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La flotta islamica che sbarca. Un cavallo di Troia?

Mercoledì, 6 Aprile 2011

itstud13Sulla Stampa di ieri uno scrittore, poeta e pensatore dalle forti venature pessimistiche, una delle figure più riverite nel panorama culturale italiano come Guido Ceronetti ha squarciato con un colpo di sciabola, con “un’opinione-pirata”, il velo dell’ipocrisia umanitarista, che avvolge il dibattito – se dibattito si può definire, sull’ondata di profughi e clandestini dal nord Africa che sta raggiungendo l’Italia. Gettando un allarme. Ceronetti in “Dal mare il pericolo senza nome”, scrive: “Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. ‘Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro’. (…) Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare”. Invece, per Ceronetti è “strano”, “che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. (…) Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione”.Eppure, prosegue Ceronetti, “un senso di inconscio risveglio dell’istinto difensivo mi pare di leggerlo in questa perdurante spontanea esposizione del tricolore. C’è come un grido silenzioso dell’anima profonda. Queste bandiere non celebrano un passato, ma sono talpa che non vuole diventare casa loro e grida aiuto”. Ceronetti coltiva il sospetto che la “flotta da sbarco squisitamente islamica” che sta arrivando ondata dopo ondata, per spandersi in tutta la penisola, “sia stata pianificata, per l’occasione prevista della rivolta tunisina”. Che i sommovimenti politici e sociali che stanno squotendo il nord Africa e il medio oriente, quelli che la vulgata e l’opinione pubblica hanno prontamente etichettato come la “primavera araba”, siano qualcosa di più diverso e meno promettente. Ad esempio perché “hanno schiodato Israele dal suo ruolo fisso di centro di una ‘questione mediorientale’ stanca di essere diventata uno sgangherato luogo comune”. Un’invasione, “pianificata: non si sa da chi”, ma “il mio non è che un sospetto fondato”.Fondato su alcune evidenze, che lo scrittore non nasconde: “Il popolo che sbarca è di uomini validi, tra i diciotto e i quaranta, che pagano un esoso biglietto. (…) In qualità di profughi da guerre, lo scenario di guerra è da trovare. Le folle di veri profughi le conosciamo: prevalgono le donne e i bambini, ci sono immagini strazianti di vecchi che si trascinano… Qui l’anomalia è sbadigliante: di vecchi neanche l’ombra, e di aneliti a trovare lavoro non ce n’è spreco. Allora, c’è un plausibile scopo? Portare scompiglio politico e sociale in una Italia afflitta da sgoverno cronico? Saldarsi ad una comunità religiosa islamica preesistente già forte di voce, e da tempo? Azione in vista di un sogno, che potrebbe prendere corpo, di califfato europeo in cui l’europeo autoctono diventerebbe dhimmi (cristiano o ebreo tollerato, pagante tassa)?”.“Puoi pensarle tutte. La verità, nelle predicazioni unanimemente buoniste, è certamente impossibile trovarla”. Per nulla consolante, per lo scrittore, è “la soluzione del governo, dominato dai vantoni celoduristi della Lega, e promossa dal loro stesso ministro dell’Interno, è sconcertante: lo sparpagliamento lungo tutta la penisola della promettente piena umana in arrivo mediante una flotta di mezzi navali”. Infine chiude, da sublime Cassandra, evocando “un paragone classicissimo”: “La faccenda del cavallo di legno che sorprese l’eccessiva credulità dei poveri Troiani, che per metterselo in casa avevano addirittura squarciato le mura. Difficile, più che mai, capire; ma intelligere è essenziale. E una volta compreso prendere decisioni giuste è difficilissimo. Volerle giuste e umane, e insieme battere un nemico oscuro, un’armata disarmata, che ha per unica micidiale arma il numero, è una canzone di gesta”. ilfoglio.it

