Articolo taggato ‘marchionne’

La demagogia di Report (by Temis)

Lunedì, 28 Marzo 2011

Report scimmiotta Striscia La Notizia. Ieri (molti) momenti di ottimo giornalismo sono stati rovinati da (alcuni) eccessi di demagogia dei giornalisti di Report. Non è corretto trasmettere le dichiarazioni di Elkan che aveva espressamente chiesto di non diffondere le sue parole. E’ pura demagogia chiedere in prima serata che Marchionne trasferisca la sua sede in Italia o in America (dalla Svizzera) per pagare più tasse. E’ pura demagogia denunciare che i lavori nella casa svizzera di Marchionne sono stati fatti da una società italiana che pagava (regolarmente) meno i giardinieri (quando dopo l’intervento dei sindacati svizzeri la società ha immediatamente pagato il surpuls richiesto dalla normativa svizzera). Queste cadute non fanno onore a Report, che rimane una delle migliori trasmissioni investigative italiane. Temis

Perchè ha perso il Marchionnismo (by Caldarola)

Lunedì, 17 Gennaio 2011

L’immensa saggezza dei lavoratori della Fiat ha consegnato al dibattito pubblico un risultato del referendum praticamente perfetto. La risicata vittoria del sì, ottenuta grazie al plebiscito pro-Marchionne degli impiegati, impedisce la fuga dall’Italia della produzione dell’auto.
a al tempo stesso impone all’azienda la necessità di riaprire il confronto con la Fiom. Il risultato parla con chiarezza. Il voto di una impressionante minoranza ha sbarrato la strada alla pretesa di Marchionne di avere una piena disponibilità della forza lavoro attraverso la cancellazione dal panorama della fabbrica di uno dei sindacati più rappresentativi e ora dovrebbe spingere le parti a un supplemento di saggezza essendo improponibile escludere la Fiom dalla discussione sulla riorganizzazione aziendale ma anche ignorare, da parte del sindacato metalmeccanici, che il referendum si è svolto con una straordinaria partecipazione al voto e con un risultato definito. La risicata vittoria di Marchionne segnala tuttavia la sconfitta del marchionnismo, sia quello di governo sia quello di opposizione. Nei giorni precedenti il referendum la scena sembrava dominata da una rappresentazione a una voce sola. Si dava per certo che il sì avrebbe stravinto e si consegnava la minoranza soccombente alla cantina delle anticaglie ideologiche. Il ragionamento che ci è stato proposto partiva dalla valutazione che il tentativo della Fiat di competere nel mercato globale dell’auto, di fronte a condizioni più favorevoli di altri produttori, spingeva per modificare radicalmente l’assetto produttivo. La globalizzazione veniva indicata come la variabile indipendente della modernizzazione che reclamava una migliore utilizzazione degli impianti attraverso un aumento del carico di lavoro compensato da modesti aggiustamenti salariali. L’aumento dei turni e delle ore di fronte alla catena di montaggio assieme alla riduzione delle pause, alla ridefinizione del tempo-mensa, alla stretta sulle malattie e alla espulsione del sindacato non firmatario venivano presentati come il traguardo dei nuovi tempi in cui scompariva lo stesso contratto nazionale di lavoro a favore di un contratto di fabbrica individualizzato attraverso la firma dei singoli lavoratori sull’accordo. C’è stato persino chi ha negato che questa compressione delle possibilità di azione dei lavoratori potesse essere definito come area dei diritti. Non tutti hanno ragionato così. Alcuni hanno chiesto agli operai di sottostare al ricatto non essendoci un’altra possibilità, altri hanno visto nel modello Marchionne un vero progetto di riforma dall’alto della società italiana. Insomma la fine della ricreazione, hanno