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Il regno di Narciso (by de Benoist)

Giovedì, 2 Febbraio 2012

“La società ha integralmente adottato, senza il minimo limite e senza il minimo contropotere, i valori femminili”: in questi termini ha espresso di recente il suo parere il pediatra Aldo Naouri. Di questa femminilizzazione sono già testimonianze il primato dell’economia sulla politica, il primato del consumo sulla produzione, il primato della discussione sulla decisione, il declino dell’autorità a profitto del “dialogo”, ma anche l’ossessione della protezione del bambino (e la sopravvalutazione della parola del bambino), la messa sulla piazza pubblica della vita privata e le confessioni intimi della “tele-realtà”, la moda dell’“umanitario” e della carità massmediale, l’accento posto costantemente sui problemi della sessualità, della procreazione e della salute, l’ossessione dell’apparire, del voler piacere e della cura di sé (ma anche l’assimilazione della seduzione maschile alla manipolazione e alla “molestia”), la femminilizzazione di talune professioni (scuola, magistratura, psicologi, operatori sociali), l’importanza dei mestieri della comunicazione e dei servizi, la diffusione delle forme rotonde nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro), la moda dell’ideologia vittimistica, la moltiplicazione delle “cellule di sostegno psicologico”, lo sviluppo del mercato dell’emotività e della compassione, la nuova concezione della giustizia che fa di essa un mezzo non per giudicare in assoluta equità ma per far pesare il dolore delle vittime (per consentire loro di “elaborare il lutto” e “ricostruirsi”), la moda dell’ecologia e delle “medicine dolci”, la generalizzazione dei valori del mercato, la deificazione della “coppia” e dei “problemi di coppia”, il gusto della “trasparenza” e della “commistione”, senza dimenticare il telefono portatile come sostituto del cordone ombelicale, la progressiva scomparsa dell’imperativo dal linguaggio corrente ed infine la stessa globalizzazione, che tende ad instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre).

Dopo la penosa “cultura rigida” degli anni Trenta, non tutto è stato negativo in questa femminilizzazione, certo; ma essa è ormai scaduta nell’eccesso inverso. Al di là dell’essere sinonimo di svirilizzazione, il suo sbocco è la cancellazione simbolica del ruolo del Padre e l’indistinzione tra i ruoli sociali maschile e femminile.

La generalizzazione della condizione salariale e l’evoluzione della società industriale fanno sì che oggi gli uomini non abbiano semplicemente più tempo da dedicare ai figli. Il padre è stato a poco a poco ridotto ad un ruolo economico e amministrativo. Trasformato in “papà”, tende a diventare un semplice sostegno affettivo e sentimentale, fornitore di beni di consumo ed esecutore delle volontà materne, e nel contempo un assistente social-familiare, un aiuto-marmittone, destinato a cambiare pannolini e spingere passeggini.

Ma il padre simboleggia la Legge, referente oggettivo che si innalza al di sopra delle soggettività familiari. Mentre la madre esprime prima di tutto il mondo degli affetti e dei bisogni, il padre ha la funzione di tagliare il legame di fusione fra il bambino e la madre. Fungendo da istanza terza che fa uscire il bambino dall’onnipotenza narcisistica, egli consente l’incontro di costui con il suo contesto socio-storico e lo aiuta a collocarsi all’interno di un mondo e di un periodo di durata. Assicura “la trasmissione dell’origine, del nome, dell’identità, dell’eredità culturale e del compito da svolgere”, come ha scritto Philippe Forget. Facendo da ponte fra la sfera familiare privata e la sfera pubblica, limitando il desiderio attraverso la Legge, egli si rivela indispensabile alla costruzione di se stessi. Ma nel nostro tempo i padri tendono a diventare “madri come le altre”. Per usare le parole di Éric Zemmour, “anch’essi vogliono essere portatori dell’Amore e non più solamente della Legge”. Orbene: il bambino senza padre fa un’enorme fatica ad accedere al mondo simbolico. In cerca di un benessere immediato che non è costretto ad affrontare la Legge, la dipendenza dalla merce diventa del tutto naturalmente il suo modo di essere.