Gioco della parti sul 17 marzo

Sabato, 19 Febbraio 2011

«Angelino, spieghi bene questa cosa del referendum sulla giustizia?». Un lampo, una messinscena concordata con la Lega sul 17 marzo, il rilancio su giustizia e “legge bavaglio”. Berlusconi è convinto di essere in piena remuntada. La rimonta impossibile del Cavaliere riparte della giustizia. L’aveva detto incontrando il Capo dello Stato una settimana fa, che avrebbe «rimesso mano a tutti i provvedimenti per una giustizia giusta, a cominciare dal ritorno al testo originario sulle intercettazioni». E ieri, all’indomani degli ultimi “colpi” di una campagna acquisti parlamentare che ha ridotto i ranghi di Futuro e libertà, il premier è passato all’azione. Ma per essere perfetto, il piano aveva bisogno di un colpo di genio. Una messinscena, insomma. E così, quando alla fine del consiglio dei ministri Roberto Calderoli scrive una nota per bollare come «follia incostituzionale» la scelta del governo di trasformare il 17 marzo (150mo anniversario dell’Unità d’Italia) in un giorno festivo, nella war room del premier i berluscones si godono lo spettacolo di chi pensa all’ennesima spaccatura tra Pdl e Lega. Non è cosi. È vero, come dirà più tardi Ignazio La Russa (uno dei protagonisti della messinscena), che Bossi e Calderoli – Maroni era assente – hanno votato contro il decreto sul 17 marzo. Ma, a differenza del cruento botta e risposta andato in scena sui media, tutto s’è svolto secondo copione. Un copione scritto da Gianni Letta. Un decreto già previsto, come previsto era che pidiellini e leghisti si posizionassero sulle parti opposte della barricata per tenere buoni i rispettivi elettori (e i rispettivi sondaggi) senza fare danni. Infatti, nel chiuso della sala del consiglio dei ministri, quando si discute del 17 marzo Calderoli si limita a dire: «Ricordatevi di annotare sul verbale che io e Bossi siamo contrari». E non è una quisquillia. Perché, come sostiene un parlamentare leghista che ha raccolto le confidenze pomeridiane del ministro della Semplificazione, «questa scenetta sull’Unità d’Italia serviva anche per bloccare il dialogo della corrente di Maroni con l’opposizione». Della serie, «adesso vogliamo vederlo Bersani che ripropone il patto a chi è contrario a celebrare l’Unità d’Italia con un giorno di festa». Berlusconi è convinto di aver sminato la bomba Fini, di aver stretto nuovamente i bulloni dell’intesa con Tremonti e di aver avvelenato i pozzi del dialogo tra il titolare del Viminale e l’opposizione. Per questo, nell’attesa intervenire a piedi uniti sul tema del processo di Milano («Lo farà presto», assicura Roberto Formigni), rimette al centro dell’agenda politica quella riforma della giustizia che gli consentirà di convocare l’ennesimo referendum su sé stesso. E di lanciare la successione verso l’erede designato, Angelino Alfano. Tocca al guardasigilli, ovviamente, leggere ai colleghi ministri la relazione sul ddl che contiene la riforma costituzionale sulla giustizia, approvata all’unanimità (Maroni e Tremonti erano assenti), e annunciare un consiglio dei ministri straordinario per il via libera definitivo. «Questa riforma è basata su principi di civiltà», scalpita ogni tanto il Cavaliere che comunque, a dispetto dei rumors, è ancora prudente sul ripristino dell’immunità parlamentare. Nel testo ci sono separazione delle carriere, inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, responsabilità civile dei magistrati, doppio Csm e la riforma del titolo IV della seconda parte della Costituzione, che stando ai desiderata berlusconiani si chiamerebbe «La giustizia» e non più «La magistratura». «Angelino, ci spieghi meglio questa cosa del referendum?», chiede a un certo punto Berlusconi. E Alfano sciorina il piano che prevede l’accellerazione sulla riforma che, gioco forza, finirà di fronte agli elettori. A quello che qualche membro dell’esecutivo ribattezza il «giudizio definitivo del popolo italiano sul berlusconismo». Magari da celebrare in contemporanea alle elezioni politiche. «Basta cambiare la legge che impedisce la concomitanza tra le politiche e le consultazioni referendarie», scandisce il ministro della Giustizia. E il gioco è fatto.
Un piano a lunga gittata, ambizioso ai limiti dell’impossibile. Che vede Berlusconi&Alfano, il Capo e l’Erede, determinati a riportare a galla il testo originario sulla “stretta” alle intercettazioni telefoniche. Quella legge bavaglio «per cui adesso abbiamo i numeri in Parlamento», confida il premier. Che poi scappa all’incontro bilaterale con la Santa Sede e trova il modo di parlare a quattr’occhi con il presidente della Cei Bagnasco. A cui anticipa un’altra accelerazione: quella sui temi etici, a partire dal testamento biologico. t.labate riformista

E Maroni leggera’… il suo elenco

Sabato, 20 Novembre 2010

Poveri noi, il ministro con la coppola (ricordate la foto di Panorama? vedi blog) finità in tv a leggere l’elenco dei successi del ministero/lega contro la mafia. per otttenere questo risultato si sono mossi politici e  alti burocrati della televisione, sono state minacciate cause e ricorsi alle autorità di vigilanza (regalando share a un progranna, quello di saviano e fazio, salvo qualche picco, alquanto mortaccino). leggere l’elenco serve, secondo maroni, a risarcire la dignità e l’immagine della legge pregiudicata dallo sproloquio di saviano. secondo maroni, le parole di saviano sono più forti dell’arresto dei 28 su 30 dei latitanti più pericolosi d’italia (incredibile la copertura mediatica dell’evento. Maroni, questa volta, dovrebbe ringraziare Saviano). mah! dopo fini e bersani, più di fini e bersani, maroni non si rende conto che, andando a leggere un elenco (un elencoooo!!!)  sta sopravvalutanto la televisione e umilando la politica. ma, d’altra, cosa ci si poteva attendere da un ministro che si è fatto fotografare con la coppola?!? temis

Maroni: nuovo terrorismo – ma se l’attentato è un bluff, perchè?