proclamato gli italici tardivi epigoni di De Gaulle. Il partito dei marchionnisti, nel nome della lotta alle vecchie ideologie del movimento operaio, ha proposto la più stantia ideologia del neoliberismo nel momento del suo fallimento mondiale. La verità che molti apologeti di Marchionne fingono di non vedere è che la sfida sui mercati propone una modernizzazione innanzitutto del sistema paese. Sia nelle nuove economie sia in quelle più mature la globalizzazione rompe antiche regole di organizzazione sociale. Se nei paesi emergenti produce nuovi fenomeni di industrializzazione accelerata rompendo i legami con società a forte dominanza agricola portando nel XXI secolo nuovi soggetti, nei paesi maturi impone un ulteriore salto tecnologico, una modernizzazione più spinta, nuovi assetti nelle relazioni sociali e nel potere. La società informazionale richiede cioè una nuova attrezzatura politico-culturale che ha bisogno di un salto in avanti della cultura diffusa, dei servizi sociali, della democrazia. Il marchionnismo interviene invece solo sul livello di fabbrica e propone modelli di ipersfruttamento e di individualizzazione del rapporto di lavoro confliggenti con una società democratica. Il no degli operai della Fiat invece di essere un retaggio ideologico del passato è la moderna pretesa, un diritto cioè, di partecipare al ridisegno del nuovo mondo del lavoro per modernizzare una società occidentale. Il marchionnismo di sinistra è l’ultima tentazione neo-liberista di un’area politico-culturale che ignora la sfida che la globalizzazione impone alle società moderne. Non è per caso che il marchionnismo attecchisca in quelle posizioni politiche che interpretano la politica come puro scontro di valori incardinati su personalità contrapposte di fronte ad una indistinta opinione pubblica rifiutando di vedere i conflitti prodotti dalla modernità. La battaglia contro le culture del Novecento, giudicate inadatte ad interpretare il nuovo, sta producendo culture degli albori del capitalismo. Da una fabbrica senza diritti parte il modello di una società politica ridotta alle contese autoreferenziali di un ceto politico neo-feudale. Si comprende come questo modello possa piacere a Berlusconi. Non si capisce come possa apparire affascinante per Renzi e Veltroni. Non bisogna avere dimestichezza con i testi di Amartya Sen sulla diseguaglianza ovvero sul valore di stimolo allo sviluppo della crescita della democrazia o le analisi di Manuel Castells sul “volgere di millennio” per comprendere che se la sinistra non si riappropria del tema della democrazia nelle società moderne rischia di perdere ruolo e giustificazione storica.
La battaglia alla Fiat ha avuto questi significati. Non lo scontro fra nostalgici e modernisti ma il confronto aspro fra due modelli di modernizzazione. La Fiom ha avuto il merito storico di aver compreso che il ruolo del sindacato non può ridursi all’approvazione notarile delle decisioni aziendali e che dar voce al conflitto è dall’inizio dell’età dell’industrialismo la manifestazione più evidente di modernità. La Fiom non può tuttavia ignorare che molti operai sono dall’altra parte, con le loro convinzioni e con le loro paure, né cullarsi sul fatto che il voto degli impiegati ha dato al sì la vittoria. L’alleanza con gli impiegati è stata il risultato del superamento del settarismo operaio. Un grande sindacato oggi deve dimostrare di saper parlare a tutti per non farsi rinchiudere dai marchionnisti nei vecchi stereotipi. Camusso e Landini possono aprire nuove strade oppure possono diventare come i capi dei minatori inglesi che spianarono la strada alla signora Thatcher. p. caldarola ilriformista