Un’altra caratteristica della modernità tardiva è l’indistinzione tra le funzioni maschile e femminile, che fa dei genitori dei soggetti vaganti, smarriti nella confusione dei ruoli e nell’offuscarsi dei punti di riferimento. I sessi sono dei complementari antagonistici, il che vuol dire che si attirano e nel contempo si combattono. L’indifferenziazione sessuale, ricercata nella speranza di pacificare le relazioni fra i sessi, finisce col far scomparire quelle relazioni. Confondendo identità sessuali (non ce ne sono che due) e orientamenti sessuali (ce ne può essere una moltitudine), la rivendicazione di omoparentalità (che toglie al bambino i mezzi per nominare la sua parentela e nega l’importanza della filiazione nella sua costruzione psichica) si riduce a chiedere allo Stato di fabbricare leggi per convalidare abitudini, legalizzare una pulsione o dare una garanzia istituzionale al desiderio, tutte funzioni che non gli spettano.

Paradossalmente, la privatizzazione della famiglia è andata di pari passo con la sua invasione da parte dell’“apparato terapeutico” dei tecnici e degli esperti, consiglieri e psicologi. Questa “colonizzazione del mondo vissuto” operata con il pretesto di razionalizzare la vita quotidiana ha rafforzato insieme la medicalizzazione dell’esistenza, la deresponsabilizzazione dei genitori e le capacità di sorveglianza e di controllo disciplinare dello Stato. In una società considerata in debito perpetuo nei confronti degli individui, in una repubblica oscillante fra commemorazione e compassione, lo Stato assistenziale, indaffarato nella gestione lacrimosa delle miserie sociali per il tramite della sua clericatura sanitaria e previdenziale, si è trasformato in Stato materno e maternizzante, igienista, distributore di messaggi di “sostegno” a una società rinchiusa in una serra. È questa società dominata dal matriarcato mercantile che si indigna oggi del virilismo “arcaico” delle periferie metropolitane e si stupisce di vedersene disprezzata.

Tutto ciò però altro evidentemente non è se non la forma esteriore del fatto sociale, dietro la quale si dissimula la realtà delle disuguaglianze salariali e delle donne picchiate. La durezza, evacuata dal discorso pubblico, ritorna con tanta più forza dietro le quinte, e la violenza sociale si scatena sotto l’orizzonte dell’impero del Bene. La femminilizzazione delle élites e il ruolo acquisito dalle donne nel mondo del lavoro non ha reso quest’ultimo più affettuoso, più tollerante, più attento all’altro, ma soltanto più ipocrita. La sfera del lavoro salariato obbedisce più che mai alle sole leggi del mercato, il cui obiettivo è accumulare all’infinito lucrativi ritorni sugli investimenti fatti. Il capitalismo, si sa, ha costantemente incoraggiato le donne a lavorare al fine di esercitare una pressione al ribasso sul salario degli uomini.

Ogni società tende a manifestare dinamiche psicologiche che si possono osservare anche a livello personale. Alla fine del XIX secolo regnava frequentemente l’isteria, all’inizio del XX secolo la paranoia. Nei paesi occidentali, la patologia più corrente oggi sembra essere un narcisismo di civiltà, che si esprime in particolare nell’infantilizzazione degli agenti, in un’esistenza immatura, in un’ansia che porta spesso alla depressione. Ogni individuo si prende per l’oggetto e la fine di tutto, la ricerca del Medesimo prende il sopravvento sul senso della differenza sessuale, il rapporto con il tempo si limita all’immediato. Il narcisismo produce un’ossessione di auto-generazione, in un mondo senza ricordi né promesse, in cui passato e futuro sono egualmente ripiegati su un eterno presente e in cui ciascuno assume se stesso come oggetto del proprio desiderio, pretendendo di sfuggire alle conseguenze dei propri atti. Società senza padri, società senza punti di riferimento! a. de benoist  (da “Éléments” n. 121, estate 2006) via diorama.it

 

I maschi più bravi a scoprire l’infedeltà

Lunedì, 3 Novembre 2008

A loro non si può mentire, se ne accorgono subito forse perché l’argomento per loro non ha segreti: gli uomini sono molto più bravi delle donne a scoprire se la propria partner li tradisce. La scienza ha individuato e quantificato la peculiare abilità: il sospetto di infedeltà da parte maschile si rivela fondato nel 94 per cento dei casi contro l’80 per cento di casi in cui le donne che credono che il loro uomo le abbia tradite hanno effettivamente ragione.