Domenica, 3 Ottobre 2010

Le rivelazioni di Repubblica portano a dubitare che quello di Belpietro sia stato un vero attentato. Il capo scorta aveva già sventato un analogo tentativo a danno del giudice D’Ambrosio che proteggeva. Qualcosa non torna e gli inquirenti lo hanno già fatto capire. Ma quello che più non torna sono le dichiarazioni di Maroni, che traggono spunto dall’attentato a Belpietro per mettere in guardia da nuovi possibili (se non imminenti) episodi. Eppure quello di Belpietro potrebbe essere un finto attentato…(cosa sta cercando di fare Maroni? sfruttare l’occasione politicamente? (se fosse tutta una burla, temis è spinta a ritenere che la stessa sia stata organizzata a fini di carriera dal poliziotto – che nel precedente attentato era stato promosso – e non che quest’ultimo abbia agito su istigazioni di qualcuno) Ma a qual fine? creare un état di espirt di pericolo per consolidare il governo? temis

Ma in che Paese viviamo?

Giovedì, 2 Settembre 2010

maroni-coppolala foto di Maroni vestito da mafioso. pubblicata da Panorama. temis

Primo giorno di seccessione (by Colombo)

Lunedì, 7 Giugno 2010

tumblr_l35il54TXQ1qz7hmlo1_500A Varese il ministro degli Interni Maroni ha partecipato a un happening che era un po’ una presa in giro della Festa della Repubblica e un po’ una dichiarzaione di indipendenza
Osservate Matteo Salvini mentre si lascia mostrare su un monitor del Tg3 Linea notte: cautamente il conduttore Mannoni sta indietro come un domatore prudente. L’idea che il monitor sia una gabbia che tiene alla giusta distanza un esemplare pericoloso è suggerita dallo sguardo-sfida di Salvini (quando sta in silenzio), dalla smorfia di caratterista cattivo del vecchio cinema, quando ascolta la domanda; l’impeto – diciamo pure la violenza – con cui risponde. Trapela un intento: essere offensivo. Ma con la tecnica acquisita in questi ultimi due anni (credo come scambio con l’immenso potere con cui questo 10% regionale di Lega-Padania governa l’Italia), di essere maleducato con chiarezza, ma evitando con una certa bravura l’insulto finale.
Il piccolo quadro che sto descrivendo riguarda alcuni minuti nella notte dal 3 al 4 giugno in cui il conduttore del Tg3 tenta di tenere in equilibrio il predetto Matteo Salvini, deputato europeo Lega nord, consigliere comunale di Milano Lega nord, direttore di Radio Padania e di varie altre cose (perché tutto il vertice Lega ha incarichi multipli) nello scambio di idee con la giovane scrittrice napoletana Valeria Parrella. A differenza di nove su dieci scrittori italiani anche di fama, Parrella non finge simpatia per la Lega “radicata nel territorio”. Poiché il conduttore le richiede un’opinione sul movimento di Bossi, la scrittrice risponde: “Non mi piace un partito xenofobo che governa tutta l’Italia ma è eletto solo in due regioni, che perseguita i Rom e rimanda in Libia gli immigrati”.
Come dieci notabili del patto Berlusconi su dieci, Salvini ribatte subito: “Come si permette una persona che dovrebbe essere di cultura, di insultare tre milioni di elettori che hanno votato Lega?” E aggiunge il secondo falso argomento Pdl-Lega di tanti dibattiti: “In tutti Paesi europei governano partiti come la Lega”. Un fatto notoriamente non vero. Un partito secessionista al governo è un fatto unico. Per fortuna non aggiunge il terzo classico argomento che recita: “Tutta l’Europa ci invidia”, di volta in volta una legge, la violazione di una legge o la prepotenza estrosa di un sindaco Lega nord. Salvini è un buon esempio: occupare, spintonare, rivolgersi con malagrazia a chi osa obiettare (sulla secessione, sul disprezzo per le istituzioni italiane, sul vistoso distacco tra gli eventi del mondo e la politica imposta dalla Lega, sul deterioramento precipitoso della immagine italiana, sul rispetto dei diritti umani o dei trattati internazionali) e fa capire, con toni, che una volta si dicevano squadristi, “siamo appena all’inizio”.
Ma questa volta, il 2 giugno 2010, Festa della Repubblica, il ministro dell’Interno italiano (che però è, e si dichiara, della Padania, nome politico di una parte dell’Italia di imprecisata definizione) ha partecipato ad un happening estroso nella città di Varese, con banda musicale che esegue canzonette e una evidente atmosfera goliardica che vuole essere una presa in giro della Festa della Repubblica italiana e una dichiarazione di indipendenza. Ovvero, per usare la parola cara alla Lega e inclusa nell’articolo 1 della Carta di quel partito, “Secessione”. In tutte le strutture giuridiche statuali la secessione come proclama e come programma è considerata reato. Oppure è sottoposta, in tempi stretti, a referendum popolare. È troppo grave il pericolo di essere uno Stato né integro né diviso.O – peggio – un Paese unito ma governato da ministri secessionisti che dovrebbero essere, legittimamente, sospettati di lavorare al loro progetto, che non è il bene di tutto il Paese, ma quello della divisione, stando nella stanza dei bottoni.