Marchionne, il padrone

Lunedì, 27 Dicembre 2010

Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, qualche volta va a far visita a Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, nel suo ufficio al quarto piano del Lingotto. Una stanza arredata sobriamente, com’è tradizione della casa: una lunga scrivania, un tavolo rotondo, un imponente apparato informatico (tre computer) perché il personaggio è ipertecnologico. I due Sergio vengono raggiunti da Tom Dealessandri, vicesindaco ed ex segretario della Cisl provinciale, e da Gianni Coda, capo degli acquisti del gruppo e fidatissimo del capo. Dalla buvette aziendale arrivano alcuni piatti per una cena fredda consumata senza perder tempo. Poi si sgombra il tavolo e i quattro si mettono a giocare a carte, scopa o scala 40. Fine. Nel senso che sugli attuali rapporti del numero uno Fiat con la città, le sue istituzioni, la sua vita sociale e mondana non c’è molto altro da dire. “A Torino lo si vede proprio poco – dice al Foglio Evelina Christillin, direttore del Teatro Stabile cittadino – Mai comparso a una prima del Regio o di uno spettacolo; non lo si incontra da nessuna parte. E’ tutto concentrato nel lavoro. Fa una vita da frate trappista”. Un collaboratore molto stretto, uno dei pochi sopravvissuti alle sue epurazioni, approfittando di un momento di particolare buonumore, ha osato chiedergli: “Ma non le pare di fare una vita di m…?”.Lui ha allargato la braccia e ha risposto: “Mi pare proprio di sì”. In effetti una sua giornata tipo torinese, raccontata per sommi capi, non è invidiabile. Naturalmente al mattino molto presto in ufficio, lavoro e riunioni; spuntino alla buvette; riunioni e lavoro. La sera cena con la scorta a Eataly, il centro enogastronomico fondato da Oscar Farinetti che è a 200 metri dal suo ufficio. Oppure in pizzeria, in via Nizza (anche quella a due passi) o in alternativa da Cristina, in corso Palermo: più distante, ma indicata da madama Talli, la cerimoniera della Fiat, come la migliore della città. La mattina dopo, magari appuntamento sulla pista di Caselle alle 4,30 per sfruttare il fuso e arrivare a Detroit in tempo per riunioni e lavoro. Se qualcuno gli manda un sms o una e-mail la sera, spesso riceve la risposta verso le due o alle tre della mattina perché lui, da casa, è ancora operativo. Non ha tempo, o non se lo concede, per nient’altro, neppure per andare dal dentista: ha perso un incisivo, in tv si vede, ma ancora non ha messo in agenda le cure odontoiatriche. Trova invece qualche minuto per passare dal parrucchiere. Ne frequenta due: Nico e Michele, nella centrale via Carlo Alberto, e Tony and Guy, dalle parti di Mirafiori, un locale trendy che offre tisane rilassanti durante il taglio dei capelli. E’ persino un nonsenso parlare di una vita sociale e mondana, di frequentazioni per un personaggio così. Questo è un capitolo che non esiste nella vita di Marchionne. E la cosa, all’inizio, un po’ è dispiaciuta al milieu che conta. Sei anni fa quando è arrivato a Torino, alcune signore si sono prodigate per accoglierlo come avevano fatto in precedenza con Cesare Romiti o Paolo Fresco che ne erano stati ammaliati. Fra queste le sorelle Puccetta e Gianna Recchi. Discendenti di una famiglia di grandi costruttori (la diga di Assuan, tanto per dire) che hanno conosciuto poi momenti difficili con Tangentopoli, hanno sempre animato i salotti più ambiti in città. Gianna, in un passato remoto fidanzata del filosofo Gianni Vattimo, prima che questi facesse coming out, e poi legata a Gianluigi Gabetti, da decenni uomo di fiducia della famiglia Agnelli, è un punto di riferimento obbligato. Marchionne, pur sempre gentile nei rapporti umani, nel suo salotto non è mai entrato. In città vive da solo, la moglie sta vicino a Ginevra con i figli e lui li raggiunge, in elicottero, quando il lavoro gli concede un fine settimana libero. Abita in piazza Vittorio, quella tutta porticata, fatta a U che protende le sue braccia verso il Po, la chiesa della Gran Madre e la collina. Ha un appartamento molto informatizzato per permettergli di essere sempre operativo, come in ufficio. Nelle immediate vicinanze abitano alcuni personaggi della Torino che conta: Gabriele Galateri, ex manager del gruppo Agnelli e ora presidente di Telecom Italia; Domenico Siniscalco, ex direttore generale del Tesoro ed ex ministro dell’Economia, adesso alla Morgan Stanley; lo stesso Chiamparino. Ma lui non li riceve e non va a casa loro. Una giovane signora che abita nel suo palazzo ama, la sera verso le 11, andare ai Murazzi, le arcate sugli argini del Po una volta ricovero di barche e oggi teatro di quel po’ di movida che passa l’austera Torino. Ogni tanto lo vede arrivare con la scorta che lo accompagna fino alla porta dell’appartamento; lui entra e chiude. Inaccessibile. In casa, oltre ai sistemi informatici di cui si è detto, si è fatto installare un sofisticato impianto stereo. Perché il capo della Fiat ama la musica. Classica, ma soprattutto jazz. In particolare è fan di Bob McFerrin il cantante statunitense diventato famoso dopo lo straordinario successo internazionale della cover “Don’t worry, be happy”. Devono piacergli davvero molto