Il professor Paul Andrews della Virginia Commonwealth University di Richmond, negli Stati Uniti ha chiesto a 203 coppie eterosessuali di rivelare in questionari riservati se e quante volte avevano tradito mariti e compagni. I maschi sono risultati più sinceri ammettendo nel 29 per cento dei casi l’infedeltà. Solo il 18,5 per cento delle donne hanno detto di essere state infedeli almeno una volta a mariti e compagni. Allo stesso tempo gli uomini hanno rivelato un sesto senso quasi infallibile nello scoprire le corna, anche se in generale tendono a sospettare maggiormente la loro partner di infedeltà.

Dallo studio emerge un altra caratteristica: mogli e compagne sono più reticenti nello svelare certe informazioni. E sono più brave a coprire le tracce delle loro scappatelle, anche se i maschi sono molto acuti, quasi fenomenali, nello scoprirle.

I ricercatori, che hanno pubblicato il loro studio sulla rivista Human Nature, azzardano una spiegazione darwiniana di questa "guerra fra sessi". Sarebbe l’evoluzione a rendere i maschi così sospettosi di possibili tradimenti perché non possono essere sicuri che la prole che accudiscono sia effettivamente la loro. Una forma di autodifesa, quindi. La stessa spiegazione probabilmente potrebbero addurla le donne, per motivare invece la precisione con cui loro, le tracce delle infedeltà, tendono a nasconderle così bene.

(continua…)

In nome della mascolinità occidentale

Mercoledì, 6 Febbraio 2008

La crociata dello scrittore inglese Martin Amis contro l’Islam è giunta ad un punto di non ritorno. Con la pubblicazione di The Second Plane. September 11: 2001-2007 (Jonathan Cape, £12.99, pp. 214, in corso di traduzione per Einaudi), Amis ha chiuso il cerchio disegnato nel XIX secolo dagli ideologi vittoriani che avevano accusato il mondo islamico di essere sensuale e decadente.
Dopo l’11 settembre, scrive Amis, gli «islamici» avrebbero rivelato la loro «frustrazione sessuale». Lo scrittore inglese ha così ripreso la tesi di chi ha sostenuto che gli attentatori suicidi di Al Qaeda abbiano cercato, in realtà, il modo più semplice per trovare un gineceo nel paradiso promesso ai combattenti del Jihad contro l’Occidente.
A suo avviso, l’islamismo desidererebbe «un mondo di perfetto terrore e di perfetta noia», «un mondo senza divertimento, senza arti, e senza donne, un mondo nel quale l’unico intrattenimento è l’esecuzione pubblica». Per ammissione del suo stesso autore, «il campo naturale» di The Second Plane non è la «geopolitica», ma la «mascolinità». E poi l’affondo, sempre nell’introduzione del libro: «Abbiamo idea di quale idea di mascolinità ci sia in costumi così vergognosi e negli abiti, nelle uniformi, nei vestiti e nelle scarpe, nei jeans, nelle tute e nei camici da dottore di un islamico radicale?».
In passato, Amis ha cercato di rendere l’Olocausto e i gulag parte del territorio «naturale» della sua mascolinità deformata. Sia in Freccia del tempo (Mondadori), sia in Koba il terribile (Einaudi), ha provato ad immaginare l’estremismo dell’orrore storico con la sua spavalda ironia.
In questi libri, Amis ha attribuito al linguaggio la capacità di restituire mediante neologismi la banalità della morte industrializzata, nei quattordici capitoli di The Second Plane egli descrive invece l’«orrorismo» e l’autodistruzione del terrorismo islamico. Amis è convinto che solo la creazione di neologismi restituisca l’indignazione provata di fronte ai tremila morti dell’11 settembre. A suo avviso, questa impresa traduce il suo «impegno morale» nella guerra contro il terrorismo.
Questa tesi nasce dall’idea che la religione è indistinguibile dalla barbarie, mentre l’opposto della fede non è l’ateismo, ma l’indipendenza del pensiero. La più alta espressione della libertà di pensiero nella cultura illuministica occidentale sarebbe la letteratura, considerata da Amis l’unico strumento per discutere seriamente i limiti della ragione. La sua crociata contro il «pensiero dipendente» dell’Islam trova dunque nella creazione linguistica il proprio terreno di battaglia.
Meno chiara è la ragione per cui questa guerra dovrebbe svolgersi sul terreno della mascolinità. A meno di non pensare che l’esercizio della ragione distolga la mente dal nichilismo, attribuendo così agli islamici l’immaginario di una sessualità che si esprime solo attraverso l’istinto di morte.
L’idea che esista, da un lato, una «mascolinità» razionale e, dall’altro, una «mascolinità» mortifera rivela infine uno dei pilastri dell’«occidentalismo» contemporaneo. Amis teorizza apertamente che buona parte del mondo contemporaneo è moralmente inferiore e psicologicamente arretrato, senza avere mai viaggiato in questi paesi, né intervistato uno dei loro cittadini, come ha denunciato il critico letterario Terry Eagleton nella nuova introduzione a Ideologia. Storia e critica di un’idea pericolosa (Fazi) (il manifesto del 23 settembre e il 7 ottobre 2007).
In altre parole, il mondo è diviso tra un «noi» e un «loro» e tutto dipende dagli attributi razionali del proprio essere-maschio. Una tesi che ha attirato su Amis le critiche dei quotidiani inglesi Guardian e Independent. Un «esercizio di stile» hanno preferito commentare, con un certo pudore. In realtà, nella crociata di Amis l’inferiorizzazione sessuale del nemico è l’ultimo passo per rivelarne l’abiezione umana ed intellettuale. Un’impresa che non rende giustizia all’uomo, anche se rivela molto dello scrittore.