La sera del Tg3 il deputato Salvini, che non è l’ultimo venuto (né il più maleducato) nel suo partito ha detto agli spettatori italiani: “Bè, dov’è il problema? C’era la Cecoslovacchia e poi si sono divisi. Adesso c’è una Repubblica Ceca e ce n’è una Slovacca e non si lamenta nessuno”. È vero. Ma nessuno di coloro che volevano mutilare Praga era, nello stesso tempo e nello stesso momento, al governo a Praga, con facoltà di imporre leggi e trattati che potevano cambiarne il senso e l’immagine.
E soprattutto, potevano condizionarne il futuro, anche economico. Per esempio, il trattato politico-militare con la Libia, il più stringente e oneroso mai sottoscritto dall’Italia, impegna la Repubblica italiana, non la Padania, a versare venti milioni di dollari alla Libia ogni anno per cinque anni, in cambio del servizio che la Libia sta rendendo all’Italia, provocando l’indignazione del mondo: far sparire i migranti prima che riescano ad attraversare il mare. Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie hanno rivolto all’Italia novantadue quesiti sul rispetto (meglio, sulla sistematica violazione) dei diritti umani nel nostro Paese. Il sottosegretario Scotti (Pdl) ha detto candidamente in Parlamento: “L’Italia è fiera del suo rispetto per i diritti umani. Ma non abbiamo risposto alle domande che avevano a che fare con il ‘Pacchetto sicurezza’ perché non siamo tenuti a giustificare le nostre leggi votate da un Parlamento sovrano”.
Sono le leggi volute dalla Lega, che danno la caccia agli immigrati, abbattono i campi Rom, negano diritti legali e sanitari nelle carceri speciali dette “Centri di immigrazione e di espulsione”, dove non ci sono regolamenti e garanzie. Sono le leggi imposte dalla Lega al Pdl e dal Pdl a Camera e Senato italiani. Creano il circolo vizioso del partito regionale del 10% che governa tramite ricatto – e senza rapporto con il voto – il Paese che la Lega vuole spaccare. Il ricatto riguarda la giustizia, ossessione snervante e distruttiva del premier. Il voto della Lega assicura alla maggioranza il successo nella lotta ai giudici. In cambio la Lega ottiene mano libera nella persecuzione di Rom e immigrati. Due percorsi di civiltà. Questo sciagurato modo di governare purtroppo ha incontrato solo un’opposizione sporadica, un’opposizione che non ha mai voluto affrontare l’insieme del pessimo percorso di lavoro su cui è stato spinto il Parlamento. Ancora oggi, mentre la crisi economica attanaglia il Paese, i favori alle richieste ossessive e xenofobe della Lega si scambiano continuamente con il voto alla cieca per ogni nuova legge anti-processi e anti-giudici. Per il Paese, per i suoi giovani, i suoi precari, i suoi senza lavoro, i suoi senza assistenza, ma anche per la scuola, gli ospedali, i cittadini disabili, niente! L’Italia governata da Lega e Pdl sostiene che è meglio e più urgente abbattere un campo nomadi con le ruspe, espellere (verso un Paese che non conosce) un artigiano che lavora da 20 anni in Italia (e la arricchisce); che è meglio bloccare la libera stampa, le intercettazioni telefoniche, evitare i processi a una sola persona, tutto ciò piuttosto che creare ricerca, ripresa, lavoro e un’immagine rispettabile del Paese. Tutto ciò un momento prima della secessione. La Lega, si capisce bene dal comportamento di Maroni, dalle spavalde battute di Calderoli, dal ritorno di Bossi alle parole “fucili” e “rivoluzione”, sente l’odore del sangue, nel senso di Italia spaccata. La sfida è a tutto campo. Per esempio i leader leghisti, a cominciare da Cota, nuovo presidente del Piemonte che resta deputato a Roma, cumulano con sfacciataggine due o tre stipendi. In buon numero senatori e deputati leghisti sono sindaci, assessori, consiglieri, a diversi livelli locali. Uno come Salvini ti direbbe che prende in anticipo un risarcimento da Roma ladrona. Ma la vera domanda non è per loro, che almeno sono sinceri (vogliono spaccare il Paese, lo dicono e si danno da fare). La vera domanda è per tutti, destra, sinistra e istituzioni. Che cosa si sta facendo per salvare l’integrità di ciò che dai tempi del Petrarca si chiama Italia e che da 150 anni è un Paese unito? C’è poco tempo per rispondere. (f. colombo  il Fatto Quotidiano del 6 giugno)

Servizi deviati: di nuovo e sempre!