questo pezzo e il suo messaggio: tre anni fa alla presentazione del piano strategico del gruppo ha voluto che fosse messo come sottofondo in sala. Inusuale per la Fiat. Dicono – ma non ci sono riscontri – che sia anche andato a qualche concerto di questo McFerrin. Così come è stato, e questo è certo, a un concerto di Paolo Conte ad Asti; lo accompagnava Simone Migliarino, capo ufficio stampa della Fiat da tantissimi anni, astigiano come Conte e molto apprezzato da Marchionne che è diventato padrino di suo figlio nato poco più di un anno fa. Le mondanità torinesi, se così si possono chiamare, del capo della Fiat e della Chrysler sono tutte qui. Le altre uscite dal bunker del Lingotto sono tutte legate a occasioni di lavoro. Partecipa spesso alle riunioni con gli ex dirigenti del gruppo, osservando una radicata tradizione Fiat. Ha presenziato all’ultima festa dei carabinieri: e qui una componente personale-sentimentale c’era, visto che suo padre è stato maresciallo dell’Arma. Recentemente ha assistito al Politecnico alla laurea honoris causa concessa a Giorgetto Giugiaro, uno dei più grandi designer d’Italia (e del mondo). Come si sa, Giugiaro ha venduto la sua società, Italdesign, alla tedesca Volkswagen e dunque i vertici della casa di Wolfsburg erano tutti lì ad applaudire il neolaureato. E forse quella è stata un’occasione per Marchionne per parlare della possibile cessione dell’Alfa Romeo alla Vw di cui i giornali hanno scritto e che lui ha (quasi) escluso: “Potrei vendergliela solo in cambio di 20 miliardi”. Molto frequenti, assidui i suoi interventi all’Unione industriali di Torino. E’ una sede importante, strategica per lui con tutti i fronti che ha aperto sul piano sindacale e della Confindustria. Negli anni della crisi più buia, la Fiat era stata estromessa dalla stanza dei bottoni dell’associazione. Sotto la gestione Marchionne quella situazione non poteva continuare. E infatti nel 2008 è riuscito a far nominare alla presidenza un candidato a lui gradito, Gianfranco Carbonato, proprietario della Prima Industrie, azienda di sistemi laser. E in più ha fatto entrare del direttivo il suo Gianni Coda. Posizione riconquistata, dunque. Con la finanza torinese i rapporti non esistono, in quanto non esiste la finanza torinese dopo la fusione del Sanpaolo con Intesa che ha spostato a Milano il vero centro decisionale del nuovo gruppo. Il resto (fondazioni e poco altro) sono troppo piccoli, irrilevanti per attirare interesse e attenzione di un signore che ha trattato finanziamenti per 12 miliardi di dollari direttamente con l’Amministrazione di Barack Obama. Si sono anche ridotte ai minimi termini le relazioni con il mondo sindacale torinese. E questo è un tasto dolente. Torino è una città operaia o che, per lo meno, fa finta di amare gli operai. Quando Marchionne è arrivato ha detto di essere “rimasto allibito dalle condizioni di lavoro cui erano costretti i dipendenti del gruppo”. Di conseguenza ha ordinato di rifare le mense, ha crcreato l’asilo a Mirafiori, gli spacci, ha migliorato tutti i locali a partire dai bagni. Si è parlato – ma forse era una battuta – del welfare di Marchionne. E questo è piaciuto, ha generato consenso. Così come è stata apprezzata la durezza del nuovo capo che ha tagliato senza pietà le teste dei vertici aziendali e non ha fatto pagare le difficoltà soltanto alla base. Ma oggi quel favore quasi entusiastico si è raffreddato: i progetti restano nel cassetto e Mirafiori è appesa a un filo. Il capo con il maglione non potrebbe più, come faceva all’inizio, andare tranquillamente a mangiare alla mensa assieme agli operai. Proprio sul tema Mirafiori, Marchionne può contare ancora sull’appoggio di Chiamparino. Il sindaco lo ha sempre fiancheggiato politicamente: anche recentemente ha preso le sue difese contro la Fiom, il che non è neutro per chi è stato eletto dalla sinistra. Ma l’appoggio che gli ha fornito è stato fin dall’inizio anche molto concreto, tangibile: il comune, per volontà del sindaco, ha varato la delibera per l’acquisto di alcune aree dismesse di Mirafiori. E’ stata creata una società Tne (Torino Nuova Economia) che avrebbe dovuto far nascere su quei terreni un polo tecnologico. Il polo è tuttora un’idea astratta; concreto invece il pacchetto di milioni (stimati attorno ai 70-80), passati dal comune alle casse della Fiat all’epoca sull’orlo del fallimento. In questi sei anni a Torino Marchionne ha avuto tanti soprannomi. Si va da salvatore, a nuovo Valletta per passare a goffo, stropicciato, etc. La città, nel 2004, aveva visto in lui l’insperata possibilità di evitare quel declino industriale al quale si era ormai rassegnata. E comprensibilmente lo ha osannato. Ora c’è qualche perplessità e il dubbio che abbia dedicato poco del suo tempo al paziente, quotidiano, oscuro, ma decisivo lavoro di fabbricare buone automobili. Dubbio che le continue perdite di quote di mercato accrescono. A sostenerlo, comunque, c’è la proprietà guidata dal presidente John Elkann con il quale è in perfetta sintonia. E ovviamente, come detto, c’è un sindaco importante come Chiamparino. Che però fra pochi mesi non sarà più lì. Gianni Gambarotta per “Il Foglio”