(continua…)

Altro che quota rosa, qui è necessario difendere il maschio!

Martedì, 10 Aprile 2007

Intervistato a “Invasioni barbariche” se sia più facile una donna o Bersani presidente del consiglio, uno sconsolato ministro dello sviluppo economico ha detto “Bersani”. Un appello chiede che sia una donna a dirigere il concerto per la Festa della Repubblica. Nell’ultima elezione del capo dello Stato, numerose personalità, politiche e non, hanno chiesto a viva voce di nominare una donna. Le donne come minoranza da proteggere e promuovere. Bene, benissimo; anzi, no: male, malissimo. Dire donne significa contrapporla all’uomo, significa dare per scontato quello che non siamo per nulla convinti che possa, e debba, essere dato per scontato: che la nostra società sia (ancora) maschilista. Dimentichiamo per un attimo che l’uomo ha una aspettativa di vita di 5 anni inferiore alla donna, ma quando mai una carica viene assegnata a qualcuno perchè “uomo”? ci dicessero: diamolo a un “capace” e tra capaci è opportuno preferire una donna, forse potremmo condividere. Forse, perchè dopo le quote rosa ci aspettiamo che qualcuno – coerentemente con la policy che dà (troppo) per scontato che esista il terzo sesso – si spinga a sostenere che debbano anche esserci delle “quote verdi”. Ma che senso ha tutto ciò? alla società – e quindi a tutti noi – interessa che la cosa pubblica sia gestita da chi è capace, a nulla rilevando sesso o razza o religione. E’ evidente che un donna sia preferita a un uomo più capace non porta bene nè a lei nè alla società. Ciò che serve alla nostra società sono regole che consentano a chi è capace di dimostrare il proprio valore e di ottenere ciò che merita. E la strada di riservare delle quote alle minoranze – rosa, verdi, gialle e chi ne ha più ne metta – non porta a nulla. Anche perchè se il dato biologico continua ad essere indicato come criterio determinante, come la mettiamo con il fatto che l’uomo vive 5 anni in meno della donna? più discriminazione di questa!