Martedì, 13 Aprile 2010

tumblr_kzvjhjXznc1qzf9y4o1_500Politici spiati e minacciati dai servizi segreti? L’interrogativo tiene banco in queste ore nei palazzi della politica romana, e presto sarà al centro dell’attenzione della procura di Reggio Calabria dov’è pendente un’inchiesta che ha come parte lesa il parlamentare del Pdl, Italo Bocchino, uno dei parlamentari che sarebbero stati minacciati e pedinati.

Troppe coincidenze fanno da sfondo a una vicenda oscura che coinvolgerebbe altri esponenti politici oltre al vicepresidente dei deputati del Pdl che quand’era al Copasir criticò l’opera di smantellamento delle «reti» del Sismi in Irak all’indomani del ciclone Abu Omar.

Per iniziare a districarsi in questo ginepraio occorre dare un’occhiata alla domanda di autorizzazione a procedere dell’acquisizione dei tabulati telefonici di Bocchino inoltrata alla Camera dal procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Il quale, in merito all’indagine che sta conducendo la collega pm Carmela Squicciarini, riporta una nota del sostituto dove si ricostruisce parte della storia.

Questa: il 1º febbraio scorso Bocchino si presenta alla polizia postale e presenta una querela contro ignoti per aver ricevuto sul suo cellulare personale, il giorno prima, alle ore 20.44, un sms di minacce. Le prime indagini permettono di risalire a un numero che apparterrebbe a una cabina pubblica di Reggio Calabria. Per andare avanti con gli accertamenti sui tabulati, però, c’è bisogno di un’autorizzazione della Camera.

«Ciò posto – scrive infatti il pm Squicciarini – l’identificazione del mittente, autore del reato, non può che avvenire previa acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, limitatamente al giorno ed alla fascia oraria di interesse dell’utenza in uso al querelante, al fine di individuare esattamente la postazione telefonica utilizzata e quindi di verificare l’eventuale presenza di servizi di videosorveglianza ivi installati, che abbiano ripreso il soggetto intento a scrivere l’sms e/o a ricostruire la storia del mezzo di pagamento utilizzato al fine di risalire all’utilizzatore della carta prepagata, o di altra carta di pagamento, sulla scorta del traffico telefonico che risulti essere prodotto con il medesimo mezzo di pagamento».

La procura chiede soprattutto di poter visionare i tabulati di Bocchino «limitatamente al periodo compreso tra le ore 20 e le ore 21 del giorno 31 gennaio 2010». Che poi è lo stesso arco di tempo in cui sempre da Reggio Calabria, sempre dallo stesso numero, un minuto prima, e un minuto dopo le minacce a Bocchino, altri sms di minaccia venivano recapitati sui cellulari riservati di almeno altri due importanti 007. E se l’utenza di Bocchino poteva essere a conoscenza di più persone, i numeri dei funzionari dei servizi segreti erano sconosciuti a tutti, tranne a Forte Braschi.

Le minacce via sms, dunque, sembrano scritte dalla stessa mano. A che pro? Non è dato saperlo. A meno che non si voglia dare credito alle voci di pedinamenti, da parte di elementi distaccati del Sismi in un «raggruppamento», che avrebbero interessato altri politici, tra cui lo stesso Bocchino. Il quale sarebbe stato avvertito di queste «attenzioni» particolari da un «addetto ai lavori».

Di ciò l’esponente del Pdl avrebbe anche discusso a quattr’occhi con l’ammiraglio Bruno Branciforte, successore di Pollari alla guida del Sismi per nomina del governo Prodi. Il quale proprio a Bocchino avrebbe chiesto un appuntamento per spiegare che lui non sapeva niente delle «voci» circa l’esistenza di una struttura, alle sue dirette dipendenze, che pedinava politici e ministri.

Richiesto di una conferma o di una smentita, Italo Bocchino si è trincerato dietro un cauto no comment: «La questione è estremamente delicata, di questo non parlo certamente coi giornalisti. Confermo solo, visto che c’è una richiesta di acquisizione dei tabulati, l’inchiesta di Reggio nata in seguito ad alcune strane minacce che ho ricevuto sul mio apparecchio. Sul resto non dico niente. Se, e quando, il magistrato riterrà opportuno convocarmi, allora in quella sede dirò tutto ciò di cui sono venuto a conoscenza».