Ma a Fazio chi scrive le domande?

Martedì, 26 Ottobre 2010

L’unico atto d’imperio di Fabio Fazio è stato interrompere una delle risposte più intriganti di Marchionne. Che stava spiegando il suo sfogo sull’Italia «senza senso delle istituzioni» e «senza bussola» e il sibillino «qualcuno ha aperto i cancelli dello zoo». Uno sfogo che qualche blasonato quotidiano amico si è sforzato, con notevoli contorsionismi, di attribuire a qualsiasi cosa non fosse la politica. Ebbene. A Che tempo che fa l’ad di Fiat ha cominciato a chiarire che sui giornali «ne escono di tutti i colori». Con il risultato «che è completamente impossibile capire dove sta andando questo paese. Parlano tutti. E le differenze magari sono sottili». Stava aggiungendo qualcosa. A noi giornalisti scivolati nel frattempo sull’orlo del divano, non pareva vero che cominciasse a fare, magari, nomi e cognomi. Invece Fazio l’ha interrotto. Con la seguente domanda: «Lei però ha il doppio passaporto». Perché «però»? Quel “però” non c’entrava proprio nulla ma sembrava un lapsus. “Però”, per favore, non insistiamo con la politica. Parliamo del suo passaporto canadese e dei proverbi zulu (domanda successiva). Insomma, nel calderone del giornalismo spettacolo può ovviamente accadere che un conduttore, tanto più se lavora in Rai, cominci a sudare se l’amministratore delegato della più grande azienda del paese accenna un discorso che ha tutta l’aria di voler demolire il quadro attuale della politica. Ma l’aspetto più triste di questo giornalismo spettacolo, nello specifico della puntata di Fazio domenica scorsa, non è la risposta interrotta sull’Italia senza bussola. La cosa più triste sono le domande mai arrivate alle orecchie di Sergio Marchionne. Ammettiamolo, nella nostra sconfinata presuzione, a noi giornalisti scivolati a più riprese sull’orlo del divano, protesi verso il televisore, inaciditi da quel pizzico di invidia che spetta ai colleghi che riescono a intervistare il “pezzo grosso”, ci premeva sapere almeno tre cose da Sergio Marchionne. Su tutto il resto, sullo schifo di paese in termini di competitività in cui viviamo, sul fatto che l’amministratore delegato minacci un giorno sì e l’altro pure di abbandonare l’Italia, eravamo francamente informati. Quello che ci premeva sapere, erano sostanzialmente tre o quattro cose, a questo punto della tormentata vicenda Fiat. Primo: che cosa ci farà mai, Sergio Marchionne con 20 miliardi di euro che ha promesso dalla primavera scorsa di investire in questo misero paese? Per ora, come ricorda anche il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, a questo giornale, sappiamo di 700 milioni di euro da investire a Pomigliano. E il resto? E gli altri 19 miliardi e 300 milioni di euro dove andranno? Secondo: dopo una dozzina di assist, forse anche il più ottuso dei giornalisti avrebbe reagito ai continui “pizzichi” contro il governo del top manager Fiat. L’Italia non è più competitiva, ha detto a più riprese, aggiungendo che il Lingotto ha fatto la sua parte ma che negli altri paesi ci sono stati incentivi o altri modi per aiutare l’auto, insomma che i governi hanno aiutato il settore. Non solo. Quando Fazio gli ha ricordato timidamente che ci sono stati anche in Italia gli incentivi, Marchionne ha risposto che hanno aiutato i consumatori, mica Fiat, visto che sette su dieci hanno comprato una macchina straniera. Le domande, a quel punto, sarebbero state ben due, in teoria. Primo: cosa hanno fatto i governi degli altri paesi e che lezione può trarne l’inerte governo Berlusconi, non solo per il settore automobilistico, ma per la competitività in generale? Seconda, ben più intrigante: se sette italiani su dieci non scelgono un modello Fiat, vuol dire che c’è anche un problema di competitività che riguarda nello specifico le automobili, il loro appeal, e dunque il lavoro dell’amministratore delegato della Fiat? Dunque, dov’è, ad esempio, la “Fiat Uno” o la “Fiat Panda”, insomma il modello vincente dell’era Marchionne?
Per la verità, il conduttore ha fatto la fatidica domanda sul modello nuovo che ancora non ci sarebbe, ma quando Marchionne ha cambiato immediatamente discorso Fazio non ha battuto ciglio. In generale, alla fine della puntata ci è venuto di pensare che forse intervistare George Clooney e Sergio Marchionne non è proprio la stessa cosa. Che bisognerebbe capire dove finisce lo show e dove comincia l’intervista e viceversa. Una star hollywoodiana o il manager di un’azienda che impiega decine di migliaia di persone e dà da mangiare indirettamente a centinaia di migliaia o forse milioni di famiglie, se si include anche l’indotto, non sono la stessa cosa. Tanto più se il secondo si è messo in testa, com’è evidente negli ultimi mesi, di rovesciare il sistema delle relazioni industriali e di riscrivere le condizioni delle fabbriche metalmeccaniche. O almeno, quelle del settore automobilistico. A quel punto non basta avere le domande pronte, bisogna anche essere in grado di reagire alle risposte. t. mastrobuoni riformista

