvero sicuri che la logica che informa la cultura sia non egoista? Non è forse l’umanità ancora più forte e più furba della natura, che a suo modo è, tutto sommato, innocente?

Questa incapacità di conciliare l’idea guida con la logica del mondo produce nella sinistra radicale un perenne risentimento nei riguardi del mondo e della sua logica. Di essa si può dire ciò che Hegel diceva del cristianesimo medievale, che è una "coscienza infelice": una coscienza che sa solo dire no, protestare, negare, in permanente conflitto con lo stato naturale del mondo e della storia, senza conciliazione con il principio di realtà. Il dilemma che attanaglia la sinistra e la rende frammentata e instabile è la mancanza di una base teoretica stabile in grado di fondare l’idea della giustizia come uguaglianza.

Dove sta invece il limite culturale della destra? Sta nell’incapacità di fondare su qualcosa di oggettivo la sua idea-guida di giustizia come ordine.

Un tempo questa oggettività era lo stato. Penso si possa sostenere che lo stato moderno sia una creazione della destra liberale, la quale giunse a dare un tale valore etico allo stato da ritenerlo persino superiore alla religione.

Oggi tutto ciò nella cultura della destra è sepolto, lontanissimo dal poter incidere sulle coscienze di coloro che si riconoscono in quest’area politica. Un tempo lo stato liberale e costituzionale era percepito come sinonimo di libertà di fronte allo stato assolutistico e alla chiesa, avversari dei diritti dell’uomo e delle libertà democratiche. Oggi, in un’epoca di pance piene in fatto di libertà civili, nessuno si ricorda più quale garanzia di libertà lo stato costituzionale garantisca ai cittadini. Oggi il cittadino sente lo stato come nemico. E la destra, che dovrebbe difendere e sostenere l’idea di stato che è una sua creatura, è al contrario la prima a massacrarlo sotto la retorica del populismo.

Oggi è quasi solo la sinistra a coltivare un senso di appartenenza e dedizione verso la cosa pubblica, come appare per esempio dalla politica sulla fiscalità, senza la quale, com’è ovvio, non c’è alcuna possibilità di istituzione statale, oppure dalla politica verso la scuola pubblica, gli ospedali pubblici e in genere tutto ciò che è di pertinenza della res publica (con l’unica eccezione, mi sembra, delle forze dell’ordine). La destra conosce solo la res privata, e per questo appare alle coscienze eticamente più sensibili come intrinsecamente egoista e senza slanci ideali.

Una mancanza del fondamento caratterizza quindi sia la destra sia la sinistra, uno stato di cose necessariamente destinato a produrre politica di basso profilo, perché senza le idee che le guidano le azioni non sanno dove andare, non ci sono propriamente azioni ma solo reazioni. Io penso che il rimedio consista nel ritrovare una realtà oggettiva su cui fondare la propria visione del mondo, e che l’unica realtà oggettiva oggi realmente tale sia la natura, da pensarsi primariamente non tanto come natura naturata, come ambiente, quanto più profondamente come natura naturans.

Infine una postilla sul centro. Il centro, filosoficamente e teologicamente, non esiste. La sua esistenza come fenomeno politico suppone due fattori: 1) una società nella quale il concetto o di sinistra o di destra non è proponibile, come nel dopoguerra era il caso dell’Italia e della Germania, non a caso i soli due paesi occidentali dove il centro ha avuto un ruolo decisivo; 2) il peso politico della chiesa cattolica, di cui il centro è diretta espressione. In una società matura però l’area politica centro non ha, a mio avviso, ragione di esistere. Quando in Italia la sinistra e la destra avranno pienamente assimilato la moderazione e il buon senso, che sono le armi migliori del centro, di esso si potrà serenamente fare a meno, e saremo finalmente anche noi un paese normale.

* Con questo articolo il teologo Vito Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea presso l’Università San Raffaele di Milano e autore di "L’anima e il suo destino" (ed. Raffaello Cortina), inizia la sua collaborazione con il Foglio