A dirla tutta, già a metà novembre Bocchino era stato fatto oggetto di avvertimenti minatori («Bastardo agente segreto»), provenienti stavolta da una cabina pubblica alle periferia est della capitale. E sempre a novembre ad alcuni 007 erano giunti avvertimenti simili

Si fa, dunque, irrespirabile l’aria nell’Aise, scosso sia dalla bufera giudiziaria che ha defenestrato l’ex direttore Nicolò Pollari, sia dalle rivelazioni di Francesco Cossiga – uno che di intelligence sa più di chiunque altro – che il 15 luglio denunciava «l’irritualità» di contatti segreti tra 007 e pm avvenuti prudenzialmente, guarda la coincidenza, da una cabina telefonica dentro l’Aise. Ancora Cossiga il 28 luglio scorso denunciò intercettazioni e pedinamenti di 007 «a membri del governo».

E il 2 ottobre, interrompendo un’intervista col Giornale, rispose in modo piccato al suo interlocutore: «Ma ti rendi conto? Io pedinato da una Punto bianca, la mia scorta se ne è accorta, e sai di chi era? Dell’Aise, era. Dove vogliamo arrivare? Davvero vuoi che la prossima volta faccia un’interrogazione con numero di targa e meno degli occupanti?».

In questo clima di caccia alle streghe c’è chi ha rispolverato un’altra strana storia che ha per oggetto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Tempo addietro, nei pressi della sua abitazione, la scorta si accorse di un’auto sospetta sotto casa. Fece un controllo e le persone che sedevano nell’abitacolo si qualificarono come carabinieri alle prese con un’indagine. Gli angeli custodi del ministro si appuntarono i nomi e i numeri di targa. L’indomani svilupparono i controlli: ai carabinieri, però, quei nomi non risultavano, eppoi la macchina era stata presa a noleggio.

Da chi? Dall’Aise. Che si giustificò spiegando che «ovviamente» non era il ministro l’oggetto del loro appostamento ma una società cinese di un palazzo di fronte. L’entourage del ministro oggi conferma che effettivamente l’utilitaria sotto il palazzo era dell’Aise ma che, «ovviamente», non era lì per Roberto Maroni bensì per indagini che riguardavano ben altre questioni. Una coincidenza, l’ennesima. «Ovviamente».