Il portiere ha detto a Marchionne che non comprerà più la Fiat

Lunedì, 1 Febbraio 2010

Chiude Termini imerese? e allora non comprerò più Fiat. il portiere del ns stabile ha telefonato alla fiat e ha lasciato questo messaggio per il suo amministratore delegato. ce lo ha raccontato oggi memtre puliva le scale. non è possibile che si licenzino gli operai per far fare più soldi agli azionisti. il telefrafico epitaffio. che sposiamo integralmente soprattutto dopo un anno di rottamazione!!!

(continua…)

“Cari Studenti, non c’è solo il mercato!” la lezione di Sergio Marchionne

Mercoledì, 28 Maggio 2008

Quello che intendo dire a voi ragazzi è che il rispetto per gli altri deve rimanere un valore essenziale in tutto quello che farete. È l’unica cosa che ci rende davvero persone. Rispetto per gli altri significa soprattutto rispetto per le diversità. Il progresso dipende in gran parte da quanto saremo in grado di costruire una società pluralista e multiculturale. Tutto questo richiede una grande apertura mentale.

Credo che ci siano due modi per affrontare le sfide di un’epoca globale. Il primo è quello di restare concentrati su se stessi.

Di pensare che la propria cultura e le proprie convinzioni siano le uniche valide. Di credere che la verità e la ragione stiano sempre da una stessa parte. Di arrogare a sé il diritto di insegnare agli altri. Il secondo atteggiamento, invece, è quello di chi ascolta. Di chi è consapevole che esistono altri valori e altre culture e che ci sono tradizioni e aspettative differenti. Questo, ovviamente, nel rispetto delle regole e dell’ordine sociale, che sono elementi necessari in ogni comunità.

Si tratta di due strade molto diverse. La prima è più semplice e più rassicurante. La seconda è senza dubbio più laboriosa, perché richiede di porsi molte domande e di farsi venire tanti dubbi. L’una non porta a nulla se non al conflitto, l’altra apre una prospettiva di crescita collettiva. L’una ti rende straniero, l’altra cittadino del mondo.