g.m. chiocci ilgiornale.it

Maroni: sì ai quartieri a luci rosse. Il primo: Montecitorio

Sabato, 7 Giugno 2008

Maroni: sì ai quartieri a luci rosse. Il primo: Montecitorio

Parla Corona: le foto del clan Berlusconi gli amori di Maroni la Moric il Milan

Venerdì, 22 Giugno 2007


“Il caso Cambi-Falchi. Il lancio della Santarelli. La «scappatella» di Maroni Corona, ecco i verbali degli interrogatori Le ragazze partite dal basso e gli accordi segreti sulle foto: «Quelle sui figli di Berlusconi le passavamo sempre al suo ufficio stampa»
Fabrizio Corona e l’ormai ex moglie Nina Moric (Lapresse)
MILANO ? Determinato, anche troppo sicuro di sé nonostante le molte settimane di carcere. In tre interrogatori, alla presenza dei difensori Manuela Marcassoli, Giuseppe e Francesco Strano Tagliareni, Fabrizio Corona – a cui giovedì sono stati revocati anche gli arresti domiciliari – risponde alle domande dei magistrati senza apparenti tentennamenti, tranne quando a incalzarlo è il pm Frank Di Maio. È convinto di essere vittima di un errore giudiziario e addirittura di una macchinazione ordita contro di lui dalla concorrenza per estrometterlo dal ricco mercato che ruota intorno al gossip. «L?unico errore che ho fatto?dice ?è stato perdere l?umiltà».
Fabrizio e Lele
Parte da lontano Corona di fronte al gip Giulia Turri e al pm. Da quando a 18 anni viene bocciato e il padre, famoso e stimato giornalista scomparso di recente, lo manda a lavorare in un?agenzia fotografica. È l?inizio della sua fortuna, e dei suoi guai. Lì «ho capito tantissime cose e ho visto tutte le possibilità di questo lavoro». Fabrizio Corona ha stima, affetto filiale e ammirazione per Lele Mora, almeno quanta sembra averne per se stesso: «Ho sempre detto a mia madre: “Sarò uno che a 30 anni avrà un sacco di soldi”». A 22 incontra il manager dei vip, veri o presunti, che lo fa lavorare, ma lui vuole di più: «Mora ha creduto in Simona Ventura che quando andò da lui non era nessuno (…), l?ha presa e a poco a poco l?ha costruita, l?ha plasmata, fino a quando è diventata quello che è». Potrebbe fare lo stesso con lui, che ha «una cultura, un?educazione» perché «sono cresciuto in un certo ambiente della Milano bene, conoscevo tutti gli stilisti, i giornalisti, i direttori».
Intuizione e paparazzate
«Nell?agenzia di Lele Mora c?era un buco di una parte fotografica e giornalistica» e per riempirlo Corona propone due nuove strutture: una per «le foto ai cento artisti» della Lm, l?altra che gestisca «le ragazze belle, carine, giovani, che partivano dal basso». Mora declina, ma invita Fabrizio a fare da solo assicurando la propria collaborazione. Nasce la Corona?s: «La prima ragazza fu Elena Santarelli » che cominciò con l?Eredità alla Rai «quando ancora non aveva il seno», «l?ho messa in televisione, l?ho fatta lavorare». Oltre a gestire i servizi fotografici «posati», quelli concordati e studiati, avvia gli uffici stampa che comprano la pubblicità per conto delle ditte. «Se il giornale fa la pubblicità poi ti dà qualcosa in più, se parla di occhiali, ti mette il tuo occhiale, alla copertina con la mia artista le facevo mettere la giacca del mio cliente». Per l?ingaggio dei testimonial Corona prendeva una percentuale dalla ditta, un?altra andava a Mora, il resto al personaggio. È a questo punto che nasce il «reparto paparazzate». «Se io andavo a fare un servizio alla Colombari (Martina, ndr) per la copertina di Max, servizio posato, mandavo un paparazzo che poi dopo la seguiva, magari faceva foto al parco col bambino, le vendevamo al giornale, con una differenza: si guadagnava molto, ma molto di più perché non avevi il costo del trucco, parrucco, styling, robe varie e potevi fare anche 50 servizi al giorno». Una catena di montaggio che tutto sfrutta e trasforma in denaro.
Il nuovo mondo
«Tra il 2003 e il 2006, c?è un cambiamento totale nel mondo della televisione e nel mondo dei giovani». Nascono le vallette, le veline, le letterine i personaggi dei reality che non sanno fare niente, ma «sono conosciuti dalla massa». I settimanali bramano i pettegolezzi su costoro. Grazie alla rete di conoscenze e informatori, Fabrizio Corona apprende anche notizie che, ovviamente, rivende. «Al settimanale Chi ho venduto semplicemente una notizia. “Signora Giacobini (racconta parlando dell?allora direttrice, ndr) ti do la notizia”. “Qual è la notizia?” “Ilary Blasi è incinta”, “Di chi? Non ci credo”, “Facciamo un contratto. Io ti fatturo 21.000 euro, se poi tra nove mesi non è incinta tu mi storni la fattura”, Giusto? O tra tre mesi. Bene, fattura pagata».
Cambi e Falchi
«Matteo Cambi, titolare della Guru, ragazzo di 27 anni che per fortuna e per bravura ha creato un?azienda che negli ultimi due anni ha fatturato una media d 150 milioni di euro, aveva come amministratore un emolumento mensile di un milione di euro, pagava 20mila euro al mese alla Corona?s per un ufficio stampa (…). Gli organizzavamo gli eventi. Doveva aprire un negozio? Gli portavamo cinque, sei artisti, gli davamo i testimonial per la campagna nuova, gli davamo i fotografi e lavoravamo sulla sua immagine». Quando a sera si andava a cena Cambi «è uno che magari dice “Stasera andiamo a Parigi” e queste impazzivano, uscivamo, e non è che lui le pagava, ma queste si buttavano addosso a lui. Ovviamente io avevo i paparazzi, facevano le fotografie e lo mettevo in copertina sui giornali». La gente collegava Guru al suo marchio «e lui era felicissimo». Corona racconta un aneddoto: Cambi vuole celebrare un nuovo negozio a Parma: «Nel periodo in cui era stato arrestato Ricucci e la Falchi aveva bisogno di soldi» decisero di ingaggiare la soubrette. «Dissi all?ufficio marketing che per la Falchi volevano 50.000 euro. Diedi alla Falchi 30.000 euro (…), dopo l?evento siamo andati a cena, dopo la cena si sono frequentati tre giorni, ho fatto delle foto strepitose alle 7 del mattino, loro due abbracciati in terrazza, ho venduto il servizio a 80.000 euro a Gente. Quel numero di Gente con Matteo Cambi e l?Anna Falchi in copertina ha venduto 400.000 copie in più. Matteo Cambi per tre mesi finì su tutti i giornali e mi ha ringraziato per tutta la vita». Flirt smentito da Cambi e dalla Falchi.
Una macchina da guerra
Più volte l?indagato torna sull?accusa di aver estorto o tentato di estorcere denaro (poche migliaia di euro per 7 casi, metà dei quali dati ai fotografi, spiega) ad alcuni personaggi paventando la pubblicazione sui giornali di foto compromettenti. «Perché per 15-20.000 euro mi dovevo giocare una macchina da guerra che fatturava 7 milioni e mi permetteva di guadagnare 300 mila euro al mese?». Negli interrogatori proverà a confutare le accuse.
Nina, il grande amore
I futuri coniugi, ora separati da due giorni, si incontrano nel 2000. Corona si innamora di Nina «non perché è una bella donna (…), ma perché è una donna speciale, e sinceramente di sposarmi a 25 anni, con la vita che facevo, che guadagnavo bene… mi divertivo ero in un certo ambiente…, pensavo che non mi sarei mai sposato, però ho trovato quella ragazza che aveva quel qualcosa di diverso emi sono innamorato. Dopo due mesi rimase incinta di due gemelli. E io mi angosciai. Cioè, fondamentalmente li volevamo e mi angosciai perché non avevo un lavoro fisso, non avevo un?identità, non avevo un ruolo». E allora si getta ancora di più nel lavoro. Vuole affermarsi, vuole che un giorno i suoi figli siano orgogliosi di lui. A Nina al telefono intercettato confida di sentirsi un «pezzo di m….» e di guadagnare «soldi marci» perché «nascono da un guadagno che provoca la maggior parte delle volte dei dolori sentimentali, delle crisi enormi a moltissima gente, però purtroppo è il mio lavoro e lo devo fare». A Milano, dice, «ho ormai solo tre amici».
L?accordo per Milan e Berlusconi
Essendo un «imprenditore», Corona punta al profitto e investe sul futuro. Quando circolano foto compromettenti di persone amiche lui è pronto a perdere gran parte del guadagno, non tutto, vendendo gli scatti ai diretti interessati. Lo stesso fa quando ritiene che, facendo un favore, domani potrà essere lui a riceverne uno. In un caso esiste un accordo preventivo: «Qualsiasi foto dei figli di Berlusconi, di (Silvio) Berlusconi, prima di farle girare ai giornali vanno vagliate dal suo ufficio stampa, il suo ufficio stampa decide se possono andare ai giornali o no, se non possono andare ai giornali me le comprano loro». «Come nel caso di Barbara (Berlusconi, accusa di estorsione caduta, ndr), sapendo che è il proprietario della Mondadori, gliele do, tutte le volte che vengono le foto della famiglia Berlusconi le passo a Mity Simonetto che mi dice “Sì”, “Sì”, “No”, “No”». Lo stesso gli ha chiesto Adriano Galliani: «Si evitano scandali e i tifosi non si lamentano. Se tu hai un giocatore che paghi 8 milioni di euro l?anno che dice che non riesce a giocare perché ha la saudade e la tristezza (il riferimento è all?interista Adriano, presunta vittima di Corona, ndr) e poi vedi che questo va a tr… (…) tu lo prendi e gli dici (…) “senti bello ci sono le fotografie, questi sono i tuoi problemi. Adesso ti multo di 100 mila euro, tanto le foto me le paga 30-40 mila euro».
L?harem dell?ex premier
Un paparazzo è sempre un paparazzo. Anche dietro le sbarre soffre per uno scoop. Quando su Oggi sono uscite le famose foto di Silvio Berlusconi in compagnia di alcune ragazze, immediatamente Corona ha voluto sapere tramite uno dei suoi avvocati chi le aveva fatte: «Nessuno lo sa, io sì perché noi dell?ambiente lo sappiamo (…) è lo scoop più bello degli ultimi trent?anni», «sarà stato pagato anche 200 mila euro. E a me mi vengono i brividi perché non l? ho potuto fare io» anche se, proprio per l?accordo con Milan e Berlusconi, «non sarebbero mai uscite».
Maroni e la segretaria
Anche l?ex ministro Roberto Maroni finì «paparazzato» in compagnia della sua segretaria a Roma. A bloccare le foto prima che andassero ai giornali (come accadde) fu, secondo Corona, il direttore di Raidue Marano che chiamò Lele Mora il quale, a sua volta, si rivolse allo stesso Corona dicendogli che era pronto a comprarle. «Insieme ad una donna… Lui… Sposato, oltretutto, che ha rapporti familiari. Lui va con la sua segretaria dentro una casa, passano quattro ore, esce con la camicia slacciata, con la cravatta slacciata (…). Entra in questo appartamento con questa fidanzata… con questa sua segretaria. Se io fossi la moglie, vedo mio marito che entra in un appartamento (…)». Perché Mora intervenne? «Non avrebbe chiesto un euro a Marano e a Maroni (…) perché Marano è il direttore di Rai 2. Perché è la Lega che lo mette lì. Vuol dire che il prossimo programma (…) prende una dall?agenzia di Lele Mora che fa il contratto e guadagna».
Così fan tutti
Le altre agenzie fotografiche è sicuro che si comportino esattamente come la sua. Vendono i servizi ai giornali e li ritirano se gli interessati pagano. Com?è accaduto poco tempo fa: «Prima che io finissi in carcere hanno ritirato un servizio di Romina junior a 80mila euro. Chieda ad Al Bano, lo chiami», dichiara a verbale prima di chiedere al pm Di Maio «perché non si è fatta un?indagine su tutte le agenzie e sono l?unico che si fa il carcere? Perché Woodcock non ha indagato tutte le altre agenzie, che fanno tutte queste cose qua?».”
(Giuseppe Guastella e Biagio Marsiglia “Il Corriere della Sera”)

(in foto: “tentata scalata ad Anna Falchi” da internet)
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Riferimenti: Il video TV della Brambilla in autoreggenti