Cari studenti, le prospettive che abbiamo di fronte sono quanto mai aperte. La forza del libero mercato in un’economia globale è fuori discussione. Nessuno di noi può frenare o alterare il funzionamento dei mercati. E non credo neppure sia auspicabile. Questo campo aperto è la garanzia per tutti di combattere ad armi pari. È l’unica strada per avere accesso a cose che non abbiamo mai avuto prima. Ma l’efficienza non è – e non può essere – l’unico elemento che regola la vita. Ci sono problemi più grandi, ai quali il mercato non è in grado di dare soluzione. E non credo riuscirà mai a farlo.

Voglio citarvi le parole di una ragazza di 25 anni. Probabilmente la conoscete. Si chiama Asa. È una musicista che arriva dalla Nigeria e sta avendo un certo successo. Il suo brano d’esordio è già in testa alle hit europee e a marzo ha fatto il suo primo tour in Italia. Quello che mi ha colpito di questa ragazza è la sua energia, la sua profondità. Le sue sono canzoni di denuncia e di speranza insieme, ma soprattutto di impegno. Ho letto una recente intervista in cui parla del suo modo di intendere quello che fa. Dovremmo fare tesoro di quello che dice: «Voglio che la mia Africa tocchi la gente. Voglio ridare speranza al mio popolo e parlare a loro nome. Ci sono molti artisti che parlano ai potenti della terra per cercare di risolvere i problemi che ci affliggono. Io invece voglio parlare ai giovani africani: dobbiamo cominciare a riflettere, a cambiare atteggiamento e prendere in mano le redini del nostro destino».

Questo è solo un esempio di una persona che sta cercando di intervenire in un processo di cambiamento e di costruzione del futuro. Ma ci sono altre parti del mondo in cui la situazione è troppo sbilanciata, in cui la povertà e la mancanza di potere economico delle classi sociali richiedono un intervento strutturale. Questi problemi chiamano in causa un aspetto più profondo, quello della responsabilità morale del nostro operato.

Nel 1999 Nelson Mandela, allora Presidente della Repubblica del Sud Africa, fu invitato a parlare al World Economic Forum di Davos sugli effetti della globalizzazione. Ho avuto la fortuna di essere tra coloro che lo hanno ascoltato. Nel suo discorso, Mandela toccò alcuni tra i temi più spinosi con i quali tutti noi abbiamo a che fare. Ne ho fatto riferimento in altre occasioni, perché credo che sia questa la vera sfida dell’umanità.

Vale la pena citarlo di nuovo: «È mai possibile che la globalizzazione porti benefici solo ai potenti, a chi ha in mano le sorti della finanza, della speculazione, degli investimenti, delle imprese? È possibile che non abbia nulla da offrire agli uomini, alle donne e ai bambini che vengono devastati dalla violenza della povertà? E ora capirete perché quest’uomo ormai vecchio, quasi al tramonto della propria vita pubblica e alle soglie del nuovo secolo, al quale avete concesso il privilegio di prendere commiato da voi, abbia sollevato questi aspetti così concreti di questioni ancora irrisolte».

Ho parlato di questo apertamente nel passato con altri, ma ne parlo con voi, in questa occasione, perché siete giovani e avete in mano il futuro. Ne parlo oggi con voi perché chi ha la responsabilità di gestire un’azienda globale ha il dovere di allargare la propria mente e guardare al di là delle mura di un ufficio. Ne parlo con voi perché il vostro impegno va oltre un semplice dovere professionale. C’è una realtà che non possiamo dimenticare. Tutto ciò richiede di prendere coscienza che non potranno mai esserci mercati razionali, sviluppo e benessere se gran parte della nostra società non ha nulla da mettere in gioco al di fuori della propria vita. Talvolta mi chiedo se abbiamo modelli mentali così rigidi che – anche di fronte a chiari segnali di minaccia dal mercato – continuiamo a restare indifferenti nel nostro benessere e non proviamo disagio di fronte a chi non ha nulla. Trovare una soluzione ai problemi sollevati da Mandela significa trovare una soluzione alla gestione del libero mercato.

Abbiamo il dovere di contribuire a colmare questo divario. Abbiamo il dovere di riparare le conseguenze che derivano dal funzionamento dei mercati. Ognuno nel suo piccolo. Questo è un impegno che riguarda tutti. Specialmente voi, che avete il domani da costruire. È una grossa responsabilità ed è la sfida più alta che possiamo e dobbiamo affrontare.

Ma sono le grandi sfide che danno un significato più profondo a quello che siamo.

(continua…)